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Home » Newsletter n. 135 - 11 luglio 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 135 – 11 luglio 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 135.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Davide Biassoni
Il punto/ Opposizione, per tornare a essere maggioranza


Emilio D’Orazio*, Maurizio Mori**
Il diritto di scegliere: il caso di Eluana Englaro


Sergio Vazzoler
Grandi opere al VIA: suggerimenti evergreen


Luca Rossetti
G8: tra impotenza e disincanto


Simone Comi
L’Iran mostra i muscoli


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ La strategia di Obama


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ Alfred Landon, Michael Dukakis e Walter Veltroni


Stefano Florio
Osservatorio Expo 2015/ Diario di bordo del 10 luglio 2008


Raffaele Mauro
Le pari opportunità e la remunerazione del merito al centro di una nuova strategia di sviluppo


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Davide Biassoni
Il punto/ Opposizione, per tornare a essere maggioranza

La strategia politica si rivela, in questo inizio di legislatura, di fondamentale importanza per il PD. La maggioranza sembra attualmente molto compatta attorno ai dettami di Silvio Berlusconi come, del resto, era già avvenuto nel quinquennio 2001-2006. Il Cavaliere aveva allora dimostrato di saper tenere dritta la barra, a dispetto dei molti strappi soprattutto da parte dei democristiani, oggi fuori dal governo. Dopo il successo delle urne, sono stati affrontati i problemi riguardanti i rifiuti in Campania e la lotta alla criminalità, quindi il dibattito politico si è inclinato progressivamente verso le vituperate leggi delle “neo-guarentigie”, ossia la norma blocca-processi e il lodo Alfano. De facto, Pdl+Lega sembrano compatti nel voler arrivare all’approvazione dei provvedimenti, disponendo in Aula di una maggioranza sicura e, per converso, i Democratici si sono trovati di fronte alla necessità di approntare un’opposizione coerente ai principi riformisti delineati da Walter Veltroni. In particolare, il nervo scoperto è l’alleanza pre-elettorale stipulata nella primavera scorsa con Antonio Di Pietro, ora uno dei protagonisti del “No Cav Day” tenutosi martedì a Roma. Il Segretario del PD ha affrontato una rischiosa situazione: sull’onda della montante disapprovazione contro le cosiddette leggi salva-Premier, era possibile seguire la fronda più radicale, visceralmente anti-Berlusconiana, contestataria e “giustizialista”, oppure mantenere il “no” verso il centrodestra pur conservando uno stile ed un modus operandi istituzionale e costruttivo. Il momento era particolarmente delicato: l’ondata di sdegno che si era levata a sinistra contro il Cavaliere poteva trascinare anche il PD verso la protesta di Piazza Navona che, infine, è quasi implosa in un tutti-contro-tutti, portando il leader dell’IDV a dissociarsi dagli attacchi verso il Presidente della Repubblica e il Papa. Il PD, ricordiamo, è stato fondato con una missione: costruire una forza politica a vocazione maggioritaria e, al contempo, riformatrice, liberale, non estremista e alternativa alla destra; l’antipolitica da palcoscenico ha parlato con la “pancia”, sferrando bordate che erano attese: pur rifiutando gli insulti è importante per i Democratici comprendere e filtrare i motivi di questo profondo malessere, senza ricadere nelle barricate anti-Berlusconi che, infine, sembrano sempre fare il gioco del Presidente del Consiglio il cui consenso non accenna a diminuire. L’opposizione al Premier si può fare in maniera meno urlata, più pragmatica e propositiva: non servono insulti e grida, bensì un progetto alternativo serio, concreto, puntuale, incisivo, convincente. I frutti di questa “traversata del deserto” si faranno certo attendere e il PD, nel frattempo, deve capire perché gli italiani hanno deciso, nonostante tutte le controversie giudiziarie di Berlusconi, di dargli fiducia per la terza volta in quindici anni. Non è cercando di demolire o demonizzare la sua figura che i Democratici potrebbero sperare di vincere, ma solo proponendosi come forza coraggiosa nel definire chiaramente i propri “sì” e “no” di fronte agli altri competitors politici, arrivando a scompaginare una volta per tutte la profonda spaccatura fra Berlusconiani e non, togliendo così al Cavaliere il fertile terreno alimentato da quella parte politica che ha come unico scopo e collante la sua sconfitta. Contrastarlo, cercando di presentarsi come vera ed unica alternativa credibile è la (lunga) strada per arrivare a essere maggioranza nel paese.

davide.biassoni@unimi.it


Emilio D’Orazio*, Maurizio Mori**
Il diritto di scegliere: il caso di Eluana Englaro

