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Home » Newsletter n. 134 - 4 luglio 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 134 – 4 luglio 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 134.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Nicola Pasini
Il punto/ (Ri)partire dai fondamentali?


Alessandro Fanfoni
Un ineludibile imperativo


Davide Biassoni
L’Europa imbrigliata


Simone Comi
Lo Zimbabwe in bilico tra dittatura e guerra civile


Fabrizio Tonello
Intercettazioni: Bush con Di Pietro, Berlusconi con i bloggers duri e puri?


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ McCain deraglia a destra


Giovanni Cerutti
L’Italia mancata di Mario Rigoni Stern


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Nicola Pasini
Il punto/ (Ri)partire dai fondamentali?

Dopo il 13-14 aprile, a prescindere dal vincitore, proprio a fronte della legittimazione reciproca faticosamente raggiunta dai due principali partiti, sembrava ci fossero le condizioni - finalmente -per una democrazia competitiva e maggioritaria. A distanza di poco più di due mesi, siamo tornati nel baratro e, se non fosse per la saggezza di Napolitano, ne vedremmo delle belle (vi immaginate, oggi, Scalfaro a capo dello Stato?). Tuttavia, proprio in questi giorni, molti sono i commentatori che sostengono di saperla lunga…, che abusano di parole che spesso sono fuori posto. Al fine di fare un po’ di ordine lessicale e pulizia concettuale, (ri)partiamo dai fondamentali. Riprendendo alcune definizioni tratte da un semplice manuale di scienza politica (Cotta, Della Porta, Morlino, Scienza Politica, Il Mulino, Bologna, 2001) per poi lasciare al lettore l’interpretazione dei fatti di questi giorni e mesi. Consapevoli che per giudicare, forse, è meglio prima sapere.
“Si ha crisi della democrazia, quando insorgono limiti e condizionamenti alla precedente espressione dei diritti politici e civili, ovvero quando si ha limitazione della competizione politica e/o della potenziale partecipazione, in quanto si è rotto il compromesso democratico che ne è alla base”. Si ha invece “crisi nella democrazia, quando vi è l’arresto del funzionamento di alcune norme, strutture, meccanismi o processi cruciali del regime, oppure distacco o cattivo funzionamento del rapporto società-partiti o gruppi-strutture del regime (es. la crisi italiana anni ’90)”.
Nel caso di una crescita di radicalizzazione, frammentazione e/o frazionalizzazione partitica, partecipazione soprattutto di piazza, instabilità governativa, aumento di inefficacia, ineffettività e illegittimità (è illegittimo questo governo?), crescita di politicizzazione dei poteri neutrali (come abbiamo avuto nel corso di questa lunghissima e ormai infinta fase di transizione), è possibile uscire da tale circolo vizioso? Secondo noi sì, ma dove sono le iniziative dei leaders (tutti i leaders, sia di maggioranza sia di opposizione) per il superamento della cosiddetta crisi (nella democrazia)?


direzione@formazionepolitica.org


Alessandro Fanfoni
Un ineludibile imperativo

Quanto ci fanno paura i profeti di sventura, i cantori della catastrofe che vedono vacillare la democrazia sotto i colpi impietosi di una destra reazionaria, gli indignati custodi dei sacri principi che ne denunciano il tradimento non appena si cerca di mettere mano alla realtà, che vedono nelle tensioni cui sono sottoposte le relazioni tra le più alte istituzioni repubblicane le crepe che annunciano un crollo e non una verifica del corretto funzionamento dell’apparato di norme che ne disciplina i rispettivi ruoli.
Certo, siamo una democrazia stressata, sotto pressione. Ma ancor più una democrazia in transizione, nella quale tuttavia prevalgono possenti e ramificate forze della conservazione. Ma si badi che l’anelito al rinnovamento non è affatto il portato di una fazione che rivaleggia su di un’altra, ma proviene oggettivamente dalla struttura stessa della nostra democrazia: è la sua architettura che, funzionando male, lancia da decenni messaggi di un radicale ripensamento. Il vero problema è invece soggettivo ovvero riguarda i soggetti che agiscono in questo scenario: da una parte, gli errori e le contraddizioni di chi si vuole come interprete dell’istanza di rinnovamento; dall’altra, l’ostracismo e il moralismo delle forze inerziali che hanno innalzato a feticcio lo status esistente, pur lagnandosi delle sue falle. Da qui il vacillare di un sistema che non è prossimo al crollo, ma necessita senz’altro di un aggiornamento dei suoi gangli vitali, pena il soffocamento del sistema-paese da parte di un apparato politico-istituzionale ripiegato su se stesso, non sufficientemente moderno.

