Chi siamo
   Eventi
   Newsletter
   Link
   Rassegna stampa

  CFP Global Watch
Osservatorio internazionale a cura di Simone Comi

  Caffè America
Osservatorio elezioni midterm Usa 2010
a cura di Valentina Pasquali

  IPSE
Osservatorio su Istituzioni, Partiti, Sistemi elettorali
a cura di Davide Biassoni

    Expo 2015
Osservatorio Milano Expo 2015 a cura di Stefano Florio

Home » Newsletter n. 126 - 9 maggio 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 126 – 9 maggio 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 126.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Nicola Pasini, Alessandro Fanfoni
Il punto/ 1. Un governo del premier 2. Della contendibilità


Davide D’Alessandro
La Fiera e i falò


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ Full d’assi


Giovanni A. Cerutti
Le radici della quercia


Davide Biassoni
Quel che resta del Labour (senza Blair)


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Le carceri in America


Valerio Pulga
La minaccia all'integrità morale dei giovani gira su Ps3 e X360!


Visualizza versione stampabile




Nicola Pasini, Alessandro Fanfoni
Il punto/ 1. Un governo del premier 2. Della contendibilità

1. Un governo del premier, nato per governare
Un governo nato per governare e che ha nell’inquilino di Palazzo Chigi il suo vertice assoluto? Un Berlusconi decisionista, ormai vaccinato dalle mille trappole, incertezze, mediazioni della politica di palazzo? Lo speriamo vivamente, non tanto per il Cavaliere ma per il bene del paese. Di certo, è un Berlusconi consapevole di giocarsi l’ultima occasione, consapevole di dover rispondere direttamente all’ansia di cambiamento (?) e di sicurezza degli italiani più che agli appetiti dei propri alleati; infatti, si tratta di un esecutivo che non ha tra le sue fila personalità in grado di disturbare il manovratore. Queste sono le premesse di un governo che è stato presentato irritualmente al capo dello Stato un istante dopo aver ricevuto l’incarico di formarlo, come ulteriore dimostrazione che per Berlusconi il tempo stringe. Un premier, un esecutivo, una maggioranza, che potranno vantarsi di ogni successo, ma che non avranno alcun alibi per i propri fallimenti.
Eppure, nonostante il 1994 ci appare così vicino, mentre il 2006 - con l’infausta vittoria dell’Unione (sinonimo di frammentazione) - sembra così lontano, la terza affermazione di Berlusconi si presenta con un programma di legislatura alquanto diverso rispetto a quello di tre lustri fa: meno liberismo e liberalismo, più protezionismo (e se è il caso anche statalismo), voglia di comunitarismo e di paternalismo. Segno dei tempi o metamorfosi della nuova offerta politica del centrodestra?
Staremo a vedere, ma noi auspichiamo che qualcosa cambi affinché l’Italia cambi, ben consapevoli che nel paese del Gattopardo…

2. Della contendibilità:
con la leadership non si scherza
In acque più torbide sembra trovarsi l’opposizione, il mattino alla ricerca della propria identità, il pomeriggio alle prese con la propria leadership (ma allora è vero che per il PD la leadership è un ircovervo!). L’ultima delle infinite polemiche è tra Veltroni-D’Alema (prima o poi ritornano). Tema: quanto è opportuno che nel Pd si organizzino correnti - ovvero gruppi di potere fedeli a un leader – in competizione fra loro? Le correnti esistono e sono l’insopprimibile articolazione della vita di un partito. La spinta alla conquista del potere non è solo legittima ma salvifica se essa si traduce in una competizione virtuosa tra gruppi di potere che dovrebbero sfidarsi nella ricerca dei migliori talenti, nelle proposte più innovative, nelle strategie per vincere. Anzi, questa competizione dovrebbe essere il motore e la garanzia del rinnovamento del ceto politico e degli strumenti culturali di un partito.
Il problema allora non sono le correnti che, se sono veramente tali, sono portatrici letteralmente di un dinamismo. Il problema è che a volte si chiamano correnti quelli che invece sono grumi di staticità, feudi votati più all’auto-conservazione, alla perpetuazione di sé che agli interessi generali del partito. Auguriamo, quindi, al Partito democratico di essere percorso e animato dalle più poderose correnti in grado di neutralizzare ogni rendita di posizione. Affinché innovazione, responsabilità, ricambio, scommessa, siano i cardini stessi del Pd, prima ancora di venire proposti alla società. E forse solo in questo modo il Pd potrà conquistare quella credibilità alla quale tanto anela. Il nuovo non si dice, si fa.
Allora forza, siamo alla ricerca del coraggio di quel D’Alema che se tanta credibilità in giro per il mondo pensa di avere, che lo dimostri, ci metta la faccia e la faccia vedere. In ogni caso, l’Italia non è l’Inghilterra, ma, con le dovute differenze, il nostro ha già dimostrato di essere un Brownino, non è il caso di perseverare. Piuttosto, è ora di voltar pagina e di cambiare facce, gli italiani non perdonano…
Che si convochi un vero congresso – il più presto possibile - con le idee, i programmi e le visioni strategiche ben ancorate a dei nomi, a dei leader in competizione fra loro. La contendibilità della leadership non può essere un tabù e deve avvenire in modo trasparente. Poi sarà il partito, i delegati dell’assemblea a votare e decidere quale Partito democratico dovrà affrontare le sfide future. Fino al prossimo congresso.


