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Home » Newsletter n. 125 - 25 apile 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 125 – 25 aprile 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni



Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 125.

Buona lettura!
La Redazione

Avvviso
Venerdì prossimo, 2 maggio, CFP NEWS non uscirà.
La Newsletter n. 126 sarà nelle vostre caselle di posta venerdì 9 maggio.


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Destini incrociati


Raffaele Mauro
Vincere al Nord, vincere in Italia


Davide Biassoni
Un alleato ingombrante


Stefano Florio
L’attualità politica: quando l’arte del governare diventa anche spettacolo


Valerio Pulga
Un mondo a parte?


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ Tolleranza Zero


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Più carcerati negli Stati Uniti che in Cina


Simone Comi
Il petrolio e il futuro dell’Iraq


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Destini incrociati

Si è già scritto molto sull’intreccio di percorsi, lo scambio di ruoli tra Francesco Rutelli e Walter Veltroni. Il capriccio della sorte, le strane ricorsività dei processi evolutivi della politica italiana, li hanno portati a passarsi il testimone in momenti cruciali: nel 2001, dopo sette anni di governo della capitale, Rutelli lasciò a Veltroni il Campidoglio per candidarsi a premier dell’Ulivo; nel 2008 è la volta di Walter Veltroni, dopo la conquista del secondo mandato da sindaco, candidarsi a premier per il Pd e lanciare Rutelli nella corsa per il Campidoglio. Si sa, per entrambi l’avventura delle politiche è stata pagata con una dolorosa sconfitta contro l’inarrestabile avanzata del centrodestra, nonostante l’ottima prova da leader innovatori (sebbene in contesti completamente diversi). Domenica, Roma andrà al ballottaggio e nelle urne non si giocherà solo il nome del nuovo sindaco. Da sempre, la guida della capitale ha, ovviamente, un significato di portata nazionale. Ma questa volta è in gioco anche il futuro del riformismo rappresentato dal Pd e, con esso, un assetto maturo ed equilibrato del gioco bipolare e bipartitico così come è stato sancito dal voto del 13 e 14 aprile. Non si tratta solo di un evidente legge fisica di contrappesi (l’imponente successo a livello nazionale del centrodestra verrebbe arginato dall’affermazione di Rutelli nella capitale), ma sono i contenuti stessi ad essere chiamati alla prova, il profilo programmatico (più che la ragnatela delle alleanze dettate dal meccanismo elettorale dei comuni), la credibilità del Pd nell’affrontare senza isterismi ideologici ma con un ferreo pragmatismo i problemi che toccano Roma (dalla sicurezza all’occupazione, al degrado materiale e morale, ecc) e insieme tutto il paese. Una vittoria di Rutelli e il suo buon governo della capitale, sarebbero la migliore dimostrazione che il Partito democratico, se lasciato lavorare nel solco iniziato da Veltroni, ha le carte in regola per essere forza credibile, moderna e matura per il governo del paese. In caso contrario, non solo Roma perderebbe un ottimo sindaco, ma il Partito democratico verrebbe esposto ad una letale resa dei conti, nella quale si finirebbe per gettare il bimbo con l’acqua sporca.