Condividiamo pienamente la decisione dei giudici della Corte d’Appello di Milano sul caso Englaro, decisione che costituisce un ulteriore passo verso un allargamento dell’autodeterminazione delle persone.
L’idea alla base della decisione dei giudici è l’applicazione dell’eguaglianza di tutti i cittadini sancita dall’articolo 3 della Costituzione, anche nella finalità “di rendere possibile la libera espressione della loro personalità, della loro dignità e dei loro valori”. Poiché, come osserva sempre la Corte, “la prosecuzione della vita non può essere imposta a nessun malato, mediante trattamenti artificiali, quando il malato stesso liberamente decida di rifiutarli”, il principio di eguaglianza va esteso anche a Eluana che ora non può più  esprimere la propria volontà.

Eluana aveva un forte senso della libertà e della propria dignità, non avrebbe mai accettato di rimanere nello stato di vegetativo permanente. Sicuramente Eluana non ha seguito corsi di Bioetica, ma in più occasioni ha ripetuto a familiari ed amici la propria ferma volontà a riguardo. Le sue volontà sono quindi acclarate ed indubitabili, al contrario di quanto sostiene il Vice Presidente del CNB Lorenzo d’Avack. Riteniamo che l’allargamento dell’autodeterminazione sia un passo essenziale per la modernizzazione del paese anche in campo bioetico.

Ci preoccupa invece il commento di Monsignor Fisichella, tutto centrato su aspetti giuridici: che il Presidente di una Accademia di uno stato estero intervenga sulla legislazione italiana criticando i giudici e dando consigli su strategie legali, ci pare andare al di là del legittimo intervento su questioni morali proprie della Chiesa. Questo sul piano formale. Sul piano sostanziale è trito il rifermento all’eutanasia come altrettanto trito è il richiamo all’idea che questa sentenza scardini il principio di non disponibilità della vita umana o il dovere di prendersi cura dei pazienti: si tratta di forme che ripropongono un obsoleto vitalismo in cui la mera vita biologica sarebbe un valore supremo.
I giudici di Milano interpretano la nuova coscienza civile degli italiani che è secolarizzata. La gente vive ormai in base ai valori laici e secolari che purtroppo non trovano adeguata rappresentanza sul piano pubblico. Speriamo che chi ha responsabilità pubbliche dia voce ai valori secolari e faccia valere i diritti civili di tutti. Ci auguriamo, quindi, che i politici italiani manifestino coraggio nel portare avanti la battaglia per la laicità, conformando i comportamenti alle idee.

* Direttore del Centro Studi Politeia
** Presidente della Consulta di Bioetica


Sergio Vazzoler
Grandi opere al VIA: suggerimenti evergreen

L’agenda dei lavori parlamentari presenta oggi un appuntamento assai rilevante. Non mi riferisco all’estenuante iter sulla giustizia arricchito da accuse, insulti e gossip di ogni tipo, bensì al debutto della nuova commissione VIA-VAS, l’organo del Ministero dell’Ambiente che si occupa di valutazione d’impatto ambientale e valutazione ambientale strategica.
La rilevanza della commissione diventa più tangibile snocciolando qualche cifra: sono 238 le grandi opere in attesa della VIA per un investimento economico di oltre 30 miliardi di Euro…quasi due punti di Pil!
Ora, con una salda maggioranza di centrodestra e la pressoché totale assenza dai banchi parlamentari del cosiddetto “Fronte del NO”, molti sono pronti a scommettere in una passeggiata per i tanti i portatori d’interesse che aspettano il semaforo verde all’avvio dei cantieri. Una maggiore cautela è però consigliata dalla composizione della nuova commissione che vede una significativa riconferma di uomini vicini all’ex Ministro Pecoraro Scanio, vero e proprio incubo per il mondo delle imprese nella passata legislatura. Ma, al di là degli equilibri politici, qui c’interessa riflettere sull’approccio da seguire affinché i cantieri delle grandi opere possano seguire un percorso un po’ meno accidentato di quanto accaduto sin qui.
A fornire un interessante suggerimento sul tema è l’architetto Mario Virano, a capo dell’Osservatorio della Val Susa, fresco del raggiunto accordo con i Sindaci su una nuova ipotesi di tracciato (a minore impatto ambientale e sociale) per la TAV Torino-Lione. “Occorre convincersi definitivamente che in un’epoca “glocal” – ha spiegato Virano in una recente giornata di studio sul tema – è necessario trovare un punto di equilibrio tra istanze locali e globali e invece continuiamo ad assistere alla pretesa di “vittoria” delle une a scapito delle altre”.
Questi i principali errori che è facile riscontrare, secondo Virano, nell’approccio progettuale medio:
- La presenza di molti, troppi committenti, anziché uno solo, crea confusione e difficoltà nelle relazioni tra i portatori d’interesse;
- Il progetto iniziale dell’opera è spesso autoriferito, eludendo la necessità di accompagnarlo con progetti di tipo sociale e ambientale che ne mitighino l’impatto;
- Le informazioni relative all’opera non sono fornite nel solco di una comunicazione trasparente e successiva ad una fase di confronto, bensì si limitano ad essere strumento di marketing dell’opera con una logica iper positivista che non fa altro che dare fuoco alle tensioni e alle preoccupazioni insite in progetti a forte impatto ambientale;
- Una volta commessi gli errori sopra elencati, cioè quando ci si trova davanti ad una situazione che non quadra a causa di un progetto calato dall’alto sul territorio, ecco che viene tentata l’ultima carta: la compensazione per il disturbo arrecato. E questa, secondo Virano, può diventare la pietra tombale per il progetto…

