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Home » Newsletter n. 127 - 16 maggio 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 127 – 16 maggio 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni



Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 127.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Dalla sicurezza alla Terza Repubblica


Davide Biassoni
Dialogo alla prova dei fatti


Davide D’Alessandro
Una democrazia normale


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ La malattia mortale di George Bush


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ E se Washington e Teheran collaborassero?


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Dalla sicurezza alla Terza Repubblica

Siamo arrivati alle molotov contro i campi nomadi… Per qualcuno – una parte di coloro che hanno governato fino al 13 aprile – è tutta colpa del sobillato clima di allarme sociale e dell’irresponsabile sponda che la vittoria del centrodestra avrebbe dato ad una sorta di giustizia fai da te. Più realisticamente, meno ideologicamente, ma molto più drammaticamente, questi episodi non possono che essere la barbara reazione ad uno stato di cose penosamente e colpevolmente trascurato da anni e da diverse maggioranze politiche. Se l’intolleranza verso l’immigrazione clandestina, e segnatamente verso il “fenomeno rom”, è giunta sino a simili inaccettabili episodi di rappresaglia, lo si deve essenzialmente ad un’insufficiente, o più spesso mancante, risposta adeguata ad una questione reale di sicurezza. In questi anni, la politica e lo Stato non han voluto, non han potuto o non han saputo distinguere immigrazione da criminalità, ragioni umanitarie e dovere di accoglienza dalla vitale pretesa del rispetto delle regole. Quando è lo Stato stesso - che è forza fatta legge – ad abdicare al proprio compito, a tollerare sacche di illegalità e sottovalutare l’allarme sociale, il vuoto che questa negligenza genera viene necessariamente colmato da altre forze, forze non legali ovvero non votate al perseguimento di un bene comune, ma gettate all’innesco di una resa dei conti distruttiva di ogni senso di comunità.
Come da più parti auspicato – anche da noi – l’inizio della XVI Legislatura sembra portare con sé i primi segni di una Terza Repubblica fondata su di una sorta di ricomposizione degli antagonismi politici che, proprio perché liberati dall’odio ideologico e messi nella condizione di competere liberamente, possono concorrere al perseguimento del bene comune.
Anche in questo senso, nel senso di un nuovo comune sentire, la sicurezza rappresenta forse il più delicato banco di prova: per la maggioranza, che avendo l’onere dell’azione politica dovrà dimostrarsi all’altezza di una questione tanto complessa da richiedere risposte ferme quanto articolate; per l’opposizione, che dovrà schivare il doppio pericolo di una timida e rinunciataria dialettica nei confronti delle mosse del governo da una parte, e dall’altra il pericolo opposto di un no rigido e preventivo che ne aggraverebbe la distanza dal paese reale.
La Terza Repubblica, tante volte vagheggiata nei laboratori della politologia, trova infine il suo battesimo nel fuoco delle grandi questioni che attraversano un momento cruciale per la vita del paese e mettono alla prova il coraggio e la volontà politica dei leader che ne portano la responsabilità.



