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Home » Newsletter n. 131 - 13 giugno 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 131 – 13 giugno 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni



Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 131.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Nicola Pasini
Il punto/ Quale etica in sanità?


Luciano Fasano
Intercettazioni: una riforma alla ricerca della giusta misura


Alessandro Fanfoni
Che ci faccio qui?


Davide Biassoni
La sicurezza e le scelte del PD


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ Accetto scommesse 3 a 1 sulla vittoria di Obama


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ La prima campagna elettorale del ventunesimo secolo


Stefano Florio
Osservatorio Expo 2015/ Diario di bordo del 13 giugno 2008


Alice Arienta
Milano, Brecht e l’emergenza di una nuova politica


Davide D'Alessandro
Cacciari, Miglio e il federalismo che non c’è


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Nicola Pasini
Il punto/ Quale etica in sanità?

Nella famosa Dichiarazione di Alma Ata del ’78 si approvò il programma “Salute per tutti entro il 2000”. Nello stesso anno, in Italia, fu istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), grande conquista di civiltà, in grado di garantire la salute come diritto sociale basato su di una logica universalistica incondizionata. Nel frattempo, i problemi e le nuove finalità della medicina sono emerse da spinte tanto delle politiche sanitarie quanto dell’organizzazione dei sistemi che erogano servizi. Infatti, sono ormai alcuni decenni che l’organizzazione dei sistemi sanitari nei principali paesi nordamericani e europei è sottoposta a un processo di revisione, se non addirittura di mutamento. Ci si è trovati di fronte a nuove sfide, sia dal punto di vista dei modelli organizzativi in cui si esplica la pratica terapeutica, sia dal punto di vista dei principi che sono alla base della riforma dei sistemi sanitari. Tuttavia, questi ultimi non possono essere considerati esclusivamente in un’ottica economica e politica. Bisognerà, infatti, riconsiderare gli scopi stessi della medicina per capire chi curare e che cosa curare. Il punto è che nelle nostre società democratiche, con gli attuali vincoli di finanza pubblica, al costo crescente dell’assistenza sanitaria, è sempre più difficile garantire un sistema sanitario equo, efficiente e efficace. Non c’è più la certezza che i cittadini possono accedere in modo indiscriminato ai servizi sanitari, a prescindere dal livello di reddito, dai tipi di patologie, dall’età dei pazienti, dalla qualità della vita residua, dai benefici attesi, dagli stili di vita individuali e così via. Proprio per questo, per far fronte alla crisi dei modelli universalistici, sono state avanzate varie proposte di privatizzazione del sistema sanitario, facendoci trovare dinnanzi ai classici fallimenti del mercato. In effetti, nel settore della sanità, abbiamo profonde asimmetrie informative tra domanda e offerta di servizi sanitari, tali da escludere l’utente da una valutazione dell’efficacia delle procedure e terapie mediche. Purtroppo, su questi argomenti si discute spesso in maniera ideologica: da una parte i difensori del servizio pubblico che criticano i fallimenti del mercato, dall’altra i fautori del mercato che criticano il pubblico come inefficiente e iperburocratizzato. L’unica cosa certa è che siamo di fronte a sistemi che per loro natura sono inevitabilmente imperfetti.

Di qui, anche in Italia, la nostra sanità è stata indirizzata verso un modello misto. Dai primi anni ’90 il SSN si è aperto a una maggior logica di competizione tra aziende pubbliche (al fine di migliorare l’efficienza) e in parte a una maggior competizione da parte del privato (anche se questo non non sempre è soggetto ai vincoli del pubblico). La normativa di quegli anni ha permesso di superare il finanziamento ‘a piè di lista’ (sulla base della spesa storica) e di quello del finanziamento della struttura ospedaliera in base alla ‘retta di degenza’, attraverso l’introduzione della remunerazione delle prestazioni classificate secondo raggruppamenti diagnostici (i cosiddetti DRG o ROD). Nel corso degli anni la strada imboccata fu quella di perseguire una razionalizzazione della spesa pubblica sanitaria e un’organizzazione dei livelli minimi di assistenza e di cura su tutto il territorio nazionale. Ma il destino concreto delle sanità oggi (da nord a sud) è più che mai in mano alle singole politiche regionali alle quali spetta un’opportuna interpretazione dei punti chiave del riordino del SSN avviato nel ’92, optando perché sia rispettato, sulla base del principio ippocratico, il patto fiduciario tra operatori sanitari da un lato e pazienti, dall’altro, affinché questi ultimi siano effettivamente tutelati nel loro diritto fondamentale alla salute. Patto che fa perno su di un forte ethos istituzionale e professionale, a partire dal comportamento di tutti gli operatori sanitari. In mancanza di una vera etica pubblica, le vicende vergognose, drammatiche e tragiche come quelle emerse in questi giorni alla Clinica Santa Rita di Milano, potrebbero essere non l’eccezione ma la regola. C’è molto da fare, per ridare fiducia a un paese alla deriva…

