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Home » Newsletter n. 136 - 18 luglio 2008

CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 136 – 18 luglio 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 136, l’ultimo numero prima della pausa estiva.
Nell’augurarvi le migliori vacanze, Vi rinnoviamo l’appuntamento con CFP NEWS a partire da venerdì 12 settembre.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Nicola Pasini, Alessandro Fanfoni
Non sia mai…


Davide Biassoni
Contesto ed obiettivi di una riforma


Enrico Bellini
Un saggio pilota tra le turbolenze


Luciano Fasano
Uccidere il padre


Davide D’Alessandro
In Abruzzo il vero Pd?


Matteo Bonecchi
Alitalia… in attesa delle decisioni


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Il Congresso americano e l’Iran


Roberto Adamoli
Sarkozy rilancia il Mediterraneo come fattore di pace e di sviluppo


Simone Comi
L’accordo nucleare indo-statunitense e le ripercussioni sulla stabilità del Governo di New Delhi


Fabrizio Tonello
Roosevelt e Colui-Che-Non-Può-Essere-Nominato


Valerio Pulga
Estate 2008, tra sogni e realtà


Nadia Bettazzoli
Pianeta adolescenti. Pre- occuparsi o occuparsi?


Visualizza versione stampabile




Nicola Pasini, Alessandro Fanfoni
Non sia mai…

L’ultimo numero della nostra newsletter prima della pausa estiva ci induce ad un qualche bilancio “da fine anno”, una sorta di “a che punto siamo?”.
Dopo la drammatica interruzione anticipata della XV Legislatura, la XVI era sorta sotto gli auspici di un rinnovamento sostanziale e non solo formale dell’orizzonte politico. Da una parte, la fine dell’Unionismo e la nascita di un Partito democratico “dalle mani libere” non solo ponevano le condizioni per un ripensamento radicale del bagaglio culturale del centrosinistra in chiave riformistico-liberale, ma innescavano un drastico ridimensionamento della rappresentanza politica e un salutare consolidamento dell’offerta unitaria del centrodestra attraverso la nascita del Pdl. Una siffatta ristrutturazione e semplificazione dell’offerta politica, rafforzata dalla reciproca disponibilità di Veltroni e Berlusconi ad aprire un confronto costruttivo sulle emergenze di sistema, aveva suscitato la legittima aspettativa che la nuova legislatura serbasse responsabilmente uno “spirito costituente”, tanto che si era parlato della nascita di un’auspicabile Terza Repubblica.
Il risveglio è stato brusco. Gli eterni guai con la giustizia di Silvio Berlusconi da una parte, la debolezza della leadership di Veltroni dall’altra, hanno di colpo precipitato nuovamente il paese nello scenario – da Seconda Repubblica - di una sterile contrapposizione a somma zero, di una democrazia immatura nella quale il riconoscimento reciproco tra avversari politici, la loro salutare alternanza al governo e l’ancor più sana collaborazione nel riformare l’architettura istituzionale, fanno difetto.
L’auspicato tavolo costituente è stato repentinamente rovesciato in barricate da opposti fanatismi alimentati dalla doppia debolezza dei due leader che lo avevano evocato. Da una parte, Berlusconi eternamente perseguitato dai suoi processi e, quindi, ossessionato dalla resa dei conti con la magistratura; dall’altra parte, Veltroni e il venir meno della promessa di rinnovamento (soprattutto della cultura politica) del Pd che è andata ad incagliarsi nella sconfitta elettorale e nell’eccessiva, per certi versi inspiegabile, timidezza della gestione del dopo.
Ora, per quanto riguarda il governo e l’ampia maggioranza parlamentare che lo sostiene (Lega Nord permettendo), siamo consapevoli della difficoltà oggettiva, nel corso dell’attuale legislatura, a mantenere le promesse fatte dal centrodestra in campagna elettorale. In un mondo sempre più interdipendente, la congiuntura economica internazionale impedisce anche alle migliori politiche economiche domestiche di avere ampi margini di manovra nel rilanciare la crescita. E non si può dire che Berlusconi&Tremonti siano fortunati; oggi, come nel 2001, le variabili esogene condizionano fortemente l’andamento dell’economia italiana. Tuttavia, pur avendo aperto molti fronti (giustizia, sicurezza, rifiuti, Robin tax e federalismo fiscale, Alitalia-Malpensa, scuola, università e pubblica amministrazione, Expo 2015 ecc.) per modernizzare il Paese, il governo in carica sembra, almeno finora, senza una direzione certa, come se tirasse il freno con l’acceleratore pigiato. Il tutto all’insegna dell’emergenza.
Ma se Atene piange (?), Sparta certo non ride. Chi è, che cos’è oggi il PD? Sebbene sia comprensibile una fase di disorientamento alla ricerca della propria identità in quanto progetto in progress e reduce da una sconfitta elettorale cocente, non altrettanto è giustificata l’incapacità dei propri dirigenti a ‘studiare’ un convincente progetto per l’Italia. Sembra quasi che la sconfitta e gli errori ripetuti dal centrosinistra non siano serviti per capire la distanza tra il PD e l’Italia. Invece, non si vuole prendere atto che il patrimonio valoriale, culturale, organizzativo, propagandistico che ha fatto la storia, sia pur in modo differente e in parte alternativo, dei due principali partiti della Repubblica italiana fino agli anni ’90, DC e PCI, è parte dell’Italia che fu, non della sua realtà odierna. Di qui si deve partire, prendendo il toro per le corna, nella consapevolezza che la politica oggi difficilmente riesce a dare un senso ai membri della società.
Non vorremmo trovarci nella situazione paradossale che, nonostante la realistica mediocre riuscita del governo Berlusconi, per l’ennesima volta, le forze alternative non fossero all’altezza della sfida. Non sia mai che qualcuno alzandosi, legittimamente dicesse: turiamoci il naso, ma con Berlusconi restiamo. E chi è causa del suo mal…