Davide Biassoni
Dialogo alla prova dei fatti

 “Si può fare”, ma questa volta a dirlo è Silvio Berlusconi. La nuova legislatura si apre all’insegna dell’“ecumenismo” del Cavaliere: messo da parte lo scontro antropologico, le pregiudiziali e i veti incrociati, l’obiettivo è quello di una proficua collaborazione fra maggioranza e minoranza visto che i problemi del paese sono tali e tanti da non lasciare spazio alle ben note contrapposizioni laceranti tipiche della (ormai?) ex Seconda Repubblica. Il PD e Veltroni raccolgono l’invito del Premier, proponendo un’opposizione rigorosa e senza sconti, ma anche ragionevole e pragmatica nei contributi ogni qualvolta vi saranno convergenze possibili. Le aspettative degli italiani sono consistenti e il PdL, con i numeri che dispone alla Camera e al Senato, è chiamato alla prova della responsabilità e dei risultati; già il primo Consiglio dei Ministri ­– che si terrà simbolicamente in quella Napoli giustamente offesa dallo scandalo dei rifiuti – si troverà alle prese con provvedimenti urgenti, fra i quali spicca l’abolizione dell’Ici sulla prima casa, la detassazione degli straordinari sul lavoro e – assai cruciale – il provvedimento sulla sicurezza. A tal proposito, si prevede un giro di vite contro i clandestini e, in special modo, contro la criminalità, inasprendo l’ammontare della pena nel caso dei reati contro le fasce più deboli ed esposte della popolazione. Berlusconi, lo si riconosca, è riuscito a stupire ancora una volta poiché, pur avendo nettamente vinto le elezioni, non vuole essere l’uomo solo al comando. E’ ben conscio che lo scontro frontale con l’opposizione sarebbe dannoso per gli interessi della stessa maggioranza che, nel corso della legislatura, si troverà davanti a temi sempre più spinosi e da affrontare con approccio bipartisan. Pensiamo, ad esempio, alla necessità di approntare un adeguato piano energetico per l’avvenire: l’Italia si configura, infatti, come un paese povero di risorse naturali, con un consumo energetico incredibilmente sostenuto e con un’insufficienza altrettanto allarmante nella produzione interna di energia, acquistata quasi interamente dall’estero. Si tratta di un tema ineludibile nell’agenda di un esecutivo che voglia rilanciare uno sviluppo che (non dimentichiamolo) sia anche compatibile con i vincoli ambientali. La crescita economica è poi legata all’altra grande questione riguardante i giovani e il lavoro: quali saranno le ricette per ridurre la precarietà, creare nuovi posti di lavoro e sostenere i salari? Ancora, e non meno importante per uno Stato moderno, sarà un’adeguata riorganizzazione della pubblica amministrazione: più efficienza, trasparenza e snellezza, meno vincoli, lungaggini e costi. E poi le riforme istituzionali: la modifica tanto attesa dei regolamenti parlamentari, la riduzione del numero dei rappresentanti in Parlamento, la fine del bipolarismo ridondante, il rafforzamento del ruolo del Primo Ministro, la nuova legge elettorale, lo Statuto dell’opposizione con l’istituzionalizzazione del governo-ombra. Vedremo già nelle primissime settimane se il dialogo rimarrà solo nelle intenzioni o se, finalmente, si tradurrà in pratica, anche per arginare l’ondata anti-politica del “Grillismo” (tutt’altro che sopito). L’unica voce che si oppone duramente e richiama l’opposizione alla massima prudenza è l’Italia dei Valori: Di Pietro considera sempre inaffidabile Berlusconi, contrastando aspramente quella che l’ex Pm considera una distensione neo-buonista in fieri. Eppure, anche la Lega pare molto guardinga e attenta all’implementazione della riforma che le è più cara, ossia il federalismo fiscale; perciò, attendiamo di verificare se il Cavaliere sarà in grado di stabilire un asse privilegiato con Veltroni e quanto peserà il condizionamento vigile di Bossi.

davide.biassoni@unimi.it


Davide D’Alessandro
Una democrazia normale

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole della politica italiana e non d’antico. Il primo segnale per una democrazia normale. Dove resta il confronto, anche serrato, sui grandi temi, ma dove siano cancellate una volta per tutte la contrapposizione ideologica e la demonizzazione dell’avversario. E’ bene dire grazie in primis agli italiani che, con il loro voto e aiutati da una legge elettorale ammazza-partitini, hanno liberato il campo da ricatti, rendite di posizione ed estremismi di maniera. Poi occorre ringraziare Berlusconi e Veltroni e non Veltrusconi, che resta una banalità giornalistica. Veltroni aspira a fare del Pd (in un sistema bipartitico proprio delle democrazie britannica e statunitense, in cui due partiti hanno la possibilità di vincere, o il Pdl o il Pd, garantendo stabilità di governo ed elezione diretta del governo stesso da parte dei cittadini) un partito che non sarà in  guerra strumentale con il Pdl, in piazza o in girotondo, ma che cercherà di incalzarlo sui tanti problemi emergenti, mostrando la capacità di elaborare proposte alternative.
Lui ritiene, diventando distante quanto basta rispetto al Pdl, di poter avere, domani, voti che arriveranno anche dagli elettori del Pdl, magari delusi dalla prova di governo. Due partiti come due vasi comunicanti, due potenziali forze di governo con idee spesso simili, perché si confrontano sulle urgenze da risolvere e non sulle battaglie ideologiche.
Oggi puoi votare repubblicano e domani democratico (Stati Uniti); oggi conservatore e domani laburista (Inghilterra). Veltroni è anglosassone. E chi non si riconosce in questi due partiti? Può non votare. Infatti, in America e in Inghilterra il numero dei votanti va poco oltre la metà degli aventi diritto.
It’s the democracy, stupid! Ditelo a Di Pietro. “Ma anche” a D’Alema…



Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ La malattia mortale di George Bush

Niente di peggio dei mesi o delle settimane in cui il re, malato, finge ancora di essere in carica mentre i sudditi contano i giorni, i baroni tramano la successione e perfino i fedelissimi abbandonano la sala del Trono. George W. Bush apparentemente gode di un’ottima salute fisica ma è stato colpito da una malattia mortale: la Costituzione americana gli vieta di ricandidarsi e questo automaticamente lo fa decadere dal ruolo di leader del partito. Nel palazzo del potere abita ancora lui, ma il nuovo leader è il successore designato, John McCain.

