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Home » Newsletter n. 129 - 30 maggio 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 129 – 30 maggio 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni



Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 129.

Cogliamo l'occasione per segnalare l'inaugurazione di una nuova sezione del nostro sito dedicata all'Espozione Universale che Milano avrà l'onore e l'onere di ospitare nel 2015. Per l'importanza oggettiva dell'evento e per le ripercussioni che questo avrà non solo su Milano ma sull'intero sistema-paese, il Centro di Formazione Politica ha deciso di dedicare ad esso una sezione speciale - curata da Stefano Florio e aperta a tutti coloro che vorrano contribuire - in modo da creare una sorta di "diario di bordo" nel quale raccogliere e analizzare notizie, documenti, testimonianze da qui fino all'avvio vero e proprio dell'iniziativa.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Nicola Pasini
Il punto/ Maggioranza, ma anche opposizione…


Davide Biassoni
Aspettando Ahmadinejad


Walter Joffrain
Nucleare sì, nucleare no


Luca Rossetti
Oltre il “nucleare: no grazie” ma con metodo


Davide D’Alessandro
Tifare Caw serve all’Italia


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ La sicurezza sociale in America


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Nicola Pasini
Il punto/ Maggioranza, ma anche opposizione…

Forse è bene che tutti si rendano conto che, volenti o nolenti, la politica italiana nel giro di pochi mesi ha cambiato pelle. E non si tratta solo del fatto che Berlusconi ha vinto le elezioni, mentre il Pd le ha perse. Oggi, il sistema partitico è completamente diverso rispetto a un passato recente, caratterizzato da frammentazione e ingovernabilità. E’, quindi, opportuno che maggioranza e opposizione si attrezzino per passare dall’adolescenza alla maturità politica. La tentazione di tornare indietro è sempre in agguato. Più per pigrizia intellettuale e culturale che per vera necessità, spesso si preferisce adottare comportamenti vecchi e stereotipati, slogan non più proponibili. Tuttavia, proprio grazie al nuovo quadro politico, non è proprio il caso di rimpiangere stagioni burrascose all’insegna di una perenne conflittualità. Stagioni che hanno avuto un solo esito: fare del male all’Italia.
La maggioranza non ha più alibi. Chi ha vinto governi, nel rispetto dello stato costituzionale: la legge limita l’arbitrarietà del potere sottomettendolo per l’appunto al diritto. Questo però non significa che il governo e la maggioranza parlamentare che lo sostiene non potranno essere liberi di perseguire programmi caratterizzati da orientamenti politici e valoriali propri. Di questo il PD (dirigenti, militanti e elettori), se ne faccia una ragione. Ma, anche dall’opposizione si può fare la propria parte, innanzitutto per il bene del paese. Il lavoro non manca. Sia in Parlamento, ma soprattutto nel partito. Un partito da (ri)costruire, per renderlo riconoscibile dagli elettori, soprattutto da coloro che non percepiscono la politica un fatto importante per i propri progetti di vita. Eppoi, 5 anni sono appena sufficienti per creare e rinnovare, sul serio, la propria classe dirigente. Ben vengano le fondazioni culturali, le scuole di formazioni politica, i laboratori di pensiero, purché all’insegna di una sana e vera competizione delle idee e tra futuri leader. Da questo punto di vista, il CFP ha tutte le carte in regola per dire la sua.

