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Home » Newsletter n. 133 - 27 giugno 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 133 – 27 giugno 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 133.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Ciascuno deve fare la sua parte


Federico Merola
Una manovra che avremmo voluto vedere da tempo


Davide Biassoni
PD: urge ritorno all’iniziativa politica


Mario Rodriguez
Il Pd e i rischi della piazza


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ Obama e Veltroni


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ A che punto è l'Iraq?


Valerio Pulga
Dal calcio alla politica: senza valori si perde!


Stefano Florio
“Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza”. Le inquietudini dei trentenni milanesi


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Ciascuno deve fare la sua parte

Ora il quadro è completo. Quando leggerete queste poche e sconsolate righe, si potrà già trovare in edicola il numero dell’Espresso con l’ennesimo scoop sul premier intercettato. Ultimo tassello che riprecipita l’Italia nel novero delle democrazie impresentabili, nelle quali la lotta di una parte contro un’altra fa trionfare il principio del “tanto peggio tanto meglio”, nelle quali la dialettica tra politica, istituzioni e informazione si trasforma in un corto circuito letale, in una giostra demonizzante senza esclusione di colpi. Che fare ora che la maledizione della seconda Repubblica ha steso la sua ombra anche sulle speranze di una nuova terza Repubblica? Maledizione che si concentra in un paradosso micidiale: quello stesso Berlusconi che ha dato forma e sostanza al bipolarismo e all’alternanza del sistema politico italiano, pare al tempo stesso condannato alla perenne impossibilità di governare scevro dal condizionamento di uno scontro che si gioca al di fuori delle urne, al di fuori dei confini della politica, perennemente unfit, nonostante milioni di voti. Ora, si vuole suicidare la Terza Repubblica, esattamente come si è fatto con la seconda, e perdere, o meglio far perdere al paese altri cinque o forse più anni? Non è forse giunto il momento di separare definitivamente il destino giudiziario personale di Silvio Berlusconi dalle responsabilità e dai doveri di un Presidente del Consiglio. Non è forse giunto il momento delle più gravi responsabilità da parte di chi non accarezzi lo sfascio come suprema catarsi dei propri guai? E’ un passaggio stretto anzi strettissimo quello che potrebbe condurre le istituzioni fuori da questo scontro incandescente. Perché ciò avvenga però, è necessario che ciascuno faccia la propria parte e che nessuno sia tentato di stravincere. I toni esasperati di queste ultime ore non sono incoraggianti, ma esiste ancora uno spiraglio per scongiurare un conflitto permanente tra istituzioni che sarebbe un male per tutti: per il Quirinale, la cui funzione arbitrale verrebbe fortemente indebolita; per il premier, che sarebbe condannato ad occuparsi ossessivamente dello scontro coi giudici anziché governare; per l’opposizione, che cadrebbe nella trappola dell’intransigenza radicale e moralista dell’anti-berlusconismo risorgente; per il paese, che assisterebbe senza possibilità di difendersi ad un’isterica contrapposizione tra istituzioni che finirebbero per bloccarsi a vicenda.  Probabilmente, a questo punto, non esiste via alternativa al lodo che garantirebbe – a certe condizioni - l’immunità alle più alte cariche dello stato. Ma si tratta di un accordo complesso che presenta almeno tre corni: l’approvazione bipartisan in Parlamento del cosiddetto “lodo Alfano”, il ritiro dell’emendamento “salva-premier”, l’istituzione di un tavolo bipartisan per una riforma della giustizia nel suo complesso. Questo percorso verrebbe senz’altro benedetto dal Quirinale, tollerato dalla magistratura, ridarebbe serenità all’azione di governo ma soprattutto creerebbe le condizioni per riaprire il dialogo spezzato tra maggioranza e opposizione. Ora, è importante che ciascuno voglia improntare il proprio ruolo al massimo della responsabilità e che nessuno sia tentato da uno scontro totale, “da una guerra di religione” dalla quale non si sa chi uscirebbe vincitore, ma certamente ne uscirebbe sconfitto il paese.