Davide Biassoni
Contesto ed obiettivi di una riforma

Il seminario promosso ed organizzato a Roma da diverse associazioni politiche e culturali, fra le quali Italianieuropei (Massimo D’Alema), con la partecipazione di personalità di spicco (oltre all’ex Ministro degli Esteri, erano presenti Rutelli, Casini, Calderoli, Veltroni ed altri ancora) ha debolmente sollecitato l’attenzione sul mai-risolto problema delle riforme istituzionali, tra le quali primeggia il tema della legge elettorale. Si tratta di una questione attualmente molto marginale e il governo non ha nessuna intenzione, né convenienza, a riaprire un dibattito che alla fine della scorsa legislatura fu del tutto inconcludente. All’orizzonte vi sono le elezioni europee con un sistema di voto estremamente proporzionale e secondo “voci di corridoio” non manca l’intenzione di apportare significativi cambiamenti, aumentando il numero delle circoscrizioni (ora solo cinque per tutto il territorio nazionale) e inserendo una clausola di sbarramento anti-frammentazione. Per quanto concerne, invece, la legge per il Parlamento italiano, non si può dimenticare la futura celebrazione del referendum, rinviato in seguito allo scioglimento delle Camere dopo la caduta del governo Prodi. La questione principale, in questo caso, riguarda la possibilità di lasciare esclusivamente la parola agli elettori nel modificare la Calderoli, oppure intervenire con correzioni radicali o con una nuova legge tout court per evitare la consultazione. Ad ogni modo, non esiste un sistema elettorale migliore in senso assoluto: ogni modello, infatti, dispone di certe caratteristiche che lo rendono più o meno adatto al perseguimento di determinati scopi. Inoltre, secondo punto, bisogna sempre considerare la configurazione presente del sistema dei partiti: qual è la sua struttura e composizione nell’Italia odierna? La situazione è evidentemente molto cambiata rispetto al periodo precedente alle elezioni di aprile: il numero dei partiti presenti in Aula si è notevolmente ridotto e da questo dato bisogna partire per comprendere quali siano oggi le esigenze del paese e quali scopi si intendano raggiungere. Il dilemma è: rafforzare e incentivare il bipolarismo in fieri, oppure riaprire il panorama politico a forze attualmente escluse? Se il modello francese promuove il dualismo fra due grandi partiti e quello spagnolo altrettanto (seppur in misura minore), il sistema tedesco riproposto dal suddetto seminario lascia a tal proposito molte perplessità: sono noti, infatti, i suoi esiti proporzionali nella distribuzione dei seggi visto che il voto di lista è quello che determina l’ammontare complessivo di seggi (a livello nazionale) spettante a ciascun partito. Non v’è dubbio che le due aree politiche più nettamente interessate all’introduzione di questo modello siano, da un lato, il centro democristiano attualmente compresso dal duello PD-PDL e, dall’altro, la sinistra radicale incapace di far eleggere anche un solo candidato nelle ultime elezioni di primavera. Che il modello tedesco non protegga il bipolarismo è evidente anche dalla situazione attuale in Germania: con cinque partiti rilevanti, e con la sinistra del PDS in crescita, la Grande Coalizione ha posto una toppa a una situazione politica che rischiava (e rischia) di arenarsi nello stallo. Davvero, Veltroni e Berlusconi, leader di due grandi forze in via di consolidamento, hanno interesse a riaprire le porte ai loro alleati-rivali, desiderosi comprensibilmente di tornare a dettare assetti ed equilibri della politica italiana? La legge attuale ha certo molte lacune: bisognerebbe abolire la possibilità di coalizione pre-elettorali e dare ai cittadini la possibilità di personalizzare il voto mediante la scelta dei candidati, ma sul primo punto può provvedere il referendum. Se il PD vuole salvare la sua vocazione maggioritaria dovrà necessariamente abbandonare ogni soluzione prossima al sistema elettorale tedesco.

davide.biassoni@unimi.it


Enrico Bellini
Un saggio pilota tra le turbolenze

Il concitato periodo di turbolenze sul tema giustizia-politica che oggi sembra sopito, avrà sicuramente conseguenze nel rapporto tra governo e opposizione. Ma guardando a ciò che è accaduto, possiamo tirare un sospiro di sollievo e al contempo identificare un protagonista positivo di questa fase: il Presidente della Repubblica.
Non è grazie ai due leader (Berlusconi e Veltroni, ma forse ormai dovremmo aggiungere D’Alema), non è grazie a piazza Navona e ai suoi “Guardiani della Costituzione” guidati da Di Pietro e Grillo, ma nemmeno grazie al Csm e ai magistrati, se la nottata sembra passata. Il triplice “salvataggio” (dell’ordinamento giudiziario, delle istituzioni, della possibilità di dialogo futuro sulle riforme) è stato portato a termine da Giorgio Napolitano che, da una posizione nettamente (e fieramente) super partes, ha saputo mettere in atto una strategia politica perfetta.
Abituati a Presidenti “picconatori” o che “non ci stavano”, ancora più forte appare il lavoro sottotraccia di Napolitano. Quello che è stato chiamato il “silenzio operoso” del Presidente è un mix di appelli e moniti ufficiali (come la lettera al Csm, con cui ha richiamato all’ordine giudici e governo, senza umiliare o esaltare né uno né l’altro) e di azioni e pressioni ufficiose (come la “diffusione” dei suoi stati d’animo, così da dare indicazioni senza esprimersi). Tutto ciò in un contesto politico-istituzionale complicato.
D’innanzi a sé, infatti, trovava una maggioranza che agiva in un’ottica quasi totalmente “absoluta”, senza freni di tipo politico (visti i risultati elettorali e i numeri alle Camere) o di rispetto delle regole. Allo stesso tempo, il principale partito dell’opposizione, assediato a destra (dove il governo lo delegittimava chiudendo il dialogo) e a sinistra (dove l’alleato, ormai ex, Di Pietro lo delegittimava bollandolo come “collaborazionista”), sceglieva la strategia di ostacolare indirettamente il Presidente (lo strappo di Veltroni contro il presidente della Camera Fini), minando i suoi tentativi.  A ciò si aggiungeva una piazza che lo prendeva di mira e una magistratura che, incurante della delicatissima situazione politica, sembrava voler perseverare nella sua strategia del muro contro muro. Quattro protagonisti, una sola logica, irresponsabile.
Solo la presenza alla più alta carica dello Stato di un uomo fermo nella volontà di interpretare un ruolo di garanzia, senza cedere a nessuno degli strattoni giunti alla sua giacchetta, ha consentito di fermare un meccanismo infernale ormai azionato.
Un tavolo di mediazione è così di nuovo possibile, dopo che i protagonisti, chi per troppo e chi per troppo poco potere di mediazione, non volevano più sedervisi. Un tavolo più che mai necessario per affrontare quelle riforme che il Presidente, in una recente intervista all’agenzia di stampa Itar-Tass, ha rilanciato come prioritarie (legge elettorale, federalismo, alcune modifiche costituzionali). Augurandoci che in futuro proprio Napolitano possa ritornare ad indossare solo questa veste, di colui che vigila e segnala le priorità, invece che quella di “pilota d’emergenza” che salva la carovana dal precipizio.

