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Home » Newsletter n. 137 - 12 settembre 2008
 CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 137 – 12 settembre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni



Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 137. Con questo numero, CFP NEWS ritorna regolarmente ogni venerdì nelle vostre caselle di posta elettronica dopo la pausa estiva.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Nicola Pasini, Alessandro Fanfoni
Il punto/ La rentrée


Luca Bellocchio
Mosca esteta del frammento


Davide Biassoni
Il peso leghista nell’esecutivo


Telecomicus
Ci voglio essere!


Chiara Guarnieri
Per fortuna che c’è l’Ocse


Giovanni A. Cerutti
Il fascismo e la democrazia italiana


Walter Joffrain
LHC: l’acceleratore che consente di guardare le stelle stando sottoterra


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa/ Elezioni americane: si decide nei locali di strip-tease


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa/ Palin e la politica del privato


Simone Comi
Quale futuro per Kadima ed Israele?


Stefano Florio
Dove eravamo rimasti? Aggiornamento su Expo 2015


Valerio Pulga
Olimpiade 2008-2012: sogno o incubo? La geopolitica dello sport


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Nicola Pasini, Alessandro Fanfoni
Il punto/ La rentrée

Con il numero 137, il settimanale del Centro di Formazione Politica riprende la sua pubblicazione regolare dopo la pausa estiva. Siamo orgogliosi di poter offrire ai tanti lettori che ci seguono, un numero di rientro piuttosto ricco che tocca i grandi temi internazionali come la crisi georgiana e la nuova Grande Russia (Luca Bellocchio), la campagna presidenziale americana che torna sotto la lente di ingrandimento delle analisi di Fabrizio Tonello e Valentina Pasquali (curatori del nostro osservatorio permanente sugli Usa); gli sviluppo della politica israeliana e i travagli del partito Kadima alla ricerca di un nuovo leader (Simone Comi).
Ma non abbiamo trascurato nemmeno i temi più recenti del dibattito italiano come le conseguenze politiche, economiche e sociali del concretizzarsi del federalismo fiscale (Davide Biassoni); l’improbabile revisionismo del fascismo ad opera dei nuovi protagonisti della destra al potere (Giovanni A. Cerutti); l’eterna sterile battaglia che si consuma intorno alla scuola ostaggio di un’estenuante mai finita riforma chiaro specchio di un paese che ha smarrito la bussola (Chiara Guarnieri); le criticità e i paradossi del “salvataggio” di Alitalia (Telecomicus); il punto sul macchinoso e complesso avvio dell’avventura Milano Expo 2015 (Stefano Florio, curatore del nostro osservatorio permanente sull’Expo). E ancora temi outsider, come le nuove frontiere della fisica inaugurate con il superacceleratore del Cern di Ginevra (Walter Joffrain) o un lucido bilancio dell’avventura olimpica del nostro paese (Valerio Pulga).

In chiusura, consentitici solo una breve riflessione su questa strana creatura politica – da noi amatissima, ancorché deludente, promessa di rinnovamento – che è il Partito democratico. Mentre il centrodestra continua, tra alti e bassi, ma con sorprendente determinazione a “macinare politica” (D. Di Vico), il Pd non sembra in grado di uscire dal complesso di minorità e dallo stato di prostrazione nel quale è stato gettato dalla sconfitta elettorale (non mancano similitudini con l’afasia del Ps francese, ma approfondire questo parallelo ci porterebbe troppo fuori strada). E, per quanto sia comprensibile invocare il conforto della piazza, siamo tutti consapevoli che essa non potrà risolvere nemmeno uno dei problemi costitutivi del nuovo partito che, per vivere e non sopravvivere, ha più bisogno di rischiare che di galleggiare.
Il coraggio e la lucidità che ne hanno accompagnato la nascita hanno lasciato, ahinoi quasi inspiegabilmente, il posto ad una timida gestione day by day. Prima, il Pd ha dovuto subire l’offensiva moralista e girotondina del pessimo ex-alleato Idv, rischiando così di deragliare dai suoi illuminati presupposti; ora, sta subendo l’incidere incalzante del governo che, dalle relazioni internazionali al federalismo fiscale, dal nuovo assetto della giustizia alla legge elettorale per le Europee, dimostra, nonostante attriti e scintille (naturali quando la macchina funziona) di non aver bisogno di questo Pd per decidere.
Ecco allora che – congelata l’ipotesi di un congresso - si concretizza la devastante prospettiva di un Pd auto-marginalizzato che attende in un cantuccio una probabile disfatta alle europee o un improbabile suicidio della maggioranza.
Siamo propri sicuri che sia questa la strada da intraprendere? Non è forse giunto il momento serenamente e con umiltà di un back to basics, di cominciare a gettare le vere basi del partito?


