Giovanni A. Cerutti
Il fascismo e la democrazia italiana
E così, invece di contemplare soddisfatti la terza repubblica dell'alternanza tra due partiti coesi a vocazione maggioritaria, nella quale la dialettica maggioranza-opposizione, mettendo a confronto programmi alternativi ancorati a valori democratici condivisi, crea le condizioni della crescita e dello sviluppo, ci ritroviamo impantanati a discutere del ruolo che ha avuto il fascismo nella storia italiana. Anzi, da questo punto di vista la nascita del Pdl sembra aver rappresentato un passo indietro. Dopo l'affermazione di Forza Italia nel 1994 e la formazione del primo governo Berlusconi, infatti, si erano strutturati due processi politico-culturali in qualche modo complementari. Da una parte si era intensificata la polemica contro l'antifascismo, già iniziata a metà degli anni ottanta sulla scia dei lavori di De Felice, ridotto a strumento di legittimazione del partito comunista e prefigurazione della corruzione del sistema dei partiti collusi fra loro. Dall'altra, con lo scioglimento del Msi e la costituzione di An, Fini cercava di abbandonare in modo indolore la cultura politica missina, non riconducibile semplicemente al fascismo, ma nel fascismo robustamente radicata, per accreditare senza riserve il nuovo partito come partito di governo. Ora, invece, dopo la larga vittoria elettorale di quest'anno e le perduranti difficoltà in cui si dibatte senza che si intraveda una via d'uscita il partito democratico, gli esponenti del Pdl di origine missina, che, non dovendo più scontare dubbi sulla loro affidabilità istituzionale, hanno incominciato a ricoprire cariche istituzionali di un certo rilievo, si sentono autorizzati a dire ciò che nella delicata fase di transizione verso l'ingresso senza riserve nel gioco politico non era possibile dire senza compromettere la complessa manovra in corso.
E così, sessantacinque anni dopo la fine del regime fascista, sessantatre anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, sessant'anni dopo l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana, il sindaco di Roma cerca di spiegarci che ammazzare Giovanni Minzoni, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Carlo Rosselli e Nello Rosselli, incarcerare Vittorio Foa, Antonio Gramsci e Sandro Pertini, costringere all'esilio Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi - questi ultimi due, en passant, tra i maestri sbandierati da Silvio Berlusconi, sempre ammesso che riconosca di aver bisogno di maestri - e Filippo Turati, mandare al confino Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Alberto Jacometti, costringere alle dimissioni il sindaco di Milano Angelo Filippetti dopo aver assaltato Palazzo Marino mentre Gabriele d'Annunzio arringava da un balcone la folla raccolta in piazza della Scala, mettere fuori legge tutti i partiti eccetto quello fascista, cancellare la libertà di stampa, sostituire l'elezione del parlamento con il plebiscito su una lista bloccata, sopprimere il parlamento a favore di una camera dei fasci e delle corporazioni, istituire un tribunale speciale politico sia stata la via italiana alla modernizzazione. Mentre il resto del mondo occidentale costruiva a fatica, tra innovazioni e bruschi arretramenti, i sistemi liberaldemocratici, in cui il conflitto regolato svolge la doppia funzione di selezionare le élite in modo efficiente e di integrare gli esclusi attraverso la partecipazione, l'Italia indicava la chiusura del sistema politico e l'integrazione totalitaria della società - peraltro incompleta per la presenza della chiesa e della monarchia con cui è stato necessario stabilire un compromesso, la cui precarietà risulterà chiara il 25 luglio 1943 - come modo originale di superare la crisi della rappresentanza negli stati liberali seguita alla prima guerra mondiale. Un vero peccato aver ceduto alle lusinghe tedesche, e aver introdotto le leggi razziali, finendo per smarrire la propria identità e consegnarsi a una fine ingloriosa. Mentre il ministro della difesa, nazionalista convinto, ci spiega che l'onore della patria si difende collaborando con l'occupante che alla patria ha tolto la sovranità.
Ci si è molto arrovellati in queste ore a cercare il senso politico di queste dichiarazioni pubbliche, considerando che i risultati immediati sono stati disastrosi, dal naufragio della commissione Amato alle nuove tensioni con la comunità ebraica. Si è parlato di scontri interni ad An, di attacchi a Fini e di lotta per la successione tra i colonnelli più in vista o di volontà di cercare la legittimazione politica in continuità e non in rottura con il proprio passato. Temo, però, che la spiegazione sia più semplice. La generazione dei cinquanta-sessantenni che oggi ricopre cariche pubbliche è stata socializzata alla politica dalla caricatura della guerra civile che è andata in scena negli anni settanta - tra circoli culturali dove si leggevano Evola e Tolkien e sezioni di partito dove il "lavoro politico" consisteva nel cercare gli scontri di piazza o fare comizi incendiari - e si è affermata nell'era del consenso televisivo. Per cui non ha la minima idea di come funziona una moderna società postindustriale e ignora completamente con quali strumenti va governata. Di conseguenza la politica è fondamentalmente concepita come protezione di interessi e chiacchiera, e tra le chiacchiere la più orecchiata è quella del glorioso regime che ha fatto gli italiani. E così la vera continuità rischia di essere quella con il pressapochismo di chi, dopo aver rifiutato a Marconi - peraltro discutibilmente vicino al regime - i finanziamenti per costruire il radar, da lui sviluppato teoricamente prima di tutti, e aver costretto ad espatriare negli Stati Uniti Enrico Fermi, la cui moglie era stata colpita dalle leggi razziali, pensava di vincere la seconda guerra mondiale grazie a otto milioni di baionette. Come sia finita dovrebbero ricordarselo anche La Russa e Alemanno.
giovanni.cerutti@tiscali.it