Nadia Bettazzoli
Pianeta adolescenti. Pre- occuparsi o occuparsi?
Voglio subito indicare la metafora psicologica nella quale intendo inscrivere l’adolescenza: adolescenza come età dell’oro, secondo la felice immagine di Fabbrini e Melucci. Le mie riflessioni pertanto vanno a dispiegarsi tenendo conto delle potenziali e abbondanti risorse, che l’adolescenza possiede, se pur in un periodo dell’esistenza umana difficile, in quanto contrassegnato dal bisogno di darsi coerenza, senso, unità, identità. Partire da questa profezia positiva è fondamentale, ritengo, per individuare le strade risolutive ai problemi che oggi il complesso mondo adolescenziale pone. Lo è ancor di più, in un momento politico- culturale, in cui sembrerebbero imporsi prospettive educative, che fanno dell’emergenza la propria strada maestra e si nutrono di profezie negative, del resto sempre più diffuse, negli ultimi mesi, in molti altri ambiti della vita socio-politica del nostro Paese.
Reputo che vie d’uscita ci siano, se con realismo si parte dalle risorse possedute da tutte le parti coinvolte nel sistema giovani, quali la famiglia, la scuola, le agenzie del tempo libero, ecc.
Quale la situazione psicologica, esistenziale degli adolescenti, oggi?
A partire dalla mie esperienze professionali di psicoterapeuta, nonché di docente di filosofia nella scuola secondaria, reputo di poter dare una descrizione del pianeta giovanile, secondo gli elementi che seguono, a partire da uno sguardo che si lascia contaminare dall'oggetto osservato, secondo la prospettiva sistemica e un orizzonte sincronico- processuale. Il mondo adolescenziale, dunque, non è guardato a sé, come a una monade, ma è visto in un rapporto circolare, di reciprocità con il mondo adulto, che non può non mettersi in gioco all'interno delle analisi svolte e dei fatti rilevati. E l'adolescenza è quel periodo che non termina per passare definitivamente ad un'età senza problemi e crisi, ma che tiene aperti sul resto della vita gli apprendimenti della crisi stessa. Incontro sempre più spesso adolescenti vulnerabili, timorosi nell’affrontare la discontinuità del passaggio dal tranquillo mondo infantile a quello adulto, timorosi nell’effettuare quel salto in avanti che Conrad identifica nella linea d’ombra, che ci avvisa che la prima giovinezza deve essere lasciata indietro.
Paura di crescere, scarsa autostima, scarsa autonomia, rimozione, evitamento, ansia, depressione, disturbi del comportamento, difficoltà di apprendimento, precoce consumo di alcool e droghe definite leggere, non capacita’ di sopportare le frustrazioni, le sconfitte scolastiche, la fatica del lavoro, dell’impegno…
Già, i problemi sono molti, ma del resto, ogni momento storico ha le proprie connotazioni: piangerci sopra, come spesso accade, con atteggiamenti giudicanti, nostalgici dei bei tempi perduti non serve. E comunque, non tutti gli adolescenti vivono queste situazioni! Si tratta, quindi di prendere atto della realtà e, in virtù di una sua analisi, trovare possibili strade risolutive.
Incomincio col dire che un comune e fondamentale denominatore dei malesseri dei giovani è l’analfabetismo emotivo, per il quale non si ha la capacità di elaborare i conflitti, di riconoscere i sentimenti, di contenere l’aggressività. Giovani non desideranti, vuoto emotivo, ma anche giovani soli, con i loro diversivi tecnologici.
Giovani che comunicano poco in famiglia e genitori che, oberati dalle fatiche lavorative, spesso cadono nella tentazione di assolvere ai loro compiti di sviluppo, attraverso la strada della seduzione commerciale. Giovani che comunicano poco anche a scuola, dove i docenti, presi dallo svolgimento dei programmi e poco motivati per la crisi indubbia del loro ruolo sociale, sono essi stessi poco coinvolti nel processo educativo e non riescono a vedere gli alunni nella loro globalità, secondo una dimensione formativa, che vada oltre l’istruzione. Le sofferenze dei giovani, oggi, del resto, non hanno una matrice solo psicologica, ma riflettono la crisi culturale della società contemporanea, che vive in un mondo “decentrato”, dove si sono persi riferimenti ed escatologie tradizionali.