Allora, resistere, allontanare da sé il momento di cambiare, di reagire ad una Repubblica dei Padri inadeguata a quella dei Figli, è forse la più grave colpa della classe politica che ha pressoché attraversato indenne la seconda Repubblica e che ora travasa i medesimi vizi e difetti in questa Terza che rischia di naufragare prima ancora di prendere il largo.
Per questo, per le forze politiche d’oggi, ritrovare le ragioni per superare il contingente e proiettarsi nel futuro, ritrovare uno spirito costituente non è una scelta discrezionale, bensì un ineludibile imperativo.

afanfoni@tiscali.it


Davide Biassoni
L’Europa imbrigliata

Unione Europea en panne, sperando che la presidenza francese rilanci una polity in evidente affanno. Il “no” irlandese ha rinfocolato una crisi iniziata nel 2005 con la bocciatura del Trattato Costituzionale da parte di Francia e Olanda, ed ora è stato il turno dell’Irlanda nel respingere il Trattato di Lisbona, tentativo più modesto (ancorché fallito) di conferire all’UE quelle istituzioni delle quali non può più fare a meno. Un gigante economico con più di 500 milioni di abitanti, ma un’architettura politico-istituzionale complessa ed eccessivamente laboriosa e lenta nel prendere decisioni: una razionalizzazione con un Presidente quinquennale ed un Ministro degli Esteri come unica voce dell’intera comunità sono due tasselli fondamentali per ridare slancio a un organismo troppo spesso paralizzato da trattative estenuanti e da diffusi poteri di veto. Realisticamente, si avverte il bisogno di una scossa e di un rilancio: il “carrozzone” europeo si è ampliato fino a includere ben 27 Stati, destando non poche (e comprensibili) perplessità. Questo perché l’allargamento ha avuto luogo senza l’ausilio di una riforma del sistema istituzionale e decisionale, con l’essenziale semplificazione delle regole di votazione: sì ad ampie discussioni sui temi in agenda, ma necessità di giungere infine a un accordo da attuare concretamente. Rendere funzionale ed efficiente un insieme di Stati e popoli così ampio ed eterogeneo è compito arduo, e non solo dal punto di vista dell’azione concreta, ma anche per quel che concerne l’identità dell’Europa. Il Presidente Sarkozy ha un compito cruciale: rilanciare un nucleo condiviso di core values, specificando natura, valori e obiettivi dell’Unione Europea in questo inizio del XXI° secolo. La volontà d’integrazione degli Stati europei fu alimentata, nel secondo dopoguerra, dalla consapevolezza di bandire definitivamente ogni conflitto armato fra essi; quindi, dopo la caduta del Muro di Berlino e l’abbattimento della cortina di ferro in Europa, la seconda ondata d’integrazione avvenne con Maastricht e il coronamento di questo processo è stata la creazione della moneta unica, esito non certo pronosticabile solo una decina d’anni prima. La storia europea è già stata costellata da fermate e ripartenze improvvise: l’UE rappresenta l’esperimento di ingegneria istituzionale più ambizioso e innovativo dell’età contemporanea. Affinché non si areni nelle secche degli egoismi nazionali, è d’obbligo porsi domande precise: chi siamo e dove andiamo. Specialmente i Grandi dell’Europa devono riattivare l’interesse, la passione e la fiducia degli europei, scacciando le paure della globalizzazione che hanno prodotto un ripiegamento particolaristico sotto l’ombrello dei governi nazionali. Bruxelles ha assoluto bisogno di liberarsi dalla grigia immagine che la ritrae riduttivamente come un complesso di burocrati e tecnocrati lontani dalla realtà quotidiana dei cittadini; bisogna riscoprire e riattualizzare le ragioni dello stare insieme, non perseguendo sulla strada di un allargamento che annacqui l’UE fino a farla diventare uno stagno immobile e un marchingegno evidentemente ingovernabile. Regole semplici, chiare, democratiche ma efficaci e concrete: fin d’ora e con chi ci sta.

