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Home » Newsletter n. 124 - 18 aprile 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 124 – 18 aprile 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni



Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 124.

Buona lettura!
La Redazione

Sommario:

Nicola Pasini
Un paese normale, dopo la tempesta elettorale?


Alessandro Fanfoni
Che sarà del Pd?


Luciano Fasano
Nord: eterna contraddizione che ritorna!


Enrico Bellini
2008-2013: No Excuse!


Davide Biassoni
Caporetto per la sinistra italiana


Edoardo Ambrato
Stravaganti consolazioni


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ Dalla Pennsylvania al Veneto


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Religione in America


Raffaele Mauro
VerdeNero: il lato oscuro dell’economia italiana nella narrativa contemporanea


Filippo Casati
Giovani, riguadagniamo ciò che abbiamo perso!


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Nicola Pasini
Un paese normale, dopo la tempesta elettorale?

Un effetto, magari casuale, queste elezioni (nonostante questa legge elettorale) l’hanno avuto: semplificare - grazie anche alle diverse soglie di sbarramento - il quadro politico. Certo, il merito va attribuito all’accelerazione data da Walter Veltroni al nascente PD, cui è seguita la risposta di Berlusconi attraverso la nascita del PdL. Ora, la rappresentanza parlamentare è costituita da due grandi forze politiche (PdL e PD) alleate rispettivamente a due forze minori (Lega Nord e Italia dei Valori), sicuramente poco affidabili dal punto di vista della coerenza coalizionale, ma difficilmente in grado di sconvolgere l’attuale assetto bipolare e in futuro, forse, bipartitico del nostro sistema politico. Il merito maggiore è, però, degli elettori che da tempo hanno interiorizzato la dinamica maggioritaria dell’offerta politica. A questo punto, siamo entrati nella normalità delle cosiddette democrazie competitive? Con un assetto più stabile e sicuramente molto meno frammentato, la governabilità sembrerebbe essere assicurata. A Berlusconi l’ardua responsabilità del governo, nella speranza che finalmente - al terzo tentativo - sia in grado di riportare l’Italia in linea con le grandi democrazie europee. Compito non facile, anche a causa della recessione economica in atto. Al PD l’onere dell’opposizione, nella speranza che crei le condizioni per poter vincere al prossimo appuntamento e, allo stesso tempo, che sia in grado di collaborare con la maggioranza sulle principali riforme istituzionali e sulle grandi questioni che presuppongono una visione unitaria per superare le molte arretratezze del paese. Anche qui, compito non facile che presuppone, sia da una parte sia dall’altra, una classe dirigente e una cultura politica all’altezza. Quello che è in gioco non è tanto la sorte di una o l’altra forza politica, quanto, le sorti di un’Italia molto disomogenea. Siamo curiosi di vedere le prime mosse del governo e della maggioranza che lo sostiene, così come di capire la consistenza del PD che dalla sconfitta ha ora più tempo per ricercare la sua (nuova?) identità. Aspettiamo fiduciosi, per il bene del Paese.

direzione@formazionepolitica.org


Alessandro Fanfoni
Che sarà del Pd?

In politica, vincere non è tutto. Meglio: vincere le elezioni non è il solo scopo di una forza politica. Si può vincere e vincere male – come è accaduto all’Unione nel 2006 – con conseguenze più gravi di una sconfitta.
Vincere, in politica, è tutto. Se vincere significa, per prima cosa, vincere “la battaglia delle idee”, perché questa è la premessa necessaria per un’inevitabile vittoria anche nelle urne. Ma, “battaglia delle idee” non è nulla di astratto. La politica non è accademia. Al contrario, si tratta di qualcosa estremamente concreto che non si riduce ad un appiattimento sul reale, ma nemmeno evapora nel sogno di un’utopia. Vincere la “battaglia delle idee” significa stare con un piede nel presente ed un altro proteso nel futuro nella tensione progettuale che nasce dallo sforzo di comprendere le tendenze concrete in atto (senza negarle perché in disaccordo con la propria gabbia ideologica) e dallo sforzo di elaborare le migliori risposte.

Questa figura acrobaticamente sospesa, ha qualcosa a che fare con il Partito Democratico.
Il Pd di Walter Veltroni, infatti, si è proteso egregiamente nel futuro imponendo una svolta sistemica che, in un colpo solo, ha archiviato l’inerzia mortifera della seconda Repubblica. “Correre da soli, correre liberi” ha frantumato lo specchio di una competizione sterile che impoveriva l’Italia e perpetuava la Repubblica dei partitini, delle micro-rappresentanze, delle ego-rappresentazioni. Non solo, il Pd di Veltroni si è proteso egregiamente nel futuro perché ha saputo indicare – e intraprendere – la direzione di una ridefinizione di ciò che deve essere l’orizzonte progettuale, assertivo e pragmatico di una moderna forza riformista di sinistra. Poi però sono arrivati gli errori, gli inevitabili passi falsi, dalle candidature-vetrina ai messaggi-spot.
Del resto è impensabile che si diano simultaneamente e in un solo gesto rottura e costruzione del nuovo: troppa continuità nella rottura, troppa prossimità con una nomenclatura ed una cultura che avevano appena finito di governare. Il piede nel presente era malmesso, ancora troppo ancorato al passato.
Ora cosa sarà del Partito democratico? Continuerà nel solco tracciato da Veltroni o cercherà altre strade? Quale opzione strategia prevarrà? Il fallito, frettoloso assalto al centro, riorienterà il Pd verso l’anima socialdemocratica sancendo così la fine dell’eccezione del centrosinistra italiano, della sua sperimentazione, o si avrà la forza e l’umiltà per fare del Pd un approdo strutturato, coerente e credibile per il voto moderato? Si realizzerà una vasta e capillare operazione di selezione e rinnovamento della classe dirigente del partito perché al nome nuovo corrispondano anche nuovi talenti reclutati a partire dai livelli di rappresentanza e di amministrazione locale? Si avranno la freschezza e la franchezza intellettuale per rimettere in discussione gli schematismi culturali che hanno appannato la corsa elettorale? Si getteranno le fondamenta per creare una nuova sensibilità che rimetta il centrosinistra in grado di dialogare con le istanze di rinnovamento di quel vasto nord che gli ha voltato le spalle o si assisterà ad un clamoroso rinculo nei territori rassicuranti delle proprie appartenenze? Il Pd sarà forza di sfondamento o di conservazione? Sarà in grado di accompagnare la modernità o sarà costretta a subirla? Ora c’è da vincere la “battaglia delle idee” per tornare a vincere nelle urne. E – deve essere chiaro per tutti - è un lavoro che richiederà anni. Qualcuno l’ha già ribattezzata “una traversata nel deserto”. Ma il ruolo dell’opposizione serba dei frutti insperati per chi sappia coglierli. Che non si sprechi l’occasione come nel 2001. Le future vittorie si costruiscono oggi.



