Chi siamo
   Eventi
   Newsletter
   Link
   Rassegna stampa

  CFP Global Watch
Osservatorio internazionale a cura di Simone Comi

  Caffè America
Osservatorio elezioni midterm Usa 2010
a cura di Valentina Pasquali

  IPSE
Osservatorio su Istituzioni, Partiti, Sistemi elettorali
a cura di Davide Biassoni

    Expo 2015
Osservatorio Milano Expo 2015 a cura di Stefano Florio

Home » Newsletter n. 123 - 11 aprile 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 123 – 11 aprile 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 123 dedicata alla elezioni politiche italiane.

Buona lettura e buon voto!
La Redazione


Sommario:

Nicola Pasini, Alessandro Fanfoni
Indietro non si torna!


Luciano Fasano
Un voto per il futuro del paese, senza improvvisazioni ed inutili ipotesi di scuola


Davide Biassoni
La vera partita si gioca al Senato


Giovanni A. Cerutti
Il taglio dell’estrema


Visualizza versione stampabile




Nicola Pasini, Alessandro Fanfoni
Indietro non si torna!

Siamo arrivati al voto peggio di come siamo partiti. Negli ultimi giorni sono riaffiorati, da una parte e dall’altra, alcuni dei vecchi vizi e degli automatismi ideologici ai quali gli anni della seconda Repubblica ci hanno purtroppo abituato.
L’inizio della campagna elettorale, invece, era stato più ottimisticamente dominato dalle due grandi novità con cui bisognerà fare i conti: la nascita del Partito democratico e la scelta del suo segretario Walter Veltroni di rompere lo schema delle coalizioni-monstre;  e, quasi specularmente, la nascita del Popolo della Libertà e la rottura dell’alleanza con l’Udc.
Sono state sufficienti queste due innovazioni (è tuttavia doveroso riconoscere a Veltroni il coraggio della prima mossa) per terremotare il quadro politico-partitico sostanzialmente bloccato dal ’94, innescando così un mutamento di sistema che deve ancora produrre tutte le sue conseguenze.
Non solo, ma quel che è accaduto ha rovesciato la regola aurea dell’immobilismo della seconda Repubblica, secondo la quale “per cambiare, bisogna prima riscrivere le regole”. Invece, si è dimostrato che la volontà e la lungimiranza politica vengono prima di qualunque legge elettorale, regolamento parlamentare o altro.
Ora, che il Centro di Formazione Politica formuli il proprio endorsement per Walter Veltroni non è certo una notizia. Tuttavia, ci preme minimamente motivare il nostro voto. Concessi tutti gli errori che Veltroni possa aver commesso comprensibilmente nel breve lasso di tempo che è trascorso dalla sua elezione a segretario all’avventura elettorale, siamo convinti che la sua interpretazione di cosa debba essere il Pd  sia assolutamente vincente. Si poteva fare di più? Forse. Si potrà fare di più? Molto dipenderà dall’esito elettorale. Nelle urne, infatti, non è solo in gioco il governo del paese ma anche la forma, i contenuti, in breve il destino del Pd. Nessuna conquista si può dare per scontata. Non è questo il luogo per entrare nei dettagli. Ci limiteremo alla prima grande rottura che ha contraddistinto il Pd di Veltroni, ossia quel correre liberi senza alleati a sinistra che è la vera precondizione per costruire un soggetto autenticamente riformista e potenzialmente maggioritario. Ebbene, se il Pd di Veltroni dovesse subire un rovescio elettorale anche questo tratto costitutivo del Pd verrebbe rimesso in discussione da chi coltiva altre visioni – concorrenti e legittime – che, se si affermassero, riporterebbero il Pd nell’alveo della matrice unionista. Noi, al contrario, siamo convinti che la strada inaugurata da Veltroni sia l’unica in grado di far crescere un riformismo radicalmente affrancato dai conservatorismi del passato, in grado di conquistare il favore di territori elettorali moderati ancora in cerca di un proprio riposizionamento, ma soprattutto in grado di consegnare al paese un bipartitismo maturo garante di semplificazione, stabilità, governabilità e alternanza.
Per questo, ciascun voto dato al Partito democratico è come se valesse doppio: da una parte, contribuisce alla sfida per la conquista della maggioranza che metterebbe immediatamente il Pd alla prova del governo del Paese; dall’altra, rafforza la scommessa di Veltroni per un partito la cui autonomia e modernità saranno patrimonio per tutti gli italiani.



