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Home » Newsletter n. 122 - 4 aprile 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 122 – 4 aprile 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 122.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Quel che resta…


Stefano Florio
Expo 2015: stappate le bottiglie, da subito pronti a rimboccarsi le maniche!


Simone Comi
Il vertice di Bucarest e il futuro dell’Alleanza Atlantica


Luciano Fasano
La campagna elettorale di Veltroni e la cultura del centrosinistra


Davide Biassoni
Le ragioni per un adeguato dialogo


Valerio Pulga
Per il calcio italiano è finito il tempo delle parole


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ McCain ha preso il largo? E’ un’illusione ottica


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ La corruzione in America


Raffaele Mauro
Il “fattore D”: perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Quel che resta…

Che settimana! E’ successo di tutto. E per fortuna che mancano solo dieci giorni al voto. Si è cominciato con la copertina di Newsweek che, mixando i volti di Veltroni e Berlusconi, ha lanciato in visione mondiale la Grande Coalizione in salsa italiana ovvero quell’inconfessabile Veltrusconi, panacea di ogni male smentita da tutti ma pronosticata da molti come esito possibile del voto. Poi, di colpo, l’Italia è assurta all’onore delle cronache internazionali non per il solito scandalo di mala politica o allegre frodi fiscali, ma per l’aggiudicazione da parte di Milano dell’Expo 2015. Per pochi attimi, il tricolore ha sventolato di un rinnovato orgoglio nazionale. Tuttavia, presto si è ritornati alle stranezze nostrane, con il virtuale faccia a faccia Veltroni-Berlusconi andato in onda su Rai 2, la cui insensatezza è stata perfettamente suggellata dalla battuta dello stesso Berlusconi: “Avanti il prossimo!”. Quindi, è stato il momento del panico: la riammissione in extremis della Dc di tal Giuseppe Pizza ha fatto tremare le istituzioni e la credibilità dell’intero paese, per il rischio paventato di un rinvio della data delle elezioni. Il rovescio improvviso di una complessa trama di ricorsi, infatti, stava per ricoprire di ridicolo la Repubblica. Per fortuna, ci si è fermati ad un passo dal baratro. Allarme rientrato, si voterà – come detto – il 13 e 14 aprile. Last but not least, AirFrance-Klm ha rinunciato all’acquisto di Alitalia, siglando così il degno epilogo di una trattativa-monstre, il cui esito positivo è stato reso impossibile dal combinato disposto della promessa di una resurrezione tutta italiana della compagnia patrocinata dal probabile prossimo presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, e dall’inscalfibile conservatorismo dei sindacati che, come sempre, hanno preteso sino all’ultimo la botte piena e la moglie ubriaca, il rilancio di Alitalia senza lasciare a terra nemmeno un dipendente o quasi. E non ci vuole poi molto per leggere in questa vicenda la perfetta metafora dell’Italia: enormi risorse senza governo, visione, coraggio e responsabilità. Ma se per curare la maledizione della compagnia di bandiera il suo ormai ex-presidente, Maurizio Prato, ha auspicato l’avvento di un esorcista, noi, per rimettere in moto l’Italia, auspicheremmo molto più semplicemente l’avvento di una leadership politica all’altezza dell’ansia di modernità del paese, indefettibilmente al servizio dell’interesse generale e non delle minuscole Italie partigiane e corporative, infaticabilmente protesa a progettare il futuro e non a rimestare il presente.



Stefano Florio
Expo 2015: stappate le bottiglie, da subito pronti a rimboccarsi le maniche!

Con grande piacere, oltre che considerandolo quasi un fatto doveroso alla luce di un mio precedente contributo che aveva toccato anche questo tema, dedico un momento di riflessione in ordine alla notizia dell’assegnazione a Milano dell’Expo 2015 avvenuta a Parigi lo scorso 31 marzo. Consideravo miope opporsi prima alla candidatura così come trovo ora strumentalmente ideologico esprimere un dissenso (ovviamente accettabile e rispettabile essendo in un paese democratico) rispetto a questa che considero invece una straordinaria occasione che, per merito del Sindaco oltre che per ragioni che nulla hanno a che vedere con il dossier di candidatura (ragioni di natura geopolitica ecc.), viene ora fornita alla città per disegnare un nuovo profilo di sviluppo e di rilancio internazionale.