Luciano Fasano
Nord: eterna contraddizione che ritorna!

Il voto del 13 e 14 aprile riporta all’attenzione del dibattito politico la cosiddetta questione settentrionale. E non perché il Partito Democratico non riesce a sfondare nel Nord del paese. Ma perché nei fatti, e al di là delle discettazioni intellettuali, vi è una parte dell’Italia in cui il disagio avvertito nei confronti della politica, in particolare dei partiti e delle istituzioni nazionali, è tale da tradursi in assoluto disinteresse nei problemi economici e sociali che attanagliano il resto del paese. Ecco, forse in maniera un po’ rudimentale, questa potrebbe essere una definizione di questione settentrionale: il fatto che il Nord, disincantato nei confronti della politica e incerto rispetto al proprio futuro, si rifiuti di riconoscere altre priorità al di fuori di quelle che lo interessano direttamente, rivendicando alle proprie istanze, con un certo orgoglio e non senza rancore, il valore esclusivo di un’agenda politica che da sola può e deve bastare al rilancio del paese. Non si tratta di una scoperta di oggi, sebbene ancora molti siano coloro che guardano con scetticismo alle categorie interpretative della questione settentrionale. Se sfogliamo le pagine delle pubblicazioni della Fondazione Nord Est sulla società e l’economia, piuttosto che quelle sugli orientamenti civici, (e questo solo per quel che riguarda le regioni del Triveneto, perché poi vi sarebbe da fare un discorso simile anche per la Lombardia e le altre regioni del Nord, come testimonia il voto di domenica e lunedì scorso) ci troviamo di fronte ad una società ricca, con un’elevata qualità della vita, con un sistema economico e produttivo in continua trasformazione, dotato di una sua autonoma capacità di adattamento alle sfide ambientali del mercato e della globalizzazione, che tuttavia presenta fragilità e contraddizioni. Una parte delle sue imprese non ha retto alla concorrenza internazionale o non si è attrezzata in tempo per rispondere alle sfide della competizione. Un’altra ha invece saputo adattarsi alle nuove condizioni, ma lo ha fatto nella più totale solitudine, sperimentando quasi casualmente forme di adattamento inedite, in parte anche attraverso innovative modalità di organizzazione sociale della produzione (aggregandosi con altre imprese in forme consortili, stipulando accordi di produzione e commercializzazione, allungando la catena del valore del proprio prodotto) in grado di rappresentare un’alternativa al modello del distretto industriale che andava ormai mostrando i suoi limiti. Si tratta tuttavia di una società che si riconosce in maniera pressoché totale nel lavoro, sebbene in una cultura del lavoro diversa da quella tradizionale, in cui ciò che conta non è il processo produttivo materiale ma la voglia di intraprendere, con una forte attenzione al successo che consegue alla ricerca di soluzioni produttive nuove e di qualità. Una società cresciuta, forse suo malgrado, in solitudine, nella solitudine dell’imprenditore/lavoratore, del tessuto infinito di piccole e medie imprese, che ha fatto della solitudine la sua virtù, esaltandola in contrasto all’attenzione assistenzialista che lo stato ha sempre attribuito alle grandi famiglie imprenditoriali e all’economia della grande impresa. Una società che, nell’ultimo decennio, è anche cresciuta significativamente sotto il profilo dell’istruzione, come confermano anche le più recenti indagini PISA dell’OCSE, in base alle quali gli studenti del Nord-Est evidenziano una preparazione superiore alla media italiana e, soprattutto, dei loro coetanei degli altri paesi OCSE. E che ha capito come la successione familiare non possa da sola rappresentare una chiave di successo e sopravvivenza per il futuro delle proprie imprese. E poiché è una realtà sociale allevata alla noblesse oblige della solitudine dell’individuo di fronte alle sfide di un mondo che cambia, non ha potuto che declinare la propria soddisfazione nei termini della sfera delle relazioni private, della comunità locale e del mercato. Se infatti si guarda al tipo di fiducia che i cittadini del Nord-Est attribuiscono alle istituzioni, si vede come in cima alla loro scala di preferenze vi siano, a parte le forze dell’ordine, la Chiesa e il Presidente della Repubblica, le istituzioni locali, Comuni e Regioni prima di tutto. Così come intenso è il capitale sociale che innerva la società locale, rispetto al quale si rilevano percentuali di partecipazione alle attività del volontariato, specie di carattere individuale, ed alle associazioni culturali, sportive e ricreative fra le più alte d’Italia. Un mondo in cui forte è il senso di appartenenza alla comunità locale, così come elevato è il grado di sfiducia nei confronti di pratiche e istituzioni nazionali. Un mondo dove la spiccata propensione individuale a scegliere e fare si mescola insieme al profondo timore che le proprie aspettative vengano d’improvviso frustrate.
E questo è il mondo che la Lega Nord, in particolare, ha saputo intercettare, mettendo a disposizione una forma della rappresentanza politica capace di coglierne – sebbene in maniera un po’ artigianale, ma proprio per questo più efficace – le aspettative e le inquietudini. La scarsa fiducia nello Stato e la propensione alla protesta civile. La Lega più ancora che l’artificiale Popolo delle Libertà, perché la Lega ha saputo creare e consolidare un proprio insediamento territoriale che, anche nei momenti difficili, le ha permesso di stare fra la gente, così come erano solite fare le grandi forze politiche popolari che hanno consentito l’ingresso delle masse in politica alle origini della nostra storia repubblicana.
Ora, è chiaro che per il Partito Democratico fare i conti con questa realtà non possa voler dire attestarsi su una sorta di leghismo di sinistra. Non avrebbe alcun senso, anzitutto perché non vi sono dubbi circa il fatto che gli elettori continuerebbero a preferire l’originale alla copia. Tuttavia occorre riconoscere che la novità di Veltroni, per altri versi determinante ai fini di una rimonta che – al di là della sconfitta finale – aveva dell’incredibile fino a ieri, non è di per sé sufficiente a rispondere alla domanda di rappresentanza e di governo proveniente dal Nord. Occorre ristabilire un contatto con questa società, con la sua dimensione territoriale, comprenderne da vicino aspettative ed inquietudini, definire un linguaggio in grado quanto meno di descrivere e comprendere gli oggetti (l’impresa, il lavoro, l’individuo, la volontà di fare, la capacità di intraprendere, il rischio, la creatività, il merito) nello stesso modo in cui sono percepiti dalle persone. Più facile a dirsi che a farsi, si dirà. Certo, una campagna elettorale non poteva da sola colmare il divario culturale, prima ancora che politico, che separa il centrosinistra, anche quello riformista, anche il PD, dal sentire dei territori del Nord. Il punto è che oggi, con le elezioni ormai alle spalle, è più che mai urgente e necessario tornare a parlare di questione settentrionale. Non tanto per declinare in maniera vuota e ritualistica un alibi che in molteplici occasioni, tutte le volte che negli ultimi quindici anni abbiamo perso una competizione elettorale, ha permesso al centrosinistra di emettere qualche primo vagito di fronte ad un mondo incompreso ed ostile. Quanto piuttosto per iniziare a tracciare sul serio quella lunga strada che nei prossimi anni dovrà essere consapevolmente riconosciuta come l’unica strategia possibile per riconquistare consenso nel paese. Così come il successo di Blair fu contrassegnato in primo luogo dalla conquista del Midlands e del sud-est inglese, tradizionalmente ad appannaggio del Partito conservatore, e così come sia Carter che Clinton si sono insediati alla Casa Bianca in primo luogo sfondando in termini di consenso nei territori dell’ostile MidWest repubblicano, allo stesso modo la riscossa del centrosinistra non può che partire dal Nord dell’Italia. Viceversa anche la novità del Partito Democratico di Veltroni verrà in tempi piuttosto rapidi dimenticata ed a tutti noi non resterà che assistere da spettatori ai continui successi di Berlusconi e del centrodestra.