ebellini83@gmail.com


Luciano Fasano
Uccidere il padre

Uccidere il padre è sicuramente una priorità, specie per un partito che si intende come un soggetto attivo del cambiamento. La classe dirigente del centrosinistra, nel PD ma non solo, è da troppo tempo ormai eguale a se stessa. Una fotografia sbiadita, consumata dal tempo, di un vecchio gruppo di compagni di scuola sempre più in difficoltà nel leggere la società italiana con strumenti concettuali e strategie politiche profondamente innovative.Non c'è dubbio: questo è un male profondo della società italiana ed uno dei pochi tratti distintivi sui quali i partiti riflettono in maniera pressoché speculare la società stessa. Come dire: ormai i partiti riflettono la società soltanto nelle sue patologie.
Il punto che però occorre chiarire (e discutere) concerne “come” uccidere il padre. E qui la riflessione diventa più difficile. Sì, perché la distinzione anagrafica come prospettiva politica appare piuttosto fragile, sotto il profilo strategico e tattico. Certo, la nascita del PD è stata contrassegnata da una dilagante ondata di giovanilismo, utilizzata anche senza alcuna dissimulazione in chiave spesso esclusivamente strumentale. Qualcuno ha provato a sfruttare la situazione,   senza nulla obiettare circa il ripetersi delle logiche cooptative del passato (com'è noto, infatti, il principio della cooptazione non ha validità universale: si applica esclusivamente agli altri, mai a se stessi!). E su questo terreno gran parte della critica generazione è andata progressivamente perdendo di credibilità. La questione generazionale resta invece aperta per quel che riguarda gli “outsider”, coloro che per così dire sono rimasti “fuori dal giro”. Anche se non è ben chiaro che cosa ciò significhi, poiché fra quelli che si considerano “outsider” vi sono anche alcuni che (loro malgrado e con grande sofferenza) sono membri a tutti gli effetti della direzione nazionale.
Ma il vero problema è forse un altro, e cioè che finora nessuno fra i sostenitori della discontinuità generazionale è stato in grado di individuare una linea di conflitto politicamente rilevante ai fini del confronto politico. Tant'è che nel nutrito esercito di coloro che manifestano una conclamata intenzione di “uccidere il padre” si ritrovano sostenitori di ogni genere di posizione e del suo contrario. Anche se tutto ciò non sembra preoccupare, poiché quel che conta è ripetere come una giaculatoria la richiesta di ingresso, attribuendole quel tanto di valenza rivendicativa che basta a farne uno strumento di visibilità.
E' vero, come osservava Umberto Saba, che il nostro paese è più uso ai fratricidi che alle rivoluzioni, ma se la spinta al rinnovamento non vuole implodere nel vuoto di un'aspirazione palingenetica così come accadde ai movimenti rivoluzionari della seconda metà del Novecento, è necessario attrezzarsi con maggiore senso di realtà. Come infatti insegna l'epistemologo Kuhn, ogni cambio di paradigma si contraddistingue per un passaggio dal piccolo al grande, dal qualitativo al quantitativo, per diffusione, così che nel procedere del tempo quello che era il vecchio paradigma venga sostituito dal nuovo. Un meccanismo sostanzialmente simile trova applicazione anche, quando non addirittura soprattutto, in politica, laddove il cambiamento di paradigma è necessariamente subordinato alla creazione di consenso.
Uccidere il padre è dunque quanto mai necessario, oltre che lecito. E forse lo è ancora di più nel caso del PD, poiché sarà in conseguenza di un passaggio come questo che si potrà finalmente dire che il nuovo partito è nato. Ma se non si capisce che per uccidere veramente il padre occorre costruire una piattaforma politica in grado di mettere in discussione la leadership attuale, sfidandola su priorità e strategie, rispetto al modo con cui tornare alla guida del paese, si rischia soltanto di compiacersi della propria differenza, che se peraltro dipende da un dato esclusivamente generazionale rischia di essere caduca come il tempo. Purtroppo gran parte delle idee e delle proposte finora emerse sono sembrano adatte alla prova. E così, invece di uccidere il padre, si rischia di scivolare sulla saliva che abbiamo lasciato sul pavimento con il nostro ultimo rigurgito.

luciano.fasano@unimi.it


Davide D’Alessandro
In Abruzzo il vero Pd?

E se in Abruzzo, grazie allo scandalo sanità, nascesse il vero Pd? La domanda non è ingenua e l’occasione potrebbe essere persino storica. Che cosa racconti ai cittadini durante la campagna elettorale per le nuove elezioni regionali? E, soprattutto, a quale personale politico ti affidi? Chi candidi? Scegli nelle stanze buie del potere o apri finalmente alla gente la selezione vera della nuova classe dirigente con primarie libere, senza bloccare le liste? Giochi in difesa, sperando di salvare il salvabile, o guardi in faccia la tragedia e la sfidi dando vita a un nuovo modo di pensare e fare politica? Resti prigioniero dei vecchi mandarini o vai alla scoperta di forze fresche, che hanno idee ed energie non per costruire una carriera politica, ma la POLITICA?