Luca Bellocchio
Mosca esteta del frammento

La Confederazione europea (la sigla c’è già: CE) e le sue stanche opinioni pubbliche persistono nel meravigliarsi di fronte all’intransigenza russa nel Caucaso e di fronte a uno stile in politica estera, nel suo complesso, che, come spesso sentiamo dire,  si pensava consegnato alla storia.
Eppure l’azione del duo Putin-Medvev non dovrebbe stupire perchè è così che si comportano le grandi potenze del calibro del Behemot russo, quando delicate questioni di ordine strategico sono in gioco. E oggi questi due giganti della politica internazionale contemporanea, si giocano tutto in una delle più spettacolari e drammatiche partite di politica estera su scala globale mai viste. Le mosse russe restano le stesse degli ultimi 8 anni (inaugurate da Putin): rafforzare l’economia nazionale puntando su un muscoloso e autocratico liberismo di stato; annichilire l’Ostpolitik di Bruxelles facendo naufragare del tutto l’ipotesi di una Ue dall’Atlantico agli Urali, attraverso la leva energetica o paventando la concretizzazione dell’incubo strategico americano numero uno: un asse Germania-Russia; impedire ad ogni costo il consolidamento della penetrazione americana in Asia centrale e nel Caucaso, impedendo l’ingresso di Georgia e Ucraina nella Nato (anche con la guerra se è il caso: tanto oggi nessuno è disposto a morire per Tbilisi o per Sebastopoli); proseguire con la seconda rivoluzione nucleare russa (per fronteggiare lo scudo stellare americano alle porte); fare esercitazioni di terra e in mare congiunte con chiunque abbia rapporti tesi con gli Usa (le prossime, con la Marina militare venezuelana nei Caraibi); neutralizzare Pechino, accontentandola più del dovuto (adesso, per Mosca, è più pericolosa Washington, ma più avanti riavremo una nuova ondata di crisi sino-russe); fare accordi militar-energetici in massa con Teheran, così da rendere sempre più difficile l’eventuale attacco israel-americano; invertire il corso della frammentazione etnico-territoriale della federazione, cominciando col riprendersi qualche territorio (aver perso in due anni oltre 5 milioni di kmq, senza poter far nulla, resta l’onta da cancellare), e poi giocando la carta dell’autodeterminazione dei popoli per far tremare i rivali; continuare a vendere armi a chiunque (come fan tutti); mettere le mani ovunque sia possibile su produzione e distribuzione del gas, attraverso la politica delle acquisizioni.
L’obiettivo della Russia è, in attesa dell’implosione - prossima pensano a Mosca – delle principali potenze rivali (per varie ragioni), il cortocircuito del sistema internazionale. Nessun sistema, solo frammenti (ovviamente uno più grosso di tutti: la Russia). Ovverosia, l’approdo a un sistema internazionale privo di potenze ordinatrici in grado di concordare (o imporre) una governance globale, in preda a una frammentazione etnico-territoriale che porti all’aumento abnorme del numero di microscopici stati nazionali (per poi cercare di controllarne una parte) e in cui il diritto internazionale sia ridotto a un mucchio di regole sistematicamente disattese e desuete...
Il prossimo presidente americano e le future leadership della Confederazione europea (CE) faranno bene a rassegnarsi: in Russia, chi governa sa giocare davvero bene la partita della politica estera.