luciano.fasano@unimi.it


Enrico Bellini
2008-2013: No Excuse!

Solo qualche anno fa le Nazioni Unite lanciarono il programma “2015, No Excuse”, ossia una lotta senza scuse (appunto) alla povertà nel mondo. Ecco, il voto degli elettori del 13 e 14 aprile sembra lanciare una richiesta analoga, nella forma, al sistema partitico, al governo e all’opposizione italiani: niente scuse!
Una vittoria. Netta. Berlusconi aveva chiesto agli elettori di avere una maggioranza di almeno 20 senatori: ne ha avuti 30. Veltroni aveva offerto un progetto e una visione nuovi. Ha perso, ma in maniera onorevole, incontrando spesso il favore delle grandi città, ricevendo dal voto un segnale di incoraggiamento, non una promozione netta, ma nemmeno una bocciatura. Il peggiore nemico del quinquennio 2001/2006 (ma anche dello scorso governo Prodi) era stato indicato nell'eccessiva frammentazione partitica: ora sono rimasti tre gruppi parlamentari al governo. Il secondo nemico per antonomasia (anche qui in entrambi gli ultimi due governi) era l'eccessiva distanza ideologica/valoriale: ecco che gli elettori hanno premiato una semplificazione programmatica e partitica. Una eccessiva litigiosità tra gli schieramenti aveva pregiudicato il dialogo: con l’ultimo voto non solo escono rafforzati i due leader che maggiormente negli ultimi tempi hanno parlato di necessità di confronto e di impegni comuni per il bene del paese, ma anche spariscono quelle forze che più si erano opposte a qualsiasi accordo che andasse sotto l’egida di un comune interesse nazionale.
Il Nord, con la sua “questione” (e chiamiamola con il suo nome, finalmente sdoganato!), si lamentava di una sottorappresentazione politica: la cavalcata della Lega Nord, di una “nuova Lega” (come molti commentatori, ora, si affrettano a dire e descrivere) dà finalmente a quei territori, prima “dimenticati” o “non capiti”, una nuova dignità e possibilità di contare. Chi invece, come la Sinistra Arcobaleno, aveva ricominciato, già al governo, a decantare le virtù di una politica d’opposizione tout court, ha trovato nel voto una sonora sconfessione, proprio da parte del suo elettorato, a cui credeva di parlare, non accorgendosi che da lui non era più ascoltata.
Infine un’astensione che aumenta solo leggermente (anche se non va dimenticato il fenomeno delle schede bianche e nulle) può essere letta come l’ultima goccia di fiducia che gli elettori italiani decidono di instillare nella politica italiana.
Insomma, di fronte al baratro di una crisi economica mondiale pronta a coinvolgere anche l’Italia, pur votando con un sistema elettorale non perfetto (ma che ha sbugiardato tutti i teorici dell’identità “proporzionale = estrema frammentazione”), nonostante una classe politica che di rinnovamento ha parlato e parla molto, salvo però spesso fermarsi a questo, gli italiani si sono dati e hanno dato un’altra possibilità. The last chance. So, no excuse!