direzione@formazionepolitica.org


Luciano Fasano
Intercettazioni: una riforma alla ricerca della giusta misura

Il governo sta pensando di limitare per legge la possibilità di effettuare intercettazioni ai soli casi di reati penalmente molto gravi, quali il terrorismo e la criminalità organizzata. Si tratta di una misura assai controversa, che ha acceso un intenso dibattito, nelle forze politiche così come nell’opinione pubblica. Alcuni commentatori sostengono che trattandosi di un tipico problema senza soluzione, esso viene inevitabilmente affrontato in modo ideologico, con il rischio di lasciare scontenti i più.
Però, a ben vedere, non si tratta di un problema senza soluzione, ma soltanto di un problema la cui soluzione è complessa, implicando un difficile bilanciamento di ragioni fra pretese di ordine e richiami alla libertà. Non a caso, il governo Berlusconi ha scelto la via più semplice: quella di limitare le intercettazioni ai casi di terrorismo e criminalità organizzata, cioè a quelle situazioni che nel calcolo che soggiace alla scelta sono più facilmente misurabili. Se però proviamo ad estendere il ragionamento che ci porta, a partire dalle nostre più elementari intuizioni morali e di giustizia, a dire che nel caso di rischio terroristico o di attentato mafioso l’intercettazione è possibile, forse possiamo fare qualche altro passo in avanti. Si tratta solamente di soppesare, come su una bilancia, le diverse ragioni in gioco. Da una parte, il perseguimento dei reati ed il dovere di sanzionarli per il bene dell’intera collettività. Dall’altra la libertà del cittadino, con il suo diritto individuale alla privacy. Già posta in questi termini la questione appare più chiara, rinviando esplicitamente alla discussione pubblica che a partire dal 2001 si è sviluppata in molti paesi democratici sul tema delle limitazioni dello stato di diritto necessarie alla salvaguardia dell’ordine pubblico. Del resto, proprio in questa prospettiva la scelta del governo Berlusconi risulta facilmente comprensibile. Chi non accetterebbe una limitazione (minima) della libertà individuale allo scopo di evitare stragi mafiose o terroristiche? Proviamo dunque a procedere lungo questa linea di ragionamento, facendo un ulteriore passo avanti. Quali limitazioni della libertà individuale siamo disposti ad accettare per evitare quali reati ai danni della collettività? Certamente frodi e truffe, corruzione e concussione, avranno un peso minore di un attentato terroristico, però possiamo ragionevolmente considerare che abbiano un peso superiore alla dissimulazione per assecondare qualcuno. E così via. In buona sostanza, si tratta soltanto di provare a mettere in fila situazioni e circostanze. Ecco allora che una linea ragionevole sulla limitazione delle intercettazioni comincia a farsi largo. In particolare, si può sostenere che il ricorso alle intercettazioni telefoniche deve essere limitato ai casi che comportino gravi danni per la collettività, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista sociale (ossia della qualità delle relazioni che ci sono in una società). In questo modo, si può pensare ad una posizione assai meno intransigente di quella del governo Berlusconi, che cerchi di fare i conti anche con il contributo che le intercettazioni telefoniche possono dare al perseguimento di determinati reati. Vi è infine un altro elemento importante, che non va dimenticato, nella discussione pubblica sull’ammissibilità delle intercettazioni. Un conto è l’utilizzo di intercettazioni telefoniche che può essere fatto dalla Magistratura, ai fini esclusivi di indagini e accertamenti, oltre che nell’ambito delle garanzie costituzionali accordate ai cittadini dallo Stato di diritto. Diverso è invece l’uso delle intercettazioni telefoniche da parte degli organi di stampa ai fini di un’informazione finalizzata a sollecitare la pruderie collettiva in chiave scandalistica e sensazionalistica. Perché se un Magistrato può disporre dell’uso di materiale riservato ai fini di istruttoria, non per questo un direttore di quotidiano deve utilizzare lo stesso materiale rendendolo pubblico attraverso i mezzi di stampa. E qui con il diritto individuale alla privacy non si confronta soltanto il dovere di perseguire reati particolarmente gravi, ma anche il diritto all’informazione dei cittadini. Laddove quest’ultimo può vantare una qualche pretesa soltanto una volta che siano state appurate tutte le circostanze di reato, e non in maniera aprioristica, sulla scorta di semplici sentito dire. E laddove il costo implicito alla violazione della privacy individuale deve comunque essere commisurato al beneficio che ne deriva rispetto all’acquisizione di informazioni decisive ai fini giudiziari oltre che non altrimenti reperibili.
Con ciò, mi sembra di aver fornito un quadro sufficientemente chiaro, sebbene (si spera) abbastanza semplice, del modo in cui dovrebbe essere impostata una discussione pubblica sulle limitazioni delle intercettazioni telefoniche. Una discussione che può essere all’origine di un confronto serio ed equilibrato solo se viene condotta in una prospettiva di etica pubblica, volta a fare chiarezza intorno alle ragioni pro e contro un determinato provvedimento, sullo sfondo di un complesso di pretese legittime provenienti sia dagli individui che dalla collettività. E proprio discutendo in questo modo, dovrebbe apparire in tutta evidenza come la limitazione per legge delle intercettazioni telefoniche possa essere un provvedimento incisivo, senza per questo neutralizzare l’utilità di questo strumento, non solo nella lotta a reati palesemente gravi (come il terrorismo e la criminalità organizzata) ma anche a reati per loro natura difficili da indagare e molto dannosi per la qualità della vita sociale di una comunità.

luciano.fasano@unimi.it


Alessandro Fanfoni
Che ci faccio qui?