luca.bellocchio@unimi.it


Davide Biassoni
Il peso leghista nell’esecutivo

Il federalismo fiscale, ossia la riforma “obbligata” del governo Berlusconi-Bossi, ha ottenuto un preliminare via-libera dal vertice tenutosi mercoledì sera a Palazzo Grazioli. La Lega Nord aveva vincolato a tale provvedimento la sua stessa permanenza nell’esecutivo e l’esito del summit sembra incoronarla (senza sorpresa) come la vera vincitrice dell’accordo. Berlusconi appare infatti un federalista più tiepido: uomo del Nord, sa bene che le elezioni le si vince conquistando consensi lungo tutto lo “stivale” ed è per questo preciso calcolo politico che una riforma federale avrà il suo placet solo con la garanzia di non perdere neanche un voto nel Mezzogiorno. Ecco che il Cavaliere si è affidato alla sua “sentinella” Raffaele Fitto, Ministro per gli Affari Regionali ed ex-Governatore della Puglia, incaricato di marcare stretto Umberto Bossi e di bilanciare in senso solidale ogni richiesta “egoistica” avanzata dai lumbard. Calderoli ha dichiarato che la riforma sarà agganciata alla Finanziaria e quindi approvata entro la fine dell’anno, e intanto il Carroccio potrà presentarsi nel fine settimana davanti ai propri sostenitori padani con la vittoria in tasca. Questo è il pegno che Berlusconi sapeva di dover pagare al suo ingombrante alleato: l’alleanza pre-elettorale della primavera 2008 (e confermata per le amministrative del 2009, battaglia per le Presidenze del Nord permettendo!) presenta ora il conto in modo perentorio e prematuro, anche perché il Cavaliere di certo non avrebbe voluto varare tale riforma così speditamente, prima ancora di quella altrettanto attesa sulla giustizia. E poi un federalismo troppo “nordista” potrebbe irritare molto gli esponenti di Alleanza Nazionale che non possono certo permettersi di passare come coloro che non abbiano saputo difendere gli interessi del Sud, da sempre serbatoio di voti per il partito di Fini che si appresta a sciogliersi nel Popolo di Berlusconi. Federalismo sì dunque, ma a quale prezzo? E’ questa la domanda principale: i meriti di una ristrutturazione spaziale dei poteri dello Stato non possono essere valutati in modo ideologico, ma andranno verificati nel concreto. Quali costi comporteranno per i cittadini le “nuove” autonomie locali? L’Ici sulla prima casa, appena uscita dalla porta principale, sembrava dover rientrare dalla finestra padana visto che i leghisti comprensibilmente si ponevano il problema delle risorse per comuni ed enti locali. Quanto poi al fondo perequativo per le regioni meridionali, i meccanismi sottostanti non sono ancora venuti alla luce: agli italiani toccherà mantenere “due Stati”, uno locale e uno centrale? Quindi autonomia sì, ma il governo faccia chiarezza sui conti. Una nota conclusiva relativa alla nuova legge per le elezioni del Parlamento Europeo su cui la maggioranza ha trovato un’intesa: impianto proporzionale, sbarramento al 5% e nessuna preferenza; su quest’ultimo aspetto, appare evidente che il voler impedire ai cittadini – come accade anche per la legge elettorale nazionale – di esprimere una preferenza (almeno una) rispetto alle liste di partito non può più esser considerata una semplice omissione colposa.

davide.biassoni@unimi.it


Telecomicus
Ci voglio essere!