enrico.bellini@professioneambiente.it


Davide Biassoni
Caporetto per la sinistra italiana

Sinistra all’anno zero causa una débâcle inaspettata e dolorosa: dopo le elezioni di domenica e lunedì scorso, la parte più radicale e antagonista della gauche è rimasta esclusa dalle istituzioni centrali, così per la prima volta nella storia repubblicana il Parlamento non vedrà nei suoi banchi alcun rappresentante comunista. Quali le cause? Si è parlato molto di “vampirizzazione” da parte del Partito Democratico, in particolare puntando l’indice contro Walter Veltroni, considerato reo di averne esautorato il bacino elettorale con il reiterato appello al voto utile. Tuttavia, l’analisi dei dati emersi dalle urne dice qualcosa di diverso: da un lato il PD ha ottenuto poco più del 33% e ciò appare in linea con il consenso aggregato di DS e Margherita; dall’altro, la sinistra disponeva, a priori, di un potenziale superiore anche al 10% tenendo conto che il cartello elettorale arcobaleno riassume Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra Democratica ex-DS. Se quindi la SA ha ottenuto appena più del 3%, è facile dedurre che la perdita di voti è almeno pari (se non superiore) al 7%, di cui solo una parte sono stati assorbiti dal PD, ma i restanti? Appare indubbiamente clamoroso, come testimoniano le analisi dei flussi elettorali, che i consensi rossi siano diventati addirittura verde padano: è, infatti, la Lega accreditata come il partito in grado di aver attratto maggiormente i voti dalla sinistra estrema, dato assolutamente imprevedibile alla vigilia e che ha spinto il Carroccio ad auto-incoronarsi nuova forza di riferimento dei lavoratori. Su queste affermazioni deve comunque esser posta una riserva prudenziale e studi più approfonditi si renderanno necessari ma, ad ogni modo, risulta drammatico lo smarrimento da parte della sinistra della classe sociale di riferimento, da sempre quintessenza e motivo fondatore. Si ritiene che anche la partecipazione nel governo Prodi abbia pesato molto, soprattutto in termini di delusione nell’elettorato che in una certa misura non si sarebbe recato ai seggi. E che dire invece del processo di nascita della SA? Un soggetto unitario, ma de facto un cartello elettorale assemblato per l’impellenza di dover affrontare una corsa solitaria alle elezioni (dopo la mossa del PD di presentarsi esclusivamente con il proprio simbolo) e un candidato Premier – il Presidente della Camera, Fausto Bertinotti – sicuramente popolare ma poco “innovativo”, e dalla sinistra ci si attende logicamente uno stimolo al cambiamento, non tradizionalismo e conservatorismo. E poi la candidatura di Flavia D’Angeli e Marco Ferrando in due formazioni minori che hanno sottratto percentuali minime, poi rivelatesi cruciali nel non raggiungimento del 4% alla Camera. Basta questo a spiegare le ragioni di un tracollo? Tutto vero certo, benché una riflessione critica del programma presentato agli elettori andrà condotta, partendo da quelle che appaiono le priorità degli italiani in questo frangente storico: in primis la crescita, da cui dipende il benessere generale della nazione, perché senza di essa i salari non possono salire, né lo Stato potrebbe incamerare risorse da ridistribuire. E poi l’emergenza della criminalità e la domanda di sicurezza su cui la SA non riesce a dare risposte convincenti, forse perché i cittadini chiedono una politica più restrittiva in quanto spaventati dall’immigrazione clandestina vista come minaccia al lavoro e all’ordine interno. Da questi punti deve ripartire la sinistra: capire la società e fornire risposte, necessariamente diverse da quelle della destra, ma efficaci e convincenti verso un paese bloccato e che teme per il proprio futuro. Monitorando ciò che farà e non farà il governo Berlusconi dovrà essere lesta nel fornire ricette concrete e non ideologiche per soluzioni adeguate e implementabili, non aggrappandosi a vecchie bandiere che nel difficile contesto attuale non trovano più posto. Solo in questo modo, la sinistra potrà aiutare se stessa e l’Italia.