Luciano Fasano
Un voto per il futuro del paese, senza improvvisazioni ed inutili ipotesi di scuola

In queste settimane si è molto parlato di voto disgiunto. E talvolta lo si è fatto anche a sproposito. Il tutto ha preso le mosse da una prima dettagliata analisi di Roberto D’Alimonte, che sul Sole 24 Ore del 23 marzo provava a tratteggiare diversi possibili scenari per il Senato, utilizzando una simulazione del Centro italiano di studi elettorali. In particolare, D’Alimonte sosteneva che nelle regioni in cui l’esito elettorale è incerto un voto al Senato per una forza minore (la Sinistra Arcobaleno o l’UdC) potrebbe ridurre l’entità del premio di maggioranza ad appannaggio del vincitore. Da ciò discenderebbe che in regioni come la Lombardia, dove la maggioranza dei voti andrà sicuramente al PdL, un voto di questo tipo potrebbe contribuire alla diminuzione del surplus di seggi a vantaggio di Berlusconi, dapprima a livello regionale e, di conseguenza, sul piano nazionale. Il tutto a seguito delle modalità che al Senato regolano l’assegnazione del premio di maggioranza su base regionale, in virtù delle quali la lista che ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti deve vedersi riconoscere almeno il 55% dei seggi in palio.
La puntuale analisi di D’Alimonte, che di per sé era indirizzata a mettere in luce come in queste elezioni Sinistra Arcobaleno e UdC possano potenzialmente giocare un ruolo determinante, ha poi dato la stura – forse anche involontariamente – ad un susseguirsi di interventi, volti ad esaltare il ruolo del voto disgiunto nell’impedire il successo di Berlusconi e nel salvaguardare la natura plurale della nostra democrazia. Ancora questa settimana, Andrea Romano su La Stampa e Gianfranco Pasquino su l’Unità, hanno motivato la valenza strategica e l’utilità di un voto ai partiti minori. Last but not least, Giovanni Sartori sul Corriere della Sera di oggi si inventa un poco probabile voto di sfiducia costruttivo (sic!).
Ma siamo proprio sicuri che le cose stiano come dicono questi illustri commentatori? Perché se è vero che le riflessioni di D’Alimonte hanno un loro fondamento di verità (sebbene si tratti di una verità ipotetica, poiché fondata su simulazioni che a loro volta sono il prodotto di assunzioni deliberatamente introdotte da ricercatori e studiosi), le argomentazioni addotte da Romano, Sartori e Pasquino sono assai più discutibili, oltre che francamente poco plausibili.
Procediamo con ordine.
La simulazione del Centro italiano studi elettorali, come dice chiaramente lo stesso D’Alimonte in una nota metodologica che accompagna il suo articolo, si basano sulla rielaborazione dei dati delle elezioni politiche 2006 al Senato secondo la struttura dell’offerta elettorale del 2008, ponderata alla luce delle tendenze rilevate nei sondaggi dell’ultimo mese. Operazione usuale e del tutto legittima, ma che sconta inevitabilmente il fatto di essere il prodotto di una ricostruzione congetturale e a priori, che in condizioni di mutata offerta politica potrebbe non essere sufficientemente verosimile. È vero che la ponderazione in base ai sondaggi più recenti dovrebbe almeno in parte compensare questo problema. Ma è altrettanto vero che la presenza di un’elevata percentuale di indecisi, che ancora negli ultimi sondaggi era stimata intorno ad un terzo dell’elettorato, non permette di concludere che gli effetti conseguenti alla nuova offerta politica si siano già interamente dispiegati. Ciò comunque, si sa, fa parte delle regole del gioco: qualsiasi tentativo di stima si espone a questo genere di rischio e poiché si tratta di un’esposizione consapevole, è assai difficile che da una previsione simulata si possano trarre conclusioni certe e definitive.