La vicenda Alitalia è stata analizzata – date le informazioni disponibili – in molte delle sue sfaccettature. C’è un solo aspetto che è fin qui passato relativamente sotto silenzio, ed è quello della modalità con cui sono stati arruolati gli imprenditori nella cordata tricolore. Uno squarcio sui criteri di ammissibilità si è avuto solo quando  l’Amministratore  Delegato di Banca Intesa, Corrado Passera, ha rifiutato la richiesta del presidente della regione Lazio, Marrazzo, di entrare nella compagine che rileverà la “good company” Alitalia: “i soci devono essere solo entità private”, ha detto.
Bene. Nell’operazione verranno però cedute le attività sane di una compagnia dotata di un eccellente brand, e che sarà al contempo libera da debiti, senza esuberi da gestire e – grazie alla sospensione dell’intervento Antitrust -  senza concorrenza sui voli interni. Per i nuovi azionisti, la prospettiva è dunque quella di aspettare che il socio industriale (l’Air France del caso) - stanco di gestire una eterogenea compagnia di azionisti privi di qualsivoglia competenza in materia di trasporto aereo – decida fra qualche anno di rilevare la maggioranza, assicurando a tutti una ricca plusvalenza.
Ma allora perché a queste condizioni - che sono ben diverse da quelle alle quali il governo Prodi tentò la cessione di Alitalia – non viene aperta un’asta trasparente e competitiva? Quali benemerenze si sono guadagnati Colaninno & Co per gestire l’affare a trattativa privata? Perché escludere da un chiaro affare la Regione Lazio, che potrebbe rimediare una plusvalenza sicura con cui riparare almeno in parte i propri dissestati bilanci?
E soprattutto, perché non io? Ci voglio essere! Voglio la plusvalenza, i gettoni del Consiglio di Amministrazione, le commesse della nuova società, le interviste sui giornali e la gratitudine del governo. Fatemi entrare! Perché no?



 


Chiara Guarnieri
Per fortuna che c’è l’Ocse

Per fortuna che ci sono gli organismi internazionali. Magari non ci dicono nulla che già non si sappia, ma almeno ci aiutano a riportare al centro dell’attenzione i veri problemi del nostro paese, mentre alcuni politici discutono sul tema di cruciale attualità se i soldati di Salò fossero o meno dei bravi ragazzi!

E così, grazie all’Ocse, il grave stato di salute in cui versa l’istruzione in Italia ritorna in auge.
Sarebbe opportuno che i governi nostrani non si occupassero delle questioni solo quando ci si trova in fase di acuta emergenza, ma ancora più opportuno sarebbe che se ne occupassero almeno nelle fasi di acuta emergenza.
Il problema della scuola è talmente profondo e la rilevanza del tema così grande da indurre a sperare che governo e opposizione si accingano a risolverlo lavorando insieme. Invece, mentre il ministro Gelmini sembra aver preso a cuore la questione –  benché per ora il suo agire si sia limitato a delle dichiarazioni di intenti – già si sente montare la marea d’indignazione da parte di opposizione e sindacati. Ma è proprio necessario seguire sempre lo stesso copione? Proprio non si può fare a meno di reagire ancor prima di aver ascoltato, letto e meditato sulla sostanza delle proposte?
Il problema è di metodo. Purtroppo il Partito democratico non fa eccezione: l’agire politico si riassume in un inseguirsi di dichiarazioni che hanno come unico obiettivo quello di rassicurare la propria presunta base elettorale e di affermare la propria identità per contrasto. Eppure non erano queste le premesse. Che ne è stato dell’anima riformatrice del Pd che sembrava aver trovato in Veltroni una voce?
La scuola pubblica è uno degli strumenti che una società ha per assicurare pari opportunità di studio a tutti i ragazzi a prescindere dalle condizioni sociali da cui provengono, ed è pertanto un fattore determinante della mobilità sociale. Una scuola pubblica inefficiente non può che accentuare le differenze sociali. Per queste ragioni nel programma elettorale del Pd era stato dato ampio rilievo al tema. Per queste ragioni è ora opportuno che il Pd metta da parte atteggiamenti di chiusura e si accinga a lavorare di concerto con il governo per una rinascita della scuola.
Il centro-destra ha vinto le elezioni, è giusto e naturale che siano loro a porre sul tavolo i termini della questione: l’opposizione può scegliere di discutere oppure no, ma non si nasconda dietro a falsi principi per evitare di assumersi la responsabilità di condividere scelte anche impopolari.
Se c’è un imbroglio, si afferra un bandolo della matassa e si cerca di districarla: da qualche parte bisogna pure cominciare; a nulla vale perciò continuare a ripetere ad nauseam che le vere origini del problema sono altrove. La Gelmini ha posto sul tavolo la questione del maestro unico: bene si cominci da lì. Si può anche sostenere che non sia una scelta condivisibile, ma in tal caso si scelgano bene le argomentazioni, perché affermare che tale provvedimento non è accettabile perché troppi docenti rimerrebbero senza lavoro significherebbe confermare l’impressione che nella sinistra ci sia confusione rispetto alla funzione della scuola. Il fine ultimo dell’istituzione è una formazione adeguata degli studenti affinché siano preparati ad affrontare la vita, non quello di garantire un determinato numero di posti di lavoro. Fissato l’obiettivo si individuano i progetti di riforma necessari a raggiungerlo. Quindi, se si vuole contestare una misura del governo in materia lo si deve fare partendo da valutazioni di natura didattica e  pedagogica, non avendo come pensiero principale la sorte del corpo docente. È spiacevole, ma non si può eludere il problema. Se non verrà risolto si riproporrà continuamente, e intanto, man mano che il tempo passa, sempre più giovani verranno privati dell’occasione di avere un’istruzione adeguata per potersi domani confrontare con i loro colleghi europei. Significa creare le condizioni perché i ragazzi di oggi siano un esercito di precari, di disoccupati o di lavoratori mal pagati. E allora perché, a parità di argomento la sinistra insiste nel prendersi a cuore solo le sorti dei lavoratori di oggi? Speriamo che la risposta non sia che sono voti immediatamente spendibili.
Auguriamoci che il Pd cominci da subito, anche se è all’opposizione, a costruire le premesse per una riforma della scuola, affinché torni davvero a essere uno strumento in grado di garantire pari opportunità.