Il celebre titolo chatwiniano che racconta dello spaesamento del viaggiatore al culmine di un viaggio la cui sorte è ancora ignota, sembra calzare alla perfezione al senso d’inquietudine vissuto dai cattolici del Partito democratico. “Che ci facciamo qui?”, si chiedono gli ex-diellini in questa strana (in)consistenza assunta dal Pd all’indomani della sconfitta elettorale. Il partito fluido governato dal carisma del leader, infatti, sta facendo i conti con il raggrumarsi di sabbie mobili (le mai sopite identità, sotto-identità, le appartenenze  e sotto-appartenenze correntizie dei fondatori) che offrono un appiglio più sicuro rispetto a quello offerto dalla scommessa  d’innovazione – di fatto smarrita nelle cabine elettorali.
Ma come giustamente sottolineava Galli della Loggia, non è solo un problema di identità culturali (che divampano quando gli opposti si toccano, vedi il caso Teodem-Radicali e tutta la polemica seguita all’editoriale con cui Famiglia cristiana suggerisce ai cattolici di uscire dal Pd), ma è anche un problema di apparati e di appetiti: ossia della sproporzione numerica e organizzativa (in favore dei Ds) che genera una giustificata sindrome di annessione (nei Dl) e che si manifesta ogni volta che è in gioco un frammento di potere.
In altre parole, si tratta del timore strisciante che il Pd non sia davvero il frutto inedito della fusione di due soggetti preesistenti, bensì l’ennesima tappa della travagliata e penosa (penosa perché per anni, e da molti protagonisti, più subita che voluta) metamorfosi dei naufraghi del Pci (poi Pds, quindi Ds - e ora Pd?).
Lo stesso nodo della collocazione europea ne è una dimostrazione: non c’è posto in Europa per il Pd, se non è il Pd stesso a inventarselo, convincendo e coinvolgendo nell’evoluzione necessaria le famiglie politiche più affini. Ma il Pd avrà la determinazione politica e il coraggio intellettuale per giocare questo ruolo? Purtroppo non sembra sia così. Non sono passati nemmeno 60 giorni dalla sconfitta elettorale che i contrasti dentro il Partito democratico stanno esplodendo. La questione cattolica, la questione di una spartizione squilibrata del potere tra ex-ds e ex-dl, la questione della collocazione al Parlamento europeo, la questione delle alleanze, la questione delle correnti… Tutto contribuisce ad alimentare una sorta di “guerra civile” talmente grave da far dichiarare al segretario Veltroni che l’ipotesi di un ritorno a Ds e Dl, sarebbe una sciagura, “una scelta suicida” (e questo significa che qualcuno ci sta pensando). Ma il segretario lì si ferma, perché non gli pare di ravvisare gli estremi per la convocazione di un congresso: “sono dissidi fisiologici, non una messa in questione del progetto”; ne siamo poi così sicuri? Noi, al contrario, crediamo che nello scontro in atto siano in gioco diverse visioni strategiche riguardanti elementi strutturali del Partito democratico tali da giustificare la convocazione di un congresso. Siamo stati tra i primi, oltre un mese fa, a ravvisare in un congresso autunnale l’unica exit strategy da questa logorante palude di un partito che oltre ad aver perso le elezioni, se va avanti così, se pensa che cinque o più anni di opposizione siano tali da permettere di continuare con queste “guerre da salotto”, allora rischia anche di perdere completamente di senso.


Davide Biassoni
La sicurezza e le scelte del PD

Un’Italia preoccupata e timorosa quella che lo scorso aprile ha scelto di non premiare con la vittoria la coraggiosa e innovativa strategia politica del PD, dando invece fiducia a Berlusconi e Bossi. Il caso Alitalia, l’indecoroso affaire della spazzatura a Napoli, una crescita economica quasi nulla e una criminalità sempre più minacciosa: sul governo di centrodestra pesa ora la grande responsabilità delle risposte concrete per il rilancio del paese. E, sul nodo sicurezza, Maroni ha incontrato in settimana i Sindaci di una ventina di città medio-piccole, firmatari della cosiddetta “Carta di Parma”, con la quale i primi cittadini chiedono maggiori poteri e risorse per intervenire efficacemente contro il degrado e il crimine che attanagliano le comunità locali. Il Ministro dell’Interno leghista ha scelto una linea diretta e federale, aprendo subito il tavolo a coloro che in virtù del loro contatto diretto con il territorio possano agire puntualmente. Si cercano misure operative contro fenomeni deleteri, tra i quali l’incivile costume di imbrattare muri e monumenti, il vandalismo contro i beni pubblici, gli ambulanti abusivi, le merci contraffatte e la diffusione della prostituzione. Su quest’ultimo punto, a causa di divergenze anche all’interno della maggioranza, una soluzione organica è stata spostata dal Decreto in Senato a un Disegno di Legge che, si promette, sarà approvato entro luglio. C’è anche chi, come il Sindaco di Verona Flavio Tosi, ha invocato la possibilità di un fermo di 24 ore da parte della polizia municipale contro tutti i comportamenti che mettano a pericolo la sicurezza urbana, ma su questo punto permangono pareri molto discordanti e, allo stato attuale, rimane solo una proposta. I Comuni, in particolare, chiedono che le maggiori risorse per la sicurezza siano escluse dal Patto di Stabilità fra centro e periferia: su questo, però, grava l’ombra dell’abolizione dell’Ici, una fonte d’introito non certo secondaria per le entrate locali. E il PD? La sconfitta alle politiche e al Campidoglio è certo un boccone amaro da digerire, e il terreno su cui è imperniato il dibattito politico è dei più sfavorevoli: Bassolino ritenuto uno dei maggiori responsabili per il disastro rifiuti in Campania (e il voto del 12-13 aprile ha parlato chiaro); il tema della sicurezza che ancora non riesce ad essere maneggiato con convinzione ed efficacia per paura di essere bollati come repressivi e xenofobi; la pressione fiscale che si è acuita sotto il governo Prodi. Non da ultimi due grossi nodi irrisolti: il ruolo dei valori cattolici all’interno del partito, ossia l’identità del PD rispetto alle questioni eticamente sensibili (laicità, nuovi diritti, progresso scientifico) e il dilemma della collocazione europea a un anno dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, ossia nel PSE o promotori di una nuova più larga alleanza? Ci vuole un colpo d’ala, un rilancio che si attende nell’Assemblea nazionale di giugno, perché il PD, più che di un governo-ombra, ha bisogno di un’anima.