davide.biassoni@unimi.it


Edoardo Ambrato
Stravaganti consolazioni

Il PD ha perso le elezioni. Su questo non ci piove. Il confronto a  distanza con il Popolo delle Libertà si è concluso, com'era prevedibile, con una sconfitta del nuovo partito di Veltroni, che nel breve spazio di una campagna elettorale non ha trovato il tempo sufficiente per scrollarsi di dosso il peso di due anni di governo Prodi, ovvero di una coalizione che per troppe volte e su questioni troppo importanti non ha saputo presentarsi unita ai cittadini e all'opinione pubblica. Eppure, fra le righe di un'analisi del voto che non lascia molti margini interpretativi, in alcune grandi realtà urbane si  sottolinea con un malcelato autocompiacimento il fatto di aver comunque ottenuto più voti che in passato. Prendiamo Milano, per esempio, dove il Partito Democratico ha ottenuto 258.807 voti alla Camera e 241.247 al Senato, contro i 238.859 voti alla Camera e i 186.748 di DS e DL al Senato del 2006. Certo, non vi è dubbio che le cose siano andate meglio. Tuttavia in un sistema politico oggi chiaramente bipolarizzato su PD e PdL, in cui la competizione fra questi due soggetti è il vero elemento che determina il segno di una consultazione elettorale, non si deve farel'errore di scambiare questo incremento di voti (+19.948 alla Camera e +54.499 al Senato) per un risultato politico. Nella Gran Bretagna ante Blair le zone del Midlands e dell'Inghilterra sud-orientale erano insediamenti tradizionali del Partito Conservatore ed uno dei più importanti risultati politici del New Labour è stato proprio quello di invertire la tendenza elettorale in quei territori. Lo stesso dicasi per gli USA, dove il ritorno alla Casa Bianca dei Democratici nel 1992 è contrassegnato dall' importante risultato elettorale conseguito da Bill Clinton negli stati del MidWest, quelli che per tradizione rappresentavano il cuore della "elle repubblicana". Ebbene non vi è dubbio che un reale successo del centro-sinistra riformista in Italia, e quindi del Partito Democratico, non possa che passare attraverso una significativa affermazione nei territori che ancora oggi sono il vero nocciolo duro del voto a Berlusconi e al Popolo delle Libertà.  Non ha pertanto alcun senso sottolineare in positivo l'incremento del voto conseguito a Milano e nelle altre realtà metropolitane, se ciò deve indurci ad un giudizio mero crudo e realistico sull'esito delle elezioni politiche appena celebrate. Non saranno certo quelle poche migliaia di voti in più a segnare una qualche inversione di tendenza, proiettando il Partito Democratico verso un futuro politicamente più roseo. Ancora lunga è la strada verso il successo, e la sottolineatura posta sulla crescita di consensi a Milano - così come in altre grandi realtà urbane -  rischia soltanto di essere una stravagante consolazione.


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ Dalla Pennsylvania al Veneto

E’ significativo che le primarie in Pennsylvania, martedì prossimo, e le elezioni in Italia, domenica scorsa, abbiano portato alla ribalta lo stesso tema: per chi vota la classe operaia? Negli Stati Uniti Hillary Clinton ha lanciato un furioso attacco contro Barack Obama per una frase in cui il suo antagonista per la nomination diceva che molti ex operai che vivono in città dove i posti di lavoro sono scomparsi 25 anni fa e non sono stati sostituiti da nessun nuovo tipo di opportunità, “sono amareggiati e si attaccano alle armi da fuoco, alla religione o all’ostilità verso chi non è come loro (…) come modo di esprimere la loro frustrazione”. Hillary, rivelando una volta di più la stupefacente profondità del suo cinismo, ha immediatamente confezionato uno spot televisivo, e moltiplicato le dichiarazioni, per accusare Obama di essere “antireligioso”. Poiché nella politica americana la religione è un tema delicato (e usualmente sfruttato dai repubblicani) il New York Times è sceso in campo con un editoriale dicendo sostanzialmente ai due candidati democratici di parlare d’altro (per esempio l’Iraq e l’economia) invece di farsi male a vicenda su questo tema.
Ma, naturalmente, il problema non è solo la religione: è il dibattito che va  avanti  da anni negli Stati Uniti sui motivi per cui molti lavoratori che avrebbero tutto l’interesse a sostenere i candidati democratici votano invece per i repubblicani. In fondo anche l’Italia, all’indomani del voto, scopre di non essere un paese così “anomalo”: anche da noi molti operai votano per la destra, in particolare per la Lega. Come in Francia hanno votato, fin dagli anni Ottanta, per Le Pen.
Negli Stati Uniti, la percentuale di voto operaio bianco che va ai candidati democratici non è mai stata molto alta, oscillando nel dopoguerra attorno al 50% (un’analisi più approfondita qui). Alcuni studiosi ne hanno fatto un fenomeno regionale, legato alla fine della segregazione razziale nel Sud e all’antipatia che i lavoratori manuali bianchi hanno nutrito dal 1965 in poi verso il partito che aveva permesso ai neri di votare, i democratici. Ma ci sono buone ragioni per credere che, in realtà, il vero motore dell’ostilità verso un partito che viene percepito come dominato dalle minoranze (borghesia progressista, donne in carriera, afroamericani) e indifferente alle sorti delle vittime della crisi economica sia un profondo risentimento.
Ohio, Pennsylvania, Indiana, sono grandi stati che contengono numerose aree di antica industrializzazione, devastate dallo spostamento delle fabbriche all’estero, o dalla loro semplice chiusura e non sostituite da posti di lavoro fruibili per gli ex operai delle acciaierie. La loro ostilità verso l’immigrazione è simile a quella delle aree pedemontane dove la Lega ha ottenuto i maggiori consensi, non tanto perché i lavoratori siano intrinsecamente xenofobi quanto perché è forte la sensazione di abbandono, di non avere voce, di essere abbandonati in balia di forze incomprensibili come il mercato globale. Al contrario le minoranze di professionisti delle grandi città profittano della globalizzazione e non la temono.
La sinistra americana, come quella italiana, ha dato la sensazione di essere più attenta  ai diritti civili che a quelli economici, difendendo il libero scambio e l’immigrazione più che il salario, la casa o la sicurezza nei quartieri. Le scelte dei candidati vanno nello stesso senso: per quanto abbia improvvisato un messaggio economico populista nelle ultime settimane, Hillary Clinton rimane la moglie del presidente che ha fatto approvare il mercato unico con Messico e Canada (NAFTA) con i voti repubbicani e contro la maggioranza del suo partito. Così Massimo Calearo, rappresentante di un grande gruppo ed ex presidente di Federmeccanica, difficilmente viene percepito come “uno di noi” dagli ex operai che si sono messi in proprio rischiando la liquidazione per aprire un’azienda i cui unici dipendenti sono la moglie, due figli e, forse, un cugino.
La credibilità di una proposta elettorale, per una legge elementare della comunicazione politica, si costruisce nel tempo e le candidature improvvisate non scalfiscono le percezioni dei leader che si sono consolidate negli anni precedenti. Gli operai esistono, e votano: come ha detto Massimo Cacciari al convegno di Milano lo scorso febbraio,  qualsiasi partito che voglia chiamarsi “democratico”, “laburista” o “socialdemocratico” farà bene a ricordarselo.

