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Home » Newsletter n. 132 - 20 giugno 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 132 – 20 giugno 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 132.

Cogliamo l'occasione per segnalarvi il doppio appuntamento che si terrà a Venezia questo fine settimana per gli allievi del Cfp: ILVO DIAMANTI terrà una lezione su “Sistema Politico italiano, sistema dei partiti dopo le elezioni del 13-14 aprile 2008. Identità e nuove fratture socio-politiche: le sfide del PD”; MASSIMO CACCIARI terrà una lezione su “Valori, politica come professione e come vocazione: l’attualità dell’insegnamento di Max Weber.”
Vi invitiamo inoltre a consultare sul nostro sito l' ARCHIVIO DIAMANTI, la raccolta degli articoli di Ilvo Diamanti pubblicati su "La Repubblica" nel periodo gennaio-giugno 2008.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Davide Biassoni
Il punto/ Fine della tregua


Fabrizio Tonello
Sospendere i processi: Berlusconi e Clinton


Roberto Adamoli
L’Europa dopo il no irlandese


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Gli americani e il prezzo della benzina


Valerio Pulga
Addio Mario Rigoni Stern!


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Davide Biassoni
Il punto/ Fine della tregua

La speranza, o forse l’illusione, di una “normalità” politica ed istituzionale sembrano vacillare: le lancette della Storia stanno forse tornando indietro, nuovamente, allo scontro fra classe politica e magistratura? Mercoledì, al Senato, ha avuto luogo una battaglia “d’altri tempi”, o almeno così ci si poteva augurare che fosse, poiché nessuno sentiva la necessità di un revival del vocabolario legato alle “toghe rosse” e, di converso, alle leggi ad personam. Nel decreto sicurezza, che sarà approvato in via definitiva martedì 24, è stato incluso il tanto criticato emendamento Vizzini-Berselli: da un lato, priorità nei processi ai reati punibili con ergastolo o pena superiore ai 10 anni e a quelli ascrivibili alla criminalità organizzata o che prevedono procedimenti con rito direttissimo o giudizio immediato; dall’altro, sospensione per i processi penali relativi a fatti commessi fino al 30 giugno 2002 che si trovino in uno stato compreso tra la fissazione dell'udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado. Il casus belli è, però, quello del congelamento del processo Mills in cui il Cavaliere è accusato di corruzione: la sospensione segue dal fatto che tale reato prevede una pena inferiore ai 10 anni e, comunque, è stato commesso nel febbraio 2001, ossia prima della (arbitraria?) linea temporale di demarcazione. Lo strappo è parso talmente forte da spingere Veltroni a denunciare la rottura del dialogo con la maggioranza e il ritorno ad un’opposizione dura ed intransigente. Dall’altro, il Premier-imputato si è difeso con una lettera al Presidente di Palazzo Madama, Schifani, nel quale proclama la propria innocenza nell’ennesimo processo considerato un piano ordito nei suoi confronti da giudici di estrema sinistra; inoltre, il Presidente del Consiglio sottolinea come la misura adottata nasca dall’esigenza di razionalizzare il lavoro dei magistrati, oberati da un numero altissimo di cause, e di conseguenza favorire i processi riguardanti i reati più gravi e che richiedano un giudizio in tempi rapidi. Le perplessità del Quirinale e la dura reazione dell’Anm che sottolinea le gravissime conseguenze che si produrranno (100 mila processi saranno sospesi) acuiscono il clima di contrapposizione, riprecipitando il paese in una situazione che ricorda quella dell’estate del 2001 all’indomani della vittoria della CdL. La Sinistra radicale, fuori dal Parlamento, spera forse che il PD sia costretto a rivedere la sua strategia dialogante, magari riassorbendo Veltroni nelle barricate dell’antiberlusconismo senza “se” e senza “ma”, mentre in Aula l’Idv di Antonio Di Pietro, alfiere di un’opposizione granitica e vieux style nei confronti del Cavaliere, si augura che il PD si ricompatti su una linea di scontro frontale. In un decreto che darà il via libera all’impiego delle forze militari per la sicurezza interna, oltre ad altre misure importanti nell’ambito del rafforzamento della legalità, non può che stridere fortemente la scelta di Berlusconi di imporre (spalleggiato dagli alleati) una misura che suona ai suoi avversari come un tentativo di sfuggire (per un anno) a una sentenza ormai attesa entro l’estate. Il compito più delicato spetta proprio al leader del PD: da un lato smarcarsi dalla mossa del Cavaliere per non apparire corresponsabile di una norma altamente controversa; dall’altro, non farsi risucchiare nella febbre delle dichiarazioni contro il pericolo del “regime” e la “fine dello Stato di diritto”: un’opposizione seria e responsabile deve saper riconoscere la necessità di riforme che l’Italia tutt’ora necessita. Marcare la propria contrarietà al provvedimento “salva-Premier” non significa riattivare il muro-contro-muro del bipolarismo bloccato della Seconda Repubblica: Veltroni deve mantenere alto il livello di responsabilità del PD, denunciando tutti gli aspetti più deleteri del decreto contestato e proponendosi come forza politica schierata nettamente a difesa della legalità e contro ogni privilegio di impunità, ma senza ripiegare in una chiusura pregiudiziale in quegli ambiti di policy dove il dialogo con la maggioranza, gioco-forza, non potrà essere evitato.