Davide D’Alessandro
La Fiera e i falò

“Sarà la Bellezza a salvarci?” recita il tema della XXI Fiera Internazionale del Libro. La domanda di un personaggio dell’ “Idiota” di Dostoevskij al principe Myskin continua dunque a interrogarci, mentre la bruttezza di questo mondo ci assale. E ci assale proprio davanti al Lingotto, che diventa teatro di risse politiche e ideologiche tra bandiere che bruciano, bandiere che sventolano e poliziotti in allarme.
Celebrare i 60 anni dello Stato di Israele all’interno di una Fiera, dove l’unica bandiera che dovrebbe sventolare è quella del libro, è certamente una scelta forte, coraggiosa, carica di significato. Ma nell’epoca delle passioni tristi, della modernità liquida, dei pensieri deboli, dei valori indifesi, delle identità incerte, una democrazia occidentale può anche riscoprire di essere padrona in casa propria, al contrario di tanti “Io” freudiani che hanno pensato da tempo di non esserlo più.
E può riscoprirlo nel tempio del libro, con le pagine aperte al dialogo, all’incontro tra culture diverse, a quella contaminazione sempre invocata, soprattutto da una certa sinistra, ma sempre rimandata per il gusto di tenere separata la propria storia dalle altre storie, le proprie bandiere dalle altre bandiere, per rimarcare uno stigma, così ben delineato da Erving Goffman, che resiste, un’identità che si vuole continuare a boicottare o, peggio, a negare.
Ma non deve neanche meravigliare che i falò si addensino nei pressi del tempio del libro, poiché il libro, ha scritto Romano Guardini:”E’ fecondità e pericolo. Infatti, se da una parte il libro ci può gratificare, consolare e dare coraggio – con quanta profondità esso può anche inquietare, ingannare e distruggere”.
Allora non basta, come ha fatto Guardini in apertura dell’ “Elogio del libro” chiedere:”Voi amate il libro?”. Occorre chiedere: quali libri? Ve ne sono ancora tanti, in circolazione, che inquietano, ingannano, istigano e distruggono. Eppure, chi è liberale non si augura che un rogo li porti via, come accade ai libri del professor Kien. E’ giusto che restino, perché solo il male può indicare la superiorità del bene, solo la bruttezza può ricordare che sarà la Bellezza a salvarci.



Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ Full d’assi

Dunque, sarà Obama. I risultati del 6 maggio non lasciano speranze a Hillary Clinton che, per testardaggine e affetto nei confronti dei sostenitori che l’hanno seguita fin qui, aspetterà probabilmente giugno  e la fine ufficiale della stagione delle primarie per ritirarsi ma non ha più alcuna vera speranza di strappare la candidatura a Barack Obama. Questi ha circa 150 delegati più di lei e ne otterrà almeno quanti la Clinton, se non di più, nella ripartizione di quelli che non hanno ancora dichiarato ufficialmente il loro appoggio a uno dei due aspiranti alla leadership del partito democratico.
A questo punto la domanda è: il giovane e carismatico senatore dell’Illinois può vincere? La furiosa battaglia delle primarie non ha fornito argomenti in abbondanza ai repubblicani per distruggerlo fra settembre e ottobre, come fecero assai facilmente quattro anni fa con John Kerry? La risposta è che può succedere, ma i venti spirano in tutt’altra direzione. I democratici americani possono perdere ma poiché questo è un anno in cui tutto li favorisce, se ciò accade dovrebbero dedicarsi “to another line of business”, a un altro mestiere, come dicono a New York.
Le chiacchere dei giornali, i pettegolezzi delle televisioni, la propaganda assassina a base di spot abilmente manipolati possono lasciare il segno ma i cittadini americani andranno alle urne in novembre con tre cose in mente: l’economia, la guerra in Iraq e la paralisi politica. L’economia non va bene (i prezzi delle case continuano a scendere, milioni di famiglie sono già sulla strada perché non riescono a pagare il mutuo) e, soprattutto, l’inflazione morde nel portafoglio degli automobilisti, cioè di tutti. Il prezzo della benzina ha superato ogni record storico e nessuno sa come intervenire.
La guerra continua, forse è scomparsa dagli schermi televisivi ma le lettere alle famiglie dei caduti, o dei mutilati, continuano ad arrivare.
Infine, la paralisi della politica a Washington, frutto della polarizzazione dei due partiti e di una presidenza da troppo tempo in mani repubblicane, è diventata un costo non più sostenibile per il Paese. Gli americani sanno che il prossimo Congresso sarà a maggioranza democratica (ogni giorno un deputato repubblicano annuncia di non volersi presentare, nella certezza di essere sconfitto) e quindi gli elettori tenteranno la carta di un esecutivo riunificato al legislativo, di un presidente democratico che promette di cambiare l’inerzia e la corruzione della capitale.
Come ha scritto Timothy Garton Ash qualche giorno fa, è molto probabile che alle grandi speranze attuali corrispondano domani delusioni ancora più profonde, ma questo per il momento non ci riguarda: gli esiti della campagna elettorale sono ancora estremamente incerti ma le carte distribuite fin qui favoriscono Barack Obama. Poi, al tavolo di poker, si può perdere anche con un full d’assi servito.