Raffaele Mauro
Vincere al Nord, vincere in Italia

Il Partito Democratico deve rappresentare in sé il cambiamento che intende osservare nel paese.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le pubblicazioni riguardanti il Nord Italia, con particolare rifermento al rapporto esistente tra il suo livello di sviluppo e le forme di rappresentanza politica esistenti: “Così perdiamo il Nord”di Riccardo Illy, “Nord: dal triangolo industriale alla megalopoli padana” di Giuseppe Berta, “Nord terra ostile: perché la sinistra non vince” di Marco Alfieri, il volume collettivo “La questione settentrionale: economia e società in trasformazione” a cura di Giuseppe Berta ed il recentissimo “Rancore: alle radici del malessere del Nord” di Aldo Bonomi. In tutte queste analisi si evidenzia come la sinistra non sia stata in grado di interpretare i mutamenti economici e sociali che sono avvenuti nel settentrione nel corso degli ultimi vent’anni, perdendo la capacità di governarli efficacemente e subendo una costante erosione di consensi. Emerge quindi la necessità di riterritorializzare l’azione politica, adottando allo stesso tempo un’ottica globale, cercando di comprendere le radici e lo sviluppo della “questione settentrionale”. I territori del Nord sono infatti innervati pienamente nei flussi produttivi e finanziari del mondo contemporaneo, le forme di rappresentanza devono adottare un approccio “glocale”, accompagnando i loro domini di influenza nello spazio dell’economia internazionale.
Il “rancore” di cui parla Aldo Bonomi è causato dal senso di marginalità percepito dai territori e dai ceti produttivi del Nord, caratterizzato dall’assenza di un discorso pubblico adeguato e dal mancato riconoscimento del loro dinamismo economico. La Lega e la macchina organizzativa che ruota intorno a Silvio Berlusconi sono riusciti negli ultimi decenni a capitalizzare questo vuoto politico ed hanno intercettato una tendenza materiale molto chiara. Il tipo di risposte che essi hanno offerto, nel caso della Lega il mito della secessione, l’invenzione della tradizione, la xenofobia, la paura della concorrenza estera, costruiscono una cornice regressiva, da combattere sul piano politico e culturale, ma capace di cogliere una reale ansia sociale. La questione settentrionale è quindi emersa, specialmente a ridosso dell’ultima sconfitta elettorale, come elemento centrale della discussione sul futuro della sinistra italiana.
A questo punto occorre fare un ulteriore salto nella riflessione. Bisogna capire che il deficit di comprensione non riguarda solo il Nord, riguarda il paese intero. Il processo di riconfigurazione dei poteri della politica, specialmente nella sua forma statuale classica, è un fenomeno pervasivo e transnazionale. Esso si declina in maniera peculiare nel caso italiano, tramite le ondate di antipolitica e la moltiplicazione dei conflitti di interesse in ogni strato della società, ma ciò non toglie la sua natura strutturale. La configurazione dello stato, l’organizzazione dei suoi poteri, la sua estensione fiscale, il modo in cui cerca di organizzare la società, sono radicalmente sconnessi dal paese reale. E’ un problema molto profondo che richiede soluzioni più estese rispetto al ricambio della classe dirigente, in ogni caso urgente e necessario. L’Italia ha bisogno di una terapia d’urto. Solo uno “tsunami di riforme”, capace di costituire non solo un insieme di leggi ma un trauma culturale positivo, potrebbe avere un’efficacia reale. Purtroppo il nostro paese vive, con la nuova “pseudo-terza repubblica”, un’altra tappa della sua transizione eterna, subendo in modo traumatico l’accumulazione delle non-decisioni del passato: il rancore del Nord, la crisi dell’università e della ricerca, la paradossale impotenza della politica, la nuova estensione dei poteri della criminalità organizzata. Se vogliamo“innovare per competere”, per utilizzare lo slogan di Glocus, è necessario partire da noi. Il Partito Democratico deve rappresentare in sé il cambiamento che intende osservare nel paese. Se vogliamo meritocrazia, innovazione culturale, lotta al clientelismo, rispetto delle autonomie territoriali, dobbiamo attuare queste riforme prima all’interno PD. E’ l’unico modo per vincere, al Nord e altrove.