Federico Merola
Una manovra che avremmo voluto vedere da tempo

Il Governo Berlusconi, a poche settimane dal suo insediamento, ha varato un'importante manovra finanziaria i cui capisaldi sono così riassumibili: 1) rispetto degli obiettivi e del percorso di risanamento della finanza pubblica fissati dal precedente governo Prodi, incluso il pareggio di bilancio al 2011; 2) in tale ottica, viene varata una manovra triennale di circa 30 mld di euro, con provvedimenti d'immediata attuazione volti a rispettare gli obiettivi intermedi fissati dal precedente governo; 3) la manovra nel suo insieme consta per due terzi di riduzione strutturale di spesa e per un terzo di nuove entrate, prelevate nei settori di maggiore capienza (finanza e petrolio). La classe media per una volta non deve mettere mano al portafoglio; 4) viene varato un processo di riduzione progressiva dei trasferimenti agli enti locali - che dovranno imparare a fare da soli, e viene deliberato un incremento delle risorse destinate alla lotta all'evasione fiscale (+10%).

Si tratta, insomma, della manovra che avremmo voluto vedere da tempo. Si aggiunga a questo che tali provvedimenti sono stati approvati in un contesto di condivisibile lotta all'inefficienza della PA e di pieno recupero del decreto Lanzillotta, al quale viene quindi riconosciuta la validità di fondo.
Certamente, approfondendo nel metodo e nel merito tutti questi provvedimenti, lo spazio per qualche critica non manca. Ma si tratta di spiccioli. La manovra nel suo insieme va bene così. Anche se per un giudizio proprio definitivo manca ancora un ultimo passaggio. Il confronto con la manovra ombra, del governo ombra, del partito ombra.

 


Davide Biassoni
PD: urge ritorno all’iniziativa politica

Costantemente al centro del dibattito politico e in grado di dettare temi e tempi: Silvio Berlusconi rimane ancora una volta protagonista assoluto. Il duro scontro riaperto con la magistratura, le aspre contestazioni in Senato, la lacerante rottura del dialogo con il PD, il crescente distacco con il Quirinale, le rinnovate critiche dalla stampa estera: tutto passa dalla biasimata “salva-Premier” (si parla già di amnistia occulta) contenuta nel decreto sulla sicurezza licenziato martedì da Palazzo Madama. Quasi non bastasse, è in corso di elaborazione un disegno di legge per proteggere le più alte cariche dello Stato da ogni processo penale: Berlusconi, quindi, sembra progettare la creazione di uno scudo di guarentigie – una riedizione del Lodo Schifani, già bocciato dalla Consulta nel 2004 – predisposto per sottrarsi (sostengono i suoi più acerrimi detrattori) sine die alla magistratura allorché, dopo Napolitano, sarà eletto Capo dello Stato. Siano o meno queste le intenzioni, il Presidente del Consiglio tiene saldamente la barra della politica italiana; erano prevedibili le accuse circa l’inopportunità di norme che paiono architettate solo per interessi personali e si può comprendere come parte dell’opposizione, contraria a ogni dialogo, denunci la violazione del principio di uguaglianza, accusando il Premier di considerarsi un monarca legibus solutus: in uno Stato di diritto nessuno è al di sopra della legge e nessuno può modificarla pro domo sua. Dall’altro, il Cavaliere si difende denunciando quella parte della magistratura che lo ha sottoposto ad un numero spropositato di indagini dalla sua discesa in campo. Il Partito Democratico naviga in acque increspate, soprattutto la sua leadership appare sotto accusa e a rischio di logoramento interno: c’è chi ne chiede esplicitamente la sostituzione, c’è chi propone un’inversione di strategia e la chiusura definitiva del dialogo con la maggioranza. Veltroni attraversa una fase critica, ma non dimentichiamo che per il centrosinistra si profilava una sconfitta di dimensioni catastrofiche quando Prodi fu sfiduciato al Senato: Walter ebbe il coraggio e la determinazione di andare da solo alle elezioni. Si ruppe così l’amalgama stagnante dell’Unione, i riformisti si presentarono con il loro volto, costringendo l’allora CdL a un cambio di strategia radicale; il mutamento è stato così forte da riplasmare l’intero sistema partitico italiano, a dispetto di una pessima legge elettorale. Il punto cruciale, ora, è il ritorno all’azione politica e al gioco d’anticipo: il PD deve cercare di non inseguire il PdL rispondendo in seconda battuta, quasi costretto semplicemente a ripiegare in difesa sulle questioni poste dal centrodestra. Un grande sforzo deve essere fatto per invertire la rotta, per costringere la maggioranza a inseguire e a ribattere: chi detta le issues e il timing plasma la domanda politica e ne raccoglie il consenso. Finché si gioca sul terreno congegnale alla destra, il PD non può vincere. Massima fermezza contro ogni norma salva-processi, ma volontà di introdurre nuove tematiche nell’agenda politica; se la sicurezza è un tema che PdL e Lega hanno monopolizzato con profitto in termini di voti, i riformisti devono avanzare le loro iniziative: andare a incalzare il governo sul controllo della spesa, del deficit e del debito pubblico che rischiano di finire fuori controllo; convergere sui provvedimenti condivisi ma, pragmaticamente e senza sconti, criticare le misure ideologiche e inefficaci dell’esecutivo; evidenziare i nodi sui costi del federalismo, sulla stagnazione economica e, fondamentale, avviare un grande dibattito pubblico sul problema dell’ambiente e dell’energia: la questione delle fonti energetiche e del rispetto ambientale sarà clamorosamente importante (fin d’ora!) e il PD non può lasciare le soluzioni al centrodestra. Nessuna barricata, massima azione propositiva: cinque anni sono sufficienti per costruire una nuova piattaforma programmatica, imperniata su valori e temi promossi e difesi in prima persona. Non è così impossibile, anzi è necessario…