fabrizio.tonello@unipd.it


Giovanni A. Cerutti
Le radici della quercia

Dunque: tessere, iscritti e radicamento sul territorio. Poi, magari, feste del Pd, diffusori dell'Unità e di Europa, Figd (Federazione italiana giovani democratici), circoli ricreativi democratici, biciclettate democratiche, soggiorni marini democratici, supermercati democratici - con alimenti biologici ed equo solidali e un angolo multimediale, ma senza troppi libri però, se non quelli dei comici di grido - e poi banche e assicurazioni democratiche. E, chissà, un sindacato democratico, fondendo parte della Cgil e parte della Cisl, liste democratiche nelle elezioni delle Rsu, professori democratici, studenti medi democratici e universitari democratici, e l'associazione dei partigiani democratici, facendo confluire parte dell'Anpi e parte della Fivl. Sembra proprio che sia impossibile emanciparsi dal modello costruito dalla Spd nella Germania guglielmina, anzi che l'identità più profonda della sinistra italiana sia radicata in quel modello, che presuppone l'idea che la società deve essere plasmata sulla base di un progetto politico. È stato molto più facile lasciarsi alle spalle le ideologie, che riuscire a confrontarsi con i cambiamenti richiesti da un approccio alla politica più adeguato al presente. Tanto che ormai possiamo dire che l'incontro tra le varie tradizioni confluite nel partito democratico sia avvenuto sulla comune condivisione di questo modo di concepire la politica.
Mi sembra sempre più chiaro, invece, che sia questo modo di concepire la politica il vero ostacolo che si frappone tra il centrosinistra e una parte sempre più crescente dell'elettorato e che impedisce al Pd di diventare un partito a vocazione maggioritaria e, quindi, in grado di esprimere un progetto di governo. Che il limite del centrosinistra siano i militanti e i gruppi dirigenti; intendo dire l'idea stessa che esistano militanti e gruppi dirigenti, quadri e stati maggiori. Se negli anni d'oro dei partiti di massa i militanti rappresentavano le istanze della società e il congresso selezionava la linea politica più in sintonia con le domande che ne emergevano, chi ha fatto vita di partito negli ultimi anni, soprattutto ai livelli più periferici, sa benissimo che i discorsi in grado di infiammare le assemblee di partito creano distanze e incomprensioni nella maggior parte degli altri ambiti che si frequentano. Lo stesso strumento delle primarie, nato per verificare la qualità delle candidature attraverso il confronto senza filtri con gli orientamenti dell'elettorato, è stato piegato alle logiche degli apparati, dando vita a un ibrido difficilmente definibile tra il plebiscito e la prova di forza delle correnti, mancando in questo modo l'obiettivo strategico di trasmettere l'idea della trasparenza e della permeabilità dei processi politici e rimandando, invece, una immagine di irrimediabile opacità.
La chiave di volta del processo di aggregazione tra gli eredi delle culture politiche del dopoguerra mi sembra si possa rintracciare nell'assoluta continuità che ha caratterizzato il passaggio dell'eredità del Pci, vero asse portante su cui si sono innestate le trasformazioni del centrosinistra, negli anni della transizione. Non c'è stata, infatti, seconda repubblica, né siamo di fronte alla terza repubblica, ma soltanto una lunghissima crisi degli assetti del dopoguerra di cui non si intravede ancora il termine. Persa la centralità nel confronto tra i blocchi con la fine della guerra fredda, infatti, lasciata a se stessa l'Italia non è ancora riuscita a darsi una fisionomia precisa. E si può dire che la transizione italiana non riesce ad approdare a un nuovo assetto definito perché manca l'ultima decisiva discontinuità, la sola in grado di aprire la nuova stagione di cui l'Italia ha disperatamente bisogno. Le revisioni ideologiche, le scissioni a sinistra e gli incontri con le altre tradizioni politiche nell'estenuante passaggio da una "cosa" all'altra - uno, due, tre... e ora quattro? - sono avvenuti, infatti, senza mai pagare sostanzialmente dazio, senza consegnare definitivamente al passato la propria storia, prendendo atto dei mutamenti avvenuti. E soprattutto del più importante:  l'emergere di una società che, magari in modo disordinato, si è emancipata dalla tutela dei partiti di massa e richiede alla politica di dislocarsi in una posizione diversa, dove ci sono meno cose da fare, ma più decisive. E più difficili. E così siamo tutti ostaggio, qualunque sia la nostra provenienza e il nostro progetto futuro, di una storia vissuta come una lunga continuità, un viaggio in cui ci si adatta ai tempi nuovi e alle mutate circostanze, in cui si rinuncia a vecchie care convinzioni per abbracciarne di nuove, si perdono compagni di una vita e se ne incontrano di altri, ma sempre nel solco di una rotta già tracciata, senza mai recidere le radici della quercia.

giovanni.cerutti@tiscali.it

 

 

 

 


Davide Biassoni
Quel che resta del Labour (senza Blair)