davide.biassoni@unimi.it



Simone Comi
Lo Zimbabwe in bilico tra dittatura e guerra civile

Le elezioni presidenziali tenutesi in Zimbabwe in un clima di terrore generale voluto dall’unico candidato Robert Mugabe hanno portato il paese oltre il confine che separa la democrazia dalla dittatura. Morgan Tsvangirai, leader del partito di opposizione Movimento per il Cambiamento Democratico, è stato costretto a rifugiarsi all’interno dell’ambasciata olandese ad Harare e dopo due giorni di arresti indiscriminati e violenze a danno dei suoi sostenitori e degli attivisti del MCD da parte delle forze di polizia fedeli a Mugabe ha deciso di rinunciare a presentarsi come candidato al ballottaggio così da scongiurare la possibilità di nuovi rastrellamenti e scontri nel paese.
Il Commissario dell’Unione Europea per lo Sviluppo, Louis Michel, ha definito illegittimo il processo elettorale nel paese e in un documento ufficiale diramato dalla Commissione Europea si afferma chiaramente che le votazioni del secondo turno delle elezioni presidenziali non possono essere considerate valide. Quaranta osservatori del Parlamento Pan-Africano ( PAP ) hanno definito assolutamente prive di credibilità le votazioni effettuate e il capo degli osservatori Marwick Kumalo ha dichiarato che l’atmosfera attualmente prevalente nel Paese, segnata da alti livelli di intimidazione, violenza, deportazione di persone, rapimenti e perdita di vite umane non ha portato alla realizzazione di elezioni libere. Il PAP ha quindi esortato i paesi aderenti all’Organizzazione Regionale dell’Africa Australe e l’Unione Africana a lavorare per una soluzione di transizione. Stati Uniti, Nazione Unite e Regno Unito hanno chiesto che vengano applicate al paese nuove sanzioni tra le quali l’imposizione di un embargo sull’entrata delle armi nel paese e il congelamento dei beni di tutti coloro che hanno aiutato il governo e Robert Mugabe a distruggere il processo democratico o che hanno sostenuto la violenza politica.
L’Unione Africana ha proposto nei giorni scorsi la formazione di un esecutivo di unità nazionale e l’Unione Europea ha fatto sapere che appoggerebbe la decisione solo se fosse Morgan Tsvangirai a guidare il paese verso una stagione di riforme. La strada delle sanzioni scelta dalle Nazioni Unite potrebbe rivelarsi difficile da perseguire per due motivi: la possibilità che le sanzioni si rivelino dannose più per la popolazione che per l’establishment che guida ora il paese e i probabili veti di Russia e Cina in sede di Consiglio di Sicurezza. Mosca e Pechino hanno infatti interessi commerciali importanti in Zimbabwe e cercheranno di preservare gli esistenti rapporti commerciali con Harare. Dati gli interessi economici nell’area e l’impossibilità di risolvere la crisi in corso con un intervento risolutore concordato internazionalmente sembra farsi sempre più probabile la possibilità di una guerra civile nel paese, che potrebbe così passare dal sogno della democrazia dopo anni di dittatura all’incubo di una guerra civile in cui il mondo, e gli Stati occidentali in primis, non potranno e vorranno essere che semplici spettatori.

simonecomi@hotmail.com



Fabrizio Tonello
Intercettazioni: Bush con Di Pietro, Berlusconi con i bloggers duri e puri?

La newsletter della settimana scorsa, che riferiva della rottura fra molti attivisti del partito democratico e Barack Obama sul tema delle intercettazioni telefoniche ha fatto arrivare sul mio schermo un numero di email senza precedenti, tutte più o meno di questo tipo: “Com’è che negli Stati Uniti la sinistra del partito democratico è ferocemente contraria alle intercettazioni, al punto da minacciare la rottura con il suo candidato preferito, candidato che sembra alla vigilia di una vittoria storica in novembre? C’è una spiegazione per il fatto che Di Pietro, in questa materia, è sulle posizioni dei repubblicani americani e invece Berlusconi dice le stesse cose che si dicono sui blog più radicali e militanti?”