McCain è tutt’altro che un giovane e ambizioso cavaliere, essendo più anziano e anche più saggio di Bush, ma sta cercando di farsi eleggere rinnegando gran parte dell’eredità del suo predecessore. Da soldato leale è ancora d’accordo con la guerra in Iraq, ma per il resto si preoccupa di fare sapere che la sua amministrazione sarà, se eletto, del tutto diversa da quella di Bush, in particolare sull’ambiente. McCain è un candidato rispettabile, oltre che abile, ma deve difendere i colori della casata in un torneo in cui gli avversari sono formidabili e in un anno in cui le truppe sono di dubbia lealtà.
Questo è apparso particolarmente evidente giovedì 15 maggio, quando anche il senato, dopo la Camera, ha votato a schiacciante maggioranza una legge che stanzia  un bel pacchetto  di miliardi di dollari per i Food Stamps, quei buoni alimentari  da cui varie decine di americani dipendono per non morire –letteralmente- di fame. In un Senato diviso esattamente a metà (49 democratici e 49 repubblicani, più 2 indipendenti) è assolutamente stupefacente che si crei una maggioranza di  81 senatori favorevole a un progetto di legge  a cui Bush ha promesso di mettere il veto. Questo significa che 30 senatori su 49 hanno deciso di ignorare i desideri di Bush e la tradizionale linea  del partito per cercare di salvare il salvabile in novembre.
Certo, nel calcolo politico ci sono anche motivi per nulla nobili, come il fatto che la legge promette ben 40 miliardi di dollari in sussidi a degli agricoltori (in particolare ai grandi gruppi agroindustriali) che quest’anno semplicemente nuotano nei profitti, a causa dell’esplosione del prezzo dei cereali sul mercato mondiale. Ma, politicamente, è la prima volta che i democratici riescono ad ottenere l’alleanza di una frazione significativa dei repubblicani e, potenzialmente, a rovesciare un veto di Bush che per oltre 7 anni ha sempre governato con pugno di ferro il gruppo parlamentare (le fantasie sullo spirito bipartisan e la vocazione a “coalizioni centriste” nel Congresso americano vanno lasciate ai giornalisti che non hanno mai letto un manuale di storia politica di quel paese).
Dunque, Bush non controlla più il partito e le elezioni suppletive vanno a rotoli una dopo l’altra: nel giro di pochi giorni i repubblicani hanno perso tre seggi “sicuri”. Nei sobborghi di Chicago, il loro candidato è stato sconfitto dal democratico Bill Foster in un collegio dove Bush aveva avuto 5 punti percentuali più di John Kerry nel 2004. In Louisiana, quella che doveva essere una facile vittoria repubblicana  (il margine  nel 2004 era 7 punti a loro favore) si è trasformata in una disfatta. E, infine, il partito dell’elefante ha perso in una circoscrizione del Michigan  dove  George Bush ottenne il 62% dei voti alle ultime elezioni.
Nella politica americana, chiunque faccia previsioni è un pazzo o un ciarlatano. Quest’anno, fidatevi della mia sfera di cristallo: in Congresso si creeranno maggioranze democratiche simili a quelle ottenute da Franklin Roosevelt.

fabrizio.tonello@unipd.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ E se Washington e Teheran collaborassero?