davide.biassoni@unimi.it


Mario Rodriguez
Il Pd e i rischi della piazza

Da un punto meramente comunicativo, la decisione di indire una “grande manifestazione di piazza” contro il governo, a settembre, appare una scelta molto discutibile. La comunicazione è comportamento, agire comunicativo. Quindi a parte le feste di partito dalle quali più che i connotati distintivi della nuova identità è facile riemergano a livello simbolico tutti i conti non chiusi con il passato, la manifestazione rappresenterà il vero debutto in società, della nuova formazione politica nata nell’urgenza delle elezioni anticipate, passata attraverso un’imbarazzata e imbarazzante reazione al risultato elettorale e approdata alla deludente esperienza di una assemblea costituente che ha sbattuto in faccia al popolo delle primarie una direzione che ha tutti i limiti della assemblea che l’ha prodotta senza averne il sostegno partecipativo. Ma la grande manifestazione di piazza non ha niente a che fare con il tratto più innovativo della leadership veltroniana: il linguaggio. Niente a che fare con il discorso del Lingotto o con l’incipit di Spello. Tanto meno l’oratorio sulla bella politica.
Ammettendo che sia almeno mediaticamente un grande successo, sarà comunque una citazione di altri comportamenti. O di quello del centro destra quando si opponeva al governo Prodi a suon di presunte milionate di persone, o, di quello della grande manifestazione della CGIL sull’articolo 18 diventata uno dei simboli della stagione dell’Unione. Questa forma di agire comunicativo allontana Veltroni dal suo percorso e rallenta la ricerca di quel nuovo modo di stare nella società che era una delle promesse principali del PD.
E questo è forse il fatto più negativo. Attenzioni, risorse umane e personali, saranno indirizzate in una direzione tutt’affatto diversa da quella nella quale sarebbe stato opportuno venissero indirizzate cioè quello della ramificazione di una presenza nuova capace non solo di soddisfare la militanza, i già convinti, ma di attrarre, interessare, incuriosire gli altri, quelli che hanno votato centro destra. Così la vocazione maggioritaria, perde il suo significato originario: dare vita ad una presenza politica che riconosce la legittimità delle ragioni degli altri e si predispone proprio con gli altri a stabilire una relazione capace di modificare quel punto di vista non imponendone uno ma creandone uno nuovo.
L’assenza di una qualsiasi proposta sul terreno del radicamento sociale e territoriale, sulle modalità di interazione con la società a livello dei territori con le loro peculiarità, sta lasciando spazio e stimolando il ribollire di associazioni, fondazioni e iniziative “parallele” al partito che non si capisce bene come e se convergeranno in un efficace sistema di regole veramente democratico.
Non affrontare questo nodo di questioni e prendere la scorciatoia “emotiva” della manifestazione di piazza significa dare una certa forma all’organizzazione, o lasciare che ne prenda una “spontaneamente”. Il rischio è che si sviluppi una costituzione materiale del PD frutto “spontaneo” sia dell’inerzia dei comportame­nti precedenti sia delle nuove spinte verso fondazioni e associazioni che se non saranno correnti saranno comunque gruppi di pressione o comitati elettorali mascherati.
Dal punto di vista della comunicazione sarebbe stato più appropriato un diverso modo di manifestare il proprio dissenso con Berlusconi. Una modalità capace di rendere evidente la novità che il PD vuole essere, capace di stupire la società italiana e di incuriosire quegli elettori del centro destra che in queste ore avranno più di un mal di pancia. Questo è il terreno della innovazione e della creatività a questo lavoro vanno dedicate le risorse migliori aprendosi ai contributi che possono venire dalla società italiana. Se la situazione davvero giustifica un allarme importante, piuttosto che la grande manifestazione sarebbe più adatto un nuovo viaggio per parlare al Paese, per spiegare di persona, il proprio punto di vista, con il proprio linguaggio.
Come tutti i leader, Veltroni, può interpretare solo un personaggio, se stesso, colui che ha raccolto il consenso delle primarie. Un cambiamento di linguaggio che significhi non tanto un adattamento alle mutate condizioni ma un cambiamento di linea politica, pretenderebbe una verifica. E forse una verifica che rappresenti una riconferma della sua visione generale converrebbe anche a lui indipendentemente da chi sarà il candidato premier delle prossime elezioni politiche generali. Problema che davvero non appassiona nessuno.