davide.biassoni@unimi.it


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ Accetto scommesse 3 a 1 sulla vittoria di Obama

Prima di iniziare giocare con il Risiko degli stati americani rossi e blu (repubblicani i primi, democratici i secondi) per prevedere il risultato delle prossime elezioni del 4 novembre sarebbe opportuno farsi una semplice domanda: Quanti sono i repubblicani? Quanti sono i democratici? Al contrario dei paesi europei, dove l’iscrizione alle liste elettorali è automatica, negli Stati Uniti il cittadino che vuole votare deve andare a iscriversi e gli viene chiesto di dichiararsi come elettore “democratico”, “repubblicano” o “indipendente”. Questo, ovviamente, non gli impedisce affatto di votare per chi gli pare (almeno fino a che le macchinette per il voto, spesso inaffidabili, lo consentono).
I sondaggisti usano le stesse categorie e, grazie a questo, sappiamo che il bacino potenziale di elettori di Obama è quest’anno molto più largo di quello dei sostenitori di McCain: 
si dichiarano democratici il 41,7% degli intervistati, contro il 31,6% che si dichiarano repubblicani. Gli indipendenti sono il 26,6%. Solo due anni fa, nel maggio 2006, i due grandi partiti erano quasi in parità, benché con un leggero vantaggio per i democratici: 36,4% contro 33,6% (e un 30% di indipendenti). Questo significa che i democratici sono aumentati di cinque punti percentuali, pescando tanto nel vasto bacino di indipendenti quanto fra gli stessi repubblicani. Le dimensioni dello spostamento sono poi sottostimate a causa dell’evidente mancanza di entusiasmo fra molti elettori di Bush, che sono rassegnati a votare McCain ma non lo considerano un “vero” rappresentante del partito; al contrario, i democratici sono palesemente infiammati dal carisma di Obama e pronti ad attivarsi per sostenerlo.
Tutto il chiacchericcio sulle “divisioni profonde” nel partito a causa della lunga competizione nelle primarie, e sul fatto che molti elettori di Hillary preferirebbero McCain a Obama, è durato neppure lo spazio di una settimana: sabato scorso Hillary Clinton ha lealmente riconosciuto la vittoria del giovane senatore dell’Illinois e, nel giro di 5 giorni, la grande maggioranza delle donne che la sostenevano si sono compattate dietro la candidatura di quest’ultimo. Molte altre lo faranno da qui al giorno delle votazioni, in novembre. Oggi, secondo Gallup, Obama ha gudagnato 8 punti nel consenso tra le donne e avrebbe il sostegno del 51% dell’elettorato femminile nel suo complesso (una percentuale destinata probabilmente ad aumentare nelle prossime settimane).
Infine, il consenso quasi unanime degli americani oggi è che la situazione dell’economia stia peggiorando: questa è l’opinione dell’86% degli intervistati, e il 55% ritiene che la sua situazione finanziaria personale sia peggiorata negli ultimi 12 mesi, di nuovo  secondo Gallup. Anche questo fattore favorisce Obama, visto che McCain ha dichiarato esplicitamente che l’economia “non è il suo forte”.
Tutto può succedere, compreso un grave attentato, una guerra con l’Iran, frodi elettorali: ma per il momento accetto scommesse 3 a 1 sulla vittoria di Obama (riservate agli iscritti di questa newsletter e non superiori a 30 euro, ovviamente).

fabrizio.tonello@unipd.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ La prima campagna elettorale del ventunesimo secolo