Facce nuove, ha tuonato Remo Gaspari. Ha ragione. L’ex leader ha aggiunto:”La classe politica regionale se ne deve andare via, a casa. Non ci si può limitare a dire chi è colpevole e chi no. Chi sapeva è complice, chi non sapeva e non si è accorto di nulla non è capace di amministrare. E’ necessario ripulire il campo interamente. Se si vota bisogna fare liste con persone nuove, solo così possiamo sperare in un Abruzzo nuovo e diverso”. Ecco la sfida che può raccogliere il Pd per dimostrare di aver capito. Perde? Che importa? Lunedì, in Abruzzo, è tutto finito per un sistema rivelatosi marcio. Ma la politica non finisce, la politica deve andare avanti. E resta in attesa del nuovo Pd, del vero Pd. Quello visto finora, anche in Abruzzo, è servito soltanto a mascherare il volto di chi non aveva più volto. Diciamolo.

lapolis@tele2.it


Matteo Bonecchi
Alitalia… in attesa delle decisioni

La vicenda Alitalia ha avuto un calo di attenzione da parte dei media a seguito del prestito di 300 milioni di euro e del mandato a Banca Intesa e ad Ermolli. La pressante campagna mediatica passata ha causato una ulteriore sofferenza alle gia malandate casse della compagnia di bandiera. Infatti, il calo delle prenotazioni estive e sicuramente stato influenzato anche dal clima di incertezza sulla continuità aziendale alimentato dalla stampa e dai media in genere. Il nuovo governo ha iniziato il lavoro di risanamento e rilancio nominando Banca Intesa ed Ermolli come consulenti per la definizione del piano industriale e per la ufficializzazione della cordata degli imprenditori che dovrebbero finanziare il rilancio dell’azienda. Sembra inoltre che si preveda un conferimento di AirOne all’interno di Alitalia, creando cosi un vettore leader nel mercato nazionale.  In questo modo non solo si salva Alitalia ma anche AirOne la cui situazione finanziaria è delle più solide.
Il risultato dovrebbe prevedere che la nuova Alitalia possa contare sulla leadership del mercato nazionale, come avviene negli altri paesi europei dove le ex compagnie sono leader del mercato nazionale, ma anche l’aumento della massa critica di aeromobili e di ordini di nuovi aerei, necessari sia per lo sviluppo del mercato da e per l’Italia che di migliorare il rapporto personale di terra/aeromobili. Questo aumento non deve pero eliminare la necessaria rinegoziazione dei contratti del personale di terra e dell’inevitabile taglio di personale. Si parla di 6000-7000 persone che dovranno lasciare l’azienda, male necessario ma inevitabile e da quantificare in modo corretto. Anche in questo caso alcune proposte innovative potrebbero ricollocare parte degli esuberi in nuove strutture esterne il perimetro aziendale comunque di supporto. Questo però rappresenta solo il punto di partenza per la creazione di un vettore di nuova generazione e solido, capace di potersi confrontare con i concorrenti stranieri che agiscono velocemente ai mutamenti del mercato. Dal punto di vista del mercato Alitalia però anche con il conferimento di AirOne deve risolvere i “soliti” problemi: sbilanciamento della flotta verso il settore di corto e medio raggio, nonostante l’ordine di aeromobili di Airone di lungo raggio che in parte andranno a sostituire gli aeromobili vecchi di Alitalia e la ridefinizione degli accordi con i partner. I nodi degli aeroporti italiani e il la ripartizione del traffico tra gli aeroporti milanesi. La duplicazione delle funzioni con AirOne e la gestione dei marchi.

Questa ipotesi è sicuramente migliore rispetto ad una vendita ad Air France, che avrebbe ulteriormente ridotto Alitalia ad un vettore di feederaggio verso gli Hub di Parigi ed Amsterdam.
Dal punto di vista politico è interessante notare come l’opposizione anche in questo caso non sia particolarmente attiva, non interviene in modo costruttivo, non ha argomenti se non la critica fine a se stessa. Dove sono i “cervelli”? L’innovazione tanto annunciata in campagna elettorale? Dove sono i fatti e le proposte? Anche in questo caso le critiche fatte sono state tante, ma mancano le soluzioni (pratiche) suggerite. Quanto meno il governo ha intrapreso una strada difficile ma che si pone come obiettivo il mantenimento della compagnia nazionale, con una sua identità e indipendenza.
Speriamo che il piano che verrà prodotto ed esposto sia in linea con le attuali tendenze del mercato, che vede un alto costo del carburante che segna pesantemente i bilanci delle compagnie aeree in tutto il mondo. I vettori stanno reagendo cercando formulando nuovi modelli organizzativi che vedono la fusione dei servizi comuni non differenzianti in modo da creare sinergie e strutture più snelle a livello globale. Sperando in un mutamento dell’atteggiamento dell’opposizione su questi temi nazionali, che veda un suo contributo costruttivo per la definizione di un nuovo modello aziendale non possiamo che rimanere in attesa delle soluzioni che ci verranno presentate nei prossimi giorni.

bonecchimatteo@tin.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Il Congresso americano e l’Iran

