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Home » Newsletter n. 130 - 6 giugno 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 130 – 6 giugno 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni



Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 130.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Fabrizio Tonello
Il punto/ Una nuova fase


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ La nomination di Obama, una svolta monumentale nella storia Usa


Davide Biassoni
Onu: la necessità di una riforma


Davide D’Alessandro
Partito Democratico Federale


Valerio Pulga
Euro 2008: passato, presente e futuro


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Fabrizio Tonello
Il punto/ Una nuova fase

Mentre i giornali si concentrano sulle biografie dei candidati, e la “novità storica” della candidatura di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, chi si interessa davvero alla politica americana dovrebbe piuttosto chiedersi: “E’ finito il ciclo conservatore iniziato nel 1968?” La risposta a questa domanda è essenziale tanto per capire se Obama ha delle chances di essere eletto quanto per poter prevedere, in caso di vittoria, se la sua sarà una presidenza debole e incerta o, al contrario, l’avvio di un nuovo ciclo dominato dai democratici.
In breve: il ciclo conservatore del 1968 nasceva da un fallimento democratico, la guerra in Vietnam, ed ebbe l’effetto di oscurare anche le fondamentali conquiste per i lavoratori e per la classe media portate dal New Deal di Franklin Roosevelt. Conquiste così straordinarie (il sistema pensionistico, l’ingresso nella classe media di milioni  di giovani soldati grazie al GI Bill, la fine della segregazione razziale) da creare una maggioranza stabile alla Camera dei rappresentanti per oltre 60 anni, fino al 1994. I democratici erano sulla difensiva da molto prima, dal 1968 quando vinse Nixon, ma le idee conservatrici non si affermarono veramente che a partire dal 1980, con Ronald Reagan.
In realtà, molti si attendevano un “riallineamento” stabile dell’elettorato già 40 anni fa ma questo spostamento non avvenne, da un lato perché il pensiero nazionalista non era ancora articolato e dettagliato a sufficienza per produrre maggioranze solide, e dall’altro perché l’incidente Watergate, spazzando via i repubblicani nelle elezioni del 1974 e del 1976, ebbe l’effetto di rinviare la formazione di una coalizione conservatrice.
Come lo stesso Obama ha sottolineato, Reagan era un uomo di idee e questo in politica pesa (che lui le “recitasse” piuttosto che crearle personalmente, non ha alcuna importanza). Dal 1981 in poi i democratici sono sempre stati in ritardo e sulla difensiva, ridotti a proporre versioni edulcorate delle politiche reganiane: “Meno tasse sì, ma…”. Più spese per la difesa “sì, ma….”. Il prevedibile effetto di questa debolezza teorica è stata una prolungata fase di afasia del partito, durata fino al 1992.
L’elezione di Bill Clinton, come quella di Tony Blair in Gran Bretagna, ebbe l’effetto di mascherare con abili tatticismi una malattia che rimaneva. Il clintonismo è stato un efficace antinfiammatorio ma, alla lunga, non si può curare la polmonite con l’aspirina. La debolezza della candidatura di Hillary quest’anno è stata il fatto che proponeva, a 16 anni di distanza, di tornare a prendere delle dosi di aspirina, magari effervescente e arricchita di vitamina C, quando gran parte degli americani vuole gli antibiotici.
Gli Stati Uniti escono da 8 anni di presidenza Bush con due guerre in corso, un debito pubblico fuori controllo, un isolamento diplomatico mai così evidente e una crisi finanziaria che sta mettendo sulla strada milioni di famiglie.  Due terzi degli elettori vogliono chiudere la partita Iraq e cambiare radicalmente rotta. Il problema è che da chi avrà la responsabilità del Paese fra pochi mesi non si sono sentite grandi proposte.
I due candidati democratici sono stati particolarmente timidi nell’articolare programmi ed è curioso che Barack Obama abbia parlato molto di “cambiamento” ma poco di impegni concreti. Se sarà eletto avrà larghissime maggioranze sia alla Camera che al Senato, però la tradizionale indisciplina del partito democratico tornerà a farsi sentire dopo poche settimane, se il nuovo inquilino della Casa Bianca non si mostrerà timoniere deciso e con una bussola efficiente.
Obama avrà vari handicap nella corsa alla presidenza, in particolare un razzismo occulto che sicuramente si farà sentire nelle urne, ma anche lo straordinario vantaggio di un anno elettorale in cui i repubblicani sono allo sbando e, per quanto abbiano in John  McCain un candidato rispettabile, sono scesi attorno al 30% nell’autoidentificazione dei cittadini che votano. Poiché la strada dal 30% al 51% è lunga assai, Obama parte favorito, qualunque cosa dicano i sondaggi odierni.
Il problema, più che vincere, sarà governare in modo da realizzare una svolta, proporre idee coerenti, mettere insieme una coalizione politicamente solida, formare un blocco sociale durevole. Dai think tank progressisti è uscita qualche idea nuova ma nulla di sufficientemente radicale per sfidare il senso comune conservatore che ancora non si è dissolto. Si può solo sperare che il ragazzo nato alle Hawaii da madre americana e padre keniota abbia nel sangue la lungimiranza di Franklin Roosevelt e la glaciale determinazione di Abramo Lincoln piuttosto che le abilità manovriere di Jimmy Carter e di Bill Clinton.

