Luciano Fasano
Nord: eterna contraddizione che ritorna!
Il voto del 13 e 14 aprile riporta all’attenzione del dibattito politico la cosiddetta questione settentrionale. E non perché il Partito Democratico non riesce a sfondare nel Nord del paese. Ma perché nei fatti, e al di là delle discettazioni intellettuali, vi è una parte dell’Italia in cui il disagio avvertito nei confronti della politica, in particolare dei partiti e delle istituzioni nazionali, è tale da tradursi in assoluto disinteresse nei problemi economici e sociali che attanagliano il resto del paese. Ecco, forse in maniera un po’ rudimentale, questa potrebbe essere una definizione di questione settentrionale: il fatto che il Nord, disincantato nei confronti della politica e incerto rispetto al proprio futuro, si rifiuti di riconoscere altre priorità al di fuori di quelle che lo interessano direttamente, rivendicando alle proprie istanze, con un certo orgoglio e non senza rancore, il valore esclusivo di un’agenda politica che da sola può e deve bastare al rilancio del paese. Non si tratta di una scoperta di oggi, sebbene ancora molti siano coloro che guardano con scetticismo alle categorie interpretative della questione settentrionale. Se sfogliamo le pagine delle pubblicazioni della Fondazione Nord Est sulla società e l’economia, piuttosto che quelle sugli orientamenti civici, (e questo solo per quel che riguarda le regioni del Triveneto, perché poi vi sarebbe da fare un discorso simile anche per la Lombardia e le altre regioni del Nord, come testimonia il voto di domenica e lunedì scorso) ci troviamo di fronte ad una società ricca, con un’elevata qualità della vita, con un sistema economico e produttivo in continua trasformazione, dotato di una sua autonoma capacità di adattamento alle sfide ambientali del mercato e della globalizzazione, che tuttavia presenta fragilità e contraddizioni. Una parte delle sue imprese non ha retto alla concorrenza internazionale o non si è attrezzata in tempo per rispondere alle sfide della competizione. Un’altra ha invece saputo adattarsi alle nuove condizioni, ma lo ha fatto nella più totale solitudine, sperimentando quasi casualmente forme di adattamento inedite, in parte anche attraverso innovative modalità di organizzazione sociale della produzione (aggregandosi con altre imprese in forme consortili, stipulando accordi di produzione e commercializzazione, allungando la catena del valore del proprio prodotto) in grado di rappresentare un’alternativa al modello del distretto industriale che andava ormai mostrando i suoi limiti. Si tratta tuttavia di una società che si riconosce in maniera pressoché totale nel lavoro, sebbene in una cultura del lavoro diversa da quella tradizionale, in cui ciò che conta non è il processo produttivo materiale ma la voglia di intraprendere, con una forte attenzione al successo che consegue alla ricerca di soluzioni produttive nuove e di qualità. Una società cresciuta, forse suo malgrado, in solitudine, nella solitudine dell’imprenditore/lavoratore, del tessuto infinito di piccole e medie imprese, che ha fatto della solitudine la sua virtù, esaltandola in contrasto all’attenzione assistenzialista che lo stato ha sempre attribuito alle grandi famiglie imprenditoriali e all’economia della grande impresa. Una società che, nell’ultimo decennio, è anche cresciuta significativamente sotto il profilo dell’istruzione, come confermano anche le più recenti indagini PISA dell’OCSE, in base alle quali gli studenti del Nord-Est evidenziano una preparazione superiore alla media italiana e, soprattutto, dei loro coetanei degli altri paesi OCSE. E che ha capito come la successione familiare non possa da sola rappresentare una chiave di successo e sopravvivenza per il futuro delle proprie imprese. E poiché è una realtà sociale allevata alla noblesse oblige della solitudine dell’individuo di fronte alle sfide di un mondo che cambia, non ha potuto che declinare la propria soddisfazione nei termini della sfera delle relazioni private, della comunità locale e del mercato. Se infatti si guarda al tipo di fiducia che i cittadini del Nord-Est attribuiscono alle istituzioni, si vede come in cima alla loro scala di preferenze vi siano, a parte le forze dell’ordine, la Chiesa e il Presidente della Repubblica, le istituzioni locali, Comuni e Regioni prima di tutto. Così come intenso è il capitale sociale che innerva la società locale, rispetto al quale si rilevano percentuali di partecipazione alle attività del volontariato, specie di carattere individuale, ed alle associazioni culturali, sportive e ricreative fra le più alte d’Italia. Un mondo in cui forte è il senso di appartenenza alla comunità locale, così come elevato è il grado di sfiducia nei confronti di pratiche e istituzioni nazionali. Un mondo dove la spiccata propensione individuale a scegliere e fare si mescola insieme al profondo timore che le proprie aspettative vengano d’improvviso frustrate.