Washington D.C. – In un clima di generale di cauta apertura verso l’Iran, il Congresso degli Stati Uniti rimane, da solo, trincerato dietro una politica aggressiva e punitiva nei confronti di Teheran.
Mercoledì, il Presidente George W. Bush ha annunciato che manderà l’Ambasciatore William Burns, sottosegretario agli esteri e uomo di punta dell’Amministrazione sull’Iran,  come osservatore all’incontro che si terrà a Ginevra il prossimo 19 luglio tra rappresentanti del governo iraniano e del gruppo P5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la Germania) e dove si discuterà della possibile via diplomatica per la risoluzione della crisi nucleare. Burns parte per la Svizzera con il compito di ascoltare quali siano, nella pratica, le richieste di Teheran.
La settimana scorsa, in una testimonianza di fronte alla Commissione Relazioni Estere del Senato, Williams Burns aveva sottolineato che “il comportamento del regime iraniano pone una minaccia seria alla stabilità del mondo,” ammettendo però che è giunto il momento che Washington persegua una strategia che metta pressione sul governo di Ahmadinejad ma che, al contempo, renda chiaro a Teheran quali siano siano i vantaggi di un’eventuale cooperazione con la comunità internazionale. “Sono convinto che non possiamo farlo da soli e che una forte coalizione internazionale sia essenziale,” ha detto il sottosegretario Burns rivelando un inusuale propensione al multilateralismo da parte dell’Amministrazione Bush.
Il quotidiano inglese The Guardian, inoltre, ha riportato giovedì che gli Stati Uniti starebbero preparandosi ad inviare una propria rappresentanza diplomatica a Teheran per la prima volta dalla Rivoluzione Islamica del 1979 e che Washington potrebbe aprire una sezione d’interesse americano presso l’Ambasciata Svizzera a Teheran già dal mese prossimo. Nel frattempo però, il Congresso pare determinato a complicare la situazione. Martedì,
i Senatori Christopher Dodd (Democratico del Connecticut) e Richard Shelby (Repubblicano dell’Alabama) hanno annunciato di aver trovato un accordo bipartisan per una proposta di espansione delle sanzioni sull'Iran. Il Comprehensive Iran Sanctions, Accountability and Divestment Act of 2008 prenderebbe il posto dell’attuale Iran Sanctions Act, apportando poche modifiche sostanziali e comunque mantenendo un approccio alla questione iraniana che, secondo molti, potrebbe mettere in pericolo non solo gli sforzi diplomatici verso Teheran, ma anche le relazioni degli Stati Uniti con l’Unione Europea, la Russia e l’India.
Ancora più preoccupante è la proposta di una nuova risoluzione che, in pratica, autorizzerebbe il Presidente a dichiarare guerra all'Iran, prima ancora che una richiesta di tale genere venga avanzata dall'Amministrazione. Si tratta dei due testi paralleli H. Con. Res. 362 e S. Res. 580, sotto esame rispettivamente alla Camera e al Senato. Se approvata, la risoluzione richiederebbe che il governo degli Stati Uniti si impegni a far rispettare le sanzioni sull'Iran a tutti i costi, inclusa la possibilità di ordinare un blocco navale, considerato in senso militare come un vero e proprio atto di guerra. "Neanche all'epoca della crisi missilistica di Cuba, il Presidente Kennedy autorizzò il blocco delle navi sovietiche, bensì chiamò l'azione militare intrapresa una 'quarantena navale'," mi ha detto per telefono mercoledì Laurence Korb, ex-Assistente al Ministro della Difesa e co-firmatario, assieme ad altri due ex-militari americani, di una lettera inviata ai membri del Congresso che chiede che la risoluzione venga abbandonata in quanto “rischia senza dubbio di mandare un segnale agli Iraniani, all’Amministrazione Bush, e al mondo intero, che il Congresso sostiene una politica più belligerante verso l’Iran e, eventualmente, azioni belligeranti contro l’Iran.” Secondo Korb, per fortuna, la risoluzione non ha poi molte possibilità di essere approvata, a meno di modifiche significative. "Più che altro è un modo, per il Congresso, di difendersi da future accuse di essere stati troppo teneri con l'Iran, dovesse succedere qualcosa di terribile. È un pò come dire all’Esecutivo; ‘Vi abbiamo concesso tutta l’autorità di cui avete bisogno. D’ora in poi, l’Iran è un problema vostro.’"

valentina.pasquali@gmail.com
 


Roberto Adamoli
Sarkozy rilancia il Mediterraneo come fattore di pace e di sviluppo

È ancora Sarkozy a dimostrarsi il leader più pro-attivo sulla scena politica dell’Unione Europea. Dopo aver promosso la riforma dei trattati che sembrava (per lo meno, prima del voto irlandese) poter far uscire l’UE dall’empasse istituzionale, è di nuovo il leader francese a ritagliarsi il ruolo di protagonista della politica europea, grazie al suo tentativo di regalare – da presidente di turno dell’Unione Europea, con il progetto di un’Unione per il Mediterraneo – una nuova speranza di pace e civilizzazione.

Il piano di Sarkozy per il rilancio della cooperazione euro-mediterranea è sicuramente una buona notizia. Innanzitutto, perché fa uscire con un’iniziativa politica forte l’UE dal torpore nel quale si trova ormai da qualche anno, e ancor di più dopo lo shock della bocciatura referendaria di Dublino. E poi, perché punta a ridare centralità alla questione mediterranea, che stava gradualmente scivolando fuori dall’agenda delle priorità delle istituzioni comunitarie, con il conseguente rischio di uno spostamento del baricentro europeo verso il nord baltico o verso l’est slavo.
Il progetto di un’Unione del Mediterraneo si propone, dunque, come la nuova versione della politica europea per il Mediterraneo, e quindi come il secondo stadio del Processo di Barcellona. Tale processo è stato lanciato nel 1995 sulle speranze di una rapida risoluzione del conflitto israelo-palestinese a seguito degli accordi di Oslo e della Dichiarazione dei principi del 1993. In quel momento, però, a fronte del clima di fiducia circa le prospettive di pace, la regione mediterranea (mi riferisco alla sponda sud) era caratterizzata da una difficile situazione economico-sociale data da scarso sviluppo, limitata apertura verso l’estero, deterioramento sociale. Tale condizione ha sicuramente influito sugli scarsi risultati ottenuti nell’integrazione euro-mediterranea dal 1995 ad oggi.
La situazione odierna è assai diversa. Certo, il conflitto israelo-palestinese è lontano dalla sua risoluzione, sebbene recentemente – anche grazie all’iniziativa di Sarkozy che ha ri-coinvolto la Siria nel processo di pace – qualche passo in avanti è stato compiuto. È però il quadro economico a consentire più ottimistiche previsioni. Si è registrata negli ultimi anni una forte accelerazione economica, sostenuta soprattutto dal boom petrolifero ma trainata anche dalle riforme economiche realizzate in molti paesi rivieraschi (in primis, l’Egitto), che hanno aumentano il grado di attrattività delle economie mediterranee. Si sta così realizzando una sia pur lenta dinamica di convergenza tra le due sponde del Mediterraneo. La nuova iniziativa europea potrà, dunque, offrire a questi processi economici quella dimensione politica necessaria per il loro approfondimento.
Inoltre, l’approccio pragmatico che Sarkozy vuole dare all’Unione per il Mediterraneo è sicuramente promettente. L’attenzione sarà infatti concentrata su una serie di variegate issues nel segno della concretezza e della visibilità: ambiente e cura del mare Mediterraneo; immigrazione; cooperazione energetica nell’ottica della realizzazione di un piano solare mediterraneo e di progetti di interconnessione elettrica; protezione civile; piccole e medie imprese e micro-credito. Progetti da realizzarsi necessariamente con il coinvolgimento delle imprese, della società civile, delle istituzioni sub-nazionali.
È ancora presto per dire se questa impresa avrà successo. Molte sono le incognite: la prospettiva europea della Turchia, il processo di pace medio-orientale, l’instabilità del Libano, l’incombente crisi di successione in Egitto; la crisi istituzionale e di consenso dell’UE. Tuttavia, bisogna dare atto alla presidenza francese di aver dato un segnale politico forte in un momento nel quale ce ne è estremo bisogno. Il rilancio dell’azione politica dell’UE del potrebbe partire proprio da qui.

radamoli@gmail.com


Simone Comi
L’accordo nucleare indo-statunitense e le ripercussioni sulla stabilità del Governo di New Delhi

La decisione del Governo indiano di procedere alla ratifica dell’ ”Accordo 123” sullo sviluppo del programma nucleare e la cooperazione con gli Stati Uniti  potrebbe avere importanti ripercussioni sulla stabilità e la durata della coalizione governativa guidata dal premier Manmohan Singh.