chiara.guarnieri@tiscali.it


Giovanni A. Cerutti
Il fascismo e la democrazia italiana

E così, invece di contemplare soddisfatti la terza repubblica dell'alternanza tra due partiti coesi a vocazione maggioritaria, nella quale la dialettica maggioranza-opposizione, mettendo a confronto programmi alternativi ancorati a valori democratici condivisi, crea le condizioni della crescita e dello sviluppo, ci ritroviamo impantanati a discutere del ruolo che ha avuto il fascismo nella storia italiana. Anzi, da questo punto di vista la nascita del Pdl sembra aver rappresentato un passo indietro. Dopo l'affermazione di Forza Italia nel 1994 e la formazione del primo governo Berlusconi, infatti, si erano strutturati due processi politico-culturali in qualche modo complementari. Da una parte si era intensificata la polemica contro l'antifascismo, già iniziata a metà degli anni ottanta sulla scia dei lavori di De Felice, ridotto a strumento di legittimazione del partito comunista e prefigurazione della corruzione del sistema dei partiti collusi fra loro. Dall'altra, con lo scioglimento del Msi e la costituzione di An, Fini cercava di abbandonare in modo indolore la cultura politica missina, non riconducibile semplicemente al fascismo, ma nel fascismo robustamente radicata, per accreditare senza riserve il nuovo partito come partito di governo. Ora, invece, dopo la larga vittoria elettorale di quest'anno e le perduranti difficoltà in cui si dibatte senza che si intraveda una via d'uscita il partito democratico, gli esponenti del Pdl di origine missina, che, non dovendo più scontare dubbi sulla loro affidabilità istituzionale, hanno incominciato a ricoprire cariche istituzionali di un certo rilievo, si sentono autorizzati a dire ciò che nella delicata fase di transizione verso l'ingresso senza riserve nel gioco politico non era possibile dire senza compromettere la complessa manovra in corso.
E così, sessantacinque anni dopo la fine del regime fascista, sessantatre anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, sessant'anni dopo l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana, il sindaco di Roma cerca di spiegarci che ammazzare Giovanni Minzoni, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Carlo Rosselli e Nello Rosselli, incarcerare Vittorio Foa, Antonio Gramsci e Sandro Pertini, costringere all'esilio Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi - questi ultimi due, en passant, tra i maestri sbandierati da Silvio Berlusconi, sempre ammesso che riconosca di aver bisogno di maestri - e Filippo Turati, mandare al confino Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Alberto Jacometti, costringere alle dimissioni il sindaco di Milano Angelo Filippetti dopo aver assaltato Palazzo Marino mentre Gabriele d'Annunzio arringava da un balcone la folla raccolta in piazza della Scala, mettere fuori legge tutti i partiti eccetto quello fascista, cancellare la libertà di stampa, sostituire l'elezione del parlamento con il plebiscito su una lista bloccata, sopprimere il parlamento a favore di una camera dei fasci e delle corporazioni, istituire un tribunale speciale politico sia stata la via italiana alla modernizzazione. Mentre il resto del mondo occidentale costruiva a fatica, tra innovazioni e bruschi arretramenti, i sistemi