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Home » Newsletter n. 128 - 23 maggio 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 128 – 23 maggio 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni



Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 128.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Prendere il toro per le corna


Davide Biassoni
Il nodo “sicurezza”


Luciano Fasano
"I've a dream": il grande sogno di Emma Marcegaglia


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Le ragioni di Hillary Clinton


Valerio Pulga
Leggi antiviolenza nel calcio: ci crede ancora qualcuno?


Giovanni A. Cerutti
L’ora del dilettante


Davide D’Alessandro
Il Pd che vorrebbero gli elettori


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Prendere il toro per le corna

Senza dubbio è stata la settimana del Cavaliere. E’ vero, c’erano tutti i presupposti per una partenza a razzo, ma la diffidenza è d’obbligo in un paese che si è disabituato alla leadership, al decisionismo e al rispetto della parola data. L’esecutivo di Berlusconi ha mantenuto fede agli impegni presi in campagna elettorale e ha proceduto a tappe forzate fino alla celebrazione del primo Cdm operativo che si è tenuto a Napoli. Sicurezza, immigrazione, emergenza rifiuti, prime misure economiche: le aspettative non sono state disattese. Il merito delle decisioni prese è per sua natura sempre discutibile e perfettibile, ma non è intenzione di queste poche righe affrontarlo. Molto più modestamente, qui si vuole portare l’accento sullo stile e sul modello del governare, su questo prendere il toro per le corna che ha segnato indubbiamente una rottura con il passato: minimizzando l’annacquamento dei provvedimenti dovuto alle mediazione politica, reagendo prontamente alle emergenze anziché capovolgere arbitrariamente la scala delle priorità, assumendo la realtà dei fenomeni per quello che sono e non per quello che si vorrebbe che fossero, incidendo con forza nel tessuto sociale, politico ed economico del paese attraverso delle prese di posizione precise delle quali si è disposti a portare senza schermi una responsabilità collettiva (di governo) e individuale (del premier). Certo, è stato solo un inizio. Ma un inizio di cui si sentiva il bisogno. La sfida per riportare il paese saldamente entro i confini della legalità e della modernità è enorme, così come sono enormi gli errori che si possono commettere. Ma si tratta di una sfida che riguarda tutto il paese nelle sue pieghe infinite e sollecita il desiderio di riscatto di un’intera comunità nazionale, che investe direttamente la credibilità di chi ha l’onere di governare e al tempo stesso interroga chi, stando all’opposizione, non solo ha il dovere di esercitare la più alta funzione della critica dell’oggi ma anche di costruire l’alternativa per domani.


Davide Biassoni
Il nodo “sicurezza”

Non solo la questione dei Rom: il problema immigrazione è ormai diventato un punto nevralgico dell’agenda politica. Il governo di centrodestra, appena insediatosi, lo ha posto in completo risalto nel primo Consiglio dei Ministri: l’obiettivo principale è quello di predisporre provvedimenti efficaci per arginare un fenomeno in costante crescita. L’aspetto cruciale è: “immigrazione” equivale a “criminalità”? L’esecutivo appare convinto che i due fenomeni procedano sovente nella stessa direzione: all’aumentare del numero degli stranieri, in special modo clandestini, crimini e reati incrementano. Di lì, l’unico modo per frenare l’allarmante effetto risulta quello di spegnerne la causa: introduzione del reato di clandestinità, pena aumentata di un terzo per chi delinque, espulsioni per i condannati a più di due anni, confisca della casa affittata in nero a clandestini, più poteri ai Sindaci in caso di gravi motivi, altolà ai matrimoni di convenienza per la cittadinanza che sarà concessa (a rito compiuto) dopo un minimo di due anni di residenza stabile. Non è tutto: il governo non pensa all’immigrato esclusivamente come a un soggetto proveniente da paesi al di là del Mediterraneo, ma anche a cittadini neo-comunitari (si pensi ai Rumeni) che potranno essere allontanati per motivi di ordine e sicurezza. Immediate sono giunte critiche “moderate” ­—  provvedimenti di bandiera, ideologici e inefficaci — ma anche “radicali”: siamo di fronte a una deriva autoritaria e razzista? Accuse in tal senso piovono da una Spagna che, a dispetto delle parole, presenta cifre chiare riguardo all’immigrazione, con un aumento maggiore del 40% nelle espulsioni avvenute nell’era Zapatero rispetto a quando sedeva Aznar alla Moncloa. Un dato inequivocabile, allora, è che in Europa si sta aprendo nettamente un nuovo cleavage socio-politico, una “spaccatura” che riguarda il rapporto fra immigrati e autoctoni: quale rapporto e quale convivenza? Il mondo Occidentale è inevitabilmente oggetto di mire da parte di tutti coloro che sperano di trovarvi migliori condizioni di vita. Giunti nel Vecchio Continente, i nuovi arrivati sono carichi non solo di speranze, ma anche di valori, costumi, usi, credenze, ambizioni: è davvero possibile conciliare realtà spesso distanti, se non conflittuali? La risoluzione dell’incontro-scontro che scongiuri la contrapposizione “noi-loro” sarà una della issue fondamentali del XXI° secolo in Europa: integrazione, assimilazione, oppure neo-segregazione? Abbiamo bisogno di un modello multiculturale che funzioni e pare di essere solo all’inizio di un lungo cammino il cui esito è del tutto imprevedibile.