I rappresentanti dei partiti comunisti in Parlamento, 59 nella sola Camera Bassa, hanno infatti preannunciato il ritiro del supporto al Governo nel caso in cui si procedesse con la richiesta di un voto di fiducia sulla questione, unica possibilità rimasta per la ratifica dell’accordo dato che l’attuale amministrazione statunitense è ormai prossima al termine del mandato. I rappresentanti dei quattro Partiti che appoggiano il Governo della United Progressive Alliance (UPA) hanno precisato che la ratifica legherebbe il paese ad una forma di dipendenza dagli Stati Uniti non solo in campo nucleare ma ancor più per quanto riguarda le future forniture di carburante per il nucleare. Il Partito Comunista indiano ha apertamente attaccato la decisione del premier poiché ritenuta essere in realtà il frutto di un calcolo geopolitico preciso che consentirebbe al paese di rafforzare i legami strategici con Washington uscendo in parte dalla sfera di influenza cinese nell’area. Al momento Manmohan Singh sembra aver mantenuto il controllo del Parlamento riavvicinandosi al leader del Partito socialista Samajwadi ma non è da escludersi la possibilità che le votazioni parlamentari del 22 luglio portino alla sfiducia del premier e dell’esecutivo e di conseguenza ad elezioni anticipate.
Il commercio legato al programma per il nucleare civile indiano potrebbe raggiungere in pochi anni cifre vicine ai mille miliardi di dollari data la continua crescita del numero di siti destinati alla produzione di energia e a fronte di scarse riserve di uranio e carbone il paese può far affidamento sugli abbondanti giacimenti di torio, metallo che potrebbe alimentare il programma nucleare per un periodo piuttosto lungo. L’accordo con gli Stati Uniti consentirebbe a New Delhi di liberarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili e le stime prevedono che entro il 2050 le centrali indiane saranno in grado di coprire circa il 25% del fabbisogno di energia elettrica del subcontinente.
La volontà del premier indiano di giungere in tempi brevi alla ratifica dell’accordo e la ricerca di appoggi politici da partiti esterni all’attuale coalizione governativa potrebbero però ridisegnare il panorama politico indiano. Il sensibile aumento dell’inflazione causato dall’alto prezzo delle materie prime e un consenso che è andato assottigliandosi nel tempo rendono il tentativo di Singh un azzardo che potrebbe rivelarsi pericoloso anche per il futuro della United Progressive Alliance. Sconfitta nelle consultazioni statali dell’ultimo biennio la UPA rischia infatti di confermare questo trend negativo perdendo la maggioranza dei voti a danno del partito d’opposizione Baratiya Janata Party (BJP).

simonecomi@hotmail.com


Fabrizio Tonello
Roosevelt e Colui-Che-Non-Può-Essere-Nominato

E’ caldo, questo Paese ha perso la testa, le parole non hanno più alcun significato e i politologi vogliono “educare l’elettorato” invece di capire come funziona il sistema politico. I lettori della newsletter saranno quindi indulgenti  con me per l’accostamento blasfemo che ho fatto nel titolo tra Franklin Delano Roosevelt e il politico italiano noto come Colui-Che-Non-Può-Essere-Nominato (men che meno da Veltroni in campagna elettorale).
Colui-Che-Non-Può-Essere-Nominato ha riempito le pagine dei quotidiani, da quando è tornato al potere, con i suoi progetti di riforma della giustizia, a suo dire necessari per “permettergli di governare” e per “metter fine alle aggressioni di una magistratura ostile”. Forse non tutti sanno che problemi simili ebbe anche Roosevelt, dopo la trionfale rielezione nel novembre 1936 di cui abbiamo accennato la settimana scorsa. Nel caso del presidente americano non c’erano però motivazioni personali, come inchieste per corruzione, perché sappiamo che negli Stati Uniti la giustizia la prendono sul serio, invece di ribattezzarla “giustizialismo” com’è di moda in Italia fra gli ignoranti che non hanno mai sentito parlare del movimento di Juan Domingo Peron in Argentina, unico titolare del marchio (vedasi
filmato su YouTube per chi ha bisogno di corsi di recupero).
No, il problema di Roosevelt era che effettivamente la Corte Suprema gli impediva di governare annullando tutti i principali provvedimenti del New Deal in nome dell’ortodossia economica di cui si faceva paladina. La reazione del presidente fu una proposta straordinaria: allargare la composizione della Corte da 9 a 15 giudici, approfittando di una scappatoia costituzionale. L’articolo III della carta fondamentale degli Stati Uniti, infatti, prescrive che ci sia una Corte Suprema ma non specifica il numero dei giudici, quindi una legge ordinaria sarebbe stata sufficiente per portare il numero da 9 a 15, o anche a 99, in teoria.
Il 9 marzo 1937, Roosevelt cercò di presentare la sua riforma scegliendo un basso profilo ma, naturalmente, tutti sapevano che lo scontro era politico. Benché fosse stato rieletto con maggioranze oceaniche e disponesse di una maggioranza parlamentare amplissima, Roosevelt incontrò immediatamente una forte opposizione, sia all’interno del suo gabinetto che in Senato, mentre i giornali battezzarono la riforma Court-packing plan (piano per “imbottire” di giudici fedeli la Corte suprema). In commissione, i senatori definirono il progetto “un abbandono dei principi costituzionali inutile, senza precedenti, futile e pericoloso”. Roosevelt contava ancora sul voto in aula ma il leader dei senatori Joseph Robinson morì proprio alla vigilia dello scrutinio, il 14 luglio 1937, lasciando il gruppo democratico in Senato privo di guida. Il risultato fu un voto schiacciante contro il progetto: 70 a 20.
Forse sarebbe troppo chiedere all’attuale presidente del Senato di mostrare altrettanta sollecitudine per le sorti della nostra Costituzione, visto che era uno degli artefici dello sciagurato progetto di revisione cancellato a larga maggioranza da un referendum popolare nel corso del precedente mandato di Colui-Che-Non-Può-Essere-Nominato. Né possiamo aspettarci soverchia preoccupazione per la separazione fra Esecutivo e Giudiziario da parte di chi ha ripreso in toto i progetti della P2 per mettere i pubblici ministeri agli ordini del governo. E nemmeno dovremmo dare per acquisito che i nostri attuali ministri intendano il significato di Rule of Law,  tre semplici parolette inglesi di origine liberale-doc.
Possiamo soltanto sperare che, in mancanza di meglio,  l’esperienza della sconfitta di Roosevelt faccia riflettere, se non Colui-Che-Non-Può-Essere-Nominato almeno qualche componente della sua maggioranza, dove non tutti sono entusiasti di spendere capitale politico sul tema dell’immunità per la classe politica (quella che negli Stati Uniti ovviamente non esiste, cosa che a quanto pare sfugge ai commentatori del Corriere della sera).