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ Obama e Veltroni

Naturalmente i giornali italiani non se ne sono accorti ma a Barack Obama è bastata una decina di giorni da “candidato a pieno titolo” per veltronizzarsi. Ovvero: ha rotto con la sinistra del partito, ha preso posizioni deboli e opportunistiche su temi importanti come le intercettazioni telefoniche e, infine, ha permesso al suo avversario di dettare l’agenda della campagna elettorale. Quasi un record per un candidato acclamato come il Messia per tutta la primavera.
Il primo motivo di  tensione con l’area di cyber attivisti che è statadeterminante per la sua vittoria (e che sono assai più a sinistra dei notabili del partito) è stata una legge fortemente voluta dall’amministrazione Bush che concede l’immunità da ogni procedimento giudiziario alle compagnie telefoniche che hanno effettuato ascolti telefonici illegali (al contrario dell’Italia, dove solo la magistratura può ordinare le intercettazioni, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre, FBI, CIA e altre agenzie governative hanno messo in opera immense reti di controllo fuorilegge, vagamente giustificate in nome della “sicurezza nazionale”).
La legge ha trovato i repubblicani compattamente favorevoli e una parte dei democratici disposti al “compromesso” per non apparire poco patriottici in campagna elettorale. Fra i senatori disposti a inghiottire il pasticcio c’è, almeno finora, anche Barack Obama. La “blogosfera” è invece ferocemente contraria a questa amnistia mascherata per le attività illegali di Bush e Cheney.
Il secondo punto di tensione è apparso ieri con la sentenza della Corte Suprema sul diritto di portare armi. La sentenza costituzionalizza in senso reazionario quella che era stata fin qui un’area grigia della legislazione americana e cioè riconosce un diritto quasi assoluto (derivato dal II emendamento) al possesso di armi da fuoco. La Corte si è divisa 5 a 4 e l’estensore della sentenza, per la maggioranza, è stato il giudice Anthony Scalia (sempre lo stesso simpatizzante di Tamerlano di cui parlavamo la settimana scorsa).
Naturalmente, i progressisti sono sempre stati per una legislazione sulle armi di tipo europeo, quindi molto restrittiva, anche per limitare i danni che le armi da fuoco infliggono alla salute pubblica (nelle stesse ore in cui veniva emanata la sentenza, un impiegato del Kentucky uccideva 5 colleghi e poi si suicidava). E cosa ha dichiarato, invece, Obama commentando la sentenza della Corte Suprema? Di aver sempre “creduto nel diritto individuale di portare armi”, una trasparente apertura verso le lobby di fanatici possessori di armi da fuoco che sono un pezzo importante dell’apparato repubblicano.
Ma queste potrebbero essere divergenze minori, temi secondari su cui il candidato realista cerca di corazzarsi contro i prevedibili attacchi avversari. Il problema che emerge nelle discussioni su DailyKos o sullo Huffington Post è la mollezza di Obama nel definirsi come candidato, la sua incapacità (fin qui) di offrire slogan credibili e di prendere impegni che mobilitino i cittadini. Malgrado la preoccupazione dominante dell’80% degli americani sia l’economia, Obama non ha ancora avanzato proposte concrete né sul terreno dell’aumento della benzina né su quello della crisi bancaria, limitandosi a criticare le proposte di McCain. Il risultato è che rimane effettivamente in testa nei sondaggi, ma con il ristretto margine 45% a 41% mentre il suo partito viene plebiscitato dagli elettori, quanto meno nelle intenzioni di voto.
In altre parole, i candidati democratici alla Camera e al Senato godono di una media nazionale del 53% delle intenzioni di voto mentre il loro leader messianico sta 8 punti indietro: come mai? La ragione è che per il momento Obama è un candidato che piace ai media e riscalda le platee ma il suo spessore politico deve ancora essere mostrato al grande pubblico. Non c’è che da sperare nella lunga campagna elettorale che ancora lo separa dal voto del 4 novembre: nei prossimi quattro mesi è obbligatorio de-veltronizzarsi.