davide.biassoni@unimi.it

 


Luciano Fasano
"I've a dream": il grande sogno di Emma Marcegaglia

Una relazione agile, puntuale e veloce. Trentasei cartelle scritte in un linguaggio chiaro ed incisivo. E’ la relazione di Emma Marcegaglia all'Assemblea di Confindustria. Quattro gli impegni strategici indicati dal neo Presidente: la sicurezza sul lavoro, l'investimento in ricerca e innovazione, la sicurezza energetica (con l'investimento nel nucleare di nuova generazione) e la battaglia per la legalità. Mercato e regole si coniugano in una visione che esprime passione per il paese e volontà di impegnarsi per una sua profonda trasformazione. "L'impresa sana che rispetta le regole è protagonista della crescita economica, ma anche dello sviluppo sociale e civile della nazione". Un discorso liberal, che rivendica la cultura di impresa ma al tempo stesso afferma il dovere dell'impresa stessa di rispondere alla responsabilità che le deriva dalla propria fondamentale funzione sociale. Un discorso che fa sperare e, citando Diderot, ricorda che solo le grandi passioni possono innalzare lo spirito a grandi cose. Non è quindi un caso che questa relazione abbia raccolto il plauso pressoché unanime di istituzioni, forze politiche e rappresentanze sociali, da Berlusconi a Veltroni, dal Presidente della Repubblica Napolitano ai sindacati confederati (eccezion fatta per alcuni rilievi avanzati da Epifani a nome della Cgil, che rimprovera alla Marcegaglia di aver dimenticato il problema dei salari bassi). Di certo vi è un dato: dopo la fase conclusiva della Presidenza Montezemolo, contrassegnata da una forte vocazione politica ad impegnare la discussione associativa degli industriali sulle priorità fondamentali del paese, comprese le riforme istituzionali e il tema dei costi della politica, con la Presidenza Marcegaglia questa attitudine sembra, se possibile, destinata ad accrescersi. Così, nel pieno di una transizione tuttora incompiuta, a fronte di una politica che stenta ad assumere un ruolo di guida attraverso l'indicazione di un chiaro e lineare orizzonte di sviluppo e la creazione delle condizioni necessarie per realizzarlo, è l'associazionismo imprenditoriale ai suoi massimi vertici che sembra voler ambiziosamente delineare l'agenda di un paese afflitto dalla malattia della crescita zero. E lo fa anche con passaggi non del tutto scontati.  La critica alla produzione di finanza a mezzo finanza, per esempio, a cui si contrappone il primato dell'investimento nelle attività produttive. Ma anche la lettura in chiave antiprotezionista dei rapporti con gli agguerriti concorrenti cinesi ("Il 40% delle esportazioni cinesi - per 500 miliardi di dollari - è frutto di joint venture con imprese occidentali che hanno investito in Cina. Frenando quelle esportazioni, colpiremmo anche le imprese dei nostri paesi"), che certamente non è in sintonia con le posizioni del neo Ministro dell'Economia Tremonti. Così come l'attenzione verso l'occupazione femminile come motore di sviluppo ("Con un'occupazione femminile allineata ai tassi medi europei, il nostro Pil sarebbe più alto di quasi il 7%"), oppure il rilancio della questione meridionale come vera priorità per la ripresa del paese ("Non può esservi ripresa durevole della crescita dell'Italia se non si rimette in moto il Mezzogiorno" ... "Il Pil per abitante è al Sud  pari al 57% di quello del Nord: portarlo allo stesso livello delle regioni settentrionali nell'arco di quindici anni, comporterebbe una crescita annua del 6% per l'area e tre milioni di nuovi occupati. Il Mezzogiorno diventerebbe un volano di crescita per l'intero paese"). Una personalità femminile alla guida della più importante associazione imprenditoriale italiana può non soltanto rappresentare una significativa novità. Da domani, se la neo Presidente di Confindustria agirà di conseguenza, la politica sarà sollecitata ad un confronto serio su scelte e priorità per la ripresa del paese. E non potrà accontentarsi di ammiccamenti, sostenendo che si tratta semplicemente del proprio programma di governo. Berlusconi e Veltroni sono avvisati! E noi, semplici cittadini animati dal bene per il paese, oltre che da un certo gusto per la politica, corriamo il rischio di trovarci con ben poco in mano, a parte la consolazione di assistere al capezzale una classe politica ormai morente e incapace di generare apprezzamento ed entusiasmo più di quanto possa fare una Presidente donna degli imprenditori.