Washington D.C. – In preparazione alla campagna per le elezioni di novembre, alcuni tra i protagonisti della corsa alla Casa Bianca 2008 si sono riuniti mercoledì nella sede di Google a Washington per discutere dell’impatto delle nuove tecnologie sul questo ciclo elettorale. “Le campagne elettorali non sono tutte uguali. Ogni tanto ne passa una che porta cambiamenti sociali monumentali”, ha sottolineato in apertura James Barnes, corrispondente politico del National Journal, una tra le più importanti riviste di politica americana. Paragonando il 2008 con il 1960, Barnes ha ricordato al pubblico il primo dibattito presidenziale trasmesso in televisione, quello tra Richard Nixon e John Kennedy. Così come il piccolo schermo rivoluzionò allora il modo di fare politica, Internet sta provocando oggi un altro cambiamento epocale.
“La cosa fondamentale successa quest’anno”, ha spiegato Mindy Finn, direttrice della strategia Internet per Mitt Romney ‘08, “è che i nuovi media non sono più nuovi, ma sono diventati mainstream”. Utilizzato per la prima volta come strumento di mobilitazione politica nella campagna per la nomination democratica del 2004 di Howard Dean, Internet è diventato oggi il punto forte della strategia di tutti i candidati. Da mezzo alternativo ed elitario, la rete si è inoltre trasformata nel palcoscenico preferito per il dibattito pubblico a proposito delle elezioni, spesso sostituendo i mezzi tradizionali – televisione, carta stampata, radio – come fonte primaria di informazione politica. Mark Halperin, corrispondente politico di Time, ha riconosciuto che l’espansione del web “facilita la comunicazione e il dibattito tra la gente comune e permette ai cittadini di partecipare attivamente alla politica nazionale”. Il giornalismo online porta inoltre alla luce storie e notizie che in altri tempi sarebbero probabilmente state ignorate. Halperin, però, non nasconde una certa preoccupazione per l’industria della carta stampata; “le nuove forme di giornalismo web stanno risucchiando risorse economiche che in precedenza erano destinate ai media tradizionali.” E così, ad esempio, le grandi testate quotidiane sono a corto dei fondi necessari a finanziare quel giornalismo di approfondimento e d’inchiesta di cui ha bisogno una vera democrazia. Naturalmente, l’opinione dei giornalisti che devono la propria carriera proprio al successo di Internet e alla popolarità dei blog è completamente diversa. Mary Ham, responsabile dell’edizione online del quotidiano gratuito DC Examiner, e astro nascente del giornalismo di marca conservatrice, si è detta entusiasta delle potenzialità offerte da Internet e ha confessato che la sua unica preoccupazione è quella di non affogare nel infinita quantità di risorse oggi disponibili. “I nuovi media hanno rivoluzionato il modo stesso di fare campagna elettorale, non solo la copertura giornalistica delle elezioni,” ha detto Phil Singer, fino a qualche giorno fà vice-Direttore della Comunicazione per la campagna di Hillary Clinton. Grazie ad Internet, i candidati hanno uno strumento in più per far arrivare il proprio messaggio direttamente agli elettori senza dover passare per i media. Il risultato di questa ricchezza d’informazione è, come ha sottolineato l’ex-Responsabile nazionale per le Relazioni con i Media di Mitt Romney, Kevin Madden, “una certa povertà di attenzione da parte del pubblico”. Candidati, strateghi e giornalisti competono ferocemente gli uni contro gli altri per gli occhi e le orecchie dei cittadini americani.
Per vincere questa lotta, i candidati alla Casa Bianca, così come i mezzi di comunicazione tradizionale, hanno dovuto ridefinire il ruolo assegnato al proprio spazio sul web. Mandy Finn ha raccontato come è cambiata la propria esperienza personale di direttrice di strategie internet dai tempi della campagna Bush/Cheney del 2004; “C’è un’enorme differenza nel modo in cui noi responsabili Internet veniamo trattati all’interno delle campagne elettorali. Non siamo più ammassati in cantina e confusi con i tecnici”. Al contrario, ogni aspetto di una campagna elettorale - la mobilitazione degli attivisti sul territorio, la raccolta fondi e i rapporti con i media – passa oggi per il sito web ufficiale del candidato, ormai il fulcro di tutte le operazioni. Joe Rospars, Direttore per i Nuovi Media per Barack Obama, ha spiegato la propria strategia, fin qui senza dubbio quella di maggior successo; “Internet per noi ha a che vedere con le relazioni interpersonali. La più grande soddisfazione è l’aver creato una comunità online di oltre un milione di utenti che hanno un account sul sito web www.barackobama.com”. Questa comunità è stata il motore dell’ascesa di Obama, grazie alla mobilitazione sul territorio e alle donazioni che ne sono seguite, e al messaggio di entusiasmo e desiderio di partecipazione che viene così lanciato al resto della nazione.
Il vice-Direttore della strategia Internet per John McCain Mark Soohoo ha voluto sottolineare l’effetto di lungo periodo dell’avvento di Internet sulla scena politica americana; “Alla fine dei conti, facilitare la partecipazione dei cittadini è importante per la democrazia in generale, non solo per i nostri rispettivi candidati.” E così la pensa anche Peter Dauo, che è stato il Direttore Internet della campagna di Hillary Clinton. Dauo però offre una visione un po’ meno bipartisan; “Sicuramente si tratta di uno sviluppo positivo per la democrazia, in particolare se vince un democratico”. In conclusione, è bene ricordare che l’obbiettivo di tutti - candidati, strateghi e giornalisti - è quello di vincere la propria gara. I nuovi media sono, per l’appunto, dei mezzi di comunicazione, come la televisione, la radio e i giornali, e non offrono soluzioni magiche. È responsabilità di chi li utilizza decidere che significato attribuirvi.

valentina.pasquali@gmail.com


Stefano Florio
Osservatorio Expo 2015/ Diario di bordo del 13 giugno 2008

Dal 31 marzo scorso, cioè dall’annuncio dell’assegnazione a Milano dell’onore ed onere di organizzare l’Esposizione Universale del 2015, sono passati poco più di 2 mesi e, come inevitabile, la macchina organizzativa ha preso il via. Ripercorriamo rapidamente queste intense prime settimane facendo un sintetico punto di aggiornamento della situazione che periodicamente troveranno poi qui spazio.
Innanzitutto le prime decisioni in termini di governance dell’evento. Il governo Berlusconi ha, fra i suoi primi atti, nominato il Sindaco Letizia Moratti Presidente del Comitato di Indirizzo e Pianificazione per Expo 2015 (che contiene i principali attori istituzionali milanesi e non coinvolti e che ha preso il posto del Comitato di Candidatura) mentre al suo braccio destro Paolo Glisenti – vero Richelieu della Signora Moratti – affidato il ruolo di Segretario Esecutivo del Comitato di Indirizzo e Pianificazione; dal 30 giugno in poi (data in cui questo organismo cesserà di esistere), il dott. Glisenti è in pole position per assumere il ruolo (per ora è infatti di candidato numero uno) di Amministratore Delegato della nuova Società di Gestione che, riprendendo in parte il modello della Toroc (che si occupò delle Olimpiadi di Torino 2006), gestirà l'organizzazione della kermesse; questa si articolerà presumibilmente in 2 business unit dedicate rispettivamente alle infrastrutture e all'organizzazione vera e propria dell'evento sulla base di un modello organizzativo che era già stato preventivato all’interno del dossier di candidatura della città presentato al Bureau Internazionali des Exposititions. Al posto del Dott. Roberto Daneo, che aveva diretto il Comitato di Candidatura, è stato chiamato l’Ing. Angelo Paris (che ha alle spalle un passato da direttore per la pianificazione strategica delle Olimpiadi di Torino nonchè di vice-direttore generale del Toroc e che aveva già fatto parte del team operativo del Comitato di Candidatura) in qualità di nuovo managing director del Comitato di Indirizzo e Pianificazione.