fabrizio.tonello@unipd.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ A che punto è l'Iraq?

Washington D.C. – L’esplosione avvenuta martedì a Sadr City ha ripresentato le debolezze che affligono l’Iraq e ne rendono incerto il futuro, nonostante il relativo miglioramento delle condizioni di sicurezza registrato recentemente.
Gli osservatori attribuiscono la diminuzione della violenza alla cosidetta “surge”, l’aumento del numero delle forze americane ordinata un anno fà dal Presidente Bush. Stephan Biddle e Vali Nasr, due ricercatori del
Council on Foreign Relations (CFR), sono rientrati la settimana scorsa da un viaggio di ricognizione attraverso l’Iraq e hanno presentato alla stampa le proprie riflessioni. Biddle e Nasr hanno rilevato che, grazie al maggior numero di soldati statunitensi, al coinvolgimento crescente delle truppe irachene, e ad una serie di cessate-il-fuoco concordati negli ultimi mesi tra il governo e le diverse milizie attive nel paese, l’aumentata sicurezza sta consentendo all’Iraq di cominciare a dedicarsi alle attività di ricostruzione. Molti dei progressi attestati, però, potrebbero interrompersi e la situazione rimane delicata. Secondo Biddle, “la sfida più importante ora è di riuscire a far rispettare i cessate-il-fuoco”.
In questo contesto di relativa calma, l’Iraq verrà investito nei prossimi mesi da una serie di sviluppi che potrebbero portare ad un consolidamento dei progressi fatti, o al contrario, ad un ritorno al caos degli ultimi anni. Innanzitutto sono in corso le trattative sull’Accordo sullo Status delle Forze (cosidetto SOFA) che regola le relazioni tra Washington e Baghdad e che gli Stati Uniti vogliono firmare entro la fine dell’anno, prima che scada il mandato delle Nazioni Unite. I contorni delle trattative rimangono misteriosi; “Quello che si sente dire qui è che gli Americani vogliono stabilire un numero elevato di basi militari, chiedono l’immunità giudiziaria per i soldati americani, completa libertà di condurre operazioni militari dovunque nel paese e di detenere chiunque ritengano necessario”, mi racconta Nishant Dahiya, che è a Baghdad come producer per National Public Radio (NPR). Gli Iracheni, da un lato, sono preoccupati delle conseguenze di tale accordo sulla propria sovranità, dall’altro il governo si rende conto di essere ancora dipendente da Washington.
Al contempo, l’Iraq sta cercando di organizzare le elezioni provinciali. Il parlamento deve passare una legge elettorale, che al momento è bloccata da lotte interne. “Se, e quando, le elezioni verranno organizzate,” mi spiega Dahiya,  “bisognerà aspettarsi una ridistribuzione del potere.” Le Sahwa, milizie sunnite finanziate dagli Stati Uniti perchè contribuissero alla lotta contro Al Quaeda, dovrebbero conquistare posizioni nella provincia di Anbar. Da parte sciita, il movimento di Muqtada al Sadr, che non prese parte all’ultima consultazione elettorale, pare intenzionato a partecipare alla prossima. “Integrare i Sunniti nella politica nazionale è un fattore decisivo”, sostiene Dahiya. Così come sarebbe importante convincere Sadr ad abbandonare le armi, considerato che il suo movimento ha un sostegno popolare enorme tra gli sciiti poveri, che rappresentano una grossa parte dell’elettorato.