fabrizio.tonello@unipd.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ La nomination di Obama, una svolta monumentale nella storia Usa

Michael B. Katz è Professore di Storia all’Università di Pennsylvania ed è considerato uno dei più importanti esperti del  welfare, della povertà e dell’ineguaglianza in America. Il Professor Katz ha parlato con Valentina Pasquali di razzismo e di come potrebbe influenzare la campagna elettorale del candidato democratico Barack Obama.

Centro di Formazione Politica (CFP): Si è fatto un gran parlare, ultimamente, del problema di Barack Obama con gli elettori bianchi e a basso reddito. Lei pensa che questo sia vero a livello nazionale, o invece si tratta solamente di difficoltà che Obama incontra in regioni specifiche?
Michael Katz (MK): La mia impressione è che sia un problema generale, ma ho il sospetto che il problema si acuisca in alcune aeree, come ad esempio nelle campagne e nel sud del paese. In sostanza, quei luoghi che hanno una storia di schiavitù alle spalle, dove il razzismo permane, in particolare tra coloro che hanno livelli più bassi di educazione.

CFP: A suo parere, che effetto avranno questi problemi sulle elezioni generali di novembre e sulla lotta contro John McCain? Pensa sia qualcosa di cui il Partito Democratico dovrebbe preoccuparsi seriamente?
MK: Penso che, considerato che Obama ha ottenuto il maggior numero di delegati, la dirigenza del partito si schiererà compatta con lui e si metteranno tutti a sua disposizione per cercare di costruire una base elettorale più solida laddove Obama si è mostrato più debole. Per quanto riguarda i lavoratori bianchi a basso reddito che paiono ostili ad Obama, l’influenza di costoro nelle elezioni generali dipenderà dallo stato in cui vivono, dalla percentuale della popolazione che rappresentano e, naturalmente, dipenderà dal fatto che vadano o meno a votare.  Alla fine, queste persone dovranno chiedersi se vogliono davvero votare per un repubblicano, considerata la situazione del paese oggi, fra la guerra in Iraq, l’economia, il prezzo del petrolio, la crisi del mercato immobiliare. Io penso che gli verrà davvero difficile fare una scelta di questo genere. Sono convinto che queste saranno elezioni davvero complicate; da un lato ci sono i lavoratori bianchi e tradizionalmente democratici che potrebbero votare repubblicano. Dall’altro bisogna considerare che ci sono anche i repubblicani insoddisfatti che potrebbero scegliere il candidato democratico. È possibile che ci sarà una diminuzione nella partecipazione al voto dei lavoratori bianchi, allo stesso tempo però ci sarà un incremento clamoroso del voto dei giovani e degli afro-americani. Obama ha mostrato un talento incredibile nel mobilitare la gente.