Sfido chiunque a non ritenere l’Expo una siffatta occasione considerando che, alla sua organizzazione, sono legati i seguenti volumi di attività e risorse (sono ovviamente semplici stime fornite da uno studio dell’Università Bocconi che, insieme al Politecnico e alla Fondazione Università IULM, hanno concorso – con tanti altri soggetti del territorio – alla redazione del dossier di candidatura):
visitatori: 29 milioni di ingressi (21 dall’Italia + 6 da paesi europei + 2 da paesi extra europei);
160.000 visitatori previsti al giorno;
oltre 180 espositori previsti (120 paesi, 10 Organizzazioni internazionali, 21 soggetti nazionali, 30 aziende);
investimenti: 10 miliari di euro + 3,7 miliardi di euro di ricaduta economica;
budget previsto: 4,1 miliardi di euro (3,2 miliardi per infrastrutture, 900.000 milioni dedicati all’organizzazione e gestione dell’evento);
70.000 posti di lavoro legati direttamente alla sola organizzazione;
7.000 eventi previsti con una media di 40 appuntamenti al giorno;
36.000 volontari.
E’ importante perché disegna una prospettiva di sviluppo e una idea di città individuando uno stimolo esterno non rinviabile (condizione questa che spinge gli italiani a dare il meglio di sé stessi) supplendo in questo all’incapacità cronica della classe dirigente di proporre visioni di lungo periodo. L’italica abitudine a “salire sul carro dei vincitori” oltre che risibili affermazioni dettate da motivazioni esclusivamente propagandistiche concorrono a porre fin da ora all’attenzione alcune questioni di metodo, oltre che di merito, in ossequio al famoso detto “…chi ben comincia è…” perché l’Expo sia davvero quel volano di risorse di diversa natura che consentano il rilancio della città e non invece un boomerang (per esempio l’Expo del 2000 tenutosi ad Hannover è stato dai più considerato un flop).
Innanzitutto è stato il risultato di uno sforzo che ha visto nel sindaco Moratti (un sentito plauso va anche alla struttura operativa del Comitato Expo e a chi l’ha diretta che ha lavorato alacremente prima per redigere un ottimo progetto e poi per essere riuscita a “star dietro al Sindaco) l’indiscussa figura che ha deciso di cogliere questa opportunità (era da poco insediata a Palazzo Marino e non è stato per nulla banale aver prima riflettuto e poi intuito da subito sull’opportunità di una tale opzione di scelta) e ne ha fatto un vessillo dei primi 2 anni di mandato ma altresì il frutto davvero di una operazione bipartisan (va dato atto a Romano Prodi di avere scelto Milano nell’ottobre 2006 preferendola alle candidature alternative di Torino e Napoli), che ha coagulato il meglio (o per lo meno il meno peggio) prima dell’intellighenzia meneghina e poi delle eccellenze italiane; per vincere la battaglia con Smirne si è riusciti a superare steccati ideologici e ad anteporre l’interesse nazionale a scelte di posizionamento dettate da ragioni di schieramento partitico. Ma la vera sfida su questo profilo di tenuta interistituzionale incomincia ora e se il buon giorno si vede dal mattino – il mancato invito al Ministro degli Esteri Massimo D’Alema in Consiglio Comunale per un momento di meritato plauso di fronte alla città oppure le dichiarazioni apparse sui media subito dopo la proclamazione del vincitore - le prospettive fanno semplicemente rabbrividire.
In secondo luogo di tutto si ha bisogno meno di un Sindaco che per 7 anni si comporti da “Commissario per l’Expo”, cioè a dire che ora la Sig.ra Moratti non vorrà mica occuparsi solo, per i prossimi anni, dell’organizzazione dell’evento? perché questa scelta – come potrebbe malauguratamente prefigurarsi all’indomani della concessione al Sindaco di poteri straordinari per dare avvio esecutivo all’organizzazione - sarebbe davvero una sciagura senza pari. Expo deve essere infatti il driver di sviluppo, l’occasione cioè per impostare serie politiche pubbliche di trasformazione e miglioramento della città che provino ad affrontare i temi centrali per la rinascita meneghina; ne cito solo uno a titolo esemplificativo perché diventato vera emergenza sociale di oggi e sfida per il futuro: dare avvio ad un imponente piano di edilizia residenziale pubblica (a questo proposito si segnala il reportage – per la verità un po’ fazioso in alcuni passaggi - “Io voto casa” - viaggio nel degrado dei quartieri popolari di Milano - andato in onda nella puntata di giovedì 27 marzo nel corso della trasmissione “Annozero” e recuperabile in stralci su
http://www.annozero.rai.it/category/0,1067207,1067115-1077702,00.html) – ponendo fine alla delega in bianco concessa alle società immobiliari che sono stati i veri players dello sviluppo urbanistico di Milano degli ultimi 20 anni. Expo deve essere cornice di riferimento al cui interno avviare seri programmi di crescita e sviluppo della città e non fine ultimo dell’attuale – e prossima – giunta comunale.
In terzo luogo poi, in base ai più recenti meccanismi introdotti nelle P.A. di accountability (traduzione: strumenti di rendicontazione pubblica del proprio agire) oltre che in ossequio alle normali dinamiche di trasparenza che esistono in tutte le principali democrazie al mondo, l’Amministrazione dovrebbe rendere noto in maniera aperta e chiara di quanto l’operazione legata alla candidatura sia effettivamente costata a tutti noi cittadini, milanesi e italiani, e alle modalità di impiego delle risorse pubbliche. Questo per rendere ancora più manifesta la straordinaria opportunità – in termini di ritorno dall’investimento sostenuto – legata all’aver puntato su una tale opzione di scelta. L’azione di verifica e controllo su quanto accaduto finora ma soprattutto su tutto quanto capiterà d’ora in poi spetterà innanzitutto all’attuale opposizione presente in consiglio comunale e non dovrà essere delegata solo all’opinione pubblica.
Occorre poi fin da subito definire un efficace “modus operandi” (con particolare attenzione alla trasparenza ed eticità nelle procedure di gestione operativa ed organizzativa dell’evento perché, non dimentichiamocelo, Tangentopoli è scoppiata 2 anni dopo i mondiali di calcio del ’90 per i quali sono state realizzate decine di cattedrali nel deserto – ad es. un albergo mai aperto in prossimità del quartiere di Ponte Lambro) per avviare un grande percorso e processo di riflessione e di rinascita cittadina (ad es. un grande Forum permanente e/o gli Stati Generali della città) che, sfruttando l’occasione dell’organizzazione dell’evento, sia indirizzato alla costruzione prima e condivisione poi della visione strategica di che cosa Milano vorrà essere in futuro. Un percorso che però non sia autoreferenziale e condotto dalle consuete potenti lobbies (costruttori, immobiliari ecc. ecc.) ma realmente partecipato da tutte le forze vive e attive della città con una particolare attenzione all’incremento delle aree verdi, alla realizzazione di infrastrutture per la mobilità e la logistica, alla costruzione di progetti di vera inclusione sociale.
Infine spetta ad ognuno di noi giocare la propria personale partita, porsi cioè nelle condizioni di voler esseree protagonista e non solo semplice spettatore di un evento che, giova ricordarlo, trasformerà in profondità il volto della città sopportandone i – speriamo fisiologici e non patologici – costi (nasceranno cantieri un po’ dovunque….prepariamoci) ma anche immaginando come questo evento possa segnare in positivo il proprio percorso, ad es. professionale; è auspicabile ad esempio che per i giovani alle soglie di uscita dall’università, Expo possa rappresentare davvero uno straordinario trampolino di lancio per il proprio futuro lavorativo.