Si è ancora in attesa invece dell’emanazione del decreto legge previsto per queste settimane (alcune anticipazioni su di esso si trovano nella rassegna stampa presente nella sezione speciale del sito del CFP dedicato all’Expo 2015) che appunto dia il via libera alla nuova società - perché questa sia operativa dal 1° luglio - e assuma le prime decisioni strategiche, tecnico – operative oltre che finanziarie in uno schema che prevederà la presenza anche di un Comitato di Indirizzo e Programmazione dove siederanno i soggetti istituzionali coinvolti; anzi è, proprio di questi giorni, una non tanto velata preoccupazione da parte dello staff della Moratti – indicata dai più come il futuro Commissario nazionale per l’Expo - per una pericolosa dilatazione della tempistica di predisposizione di questi atto legislativo da parte dell’esecutivo (il rischio infatti è che la conversione del decreto possa avvenire in pieno agosto…..) con possibili gravi ripercussioni organizzative.
A fine mese dunque comincerà a muovere come detto i suoi primi passi la nuova Società di Gestione – composta, secondo alcune anticipazioni di queste settimane, da otto direzioni di staff a suo diretto riporto e avrà natura di società pubblica di diritto privato - che avrà il compito di coordinare strategicamente ed operativamente il sistema degli attori e delle risorse impegnate nell’operazione. Nel frattempo il dibattito pubblico, che ha avuto origine fin dal momento dell’annuncio della candidatura della città nel settembre 2006, ha subito una naturale accelerazione collocando ancor di più il tema dell’Expo 2015 all’interno di un circuito di interessi ed attenzioni che speriamo contribuisca a tenere alto il valore culturale (oltre che promozionale per Milano e l’Italia) dell’iniziativa da qui fino al 2015.
In secondo luogo per quanto riguarda le prime dinamiche di posizionamento dei diversi attori istituzionali coinvolti, molto forte appare il legame e l’intesa fra il Sindaco e il Governo (molto attivo su questo fronte il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta), ancora latente e quindi sottotraccia è emersa invece una certa tensione fra la Moratti e il Presidente Formigoni soprattutto in relazione ai rapporti di forza fra di loro nel futuro assetto di governance interistituzionale legato all’evento così come appare, almeno finora, secondario il ruolo giocato nella partita dal Presidente Penati (forse anche per ragioni legate all’avvio della campagna elettorale ad un anno dalle elezioni amministrative della prossima primavera) intervenuto finora soprattutto sul versante della trasparenza delle procedure e sull’importanza di utilizzare l’Expo per ri-avviare una importante politica di edilizia residenziale pubblica e di sostegno all’housing sociale.
Per quanto concerne invece i primi contributi al dibattito pubblico – al di là di una polemica più o meno interessante in ordine alla bruttezza (e inclinazione) o meno dei grattacieli milanesi che ha riempito i giornali nei mesi scorsi, significativa perché “fuori dal coro” si segnala invece la proposta – tra l’altro subito ben accolta - formulata dallo psicoterapeuta e psicologo Fulvio Scaparro di realizzare per l’Expo un “Parco per la memoria delle bambine e dei bambini del mondo” cinto da alberi sempreverdi e aperto agli under 12 di tutto il mondo e chiamato “Aulì Ulè”, termine dialettale usato un tempo a Milano per indicare la conta dei bambini durante i giochi fra loro. Molto attiva si è sta dimostrando inoltre Camera di Commercio che, in questa prima fase di costruzione appunto di un discorso pubblico sull’Expo, ha organizzato un convegno dal titolo “Milano verso l’Expo 2015: sviluppo economico e sociale” tenutosi lo scorso 20 maggio e i cui esiti sono consultabili all’indirizzo: (
http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?pagina=3260&pv=).
Così come molto interessante è stato il primo Festival Internazionale dell'Ambiente, manifestazione promossa da Regione Lombardia, Comune di Milano, Provincia di Milano, Camera di Commercio di Milano e coordinata da Fiera Milano, che si è svolta a Milano e in varie città della Lombardia fino all’11 giugno proponendo un calendario di oltre 200 tra incontri, eventi e manifestazioni che ha visto coinvolti esperti, studiosi, politici, associazioni e cittadini, chiamati a riflettere e ad affrontare le grandi sfide dello sviluppo sostenibile e della qualità della vita (cambiamenti climatici, energie rinnovabili, agricoltura e biodiversità, rifiuti, mobilità, sviluppo, educazione ambientale, ecc.).
Da segnalare come, da un lato, il sistema universitario e della cultura milanese (molto attive Triennale e il Piccolo) e dall’altro il tessuto imprenditoriale (in particolare il settore immobiliare ha cominciato a far sentire la propria voce) e delle autonomie funzionali abbiamo iniziato un processo di posizionamento dialogico e culturale rispetto all’evento – soprattutto in termini di contributo potenzialmente offerto alla città e al progetto complessivo legato all’alimentazione – così come è cominciato ad emergere da più parti l’esigenza di rammentare, a tutti gli attori in gioco, l’importanza di mantenere alto il livello di attenzione e di presidio sia alla trasparenza che all’economicità delle procedure di appalto di lavori e affidamento di servizi necessari all’evento.
Un monito questo che certamente si spiega anche in relazione a precedenti esperienze in cui questo Paese ha dato pessime dimostrazioni di capacità manageriali rispetto all’organizzazione di grandi eventi a forte richiamo internazionale.
Anche per questo è nato l’Osservatorio CFP sull’Expo: da un lato per contribuire all’alimentazione e sviluppo di un dibattito pubblico – speriamo il più aperto e partecipato possibile – in ordine alle prospettive (di merito, contenuti e proposte) legate all’Expo e alle opportunità che questo darà alla città. E dall’altro per tenere in tensione e in osservazione il sistema degli attori, milanesi e non, a diverso titolo coinvolti rispetto al processo di avvicinamento all’evento…….cioè in ordine al metodo (trasparenza, eticità, sostenibilità delle scelte e delle azioni), al modus operandi quindi che verrà adottato e che accompagneranno Milano e l’Italia da qui al 2015. Per intanto a Saragozza si apre il 14 giugno l’Esposizione Internazionale – e non Universale come quella di Milano - dedicata al tema dell’acqua che fornirà interessanti spunti per studiare l’impatto e il ritorno di un simile evento.