CFP: Quanto nero è Barack Obama?
MK: Non si tratta di quanto Obama sia nero, piuttosto di quanto Obama sia street (ovvero afro-americano di strada). Indubbiamente Obama non è street. Obama è un americano articolato, bello, dai titoli di studio prestigiosi. Secondo me, la maggior parte degli Americani che non si fiderebbero di Jesse Jackson, non dovrebbero invece avere problemi con Obama.

CFP: Considerata proprio la sua storia personale e il suo profile inusuale, pensa che sia giusto considerare Barack Obama come il simbolo di un vero cambiamento in America, della fine dell’epoca di segregazione e discriminazione? O invece dovremmo vederlo piuttosto come un’eccezione?
MK: Penso sinceramente che la sua candidatura segni uno sviluppo monumentale nella storia di questo paese, perchè, anche se è vero che Obama ha una madre bianca, è comunque visto dal pubblico come un afro-americano. Il fatto che un uomo di colore abbia possibilità reali di diventare il prossimo presidente è assolutamente clamoroso, qualcosa che dieci anni fa non mi sarei mai sognato di vedere nel corso della mia vita. Chiaramente però poteva solo succedere con un nero americano che possiede le caratteristiche di Obama, dunque dall’oratoria raffinata e dagli alti livelli di educazione. Non avrebbe mai potuto essere qualcuno come Al Sharpton.

CFP: Cosa pensa la comunità afro-americana di Barack Obama? Ci sono dubbi a proposito della sua vera identità causati proprio dal profilo razziale misto, dal suo passato internazionale e dai suoi titoli di studio ricevuto dalle università più prestigiose?
MK: C’è stata un po’ di discussione a proposito di questo all’inizio, sul fatto che Obama non fosse abbastanza nero. Però poi la gente si è abituata. La popolazione afro-americana in generale, in realtà, ha origini complesse e per la maggior parte miste e la visione omogenea che se ne dà è semplicistica e razzista.

CFP: Per concludere, quali saranno gli ostacoli più difficili da superare per Barack Obama nella corsa verso la Casa Bianca?
MK: Devo dire di condividere alcune delle preoccupazioni mostrate da tante persone che Obama possa diventare il bersaglio di un attentato. In parte questo è vero per tutti i presidenti o candidati alla presidenza, ma lo è ancor di più per alcuni tra essi. Esistono in questo paese dei razzisti fondamentalisti. Basti pensare a come vengono trattati quei dottori che praticano l’aborto, come vengono attaccati dai gruppi anti-abortisti. Non penso affatto che queste paure dovrebbe convincerlo a non partecipare o convincere la gente a non sostenerlo. Spero solo che la sua sicurezza personale sia sufficientemente garantita.
In secondo luogo, Obama dovrà essere capace di riunire il Partito Democratico. Deve conquistare coloro che sono stati fino ad ora sostenitori di Clinton e deve comunicargli il proprio entusiasmo, convincerli ad andare a votare. Penso che Clinton lo sosterrà a pieno.
Alla fine i due elementi che decideranno l’elezione saranno da un lato la forza di attrazione esercitata da Obama, che è davvero incredibile. Dall’altro c’e la repulsione per Bush. Di conseguenza ciò che è interessante osservare sono i tentativi di McCain di distanziare le proprie posizioni dall’Amministrazione Bush. Rimane il fatto che i repubblicani al momento sono visti in chiave davvero negativa.