In questo scenario, i ruoli sociali sono sempre più frequentemente instabili, il mondo adulto non sa più svolgere in modo naturale il proprio ruolo educativo, verso il quale si sente inadeguato; gli educatori avvertono di aver perso la propria autorevolezza e i giovani sentono di avere meno punti di riferimento. Che fare?
Nodale sarà un’azione educativa della scuola e della famiglia, che anziché operare per forza d’inerzia e all’interno, ripeto, di profezie catastrofiche, ri-prenda in mano il proprio ruolo formativo, le proprie responsabilità, dandosi nuovi strumenti e obiettivi comuni, puntando su ciò che più di tutto appare oggi fallimentare. Mi riferisco a due componenti fondamentali dell’educazione, ossia alla normatività e all’educazione emotiva.
L’ambito normativo (regole prescrizioni, convenzioni, tese a ordinare, disciplinare gli scambi relazionali e la convivenza civile) viene comunemente identificato dagli adulti come l’unico compito educativo. Oggi appare tuttavia sempre più carente e ciò viene messo in luce dall’istituzione scuola, a partire dalle materne. Ma gli adolescenti vogliono regole, magari per rifiutarle. L’educazione emotiva, con la quale si realizza la capacità di leggere, riconoscere, gestire le proprie emozioni e quelle degli altri, prepara ad una crescita equilibrata dell’individuo. Viene quasi sempre elusa, non intesa come un compito di sviluppo, eppure è fondamentale. E’ un tipo di apprendimento più difficile da insegnare, senza regole standardizzate, ma che possiede, criteri di riferimento; viene trasmessa con un’azione educativa, che sappia a sua volta relazionarsi, comunicare, attraverso le emozioni, a partire dai bisogni dell’adolescente. Educazione emotiva e normatività, dunque, i nodi forti su cui lavorare, secondo una logica di reciprocità. Più facile sarà realizzare l’interiorizzazione della normatività, se verrà stabilito un ponte emotivo tra adolescente e adulto. D’altra parte lo sviluppo dell'empatia è favorito in modo corretto, se ciò avviene all’interno di confini normativi e relazionali. Da questi nodi forti, dalla realizzazione di una comunicazione efficace, potranno emergere quelle capacità, oggi deboli e sopra delineate, tese alla costruzione di un’identità, che ritrovi e abbia la consapevolezza della propria virtù, ossia di quelle risorse che albergano in ognuno di noi.
Aiutare il giovane a scoprire la propria virtù, in una prospettiva di relazione con gli altri: questa, credo, sia la strada da seguire.
“Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza”, con questo noto aforisma mediceo Stefano Florio, nel suo pezzo della newsletter del 27 giugno, esprime, con una certa preoccupazione, le inquietudini oggi diffuse, in questo caso, nei trentenni milanesi, nonchè le incertezze presenti e future.
Tutto vero, verissimo, ma ristrutturando la situazione e capovolgendo lo sguardo, di fronte all’assenza di certezze, io dico :-Ebbene, si!-
E guarderei al futuro come promessa, non come minaccia.
Con questo atteggiamento, si può aprire la strada per una ricerca culturale, valoriale, che sia sorretta da uno spirito critico, laico e desiderante insieme, teso alla costruzione creativa della propria esistenza nel mondo, attraverso quella tenacia d’animo, che permette il superamento degli ostacoli e oltrepassa le logiche ingannevoli delle varie “emergenze”.
L’adolescente, dunque, come il viandante, secondo la bella figura di Nietzsche, ripresa da Galimberti, percorrerà le strade dell’esistenza, con la gioiosa curiosità di scoprire se stesso, gli altri, in un’espansione della vita. E a tutto ciò, egli, del resto tenderebbe in modo naturale.
In questo viaggio non sarà solo, ma saprà di avere accanto a sè adulti consapevoli dei propri ruoli e responsabilità.
nadia.bettazzoli@alice.it