luciano.fasano@unimi.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Le ragioni di Hillary Clinton

Washington D.C. – Con sole tre primarie ancora in calendario, Puerto Rico, Montana e South Dakota, Barack Obama ha già accumulato oltre la metà dei delegati che andranno alla convention di Denver in agosto. Per raggiungere quota 2025, il numero necessario ad ottenere la nomination, il Senatore dell’Illinois ha bisogno di soli 63 nuovi sostenitori. Ciò significa che, indipendentemente dai risultati delle prossime competizioni, Hillary Clinton deve convincere i superdelegati a ribaltare il verdetto popolare se vuole diventare il candidato del partito democratico alla Casa Bianca.
Nella squadra di Obama si respira un’aria di giustificato ottimismo e il Senatore dell’Illinois mostra di pensare già alla campagna per le elezioni generali. Innanzitutto, Obama sta conducendo una serie di visite in stati, come ad esempio l’Iowa, che hanno votato nelle primarie, ma che sono considerati fondamentali per una vittoria a novembre. Inoltre, pare che la sua campagna elettorale
abbia cominciato ad assumere nuovo personale in vista della lotta per la Casa Bianca. Infine, il Wall Street Journal ha riportato giovedì che fonti interne al Partito Democratico indicherebbero che Obama ha iniziato a riflettere sulla scelta del Vice-presidente.
Nonostante le pressioni crescenti a che abbandoni la gara, Hillary Clinton pare determinata a proseguire la propria campagna elettorale perlomeno fino al 3 giugno, data delle ultime primarie. Obbligata a corteggiare il voto dei superdelegati, la ex-first lady ha bisogno di trovare sempre nuove spiegazioni del perchè la si debba ancora considerare un candidato plausibile. Ad esempio, la sua squadra elettorale sottolinea senza sosta l’importanza del voto popolare rispetto al numero di delegati, sostenendo che la Senatrice di New York ha ottenuto la percentuale più alta di preferenze, in un conteggio che arbitrariamente comprende i risultati di Michigan e Florida. Più di recente, Clinton ha provato a spostare l’attenzione sui voti elettorali, che non hanno rilevanza nelle primarie, ma determineranno l’esito delle presidenziali. L’ex-first lady insiste di aver vinto negli stati che mettono in palio il numero maggiore di voti elettorali, considerazione che teoricamente la rende il candidato democratico con le maggiori possibilità di vittoria contro John McCain. In sostanza, e come ha ironicamente enfatizzato qualche settimana fà Keith Olbermann, commentatore politico di MSNBC, Clinton continua a cambiare la propria interpretazione dei dati di voto dopo ogni turno elettorale, e a seconda dei risultati da lei ottenuti quel giorno.
Nel perseguire questa strategia, Hillary Clinton sta assumendosi il rischio di inimicarsi il partito, di mettere a repentaglio future possibilità di ricandidarsi alla presidenza ed in generale di rovinare la propria carriera politica, che, a sessant’anni d’età, potrebbe essere ancora molto lunga. Le ragioni che la stanno spingendo a questa scelta sono indubbiamente numerose. In parte si tratta di considerazioni pragmatiche, che hanno a che vedere con lotte interne al partito e con la volontà di vedere riconsciuta la propria influenza politica anche in caso di sconfitta. In questo senso è interessante l’analisi offerta da Dan Conley su Salon, a proposito di cosa Hillary Clinton potrebbe volere in cambio del proprio ritiro. Innanziutto, Hillary potrebbe chiedere ad Obama di ripagarle parte dei debiti contratti per mandare avanti la propria campagna elettorale. In secondo luogo, la Senatrice di New York potrebbe domandare che Obama sottoscriva, da candidato del partito, alcune delle proposte politiche di Clinton, come ad esempio il programma per la sanità. È probabile, infine, che Hillary Clinton pretenda di essere la prima a cui viene offerto il posto di candidato alla vice-presidenza.
Esistono però anche altre ragioni, e non meno importanti, dietro la decisione di Hillary Clinton di rimanere in gara. Ragioni che vanno trovate innanzitutto nella motivazione di milioni di elettori democratici che continuano a votare per lei nonostante sia chiaro a tutti che le possibilità della Senatrice di New York di aggiudicarsi la nomination sono pressochè inesistenti. Che si tratti di razzismo di fondo, diffuso in maniera endemica anche tra gli elettori del partito dell’asinello, e in particolare tra i lavoratori bianchi a basso redditto e con bassi livelli di educazione, o invece dei dubbi che molti americani nutrono su Barack Obama per via della sua inesperienza, è fondamentale che il Senatore dell’Illinois vi dedichi una riflessione seria, perchè potrebbero essere proprio queste problematiche a costargli la Casa Bianca in un anno in cui tutto sembra indicare che gli Stati Uniti sono pronti per un nuovo presidente democratico.