raffaele.mauro@phd.unibocconi.it


Davide Biassoni
Un alleato ingombrante

Esprimendo 60 Deputati e 25 Senatori, La Lega Nord è un partner imprescindibile per il Popolo della Libertà nel sostegno al governo Berlusconi in via di composizione. Un primo condizionamento di peso lo è già avvertito nelle trattative per l’assegnazione dei posti ministeriali: i lumbard si sarebbero aggiudicati ruoli chiave quali Interno, Riforme, Agricoltura e forse anche la poltrona di Vicepremier. Un secondo ambito dove l’influenza leghista farà sentire la sua voce riguarda il federalismo: non solo quello istituzionale legato al Senato delle Regioni e ad una nuova ripartizione in materia legislativa fra centro e periferia, ma anche quello relativo al federalismo fiscale il cui appeal è probabilmente alla base del successo di Bossi persino al di sotto del Po. Tuttavia, un terzo elemento (per ora rimasto in ombra) sembra essere importante per la stabilità governativa: la legge elettorale. Se n’è parlato moltissimo prima delle elezioni, ma ora il tema sembra essere stato del tutto accantonato dall’agenda politica. Si dirà che i problemi urgenti del paese sono altri – e su questo non si può che concordare – anche se sarebbe errato concludere che il sistema elettorale abbia in fondo ben funzionato dato che in entrambi i rami del Parlamento il centrodestra gode attualmente di una maggioranza numerica cospicua. Se guardiamo i risultati delle elezioni, la coalizione di Berlusconi ha vinto con circa nove punti percentuali in entrambe le camere rispetto a quella di Veltroni, perciò l’outcome sembra proprio la conseguenza inevitabile di un distacco così ampio nei voti raccolti dalle due coalizioni. In fondo, il tanto temuto stallo al Senato non si è verificato poiché tutte le Regioni contese hanno infine arriso al Cavaliere, ma le lacune del sistema rimangono immutate e potenzialmente sempre dannose se non verranno corrette. Forse molti dimenticano che tra un anno si terrà il referendum, rinviato proprio per le elezioni appena celebrate: il suo effetto principale sarebbe quello di eliminare la possibilità di collegamenti coalizionali fra liste, e per la Lega Nord questo cambiamento sarebbe notevolmente svantaggioso. Pur superando l’8% dei suffragi alla Camera, il Carroccio non sarebbe più numericamente determinante in quanto chi fra PD e PDL arrivasse primo in termini di voti avrebbe 340 seggi per governare autonomamente (almeno a Montecitorio). E’ facile prevedere che la Lega cercherà tenacemente di avere assicurazioni dal Premier per una nuova legge elettorale che annulli il referendum, ponendo Berlusconi nella difficile situazione di mettere in pericolo il suo neonato esecutivo con la tentazione, dall’altro, di una nuova legge che lo favorirebbe nettamente. E’ probabile che allora gli uomini di Bossi spingeranno per approvare un sistema simil-spagnolo, cioè un proporzionale molto maggioritario nei suoi esiti e che tuteli i partiti concentrati e a forte radicamento territoriale. Il PD? Dopo le divisioni inconciliabili dell’Unione prodiana, potrà finalmente elaborare una proposta unitaria e coerente, facendo allo stesso tempo venire a galla le contraddizioni che nella maggioranza sono finora sopite dal trionfo alle urne: è risaputo che in Italia la luna di miele fra il governo e i cittadini dura assai poco.

davide.biassoni@unimi.it


Stefano Florio
L’attualità politica: quando l’arte del governare diventa anche spettacolo

Le elezioni del 13 e 14 aprile scorso hanno fatto registrare un netto risultato a favore del Popolo delle Liberta che avrà così l’onere per i prossimi 5 anni di governare, speriamo al meglio, questo paese potendo inoltre contare su un quadro di coalizione apparentemente meno frammentato e quindi teoricamente più coeso e in grado di attuare le linee programmatiche proposte.
Il risultato emerso dalle urne è chiaro e, a differenza di altre tornate elettorali, non si presta a interpretazioni o ridicole - quanto disfunzionali al bene del paese – code e strascichi: gli italiani hanno deciso senza il minimo dubbio di concedere la proprio fiducia alla coalizione, per semplificazione, di centro-destra affidandosi alle capacità taumaturgiche di Silvio Berlusconi.
In questi giorni sono emerse le prime analisi del voto che, credo in maniera inequivocabile, in estrema sintesi abbia:
- Dimostrato la capacità di Silvio Berlusconi di intercettare e interpretare, come nessun meglio, gli umori e i desiderata degli italiani.
- Evidenziato un significativo aumento di voti (il termine “successo”, “vittoria” ecc. per cortesia dedichiamoli a sfere dell’agire umano diverse dalla competizione elettorale) espressi a favore della Lega Nord che, agli occhi degli italiani, è stata ritenuta opzione in grado di affrontare e risolvere, meglio di altri, alcuni problemi di oggi, in primis l’immigrazione.