Le recenti elezioni locali in Inghilterra e Galles hanno segnato una disfatta clamorosa per il Partito Laburista. Gordon Brown, alla guida del governo britannico da poco meno di un anno, ha dovuto constatare la peggior prestazione del Labour da più di quarant’anni e le cifre parlano chiaro: i Conservatori esprimono ora ben 3.154 consiglieri (+256), i Laburisti 2.368 (-331) ed i Liberaldemocratici 1.805 (+34), ma quello che più colpisce sono i risultati proiettati a livello nazionale: i Tories arrivano ben al 44%, distanziando gli eredi di Blair con un vantaggio di ben 20 punti percentuali (24%), ormai addirittura scavalcati dai Libdems di Nick Glegg al 25%. Ciò equivarrebbe, se confermato da un voto nell’intero Regno Unito, a un vero e proprio cataclisma con la fine del dualismo Conservatori-Laburisti che ebbe inizio nel lontano 1918 quando cominciò il declino dei Whigs, costretti al ruolo di terzo incomodo (ma mai al governo) fra i due principali contendenti. E si può ben dire che per il Premier piova sul bagnato se si aggiunge alla débâcle generale la sconfitta di Ken “Il Rosso” Livingstone, sindaco di Londra per 8 anni e scalzato dall’estroverso Boris Johnson grazie a una differenza di 140 mila preferenze. Analogie con la sconfitta del PD in Italia e la perdita di Roma a favore di Alemanno? Il Labour ha ora 2 anni di tempo per ricucire il rapporto con un elettorato che sembra avergli decisamente voltato le spalle. Al di là degli errori contestati a Brown – il più discusso riguarda l’abolizione dell’aliquota del 10% per i redditi più bassi – la vittoria dei Conservatori può essere legittimamente interpretata come una normale alternanza sistemica: il bipartitismo britannico ruota, infatti, attorno a due partiti moderati e pragmatici, i quali convergono al centro per catturare l’elettorato fluttuante. E la storia politica britannica degli ultimi 30 anni sembra segnata da cicli che nascono, perdurano e muoiono in modo del tutto fisiologico: prima la Thatcher, con il lungo dominio conservatore gestito nel finale da Major; quindi, la stagione decennale di Blair, anche lui vincitore di 3 tornate elettorali consecutive e, ora, il passaggio di consegne a Brown che, forse, sarà costretto a gestire il declino (solo temporaneo) dei laburisti e contenere quella che appare la probabile sconfitta con il futuro inquilino di Downing Street, il promettente e giovanile David Cameron. Mancano, tuttavia, due anni alle prossime elezioni, un tempo che in politica assomiglia ad un’ “era geologica”: se Brown vuole avere qualche speranza di successo non può che puntare su sviluppo economico e sicurezza, visto che il pendolo della storia sembra essersi spostato nuovamente a destra.

davide.biassoni@unimi.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Le carceri in America