La domanda è perfettamente legittima ma i paragoni sono ingannevoli. E’ vero, la sinistra americana è totalmente contraria alle intercettazioni  telefoniche che violano il IV emendamento della Costituzione americana che garantisce la segretezza della corrispondenza e il divieto di perquisizioni arbitrarie, tanto più con un’amministrazione Bush che calpesta il Bill of Rights ogni giorno (su YouTube, il video del generale Michael Hayden, direttore dell’onnipotente National Security Agency che fallisce il test di educazione civica).
Ma in quale contesto politico-culturale questo avviene?  Presidenti, ministri, giudici della Corte Suprema non sono affatto al di sopra della legge, né godono di alcuna particolare immunità. Come si è detto nella newsletter del 20 giugno, Bill Clinton fu oggetto per anni di un’indagine condotta da un supermagistrato (Independent Counsel) e fu processato dal Senato con l’obiettivo di rimuoverlo dalla carica attraverso la procedura dell’impeachment. Il tentativo fallì soltanto perché una maggioranza relativa di senatori riconobbe che questo istituto è utilizzabile solo in caso di violazione dei doveri della carica, non per misfatti privati, per i quali Clinton fu indagato dalle locali “toghe rosse” e costretto a patteggiare per evitare una condanna dopo la fine del suo mandato.
Senatori e deputati vengono non solo intercettati ma tranquillamente arrestati senza che un normale poliziotto debba chiedere l’autorizzazione a nessuno. Il senatore repubblicano Larry Craig, nel 2007, fu arrestato all’aereoporto di Minneapolis per atti osceni e rilasciato solo dopo un’ammissione di colpevolezza. Quando la cosa si è risaputa, il suo partito non ha chiesto il trasferimento in Alaska dell’incauto agente, né varato un decreto legge per istituire l’immunità parlamentare: ha invece costretto alle dimissioni l’incauto senatore. Le intercettazioni a danno del governatore di New York Eliot Spitzer hanno condotto alle sue immediate dimissioni e alla fine della sua carriera politica.
Per riassumere: quando gli standard etici della vita pubblica sono rigorosi e chi li trasgredisce viene allontanato dalla politica, non c’è bisogno di intercettazioni a migliaia. Difendere i cittadini dalle invasioni del “grande orecchio” governativo è quindi una posizione coerentemente liberale, sulla quale i bloggers non vogliono cedimenti.
E in Italia? La nostra situazione è precisamente l’opposto: il livello etico della vita pubblica è rivelato dalle telefonate Berlusconi-Saccà, che nella nuova puntata annunciata per venerdì 4 luglio si allargheranno ad altri nani e ballerine in teneri colloqui con il grande capo. Telefonate che dimostrano non soltanto il livello morale dei protagonisti ma soprattutto il concreto tentativo di rovesciare il risultato elettorale del 2006 distribuendo favori, in denaro o in natura, ai senatori del centrosinistra che si fossero prestati al mercimonio. In altre parole, abbiamo sotto gli occhi ben più di un traffico di soubrette: si tratta di un Watergate all’italiana, con il tentativo di comprare voti in parlamento per far cadere il governo Prodi.
In questo contesto di corruzione e abuso di potere, con i pretoriani del grande capo che strillano come aquile per coprire le malefatte, la pubblicazione delle intercettazioni diventa l’unico strumento di controllo dell’opinione pubblica su quanto avviene nei palazzi del governo. Tanto più in una situazione dove una maggioranza bulgara vota ogni giorno per mettersi sotto i piedi un pezzo di Costituzione. La cultura poliziesca del controllo a 360° non può piacere a nessun uomo di sinistra. Ancora meno, tuttavia,  ci può piacere il trionfo dell’illegalità, del voto di scambio, delle leggi ad personam. Negli Stati Uniti, le amichette dei politici di solito cambiano città, e magari anche nome: è solo nelle repubbliche delle banane che diventano ministri.

fabrizio.tonello@unipd.it

 


