Luciano Fasano
Un voto per il futuro del paese, senza improvvisazioni ed inutili ipotesi di scuola
In queste settimane si è molto parlato di voto disgiunto. E talvolta lo si è fatto anche a sproposito. Il tutto ha preso le mosse da una prima dettagliata analisi di Roberto D’Alimonte, che sul Sole 24 Ore del 23 marzo provava a tratteggiare diversi possibili scenari per il Senato, utilizzando una simulazione del Centro italiano di studi elettorali. In particolare, D’Alimonte sosteneva che nelle regioni in cui l’esito elettorale è incerto un voto al Senato per una forza minore (la Sinistra Arcobaleno o l’UdC) potrebbe ridurre l’entità del premio di maggioranza ad appannaggio del vincitore. Da ciò discenderebbe che in regioni come la Lombardia, dove la maggioranza dei voti andrà sicuramente al PdL, un voto di questo tipo potrebbe contribuire alla diminuzione del surplus di seggi a vantaggio di Berlusconi, dapprima a livello regionale e, di conseguenza, sul piano nazionale. Il tutto a seguito delle modalità che al Senato regolano l’assegnazione del premio di maggioranza su base regionale, in virtù delle quali la lista che ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti deve vedersi riconoscere almeno il 55% dei seggi in palio.
La puntuale analisi di D’Alimonte, che di per sé era indirizzata a mettere in luce come in queste elezioni Sinistra Arcobaleno e UdC possano potenzialmente giocare un ruolo determinante, ha poi dato la stura – forse anche involontariamente – ad un susseguirsi di interventi, volti ad esaltare il ruolo del voto disgiunto nell’impedire il successo di Berlusconi e nel salvaguardare la natura plurale della nostra democrazia. Ancora questa settimana, Andrea Romano su La Stampa e Gianfranco Pasquino su l’Unità, hanno motivato la valenza strategica e l’utilità di un voto ai partiti minori. Last but not least, Giovanni Sartori sul Corriere della Sera di oggi si inventa un poco probabile voto di sfiducia costruttivo (sic!).
Ma siamo proprio sicuri che le cose stiano come dicono questi illustri commentatori? Perché se è vero che le riflessioni di D’Alimonte hanno un loro fondamento di verità (sebbene si tratti di una verità ipotetica, poiché fondata su simulazioni che a loro volta sono il prodotto di assunzioni deliberatamente introdotte da ricercatori e studiosi), le argomentazioni addotte da Romano, Sartori e Pasquino sono assai più discutibili, oltre che francamente poco plausibili.
Procediamo con ordine.
La simulazione del Centro italiano studi elettorali, come dice chiaramente lo stesso D’Alimonte in una nota metodologica che accompagna il suo articolo, si basano sulla rielaborazione dei dati delle elezioni politiche 2006 al Senato secondo la struttura dell’offerta elettorale del 2008, ponderata alla luce delle tendenze rilevate nei sondaggi dell’ultimo mese. Operazione usuale e del tutto legittima, ma che sconta inevitabilmente il fatto di essere il prodotto di una ricostruzione congetturale e a priori, che in condizioni di mutata offerta politica potrebbe non essere sufficientemente verosimile. È vero che la ponderazione in base ai sondaggi più recenti dovrebbe almeno in parte compensare questo problema. Ma è altrettanto vero che la presenza di un’elevata percentuale di indecisi, che ancora negli ultimi sondaggi era stimata intorno ad un terzo dell’elettorato, non permette di concludere che gli effetti conseguenti alla nuova offerta politica si siano già interamente dispiegati. Ciò comunque, si sa, fa parte delle regole del gioco: qualsiasi tentativo di stima si espone a questo genere di rischio e poiché si tratta di un’esposizione consapevole, è assai difficile che da una previsione simulata si possano trarre conclusioni certe e definitive.