Washington D.C. – Nell’ultimo numero della newsletter abbiamo illustrato le radici teoriche della politica di Tolleranza Zero che, dagli anni Ottanta ad oggi, ha contribuito significativamente all’aumento del numero dei cittadini americani dietro le sbarre. Abbiamo anche trattato dello stato del sistema penitenziario americano, con suoi numeri e suoi costi. Gli effetti della Tolleranza Zero sul tasso di criminalità sono molto discussi, e spesso  terreno di scontro elettorale, mentre continua a mancare da parte della classe politica un’analisi seria di tale approccio.
Quest’anno la spesa per il mantenimento delle carceri e l’efficacia reale ai fini della sicurezza non sono tra i temi più sentiti della campagna elettorale 2008. Ma nessun candidato o stratega politico considererebbe saggio proporre un programma che possa apparire “soft on crime”, come si direbbe negli Stati Uniti. In un sondaggio condotto da Gallup nel 2006, il 51% degli intervistati si è dichiarato convinto che il tasso di criminalità nella propria comunità fosse più alto che l’anno precedente, e il 68% ha mostrato di avere la medesima percezione per quanto riguarda il  crimine a livello nazionale. In sostanza, difficilmente gli Americani potrebbero venir persuasi a votare per un politico, repubblicano o democratico, che appaia poco risoluto in maniera di criminalità.
Inoltre i carcerati ed ex-carcerati, che potrebbero essere gli unici interessati a nuove politiche in materia, sono privati del diritto di voto nella maggior parte degli stati dell’Unione, non solamente durante l’incarceramento, ma spesso vita natural durante
. Ad oggi si calcola che a 5,3 milioni di Americani che hanno avuto problemi con la legge sia  proibito di votare. Tra costoro, 2 milioni sono quelli che hanno già finito di scontare le proprie pene e 1,8 milioni sono agli arresti domiciliari o hanno ottenuto una sospensione della condanna. In elezioni che si giocano spesso sul filo di lana, poche migliaia di voti, questa situazione può avere conseguenze politiche decisive, in particolare per il partito democratico.
Va detto che ci sono alcuni segnali positivi. Recentemente Alabama, Florida, Iowa, Maryland e Mississippi hanno modificato legislazioni che toglievano per sempre il diritto di voto a chiunque fosse stato incarcerato. Esiste inoltre una proposta di legge del Deputato democratico dello Stato di New York Charles Rangel che reistituirebbe immediatamente il diritto di voto al rilascio dalla galera. Il testo di legge è in attesa di essere discusso alla Camera dal 2003. Nonostante questi sviluppi, per il momento non bisogna attendersi dal nuovo presidente, che si tratti di McCain, di Obama o di Clinton, cambiamenti significativi alla politica sul crimine.
In assenza di un dibattito propriamente politico sul sistema penitenziario in America, abbondano invece gli studi specialistici a disposizione. Un articolo di Adam Liptak sul New York Times di qualche settimana fà cita due esempi interessanti e contrapposti. Da un lato, secondo le statistiche del Dipartimento della Giustizia, dal 1981 al 1996 il rischio di arresto e condanna per tutti i crimini tranne l’omicidio, è cresciuto negli Stati Uniti e calato in Inghilterra. E le statistiche sul crimine nei due paesi mostrano di essere inversamente proporzionali, in calo negli Stati Uniti e in crescita in Inghilterra. D’altra parte, se si paragonano Canada e Stati Uniti, si scopre che i tassi di criminalità si sono spostati, durante gli ultimi quarant’anni, secondo curve parallele, nonostante il numero di incarcerazioni sia rimasto stabile in Canada e sia invece cresciuto esponenzialmente in America, in particolare a partire dagli anni ottanta.
Uno studio del Justice Policy Institute, un centro di ricerca con sede a Washington DC, suggerisce inoltre che altri e diversi fattori influenzano i tassi di criminalità. Ad esempio, all’aumento dei livelli di occupazione è direttamente associato un miglioramento delle condizioni di sicurezza pubblica. I ricercatori hanno scoperto che esiste una relazione tra l’aumento dell’occupazione e la diminuzione della criminalità avvenute tra il 1992 e il 1997. In tale lasso di tempo, la disoccupazione in America è scesa del 33%. L’analisi del Justice Policy Institute sottolinea che oltre il 40% della simultanea diminuzione dei tassi di criminalità è attribuibile proprio alla crescita nel numero di posti di lavoro. Anche l’aumento dei salari pare essere collegato direttamente alla sicurezza pubblica. Secondo le ricerche effettuate, un aumento salariale del 10% potrebbe essere sufficiente a ridurre dell’1,4% il numero di ore che uomini in giovane età in particolare dedicano ad attività criminose. Infine, è stato rilevato che quegli stati dell’Unione con più alti livelli di occupazione mostravano tassi di criminalità inferiori alla media nazionale.
Un esempio di come alternative alla Tolleranza Zero siano non solo possibili ma anche auspicabili arriva, un po’ sorprendentemente, dal Texas, lo stato di Bush tra i più conservatori del paese. Tra il 1985 e il 2005, il numero di persone in galera è cresciuto qui del 300%. Nonostante l’Assemblea dello Stato avesse scelto inizialmente di aumentare il budget destinato alla costruzione e all’ampliamento dei penitenziari, nel 2007 un’azione bipartisan ha dato il via ad una riforma del sistema. Invece che autorizzare la spesa di ulteriori 523 milioni di dollari per aggiungere nuove celle alle carceri, il Texas ha scelto di finanziare l’espansione dei programmi di riabilitazione e ha reso più flessibili le norme sugli arresti domiciliari e sulla detenzione pre-processo. Si stima che la riforma farà risparmiare lo stato circa 210 milioni di dollari nei prossimi due anni, mentre la popolazione carceraria dovrebbe rimanere costante per i prossimi cinque anni.

valentina.pasquali@gmail.com


Valerio Pulga
La minaccia all'integrità morale dei giovani gira su Ps3 e X360!

Grand Theft Auto IV (GTA IV) è tra noi: non ha fatto in tempo ad uscire nei negozi che già è iniziato il processo all'etica di questo gioco. Il valzer delle critiche è iniziato con il servizio del telegiornale di RAI 1 la sera del 28 aprile. Nella presentazione delle qualità tecniche di GTA IV e dei nefasti contenuti morali, la cosa che più ha colpito è stata la “subliminale” pubblicità fatta alla PS3. Infatti, alla fine del servizio i concetti rimasti impressi nell'ascoltatore erano le qualità di una delle  console su cui il gioco gira, nessun accenno al fatto che GTA IV non sia esclusiva PS3 e che XBOX 360 ci abbia costruito  sopra un bundle, e la negativa influenza dei suoi contenuti.