- Segnato una contrazione significativamente rilevante di voti a favore dell’area della sinistra “radicale”/”massimalista” che, caso unico credo nel panorama delle democrazie occidentali, non avrà, per la prima volta, propri rappresentanti eletti in Parlamento.

Il Partito Democratico è stato favorevolmente accolto dal corpo elettorale raccogliendo, in alcune zone del paese, un numero di votanti molto superiore alla semplice somma dei voti dei partiti che lo hanno fondato dimostrando come, la scelta del segretario Veltroni di proporsi come formazione a vocazione maggioritaria sia stata apprezzata; ma che comunque il percorso di modernizzazione programmatica, culturale e di classe dirigente sia ancora molto lungo e impegnativo dovendo, da un lato, tentare di recuperare parte del bagaglio programmatico “di sinistra” e, dall’altro, sfondare al centro riuscendo a porsi come opzione moderata e riformatrice.
Le settimane di campagna elettorale e i primi passi del nuovo governo – sebbene ancora in formazione – mi offrono l’occasione per sviluppare alcune brevi riflessioni in ordine ad alcune questioni all’ordine del giorno.
Innanzitutto la vicenda legata alla nostra compagnia di bandiera Alitalia che è stata oggetto molto caldo della campagna elettorale, strumentalmente utilizzato più per fini propagandistici che per reali motivazioni di presa in carico del problema.
Già in un numero della newsletter di parecchi mesi fa mi espressi personalmente sia per lo “sganciamento” della vicenda legata ad Alitalia dalle sorti di Malpensa e in secondo luogo – quando la procedura concorsuale indetta dal precedente governo era ancora in essere – per un personale favore nei confronti di una vendita ad AirFrance ritenendo l’opzione AirOne debole e disfunzionale agli interessi nazionali.
Ebbene sono passate molto settimane e Alitalia – realtà aziendale che perde un milione di euro al giorno – non solo è ancora in vendita ma, avendo tagliato voli da e per Malpensa, ha concorso a mettere in ginocchio lo scalo varesino.
Nelle settimane di campagna elettorale l’irresponsabilità delle parti sindacali (per inciso è stata questa l’ennesima occasione per ribadire la frattura forte esistente ormai fra sindacati e lavoratori dal momento che buona parte di questi ultimi si dichiaravano, nei giorni delle trattative con la compagnia francese, totalmente a favore di questa soluzione) e della coalizione di centrodestra hanno concorso ad aggravare ulteriormente la situazione.
Fantomatiche cordate italiane – con figli e nipoti del candidato premier -, la strumentale necessità di preservare lo stellone italico, l’utilità propagandistica di molti attori in gioco di ergersi ad alfieri di Malpensa, l’inettitudine dei sindacati (si sono seduti per la prima volta al tavolo delle trattative con AirFrance solo il 18 marzo!) hanno determinato le condizioni per cui AirFrance si dichiarasse ora non più interessata all’acquisto essendo venute meno le condizioni di profittabilità economica e di contesto generale di sistema.
Di mercoledì scorso poi la notizia della concessione – con decisione bipartisan – di un prestito ponte da 300 milioni di euro motivata con la necessità di garantire l’ordine pubblico, argomento senz’altro importante ma che può forse anche essere giustificata dalla volontà del nuovo premier di non voler interrompere “la luna di miele” con gli italiani.
Nel frattempo Berlusconi si è mosso in prima persona – cosa che a lui piace da impazzire – garantendo pubblicamente di aver parlato dell’argomento con il Presidente Putin perché questi spinga per una ripresa di attenzione da parte della compagnia di bandiera russa; sarà vero? O finirà come con la cordata italiana pre elezioni? E poi Ligresti, Tronchetti Provera e quant’altri dov’erano quando fu avviata la procedura concorsuale di acquisto? Ciò che definiscono oggi come “dovere civico” perché non li ha mossi quando si trattava di gareggiare con altre cordate in una procedura ad evidenza pubblica? E infine a nessuno viene per favore in mente di chiedere conto – cioè il danno – agli inetti manager che hanno retto l’azienda invece che ricorrere nuovamente alle casse pubbliche? Qui si sta parlando di centinaia di migliaia di lavoratori!
Altro argomento caldo è la formazione del nuovo governo: credo che la Regione Lombardia meriti di avere un governo forte e questa condizione sembra essere pregiudicata dal momento che, per la seconda volta, il suo Presidente prima si candida al Parlamento e poi torna sui suoi passi. Nessuno contesta la volontà del Presidente Formigoni di svolgere un ruolo di primo piano a livello nazionale (anche alla luce della sua esperienza pluriennale anche positiva svolta al Pirellone) ma, alla fine dei conti, all’opinione pubblica può legittimamente sorgere il sospetto che questi abbia “sfruttato” la credibilità che gli deriva dal ruolo più per fini personali - poi disillusi ad elezioni concluse – che per altre motivazioni (es. essere portatore delle istanze di una delle zone più moderne del paese in Parlamento).
Apprezzabile infine come sia entrata prepotentemente nell’agenda politica – e sembra essere oggetto di convergenze fra neo maggioranza e PD - il tema delle cosiddette “gabbie salariali” e dell’esigenza di collegare più strettamente il salario che viene contrattato da aziende e sindacati con la realtà locale in cui sono collocati imprese e lavoratori così da aumentare il potere di acquisto di questi ultimi.
Mi sia consentita una ultimissima battuta: in ossequio alla spettacolarizzazione e mediatizzazione delle vicende politiche, è facilmente ipotizzabile come, per il prossimo quinquennio, prevarrà nuovamente una concezione privatistica delle istituzioni da parte dell’On. Berlusconi.
Francamente avrei preferito non leggere che al Presidente russo Vladimir Putin sia stato offerto uno spettacolo privato della compagnia del Bagaglino presso le ville del mio Presidente del Consiglio (di solito i capi di stato andrebbero accolti nelle sedi istituzionali a ciò anche dedicate) né vedere quest’ultimo, durante una conferenza stampa, non trovare di meglio e più intelligente da fare che mimare una fucilazione ad una povera giornalista la cui unica colpa è di aver fatto il proprio mestiere (peccato viva in un paese dove da qualche tempo i giornalisti vengono ammazzati proprio per la stessa motivazione, cioè fare domande anche quando scomode).
Ad maiora!