direzione@formazionepolitica.org


Davide Biassoni
Aspettando Ahmadinejad

Parlerà ai primi di giugno in ambito ONU alla Conferenza Internazionale della FAO a Roma sulla Sicurezza Alimentare: il riferimento è al Presidente (con mandato in scadenza fra un anno) della Repubblica Islamica Iraniana, Mahmud Ahmadinejad. Così, sono già al centro delle cronache le richieste che lo statista ultraconservatore avrebbe avanzato per tenere un intervento all’Università “La Sapienza” di Roma e per un colloquio diretto con il Santo Padre in Vaticano. Allo stato attuale, tutto resta a livello di mormorii, con tanto di smentite che non fanno altro che accrescere la curiosità intorno a un leader politico molto controverso e parzialmente eclissatosi dalle prime pagine delle testate nazionali italiane in seguito alla perdita di centralità del dossier sul programma nucleare, poi oggetto di sanzioni da parte delle Nazioni Unite. Voci dell’Ateneo romano confermano le indiscrezioni, anche se sono date garanzie che l’incontro alla fine non si farà: facile immaginare il vespaio di polemiche se Ahmadinejad parlasse laddove Benedetto XVI decise di non recarsi in seguito alle ben note contestazioni. E proprio lo stesso Pontefice è coinvolto nella questione: fra i sette-otto Presidenti (i Capi di Stato presenti nella capitale saranno una cinquantina) che hanno chiesto di incontrarlo privatamente ci sarebbe anche quello iraniano, anche se fonti diplomatiche d’Oltretevere per ora “non confermano né smentiscono”, mentre la Farnesina precisa che un eventuale colloquio, se ci sarà, avverrà esclusivamente fra i capi delle rispettive diplomazie – ossia Frattini-Mottaki – per parlare della questione irachena. E ben diverso appare allora l’atteggiamento molto più amichevole che accolse a Roma nel 1999 il Presidente riformatore Khatami, teorico del “dialogo fra le culture” per scongiurare lo “scontro di civiltà” huntingtoniano. Il Riformista ha nel frattempo lanciato un appello pubblico perché all’Iran siano opposti tre fermi “no”: all’ingerenza negli affari interni degli altri Stati del Medio Oriente; al nucleare a fini bellici; alla negazione della Shoah e alla minaccia contro l’esistenza dello Stato d’Israele. L’eterogenesi dei fini sembra non lasciar scampo: l’onda mediatico-politica potrebbe portare al centro dei riflettori il Presidente iraniano, rendendolo l’uomo politico più atteso e discusso.

davide.biassoni@unimi.it


Walter Joffrain
Nucleare sì, nucleare no

A più di vent’anni dal Referendum che escluse l’Italia dalla partita del nucleare, si riapre in questi giorni il dibattito sull’opportunità  di riprendere la costruzione di centrali nucleari di nuova generazione all’interno del nostro Paese.
Sappiamo  che a tutt'oggi l'Italia è l'unico tra i Paesi industrializzati ad essere completamente assente dalla produzione di energia elettrica dal nucleare, sebbene gran parte della tecnologia e della fisica dei reattori nucleari fu sviluppata proprio da un italiano, Enrico Fermi.
L’utilizzo di energia nucleare avrebbe senza dubbio il vantaggio di ridurre la dipendenza  da gas e petrolio e di assicurare un mix di fonti  all’Italia, diminuendo il costo dell’energia per i cittadini che potrebbero così arrivare a  risparmiare addirittura il 20-30% sulla bolletta elettrica. La costruzione di centrali nucleari potrebbe poi contribuire a risolvere la paradossale situazione che vede il nostro Paese acquistare il 20% dell’elettricità utilizzata dagli italiani, corrispondente a circa 50-60 miliardi di chilowattora l’anno, da Francia e Svizzera dove viene prodotta da impianti nucleari.
Se l’obiettivo ottimale per l’Italia potrebbe dunque essere quello di rimpiazzare questa quota di energia importata con una produzione interna, occorre però chiedersi se davvero  la costruzione di nuove centrali nucleari  possa essere la giusta soluzione.
Infatti senza qui affrontare il problema del livello di sicurezza delle centrali, che comunque permane anche a fronte di un ingente rafforzamento delle policy e della tecnologia utilizzata, occorre oggi domandarsi in chiave strategica  se non sia meglio potenziare fonti alternative quali il solare, l’eolico e le biomasse invece di effettuare ingenti investimenti in infrastrutture  nucleari di nuova generazione.
Due sono i parametri su cui soffermarsi per un’analisi strategica sul ritorno atteso dagli investimenti in centrali:  tempi e  costi.
Occorre soffermarsi con attenzione sui tempi del nucleare perché il forte contesto innovativo in cui viviamo in termini di forme energetiche alternative potrebbe rendere non profittevole un investimento tardivo nel nucleare, anche perché è oggi difficile sostenere che prima di 8-10 anni possa entrare in funzione  in Italia una nuova centrale atomica. Infatti, le procedure per l’ottenimento dei permessi autorizzativi e i tempi necessari per l’installazione della centrale e per l’individuazione dei luoghi di stoccaggio delle scorie radioattive sono tali da non poter essere più di tanto comprimibili.
Per quanto riguarda i costi, se è vero che il vantaggio del nucleare risiede in un costo variabile di produzione legato al combustibile  drasticamente più basso rispetto agli idrocarburi, è altrettanto vero che i costi fissi correlati alle infrastrutture, ai livelli di sicurezza e alla gestione delle scorie sono tali da rendere questi tipi di investimenti appannaggio quasi solo degli organi pubblici.
Infine, sempre in termini di costi, occorre considerare che tra qualche anno il prezzo del fotovoltaico potrebbe diventare conveniente anche senza incentivi, con prezzi delle celle fotovoltaiche  a soli 1000 euro al KW.  Queste aspettative sulle fonti rinnovabili hanno contribuito a ridurre gli investimenti in nucleare anche negli USA, dove ormai da quasi dieci anni non si è più costruita alcuna centrale nucleare.
A conclusione, occorre ricordare che la diffidenza italiana verso la costruzione di centrali nucleari non sarà tanto facile da correggere anche perché è assente in noi la familiarità con il nucleare per fini militari che renderà ancor più difficile giustificare in termini di costi e di livelli di sicurezza la produzione  di energia attraverso l’atomo.