ps. beffardo pensare che questa notizia sia giunta nelle stesse ore in cui a Malpensa si stanno materializzando le prime conseguenze – purtroppo da subito sulla pelle di centinaia di lavoratori/cittadini/elettori – delle prolungate scelte di pessima gestione aziendale di Alitalia rispetto cui la Politica (in questo caso davvero in modo bipartisan) ha enormi responsabilità per aver perpetuato per anni logiche di scientifica penalizzazione dello scalo varesino a favore di altri scali (ad es. Fiumicino); anche su questo piano speriamo che Expo sia funzionale al rilancio di Malpensa che resta l’unico vero hub italiano per posizionamento strategico e volume di traffico in presenza però di condizioni di economicità e di servizi oggi ancora assenti.

s.florio@libero.it

 


Simone Comi
Il vertice di Bucarest e il futuro dell’Alleanza Atlantica

Dal vertice della Nato di Bucarest sono arrivate importanti conferme sul futuro dell’Allenza Atlantica e sugli equilibri in seno all’organizzazione. All’apertura dei lavori in Romania in pochi erano pronti a scommettere sulle possibilità di Ucraina e Georgia di essere invitate a far parte della Nato visto il dissenso di Mosca sulla questione e lo scetticismo di alcuni membri europei: sono così caduti nel vuoto gli appelli del presidente statunitense Bush, convinto che la partecipazione alla Nato debba essere aperta a tutte le democrazie dell’Europa che chiedono di farne parte.

Albania e Croazia sono state formalmente invitate a far parte dell’Alleanza Atlantica mentre alla Macedonia è stato negato l’invito dopo il veto posto della Grecia. L’adesione di Skopje sembra essere solo rimandata al prossimo vertice Nato, che si terrà a dicembre, in attesa che la Macedonia e Grecia riescano a trovare un compromesso sulla questione del nome della Repubblica Macedone.
L’allargamento verso est dell’Alleanza Atlantica sembra essersi così risolto in un nulla di fatto ma il tema rimarrà sicuramente nell’agenda dei lavori per il prossimo futuro soprattutto se i paesi europei che hanno mostrato scetticismo riguardo all’allargamento della Nato, come la Francia, cambieranno la loro posizione in merito. Le fonti ufficiali indicano nella divisione interna alla scena politica ucraina sulla possibilità di far parte dell’Alleanza Atlantica e i conflitti con i separatisti filorussi in Georgia i principali motivi dello scetticismo di alcuni paesi europei riguardo all’adesione degli Stati dell’Europa Orientale ma il Segretario della Nato Jaap de Hoop Scheffer ha tenuto a precisare che Ucraina e Georgia diverranno membri dell’Alleanza e che sarà avviato un dialogo ad alto livello per affrontare le questioni ancora aperte. L’impasse riguardante l’allargamento ad est della Nato è chiaramente dovuta alla preoccupazione della Russia, che sente sempre più in pericolo la sua influenza su una regione storicamente vicina agli interessi di Mosca.
La crescente influenza russa sugli affari riguardanti la situazione europea e la Nato si accompagna al declino del soft power statunitense, incapace di creare un fronte unitario a sostegno delle candidature dei paesi dell’est Europa. La proposta del presidente statunitense Bush in merito alla partecipazione della Russia alla costituzione dello scudo spaziale europeo, appoggiata poi da tutti i membri, è un ulteriore indicatore della debolezza di cui sembra soffrire l’amministrazione statunitense in questi ultimi tempi. La Casa Bianca ha comunque ottenuto il via libera della Nato alla richiesta di invio di nuove truppe in Afghanistan e la Francia ha confermato la disponibilità ad inviare un contingente composto da circa 1000 uomini nella zona est del paese per consentire alle truppe statunitensi di spostarsi verso sud, una delle zone a più alta intensità di scontri. Saranno comunque le truppe statunitensi e quelle britanniche, rafforzate dal prossimo invio di un Battle Group composto da 800 uomini, a gestire le regioni afghane in cui sono più frequenti gli scontri con le forze talebane mentre alcune unità che giungeranno nel paese inviate da Norvegia, Polonia e Georgia andranno a posizionarsi in aree meno interessate dai combattimenti. Italia e Spagna hanno ufficialmente respinto la richiesta di invio di nuove truppe anche se entrambi i paesi dovrebbero invece fornire gruppi di istruttori per formare le forze di polizia locali.