s.florio@libero.it


Valerio Pulga
Un mondo a parte?

Già un mese prima della fatidica data delle elezioni italiane lo stupore e la sorpresa erano stampati sul volto di molti: ma com’ è possibile che entrando in un negozio per avere informazioni sull’ultimo numero dell’Uomo Ragno  ci si ritrovi a parlare di Obama e della Clinton ? Si entra per avere un po’ di sano e disimpegnato dialogo e ci si ritrova con in mano giornali per confrontare le promesse elettorali dei diversi schieramenti politici italiani?
E’ stato un periodo anomalo ma interessante… in fumetteria. Un attimo prima a scherzare sullo stile non troppo maturo dell’ultimo manga pubblicato e l’attimo dopo tutti seri ad analizzare come il mercato dei manga, con il rincaro avuto in pochi anni del 200%, pesi sempre di più sui redditi degli otaku.
“Cosa ne dite del nuovo governo?” chiede qualcuno all’improvviso. “Di sicuro non abbasserà i prezzi dei manga” risponde qualcun altro!
E’ stato bello vedere il prima e il dopo dei neo-votanti: qualcuno, tornato dalla gita domenicale in fretta e furia per votare, che già il giorno dopo aveva capito…. di non avere capito nulla. Qualcun altro che sin dall’inizio mostrava i segni preoccupanti degli effetti della campagna elettorale: non sapeva chi votare, cosa votasse, ma aveva già imparato il concetto di Voto utile e addio a ideologie e a identità .
E’ stato bello trovarsi in fumetteria, giornali in mano, a parlare dei possibili motivi di  certi risultati elettorali ed è stato altrettanto istruttivo e chiarificante sentire le affermazioni dei più giovani a tal proposito….. anche da qui si deve riprendere ad educare alla politica!