Martedì 29, data di uscita del gioco, su “Il Corriere della Sera” nella sezione “Cronache” è stato pubblicato un pezzo dal titolo “Migliaia in coda per il videogioco più violento del mondo”. Nell'articolo, oltre a parlare delle code in America di fronte ai 3500 punti vendita della catena “Gamestop” (catena presente anche in Italia), si ricorda come in ben 11 Stati Americani, le corti     federali hanno bloccato il tentativo di introdurre restrizioni riscontrando la violazione del diritto costituzionale alla piena libertà di espressione. Si citano inoltre Brasile e Irlanda come esempi di paesi in cui i giochi più violenti sono stati bloccati. Il pezzo si conclude con le parole di Lazlow Jones (uno degli autori di GTA) che affida ai genitori il compito di valutare se comprare o meno il suo prodotto e con i risultati di una ricerca che sostiene l'assenza di legami tra giochi e comportamenti aggressivi. Sin dal primo capitolo della saga su Ps2, i detrattori dell'intrattenimento videoludico, hanno puntato il dito contro la Rockstar, consigliando i genitori ad avere un maggiore controllo sui passatempi dei figli. Effettivamente GTA non brilla per la profondità del tema trattato: arricchirsi e divenire potenti attraverso diverse missioni con qualsiasi mezzo legale e soprattutto illegale.
Per correttezza si deve sottolineare la qualità tecnica di un gioco che in sei edizioni ( 2 per PS1, 1 per PSP, 2 per PS2-Xbox e infine GTA IV per PS3 e X360)  ha saputo regalare al giocatore totale libertà di movimento in una trama non vincolante. Il solo realismo con cui sono state riprodotte città, mezzi e soprattutto le persone e le loro interazioni obbliga il giocatore a riconoscere  i meriti del team di sviluppo.Vietare la vendita di un simile gioco sarebbe controproducente: i ragazzi sarebbero invogliati a comprarlo, cosa già accaduta, anche se in maniera lieve per la scarsa qualità del gioco, con Rule of Rose e i giocatori più anziani verrebbero privati della libertà di scegliere e valutare. Il quesito da porsi è sempre il solito: è il gioco a deviare la moralità delle persone o è la moralità delle persone a deviare il gioco, traducendo le violenze in realtà? Ci si deve anche chiedere perchè giovani e adulti trovino così piacevole giocare a GTA!
Sembrerebbe  realistico sostenere che il bullismo, sempre più presente nelle scuole, non sia  il prodotto del gioco ma la causa del successo del gioco: tuttavia anche tale interpretazione porterebbe erroneamente a pensare che tutti gli acquirenti siano persone con problemi.
Un dato di fatto è che  GTA vende! Questo risultato ha portato diverse software house a riprodurne schemi e idee: Mafia (I-II), Saints Row (I-II), Bully, Yakuza (I-II-III), Il Padrino (I-II), Infamous, Prototype, Just Cause (I-II), Manhunt (I-II) sono solo alcuni esempi.
Affrontare in modo maturo la diffusione di questi giochi spetta ai genitori aiutati dai mezzi di informazione! Non si può pretendere o sperare che tutti i genitori leggano riviste specializzate; tuttavia senza una profonda conoscenza dei prodotti  non si possono distinguere le problematiche reali da quelle “immaginate”! Il ruolo di aiutante spetta dunque ai canali di informazione “principali”: giornali e televisioni.-
Questo compito deve però essere svolto con la precisione e la serietà con cui vengono trattate le altre notizie: fino a quando ciò non avverrà, sarà  difficile distinguere fenomeni mediatici da serie e fondate preoccupazioni.

huntervl@vodafone.it



   Programma
   Aree tematiche
   Docenti
   Modulo d'iscrizione
   Materiale didattico

   Edizione 2005
   Edizione 2006
   Edizione 2007
   Edizione 2008
   Edizione 2009
    Newsletter
CFP NEWS, tutti i venerdì la Newsletter del Centro di Formazione Politica.

Nell'ultimo numero:

La strana estate

Diagnosi di un sistema avvitato

Afghanistan, l’unica certezza resta il Grande Gioco

Gli americani abbandonano l'ambiente

La sinistra milanese rimandata a settembre

Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

    Archivio primo piano






    RSS
Rss

Centro Formazione Politica - Via Cosimo del Fante, 13 - 20122 Milano - tel. 02 58325661 -
credits