Per quel che invece riguarda Romano, Pasquino e Sartori il tema si dipana fra l’elevato numero di indecisi che lascia presagire un’impennata delle astensioni e la difesa del voto disgiunto a fronte della presunta criminalizzazione che ne starebbero facendo Veltroni e Berlusconi. Sia chiaro: il voto disgiunto, come ogni altra forma di voto dotato di una chiave di lettura in qualche modo strategica, è cosa del tutto legittima. Del resto, parimenti legittima è anche la giustificazione che il Partito Democratico e il Popolo delle Libertà danno del voto a loro favore come di un voto concretamente utile. Sono invece le ragioni a favore del voto disgiunto che lasciano perplessi. Dagli effetti sulla rappresentatività complessiva del sistema, che potrebbe vedere l’esclusione dal Senato di forze quali lo SDI, la Sinistra Arcobaleno e l’UdC, alle conseguenze sul numero degli astenuti, che aumenterebbero a seguito dello spauracchio del voto inutile. Dalla preclusione di possibili alleanze di governo, che sarebbero impedite dall’assenza dei partiti più piccoli, alle maggiori probabilità di una vittoria risicata per l’avversario, che deriverebbe dall’erosione dei premi di maggioranza regionali dovuta al superamento della soglia dell’8% anche da parte dei partiti minori. Fino al cervellotico ragionamento tecnico-politico con cui Sartori motiva un inedito voto di sfiducia costruttivo (che poi sarebbe un voto disgiunto distribuito in maniera parzialmente casuale fra il partito che si intende penalizzare di meno al Senato e quello che si vuole punire di più alla Camera), giustificato dalla necessità di indirizzare alla classe politica italiana un chiaro ed incontrovertibile messaggio di rifiuto. Argomenti francamente un po’ fragili, che peraltro contrastano in maniera stridente con quanto gli stessi Romano, Pasquino e Sartori hanno in passato più volte sostenuto, a proposito della necessità di una trasformazione del sistema politico italiano in direzione di una democrazia più competitiva ed efficace.
La nascita del PD e la leadership di Veltroni hanno già in pochi mesi contribuito a ridurre la frammentazione politica. E se non fosse per una cattiva legge elettorale, il voto di domenica e lunedì potrebbe fornire un primo concreto riscontro sotto il profilo della governabilità, mettendo un leader – chiunque esso sia – in condizione di guidare il paese in coerenza con la propria proposta programmatica. Tutto ciò non era nemmeno lontanamente prevedibile fino all’estate scorsa, quando il governo navigava a vista fra i veti incrociati dei partiti di maggioranza più piccoli e l’opposizione era divisa fra i protagonismi di leader agguerriti e litigiosi che aspettavano soltanto di capire se e in quali condizioni si sarebbe andati al voto anticipato.
Oggi, a prescindere da una riforma elettorale che mai arriva proprio perché quasi nessuno la vuole, il paese è finalmente nelle condizioni di poter scegliere fra due alternative di governo a vocazione maggioritaria. Ma allora che senso ha lamentare l’esclusione dal Senato di alcune forze politiche minori, sostenendo addirittura – come fa Romano – che ciò costituirebbe un vulnus per la vita democratica del nostro paese. E che senso ha guardare con favore all’ipotesi di un accordo di governo post-elettorale con i partiti più piccoli, giustificando in virtù di tale accordo – come fa Pasquino – la valenza strategica del voto disgiunto, quando il nostro recente passato è costellato da fallimentari esperienze di coalizioni vittima del potere di ricatto delle forze minori e proprio per questo capaci di vincere le elezioni ma incapaci di governare? Ed ancora che senso ha votare contro una proposta politica e di governo, per il solo gusto di contrastarne l’affermazione, per il solo gusto di mandare un segnale di rifiuto all’attuale classe politica – come sostiene Sartori – se poi questo comportamento tanto idiosincratico quanto autolesionista altro non farebbe che danneggiare il paese, che mai come oggi ha bisogno di governi stabili e leadership autorevoli?
Votiamo per il futuro del paese, lasciando da parte ipotesi improbabili di voto disgiunto, strategico o di sfiducia costruttivo. E votiamo una forza politica che può realmente governare, così che anche se i numeri non saranno favorevoli almeno sia chiaro che gli italiani vogliono finalmente uscire da quella lunga e ancora in conclusa transizione che ne ha finora pregiudicato le possibilità di rilancio.