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ McCain deraglia a destra

Washington D.C. – Minacciato dai sondaggi che lo danno in netto svantaggio nella corsa per la Casa Bianca contro Barack Obama, John McCain sta mostrando la volontà di affidarsi sempre più alle gerarchie tradizionali del partito repubblicano e a quei professionisti che hanno garantito il successo di George W. Bush, così contraddicendo l’immagine di politico ribelle e indipendente conquistata nei 26 anni al Congresso.
Mercoledì McCain ha ufficializzato la promozione di Steve Schmidt, veterano della campagna per la rielezione di Bush del 2004 e collaboratore di Karl Rove, ad un ruolo centrale nell’organizzazione delle operazioni elettorali del Senatore dell’Arizona. Si tratta solo dell’ultima tra una serie di decisioni simili prese di recente dalla squadra di McCain. Ad esempio, Nicolle Wallace, che fu la responsabile per la comunicazione di Bush nel 2004, è stata assunta da McCain come consulente, così come Greg Jenkins, che lavora alla Casa Bianca nell’organizazzione di eventi, è stato chiamato a prendere parte alla campagna di McCain la settimana scorsa.
Anche dal punto di vista del finanziamento della campagna elettorale, opposto ad un avversario che ha mostrato grande facilità nella raccolta di fondi, John McCain sta riorganizzando la propria strategia in favore di un coordinamento più stretto con i vertici di partito e con le molte organizzazioni conservatrici che solitamente si battono al fianco dei candidati del partito dell’elefante. Il Republican National Committee ha annunciato la creazione di un comitato interno incaricato di gestire l’erogazione di fondi per la produzione e distribuzione di pubblicità televisive in sostegno di McCain. Contemporaneamente la National Rifle Association (NRA), la potente lobby delle armi da fuoco, ha reso pubblica la decisione di destinare buona parte dei 40 milioni di dollari di budget per le proprie pubbliche relazioni ad una campagna pubblicitaria nazionale che attacchi Barack Obama per le sue posizioni sul diritto dei cittadini americani di detenere armi da fuoco. Sono, questi, sviluppi molto recenti. Infatti, in un articolo del New York Times del 21 giugno, Michael Luo sottolineava che fino ad allora pochissimi gruppi indipendenti si erano mossi in sostegno alla candidatura di McCain.
John McCain intanto sta ricalibrando il proprio messaggio politico per renderlo più digeribile all’establishment repubblicano. Parlando all’industria petrolifera riunita a Houston il 18 giugno, il Senatore dell’Arizona ha ritrattato una posizione a lungo difesa e si è dichiarato d’accordo con l’abolizione del divieto federale sulla costruzione di nuovi pozzi di petrolio lungo le coste statunitensi. Negli ultimi mesi McCain ha anche rivisto le proprie proposte fiscali. Da fiero oppositore dei tagli alle tasse approvati durante l’Amministrazione Bush, McCain ne è diventato sostenitore convinto, e, secondo alcune analisi, il programma fiscale del Senatore dell’Arizona è addirittura più radicale di quello di Bush.  
Anche in tema d’immigrazione, su cui il Senatore era sempre apparso moderato, McCain sta facendo marcia indietro ed è oggi difensore dell’idea di un muro di frontiera tra il Texas e il Messico. Nel frattempo, McCain ha irrigidito la propria opinione sull’aborto e ha criticato severamente la decisione della Corte Suprema di estendere il diritto alla difesa ai prigionieri stranieri detenuti a Guantanamo. 
Rimane da vedere quanto di questo spostamento a destra sia legato a strategie elettorali e dunque potrà venire ritrattato da McCain nel caso vincesse le elezioni di novembre, e quanto invece queste siano revisioni sostanziali delle posizioni politiche del Senatore dell’Arizona. In questo caso, le paure di molti democratici che McCain si trasformerà semplicemente in un secondo Bush, come scherzano i blog politici liberal che lo chiamano John McBush, potrebbero realizzarsi. Al contempo, è vero che alcune politiche di McCain sono comunque più moderate di quelle dell’Amministrazione attuale, in particolare in termini di ambiente, immigrazione e riforma del sistema di finanziamento pubblico delle campagne elettorali. L’ex Deputato repubblicano Mickey Edwards, oggi professore a Princeton University e critico feroce di George Bush e della politica intrapresa dai neo-con americani, mi ha detto in un’intervista qualche settimana fa’; “Voglio sperare che il vero John McCain sia quello che partecipò alle primarie repubblicane nel 2000, quello che critica Bush sulla politica estera e l’ambiente. Purtroppo di tanto in tanto sembra preoccuparsi troppo dell’estrema destra e dice cose che mi danno fastidio, cose che direbbe solo Bush.” Intanto, segno che la destra americana si sta ricompattando, anche il presentatore radiofonico Rush Limbaugh, famoso per le posizioni di destra estrema e per gli attacchi a John McCain lanciati durante le primarie, ha dichiarato in una lunga intervista concessa al New York Times Magazine che, per quanto non sia il candidato ideale, sosterrà McCain contro i democratici. “È come il football,” ha detto Limbaugh. “Se la tua squadra perde la semifinale, in finale fai il tifo per chi odi di meno. Ecco quello è John McCain.”

