Giovanni A. Cerutti
Le radici della quercia
Dunque: tessere, iscritti e radicamento sul territorio. Poi, magari, feste del Pd, diffusori dell'Unità e di Europa, Figd (Federazione italiana giovani democratici), circoli ricreativi democratici, biciclettate democratiche, soggiorni marini democratici, supermercati democratici - con alimenti biologici ed equo solidali e un angolo multimediale, ma senza troppi libri però, se non quelli dei comici di grido - e poi banche e assicurazioni democratiche. E, chissà, un sindacato democratico, fondendo parte della Cgil e parte della Cisl, liste democratiche nelle elezioni delle Rsu, professori democratici, studenti medi democratici e universitari democratici, e l'associazione dei partigiani democratici, facendo confluire parte dell'Anpi e parte della Fivl. Sembra proprio che sia impossibile emanciparsi dal modello costruito dalla Spd nella Germania guglielmina, anzi che l'identità più profonda della sinistra italiana sia radicata in quel modello, che presuppone l'idea che la società deve essere plasmata sulla base di un progetto politico. È stato molto più facile lasciarsi alle spalle le ideologie, che riuscire a confrontarsi con i cambiamenti richiesti da un approccio alla politica più adeguato al presente. Tanto che ormai possiamo dire che l'incontro tra le varie tradizioni confluite nel partito democratico sia avvenuto sulla comune condivisione di questo modo di concepire la politica.
Mi sembra sempre più chiaro, invece, che sia questo modo di concepire la politica il vero ostacolo che si frappone tra il centrosinistra e una parte sempre più crescente dell'elettorato e che impedisce al Pd di diventare un partito a vocazione maggioritaria e, quindi, in grado di esprimere un progetto di governo. Che il limite del centrosinistra siano i militanti e i gruppi dirigenti; intendo dire l'idea stessa che esistano militanti e gruppi dirigenti, quadri e stati maggiori. Se negli anni d'oro dei partiti di massa i militanti rappresentavano le istanze della società e il congresso selezionava la linea politica più in sintonia con le domande che ne emergevano, chi ha fatto vita di partito negli ultimi anni, soprattutto ai livelli più periferici, sa benissimo che i discorsi in grado di infiammare le assemblee di partito creano distanze e incomprensioni nella maggior parte degli altri ambiti che si frequentano. Lo stesso strumento delle primarie, nato per verificare la qualità delle candidature attraverso il confronto senza filtri con gli orientamenti dell'elettorato, è stato piegato alle logiche degli apparati, dando vita a un ibrido difficilmente definibile tra il plebiscito e la prova di forza delle correnti, mancando in questo modo l'obiettivo strategico di trasmettere l'idea della trasparenza e della permeabilità dei processi politici e rimandando, invece, una immagine di irrimediabile opacità.
La chiave di volta del processo di aggregazione tra gli eredi delle culture politiche del dopoguerra mi sembra si possa rintracciare nell'assoluta continuità che ha caratterizzato il passaggio dell'eredità del Pci, vero asse portante su cui si sono innestate le trasformazioni del centrosinistra, negli anni della transizione. Non c'è stata, infatti, seconda repubblica, né siamo di fronte alla terza repubblica, ma soltanto una lunghissima crisi degli assetti del dopoguerra di cui non si intravede ancora il termine. Persa la centralità nel confronto tra i blocchi con la fine della guerra fredda, infatti, lasciata a se stessa l'Italia non è ancora riuscita a darsi una fisionomia precisa. E si può dire che la transizione italiana non riesce ad approdare a un nuovo assetto definito perché manca l'ultima decisiva discontinuità, la sola in grado di aprire la nuova stagione di cui l'Italia ha disperatamente bisogno. Le revisioni ideologiche, le scissioni a sinistra e gli incontri con le altre tradizioni politiche nell'estenuante passaggio da una "cosa" all'altra - uno, due, tre... e ora quattro? - sono avvenuti, infatti, senza mai pagare sostanzialmente dazio, senza consegnare definitivamente al passato la propria storia, prendendo atto dei mutamenti avvenuti. E soprattutto del più importante: l'emergere di una società che, magari in modo disordinato, si è emancipata dalla tutela dei partiti di massa e richiede alla politica di dislocarsi in una posizione diversa, dove ci sono meno cose da fare, ma più decisive. E più difficili. E così siamo tutti ostaggio, qualunque sia la nostra provenienza e il nostro progetto futuro, di una storia vissuta come una lunga continuità, un viaggio in cui ci si adatta ai tempi nuovi e alle mutate circostanze, in cui si rinuncia a vecchie care convinzioni per abbracciarne di nuove, si perdono compagni di una vita e se ne incontrano di altri, ma sempre nel solco di una rotta già tracciata, senza mai recidere le radici della quercia.
giovanni.cerutti@tiscali.it