Ecco, allora, che la medicina utile a prevenire, anziché curare la sindrome NIMBY sembra essere soltanto una: l’accettazione della pari dignità tra le istanze del territorio e quelle del progetto. Al di là di chi siede alla Commissione VIA…



Luca Rossetti
G8: tra impotenza e disincanto

Un inestricabile insieme di temi di portata epocale: questa è l'istantanea del recente vertice giapponese del G8 proposta dal mondo dell'informazione. Un panorama affollato: il caro petrolio e i biocarburanti, i cambiamenti climatici e le politiche energetiche (specialmente il nucleare), la povertà e la fame. In questo contesto i risultati del vertice si presentano, per usare un eufemismo, come molto deludenti: inconcludenza, inefficacia, inutilità e “aria fritta” sono i termini più utilizzati dalla stampa di casa nostra  per giudicarne le conclusioni. Un G8 che rappresenta ormai – come ricorda Tito Boeri sulla Stampa – solo il 40% della produzione mondiale e il 13% della popolazione del pianeta.
Il vertice svoltosi in Giappone ha abbozzato, guardando alla voce in agenda "cambiamenti climatici", l’ipotesi di posticipare ulteriormente gli impegni malgrado ormai sia unanimemente riconosciuta, pur con sfumature differenti, la centralità di questa battaglia contro il tempo.
Ciò che è clamorosamente mancante è una strategia vincolante e a tappe che fissi principi globali per implementare azioni locali secondo una scala temporale di breve, medio e lungo periodo. Non ci sono, infatti, riferimenti certi ad una quota realistica, effettivamente traguardabile, di emissioni da ridurre. Ma non viene nemmeno indicato l’anno rispetto al quale calcolare la percentuale di emissioni da ridurre. Anche quest'ultimo è un fondamentale riferimento assente dalla risoluzione conclusiva del vertice. Certo, l'inevitabile lettura della questione dei cambiamenti climatici sia in chiave geopolitica, economica che sociale porta con se un intreccio di interessi e valutazioni tra le diverse potenze e attori in campo, tali da determinare esiti deludenti del processo decisionale. Forse servirebbe maggior realismo nella ricerca di un minimo comune denominatore per azioni globali, efficaci nel qui ed ora. Se ciò non avverrà, i vertici del G8 e gli altri consessi internazionali rischieranno sempre più di diventare grancasse mediatiche delle sventure del pianeta: simboli dell’impotenza della politica e delle politiche pubbliche del nostro tempo.