valentina.pasquali@gmail.com


Valerio Pulga
Leggi antiviolenza nel calcio: ci crede ancora qualcuno?

E’ finalmente finito un altro campionato. Piuttosto che addentrarsi in una analisi piena di dietrologie sulle anomalie degli ultimi tre tornei (chi vuole conoscere la verità ha oggi in internet un prezioso alleato) è doveroso parlare, visto che chi avrebbe dovuto farlo stava probabilmente festeggiando in piazza Duomo, di quanto accaduto fuori dallo stadio di Parma. Tutto è iniziato con il divieto ai tifosi della Roma di andare in trasferta a Catania causa gli incidenti della partita di andata. Secondo quanto riportato dai giornali, a quel punto si è assistito al solito  triste spettacolo italiano:  i romanisti hanno minacciato di andare a Parma a “fischiare” l’Inter; la prefettura di Parma ha deciso dunque di bloccare la trasferta anche ai nerazzurri; i tifosi nerazzurri, sentitisi oltraggiati, hanno minacciato la marcia sulla città emiliana. Risultato: marcia a Parma con disordini, feriti e macerie!
Ogni volta che c’è il morto sono tutti pronti a fare i moralisti e a proporre se non addirittura a far approvare decreti legge e poi quando c’è da mettere in pratica le sanzioni,come per magia, stanno tutti zitti!
Partiamo col dire che una volta dati i poteri all’Osservatorio di bloccare le trasferte, si devono accettarne le decisioni. Secondo: se il vietare la trasferta anche agli interisti è sembrata una scelta di par condicio, bisogna ricordare che in altri paesi, a tale tifoseria sarebbe ancora negato l’accesso agli stadi per il motorino volato dal secondo anello se non per gli atti di violenza a Milano dopo la morte di Gabriele Sandri! Terzo punto: non è possibile essere ricattati dalle tifoserie! “Se non fate…, allora noi andiamo…”. Ma in che razza di paese viviamo? Fino a quando dovremo sopportare il comportamento ricattatorio e guerrafondaio di alcune tifoserie? Fino a quando per colpa di alcune, si farà di tutta l’erba un fascio? Ai tempi del diluvio di Perugia a preoccupare era la minaccia dei tifosi laziali, oggi è il ricatto di quelli romanisti e interisti ( guarda caso tutte e tre tifoserie riconosciute come di estrema destra!), e domani?
Come già detto in precedenza, sia creare leggi senza prima aver analizzato e studiato il contesto, sia incrementare il carattere repressivo degli interventi, sono gravi errori. Ma altrettanto grave è continuare ad intervenire a livello legislativo senza far rispettare il quadro normativo vigente, mettendo in evidenza tale discrepanza solo quando non ci sono altre notizie da prima pagina ( i feriti di Parma alla luce dei fatti sono divenuti “feriti di serie B”)!
Domenica a Parma fuori dallo stadio è successo di tutto, ma fosse cascato il mondo si doveva assegnare lo scudetto (all’Inter …) e pace all’anima della legge “Melandri-Amato”!Fino a quando in Italia, indipendentemente dall’ambito in cui ci si trova ( calcistico, politico,economico,ecc), i soliti noti rimarranno impuniti ( passaporti e documenti falsi, falsi in bilancio, partite truccate, pedinamenti e chi ne ha più ne metta!) non si potrà mai educare la gente a seguire quei valori che sono alla base del concetto di popolo civile ed evoluto!

