Giovanni Cerutti
L’Italia mancata di Mario Rigoni Stern
«Ho ancora nel naso l'odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò le sue settantadue bombarde.» Difficile trovare un attacco altrettanto potente in tutta la letteratura italiana del secondo novecento. Le immagini precise, senza un aggettivo di troppo, trasportano immediatamente il lettore nel caposaldo italiano in mezzo ai soldati del sergente Rigoni Stern. Nessun compiacimento melodrammatico, nessuna riflessione da narratore onnisciente posto sopra il racconto, ma solo fatti, azioni, descrizioni e osservazioni che aderiscono completamente agli uomini e alle situazioni. E, man mano che il racconto procede, ci accorgiamo che si disegnano in modo impercettibile, ma con tratti sempre più nitidi, i contorni di un autore e del suo mondo morale.
Il mondo di Mario Rigoni Stern, che era nato ad Asiago nel 1921, affonda le sue radici in quello di Tönle Bintarn, tra le comunità rurali dell'Altopiano plasmate dal continuo confronto con l'ambiente naturale. Un mondo a lungo solo sfiorato dalle vicende della Storia, che durante l'ottocento comincia ad inseguirlo per raggiungerlo tragicamente con la prima guerra mondiale. È questa la cesura decisiva, che stabilisce per sempre un prima e un dopo. Prima c'è il mondo di Tönle, dopo quello di Matteo, che nel novembre del 1918, torna dalla guerra e trova il suo paese distrutto, nel passaggio da un esercito all'altro; quello di Giacomo, che non tornerà dalla Russia, diviso tra chi deve emigrare e i recuperanti, che vivono, e qualche volta muoiono, cercando residuati bellici da vendere, e raggiunto inesorabilmente dal fascismo; e quello di Mario della guerra in Albania, della ritirata di Russia e del lager.
Penso sia possibile descrivere l'opera di Rigoni Stern come una lunga riflessione sulle conseguenze e le implicazioni di quella cesura, di quell'ingresso violento nel tessuto nazionale che ha sottoposto a tensioni insopportabili un equilibrio costruito nei secoli. Cifra centrale di questa riflessione è l'assoluta incapacità delle classi dirigenti nazionali di entrare in contatto con quei mondi e di dargli adeguata rappresentanza. È il sergente maggiore, sergentmagiù, Rigoni, un sottoufficiale abituato ad osservare la realtà per cercare di capirla e in grado di ascoltare i suoi uomini perché comprende e condivide larga parte delle loro aspirazioni umane, infatti, che decide di riportare a casa vivi i suoi uomini, nello sfascio dei comandi e di qualsiasi parvenza di organizzazione, naturale conseguenza di carriere costruite sulla capacità di manipolare la realtà con la retorica più bolsa e sull'opportunismo più avvilente.
Lasciato a se stesso quel mondo si è poi inesorabilmente sgretolato nel contatto con la modernità. I suoi valori distillati nei secoli non sono riusciti a permeare l'indubitabile progresso materiale. Questo tema, che attraversa con sempre più insistenza con il passare del tempo il lavoro di Rigoni Stern, soprattutto nei racconti e negli scritti brevi, forma particolarmente congeniale alla sua scrittura, nella quale ha raggiunto risultati di rilievo assoluto, prende consistenza nella descrizione sempre più desolata dell'incapacità dell'uomo contemporaneo di entrare in rapporto con la natura, avendo perduto ogni capacità di leggerne e interpretare i segni e di comprenderne i ritmi.
Ma il fascino dei suoi libri dipende soprattutto dalla capacità di scrittura e dal valore universale delle storie e dei personaggi, in grado di resistere al superamento delle contingenze storiche che li hanno generati. E come continuiamo ad appassionarci alle vicende del principe Andrej e di Nataša, anche se conosciamo a malapena le vicende delle campagne napoleoniche e della crisi della nobiltà russa, o di Renzo e Lucia, senza avere più presente né la questione della lingua nazionale, né la dominazione spagnola del seicento a Milano, continueremo a seguire Giacomo, Matteo, Mario e i suoi compagni e ad ascoltare rapiti la descrizione di un'arnia, delle proprietà di un faggio o di un tiglio, delle evoluzioni di un urogallo o di quanti tipi di neve diversa ci sono sull'Altopiano.
La citazione iniziale è tratta da Il sergente della neve, Einaudi, Torino 1953; la storia di Tönle Bintarn è raccontata in Storia di Tönle, Einaudi, Torino 1978, quella di Matteo ne L'anno della vittoria, Einaudi, Torino 1985, quella di Giacomo ne Le stagioni di Giacomo, Einaudi, Torino 1995; la guerra in Albania in Quota Albania, Einaudi, Torino 1971, i ricordi del lager nel paragrafo II e III della sezione I giorni del Nord-Est di Uomini, boschi e api, Einaudi, Torino 1980.
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