luciano.fasano@unimi.it


Davide Biassoni
La vera partita si gioca al Senato

La sera del prossimo 14 aprile ci sarà un chiaro ed unico vincitore, o tutti si dichiareranno tali secondo l’opinabile costume italiano dove mai nessuno esce sconfitto dalle consultazioni elettorali? Il primo elemento significativo riguarderà il dato sull’astensione, in quanto termometro del distacco e della disillusione crescente degli italiani verso la “Casta”: preoccupante sarebbe toccare o addirittura oltrepassare la soglia del 30% poiché ciò sentenzierebbe l’indifferenza (o il rifiuto) di quasi un elettore su tre verso la classe politica dirigente. Il secondo aspetto cruciale concerne la composizione del Senato: date 4-5, o forse più, Regioni in bilico è improbabile la formazione di una maggioranza netta alla Camera Alta, mentre in quella Bassa solo una delle due coalizioni (PDL-Lega, oppure PD-IDV) vincerà il premio nazionale. Come ben risaputo, per via del nostro bicameralismo perfetto (e ridondante), un governo deve avere la fiducia in entrambi i rami del Parlamento: appare allora naturale pensare al ruolo decisivo che potrebbero avere alcuni partiti medio-piccoli negli equilibri del futuro esecutivo. Molte forze politiche verranno presumibilmente escluse in quanto al di sotto dell’8% dei voti a regionale, mentre la Sinistra Arcobaleno e l’UDC saranno certamente in grado di conquistare seggi a Palazzo Madama. Fondamentale si rivelerà la consistenza del margine di maggioranza del vincitore: da un lato il PDL potrebbe dipendere dalla “stampella” del centro cattolico, dall’altro il PD potrebbe avere la necessità di rivedere il suo rapporto con la SA oppure avere la necessità di avvicinarsi alla stessa UDC. In particolare, se i democristiani dovessero eleggere molti rappresentanti, il tavolo delle trattative per loro si farebbe molto interessante, poiché potrebbero trattare un accordo alla loro destra o alla loro sinistra, o addirittura con entrambi in caso di sostanziale pareggio fra i due principali contendenti, con la conseguente necessità di dare vita a un governo delle larghe intese. Così, Casini probabilmente punta proprio a diventare il mediatore dell’asse “Veltrusconi”, in veste d’intermediario per l’intesa fra i due partiti maggiori. L’ultimo elemento da non trascurare riguarda la Lega Nord: alleata al PdL, non avrà problemi nel superare le soglie di sbarramento e potrebbe anzi calamitare molti voti di protesta contro gli sprechi e l’inefficienza della “politica romana”. Perciò, anche se Berlusconi tornasse a Palazzo Chigi, deve sperare di riuscirci sostenuto soprattutto dai voti del suo partito poiché la convivenza con un Bossi uscito fortificato dalle urne gli creerebbe non pochi grattacapi, specialmente se dovesse ricercare anche i voti di Casini, il cui rientro (anche mediante sostegno esterno) in un’ipotetica nuova alleanza di centro-destra sarebbe tutt’altro che indolore.