huntervl@vodafone.it


Giovanni A. Cerutti
L’ora del dilettante

La sconfitta del 13 e 14 aprile sembra aver finalmente segnato un punto fermo nelle vicende del centrosinistra, ponendo termine a un quindicennio di continua mobilitazione sull'onda dell'emergenza, sempre all'inseguimento di geometrie di coalizioni in grado di fronteggiare il centrodestra, senza mai avviare una riflessione decisiva su quale fosse il modello di partito più adeguato per aspirare a governare. Il risultato elettorale - per quanto sia prematuro considerarlo strutturale ed, anzi, sia molto probabile che presto il modesto esecutivo del presidente incominci a sbandare sotto la propria insipienza e le contraddizioni della coalizione che lo sorregge - ha indicato chiaramente tutte le insufficienze e i limiti, ad oggi invalicabili, delle culture politiche che sorreggono il partito democratico. Si può dire che la scelta di Veltroni di presentarsi da solo sia stata provvidenziale per metterli finalmente in evidenza in modo inappellabile.
Penso, allora, che non sia inutile ripercorrere per sommi capi le vicende degli ultimi vent'anni, alla ricerca dei nodi problematici il cui scioglimento possa contribuire a fare qualche passo avanti, o almeno ad avere qualche consapevolezza in più. Vent'anni in cui la storia del centrosinistra può essere ricostruita intorno all'alternarsi di due assetti: uno incentrato sull'appello alle forze diffuse nella società, l'altro sul ceto politico formatosi nei partiti. Direi che grossolanamente lo schema è stato questo. Nei momenti di grande difficoltà, in cui i partiti e gli uomini che li rappresentano appaiono screditati, parte l'appello alle forze vive della società, alle energie lontane dalla politica. Una volta superata l'impasse, grazie all'iniezione di questi fermenti nello stanco circuito del professionismo politico, nel momento in cui si tratta di dover gestire le vittorie si ripresentano gli uomini degli apparati, con il tipico atteggiamento di chi pensa che è finita l'ora del dilettante: ragazzo fatti da parte che la ricreazione è finita, adesso che le cose diventano serie ti facciamo vedere noi come si fa; la politica non è affare per le anime belle, ma per spietati uomini che sanno come va il mondo. L'emblema di questo atteggiamento è il modo in cui Massimo d'Alema ha liquidato tra il 1997 e il 1998 l'esperienza dell'Ulivo, con la bicamerale, prima, e la gestione della crisi del governo Prodi, poi, che ha portato ad una vera e propria restaurazione che ha impedito fino ad oggi al centrosinistra di essere credibile verso l'elettorato, specie del nord. Da allora, infatti, l'idea che dietro ai progetti modernizzanti ci sia il notabilato sopravvissuto per inerzia alla fine dei partiti di massa è un vincolo da cui sembra impossibile affrancarsi. Come sa chi studia la società, la fiducia è un legame sociale tanto indispensabile, quanto fragile. È difficile svilupparlo, ma è molto semplice distruggerlo.