davide.biassoni@unimi.it


Fabrizio Tonello
Sospendere i processi: Berlusconi e Clinton

Contrariamente a quanto molti amici scrivono, l’idea di sospendere i processi a carico delle massime cariche dello Stato fino a che gli accusati restano in carica non è “inaudita” nelle democrazie occidentali. La Francia ha approvato una legge (molto ad personam, a dire il vero) durante la presidenza Chirac e, soprattutto, c’è il caso di Bill Clinton, che nel 1996 chiese alla Corte Suprema di rinviare fino alla fine del suo mandato lo svolgimento della causa civile per molestie sessuali promossa contro di lui dalla signorina Paula Jones (i termini per l’azione penale erano scaduti). In questo caso, le posizioni erano invertite rispetto a quelle italiane: il partito democratico era per rinviare il processo (civile, non penale, si badi bene) e il centrodestra era furiosamente deciso a processare Clinton ad ogni costo (le due tesi sono riassunte nell’eccellente pamphlet del famoso pubblico ministero Vincent Bugliosi).
A differenza dell’Italia, però, Clinton non chiese affatto al Congresso di varare una legge che lo mettesse al riparo dai processi, legge che sarebbe stata incostituzionale esattamente come la nostra legge 140 del 20 giugno 2003, annullata dalla Corte Costituzionale nel 2004, più nota come “lodo Schifani”. Fu costretto a mandare i suoi avvocati davanti alla Corte Suprema dove questi chiesero rispettosamente ai nove giudici di prendere in considerazione la perdita di tempo e di concentrazione che un processo comportava, danneggiando gli affari di Stato. E quale fu la risposta dei giudici? Gli risero in faccia.
Durante quegli scambi di opinioni con gli avvocati che vengono chiamati oral arguments, il giudice Scalia disse: “Vediamo presidenti che vanno a cavallo, tagliano la legna, vanno a pescare, giocano a golf e così via (…) se gli avvocati del Presidente possono garantire che non lo vedremo mai più giocare a golf per il resto del suo mandato potremmo prendere sul serio la loro richiesta di sospensione del processo” (13 gennaio 1997). Scalia non è iscritto a Magistratura Democratica: le sue posizioni giudiziarie sono, grosso modo, affini a quelle di Torquemada e le sue simpatie politiche vanno a Tamerlano.
Con la sentenza  Clinton versus Jones, la Corte Suprema fu unanime (caso rarissimo negli ultimi 30 anni) nel respingere la richiesta di sospensione. Il processo andò avanti e, da un suo ramo collaterale, nacque più tardi il caso Clinton-Lewinsky, con relativo processo per impeachment, nel quale Clinton fu poi assolto (resoconto completo nel mio libro La nuova macchina dell’informazione).
C’è un altro aspetto del problema: mercoledì 18 giugno, il Senato italiano ha votato un emendamento che sospende i processi per una serie di reati commessi fino al 2002. Ora, supponiamo che Clinton avesse chiesto al Senato una leggina per sospendere tutti i processi d’America per reati commessi fino al 1992, cosa sarebbe successo?
Nell’epoca della Tolleranza Zero, in cui a New York chi beveva una bottiglietta di birra sulla pubblica via veniva arrestato e processato immediatamente, una proposta del genere avrebbe avuto una sorte prevedibile: in Senato, se mai un senatore amico della famiglia Clinton avesse avuto lo stomaco di chiedere la votazione, il risultato sarebbe stato 99 a 0 (con il presentatore dell’emendamento astenuto per decenza).
Il giorno stesso, i membri del governo avrebbero attivato una procedura prevista dal XXV emendamento della Costituzione: la rimozione del Presidente dalla sua carica per “incapacità a svolgere i doveri del suo ufficio”. Questo emendamento,  ratificato nel 1967, ha lo scopo di garantire la continuità del governo nel caso il presidente sia gravemente ammalato (era accaduto a Woodrow Wilson, colpito da un ictus nel 1919), colpito da senilità o da pazzia: tutte ragioni che non consentono la sua rimozione attraverso la complicata procedura dell’impeachment.
Poiché un Presidente che pensasse di attaccare i giudici, sospendere i processi e procurarsi un’immunità che la legge non gli offre dev’essere palesemente fuori di senno, i membri del gabinetto di Clinton, dal ministro della Giustizia Janet Reno al Vicepresidente Al Gore avrebbero indirizzato ai leader della Camera e del Senato la dichiarazione richiesta dall’emendamento che Clinton era “incapace di svolgere i doveri del suo ufficio” e, ipso facto, Gore sarebbe diventato Presidente (“the Vice President shall immediately assume the powers and duties of the office as Acting President”). In caso di resistenza da parte di Clinton, nella forma di una lettera in cui avrebbe sostenuto di essere sano di mente (anche se politicamente un paria) sarebbe stato il Congresso a decidere, a maggioranza di due terzi, sulla questione. Chissà come sarebbe andata, nelle elezioni del 2000, se Gore fosse già stato Presidente.
Certo, l’America è l’America…