s.florio@libero.it

 


Alice Arienta
Milano, Brecht e l’emergenza di una nuova politica

In questi giorni all'ingresso di Milano sul cavalcavia della Milano laghi c'era uno striscione di Forza Nuova inneggiante " “Via i rom da Milano". Quello che ho visto mi ha riempito  di tristezza ma anche rabbia nei confronti delle  forze politiche perché dove c’è miopia, dove c’è una mancanza di risposte gli estremisti fioriscono e offrono le risposte più forti. Io sono  per la legalità nel rispetto dei  diritti . Se uno è un criminale va punito con ogni mezzo, cosa che per molto tempo in Italia non è successa. Io credo che troppo spesso dalla nostra parte si considera che la  questione sicurezza sia più  ingrandita che reale,  più vissuta sul percepito che sulla base della realtà. Non credo sia così. Io mi informo sui quotidiani e su internet ma vivo e parlo con diverse persone e credo anche a  quello che vedo e purtroppo per troppo tempo ho visto impuniti certi atteggiamenti  criminali sia da italiani disonesti che immigrati disonesti. Non possiamo liquidare la questione dicendo che è tutto ingrandito e che gli immigrati sono tutti regolari e onesti  lavoratori perché non è così. Ci sono anche  immigrati disonesti come pure italiani disonesti, penso che la vera questione non sia  la tematica della sicurezza quanto quella della legalità. Questi problemi sarebbero meno ingranditi  se avessimo agito come in altre democrazie europee dove chiunque ha atteggiamenti criminali e illegali viene punito. Ma quante volte si lascia impunito un atteggiamento illegale? Scusate l’estremo ma anche a partire dai piccoli gesti come passare col rosso, non fermarsi sulle strisce, per arrivare poi a evadere le tasse.. tutti questi sono atteggiamenti criminali indi grado diverso certo ma criminali comunque. Siamo quasi tutti fuori legge ,molti di noi  facciamo  i furbi e siamo abituati a farlo senza che nessuno dica  (quasi) dica niente. Però non ci porta nulla di costruttivo ricondurre tutto  il problema all’Italietta dei furbi, occorre considerare anche come questo tema è stato affrontato o meglio dire non affrontato dalla sinistra italiana.

Da parte della sinistra per troppo tempo c’è stata una  totale incapacità di leggere i mutamenti sociali, la mancanza di una  politica pragmatica basata sulla lettura e  sull’offerta di soluzioni. Solo al livello amministrativo sono emerse  figure capaci di offrire soluzioni pragmatiche ai problemi dell’illegalità (è emblematico l’esempio del sindaco di Firenze quando dichiarò guerra ai lavavetri. .subito dopo fu accusato di fascista da un gruppetto di intellettuali di sinistra.. mentre  si stava occupando forse di assolvere al suo compito di buon amministratore). Questa miopia ha portato la destra ad  appropriarsi totalmente  della questione, anche per ragioni storiche ovviamente, ma comunque per troppo tempo glielo si è lasciato fare e così ora  quando si parla sempre di sicurezza si associa subito la questione immigrati. La politica del laissez faire  unita all’impotenza degli amministratori  locali spesso dovuta a  poteri  limitati e conseguente totale incapacità di risolvere i problemi asciano spazio a posizioni estreme.  Ecco allora che vengono esposte  fasce di odio e rabbia, ci sono  ronde autorganizzate, spedizioni  punitive nei campi nomadi.
Ora spetta proprio ad un partito nuovo il compito di vedere il problema con occhiali diversi e  offrire soluzioni indifferenti. Unire il pragmatismo agli ideali? Questo è il compito della politica, occorre agire con pragmatismo nel rispetto degli ideali della nostra Repubblica.
Con fermezza dico no ad atteggiamenti che violano i diritti umani ma con la stessa fermezza  dico no alla criminalità e alla illegalità perché appartengo ad un forza liberale democratica. Questo perché non mi vorrei svegliare tra 20 anni  in un incubo di una Milano con ghetti e favelas, barricate di ispanici , arabi e  filippini e poi i quartieri dei bianchi con giardini isolati e telecamere a circuito chiuso... Perché come dice la poesia di Brecht che qui vi mando  dopo che hanno portato via i rom porteranno via anche noi… Contro l'inaridimento umano dilagante e la mancanze di risposte politiche…grazie Brecht.