simonecomi@hotmail.com


Luciano Fasano
La campagna elettorale di Veltroni e la cultura del centrosinistra

Ma sarà poi vero, come dice Giovanni Sartori, che la campagna elettorale in corso in Italia è così strana? Che Veltroni abbia deciso di fare una campagna elettorale senza combattere? Che abbia limitato la portata reale del suo raggio di azione, escludendo non solo di non rispondere al suo avversario ma anche di fare leva sul voto retrospettivo, evitando di parlare del passato?
Dopo quindici anni di campagne elettorali di centrosinistra condotte all’insegna esclusiva dell’attacco al Cavaliere ed ai suoi alleati, strategia peraltro risultata del tutto inefficace, forse la decisione di sottrarsi a questo disastroso cliché può essere stata tutto sommato appropriata. Ma il vero punto, forse, è un altro: la battaglia politica che sta conducendo Veltroni, infatti, non riguarda tanto la figura del suo più diretto competitore, quel Berlusconi che il 14 aprile potrebbe trovarsi in tasca la terza vittoria alle elezioni politiche da quando è sulla scena, quanto piuttosto lo spettro terribile dell’antiberlusconismo, che già all’indomani della chiusura delle urne potrebbe tornare ad aleggiare tra le fila del centrosinistra, vanificando lo straordinario sforzo di rinnovamento politico e culturale profuso dal segretario del PD.

Ed allora ben venga quella che potrebbe apparire come una nuova sterile polarizzazione, con Veltroni che parla soltanto del futuro, facendo leva sul cosiddetto voto proiettivo, e Berlusconi che al contrario non fa altro che parlare dei fallimenti del governo Prodi, fidando nel cosiddetto voto retrospettivo. Ben venga se questo consentirà al centrosinistra italiano di dimenticarsi di Berlusconi, o meglio ancora di quella sua immagine tanto gradita all’italiano medio quanto vituperata dal popolo dell’Ulivo e dell’Unione, che negli ultimi quindici anni è stato sia handicap che alibi di una prospettiva incapace di darsi autonomamente una propria credibile cultura di governo.

luciano.fasano@unimi.it

 


Davide Biassoni
Le ragioni per un adeguato dialogo

Dieci giorni alle elezioni e alla fine di una campagna elettorale che, da quindici anni a questa parte, si è rivelata essere la più soft nei toni e negli slogans: niente colpi bassi tra i contendenti, niente accuse reciproche demonizzanti, nessun appello “salvifico” per scongiurare la vittoria dell’avversario. E’ questo un segnale positivo? L’Italia è un paese che i più definiscono immobile e statico: economicamente la crescita è quasi nulla, le grandi opere pubbliche stentano a decollare bloccate da troppi veti, le riforme istituzionali finora sono rimaste solo sulla carta, la questione delle risorse energetiche manca di un progetto credibile che guardi al futuro. I dilemmi quotidiani che buona parte degli italiani si trovano ad affrontare sono ben noti, tra i quali i salari che non crescono e vedono anzi eroso il loro potere d’acquisto a causa di un’inflazione che ha ripreso a galoppare; e poi i giovani, costretti a galleggiare nel precariato (per quelli che riescono a inserirsi nel mondo del lavoro) o a riparare all’estero alla ricerca di prospettive migliori per la propria carriera. Insomma, problemi seri e gravi; problemi che se l’Italia non si rimette in moto potrebbero acuirsi in modo ormai drammatico. Ecco ciò che la nostra classe dirigente – qualunque sia la parte politica vittoriosa la sera del 14 aprile – dovrà avere il coraggio di affrontare; e non solo: per cercare di imprimere un cambiamento di rotta, il Capo dello Stato non ha cessato di richiamare tutti i partiti alla collaborazione in scelte impopolari, ancorché decisive per il futuro, e che richiedono il contributo (quanto meno nel dialogo) di tutte le componenti politiche volenterose nel servire gli interessi della nazione. Le precedenti campagne elettorali, caratterizzate da una contrapposizione soffocante, di fatto non si sono poi ricomposte in una maggiore armonia nelle istituzioni, bensì il “muro contro muro” si è perpetuato dentro e fuori le Aule. Ecco che allora questo segno di novità può essere auspicabilmente interpretato come una possibile discontinuità, preparando il terreno verso un riavvicinamento (nel rispetto delle reciproche posizioni) fra i due antagonisti principali che si contendono un posto a Palazzo Chigi. E sbaglia chi grida già al “grande inciucio”, al patto “Veltrusconi”, volto alla spartizione del potere: chi sarà premiato dal voto degli elettori assumerà sulle proprie spalle una responsabilità così alta che forse, o non sempre, sarà in grado di gestirla unicamente con le proprie forze. Il duello all’arma bianca fra centrodestra e centrosinistra negli anni trascorsi ha lasciato sul campo troppe questioni concrete e irrisolte; è forse tempo che, nella contingenza storica attuale (e con un Senato dove si prospetta una maggioranza politica stentata), una ragionevole concordia sulle issues più urgenti sia garantita e messa in pratica.