Simone Comi
L’Iran mostra i muscoli

Si è avuta notizia nelle ultime ore di test missilistici effettuati dai Guardiani della Rivoluzione iraniani in una località segreta nel deserto: i lanci multipli effettuati sarebbero da considerarsi la prova tangibile della capacità iraniana di colpire Gerusalemme e le Forze Armate statunitensi di stanza nel Golfo Persico. I missili Shehab 3 testati nei giorni scorsi hanno infatti una gittata di 2000 kilometri e dovrebbero essere in grado di colpire obiettivi prestabiliti entro i confini israeliani con un certo grado di accuratezza. Differente raggio d’azione hanno invece i missili Zelzal e Fateh, che hanno rispettivamente una gittata di 400 e 170 kilometri, e potrebbero essere utilizzati per attacchi verso unità navali di stanza nel Golfo Persico. Da Washington si sono avute immediate dichiarazioni di condanna ai test svolti poiché la produzione di missili balistici sarebbe una violazione grave delle sanzioni imposte dalle Nazioni Unite e l’episodio potrebbe portare alla rottura totale delle precarie relazioni tra Iran ed Israele.
Nelle ultime settimane da Gerusalemme si sono avute dichiarazioni dure da parte di importanti esponenti dell’establishment militare e l’aumento della tensione potrebbe dar luogo ad interventi che potrebbero avere ricadute politiche ed economiche a livello globale. Pur essendo tecnicamente fattibile un attacco militare ai siti nucleari iraniani da parte delle Forze Armate di Gerusalemme resta però un’opzione improbabile poiché dovrebbe essere preventivamente approvato dalla Casa Bianca. Da quanto si è appreso negli ultimi giorni il Dipartimento di Stato americano potrebbe approntare l’apertura di una speciale sezione diplomatica a Teheran per curare gli interessi di Washington nel paese e la notizia potrebbe rivelarsi un indicatore della volontà del Governo statunitense di cercare contatti diplomatici informali con l’esecutivo iraniano così da poter proseguire nell’opera di stabilizzazione della regione, punto geostrategico fondamentale per frenare l’avanzata dell’influenza cinese nel Golfo Persico.
Un attacco israeliano all’Iran sembra essere quindi di difficile realizzazione poiché potrebbe portare alla completa destabilizzazione del Medio Oriente oltre ad avere gravi ripercussioni sui precari equilibri politici raggiunti dall’esecutivo Iraq. La paura di Gerusalemme di vedere un nemico storico come l’Iran dotarsi della tecnologia nucleare sarà probabilmente compensata dal rafforzamento delle relazioni militari con Washington e dall’impegno delle amministrazioni statunitensi, presente e futura, di maggiore protezione e appoggio militare in caso di attacchi verso Israele. La stabilizzazione del Medio Oriente potrebbe quindi non essere lontana ma la fluidità degli scenari politici in una regione da sempre soggetta a repentini cambiamenti e scontri sanguinosi impone una certa cautela e verifiche attente delle dinamiche politiche che potrebbero instaurarsi nel prossimo futuro tra gli attori interessati.