fabrizio.tonello@unipd.it


Roberto Adamoli
L’Europa dopo il no irlandese

L’Europa ripiomba nello stallo. E ciò proprio quando, con l’accordo sul trattato di Lisbona, sembrava finalmente chiudersi la lunga crisi istituzionale che si era innescata con le bocciature referendarie di Francia e Olanda nel 2005. Legare il futuro delle istituzioni europee agli umori e ai sentimenti di un elettorato – quello irlandese - che rappresenta sì e no l’1% della popolazione europea è certamente irrazionale.
Tuttavia, per quanto irrazionale possa apparire tale sistema, il voto irlandese è da prendere sul serio in quanto segnala il fortissimo scollamento (che non riguarda certo solo l’Irlanda) tra cittadini europei e Unione Europea. Una buona fetta di opinione pubblica in Europa, di fronte alle paure e alle inquietudini provocate dal binomio globalizzazione-crisi economica, non comprende come solo l’Unione Europea sia in grado di offrire una risposta politica valida proprio a quelle sfide trans-nazionali che suscitano oggi tanto disorientamento: immigrazione, competizione economica globale, approvvigionamento energetico, questione ambientale.
La responsabilità di questo corto circuito è per buona parte riconducibile alla grave crisi di leadership (a livello comunitario, ma anche a livello dei governi nazionali i quali troppo spesso scaricano opportunisticamente le proprie “patate bollenti” su Bruxelles) che colpisce l’Unione Europea ormai da un decennio e che la fa apparire sempre più “tecnocratica” e priva di anima. La debole (per certi versi balbettante) commissione Barroso è una chiara espressione di tale crisi. La conseguenza di questa situazione è che le politiche europee, invece di rappresentare un punto di riferimento rassicurante rispetto alle sfide globali sopra-richiamate, contribuiscono paradossalmente ad alimentare ulteriormente le paure ad esse connesse.
Come uscire adesso da questa grave impasse? Tocca al vecchio nucleo della costruzione europea (Francia e Germania) prendere l’iniziativa e attrarre intorno a sé i paesi che vogliono proseguire con forza sulla via dell’integrazione. Portando avanti, tanto per cominciare, la vecchia proposta di Mario Monti di ri-sottoporre a referendum i cittadini che hanno bocciato il trattato, ponendo loro un quesito sulla permanenza o meno del loro paese nelle istituzioni comunitarie.
Per ridare un’anima all’Unione Europea e riconquistare i cuori e le menti dei suoi cittadini abbiamo bisogno di un’Europa più coraggiosa ed ambiziosa, capace di riappropriarsi di un’identità e di una missione, dimostrando ai cittadini che essa non è solo un ideale (che, come tale, ha perso ormai da tempo la sua carica propulsiva) ma una risposta concreta a bisogni e paure quanto mai pressanti.