davide.biassoni@unimi.it




Giovanni A. Cerutti
Il taglio dell’estrema

La decisione di Walter Veltroni di presentarsi alle elezioni rinunciando all'alleanza con i partiti della sinistra radicale è la naturale conseguenza di una reciproca incompatibilità apparsa sempre più chiara man mano che procedeva la vicenda del governo Prodi. Incompatibilità così profonda da non poter essere più riassorbita nemmeno dal comune collante dell'antiberlusconismo.
Penso che il punto di rottura, dal quale originano tutte le differenze politiche e programmatiche, possa essere individuato nel tentativo - perché di tentativo si tratta, essendo ancora più un progetto da realizzare che una realtà consolidata - del partito democratico di emanciparsi dall'esperienza dei partiti di massa, esperienza alla quale, al contrario, i partiti della sinistra radicale restano profondamente legati, tentando in tutti i modi di aggiornarla alle mutate condizioni storiche, per renderla nuovamente attuale.
In Italia, dopo la fine della grande stagione dei partiti di massa intorno agli anni settanta, è mancata completamente una riflessione sul modello di partito adeguato a una società in via di modernizzazione. Nella loro storia i partiti di massa sono stati soprattutto degli integratori sociali, che miravano a dar voce e a soddisfare i bisogni del proprio mondo di riferimento e consideravano l'ingresso nell'arena politica degli stati liberali come un momento di questa più ampia strategia. L'idea della competizione elettorale per il governo era profondamente estranea alla loro cultura politica; si trattava semplicemente di dare rappresentanza in parlamento agli interessi che li costituivano, contrattando o imponendo le proprie istanze. È del tutto naturale, quindi, che sia stato il sistema elettorale proporzionale ad accompagnare la stagione dei partiti di massa. Paradossalmente, questo modello è stato messo in crisi dal suo successo. Piallata completamente da vent'anni di fascismo, la società italiana - già gracile e asfittica nell'età liberale - è stata modellata nel dopoguerra dalle organizzazioni che ruotavano intorno ai partiti di massa. Il processo di integrazione sociale che si mette in moto, grazie anche alle istituzioni del nascente welfare, riesce a dare origine a una società più omogenea, pur tra squilibri e conflitti, e a porre le premesse per l'affermazione anche in Italia di una società moderna. Ma a quel punto i partiti non sono più riusciti a ridefinirsi in modo adeguato ai mutamenti in corso, restando prigionieri del modello del partito di massa sostanzialmente fino ad oggi. 
È soprattutto la cultura politica dei dirigenti e dei militanti di partito a conservare i tratti di quell'esperienza, che, però, estrapolati dal loro contesto originario sono diventati via via sempre più anacronistici e insopportabili, fino a giungere al paradossale risultato di consegnare una politica sempre meno autorevole alla subalternità agli interessi consolidati e alle mille corporazioni non più integrate e limitate da progetti politici di alto profilo. Una cultura politica che non riesce a fare i conti fino in fondo con la questione del governo, con l'idea di competere in una società dai valori di fondo omogenei, in cui prevale largamente il voto di opinione, sulla base di progetti politici che tengano conto soprattutto degli interessi generali e di sistema, interpretando al meglio le dinamiche di sviluppo e progresso, materiale e immateriale.
Perse le masse da organizzare, è ora di andare alla ricerca di cittadini con cui interloquire, cittadini le cui esperienze non sono riconducibili completamente all'arena politica, e quindi alle geometrie partitiche. È, quindi, sulla capacità di costruire un modello di partito in grado di restituire in un progetto politico adeguato e autorevole i bisogni e le aspirazioni che vengono generati dalla dinamica sociale che si gioca molta parte del futuro del partito democratico.

giovanni.cerutti@tiscali.it



   Programma
   Aree tematiche
   Docenti
   Modulo d'iscrizione
   Materiale didattico

   Edizione 2005
   Edizione 2006
   Edizione 2007
   Edizione 2008
   Edizione 2009
    Newsletter
CFP NEWS, tutti i venerdì la Newsletter del Centro di Formazione Politica.

Nell'ultimo numero:

La strana estate

Diagnosi di un sistema avvitato

Afghanistan, l’unica certezza resta il Grande Gioco

Gli americani abbandonano l'ambiente

La sinistra milanese rimandata a settembre

Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

    Archivio primo piano






    RSS
Rss

Centro Formazione Politica - Via Cosimo del Fante, 13 - 20122 Milano - tel. 02 58325661 -
credits