simonecomi@hotmail.com



Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ La strategia di Obama

Washington D.C. – La campagna di Barack Obama sarà ricordata non solamente perchè il Senatore dell’Illinois è il primo candidato di colore con possibilità concrete di diventare Presidente degli Stati Uniti, ma anche perchè Obama sta inventando un nuovo modo di fare politica elettorale.
Internet è senza dubbio il centro nodale delle operazioni di Obama for America, il cui fulcro è il sito web ufficiale
www.barackobama.com. Per la prima volta nella storia della politica americana, la rete è così utilizzata non solo per le pubbliche relazioni, una vetrina per i media e per gli elettori connessi, ma anche come lo strumento organizzativo chiave di tutta le attività di campagna elettorale, che normalmente si dividono nelle tre categorie di mobilitazione sul territorio, raccolta fondi e rapporti con la stampa. Obama è riuscito fino ad ora, sfruttando a pieno il potenziale delle nuove tecnologie, a creare un’organizzazione diretta dal centro e, al contempo, diffusa sul territorio.
Innanzitutto, il sito web di Obama ha contribuito a costruire, velocemente e ad un costo relativamente limitato, una comunità di un milione di attivisti che la campagna può rapidamente raggiungere e mobilitare via e-mail. Questi cittadini garantiscono anche un collegamento continuo e diretto fra il candidato democratico e il resto dell’America, grazie ai rapporti che costoro intrattengono con le proprie famiglie, colleghi, vicini di casa e, in generale, con le proprie comunità sparse per tutto il paese.
La base di appassionati, che ha trasformato Barack Obama da politico a pop-star (basti pensare al successo del video dell’Obama Girl), ha anche permesso al Senatore dell’Illinois di raccogliere cifre record per finanziare la propria corsa alla Casa Bianca. Fin qui, Obama ha ricevuto circa 290 milioni di dollari. Grazie a tale successo, Obama ha potuto rinunciare ai contributi stanziati dal programma di finanziamento pubblico (quest’anno stabiliti in 84,1 milioni di dollari, che rappresentano anche il tetto massimo di spesa consentito ai candidati che ne usufruiscano). Così facendo, il Senatore dell’Illinois si è garantito il diritto di spendere a propria discrezione. L’altro aspetto interessante della raccolta fondi in stile Obama è che, attraverso l’utilizzo del World Wide Web, il Senatore ha costruito una rete capillare di piccoli contributori anziché affidarsi agli assegni delle grandi compagnie. In marzo, la donazione media fatta ad Obama è stata di 96 dollari.In aprile, 1 milione e 475 mila individui hanno effettuato quasi 3 milioni di donazioni per un ammontare medio di 91 dollari ciascuna.
Le ultime previsioni indicano che Obama potrebbe arrivare a raccogliere altri 300 milioni di dollari da ora al 4 novembre. Forte di questa convinzione, Obama
ha cominciato a creare una organizzazione nazionale di proporzioni mai viste, mettendo assieme un'esercito di collaboratori da inviare per tutti gli Stati Uniti con l'obbiettivo di aprire uffici su tutto il territorio nazionale per coordinare il lavoro dei volontari, del porta a porta e del phone-banking (ovvero delle telefonate agli elettori). È la prima volta che un candidato alla Presidenza decide di investire risorse in tutti i cinquanta stati dell’Unione, anziché puntare a quelli che costituiscono tradizionalmente la propria base e ai pochi swing states che finiscono sempre per decidere il risultato del voto. Janis, una volontaria di Culpeper County, contea tradizionalmente repubblicana della Virginia, tiene un diario entusiasta della propria esperienza di attivista pro-Obama sul blog liberal Daily Kos. Raccontando del primo incontro con il rappresentante di Obama for America sul luogo, Janis scrive; “Io ero convinta che si trattasse di un altro volontario probabilmente con base nella Virginia della Nord venuto nella republicanissima Culpeper County per un avanti-indietro in giornata. E invece indovinate un po’?!? Questo ragazzo è un collaboratore di Obama, con uno stipendio, ed è stato mandato nella mia contea per lavorare a tempo pieno fino alle elezioni!”
Naturalmente, questo modello di raccolta fondi e questo rapporto con la base influenza in modo positivo le relazioni con la stampa. La disponibilità di denaro permette ad Obama di organizzare molti eventi e di avere il personale sul campo necessario a garantirne l’efficienza. La popolarità del Senatore, e la rapidità di comunicazione tra la campagna e gli attivisti data da Internet, fa sì che questi eventi abbiano pubblici numerosi ed entusiasti. Di conseguenza, i media non possono che riportare di questo movimento “dal basso”, funzionando quasi da altoparlante per il messaggio che la campagna di Obama vuole fare arrivare al resto del paese. L’ultima idea in questo senso è quella della Open Convention. Per vivacizzare l'atmosfera altrimenti prevedibile della convention di partito che si terrà a Denver a fine agosto, il team di Obama in collaborazione con il Partito Democratico ha deciso che il discorso di accettazione ufficiale della nomination, che i candidati vincitori normalmente tengono nel giorno di chiusura dei lavori di fronte ai delegati ammessi alla convention, verrà invece organizzato, quest'anno, all'INVESCO Field, uno stadio con una capacità di 75.000 spettatori. In questo modo Obama prova a trasformare un momento tradizionale e scontato del processo di nomination americano in un evento mediatico che porti ancora maggior attenzione sulla propria candidatura.
David Corn, sul blog che tiene per Congressional Quarterly, si chiede; "Che cosa potrà mai fare John McCain per stare al passo? Noleggiare una nave da guerra per il proprio discorso di accettazione della nomination? Annunciare, prematuramente, il bombardamento dell'Iran?"


valentina.pasquali@gmail.com


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ Alfred Landon, Michael Dukakis e Walter Veltroni