davide.biassoni@unimi.it


Valerio Pulga
Per il calcio italiano è finito il tempo delle parole

E’ veramente difficile trovare parole e argomentazioni su quanto accaduto domenica con la morte di Matteo Bagnaresi…E’ veramente difficile trovare parole e argomentazioni nuove.Il presupposto per non fare un copia-incolla di quanto già scritto a riguardo dell’11 novembre 2007 e della morte di Gabriele Sandri sarebbe la presenza di cambiamenti a livello legislativo, istituzionale e sociale tali da obbligare ad osservare con occhi diversi l’accaduto. Ripetere la solita arringa sull’assenza di una cultura sportiva, di valori umani e di fratellanza inizia a stancare il lettore e lo stesso scrittore.
Le stesse riflessioni, sulla natura interclassista dell’ultrà italiano rispetto all’hooligan inglese e sul possibile legame delle tifoserie più esagitate agli schieramenti politici di estrema destra e sinistra, sono tematiche che ormai tutti conosciamo a memoria. Ecco dunque il problema: cosa scrivere per giustificare la morte di un’altro ragazzo/persona? cosa scrivere per non perdere l’individualità dell’essere umano dietro all’ormai genericità/similarità di tali avvenimenti? Si potrebbe descrivere solo quanto accaduto senza esprimere opinioni.
In un autogrill, Matteo Bagnaresi di 27 anni è morto investito da un pullman: l’autista  del mezzo non ha potuto vederlo perché spaventato da altri avvenimenti. Si potrebbe riferire quanto gli investigatori danno per certo. In un autogrill, Matteo Bagnaresi, ultrà del Parma già squalificato per tre anni a causa di incidenti durante un Parma-Juventus, è morto investito mentre si avvicinava minacciosamente verso un pullman di tifosi juventini: l’autista  del mezzo, distratto dal lancio di oggetti da parte di altri ultras, non lo ha potuto evitare. Si potrebbe dire che…. se ognuno fosse andato per la propria strada avremmo “due” vite in più e un articolo inutile in meno.

In Inghilterra si fermò il calcio perché era la sola società del calcio ad essere malata: in Italia bisognerebbe invece fare reset perché il problema è la società nel suo complesso.
Dalla politica all’economia, dalla vita lavorativa a quella privata, dal comportamento in strada a quello nei centri commerciali, tutto in Italia dovrebbe essere analizzato, criticato e ricostruito sulla base di quella certezza della pena che sin da piccoli bisognerebbe insegnare ai figli.Intanto, perché ci si è candidati ad ospitare una finale di Champions League? Perché vantarsi dell’assegnazione di Expo 2015? Ricordiamoci che i regimi totalitari e le giunte militari hanno celato dietro grandi avvenimenti (Mondiali Italia 1934, Argentina 1978) le brutture di una società sull’orlo del fallimento! Che le democrazie abbiano imparato a fare altrettanto?

huntervl@vodafone.it



Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ McCain ha preso il largo? E’ un’illusione ottica

L’ultima teoria dei giornalisti italiani che seguono le elezioni americani è che, di fronte a un partito democratico incerto e diviso sui candidati,  John McCain avrà una facile vittoria in novembre, chiunque sia il portabandiera degli avversari, Barack Obama o Hillary Clinton. Le “pezze giustificative” di questa teoria stanno nei sondaggi, per esempio il rispettato istituto Rasmussen offre questi numeri: se le elezioni presidenziali si fossero tenute il 2 aprile, John McCain avrebbe ottenuto il 48% contro il 41% a Barack Obama. Contro Hillary Clinton, McCain avrebbe avuto sostanzialmente lo stesso risultato: 47% contro 42%.
Ma questi numeri significano qualcosa? In realtà McCain, che vincerebbe facilmente l’Oscar per il politico più fortunato del decennio, ottiene molti più consensi del suo partito: un “generico” candidato democratico alla Presidenza sarebbe in vantaggio di ben 13 punti percentuali su un “generico” candidato repubblicano (50 percento a 37 percento), secondo un sondaggio commissionato dallo Wall Street Journal. L’illusione del vantaggio di McCain su Clinton e Obama  nasce da questo, e dal fatto che gli elettori democratici non si sono ancora mentalmente focalizzati sul battere i repubblicani perché la questione di chi sarà il loro candidato non è ancora risolta.