huntervl@vodafone.it


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ Tolleranza Zero

Si parla molto di “sicurezza” anche  negli Stati Uniti, quest’anno, anche se fino ad ora il tema è più legato alla “sicurezza nazionale” che non alla criminalità, come appare dagli spot di Hillary Clinton e di John McCain, che trovate qui. Poiché in Italia, invece, il tema criminalità è scottante e, anche nel Partito Democratico, si sente molto dire che “la sicurezza non è né di destra né di sinistra” sarà bene affrontare il tema con un minimo di sistematicità. La “Tolleranza Zero”, come scrive Valentina Pasquali, nell’articolo qui sotto, è una teoria che risale agli anni Settanta, quando gli Stati Uniti dovettero affrontare un’ondata di criminalità molto preoccupante. Oggi si tirano i primi bilanci e ci si chiede: “Ma ha davvero funzionato? Che risultati ha avuto?”
Il bilancio che ne fanno due studiosi come Bernard Harcourt e Jonathan Simon (vedi qui) è desolante: una politica che ha condotto all’incarcerazione di massa, a costi insostenibili, a una perpetuazione della paura in città senza ottenere risultati significativi. Del resto, “la sicurezza non è né di destra né di sinistra” ma dovrebbe essere ovvio che le soluzioni ai problemi della sicurezza possono essere di destra oppure di sinistra. Si può prendere come pensatore di riferimento Cesare Beccaria oppure Roberto Calderoli: i risultati non sono gli stessi.
Prendiamo il caso della studentessa africana accoltellata da un rumeno la settimana scorsa a Roma e, fortunatamente, sopravvissuta. E’ stata l’occasione per una rincorsa sul tema della criminalità degli immigrati ma, secondo i dati ISTAT, la violenza sulle donne è commessa per la stragrande maggioranza da uomini italiani, spesso familiari delle malcapitate.
I dati 2006 indicano che in Italia il 14,3% delle donne ha subito almeno una violenza fisica o sessuale dal partner; se si considerano solo le donne con un ex partner la percentuale arriva al 17,3%. Gli stupri e i tentati stupri sono commessi più frequentemente da amici (23,8%), conoscenti (12,3%), fidanzati o ex fidanzati (17,4%), mariti o ex mariti (20,2%), e solo in minima parte da estranei (3,5%). Avete letto bene: tre e mezzo per cento. Solo il 21% delle violenze sessuali avviene per strada. Avete letto bene: ventuno per cento, cioè una su cinque. Per il resto le violenze avvengono a casa propria o di amici e parenti. E' evidente dai dati che gli stupri commessi da sconosciuti, che siano italiani, cittadini comunitari o extracomunitari costituiscono una esigua minoranza. Il luogo più pericoloso non è la strada buia ma la cucina di casa propria.
Non potendo espellere gli italiani che commettono violenze ai danni delle donne, cosa resta delle proposte della Lega e del Pdl? Solo demagogia, usata come pretesto per vincere elezioni, non per tutelare tutte le altre donne (la maggioranza) che subiscono violenze da italiani. Sarebbe bene che su problemi complessi come questo, il Partito democratico avviasse una riflessione seria, senza cedere alla tentazione di seguire le mode invece di guardare ai dati.