fabrizio.tonello@unipd.it


Valerio Pulga
Estate 2008, tra sogni e realtà

Stiamo per addentrarci nel cuore dell’estate 2008: il mese di agosto. Ma cosa differenzierà quest’estate dalle altre? Quali sogni la impregneranno? Di certo catalizzatore di desideri e speranze sarà l’Olimpiade. Ci sarà il sogno della Cina di mostrarsi al mondo diversa da come la si immagina, il sogno del Tibet di ritrovare la propria indipendenza, ma soprattutto ci saranno i sogni degli atleti e dei tifosi. Per noi italiani la quota da superare  è quella delle 36 medaglie di Roma 1960 e delle 14 medaglie d’oro di Los Angeles 1984.  Anche il solo partecipare all’ Olimpiade potrebbe essere la realizzazione di un sogno: quello di  Oscar Pistorius.
Altro centro nevralgico di brame e fantasie tipico di questo periodo dell’anno è il calcio-mercato.
Nonostante le  squadre continuino a piangere miseria e abbiano conti disastrati, le ambizioni dei tifosi si salveranno grazie all’intervento di presidenti paperoni e bilanci  adeguatamente sistemati (tanto la giustizia sportiva dov’è?).
Tra i giocatori che arriveranno quest’anno in Italia, sono da segnalare in particolare Poulsen e Ronaldinho: verrebbe da pensare che il sogno nel cassetto del primo sia quello di restituire la “benedizione” di 4 anni fa al pupone romano, mentre il desiderio del brasiliano sia condividere con Adriano gli indirizzi della Milano by night!
Intanto a New York si sta concretizzando il sogno di Danilo Gallinari, un ragazzo di 20 anni: giocare tra le stelle dell’ NBA.
Di certo ci ricorderemo dell’estate 2008 anche per due tradizioni soggiogate e affossate da “capitali” e “politica”: il Festivalbar e la Festa dell’Unità.
In merito al Festivalbar, per mancanza di fondi sarà il primo anno dal 1964 in cui non potremo assistere a questo evento canoro, nella speranza che l’entourage di Andrea Salvetti riesca a racimolare i capitali per l’edizione 2009.
Benché sopravvissuta, di certo non sta meglio la  Festa dell’Unità che in seguito alla nascita del Pd perde l’originaria denominazione: certamente viene un po’ da ridere al pensiero di un partito che nato per unire riesce a spezzare ciò che era già “unito”, delocalizzando la scelta  sul  nome da dare alla manifestazione. (ogni corrente interna al Pd dunque darà un suo nome alla festa?).
Epocale è di sicuro l’avvento dell’iPhone.
Nonostante gli italiani si proclamassero senza soldi per andare in vacanza e ridotti in miseria dalle troppe tasse, ora, grazie al gioiellino di casa Apple (a partire da 500 euro senza abbonamento), si potranno consolare a suon di musica, e-mail, navigazione web, messaggi di testo, Visual Voicemail, connessione Wi-Fi e telefonate nelle lunghe code verso i luoghi di villeggiatura!

huntervl@vodafone.it


Nadia Bettazzoli
Pianeta adolescenti. Pre- occuparsi o occuparsi?