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali
e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me
e non c’era rimasto nessuno a protestare.



Davide D'Alessandro
Cacciari, Miglio e il federalismo che non c’è

L’interesse che ha destato l’ultimo articolo sul Partito Democratico federale m’impone di tornare sull’argomento con ulteriori riflessioni. Sappiamo che cos'è un Partito federale? Lo si vuole fare davvero? Oppure si vuole giocare con le parole e creare contenitori vuoti, privi di sostanza e di significato?
Adatterei, per la forma partito da costruire, un termine persino abusato: Glocalisation, perfetta fusione di Globale e Locale. Sono stati
Roland Robertson e, a seguire, Zygmunt Bauman a dirci che è l'individuo, nella sua comunità locale, nella sua interazione con altri individui, a determinare la politica del territorio. La visione romanocentrica (globale) di chi cala il suo sistema complesso, elefantiaco, per innervarlo nel sistema semplice delle singole regioni (locali) è fuori dal tempo.
Occorre tener conto delle specificità territoriali non come una concessione che Roma fa alle periferie, ma come elementi vitali di aggregazione e legame a rete che ogni regione, con il patto di federazione, deposita sull'altare centrale, cui resta il compito di coordinamento nazionale.
Occorre fare in modo che il termine “federale”, inteso sia come nuova organizzazione di partito, sia come tema fiscale, sia come nuova forma di Stato, divenga la soluzione e non un altro problema da aggiungere ai tanti che il Paese già ha. In tutti gli Stati federali c'è un governo centrale forte che garantisce una solida cornice unitaria. Ne siamo consapevoli? Al Nord ne sono tutti consapevoli? Il federalismo, sia come forma di Stato, sia come organizzazione di partito, non dev’essere invocato per compensare l’assenza di un governo, di una segreteria o di una leadership centrale forte ed efficiente, perché in tal modo a un sistema già debole, uniremmo forze centrifughe laceranti. Una sorta di secessionismo morbido che, se per la forma di Stato sarebbe deleteria, per il nascente Pd sarebbe una tragedia. Occorre mirare alla riconfigurazione di ciò che è globale e di ciò che è locale, di ciò che è considerato centro e di ciò che è considerato periferia. 
“Federalismo – scrive Massimo Cacciari in un Carteggio dei primi mesi del 1994 con Gianfranco Miglio, pubblicato da Micromega con il titolo:”Dialogo sul Federalismo” – non può significare tagliar via il centro. Se così fosse, diventerebbe sinonimo di moltiplicazione di centri. Federalismo è riorganizzazione di principio della relazione centro-periferia, sulla cui base possa definirsi concretamente un nuovo sistema di responsabilità. Federalismo è ridefinire i ruoli e le responsabilità del governo centrale e dei governi dei diversi Stati, ma ridefinirli all’interno di un vero e proprio patto costituzionale. Federalismo non è affatto, rozzamente, indebolire il governo centrale, ma rilegittimarlo e, dunque, rafforzarlo, all’interno dei suoi limiti, per le funzioni specifiche che sarà chiamato ad assolvere e che in nessun modo debbono ledere o indebolire quelle dei diversi Stati della federazione”.
Il federalismo di Cacciari non va alla ricerca di “fantasmatiche differenze etniche”. Ripropone ed esalta la polemica di Renan, il quale in “Che cos’è una nazione?” avversa “i tentativi di fondarla su fattori razziali, etnici, linguistici, religiosi e geografici”. Il federalismo di Cacciari è effettuale, perché:”rivolto alla piena valorizzazione di quelle energie, potenzialità, intelligenze che l’organizzazione centralistica per sua natura reprime o non è in grado di suscitare; un federalismo che mira ad una relazione più stretta, più visibile tra rappresentante e rappresentato; un federalismo della piena responsabilità del rappresentante di fronte al suo elettorato. Guai se resuscitassimo in chiave federalista gli stessi miti della Nazione”. Ovviamente, il carteggio era relativo alla nuova forma di Stato tanto sognata dai due interlocutori, ma se sostituite a “governo centrale” “segreteria nazionale del Pd”, a “Stati della federazione” “il Pd del Veneto-Sicilia-Abruzzo-Toscana”, a “patto costituzionale” “patto di federazione”, il prodotto federalista non cambia. Come immaginiamo lo Stato, così è possibile disegnare il Partito (con tutte le differenziazioni del caso, ma la struttura dell’impianto va considerata identica). Sono passati 14 anni. Miglio non c’è più. Lo Stato federale non ancora. Il Pd non ancora. Soltanto Cacciari c’è ancora e continua a parlare e a scrivere di Stato federale e di Pd federale, mentre i “loftisti” cercano risposta alla non più eludibile (beati loro!) domanda del terzo millennio, una domanda da far tremare vene e polsi: aderire o no al Pse?

L’è rob’ da matt!, esclamano a Milano gli elettori del Pd. “Ma anche” a Palermo, con un accento leggermente diverso.

lapolis@tele2.it


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