In questo momento, Obama e la  Clinton raccolgono, rispettivamente, il 77 percento e l’80 percento del voto democratico contro McCain: una percentuale molto bassa considerando la tendenza alla polarizzazione dell’elettorato democratico in funzione anti-Bush. Non c’è dubbio che in autunno, risolta la questione interna al partito (sia pure a prezzo di divisioni che si protrarranno fino alla convenzione di agosto) gli elettori democratici si mobiliteranno per cacciare i repubblicani dalla Casa Bianca e mettere fine a un ciclo conservatore che ha portato l’economia alla rovina e il Paese in guerra.
In questo momento McCain ottiene l’86 percento del voto dei repubblicani e una buona percentuale fra gli indipendenti ma questa “luna di miele” con l’elettorato è destinata a durare poco, soprattutto se le condizioni dell’economia si aggravano. Nessun partito è stato storicamente capace di riconquistare la Casa Bianca se, nell’anno elettorale, inflazione e disoccupazione tendono a salire. Ronald Reagan  chiamò la somma di queste due percentuali “indice della miseria” e, nel 1980, gli elettori lo plebiscitarono contro uno sfortunato Jimmy Carter. Non c’è dubbio che i democratici sapranno ritorcere questo argomento contro McCain, al momento giusto.
Quindi è vero che McCain è un candidato relativamente forte ma le tendenze di fondo dell’elettorato americano, raramente disposto a confermare lo stesso partito alla Presidenza per tre volte di seguito, sono contro di lui. Al Senato e alla Camera si sa già che le maggioranze dei democratici si rafforzeranno: per la Casa Bianca la situazione si chiarirà soltanto in autunno ma dare oggi per favorito McCain significa ignorare i fattori strutturali che governano le elezioni americane.

fabrizio.tonello@unipd.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ La corruzione in America