valentina.pasquali@gmail.com


Davide Biassoni
Onu: la necessità di una riforma

Si è conclusa la Conferenza internazionale della Fao e il flagello della fame nel mondo rimane più che mai drammatico: i dati parlano addirittura di un incremento di questa piaga che, a dispetto dell’Onu, si è ulteriormente approfondita nell’ultimo decennio, con prospettive future tutt’altro che incoraggianti. Al termine della kermesse, Franco Frattini ha espresso la sua amara delusione per un documento finale che non risolve i problemi e che appare molto diluito rispetto alle ambizioni iniziali. Sì perché era lecito attendersi di più dall’evento, anche se fin dalla vigilia l’attenzione, più che ai temi sul tavolo, era rivolta all’ospite più discusso, ossia Mahmud Ahmadinejad: prima del suo arrivo a Roma, l’ex-Sindaco di Teheran aveva rinnovato le sue inaccettabili e spaventose dichiarazioni circa la prospettiva di far sparire Israele dalle carte geografiche, mentre in sede Onu ha rinfocolato gli attacchi verso gli Stati Uniti, sempre bollati come potenza “satanica” da sconfiggere ad ogni costo. Posizioni tristemente note, nessuna novità: ma che dire dell’Europa? E, ancora, delle Nazioni Unite? Ahmadinejad ha mantenuto un profilo morbido nei confronti degli Stati europei e dell’Italia (nel Vecchio Continente, il primo partner commerciale dell’Iran), benché nessuna stretta di mano ufficiale gli sia stata concessa dal nostro governo, e tanto meno dal Pontefice. Al contrario, il titolare della Farnesina si era espresso favorevolmente verso la manifestazione di protesta “Free Iran” contro un regime che minaccia la pace internazionale e che non rispetta i diritti umani tanto da occupare uno dei primi posti nel numero di condanne a morte eseguite dall’inizio del 2008. Il punto riguarda il domani: quale strategia? E’ questa una domanda ineludibile visto che lo scottante dossier sul nucleare iraniano rimane pericolosamente irrisolto: dialogo o chiusura? La seconda opzione non sembra portare a risultati concreti e ci si chiede come la prima, invece, possa consentire di impedire all’Iran di sviluppare quella bomba atomica che la renderebbe una potenza così temibile da destabilizzare ulteriormente il già martoriato Medio Oriente, se non l’intero globo. Dialogo concreto, allora, ma a che condizioni? Le Cancellerie europee si muovono con cautela e il Comitato dei 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania) de facto incaricato di trattare con Teheran ‒ e che l’Italia vorrebbe allargare a un 5+2 ‒ non pare in grado di raggiungere risultati significativi, mentre le reiterate sanzioni Onu non riescono a indurre la Repubblica islamica a desistere dei propri progetti. Allora è questa una delle occasioni per cominciare a parlare seriamente e concretamente di riforma delle Nazioni Unite: qual è la legittimità di un organismo che ospita al suo interno Stati non democratici e dispotici, che non rispettano i diritti civili e che mantengono i rispettivi popoli nella povertà e nell’indigenza? Con quale voce tale istituzione internazionale può difendere la sua vocazione alla pace universale e alla promozione della libertà e del benessere? Se Ahmadinejad non è uscito vincitore dalla Conferenza, di certo altrettanto si può dire del Palazzo di Vetro che rischia di rimanere sine die una vetrina spoglia e senza un ruolo incisivo.

davide.biasssoni@unimi.it


Davide D’Alessandro
Partito Democratico Federale

Tra Simone Weil che avrebbe voluto sopprimere i partiti politici (arguto il suo “Manifesto” appena edito da Castelvecchi) e Giuseppe De Rita che vorrebbe ricrearli, insieme ad associazioni e parrocchie, è possibile una terza via? E’ possibile non sopprimerli e non ricrearli, ma semplicemente costruirli in modo diverso da quelli conosciuti fin qui? Sì, è possibile.
I partiti come li abbiamo conosciuti fin qui vanno consegnati alla Storia. Per sempre. Sono partiti logori, vecchi, inutili. La lettura che danno, quando la danno, dell’attuale società è del tutto inadeguata. Se Ilvo Diamanti scrive che nemmeno il Pd c’è ancora, se Gianfranco Pasquino sostiene che i partiti sono scarsamente democratici, occorre lavorare su un’altra forma di partito. Quale?