fabrizio.tonello@unipd.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Religione in America

Washington DC – Con la guerra in Iraq e la crisi economica, anche la religione torna al centro del dibattito politico americano. In seguito alle dichiarazioni fatte la settimana scorsa da Barack Obama sul fatto che gli americani di provincia si rivolgono alla fede nei momenti di frustrazione, la polemica sul significato della religiosità nella vita politica americana si è diffusa per tutto il paese mentre sia Hillary Clinton che John McCain accusavano il Senatore dell’Illinois di essere un liberal intellettuale che ha perso il contatto con la gente comune. Nel frattempo è sbarcato a Washington mercoledì Papa Benedetto XVI per un incontro con il Presidente George Bush, e una visita di sei giorni che include, oltre alla capitale federale, una fermata a New York City.
Qual’è dunque la composizione religiosa degli Stati Uniti e quanto devoto è questo paese?
In un sondaggio condotto nel 2006 dal Pew Forum on Religion and Public Life, affiliato con il Pew Research Center, un centro di ricerca con sede a Washington DC,  il 67% degli americani descriveva gli Stati Uniti come un paese cristiano. Il Pew Forum si occupa proprio di monitorare e analizzare i trend religiosi negli Stati Uniti e, nel febbraio 2008, ha pubblicato uno studio dal titolo U.S. Religious Landscape Survey, che contiene i risultati di un’indagine condotta intervistando 35.000 americani oltre i diciotto anni d’età.
Il 26,3% degli americani dichiara di appartenere ad una qualche confessione protestante evangelica, come ad esempio la chiesa battista evangelica o quella pentecostale evangelica e luterana evangelica. Al secondo posto ci sono i cattolici, con il 23,9% delle preferenze. Il 18,1% degli americani è di fede protestante “classica”, come ad esempio i battisti, metodisti, presbiteriani e luterani non-evangelici. Il 6,9% sono gli statunitensi che frequentano chiese legate all’ideologia di liberazione nera ed esclusivamente costituite di congregazioni afro-americane. Gli ebrei rappresentano l’1,7% della popolazione, i musulmani lo 0,6%. Il 16,1% degli intervistati si dichiara senza affiliazione religiosa specifica, che non significa non-credente.
I protestanti evangelici sono particolarmente numerosi negli stati del centro sud, la cosiddetta Bible Belt, ed in particolare in Tennessee, Oklahoma e Arkansas dove rappresentano oltre la metà della popolazione. La tradizione protestante tradizionale ha il maggior numero di aderenti negli stati rurali del nord: Minnesota, North Dakota e South Dakota. I cattolici sono concentrati nel nord-est, in New Jersey, Massachusetts, Connecticut e Rhode Island.
Il gruppo più numeroso di praticanti ha redditi bassi, un dato che sembra essere vero in particolare per le chiese afroamericane, il 47% degli appartenenti alle quali guadagna meno di 30.000 dollari l’anno. Del resto, su base nazionale, i neri americani hanno redditi inferiori a quelli dei bianchi. Gli ebrei e gli indù mostrano i più alti livelli di educazione, mentre in generale tra il 30 e il 40% degli affiliati ad un qualsiasi credo religioso posseggono un diploma di scuola superiore e tra il 20 e il 30% una laurea.
Gli americani che si dichiarano credenti sostengono la pena di morte in percentuali più alte della media nazionale, anche se la differenza è limitata. Il 62% dei cittadini statunitensi è favorevole alla pena capitale, un numero che sale al 67% dei cattolici ed il 74% dei protestanti evangelici. La religione ha un impatto maggiore sull’opinione degli americani per quanto riguarda il matrimonio gay. Tra coloro che vanno a messa almeno una volta alla settimana, il 73% vi è opposto. Gli evangelici sono i più compatti nella condanna dell’unione matrimoniale tra persone dello stesso sesso,  con l’81% di contrari. Invece, solo il 47% dei cattolici non-ispanici ha un’opinione negativa del matrimonio gay, meno della media nazionale. Il dato è sorprendente se si pensa alla situazione in Italia. Quanto alla scienza e alla biologia, i risultati più inquietanti arrivano dai Cristiani evangelici, tra cui solo il 28% dichiara di credere nell’evoluzione, e un ancor più misero 6% accetta l’idea che l’evoluzione sia avvenuta per selezione naturale.
Quanto all’aspetto più direttamente politico, il Pew Forum scrive; “Gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di separazione tra stato e chiesa, e allo stesso tempo una tendenza profonda a mischiare religione e politica”. In un sondaggio dell’agosto 2007 ad esempio, la maggioranza degli americani (69%) si è dichiarata d’accordo sul fatto che è importante che il Presidente degli Stati Uniti mostri di possedere convinzioni religiose forti. Il pubblico statunitense pare anche vedere di buon grado l’abitudine di George Bush a fare riferimenti alla fede come ispirazione per le proprie scelte politiche. Un rilevamento statistico del 2006 mostra che circa la metà degli intervistati, il 52%, ritiene che il Presidente Bush parli delle proprie convinzioni religiose in una giusta proporzione, e un ulteriore 14% lamenta invece il fatto che non le citi a sufficienza. Gli americani sembrano anche pensare che la religione stia perdendo d’influenza nella società di oggi. Di questo 59%, la gran parte è convinta che si tratti di una tendenza negativa e auspicano maggior presenza della fede nella vita pubblica del paese.
Nonostante ciò, la maggioranza di Americani pare ancora convinta che le scelte e necessità dei cittadini debbano dare forma al sistema legale, anche se una minoranza cospicua, ovvero il 32%, ritiene che invece dovrebbe essere la Bibbia la base della legge.
Considerato questo panorama, non deve sorprendere che le frange più religiose del paese votino tendenzialmente repubblicano. Il Partito Democratico è visto da tutto l’elettorato, persino dagli stessi democratici, come meno attento alla voce del signore. Solo il 26% degli intervistati pensa al partito dell’asinello come amico della religione. Più interessante è il fatto che nemmeno i Repubblicani sono sufficientemente devoti, nell’opinione di alcuni gruppi di fedeli, in particolare i Cristiani evangelici. La metà di costoro, 49%, ritiene che il partito dell’elefante sia troppo poco incline a sentire le ragioni della fede. Per via del fatto che, come scrive il Pew Forum, “gli evangelici esprimono pareri distintamente differenti da quelli del resto del pubblico, e persino rispetto agli altri gruppi religiosi,” costoro rimangono una forza importante sulla scena politica americana, e la loro influenza sul Partito Repubblicano e la capacità di trascinare i candidati del GOP verso posizioni più simili alle proprie, non deve essere sottovalutata.