walter.joffrain@libero.it


Luca Rossetti
Oltre il “nucleare: no grazie” ma con metodo

La ripresa del dibattito sull’energia atomica in Italia non può che inserirsi nel contesto del tema dei cambiamenti climatici e quindi delle diverse leve strategiche per farvi fronte: fonti energetiche, risparmio ed efficienza energetica.
A proposito del nucleare, Dario De Vico ha scritto a ragione sulla prima del Corriere della “fine di un tabù”. Ciò che va evitato è che al tabù si sostituisca un mito: il nucleare come panacea per tutti i mali energetici del nostro tempo.
Occorre che si metta in campo una discussione finalizzata ad affrontare la questione su basi razionali per non restare prigionieri degli isterismi delle opposte tifoserie: gli amici del no che demonizzano la fonte energetica e l’ottimismo profuso a piene mani dai filonuclearisti a prescindere. Servono spunti per inquadrare la discussione con rigore davanti ad un tema con implicazioni delicate riconoscendo pro e contro, profilando prospettive realistiche.
Da un lato la discussione sul nucleare archivia un tabù dinnanzi a paesi limitrofi che producono, a pochi chilometri dai nostri confini, energia attraverso questa fonte, apre un ventaglio di fonti energetiche che non dovrebbe escluderla a prescindere, serve per  affrontare senza pregiudizi le opportunità della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica. D’altro canto molti restano comunque i nodi delicati sollevati da questa scelta: il dilemma, ancora irrisolto, dello smaltimento delle scorie; le valutazioni negative delle cosiddette tecnologie di terza generazione, giudicate quasi unanimemente come obsolete sia sul piano del consumo del combustibile (e quindi della sua disponibilità futura) che su quello della quantità e qualità delle scorie prodotte (oltre che per tempi e costi di realizzazione).
Inoltre, non va dimenticato l’andazzo tutto nazionale che attanaglia molte delle nuove localizzazioni impiantistiche. In questo caso, accanto ai tempi lunghissimi per la messa in opera si accompagnerebbe l’accoppiata dell’immobilismo e della dilazione perenne: logiche NIMBY più decisionismo muscolare.
Uno spunto interessante è invece quello offerto dalla metodologia adottata in Inghilterra dal BEER (Departement for Business Entreprise & Regulatory Refom) per affrontare gli stakeholder meeting, vere e proprie discussioni pubbliche con 2000 organizzazioni invitate a confrontarsi su “The Future on Nuclear Power” (
http://nuclearpower2007.direct.gov.uk/docs/Events_TalkingEnergyCompiled.pdf). Un insegnamento utile, dal punto di vista del metodo, per valutare e scegliere quale  strada intraprendere su questioni importanti come queste.

luca.rossetti@tele2.it



Davide D’Alessandro
Tifare Caw serve all’Italia

Il dialogo tra Berlusconi e Veltroni ma, di più, l’incontro tra due soggetti politici che vogliono segnare una netta discontinuità con il passato, serve all’Italia. E’ un incontro che può preparare la svolta, l'ultima occasione per la modernizzazione condivisa del Paese e del suo logoro sistema politico.

