Davide D’Alessandro
Il Pd che vorrebbero gli elettori
Per Massimo Cacciari la politica sta in mezzo alla pluralità insuperabile nella polis e deve governarla, poiché la politica ha a che fare con molti (molteplicità) ed è fisiologicamente legata al più (polis, populus). Enzo Bianchi, il priore di Bose, ricordando la figura dell’Abbé Pierre, ha scritto su “La Stampa” che l’uomo stava in mezzo e insieme: “Impressionava la sua capacità di stare “in mezzo e insieme”, nel raccogliere stracci, nello svuotare solai e cantine, nel preparare il cibo comune e, poi, il suo ritirarsi in disparte, solo, a volte seduto su un mucchio di stracci o di rottami, a pregare guardando oltre l’orizzonte per scorgere l’invisibile”.
Dunque, in mezzo e insieme, accettando il pulito e il lurido, le amicizie e i conflitti. Anzi, sviluppando i conflitti e le diversità per raccontare, vivere e governare la pluralità.
Che cosa ha fatto la tanto vituperata globalizzazione se non, come afferma Aldo Bonomi, mutato e disarticolato le forme produttive? Dalla prossimità alla simultaneità di spazio e tempo, mettendo in crisi lo Stato-Nazione. Siamo precipitati nel gorgo, nella terra di nessuno, dove la rendita, la sicurezza, la stabilità vanno trasformate in ingegno per riconfigurare nuovi percorsi.
I soggetti economici (pensiamo alla Fiat) dopo lo sbandamento iniziale, dovuto al recepimento e all’accettazione della nuova realtà, intravedono l’uscita dal tunnel o, meglio, imprimono la svolta e determinano nuove misure e nuovi cicli.
La paura, “il senso del dramma”, della perdita, di essere travolti da ciò che appariva ignoto, hanno prodotto l’azione e favorito la ristrutturazione del loro campo e delle forme produttive ormai superate. L’ottica novecentesca è dietro le spalle. Il conflitto, alimentato dal vecchio codice capitale/lavoro, con lo Stato che ridistribuisce, lascia il passo al nuovo codice flussi/luoghi. E’ sempre Bonomi, sociologo arguto, a farci cogliere la trasformazione. Che cos’è la TAV se non il paradigma di una scelta che si impone, perché veicolante nuovi flussi passanti per altri luoghi?
Ma se i soggetti economici sono in marcia, i soggetti politici restano ancora impigliati. Hanno arrancato afasici per anni dietro una transizione infinita, di bipolarismo incompiuto, di frammentarietà del sistema partitico. Non tutti sembrano percepire il “senso del dramma” che sfarina, che dilapida. Ciò che resta in termini di tenuta si fa sempre più sottile, impalpabile.
L’anno scorso, nell’orizzonte politico italiano, è emerso un nuovo partito, il Partito democratico. Gli elettori che l’hanno sostenuto nel suo travagliato parto, che l’hanno votato alle primarie e alle recenti elezioni, si aspettano che sia protagonista, anche dall’opposizione, di un reale cambiamento della politica, di una seria riforma delle sue logore Istituzioni. Che non sia, come tende ad apparire ancora oggi, la semplice fusione fredda di due vecchie storie, la perpetuazione di antichi vizi. Che punti dritto alla soluzione dei problemi più complessi della gente in carne e ossa: dal calo mostruoso del tenore di vita alla sicurezza, dall’immigrazione all’occupazione, che incalzi la maggioranza con proposte innovative ed efficaci, che consentano di fissare e centrare l’obiettivo.
Se falliamo, osservò Cacciari, sarà la catastrofe. Non aveva torto, il sindaco di Venezia, a ricordare che quelle due parole (Partito democratico) avrebbe dovuto far tremare i suoi dirigenti. Perché il partito è riconoscersi parte e la pretesa di pre-vedere, di pre-dire, di rappresentare la totalità degli interessi, di valere per sé come significato generale, è passato che non vuole passare, è l’immagine, la nostalgia del partito-ideologia, dell’ossessione identitaria, del partito-Stato nello Stato. Tutto questo è finito, il nesso è andato in frantumi. Ma in frantumi deve andare anche l’organizzazione interna dei partiti. Va ridiscusso e affrontato alla radice il modo di essere parte nel partito.
Ha detto Gianfranco Pasquino:”I partiti sono scarsamente democratici, con accenti personalistici spesso imbarazzanti. Un quadro inquietante”.
E allora cosa significa democrazia? E’ ancora Cacciari che parla:”Democrazia è quell’ordine che mantiene vivo il conflitto tra i valori, conflitto che è la quintessenza di un sistema democratico, ma riesce a renderlo produttivo, produttivo di nuove idee, di nuovi ceti politici, di nuovi programmi, di nuove risposte alla domanda sociale…Democrazia è liberare, liberare, liberare. Un’azione che libera risorse, energie, che le libera da tutti gli impedimenti”.
E da una buona parte, aggiungiamo, della classe dirigente che necessita di ricambio. Silvio Berlusconi, nella formazione del suo quarto governo, ha dato un primo, importante segnale. Ma un altro, ancora più forte, va dato nella composizione delle liste, a cominciare dalle imminenti Europee. I giovani, le donne, coloro che hanno passione e vocazione politica, non si aspettano certo la liberazione improvvisa di comode poltrone. Chiedono però, a chi le ha occupate per decenni, di creare le condizioni per renderlo possibile. Chiedono l’istituzionalizzazione delle primarie a tutti i livelli. Chiedono di poter essere indicati, scelti, eletti al pari di ogni altro candidato. Chiedono atti di elevata responsabilità, un ultimo gesto di lungimiranza, un contributo vero per cambiare, innovare, salvare. Non si può nascere e morire facendo politica. Ci sono tante altre cose belle nella vita soprattutto per chi dalla politica ha già avuto tanto, tutto. Dando, nella maggior parte dei casi, poco, troppo poco.