Il Partito federale. Il Partito federale che milioni di italiani avrebbero voluto e vorrebbero. Il Partito federale che trova linfa vitale nelle sue province e nelle sue regioni, che raccoglie e trattiene le risorse finanziarie, che decide in autonomia i programmi, che istituzionalizza le primarie per la scelta dei migliori candidati possibili, che stabilisce le condizioni non più eludibili per affermare un un nuovo rapporto tra elettore ed eletto.
L’elettore deve decidere i candidati. L’elettore deve partecipare. L’elettore deve votare ed eleggere. L’elettore deve chiedere conto al politico del proprio operato. Al politico che abita nel suo quartiere, non al politico che è stato catapultato da un’altra regione e che mai più rivedrà nel corso della legislatura. Deve potergli chiedere: che cosa hai fatto in questo primo anno da deputato? Di che cosa ti sei occupato? Quali problemi hai risolto? Qual è il tuo progetto per i prossimi quattro?
In una parola: il Partito Democratico Federale, quello mai visto finora. Che non è il Partito dei sogni, ma è il Partito che serve all’Italia: nuovo, aperto, moderno, capace di comprendere e interpretare la realtà mutata che abbiamo di fronte, per dare risposte convincenti ai cittadini ma, di più, ai ceti produttivi, ai giovani, con riforme economiche serie, strutturali, e prima di tutto con una Grande Riforma del nostro anchilosato sistema politico.
Non è più tempo di convergenze parallele, di rivoluzioni copernicane, di preamboli.
Occorreva eliminare l’ICI, perchè uno Stato che tassa la casa, il bene supremo di ogni essere umano, è uno Stato nemico, uno Stato che ha i giorni contati. Bisogna abbattere la pressione fiscale, che ha raggiunto livelli insopportabili. Il linguaggio vero della politica è non giocare con i sacrifici della gente, di chi produce, di chi è costretto a difendere le proprie aziende, al Nord come al Sud, dall’assalto vampiresco dello Stato.
Ma il tema centrale (e Cacciari lo sa meglio di Veltroni) è la MORTE! Bisogna morire al passato, al già visto, per dirla con Krishnamurti, al conosciuto. Se vuoi risorgere, devi accettare la morte! Se hai coraggio, se lasci dietro di te il fardello che ti appesantisce ora che il mondo muta due volte nello spazio di un giorno, muori di una morte che non si muore. La tua morte promanerà nuova vita.
Morire davvero, invece, e per sempre, è restare qui, abbarbicati al piccolo orticello, allo strapuntino conquistato dopo decenni di sgomitate, di lotte fratricide non per gli altri ma per quello strapuntino.
Bisogna morire! Morire al politichese, ai giochini, alle rendite di posizione. Veltroni deve comprendere che la morte è ormai necessità, che le forme di organizzazione burocratica dei partiti vanno totalmente rifondate.
Prima occorre la critica forte del passato, poi la costruzione di un nuovo futuro. 
Il Pd può ancora essere la svolta. Il Pd non può essere un rimedio. Il Pd o è una nuova storia o non è. E le nuove storie hanno bisogno di nuovi strumenti, di nuove categorie, di nuovi autori, di nuovi protagonisti. Tocca alle persone di valore, che hanno talento, passione politica e capacità di elaborare progetti, proporsi in vario modo. I giovani (d’età e di mentalità) non devono avere l’ambizione di costruire una carriera politica, ma la POLITICA.

lapolis@tele2.it


Valerio Pulga
Euro 2008: passato, presente e futuro

Sabato 7 giugno inizierà in Svizzera e Austria il XIII Campionato Europeo di calcio. Dopo l’esperienza di Belgio-Olanda e, a livello Mondiale, di Corea – Giappone, il calcio riesce laddove la politica “seria” fallisce: due stati che organizzano come entità unica un evento di importanza mondiale.