Infine, non bisogna dimenticarsi dell’Iran, che un rapporto del Dipartimento della Difesa americano accusa di finanziare, armare e addestrare milizie sciite anti-governative. Per quanto alcune di queste relazioni siano reali e datino ai tempi del regime sunnita di Saddam Hussein, quando i combattenti sciiti trovarono riparo in Iran, è anche vero che dovrebbe essere nell’interesse di Teheran vedere l’Iraq stabilizzarsi. “Visto il rapporto difficile con gli Stati Uniti, gli Iraniani desiderano che le truppe statunitensi rimangano invischiate in una situazione difficile in Iraq, oppure, al contrario, che vengano cacciate dalla regione del tutto,” mi dice Dahiya.
Mentre il paese attraversa questa difficile transizione politica, bisognerà osservare, nelle prossime settimane, l’effetto di un cambiamento a livello militare. Infatti, entro metà luglio, il numero delle truppe a stelle e strisce verrà riportato a livelli appena superiori a quelli dell’inizio del 2007. La decisione di ritirare i propri soldati dall’Iraq potrebbe diventare ancor più marcata a partire da novembre, nel caso che il candidato democratico Barack Obama vinca le elezioni per la presidenza. Tale riduzione delle truppe pone una serie di domande sul futuro del paese. Vali Nasr di CFR sostiene che il miglioramento delle condizioni di sicurezza non dovrebbe far pensare che gli Americani possano ritirarsi più facilmente. “Molti dei sucessi degli ultimi tempi dipendono dalla presenza dell’esercito statunitense”, ha detto Nasr. Ad esempio, nonostante l’esercito iracheno stia assumendo un ruolo progressivamente più importante, solo una piccola percentuale delle truppe locali paiono essere pronte per sostiture i soldati statunitensi. Uno studio del Government Accountability Office pubblicato martedì ha rilevato che solo il 10% dei soldati iracheni fin qui addestrati sarebbe in grado di proseguire il proprio lavoro senza il sostegno degli Americani.
Schiacciato tra l’Iran, gli Stati Uniti, forti rivalità interne fra Sciiti e Sunniti, e Al Quaeda che ultimamente è silenziosa ma pare stia semplicemente riorganizzandosi, con un esercito ancora debole ed un sistema politico molto fragile, l’Iraq rimane un paese ad alto rischio di implosione e guerra civile. “Al momento le tensioni sono sedate, ma nulla è stato risolto,” conclude Dahya. L’invasione americana del 2003, è ormai chiaro a tutti, ha scatenato un inferno. Meno chiaro è il modo in cui l’Iraq possa venirne fuori evitando ulteriori bagni di sangue.

valentina.pasquali@gmail.com


Valerio Pulga
Dal calcio alla politica: senza valori si perde!

Euro 2008 per l’Italia è finito: dopo 4 partite all’insegna del brutto gioco e degli errori tecnico – tattici della nostra nazionale, i 23 baldanzosi eroi sono tornati zitti, zitti a casa.

Non si può sempre vincere e se 2 anni fa i rigori ci hanno proclamati Campioni del Mondo, quest’anno gli stessi hanno dato il lasciapassare dei quarti alla Spagna.
Ed è proprio l’essere stati eliminati dai cugini spagnoli che ha destato la fantasia di molte persone solitamente lontane dal pallone ma vicine al mondo economico – politico: “ Zapatero e il sorpasso: -Dopo i redditi, il calcio” titolava il 24 giugno “Il Corriere della Sera” a  completare un insieme di articoli dai titoli simili iniziati il giorno prima. Se sulla crescita economica i dati parlano chiaro, gli spagnoli dovrebbero aspettare ancora un po’ prima di vantare un fantomatico sorpasso sul piano calcistico: del resto lo hanno detto anche i dirigenti del nostro calcio e lo stesso Donadoni che il perdere ai rigori non è una sconfitta! La domanda che però sorge spontanea a questo punto è se anche il vincere ai rigori non sia una vittoria!