Washington DC – Nel novembre 2007 l’amministrazione del Distretto di Columbia è stata travolta da uno scandalo di proporzioni imbarazzanti. Due impiegate dell’agenzia delle entrate, Harriette Walters e Diane Gustus, sono state arrestate perchè  al centro di un giro che in sette anni ha derubato le casse del governo locale di 16 milioni di dollari. Le due emettevano assegni per rimborsi fiscali inesistenti, che poi incassavano assieme ai loro complici e spendevano nei grandi magazzini della città. “Non c’è  dubbio che questo sia un caso eclatante di corruzione”, mi dice Philip Mattera durante un’intervista. “Purtroppo in altri casi, la corruzione può essere difficile da quantificare”, prosegue.
Phil Mattera è  un ex-giornalista economico (in passato con Fortune Magazine) e oggi ricercatore e analista per Corporate Research Project, un programma creato dalla non-profit di Washington DC Good Jobs First e volto alla ricerca strategica del comportamento delle aziende che ricevono sussidi federali e statali. Lo scopo di Good Jobs First, ed in particolare di Corporate Research Project è  di promuovere la trasparenza nelle relazioni tra il governo e i privati. “Innanzitutto bisogna concordare sulla definizione stessa del concetto di corruzione”, sottolinea Mattera. “Il caso del Governatore di New York Elliott Spitzer (che ha dato le dimissioni il 12 marzo scorso dopo che si è  scoperto che era coinvolto in un giro di prostituzione d’alto bordo) è  un buon esempio. Affinché  un’azione sia percepita dal pubblico come corrotta, è  necessario che coinvolga un chiaro atto di appropriazione illecita di denaro pubblico? E la corruzione morale?”
Un sondaggio condotto da CBS News/New York Times Poll nell’ottobre 2006 ha rilevato che il 58% degli americani è  convinto che la corruzione sia costume diffuso a Washington DC. “Negli Stati Uniti l’opinione pubblica dà per scontato un livello di corruzione davvero alto per quanto riguarda il settore pubblico e il governo”, Mattera mi spiega. “Si può quasi dire che le dimensioni reali del fenomeno sono addirittura sovrastimate. Al contrario, gli americani tendono a sottostimare la corruzione nel privato, nelle imprese e nell’industria. In fondo siamo stati educati a pensare che il governo sia  la causa di tutti i mali, fin dai tempi di Ronald Reagan”.
Il fatto che il livello di corruzione di un paese venga solitamente valutato in termini relativi complica ulteriormente le cose. “Nelle classifiche pubblicate dalle organizzazioni internazionali a proposito dei governi più corrotti, gli Stati Uniti fanno sempre una buona figura. Ma sta tutto nel termine di paragone, con chi ci confrontiamo?” si chiede Phil Mattera. Transparency International è  forse la più famosa tra le Ngo che si occupano di monitorare i livelli di corruzione in giro per il mondo. La classifica per il 2007 vede gli Stati Uniti al ventesimo posto (il primo posto va al paese meno corrotto al mondo). La Danimarca, la Finlandia e la Nuova Zelanda sono pari in testa. L’Iraq, il Myanmar e la Somalia sono i fanalini di coda. L’Italia è  quarantunesima, dopo il Botswana, Cipro, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e davanti alla Malesia.
In qualche misura, il sistema americano ha provato a rispondere al problema della corruzione dei politici. La riforma del sistema di finanziamento delle campagne elettorali va inteso, secondo Mattera, proprio in questo senso. Il Bipartisan Campaign Reform Act, conosciuto anche con il nome McCain-Feingold dal nome dei due Senatori che più si impegnarono per il passaggio della legge, fu approvato dal Congresso nel 2002 con l'intento di regolamentare la raccolta di fondi per i candidati in corsa per la Casa Bianca. Fino ad allora, costoro avevano diritto a ricevere donazioni illimitate da chiunque decidesse di finanziarli, un sistema che creava dei legami economici fortissimi tra i politici e i ricchi d'America, in particolare le grandi corporation.
La McCain-Feingold ha stabilito delle nuove regole quanto alle donazioni dei privati. In particolare i due diversi tipi di contributi alle campagne elettorali, detti hard money e soft money, vengono oggi trattati separatamente dalla legge. Per hard money s’intendono quelle somme di denaro che vengono donate alle campagne dagli individui, dalle sezioni nazionali e locali dei partiti, e dai cosidetti Political Action Committee (PAC), gruppi privati di cittadini a cui viene garantito il diritto di fare attività politica. La legge del 2002 stabilisce, ad esempio, che un individuo non può donare più di 2.300 dollari per elezione. “La legge è  piena di buoni propositi, però rimane difficile stabilire quanto abbia contribuito a frenare la corruzione del sistema”, riflette Phil Mattera. Ad esempio, un’impresa di grosse dimensioni, anziché  donare direttamente una somma di denaro eccessiva, può chiedere ai propri dipendenti di contribuire separatamente tante somme individuali più piccole, aggirando così la limitazione di 2.300 dollari per contributo imposta dalla legge.
“Inoltre, il problema più sostanziale sta nel quid-pro-quo che segue alle donazioni, e in come questo denaro finisce per influenzare le scelte dei politici”,  precisa Mattera. Nel 2006 i residenti dello stato dell'Illinois rimasero sconvolti nell'apprendere che il gigante dell'energia nucleare Exelon Corporation non aveva reso pubblica la notizia di alcune perdite di residui radioattivi da uno dei propri stabilimenti.  Il Senatore dello stato Barack Obama si fece carico dell'indignazione dei propri elettori e propose una legislazione che obbligasse i gestori degli impianti nucleari a notificare le autorità al primo segno di perdita. A quanto pare, però, Obama accettò modifiche al testo di legge che riflettevano i desideri dei Republicani al senato e di Exelon. La spiegazione ufficiale fornita dal Senatore dell’Illinois è  che il testo di legge fu reso più accomodante perchè  altrimenti non sarebbe mai riuscito a passare il voto in Senato. Al contempo, è  emerso che Exelon è  uno tra i più generosi sostenitori della carriera politica del Senatore dell'Illinois, a cui avrebbe donato oltre 270 mila dollari dall'inizio del 2003. E il principale stratega della campagna presidenziale di Obama, David Axelrod, ha lavorato in passato come consulente per Exelon. Gli esperti di sicurezza nel settore del nucleare sono in disaccordo sul fatto che il lavoro di Obama al testo di legge abbia contribuito o meno a ottenere risultati sostanziali nella regolamentazione dell’industria nucleare.
Infine esiste un problema istituzionale nel tentare di valutare il livello di corruzione negli Stati Uniti. Alcune pratiche, del tutto legali in America, creano legami sospetti fra i politici e l’industria. In particolare è  questo il caso del fiorire di società private di lobbying, che si occupano professionalmente di tenere i contatti con i rappresentati del popolo americano per conto dei propri clienti. Tra i più recenti scandali di corruzione nel rapporto tra lobbisti e governo, quello che ha coinvolto Jack Abramoff nel 2006 e che ha condotto alle dimissioni di due membri dell’Amministrazione Bush, J. Steven Griles and David Safavian, e del Deputato Bob Ney, è  senz’altro tra i più eclatanti.
Grazie al Lobbying Disclosure Act (LDA), una legge del 1995 che in sostanza obbliga l'industria della pressione politica a maggiore trasparenza, andando sul sito Open Secrets, si può scoprire che, dal 1998 al 2007, l'industria farmaceutica è  quella che ha speso maggiormente nelle attività di lobbying, seguita da quella delle assicurazioni, dalle società che forniscono elettricità e dalle compagnie d’informatica e internet. Rimane difficile stabilire con esattezza come questi contributi abbiano influenzato la proposta e il passaggio di leggi in questi settori.
Tradizionalmente, starebbe al giornalismo americano occuparsi di indagare sui traffici loschi dei politici americani. Purtroppo, però, Mattera mi racconta come i media tradizionali si sono trasformati da organi proattivi in attori solamente reattivi. “Se una qualche notizia emerge attraverso altre fonti, allora i giornali principali ne parlano. Però, i quotidiani in particolare hanno tagliato talmente i fondi per il giornalismo investigativo, che davvero non se ne vede più molto in questo paese”. Rimangono allora i media non-tradizionali, ovvero i blog. Down with Tyranny, per esempio, segue con attenzione e dedizione casi di corruzione al Congresso e nelle Assemblee statali, in particolare da parte repubblicana. Rimangono inoltre le associazioni non-governative che monitorano il comportamento dei politici e delle aziende, proprio come Good Jobs First di Phil Mattera.

valentina.pasquali@gmail.com


Raffaele Mauro
Il “fattore D”: perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia

Il nuovo libro di Maurizio Ferrera , docente presso l’Università degli Studi di Milano, è un passo importante per capire come la condizione economica delle donne sia un fattore fondamentale per la crescita e lo sviluppo di un’economia avanzata. Il “fattore D”, l’ampiezza ed il peso delle donne nel mondo del lavoro, può infatti avere un impatto notevole sulla vita produttiva, un contributo molto maggiore rispetto a buona parte delle politiche economiche abitualmente discusse. Si tratta di un fattore molto rilevante nel caso italiano, dato che nel nostro paese il tasso di occupazione femminile, il numero di donne lavoratrici tra il 15 ed i 64 anni, è pari a circa il 46,3%, un valore molto basso rispetto alla media dei paesi sviluppati. Inoltre è presente anche un elemento “qualitativo”, riguardante il tipo di occupazioni ed il livello retributivo della popolazione femminile. Il Global Gender Gap report 2007 del World Economic Forum, uno studio annuale riguardante la condizione economica femminile, ci posiziona 84esimi su 128 nazioni, una retrocessione rispetto all’anno precedente in cui l’Italia era posizionata al 77esimo posto. La classifica è composta da 4 sottoindici: opportunità economiche, opportunità politiche, salute, ed istruzione.  La voce peggiore è quella della partecipazione economica, dove il nostro paese si colloca 101esimo, la migliore è quella dell’istruzione, dove siamo 32esimi. E’ inquietante il rapporto tra questi due indici, che suggerisce uno scarso rendimento dell’investimento in capitale umano, quindi una struttura sociale bloccata, con scarsa di meritocrazia e la presenza di colli di bottiglia per l’avanzamento di carriera delle donne.
Il substrato teorico del ragionamento di Ferrera è la cosiddetta “womenomics”, il filone di studi che analizza l’impatto economico delle attività femminile. Il termine è nato a seguito di uno studio di Kathy Matsui, elaborato per il centro studi di Goldman Sachs nel 1999, in cui si attribuiva l’incepparsi del motore di crescita del Giappone alla scarsa partecipazione femminile nel mondo del lavoro. Il termine womenomics, e la prospettiva teorica ad esso correlata, è ora entrato all’interno del dibattito corrente ed è spesso presente nella denominazione di convegni, articoli scientifici ed inchieste giornalistiche. L’autore del “Fattore D” argomenta giustamente che tale prospettiva di analisi sia valida per l’Italia in misura anche maggiore rispetto al Giappone, visti i nostri bassi tassi di occupazione e gli ostacoli per l’avanzamento di carriera. Il miglioramento di queste variabili avrebbe un effetto notevole sul PIL, sulla sicurezza finanziaria delle famiglie, un aumento di performance e creatività nelle imprese e più in generale porrebbe migliori condizioni per l’emancipazione e l’indipendenza femminile. Un maggiore livello di occupazione femminile creerebbe inoltre un “moltiplicatore economico”, aumentando la domanda di servizi di varia natura (asili nido, cura degli anziani, ristorazione, servizi per le abitazioni), generalmente svolti dal coniuge donna, che potrebbero essere esternalizzati, come accade in molti paesi nordici.
Dai dati Eurostat si nota come sia forte il distacco tra aspirazioni e realtà, molte donne vorrebbero lavorare ma non trovano le condizioni per farlo. E’ cruciale in tal senso il ruolo delle politiche sociali e della regolazione del mercato del lavoro. E’ necessario, secondo Ferrara, rafforzare i meccanismi di tutela della maternità ed avere un approccio più deciso nei confronti dei congedi parentali, questi ultimi sono infatti utili non solo per la loro componente economica ma anche per il loro impatto culturale, sottolinenando come le attività di cura e relazione possano essere prerogativa di entrambi i coniugi di un nucleo familiare. Un altro elemento fondamentale è l’apertura di un numero elevato di asili nido e strutture di assistenza per la prima infanzia, fattore indispensabile rendere compatibile la maternità con il lavoro. Esistono inoltre numerosi fattori di contorno, di natura culturale e di organizzazione generale della società, che possono rendere più agile la compatibilità tra “vita e lavoro” ad esempio l’apertura di negozi e degli sportelli pubblici in orari più flessibili. Maurizio Ferrera propone quindi un “modello Lego” di welfare, fondato sulla flessibilità e sull’adattamento ai mutevoli tempi di vita e di lavoro legati alle economie moderne. Un modello basato sul potenziamento dell’autonomia individuale, tendente a ridurre gli ostacoli alla mobilità sociale “ex ante”, tramite un forte investimento nella cura dell’infanzia, nell’educazione primaria e nell’istruzione, piuttosto che nel riparare i danni “ex post”. Tutto questo è realizzabile con l’identificazione delle migliori politiche esistenti in Europa e ed all’interno dell’Italia, come nel caso di Reggio Emilia per gli asili. Le “best practices” possono essere studiate, esportate e riadattate nei territori, fissando standard qualitativi e mantenendoli tramite operazioni di monitoraggio e valutazione continua. Per fare questo è necessario generare una chiara ed incisiva forma di consapevolezza collettiva. Lo scopo meritorio del libro di Ferrera è accrescere la visibilità di questo tema, portandolo al centro del dibattito pubblico e, si spera, della futura riforma delle politiche sociali.

raffaele.mauro@collegiodimilano.it



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