Washington D.C. – A cinque anni dall’invasione americana dell’Iraq, dopo oltre 4.000 morti statunitensi e un numero imprecisato di vittime irachene, non esiste ancora alcun consenso a Washington sulla strategia da perseguire in futuro. Dei tre candidati ancora in corsa per la Casa Bianca (John McCain, Barack Obama e Hillary Clinton), i due democratici promettono il ritiro delle truppe, John McCain, invece, è sostenitore convinto dell’aumento del numero di soldati americani in Iraq messo in atto da George W. Bush all’inizio del 2007 e di cui il senatore dell’Arizona fu in parte ideatore.
Nonostante le differenze, esiste un filo conduttore che unisce questi due opposti approcci; ovvero gli americani, repubblicani o democratici che siano, paiono non comprendere che la guerra in Iraq non è semplicemente una questione di politica interna, ma che ci sono invece molti altri attori che sono coinvolti nel conflitto e che l’Iran è il principale tra questi.
Di rientro da due recenti viaggi in Iran,
Selig Harrison, direttore del Center for International Policy, un’organizzazione non governativa con sede a Washington D.C., ha cercato di fare chiarezza su questo tema mercoledì mattina, in una conferenza organizzata dal Woodrow Wilson Center, un centro di ricerca della capitale:  “La mia opinione è che non ci possa essere un ritiro ordinato e sicuro delle nostre truppe dall’Iraq, e una reale ricostruzione post-bellica del paese, senza l’aiuto dell’Iran”, ha detto Harrison. Secondo il Direttore del CIP, l’Iran non è da considerarsi semplicemente come una minaccia alla stabilità del Medio Oriente e potrebbe rivelarsi invece un aiuto per la soluzione della guerra in Iraq, se Washington si rendesse disponibile a trattare seriamente con Teheran.
Questioni geografiche e storiche rendono di facile comprensione gli interessi iraniani in Iraq. I due paesi condividono un confine di 900 miglia, sono entramba in maggioranza sciiti, e intrattengono relazioni bilaterali da millenni. “Per cinque secoli l’Iran sciita ha atteso la fine del governo della minoranza sunnita a Baghdad così che Teheran potesse finalmente riconquistare la propria influenza sulla regione,” ha spiegato Harrison al Wilson Center. Quando nel 2003 gli Stati Uniti decisero di abbattere il regime sunnita di Saddam Hussein, la vicina Repubblica Islamica fu attraversata da sentimenti contrastanti. Da un lato Teheran era inquieta all’idea dell’arrivo dell’esercito americano ai suoi confini. Dall’altro, il governo iraniano riconobbe immediatamente un’occasione per riconquistare potere, possibilità a cui l’amministrazione Bush non pare aver riflettuto al momento di decidere l’invasione del 2003.
Oggi, rimangono pochi dubbi sul fatto che l’Iran abbia rafforzato la propria influenza sui vicini iracheni e che molti dei progressi fatti – ultimo fra i quali la tregua concordata tra il governo di Nouri al-Maliki e le milizie di Muqtada al Sadr – siano arrivati grazie ad un intervento iraniano. Gli Stati Uniti dipendono quindi dall’Iran per una risoluzione positiva del conflitto iracheno.
Fortunatamente, Washington e Teheran hanno un comune interesse a mantenere l’ordine in Iraq e a che il paese rimanga unito. Teheran è particolarmente preoccupata dell’indipendentismo curdo, che potrebbe essere d’ispirazione alla minoranza curda iraniana. Inoltre, secondo Harrison, l’Iran ha mostrato vari segnali di apertura verso una collaborazione con gli americani. “L’Iran sta tenendo a freno al Sadr ed è pronta a contribuire alla stabilizzazione del paese, a patto però che Washington delinei con una certa precisione un piano di ritiro delle proprie truppe. E naturalmente alla condizione che gli Stati Uniti accettino l’idea che l’Iran giochi un ruolo importante nella Baghdad post-bellica”.
L’Iraq potrebbe diventare dunque il terreno di una nuova collaborazione tra l’Iran e gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, se gli americani non cambiano rotta, potrebbe rappresentare il teatro di uno scontro diretto tra i due paesi. Le scelte che saranno fatte nel prossimo futuro avranno un impatto su tutta la regione. Ad esempio, continua Harrison, “la frustrazione di Teheran per il comportamento americano a Sadr City (il quartiere abitato da due milioni di persone che è stato in rivolta nelle ultime settimane e su cui l’esercito americano non ha esitato ad usare le bombe), ha probabilmente contribuito ai più recenti sviluppi in Libano”, ha commentato il direttore del Center for International Policy mercoledì mattina riferendosi al riattizzarsi degli scontri tra gli Hezbollah e il governo di Beirut.
Viceversa, un’apertura americana verso l’Iran in Iraq potrebbe rappresentare il primo passo verso l’inizio di nuove relazioni diplomatiche, anche a riguardo della questione nucleare. Fino ad ora, sostiene Harrison, “gli Stati Uniti non sembrano davvero impegnati a trovare una soluzione di compromesso sul programma nucleare iraniano, almeno fino a quando continueranno a domandare a Teheran di interrompere qualsiasi attività di arricchimento dell’uranio come pre-requisito a qualunque tipo di negoziazione”. Selig Harrison è convinto che sia possibile, in futuro, ottenere dall’Iran il congelamento di tutta l’attività nucleare, sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica; “gli Stati Uniti però dovranno accettare di sottoscrivere un impegno formale di non utilizzare armi nucleari nel golfo”.
Selig Harrison ha messo così in evidenza la lunga lista di ragioni che dovrebbero spingere gli americani a cambiare approccio verso l’Iran. Tra i candidati alla presidenza, Barack Obama è l’unico che pare teoricamente disposto a trattare con Teheran. John McCain promette di mantenere la linea dura scelta da Bush e Cheney. Hillary Clinton ha più volte dichiarato che non prevede di incontrare personalmente Ahmadinejad e che relazioni diplomatiche a livello presidenziale saranno possibili solamente se il governo iraniano rinuncerà al nucleare.

valentina.pasquali@gmail.com

 



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