Walter Veltroni è sempre stato un appassionato di Stati Uniti quindi dovrebbe sapere che nel 1936 i repubblicani, disastrosamente sconfitti da Franklin Roosevelt quattro anni prima, presentarono come candidato alle presidenziali Alfred Landon, il governatore del Kansas. Landon rappresentava l’ala progressista del partito e condusse una campagna all’insegna del “Sì, ma”, facendo sapere agli elettori che era in gran parte d’accordo sugli obiettivi del New Deal, ma non sui metodi, e sostenendo che i repubblicani avrebbero potuto essere migliori gestori della ricostruzione economica di quanto non fossero i democratici.
Landon ottene un certo successo in novembre: il partito raccolse 16,7 milioni di voti contro i 15,8 di Herbert Hoover nel 1932: quasi un milione di voti in più. Peccato che Roosevelt, lo stesso giorno, ottenesse undici milioni di voti più di Landon, portando il distacco a 24 punti percentuali (60,9% contro 36,6%).
Landon, come i candidati successivi nel 1940 (Wendell Willkie) e nel 1944 (Thomas Dewey) era un’esponente di quella sfortunata generazione di candidati repubblicani che, di fronte alla popolarità e alla completa egemonia intellettuale del New Deal, non potevano trovare di meglio della politica del “Me, too”. Elezione dopo elezione dicevano ai cittadini “anche noi, anche noi” siamo capaci di gestire l’economia, far uscire il paese dalla Depressione, vincere la guerra. Purtroppo, gli americani continuarono a preferire l’originale alla copia per ben 20 anni, fino al 1952, quando la guerra di Corea e la popolarità del generale Eisenhower non fecero tornare alla Casa Bianca un repubblicano.
Il contrappasso dei democratici è stato più breve ma non meno duro per il partito: dopo l’elezione di Ronald Reagan nel 1980, per 12 anni i democratici scelsero dei candidati “Me, too”. Anche loro sarebbero stati capaci di ridurre le tasse, aumentare le spese militari, tagliare i servizi sociali: lo avrebbero fatto però in modo diverso, più compassionevole ed efficace dei repubblicani. Così Walter Mondale nel 1984 e Michael Dukakis nel 1988 cercarono di contrastare la popolarità di Reagan e la completa egemonia intellettuale del conservatorismo dialogando con i repubblicani e proponendo le loro versioni della riduzione delle tasse o del riarmo. Come prevedibile, gli americani continuarono a preferire l’originale alla copia.
Queste fasi storiche di debolezza dei due partiti americani hanno un’origine comune e ben identificata: il discredito in cui a volte cadono le idee di un partito a causa di eventi contingenti, come il crack di Wall Street nel 1929, o la stagflzione degli anni Settanta. Se a questo si aggiunge la popolarità personale del leader avversario, è comprensibile che i partiti di opposizione siano tentati di proporsi come pallida imitazione del partito di governo: una versione “Me, too” di chi gode la fiducia degli elettori.
I casi di Landon, Willkie, Dewey, Mondale e Dukakis dimostrano però che si tratta di scelte perdenti e questo non per motivi effimeri, o tattici, o di personalità: una legge bronzea della politica moderna sembra essere questa: “E’ sbagliato rinunciare a combattere l’egemonia intellettuale dell’avversario, anche quando questa sembra allo zenit”. Non esistono idee, o leader, che non si logorano nel tempo e gli elettori vogliono dall’opposizione A Choice, Not an Echo, titolo di un influente pamphlet di Phillys Schafly, che nel 1960 aveva capito questo principio meglio di quanto non accada oggi a molti politici italiani. La candidatura di Goldwater del 1964 fu la premessa della vittoria di Richard Nixon nel 1968 e del trionfo di Ronald Reagan nel 1980. O, come dice un simpatico politologo prestato alla politica attiva, “Meglio perdere che perdersi”.