valentina.pasquali@gmail.com


Raffaele Mauro
VerdeNero: il lato oscuro dell’economia italiana nella narrativa contemporanea

Cosa dire oggi sull’economia italiana? Si potrebbe parlare del tasso di crescita del PIL stimato al 0,3% per il 2008, della produttività stagnante, dell’impatto della crisi finanziaria internazionale o del prossimo governo che verrà costituito con una legge elettorale disfunzionale. O forse no. La comprensione può giungere tramite vie alternative. In passato per capire lo sviluppo economico del nostro paese i romanzi di Volponi, Balestrini ed Ottieri sono stati utili tanto quando i trattati di storia industriale. Nel caso dell’Italia contemporanea questo è vero in misura ancora maggiore, le suggestioni generate da alcune opere di narrativa sono uno strumento che allarga i significati delle statistiche e spiega ciò che in esse non riesce ad essere afferrato.
Un ottimo esempio è il progetto “Verde Nero”,  una collana di narrativa che tratta di ambiente e di criminalità. La definizione adottata è “noir di ecomafia”: per analizzare lo stato del nostro paese è utilizzato uno stile letterario che fino a qualche anno fa era considerato di nicchia ma che ora ha una notevole potenza. Il noir è un genere estremamente diretto, permette di svincolarsi dai canoni della bellezza letteraria tradizionale, consente di “dire le cose come stanno” con le parole giuste, di adattare lo stile linguistico alla melma che caratterizza una fetta significativa della nostra economia: criminalità organizzata, lavoro nero, prevalenza del principio della forza su quello del diritto. Il pool di scrittori che hanno aderito all’iniziativa è notevole: Giancarlo De Cataldo, il gruppo Wu Ming, Loriano Macchiavelli, Sandrone Dazieri e molti altri.
I temi sono vasti, profondi, legati a doppio filo con quello che è il paese reale. Ad esempio in “Previsioni del tempo” di Wu Ming si affronta il tema dello stoccaggio dell’immondizia, recentemente esploso nel caso campano. Un lato oscuro del ciclo dell’economia ambientale, tra le maggiori fonti di reddito della criminalità, che tuttora viviamo come una “emergenza permanente”. Come dice uno dei personaggi “la monnezza è oro”, un crudo dato o che spinge i protagonisti in un viaggio da Sud a Nord, lungo l’autostrada A1. Oppure “Fuoco” di De Cataldo, un romanzo che fa incrociare le traiettorie esistenziali di individui situati nella “zona grigia” che esiste tra attività socialmente rispettabili, l’essere “imprenditori spregiudicati”, e la vera e propria attività criminale. Sullo sfondo della storia si staglia l’epidemia di incendi che ogni estate colpisce i boschi italiani. Uno dei pochi noir dove sono i giovani ad essere personaggi positivi, gli unici in grado di imporre una deviazione allo stato di cose presente.
Capire e contrastare l’economia criminale è un fattore determinante per lo sviluppo economico dell’Italia, certamente quello di maggiore rilievo per il Sud. Molte delle normali attività economiche e finanziarie del nostro paese utilizzano un approccio “flessibile” per quanto riguarda il rispetto delle normative fiscali, lavorative ed ambientali. Le organizzazioni criminali a loro volta si liberano delle rigidità esistenti nel passato, adottando un processo di ibridazione con attività economiche “rispettabili”: l’edilizia, la finanza, il circuito del divertimento, la logistica, la gestione dei rifiuti. Le decisioni di investimento sono indirizzate tra attività legali ed illegali a seconda della profittabilità, cogliendo di volta in volta le opportunità che sorgono nella contingenza di mercato. Un caso da manuale di analisi economica del diritto: la struttura di incentivi rende conveniente il rispetto delle legge solo in casi limitati. Per scardinare questa impalcatura serve un vero e proprio cambiamento di paradigma, un processo che deve affiancare attività giudiziaria, controllo del territorio, analisi scientifica e persuasione culturale. Operazioni come quella di VerdeNero sono fondamentali, aiutano ad illuminare il lato oscuro della nostra economia. Una faccia nascosta che può conservare il suo potere solo se rimane invisibile. (
www.verdenero.it   blog.verdenero.it )