fabrizio.tonello@unipd.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Più carcerati negli Stati Uniti che in Cina

Washington, DC - Oggi si parla molto anche in Italia della famosa politica di Tolleranza Zero resa famosa dal sindaco di New York Rudy Giuliani e dal suo capo della polizia William J. Bratton negli anni Ottanta. Si propongono nuove leggi a “Tolleranza Zero” per il consumo di droga, o contro l’accattonaggio, si parla di “ronde” composte di volontari per soddisfare il bisogno di sicurezza dei cittadini. Ma questa teoria da dove viene? E, soprattutto, negli Stati Uniti, ha funzionato?
La Tolleranza Zero ha le proprie radici nella
teoria cosidetta “broken windows”, del criminologo George L. Kelling. Nell’opinione di Kelling e dei suoi seguaci, un’applicazione aggressiva della legge anche nel caso di infrazioni marginali, come ad esempio il mancato pagamento del biglietto della metropolitana, creando un’atmosfera di legalità ed il senso della presenza pervasiva delle forze dell’ordine, nel lungo periodo contribuisce alla diminuizione del tasso di criminalità complessivo.
Secondo dati pubblicati dal JFA Institute, un’organizzazione non-profit che lavora in collaborazione con il governo alla valutazione dell’efficienza del sistema penitenziario, nel 1970 c’erano 196.429 carcerati nelle prigioni federali e statali americane. Oggi questo numero è salito a 1,5 milioni, a cui vanno aggiunti i 750.000 che si trovano nelle carceri locali. Secondo altri dati rilasciati dall’International Center for Prison Studies del King’s College di Londra e pubblicati mercoledì dal New York Times, gli Stati Uniti sono in testa alla graduatoria mondiale dei detenuti, molto avanti rispetto alla Cina, che, pur avendo una popolazione cinque volte superiore a quella americana,  ha “solo” 1,6 milioni di carcerati. La percentuale di persone incarcerate sul numero totale di abitanti sottolinea ancor più gravemente la situazione. 751 Americani ogni 100.000 si trovano in prigione. Se si considera esclusivamente la popolazione adulta, ci dice uno studio del Pew Charitable Trusts, circa un Americano su 100 è dietro le sbarre. La Russia ha “solo” 627 carcerati per 100.000 abitanti, l’Inghilterra 151 e il Giappone 63.
La crescita inarrestabile nel numero dei carcerati americani è iniziata a metà degli anni Settanta. Secondo i dati relativi al periodo 1925-1975, c’erano circa 110 persone in galera per 100.000 abitanti. Poi gli Stati Uniti sono stati travolti dall’ondata politico-populista della Tolleranza Zero, e dalle conseguenze che quest’ultima ha avuto in particolare sulla cosidetta “War on Drugs”, iniziata già nel 1971 da Richard Nixon e culminata nel 1988 con la creazione da parte di Ronald Reagan dell’Office of National Drug Control Policy, un ente governativo incaricato di coordinare l’attività dei vari ministeri nella lotta alla droga. L’inasprimento delle sentenze per crimini legati al traffico e al consumo di stupefacenti ha contribuito significativamente all’aumento della popolazione carceraria americana. Nel 1980 40.000 persone erano in galera per crimini legati alla droga. Questo numero è salito oggi a quota 500.000.
Naturalmente, all’aumento del numero di carcerati è corrisposto un pari aumento dei costi del sistema penitenziario. Secondo i dati del Pew Charitable Trusts, le prigioni americane costavano 9 miliardi di dollari l’anno 25 anni fa, e ne costano oggi 60 miliardi. E si prevede un carico addizionale di 27,5 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, necessario a far fronte all’espansione e alla manutenzione delle infrastrutture che devono ospitare il numero crescente di carcerati. Il conto è salato anche per le casse statali. Un diverso studio pubblicato dal Pew Charitable Trust all’inizio del 2008, ha rilevato che nel 1987 gli stati americani spendevano complessivamente 10,6 miliardi di dollari del proprio budget per il sistema correzionale. Dieci anni più tardi, nel 2007, questa cifra era salita a 44 miliardi di dollari, un balzo del 315%. Nello stesso periodo, per fare un esempio, la spesa per l’educazione universitaria è cresciuta del 21%, quindici volte di meno.