radamoli@gmail.com


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Gli americani e il prezzo della benzina

Washington D.C. – Nel marzo 1999 la rivista umoristica The Onion pubblicava sul proprio sito web una infografica celebrativa della “grande abbondanza di petrolio”, ironizzando su cosa avrebbero fatto gli americani per sfruttare l’inesauribile disponibilità di benzina di quei giorni. Il primo marzo di quell’anno il prezzo della benzina in America era di 1,10 dollari al gallone (circa 30 centesimi di dollaro al litro), il più basso registrato in venti anni. The Onion prevedeva che, per godere di tale surplus, gli americani avrebbero guidato la macchina dalla camera da letto al frigorifero, a veicolo fermo avrebbero sgasato per un paio d’ore ogni sera prima di andare a dormire, e avrebbero risparmiato sul conto della spesa utilizzando benzina anziché latte per annegare i cereali a colazione.
A quasi dieci anni di distanza, il petrolio costa oggi 135 dollari al barile, che si traduce in 4,31 dollari al gallone (ovvero 1,14 dollari al litro, o circa 60 centesimi di euro) dal benzinaio dietro casa, e gli americani sono tornati a comprare il latte regolarmente.  Un sondaggio condotto dalla Quinnipac University in New Jersey, e pubblicato il 12 giugno, offre una fotografia accurata dei sentimenti degli americani a proposito del prezzo della benzina; il 46% degli elettori contattati ha detto di considerare l’economia come la preoccupazione principale, seguita a distanza dalla guerra in Iraq con il 23%. Tra le varie tematiche economiche, il 41% degli intervistati ha dichiarato che il prezzo della benzina è quella che li colpisce più duramente, con un secondo posto distaccato che va, con il 19% delle preferenze, ai costi per la sanità.  In un altro recente sondaggio, condotto il 15 giugno da Washington Post e ABC News, il 77% degli americani ha confessato che l’aumento del prezzo della benzina è stato causa diretta di inattesi problemi finanziari per la propria famiglia.
Tale inquietudine non deve sorprendere, considerato che la società americana è fondata sull’utilizzo indiscriminato delle fonti di energia, prima tra tutte il petrolio. Secondo dati della CIA, gli Stati Uniti ne assorbono quasi 21 milioni di barili al giorno. L’Unione Europea è al secondo posto con  14 milioni e cinquencentomila barili. Altrettanto significativi sono i numeri a proposito del consumo quotidiano pro-capite. Negli Stati Uniti, la media è di 11,3 litri al giorno. Negli altri paesi appartententi all’OCSE, questa cifra scende a 5,3 litri al giorno, e nel terzo mondo il consumo giornaliero pro-capite di petrolio è di appena 0,75 litri al giorno. 
Naturalmente le preoccupazioni dei cittadini americani cominciano ad influenzare il dibattito politico e la campagna elettorale 2008, e si riflettono nelle nuove proposte di Barack Obama e John McCain.
Nonostante sia considerato un repubblicano moderato e quasi ambientalista, McCain non sembra offrire una visione convincente in tema di energia, e la gran parte delle idee che propone non sono altro che tentativi di aumentare l’offerta di greggio aprendo nuovi pozzi petroliferi, possibilmente non in Medio Oriente. È significativa in questo senso una posizione da lui presa di recente, e riproposta da George W. Bush, di combattere il rialzo del prezzo del greggio lasciando maggior libertà agli stati dell’Unione e alle compagnie petrolifere di condurre esplorazioni sui fondali al largo delle coste statunitensi. Va detto che, per il momento, McCain rimane contrario a nuovi scavi nell’Arctic National Wildlife Refuge, un parco nazionale in Alaska che da anni l’Amministrazione Bush prova ad aprire alle attività dell’industria del petrolio. Tra le altre proposte avanzate negli ultimi mesi dal candidato repubblicano alla Casa Bianca, e che aveva trovato il sostegno anche di Hillary Clinton, la più controversa è stata quella di una sospensione estiva della tassa federale sulla benzina. Nei giorni immediatamente successivi alla presentazione dell’idea, un gruppo di 200 economisti fra i quali Joseph Stiglitz, ha firmato una lettera in cui si dichiarava che la moratoria avrebbe portato benefici solo all’industria petrolifera e che avrebbe contribuito ad un ulteriore incremento del budget federale. 
Calcolando che la sospensione del pagamento dei 18,4 cent al gallone destinati alle casse federali avrebbe garantito un risparmio al singolo utente di soli 30 dollari, Barack Obama ha ridicolizzato la proposta. Del resto, il programma per l’energia del Senatore dell’Illinois non potrebbe essere più diverso. Fondato su un sostanzioso intervento governativo, il piano da 15 miliardi di dollari l’anno proposto da Obama verrebbe finanziato attraverso l’imposizione di un sistema di cap-and-trade per limitare le emissioni industriali di ossido di carbonio. I 150 miliardi di dollari così raccolti verrebbero utilizzati, nel corso di 10 anni, per sviluppare alternative al petrolio, dall’energia eolica a quella solare e, potenzialmente, nucleare. 
Dal recente sondaggio di Washington Post/ABC News emerge che gli elettori preferiscono, per ora, l’approccio di Obama. Il 50% degli intervistati dichiara di apprezzare le proposte in tema di energia e prezzo della benzina del Senatore dell’Illinois, mentre solo il 30% guardano positivamente alle idee di John McCain. Va notata però una mancanza sostanziale nei programmi di entrambi. Si parla assai poco di riduzione complessiva dei consumi. Considerato lo sviluppo di paesi come la Cina e l’India, e la quantità di risorse che tale sviluppo richiede, i paesi occidentali saranno obbligati a rivedere le proprie politiche energetiche, in particolare nel caso degli Stati Uniti, la cui economia è tra tutte la più intensiva nell’uso di energia. Paradossalmente, ci sta pensando proprio il prezzo della benzina a ridurre i consumi in America. Il 55% degli Americani, e il 72% di coloro che si dichiarano più colpiti dal rincaro del prezzo del petrolio, ha confessato al Washington Post/ABC News di aver già diminuito il numero di chilometri percorsi in automobile.