fabrizio.tonello@unipd.it


Stefano Florio
Osservatorio Expo 2015/ Diario di bordo del 10 luglio 2008

Breve aggiornamento in ordine al processo di avvio del cantiere Expo 2015.
Le ultime 2 settimane sono state caratterizzate da alcuni fatti e da molte parole, cioè da un intenso chiacchiericcio rispetto all’istituendo assetto di governance relativo all’avvio del processo organizzativo.
Innanzitutto i fatti: il governo ha emanato il 25 giugno 2008 il Decreto Legge n. 112 con cui ha deliberato il quadro di stanziamenti di risorse da qui al 2015 per un totale di 1.486 milioni di euro di cui 30 per il 2009, ha nominato Letizia Moratti Commissario straordinario del Governo e ha previsto la creazione di un tavolo istituzionale per il governo complessivo degli interventi regionali e sovra regionali presieduto dal Presidente della Regione Roberto Formigoni. Lasciando però irrisolta la questione in ordine allo scioglimento del Comitato di Pianificazione – previsto per il successivo 30 giugno – e la creazione della nuova Società di Gestione incaricata della gestione del budget.
Siccome di fatto il 1° luglio il suddetto Comitato è decaduto, in assenza di atti governativi di proroga, il Sindaco Moratti ha esercitato i propri poteri commissariali rinnovando - d’ufficio si potrebbe dire – i 15 incarichi del personale impegnato nel cessato Comitato e ha provvisoriamente assorbito su di sé anche i ruoli del Segretario Generale ricoperto dal Dott. Paolo Glisenti e quello di Tesoriere svolto fino a quel momento dal dott. Franco Camera.
Ora il rumors vario sviluppatosi in queste ultime settimane: forte appare il contrasto che caratterizza attualmente i rapporti fra il Comune di Milano e la Regione Lombardia ed in particolare fra il Sindaco Moratti e il Presidente Formigoni, querelle che ha probabilmente pesato nel mancato decreto in ordine alla creazione della Società di Gestione. Non è mai stato un mistero infatti che la prospettiva di una governance tutta “meneghina” della partita incentrata sul duo Moratti-Glisenti (suo braccio destro e fra gli artefici del successo della candidatura) sia stata, fin dal 1° aprile, cioè all’indomani dell’assegnazione a Milano dell’evento, molto avversata non solo – come ipotizzabile per ragioni di politics - dalla Provincia di Milano ma anche e soprattutto da Regione Lombardia, spalleggiata in questo dalla Lega e forte della “longa manus” rappresentata dalla Compagnia delle Opere che è ben radicata in Fiera Milano e quindi nell’area espositiva Expo, perché timorosa di “perdere il treno” ed essere così esclusa dai giochi (con particolare riferimento al capitolo infrastrutture e trasporti legati all’evento).
Infatti, se la Moratti insiste per un assetto societario con una sorta di duopolio al vertice, la Regione spinge invece per la presenza di un CdA aperto a rappresentanti di tutte le istituzioni coinvolte a partire dal governo.
In questo braccio di ferro, molto delicata appare ora la figura del Dott. Glisenti dato da tempo per favorito numero uno alla carica di AD della nuova Società e ora invece “in sospeso” e in attesa di vedere in che modo il Presidente Berlusconi dirimerà la questione.
Da segnalare anche un certo attivismo da parte delle amministrazioni provinciali lombarde anch’esse desiderose di ritagliarsi un proprio “posto al sole” rispetto all’evento inquadrandolo ciascuna all’interno della propria vocazione territoriale e cercando di ancorarlo rispetto alle singole prospettive di sviluppo (si veda su questo l’articolo del Sole 24 ore del 9 luglio presente sul sito dell’Osservatorio Expo del CFP).
Staremo a vedere…... sarà un'estate calda per la politica non solo romana ma anche soprattutto a livello milanese dove, fra l’affaire dell’operazione dei derivati, la moschea musulmana di Viale Jenner e appunto la partita dell’Expo 2015, tutti i soggetti in campo saranno impegnati a sparare le proprie cartucce…..stando attenti però a non farsi a loro volta prima impallinare!

s.florio@libero.it


Raffaele Mauro
Le pari opportunità e la remunerazione del merito al centro di una nuova strategia di sviluppo

“Meritocrazia - Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto”, di Roger Abravanel, Garzanti, 2008. Prefazione di Francesco Giavazzi.

Il nuovo libro di Roger Abravanel ha tre pregi fondamentali: chiarisce la struttura di un tema  importante che riguarda il progresso dell’Italia, analizza in modo equilibrato la questione ed offre un approccio positivo e concreto nel proporre soluzioni.

Il primo merito del testo è la chiara definizione del problema. Infatti, dietro molte delle “emergenze” che colpiscono il nostro paese, come il ridotto peso economico-politico delle giovani generazioni e le inefficienze esistenti in molti settori della vita pubblica, c’è una causa fondamentale: la cronica carenza di meritocrazia. Tale fenomeno non riguarda unicamente la pubblica amministrazione, ma va a toccare molti altri corpi sociali come le università, gli ordini professionali e numerose imprese. L’effetto principale della scarsa valorizzazione dei talenti è il riprodursi di un modello sociale ineguale e ingiusto, in cui è molto basso il livello di mobilità sociale ed è ridotta la possibilità di cambiare la propria condizione tramite l’impegno nello studio e nel lavoro. Inoltre, dato che l’economia mondiale è sempre più fondata sulla conoscenza e sull’innovazione, la carenza di meritocrazia nelle imprese e nella vita pubblica ha degli effetti catastrofici sulle possibilità competitive del nostro paese.

L’autore non si limita alla pars destruens, la descrizione del “mal di merito” che colpisce la società italiana, ma cerca di definire e problematizzare il concetto di meritocrazia analizzandone la nascita e lo sviluppo. Sono inoltre esplorati alcuni casi studio di “fabbriche dell’eccellenza”, come le università della Ivy League negli Stati Uniti o l’ École Nationale d'Administration francese, per cercare di comprenderne i meccanismi di funzionamento fondamentali. Una parte importante del testo, che riesce a sganciarsi dalla retorica pessimista di molta saggistica attuale, espone anche alcuni “semi del merito” esistenti in Italia: si pensi alla Scuola Normale di Pisa, al gruppo dei “Ciampi e Draghi Boys” che hanno interagito con il Ministero dell’Economia, o ad alcune esperienze innovative di miglioramento dell’efficienza nel Tribunale di Torino. E’ infatti importante poter identificare anche ciò che funziona, in modo da estendere a tutti gli attori di riferimento i benefici dei sistemi organizzativi che sono stati particolarmente giusti, efficienti ed efficaci nel definire e nel realizzare i loro obiettivi.