Voglio subito indicare la metafora psicologica nella quale intendo inscrivere l’adolescenza: adolescenza come età dell’oro, secondo la felice immagine di Fabbrini e Melucci. Le mie riflessioni pertanto vanno a dispiegarsi tenendo conto delle potenziali e abbondanti  risorse, che l’adolescenza possiede, se pur in un periodo dell’esistenza umana difficile, in quanto contrassegnato dal bisogno di darsi coerenza, senso, unità, identità. Partire da questa profezia positiva è fondamentale, ritengo, per individuare le strade risolutive ai problemi che oggi il complesso mondo adolescenziale pone. Lo è ancor di più, in un momento politico- culturale, in cui sembrerebbero imporsi  prospettive educative, che fanno dell’emergenza la propria strada maestra e si nutrono di profezie negative, del resto sempre più diffuse, negli ultimi mesi, in molti altri ambiti della vita socio-politica del nostro Paese.
Reputo che vie d’uscita ci siano, se con realismo si parte dalle risorse possedute da tutte le parti coinvolte nel sistema giovani, quali la famiglia, la scuola, le agenzie del tempo libero, ecc.
Quale la situazione psicologica, esistenziale degli adolescenti, oggi?
A partire dalla mie esperienze professionali di psicoterapeuta, nonché di docente di filosofia nella scuola secondaria,  reputo di poter dare  una descrizione del pianeta giovanile, secondo gli elementi che seguono, a partire da uno sguardo che si lascia contaminare dall'oggetto osservato, secondo la prospettiva sistemica e un orizzonte sincronico- processuale. Il mondo adolescenziale, dunque, non è guardato a sé, come a una monade, ma è visto in un rapporto circolare, di reciprocità con il mondo adulto, che non può non mettersi in gioco all'interno delle analisi svolte e dei fatti rilevati. E l'adolescenza è quel periodo che non termina per passare definitivamente ad un'età senza problemi e crisi, ma che tiene aperti sul resto della vita gli apprendimenti della crisi stessa. Incontro sempre più spesso adolescenti vulnerabili, timorosi nell’affrontare la discontinuità del passaggio dal tranquillo mondo infantile a quello adulto, timorosi nell’effettuare quel salto in avanti che Conrad identifica nella linea d’ombra, che ci avvisa che la prima giovinezza deve essere lasciata indietro.
Paura di crescere, scarsa autostima, scarsa autonomia, rimozione, evitamento, ansia, depressione, disturbi del comportamento, difficoltà di apprendimento, precoce consumo di alcool e droghe definite leggere, non capacita’ di sopportare le frustrazioni, le sconfitte scolastiche, la fatica del lavoro, dell’impegno…
Già, i problemi sono molti, ma del resto, ogni momento storico ha le proprie connotazioni: piangerci sopra, come spesso accade, con atteggiamenti giudicanti, nostalgici dei bei tempi perduti non serve. E comunque, non tutti gli adolescenti vivono queste situazioni! Si tratta, quindi di prendere atto della realtà e, in virtù di una  sua analisi, trovare possibili strade risolutive.
Incomincio  col dire che un comune e fondamentale denominatore  dei malesseri dei giovani è l’analfabetismo emotivo, per il quale non si ha la capacità di elaborare i conflitti, di riconoscere i sentimenti, di contenere l’aggressività. Giovani non desideranti, vuoto emotivo, ma anche giovani soli, con i loro diversivi tecnologici.
Giovani che comunicano poco in famiglia e genitori che, oberati dalle fatiche lavorative,  spesso cadono nella tentazione  di assolvere ai loro compiti di sviluppo, attraverso la strada della seduzione commerciale. Giovani che comunicano  poco anche  a  scuola, dove i  docenti, presi dallo svolgimento dei programmi e poco motivati per la crisi indubbia del loro ruolo sociale, sono essi stessi poco coinvolti nel processo educativo e non riescono a vedere gli alunni nella loro globalità, secondo una dimensione formativa, che vada oltre l’istruzione. Le sofferenze dei giovani, oggi, del resto, non hanno una matrice solo psicologica, ma riflettono la crisi culturale della  società contemporanea, che  vive in un mondo “decentrato”, dove si sono persi  riferimenti ed  escatologie  tradizionali.
In questo scenario,  i ruoli  sociali sono sempre più frequentemente  instabili, il mondo adulto non sa più svolgere in modo naturale il proprio ruolo educativo, verso il quale  si sente inadeguato; gli educatori avvertono di aver perso la propria autorevolezza e i giovani  sentono di avere meno punti di riferimento. Che fare?
Nodale sarà un’azione  educativa della scuola e della famiglia, che anziché operare per forza d’inerzia e all’interno, ripeto, di profezie catastrofiche, ri-prenda in mano il proprio ruolo formativo, le proprie responsabilità, dandosi  nuovi strumenti e obiettivi comuni, puntando su ciò che più di tutto appare oggi fallimentare. Mi riferisco a due componenti fondamentali dell’educazione, ossia alla normatività e all’educazione emotiva.
L’ambito normativo (regole prescrizioni, convenzioni, tese a ordinare, disciplinare gli scambi relazionali e la convivenza civile) viene comunemente identificato dagli adulti come l’unico compito educativo. Oggi appare tuttavia sempre più carente e ciò viene messo in luce dall’istituzione scuola, a partire dalle materne. Ma gli adolescenti vogliono regole, magari per rifiutarle. L’educazione emotiva, con la quale si realizza la capacità di leggere, riconoscere, gestire le proprie emozioni e quelle degli altri,  prepara ad una crescita equilibrata dell’individuo. Viene quasi sempre elusa, non intesa come un compito di sviluppo, eppure è fondamentale. E’ un tipo di apprendimento più difficile da insegnare, senza  regole standardizzate, ma che possiede,  criteri di riferimento; viene trasmessa con un’azione educativa, che sappia a sua volta relazionarsi, comunicare, attraverso le emozioni, a partire dai bisogni dell’adolescente. Educazione emotiva e normatività, dunque, i nodi forti su cui lavorare, secondo una logica di reciprocità. Più facile sarà realizzare l’interiorizzazione della normatività, se verrà stabilito  un ponte emotivo tra adolescente e adulto. D’altra parte lo sviluppo dell'empatia è favorito in modo corretto, se ciò avviene all’interno di confini normativi e relazionali. Da questi nodi forti, dalla realizzazione di una  comunicazione efficace, potranno emergere quelle capacità, oggi deboli e sopra delineate, tese alla costruzione di un’identità, che ritrovi e  abbia la consapevolezza  della propria virtù, ossia di quelle risorse che albergano in ognuno di noi.
Aiutare il giovane a scoprire la propria virtù, in una prospettiva di relazione con gli altri: questa, credo, sia la strada da seguire.
“Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza”, con questo noto aforisma mediceo Stefano Florio, nel suo pezzo della newsletter del 27 giugno, esprime, con una certa preoccupazione, le inquietudini oggi diffuse, in questo caso, nei trentenni milanesi, nonchè  le incertezze presenti e future.
Tutto vero, verissimo, ma ristrutturando la situazione e capovolgendo  lo sguardo, di fronte all’assenza di certezze, io dico :-Ebbene, si!-
E guarderei al futuro  come promessa, non come minaccia.
Con questo atteggiamento, si può aprire la strada per una ricerca culturale, valoriale, che sia  sorretta da uno spirito critico, laico e desiderante insieme, teso alla costruzione creativa della propria esistenza nel mondo, attraverso quella tenacia d’animo, che permette il superamento degli ostacoli e oltrepassa le logiche ingannevoli delle varie “emergenze”.
L’adolescente, dunque, come il viandante, secondo la bella figura di Nietzsche, ripresa da Galimberti, percorrerà le strade dell’esistenza, con la gioiosa curiosità di scoprire se stesso, gli altri, in un’espansione della vita. E a tutto ciò, egli, del resto  tenderebbe in modo naturale.
In questo viaggio non sarà solo, ma saprà  di avere accanto a sè adulti consapevoli dei propri ruoli e responsabilità.

nadia.bettazzoli@alice.it



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