Per quel che invece riguarda Romano, Pasquino e Sartori il tema si dipana fra l’elevato numero di indecisi che lascia presagire un’impennata delle astensioni e la difesa del voto disgiunto a fronte della presunta criminalizzazione che ne starebbero facendo Veltroni e Berlusconi. Sia chiaro: il voto disgiunto, come ogni altra forma di voto dotato di una chiave di lettura in qualche modo strategica, è cosa del tutto legittima. Del resto, parimenti legittima è anche la giustificazione che il Partito Democratico e il Popolo delle Libertà danno del voto a loro favore come di un voto concretamente utile. Sono invece le ragioni a favore del voto disgiunto che lasciano perplessi. Dagli effetti sulla rappresentatività complessiva del sistema, che potrebbe vedere l’esclusione dal Senato di forze quali lo SDI, la Sinistra Arcobaleno e l’UdC, alle conseguenze sul numero degli astenuti, che aumenterebbero a seguito dello spauracchio del voto inutile. Dalla preclusione di possibili alleanze di governo, che sarebbero impedite dall’assenza dei partiti più piccoli, alle maggiori probabilità di una vittoria risicata per l’avversario, che deriverebbe dall’erosione dei premi di maggioranza regionali dovuta al superamento della soglia dell’8% anche da parte dei partiti minori. Fino al cervellotico ragionamento tecnico-politico con cui Sartori motiva un inedito voto di sfiducia costruttivo (che poi sarebbe un voto disgiunto distribuito in maniera parzialmente casuale fra il partito che si intende penalizzare di meno al Senato e quello che si vuole punire di più alla Camera), giustificato dalla necessità di indirizzare alla classe politica italiana un chiaro ed incontrovertibile messaggio di rifiuto. Argomenti francamente un po’ fragili, che peraltro contrastano in maniera stridente con quanto gli stessi Romano, Pasquino e Sartori hanno in passato più volte sostenuto, a proposito della necessità di una trasformazione del sistema politico italiano in direzione di una democrazia più competitiva ed efficace.
La nascita del PD e la leadership di Veltroni hanno già in pochi mesi contribuito a ridurre la frammentazione politica. E se non fosse per una cattiva legge elettorale, il voto di domenica e lunedì potrebbe fornire un primo concreto riscontro sotto il profilo della governabilità, mettendo un leader – chiunque esso sia – in condizione di guidare il paese in coerenza con la propria proposta programmatica. Tutto ciò non era nemmeno lontanamente prevedibile fino all’estate scorsa, quando il governo navigava a vista fra i veti incrociati dei partiti di maggioranza più piccoli e l’opposizione era divisa fra i protagonismi di leader agguerriti e litigiosi che aspettavano soltanto di capire se e in quali condizioni si sarebbe andati al voto anticipato.
Oggi, a prescindere da una riforma elettorale che mai arriva proprio perché quasi nessuno la vuole, il paese è finalmente nelle condizioni di poter scegliere fra due alternative di governo a vocazione maggioritaria. Ma allora che senso ha lamentare l’esclusione dal Senato di alcune forze politiche minori, sostenendo addirittura – come fa Romano – che ciò costituirebbe un vulnus per la vita democratica del nostro paese. E che senso ha guardare con favore all’ipotesi di un accordo di governo post-elettorale con i partiti più piccoli, giustificando in virtù di tale accordo – come fa Pasquino – la valenza strategica del voto disgiunto, quando il nostro recente passato è costellato da fallimentari esperienze di coalizioni vittima del potere di ricatto delle forze minori e proprio per questo capaci di vincere le elezioni ma incapaci di governare? Ed ancora che senso ha votare contro una proposta politica e di governo, per il solo gusto di contrastarne l’affermazione, per il solo gusto di mandare un segnale di rifiuto all’attuale classe politica – come sostiene Sartori – se poi questo comportamento tanto idiosincratico quanto autolesionista altro non farebbe che danneggiare il paese, che mai come oggi ha bisogno di governi stabili e leadership autorevoli?
Votiamo per il futuro del paese, lasciando da parte ipotesi improbabili di voto disgiunto, strategico o di sfiducia costruttivo. E votiamo una forza politica che può realmente governare, così che anche se i numeri non saranno favorevoli almeno sia chiaro che gli italiani vogliono finalmente uscire da quella lunga e ancora in conclusa transizione che ne ha finora pregiudicato le possibilità di rilancio.
luciano.fasano@unimi.it