valentina.pasquali@gmail.com


Simone Comi
Il petrolio e il futuro dell’Iraq

Saranno firmati a giugno i primi contratti tra il Governo iracheno e le maggiori compagnie petrolifere internazionali per l’estrazione e la lavorazione del greggio iracheno. Le dichiarazioni del Ministro iracheno per il Petrolio, Hussain al-Sharistani, a margine degli incontri dell’International Energy Forum di Roma hanno allontanato i dubbi di chi pensava ad uno slittamento di molti mesi rispetto ai precedenti accordi. Shahristani ha confermato che ci sarà un ritardo di circa tre mesi rispetto alle date precedentemente stabilite dovuto allo slittamento della conclusione delle trattative tra il Governo iracheno e le maggiori compagnie petrolifere internazionali. Gli accordi siglati saranno Technical Service Agreement, accordi tecnici di servizio, e secondo le stime si giungerà ad aumentare la produzione degli impianti già in funzione di circa 500.000 barili al giorno.
I giacimenti già produttivi su territorio iracheno sono al momento solo cinque ed proprio per questi che è stato programmato il suddetto incremento di produttività nei prossimi due anni. Gli accordi che verranno siglati a giugno avranno infatti validità biennale, scadenza  temporalmente breve volta ad allontanare il rischio che le grandi compagnie possano fare pressioni sull’esecutivo iracheno al fine di ottenere contratti a lungo termine, già siglati in molti altri paesi ricchi di giacimenti. Royal Dutch Shell, Exon Mobil, Chevron, Total e British Petroleum sono le compagnie in trattativa con il Governo di Baghdad per i contratti e dalle parole di Shahristani si è appreso che non tutte le trattative verranno concluse entro giugno, per alcune ci sarà infatti uno slittamento di alcuni mesi.
Il ritorno delle grandi compagnie petrolifere occidentali in Iraq fa sorgere un quesito: quale sarà il futuro del paese? Il perché di questa domanda è chiaro se si pensa che finora solo la compagnia di Stato cinese si era detta pronta ad inviare in Iraq tecnici specializzati nell’attività estrattiva mentre tutte le altre compagnie, comunque interessate alle riserve petrolifere irachene, avevano preferito rinunciare perché ritenevano insufficiente il grado di sicurezza del paese. Le cinque multinazionali sono pronte quindi al rientro perché giudicano la situazione attuale abbastanza sicura per poter avviare l’estrazione del greggio: questa scelta potrebbe rivelarsi un buon indicatore per prevedere quanto lunga sarà la prosecuzione dell’impegno dell’esercito statunitense in Iraq. La sicurezza dei giacimenti del paese passa, senza altre soluzioni possibili, dall’impegno delle truppe americane ed è quindi lecito pensare che almeno per i prossimi due anni non solo gli Stati Uniti non lasceranno l’Iraq ma che anzi le truppe del CentCom saranno impegnate a pacificare le aree ancora interessate dagli attacchi dei miliziani e al contempo a difendere gli investimenti delle grandi compagnie. Exxon Mobil e Chevron sono aziende statunitensi, British Petroleum e Royal Dutch Shell sono totalmente, o in parte, inglesi: le elezioni presidenziali negli Stati Uniti si avvicinano ma è improbabile che il prossimo presidente, a qualunque schieramento esso appartenga, decida il ritiro delle truppe da un paese in cui le proprie compagnie petrolifere, o quelle di un alleato storico, hanno investimenti per qualche milione, o miliardo, di dollari e che consente alle proprie truppe di controllare tutta la regione grazie alle basi militari su tutto il territorio.

simonecomi@hotmail.com



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