valentina.pasquali@gmail.com


Giovanni Cerutti
L’Italia mancata di Mario Rigoni Stern

«Ho ancora nel naso l'odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò le sue settantadue bombarde.» Difficile trovare un attacco altrettanto potente in tutta la letteratura italiana del secondo novecento. Le immagini precise, senza un aggettivo di troppo, trasportano immediatamente il lettore nel caposaldo italiano in mezzo ai soldati del sergente Rigoni Stern. Nessun compiacimento melodrammatico, nessuna riflessione da narratore onnisciente posto sopra il racconto, ma solo fatti, azioni, descrizioni e osservazioni che aderiscono completamente agli uomini e alle situazioni. E, man mano che il racconto procede, ci accorgiamo che si disegnano in modo impercettibile, ma con tratti sempre più nitidi, i contorni di un autore e del suo mondo morale.
Il mondo di Mario Rigoni Stern, che era nato ad Asiago nel 1921, affonda le sue radici in quello di Tönle Bintarn, tra le comunità rurali dell'Altopiano plasmate dal continuo confronto con l'ambiente naturale. Un mondo a lungo solo sfiorato dalle vicende della Storia, che durante l'ottocento comincia ad inseguirlo per raggiungerlo tragicamente con la prima guerra mondiale. È questa la cesura decisiva, che stabilisce per sempre un prima e un dopo. Prima c'è il mondo di Tönle, dopo quello di Matteo, che nel novembre del 1918, torna dalla guerra e trova il suo paese distrutto, nel passaggio da un esercito all'altro; quello di Giacomo, che non tornerà dalla Russia, diviso tra chi deve emigrare e i recuperanti, che vivono, e qualche volta muoiono, cercando residuati bellici da vendere, e raggiunto inesorabilmente dal fascismo; e quello di Mario della guerra in Albania, della ritirata di Russia e del lager.
Penso sia possibile descrivere l'opera di Rigoni Stern come una lunga riflessione sulle conseguenze e le implicazioni di quella cesura, di quell'ingresso violento nel tessuto nazionale che ha sottoposto a tensioni insopportabili un equilibrio costruito nei secoli. Cifra centrale di questa riflessione è l'assoluta incapacità delle classi dirigenti nazionali di entrare in contatto con quei mondi e di dargli adeguata rappresentanza. È il sergente maggiore, sergentmagiù, Rigoni, un sottoufficiale abituato ad osservare la realtà per cercare di capirla e in grado di ascoltare i suoi uomini perché comprende e condivide larga parte delle loro aspirazioni umane, infatti, che decide di riportare a casa vivi i suoi uomini, nello sfascio dei comandi e di qualsiasi parvenza di organizzazione, naturale conseguenza di carriere costruite sulla capacità di manipolare la realtà con la retorica più bolsa e sull'opportunismo più avvilente.
Lasciato a se stesso quel mondo si è poi inesorabilmente sgretolato nel contatto con la modernità. I suoi valori distillati nei secoli non sono riusciti a permeare l'indubitabile progresso materiale. Questo tema, che attraversa con sempre più insistenza con il passare del tempo il lavoro di Rigoni Stern, soprattutto nei racconti e negli scritti brevi, forma particolarmente congeniale alla sua scrittura, nella quale ha raggiunto risultati di rilievo assoluto, prende consistenza nella descrizione sempre più desolata dell'incapacità dell'uomo contemporaneo di entrare in rapporto con la natura, avendo perduto ogni capacità di leggerne e interpretare i segni e di comprenderne i ritmi.
Ma il fascino dei suoi libri dipende soprattutto dalla capacità di scrittura e dal valore universale delle storie e dei personaggi, in grado di resistere al superamento delle contingenze storiche che li hanno generati. E come continuiamo ad appassionarci alle vicende del principe Andrej e di Nataša, anche se conosciamo a malapena le vicende delle campagne napoleoniche e della crisi della nobiltà russa, o di Renzo e Lucia, senza avere più presente né la questione della lingua nazionale, né la dominazione spagnola del seicento a Milano, continueremo a seguire Giacomo, Matteo, Mario e i suoi compagni e ad ascoltare rapiti la descrizione di un'arnia, delle proprietà di un faggio o di un tiglio, delle evoluzioni di un urogallo o di quanti tipi di neve diversa ci sono sull'Altopiano.

La citazione iniziale è tratta da Il sergente della neve, Einaudi, Torino 1953; la storia di Tönle Bintarn è raccontata in Storia di Tönle, Einaudi, Torino 1978, quella di Matteo ne L'anno della vittoria, Einaudi, Torino 1985, quella di Giacomo ne Le stagioni di Giacomo, Einaudi, Torino 1995; la guerra in Albania in Quota Albania, Einaudi, Torino 1971, i ricordi del lager nel paragrafo II e III della sezione I giorni del Nord-Est di Uomini, boschi e api, Einaudi, Torino 1980.

giovanni.cerutti@tiscali.it



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