Veltroni, dopo aver compiuto diversi errori, cammina certamente sul filo. Molti lo attendono al varco e aspettano il primo inciampo, il primo risultato non colto, la prima sconfitta per archiviarlo. Ma se cade Veltroni cade il Pd, il sogno di un nuovo partito, di un partito-altro e non dell’ennesimo altro partito. Durerà qualche anno, il Pd, per poi implodere con i rituali della vecchia politica (anche dalemiana), o segnerà un profondo mutamento che ancora non riesce a compiersi?
Occorre sciogliere la continuità, la proverbiale resistenza a innovare e affermare invece una vera e propria discontinuità. Ha ragione Angelo Panebianco:”Discontinuità istituzionale e Partito democratico non si possono separare”.
Il momento è storico. Dal partito-altro, Pdl o Pd che sia, gli elettori esigono procedure, atti, decisioni che ai partiti conosciuti fin qui o a un semplice altro partito non potrebbero mai chiedere. Dal Pdl e dal Pd, dall’incontro che può generare una nuova politica, pretendono il coinvolgimento totale nella Grande Riforma dello Stato, nel ridisegnare l’impianto di una moderna democrazia.
Perché democrazia è pratica della responsabilità, applicazione del merito, accettazione del rischio. Democrazia è anche esercizio della leadership, che non è pericolosa parola di destra. Senza leader, al governo come all’opposizione, non si va da nessuna parte. 
La flessibilità decisionale deve evitare la paralisi decisionale. La modernizzazione, la rivitalizzazione di un Paese passano anche attraverso programmi politici affermati, imposti, guidati e condivisi da un uomo o da una donna legittimati a farlo. Molte democrazie hanno retto l’urto dei conflitti perché guidati da leader che i conflitti li accettavano e persino provocavano, che non inseguivano il consenso largo di un giorno, che non si piegavano di fronte ai condizionamenti, ma che avevano piena coscienza di condurre il Paese verso una meta chiara, invisibile ai più, ma visibilissima a lui o a lei. E qui, senza colpo ferire, potremmo parlare di Tony Blair come di Margaret Thatcher. Un leader è necessario, alla maggioranza come alla minoranza, e la leadership non può essere esercitata collettivamente.
Chi vede nel paese Italia, felicemente definito da Ilvo Diamanti “provvisoriamente provvisorio”, un paese stanco, anchilosato, prigioniero per tanti anni di risse non solo verbali, di veti incrociati, di girotondi, di demonizzazioni e di riforme fallite, non può non augurarsi che l’incontro tra Berlusconi e Veltroni, nel rispetto dei ruoli che gli elettori hanno assegnato loro, abbia successo, produca risultati impensati solo fino a qualche mese fa e ponga termine a una transizione infinita.

lapolis@tele2.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ La sicurezza sociale in America