raffaele.mauro@phd.unibocconi.it


Filippo Casati
Giovani, riguadagniamo ciò che abbiamo perso!

“Si è perduto tutto” scriveva Simone Weil. Si è perduta la passione, l’amore, la capacità di pensare un agire autenticamente comunitario. Si è smarrita quell’attenzione alla prassi politica che ormai sembra essere solo un ricordo lontano – un ricordo per vecchi filosofi nostalgici. Si è smarrito lo spirito e, con esso, l’idea che vi debbano essere dei ‘devoirs envers l’etre humain’. Già, si è smarrito tutto e quel ‘tutto’ è ciò di cui non si può fare a meno per compiere l’unico vero fine (l’unico vero teloV) celato nel cuore della tecnh politikh. Abbiamo smarrito il senso più profondo di ciò che ci stiamo apprestando a fare, con sincera dedizione. E questo non può che metterci paura.

Simone Weil, in un suo meraviglioso saggio dal titolo ‘La prima radice’, descrive proprio questa condizione ormai tipica dell’uomo moderno. Una condizione che vive tutta nel suo essere privo di fondamento, senza più un orizzonte intellettuale e politico capace di dare senso al suo essere nel mondo. La Weil narra appunto di una spaventosa lontananza da qualsiasi enracinement, da qualsiasi radicamento capace di spiegare e di guidare l’agire dell’uomo. Scrive infatti: “Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana”. E ancora: “Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice”.[1] E questa radice conserva le generazioni passate, ancor vive nella tradizione,  e, d’altro canto, invita a procedere, senza paura, nelle regioni del futuro. È una ‘tradizione’ che non trattiene come un Katechon schmittiano, ma che semmai consola ed accoglie. E’ una radice che non ancora ad un terreno sterile, ma  che anzi avrebbe la pretesa di ben sostenere l’agire dell’uomo – il suo vivere.
Ebbene, com’è facile comprendere, la nostra politica è stata derubata di questo enracinement : la nostra politica ha smarrito l’anelito a ricercare l’essenza della “vita morale, intellettuale e spirituale”. E proprio su questa assenza, su questa sterile mancanza, è fiorita l’anti-politica di cui oggi siamo spettatori.
Uno dei segni più indicativi di quanto siamo sradicati e persi è la preoccupante mancanza di ‘modelli’. Lo sosteneva già con grande acutezza Max Scheler: il modello non è affatto un semplice ‘capo’, un Fhurer.[2] Anzi, esso rappresenta piuttosto un Wertbegriff, un ‘concetto di valore’.  Il modello assume una morale e la incarna – rappresenta la testimonianza prima, viva e concreta, poiché l’autentico Vorbildmodelle non conosce iato tra ciò che rappresenta e ciò che è. Il modello sprigiona una tensione morale: esprime e rappresenta quella radice di cui parlava Simone Weil.
Ebbene, la mancanza di modelli è anche l’epifenomeno primo di ciò che abbiamo definito come la ‘mancanza del radicamento’. Non abbiamo più alcuna guida reale, alcun modello, ma ci aggrappiamo a vuoti ‘si può fare’, pensati e proclamati da altri, con altra cultura, oltre Oceano. Sventoliamo bandiere che incarnano, spesso, valori contraddittori, applaudendo discorsi retorici. Morti i modelli, noi sradicati, ci troviamo tra le mani un partito privo di vera identità che candida operai e precari freschi di call-center.
Proprio come la Weil, verrebbe da dire: “Si è perduto tutto”. Eppure, come ricorda la stessa Simone, non esiste nessuna condizione migliore di quella occupata da colui che si ritrova privo di tutto. Soltanto lo sradicato può tornare a ricercare il suo vero esserci, la sua ‘radice prima’.
A noi, giovani sradicati, spetta dunque quest’arduo compito. A noi spetta l’impresa di ricominciare, di ricostruire e di ritrovare i nostri modelli, i nostri valori. Al di là di questa stagione, al di là della campagna elettorale, non v’è solo un partito da ricostruire, ma anche un’intera idea di politica. Solo il nostro impegno e la nostra weberiana vocazione possono riconquistare il radicamento necessario per pensare, amare e fare politica. Il Partito Democratico deve essere considerato un inizio e non una semplice conclusione.
Dobbiamo riguadagnare ideali, modelli, passioni…radici. Dobbiamo riguadagnare ciò che abbiamo perso. Senza alcuna paura.



[1] S. Weil, La prima radice, SE, Milano, 1990. P. 49.
[2] M. Scheler, Modelli e capi, Ar, Pavia, 1999. P.62.



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