Le ultime elezioni hanno chiarito inequivocabilmente che questo meccanismo ha mostrato la corda, dopo aver logorato una quantità impressionante di energie cercate e subito mortificate. Il suo inizio può essere fissato con la fine del Pci e la nascita, invero molto tormentata, del Pds, che in origine doveva rappresentare l'azzeramento di una storia e la partenza di una vicenda completamente nuova. Un punto a capo, in cui lo scioglimento del vecchio apparato avrebbe dovuto rimettere in circolo forze imbalsamate e aprire spazi fino ad allora pervicacemente chiusi. Così non è andata, e di fatto si è assistito ad un tormentato traghettamento dell'esperienza comunista in un contesto post-ideologico. Nel 1993, il disfacimento del sistema politico e le opportunità offerte dall'elezione diretta dei sindaci hanno portato alla costruzione di aggregazioni elettorali intorno a figure nuove, quali erano allora Rutelli, Bassolino, Sansa, Castellani e Cacciari, che contenevano notevoli prospettive di sviluppo. Ma, passata la paura e rinfrancati dalle vittorie, le nomenclature hanno sperperato quel potenziale proponendo l'avvilente cartello dei progressisti. La sferzata della sconfitta del 1994 ha, in seguito, portato al progetto dell'Ulivo, un progetto che aveva l'ambizione di raccogliere il meglio delle esperienze riformiste della storia repubblicana per dare vita a una formazione politica in grado di riassorbire al suo interno anche le forze della sinistra radicale, così come avviene, ad esempio, nel labour inglese. Ma, vinte le elezioni, anche questo progetto è crollato nel 1998, sotto i colpi congiunti del vecchio ceto politico e dell'incapacità congenita e irredimibile della sinistra radicale di fare il salto di qualità verso una prospettiva di governo. Mai come allora è stata chiara l'incapacità di comprendere che le elezioni erano state vinte dalla prospettiva di superare forme della politica ormai consegnate al passato. Da allora si può dire che non ci si è più ripresi. Il rassegnato schieramento del 2001 mette tristezza solo a ripensarci, mentre l'Unione del 2006 era così improbabile che ha rischiato di perdere le elezioni nonostante il catastrofico quinquennio del centrodestra al governo. Così come la sfida di Veltroni è caduta sull'incapacità di portare a termine gli strappi decisivi. E, in soprannumero, nelle ultime due consultazioni la sciagurata legge elettorale ha messo nelle mani di un ristretto manipolo di notabili la scelta delle candidature. E, nonostante le vibrate proteste pubbliche contro una legge sbagliata, l'uso che ne è stato fatto dal centrosinistra è stato pietoso, secondo logiche agghiaccianti.
E invece il tema da sviluppare in questi anni per una classe dirigente consapevole delle sue responsabilità sarebbe stato dar forma e plasmare le energie che si sono via via affacciate alla politica, anzi progettare percorsi per ulteriori immissioni di nuove forze, specie quelle collocate nei punti nevralgici dove nasce la società. Energie allo stato grezzo, e qualche volta anche discutibili, con qualche cavallo di ritorno di troppo, senz'altro non in grado di inserirsi da subito costruttivamente nel circuito politico. Ma energie indispensabili per costruire un partito in grado finalmente di selezionare una classe dirigente, piantata nella società e, contemporaneamente, consapevole dei processi politici.
Tema ancora lì, tutto da sviluppare. Sarà la volta buona?