Washington D.C. – Gli Stati Uniti non sono certo conosciuti per la generosità dei programmi che garantiscono la cosidetta sicurezza sociale. Di questi tempi, anche quei pochi interventi governativi esistenti, e che offrono una rete di protezione agli strati più vulnerabili della popolazione, sono a rischio d’estinzione per via di costi in crescita ed entrate in declino.
Social Security è il nome del programma del governo federale Americano che gestisce l’erogazione delle pensioni, dei sussidi di disoccupazione, e dei contributi pubblici che vengono versati ai cittadini anziani o indigenti per la copertura delle spese sanitarie. Nel linguaggio comune, però, e al fine di questo articolo, social security è da intendersi più semplicemente come il solo sistema pensionistico. Oltre il 90% dei cittadini americani di età superiore ai 65 anni, circa 50 milioni di anziani, riceve la propria pensione dal social security system. L’età minima per il pensionamento è 65 anni e sei mesi (anche se si può scegliere di andare in pre-pensionamento già a 62). Questo limite verrà gradualmente innalzato fino a raggiungere i 67 anni per i nati dopo il 1970.
Il programma è finanziato attraverso una tassa, stabilita dal Federal Insurance Contributions Act, che viene versata in parti uguali (6,2% ciascuno) dal datore di lavoro e dall’impiegato e che viene applicata, per quanto riguarda il 2008, ai primi 102 mila dollari di reddito. Superata questa soglia, la tassa non viene più calcolata. Oltre 150 milioni di americani  sono soggetti al versamento di questi contributi.
Il social security system è stato un programma di grande successo e genera profitti costanti sin dal 1983. Nel 2007 il surplus è stato di 190 miliardi di dollari. Purtroppo, a causa di fattori demografici ed economici, si prevede che questa tendenza positiva comincierà ad invertirsi già nel 2017, quando le uscite del sistema pensionistico eccederanno le entrate. In parte questo è il risultato naturale del progressivo pensionamento della generazione dei cosidetti “baby-boomers”, i nati subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Inoltre, il tasso di nascite negli Stati Uniti dovrebbe rimanere stabile se non addirittura decrescere mentre l’aspettativa media di vita è destinata a salire. Il risultato è che la percentuale di lavoratori rispetto al numero dei pensionati è in calo costante, tendenza che mette a repentaglio la stabilità del sistema.
Un problema ulteriore viene dal fatto che il Social Security Trust Fund, ovvero il fondo di emergenza costituito da buoni del tesoro acquistati con il surplus prodotto fino ad ora dal sistema, è anch’esso sulla via dell’estinzione, nonostante nel 2002 fosse calcolato in 2,2 trilioni di dollari. Il governo americano ha preso in prestito questa somma in cambio dei buoni e l’ha impiegata per far fronte ad altre esigenze di bilancio. In sostanza, il valore del Social Security Trust Fund è divenuto parte del debito pubblico, che nell’aprile 2008 era calcolato in 9,4 trilioni di dollari. Al 2017, anno in cui il sistema pensionistico comincierà ad andare in deficit, si prevede che il governo avrà preso in prestito dal Trust Fund un totale di quasi 4,3 trilioni di dollari. A questi ritmi, e nonostante gli interessi, il Fund dovrebbe estinguersi definitivamente entro il 2041.
Naturalmente, considerati gli ostacoli che si prospettano in futuro, si parla ormai già da molto tempo di una riforma del social security, riforma il cui impatto sarà maggiore su quei cittadini dal reddito medio-basso che non si possono permettere indipendentemente fondi pensioni privati. Questa categoria di lavoratori, in sostanza, dipende interamente dal sistema pensionistico pubblico.
Il Presidente George W. Bush spinge per una privatizzazione parziale del sistema, che dovrebbe venire integrato da fondi pensione privati, ma collegati a quelli pubblici. Dei tre candidati alla Casa Bianca, il repubblicano John McCain è colui che mantiene la posizione più simile all’attuale amministrazione. Il Senatore dell’Arizona è favorevole alla creazione di fondi privati paralleli, e si oppone a qualsiasi aumento delle imposte. McCain vorrebbe inoltre la creazione di una commissione bipartitica al Congresso che si occupi della revisione del sistema. Hillary Clinton si è detta d’accordo con McCain sull’idea di una iniziativa bipartisan per risolvere il problema, ha escluso un aumento del carico fiscale e, nonostante sia contraria alla privatizzazione totale del sistema, pare aperta alla possibilità di facilitare la nascita di fondi privati per i cittadini meno abbienti che complementino le pensioni erogate dallo stato. Infine, Barack Obama è l’unico a sostenere l’idea di un incremento del livello di redditto soggetto alla tassazione, ad oggi 102 mila dollari. Allo stesso tempo, Obama si oppone all’innalzamento dell’età pensionabile o alla diminuzione delle somme elargite. Il Senatore dell’Illinois si è detto disposto a sostenere la crescita di fondi pensionistici privati per gli americani meno abbienti nel caso che il governo sia disposto a contribuire a questi fondi un ammontare uguale a quello depositato volontariamente dai singoli cittadini.

valentina.pasquali@gmail.com



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