E questo è il mondo che la Lega Nord, in particolare, ha saputo intercettare, mettendo a disposizione una forma della rappresentanza politica capace di coglierne – sebbene in maniera un po’ artigianale, ma proprio per questo più efficace – le aspettative e le inquietudini. La scarsa fiducia nello Stato e la propensione alla protesta civile. La Lega più ancora che l’artificiale Popolo delle Libertà, perché la Lega ha saputo creare e consolidare un proprio insediamento territoriale che, anche nei momenti difficili, le ha permesso di stare fra la gente, così come erano solite fare le grandi forze politiche popolari che hanno consentito l’ingresso delle masse in politica alle origini della nostra storia repubblicana.
Ora, è chiaro che per il Partito Democratico fare i conti con questa realtà non possa voler dire attestarsi su una sorta di leghismo di sinistra. Non avrebbe alcun senso, anzitutto perché non vi sono dubbi circa il fatto che gli elettori continuerebbero a preferire l’originale alla copia. Tuttavia occorre riconoscere che la novità di Veltroni, per altri versi determinante ai fini di una rimonta che – al di là della sconfitta finale – aveva dell’incredibile fino a ieri, non è di per sé sufficiente a rispondere alla domanda di rappresentanza e di governo proveniente dal Nord. Occorre ristabilire un contatto con questa società, con la sua dimensione territoriale, comprenderne da vicino aspettative ed inquietudini, definire un linguaggio in grado quanto meno di descrivere e comprendere gli oggetti (l’impresa, il lavoro, l’individuo, la volontà di fare, la capacità di intraprendere, il rischio, la creatività, il merito) nello stesso modo in cui sono percepiti dalle persone. Più facile a dirsi che a farsi, si dirà. Certo, una campagna elettorale non poteva da sola colmare il divario culturale, prima ancora che politico, che separa il centrosinistra, anche quello riformista, anche il PD, dal sentire dei territori del Nord. Il punto è che oggi, con le elezioni ormai alle spalle, è più che mai urgente e necessario tornare a parlare di questione settentrionale. Non tanto per declinare in maniera vuota e ritualistica un alibi che in molteplici occasioni, tutte le volte che negli ultimi quindici anni abbiamo perso una competizione elettorale, ha permesso al centrosinistra di emettere qualche primo vagito di fronte ad un mondo incompreso ed ostile. Quanto piuttosto per iniziare a tracciare sul serio quella lunga strada che nei prossimi anni dovrà essere consapevolmente riconosciuta come l’unica strategia possibile per riconquistare consenso nel paese. Così come il successo di Blair fu contrassegnato in primo luogo dalla conquista del Midlands e del sud-est inglese, tradizionalmente ad appannaggio del Partito conservatore, e così come sia Carter che Clinton si sono insediati alla Casa Bianca in primo luogo sfondando in termini di consenso nei territori dell’ostile MidWest repubblicano, allo stesso modo la riscossa del centrosinistra non può che partire dal Nord dell’Italia. Viceversa anche la novità del Partito Democratico di Veltroni verrà in tempi piuttosto rapidi dimenticata ed a tutti noi non resterà che assistere da spettatori ai continui successi di Berlusconi e del centrodestra.
luciano.fasano@unimi.it