Se l’esperienza asiatica, a detta del presidente della FIFA Blatter, sarà l’unica a livello mondiale, l’UEFA ha mostrato ben altre intenzioni nell’assegnazione di Euro 2012 a Polonia-Ucraina invece che al paese campione del mondo (Italia).

L’idea di cooperazione, unione e alleanza nell’organizzazione dell’Europeo  sembra essere una formula assai rappresentativa della storia del nostro continente, in continuo bilico tra grandi fasi di secessioni e divisioni (se si esclude la Germania) e l’Unione Europea.
E’ alquanto interessante ricordare il podio della prima “Coppa Europa” (dalla terza edizione verrà chiamato Campionato  Europeo”) nel 1960: a trionfare in una fase finale a 4 squadre fu l’URSS davanti a Jugoslavia e Cecoslovacchia.
Dunque le prime tre medaglie della storia dell’Europeo furono assegnate a tre nazionali che oggi non esistono più in quanto tali, ma il cui ricordo è in parte presente dietro le maglie di Russia, Croazia e Repubblica Ceca. E’ da notare come fino all’edizione del 1988 le oggi “non più nazioni” abbiano avuto un ruolo predominante negli Europei. Nel 1964 l’URSS perse in finale con la Spagna padrona di casa; nel 1968 l’URSS e la Jugoslavia cedettero il passo all’Italia paese organizzatore in 3 partite alquanto dubbie. Nell’edizione del 1972 in Belgio (fase finale sempre a 4 squadre) l’oro andò alla Germania Ovest (a discapito dell’URSS) arricchendo assieme al titolo conquistato nel 1980 il palmares dell’attuale Germania, regina d’Europa con 3 vittorie. Nel 1976 tra le quattro finaliste troviamo ancora Jugoslavia, Germania Ovest e Cecoslovacchia con quest’ultima vincitrice. Con l’edizione del 1980 si inaugurò la fase finale a 8 squadre che durerà fino all’edizione del 1996 quando si passerà all’attuale fase finale a 16 squadre. Questo strano destino si evidenzia anche nell’edizione del 1988: padrona di casa “Germania Ovest” e  URSS finalista perdente a favore dell’Olanda. Da Inghilterra 1996 le finaliste sono 16 in corrispondenza di fasi di qualificazioni che nel tempo sono passate dalle 17 del 1960 alle attuali 52 squadre in rappresentanza di una cinquantina di stati. Tale incremento di partecipanti è da osservarsi nel contesto di un’Europa che perdeva le antiche unità statali, ma che si consolidava nel progetto dell’Unione Europea. Si deve tenere conto che il calcio è divenuto la manifestazione di quel riconoscimento  come Nazione non accordato dalla politica internazionale; ecco dunque nascere nel 2006 la FIFI Wild Cup, competizione mondiale tra nazionali non riconosciute ne politicamente ne calcisticamente.
L’Europa, sancite le passate divisioni, ha ancora diverse regioni “calde” che potrebbero, in futuro, cambiare lo scenario europeo facendo passare il numero degli stati da una cinquantina ad una ottantina; da quanto detto però si evince che lo status quo a livello calcistico potrebbe subire cambiamenti più repentini,  soprattutto in seguito all’esempio della “Gran Bretagna”. Così potrebbero esserci i casi della Spagna con la Galizia, i Paesi Baschi, l’Andorra, la Catalogna, la Generalità Valenciana, l’ Andalusia; la Germania con la Prussia e la Baviera; l’Austria con il Tirolo; la Rep.Ceca con la Moravia e la Polonia con la Slesia.
L’Europeo dunque diverrà il campionato dello stato Europa o sarà il palcoscenico di un’ ulteriore fioritura di nazioni(ali)?

huntervl@vodafone.it



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