Il secondo pregio del testo di Abravanel è quello di analizzare entrambi i lati dell’equazione della meritocrazia. In primis il lato della concorrenza, intesa come meccanismo di riconoscimento e valorizzazione dei talenti: fare in modo che il merito – in ogni campo di attività – sia individuato e remunerato in modo proporzionale, conferendo più risorse alle strutture e agli individui che operano con maggiore efficacia. L’altro lato dell’equazione della meritocrazia è quello delle pari opportunità: non ci può essere una competizione giusta se non ci sono condizioni minime ed eguali per tutti nell’accesso all’istruzione e alle carriere. Eventuali diseguaglianze sostanziali devono essere riparate. Per esempio, nell’ambito universitario, potrebbe essere studiato un programma nazionale di borse di studio per ragazzi/e meritevoli che non hanno la possibilità di pagare i costi di iscrizione, di frequenza e di alloggio in città diverse da quella di origine.

Il terzo fattore che rende “Meritocrazia” una lettura importante è la chiara esposizione di soluzioni concrete basate su esempi storici di efficacia, strutturando il discorso in quattro proposte fondamentali. La prima è la costituzione di una “delivery unit”, costruita sul modello sviluppato da Tony Blair e Michael Barber, vale a dire di una unità di intervento per l’implementazione di riforme nella pubblica amministrazione. Lo scopo di questa task force, formata da un numero ristretto di giovani selezionati rigidamente, è quello di migliorare rapidamente l’efficacia e l’efficienza di alcuni processi molto concreti, ad esempio il tempo di attesa per una TAC nell’ambito del sistema sanitario nazionale. Inoltre, la modalità di selezione del personale della delivery unit fornirebbe un segnale all’intero sistema della p.a.: potrà raggiungere ruoli chiave solo chi raggiunge elevati livelli di competenza, è capace di risolvere i problemi complessi legati alla tutela dell’interesse pubblico e riesce a realizzare miglioramenti significativi nel proprio ambito di lavoro, modificando metodi e regole operative. La seconda proposta è  l’adozione di test standardizzati su base nazionale, simili al SAT americano, al fine di avere un elemento oggettivo ed indipendente nella valutazione degli studenti e delle scuole. Questo strumento, anche se presenta molti limiti e non è esente da critiche, permetterebbe avere un importante elemento informativo nel capire quali istituzioni scolastiche stanno migliorando o peggiorando la propria performance nel fornire delle competenze di base ai propri allievi. Inoltre permetterebbe alle università, insieme ad altri criteri come interviste, voti scolastici, prove di ingresso, etc., di avere un elemento di valutazione  dei candidati che sia meno soggetto a distorsioni di natura soggettiva. La terza iniziativa da realizzare è la formazione di un’Authority per l’economia con l’obiettivo di deregolamentare in modo credibile, indipendente e trasparente alcuni settori, in particolare nell’ambito dei servizi locali e delle professioni. Lo scopo di questa struttura è evidente: se non ci sono le condizioni di base per una concorrenza effettiva, in cui le regole sono rispettate da tutti e non ci sono asimmetrie arbitrarie di potere, non si può costruire un discorso di natura meritocratica. L’ultima proposta riguarda la condizione femminile che, come è noto, è fortemente discriminata nell’accesso alle carriere dirigenziali. In questo caso Abravanel propone alcuni strumenti, come un sistema di affermative action per l’accesso ai consigli di amministrazione, che possano sbloccare alcune rigidità del sistema attuale e che permettano di attingere al grande bacino di talenti inespressi che esiste nell’ambito del lavoro delle donne. 

Si può non essere d’accordo con alcuni degli esempi citati dall’autore, o con alcune delle proposte da lui presentate. Nonostante ciò bisogna riconoscere che il libro di Roger Abravanel è un passo importante per l’inquadramento di un problema significativo ed urgente, specialmente per quanto riguarda le giovani generazioni ed il loro futuro. E’ fondamentale promuovere un dibattito riguardo modalità, tempi e strumenti della meritocrazia: la situazione italiana è completamente sbilanciata nel senso opposto, mancano le condizioni di base nell’eguaglianza di opportunità ed il talento viene ignorato sistematicamente. La meritocrazia non è uno slogan, è un tema molto concreto che tocca la vita di tutti e che va affrontato con decisione ed intelligenza.

raffaele.mauro@phd.unibocconi.it



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