giovanni.cerutti@tiscali.it


Davide D’Alessandro
Il Pd che vorrebbero gli elettori

Per Massimo Cacciari la politica sta in mezzo alla pluralità insuperabile nella polis e deve governarla, poiché la politica ha a che fare con molti (molteplicità) ed è fisiologicamente legata al più (polis, populus). Enzo Bianchi, il priore di Bose, ricordando la figura dell’Abbé Pierre, ha scritto su “La Stampa” che l’uomo stava in mezzo e insieme: “Impressionava la sua capacità di stare “in mezzo e insieme”, nel raccogliere stracci, nello svuotare solai e cantine, nel preparare il cibo comune e, poi, il suo ritirarsi in disparte, solo, a volte seduto su un mucchio di stracci o di rottami, a pregare guardando oltre l’orizzonte per scorgere l’invisibile”.
Dunque, in mezzo e insieme, accettando il pulito e il lurido, le amicizie e i conflitti. Anzi, sviluppando i conflitti e le diversità per raccontare, vivere e governare la pluralità.
Che cosa ha fatto la tanto vituperata globalizzazione se non, come afferma Aldo Bonomi, mutato e disarticolato le forme produttive? Dalla prossimità alla simultaneità di spazio e tempo, mettendo in crisi lo Stato-Nazione. Siamo precipitati nel gorgo, nella terra di nessuno, dove la rendita, la sicurezza, la stabilità vanno trasformate in ingegno per riconfigurare nuovi percorsi.
I soggetti economici (pensiamo alla Fiat) dopo lo sbandamento iniziale, dovuto al recepimento e all’accettazione della nuova realtà, intravedono l’uscita dal tunnel o, meglio, imprimono la svolta e determinano nuove misure e nuovi cicli.
La paura, “il senso del dramma”, della perdita, di essere travolti da ciò che appariva ignoto, hanno prodotto l’azione e favorito la ristrutturazione del loro campo e delle forme produttive ormai superate. L’ottica novecentesca è dietro le spalle. Il conflitto, alimentato dal vecchio codice capitale/lavoro, con lo Stato che ridistribuisce, lascia il passo al nuovo codice flussi/luoghi. E’ sempre Bonomi, sociologo arguto, a farci cogliere la trasformazione. Che cos’è la TAV se non il paradigma di una scelta che si impone, perché veicolante nuovi flussi passanti per altri luoghi?
Ma se i soggetti economici sono in marcia, i soggetti politici restano ancora impigliati. Hanno arrancato afasici per anni dietro una transizione infinita, di bipolarismo incompiuto, di frammentarietà del sistema partitico. Non tutti sembrano percepire il “senso del dramma” che sfarina, che dilapida. Ciò che resta in termini di tenuta si fa sempre più sottile, impalpabile.
L’anno scorso, nell’orizzonte politico italiano, è emerso un nuovo partito, il Partito democratico. Gli elettori che l’hanno sostenuto nel suo travagliato parto, che l’hanno votato alle primarie e alle recenti elezioni, si aspettano che sia protagonista, anche dall’opposizione, di un reale cambiamento della politica, di una seria riforma delle sue logore Istituzioni. Che non sia, come tende ad apparire ancora oggi, la semplice fusione fredda di due vecchie storie, la perpetuazione di antichi vizi. Che punti dritto alla soluzione dei problemi più complessi della gente in carne e ossa: dal calo mostruoso del tenore di vita alla sicurezza, dall’immigrazione all’occupazione, che incalzi la maggioranza con proposte innovative ed efficaci, che consentano di fissare e centrare l’obiettivo.
Se falliamo, osservò Cacciari, sarà la catastrofe. Non aveva torto, il sindaco di Venezia, a ricordare che quelle due parole (Partito democratico) avrebbe dovuto far tremare i suoi dirigenti. Perché il partito è riconoscersi parte e la pretesa di pre-vedere, di pre-dire, di rappresentare la totalità degli interessi, di valere per sé come significato generale, è passato che non vuole passare, è l’immagine, la nostalgia del partito-ideologia, dell’ossessione identitaria, del partito-Stato nello Stato. Tutto questo è finito, il nesso è andato in frantumi. Ma in frantumi deve andare anche l’organizzazione interna dei partiti. Va ridiscusso e affrontato alla radice il modo di essere parte nel partito.
Ha detto Gianfranco Pasquino:”I partiti sono scarsamente democratici, con accenti personalistici spesso imbarazzanti. Un quadro inquietante”.
E allora cosa significa democrazia? E’ ancora Cacciari che parla:”Democrazia è quell’ordine che mantiene vivo il conflitto tra i valori, conflitto che è la quintessenza di un sistema democratico, ma riesce a renderlo produttivo, produttivo di nuove idee, di nuovi ceti politici, di nuovi programmi, di nuove risposte alla domanda sociale…Democrazia è liberare, liberare, liberare. Un’azione che libera risorse, energie, che le libera da tutti gli impedimenti”.
E da una buona parte, aggiungiamo, della classe dirigente che necessita di ricambio. Silvio Berlusconi, nella formazione del suo quarto governo, ha dato un primo, importante segnale. Ma un altro, ancora più forte, va dato nella composizione delle liste, a cominciare dalle imminenti Europee. I giovani, le donne, coloro che hanno passione e vocazione politica, non si aspettano certo la liberazione improvvisa di comode poltrone. Chiedono però, a chi le ha occupate per decenni, di creare le condizioni per renderlo possibile. Chiedono l’istituzionalizzazione delle primarie a tutti i livelli. Chiedono di poter essere indicati, scelti, eletti al pari di ogni altro candidato. Chiedono atti di elevata responsabilità, un ultimo gesto di lungimiranza, un contributo vero per cambiare, innovare, salvare. Non si può nascere e morire facendo politica. Ci sono tante altre cose belle nella vita soprattutto per chi dalla politica ha già avuto tanto, tutto. Dando, nella maggior parte dei casi, poco, troppo poco.



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Afghanistan, l’unica certezza resta il Grande Gioco

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La sinistra milanese rimandata a settembre

Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

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