Il calcio italiano è la perfetta sintesi dell’essenza del popolo italiano. Se si vince, si è tutti fratelli attaccati al tricolore; se si perde invece… La cosa che rimane costante è che comunque vada, trovato il capro espiatorio, tutto resta uguale…del resto si è perso solo ai rigori e in fin dei conti siamo Campioni del Mondo!
Come nella politica anche nel calcio chi perde non si fa da parte perché se i meriti della vittoria sono sempre i propri, le colpe delle sconfitte sono sempre altrove! Il nostro solitario c.t ha sbagliato tanto, dalle convocazioni alle formazioni, dalla scelta del modulo a quella dei rigoristi: queste saranno probabilmente le motivazioni che lo porteranno lontano dalla guida degli azzurri. Tuttavia, chi ha il potere di bacchettare il c.t non può di certo ergersi a maestro: infatti, non è di certo colpa dell’allenatore se è costretto a convocare per lo più dei trentenni, se i giocatori sono cotti dopo un campionato inutilmente a 20 squadre, se  il futuro è nelle mani dei  naturalizzati!
Il problema del calcio come di tanti altri ambiti italiani sta nell’essere italiani, nella mentalità da  “furbetti del quartierino”, nel giornalismo da surf (che cavalca l’onda), nella visione “berlusconiana” dell’essere al di sopra della legge, di essere i soli perseguitati da tasse! Il campione italiano osannato è quel Cassano che infrange le regole,  che insulta l’arbitro e manda a quel paese l’allenatore!
Diviene poi difficile spiegare che quando ci sono figli e figliocci difficilmente si crea il “gruppo”, quel gruppo coeso che ci ha permesso di vincere nel 2006! Perché il segreto di Lippi fu un misto di “gruppo”, 4-4-2  e giocatori schierati in campo senza troppe fantasie!
Hiddink è da anni che gira per il mondo ad allenare nazionali di secondo piano riuscendo a farle giocare come mai hanno fatto i nostri azzurri ( forse solo Sacchi ci riuscì in qualche partita): umiltà, schemi e nessuna smania di protagonismo… Ai tempi di Lobanovskyj si sosteneva che quel modo di giocare fosse perdente in quanto specchio del comunismo. Oggi sdoganato da tale definizione nell’ Italia  del “tutto ruota intorno a TE” non arriverebbe comunque: si corre troppo e non permette all’individuo di considerarsi “Caput Mundi”.

huntervl@vodafone.it



Stefano Florio
“Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza”. Le inquietudini dei trentenni milanesi

Una recente indagine promossa dal Corriere della Sera e apparsa il 18 giugno sul settimanale che la testata dedica agli eventi cittadini – ViviMilano (per saperne di più http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2008/06_Giugno/18/trentenni_single.shtml) – sulla condizione e il ritratto del trentenne milanese, mi offre l’occasione per una breve riflessione sulla situazione di tensione che attraversa questa generazione italiana appunto a cavallo fra gioventù e maggiore età. Generazione centrale per lo sviluppo di un paese che manca di adeguata rappresentanza nell’attuale sistema politico italiano che appare incapace di leggerne i bisogni e articolare politiche di sostegno e accompagnamento.
Da sempre il decennio dai 30 ai 40 anni è quello più critico”, perché non si è più giovani che si devono ancora fare e alle prese con le prime esperienze né ancora adulti nel senso + pieno del termine e questo è ancor più vero a Milano; perché Milano è, anche in questo, da sempre laboratorio di sperimentazione dei principali fenomeni culturali e di costume italiano e in questo caso rappresenta bene il palcoscenico dove le sofferenze, le fragilità e le inquietudini dei trentenni esplodono ancor di più esasperandone i fattori scatenanti e le ragioni intrinseche.

Perché è una città “costosa”, cioè dà molto se però ci si investe, ci si impegna e se ne sopportano ritmi e dinamiche. Ma è un problema dei trentenni se sono o appaiono come raccontano indagini e inchieste (per inciso io credo che le cose siano diverse da come sembrano emergere)? Oppure non è questa forse solo l’ennesima manifestazione patologica di quel “….bellissimo meccano rotto…..” che è questo Paese con i suoi perversi equilibri che ne governano le regole del gioco? Cioè a dire che comportamenti ed atteggiamenti dei trentenni altro non sono che una risposta – certamente condannabile per alcuni eccessi – ai mali del mondo di oggi, in particolare di questo Paese.
Eccoli alcuni a titolo di esempio:

  1. pressoché totale assenza di eticità e di rispetto delle regole innanzitutto nei rapporti interpersonali e quindi in quelli interprofessionali e nei luoghi di lavoro
  2. elevatissima flessibilità nelle modalità di impiego a fronte di prospettive di crescita e sistemi incentivanti spesso nulli o perversi perché “vischiosi”
  3. mancanza di una cultura premiante il merito e l’abnegazione a favore di altri fattori meno virtuosi
  4. permanenza della “mistica” (finta e vuota) del posto fisso come unica garanzia per un futuro sereno (essere assunto a t.i. in una azienda che fallisce, è forse un valore?); occorre sostenere l’occupabilità di giovani – e meno giovani – e non tutelare aziende in perdita pensando che comunque c’è sempre pantalone
  5. gerontocrazia imperante con conseguente assenza di ricambio di classe dirigente innovatrice
  6. spaventosi fenomeni di ingiustizie sociali per di più in crescita (l’intoccabile casta dei politici che si autoalimenta, i perduranti privilegi degli iscritti agli ordini professionali – un notaio è una figura inconcepibile nei paesi anglosassoni -, la concessione di premi di risultato a manager di aziende che falliscono mentre ai lavoratori si chiedono sacrifici o peggio li si mette in cassaintegrazione)
  7. l’imperante e costante “produzione” e celebrazione mediatica di diseducativi esempi di icone da imitare – veline/letterine da un lato e immobiliaristi dall’altro ecc. ecc...

    Per non parlare del “costo” da sopportare per, in fondo, realizzare lo scopo ultimo dell’esistenza umana, cioè la riproduzione della propria specie…… da poco ci sono passato – e ci sono ancora immerso – ma devo ammettere che fatico assai a convincere i tanti miei coetanei (spesso bellamente ancora a casa, chi per scelta e chi per necessità) a “mettere la testa a posto” e soprattutto a spiegare alle future mamme che non è poi in fondo così dura……il mondo di oggi è strutturalmente fatto –soprattutto in questo paese – purtroppo per non mettere al mondo dei figli!
    E anche qui finiamola con le finte mistiche: le difficoltà sono certamente soprattutto per le neo mamme ma anche per i neo papà di difficoltà ce ne sono parecchie; e non ho citato il costo di accensione di un mutuo e l’incidenza assurda delle rate sul bilancio familiare…..un pizzo istituzionalizzato in piena regola ai danni della collettività da parte del cartello degli istituti di credito!
    Devo andare avanti?
    Se questo è il quadro di sistema – qui davvero solo abbozzato in alcuni pochi elementi dei tantissimi altri che ne costituiscono l’infrastruttura – e pochi appaiono ad oggi i segnali di una tangibile e duratura inversione di tendenza, ma che razza di aspettative si possono nutrire nei confronti dei giovani trentenni? Come si fa a pretendere da loro “…….impegno, sacrifici, propensione al futuro, serenità ……...” rammentando un tempo passato che non esiste più e in cui il sistema di coesione sociale garantiva reti di assistenza e sostegno oggi assenti.
    I giovani hanno poco ora – per di + eredità di chi venuto prima di loro che per lavarsi la coscienza concede spesso tutto per non sentirsi troppo in colpa con sé stesso – e probabilmente nulla in futuro per cui valga la pena impegnarsi a partire da un mondo + sereno e + vivibile, cioè un mondo migliore di quello di oggi.
    Chi, fosse nei panni della maggior parte di loro, non troverebbe più gratificante (non dico affatto saggio ovviamente) e intelligente utilitaristicamente parlando (in fondo oggi tutto ha un prezzo ed un valore….anche pretendere una buona uscita di 25 milioni di euro per essere stati licenziati dopo anni di laautissimi stipendi…ma a me, tacciato per idealista, i soloni – spesso miei coetanei – dicono “…ma non capisci niente, è la legge del mercato, della domanda e dell’offerta…perché tu non faresti se potessi lo stesso…..?”) rifarsi al famoso motto del poeta latino Orazio: “Carpe diem” (Cogli l’attimo, vivi il presente) magari completandolo con il seguito del verso oraziano spesso non citato : “quam minimum credula postero”, cioè “confidando il meno possibile nel domani”?
    Ai posteri l’ardua sentenza, alla classe politica la responsabilità di ascoltare ed intervenire….ad maiora!

    s.florio@libero.it



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