valentina.pasquali@gmail.com


Valerio Pulga
Addio Mario Rigoni Stern!

Il 16 giugno è morto Mario Rigoni Stern e con esso un altro pezzo di memoria. La sua figura così come i suoi libri sono stati per me e per molte persone fonte di riflessione. Quando nel 2004 morì Benvenuto Revelli, altra figura straordinaria della Campagna di Russia, io stavo scrivendo la prova finale della laurea triennalista: l’argomento era “La Divisione Tridentina nella Campagna di Russia del 1942”. Le parole che allora scrissi nella prefazione valgono per me oggi più che mai….

Il mio interesse per la Campagna di Russia è nato nel  leggere  Il Sergente nella Neve di Mario Rigoni Stern, il quale nel 1942 faceva parte della 55ª compagnia del battaglione Vestone, 6° reggimento alpini della divisione Tridentina.
Nel ricercare il materiale per la prova finale ho incentrato il mio interesse su alcuni libri di reduci, ma in particolar modo mi è stato di grande aiuto nel rivivere quell’esperienza Mai Tardi di Benvenuto Revelli, che guarda il caso, nel 1942 faceva parte della 46ª compagnia del battaglione Verona, 5° reggimento alpini della divisione Tridentina.
La scelta di quale divisione alpina seguire nelle vicende del 1942-1943 è stata dunque presa.
Ciò che mi ha colpito dell’esperienza dei nostri alpini in Russia è  il modo in cui sono stati mandati allo sbaraglio, il modo con cui , nonostante tutto, hanno tentato di sopravvivere, le condizioni disumane dell’inverno e della steppa russa, il numero di soldati mandati al fronte e il numero di quelli che non sono tornati, lo spirito di gruppo che ogni testimonianza che ho letto lascia trasparire.

Il 5 febbraio 2004, nel pieno delle mie ricerche, è morto Benvenuto Revelli, aggiungendosi ai già scomparsi Giulio Bedeschi e Don Carlo Gnocchi: piano,piano i testimoni di quella campagna stanno morendo e il ricordo, di conseguenza, sta svanendo.
Da questa riflessione sono partiti nuovi stimoli a proseguire con passione l’opera che volevo comporre in quanto io non voglio dimenticare.
Come, giustamente, mi è stato fatto notare, la storia e colui che la riporta non devono porsi scopi pedagogici, ma dobbiamo essere noi che la rileggiamo a trarne i giusti insegnamenti: si deve dunque continuare a tramandarla affinché anche le generazioni future possano trarre le loro conclusioni.

huntervl@vodafone.it



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