liberaldemocratici, in cui il conflitto regolato svolge la doppia funzione di selezionare le élite in modo efficiente e di integrare gli esclusi attraverso la partecipazione, l'Italia indicava la chiusura del sistema politico e l'integrazione totalitaria della società - peraltro incompleta per la presenza della chiesa e della monarchia con cui è stato necessario stabilire un compromesso, la cui precarietà risulterà chiara il 25 luglio 1943 - come modo originale di superare la crisi della rappresentanza negli stati liberali seguita alla prima guerra mondiale. Un vero peccato aver ceduto alle lusinghe tedesche, e aver introdotto le leggi razziali, finendo per smarrire la propria identità e consegnarsi a una fine ingloriosa. Mentre il ministro della difesa, nazionalista convinto, ci spiega che l'onore della patria si difende collaborando con l'occupante che alla patria ha tolto la sovranità.
Ci si è molto arrovellati in queste ore a cercare il senso politico di queste dichiarazioni pubbliche, considerando che i risultati immediati sono stati disastrosi, dal naufragio della commissione Amato alle nuove tensioni con la comunità ebraica. Si è parlato di scontri interni ad An, di attacchi a Fini e di lotta per la successione tra i colonnelli più in vista o di volontà di cercare la legittimazione politica in continuità e non in rottura con il proprio passato. Temo, però, che la spiegazione sia più semplice. La generazione dei cinquanta-sessantenni che oggi ricopre cariche pubbliche è stata socializzata alla politica dalla caricatura della guerra civile che è andata in scena negli anni settanta - tra circoli culturali dove si leggevano Evola e Tolkien e sezioni di partito dove il "lavoro politico" consisteva nel cercare gli scontri di piazza o fare comizi incendiari - e si è affermata nell'era del consenso televisivo. Per cui non ha la minima idea di come funziona una moderna società postindustriale e ignora completamente con quali strumenti va governata. Di conseguenza la politica è fondamentalmente concepita come protezione di interessi e chiacchiera, e tra le chiacchiere la più orecchiata è quella del glorioso regime che ha fatto gli italiani. E così la vera continuità rischia di essere quella con il pressapochismo di chi, dopo aver rifiutato a Marconi - peraltro discutibilmente vicino al regime - i finanziamenti per costruire il radar, da lui sviluppato teoricamente prima di tutti, e aver costretto ad espatriare negli Stati Uniti Enrico Fermi, la cui moglie era stata colpita dalle leggi razziali, pensava di vincere la seconda guerra mondiale grazie a otto milioni di baionette. Come sia finita dovrebbero ricordarselo anche La Russa e Alemanno.

giovanni.cerutti@tiscali.it


Walter Joffrain
LHC: l’acceleratore che consente di guardare le stelle stando sottoterra

Si è aperta in questi giorni  una nuova epoca nel mondo della fisica delle particelle: l’epoca di LHC (Large Hadron Collider), il grande acceleratore di particelle del CERN di Ginevra.

Quando fu approvato, alla metà degli anni ’90, il progetto sembrava davvero troppo ambizioso: prevedeva l’utilizzo di tecnologie  non ancora sviluppate che sarebbero servite  a costruire una macchina  in grado di accelerare particelle a velocità prossime a quelle della luce e a livelli di temperatura tra i più bassi dell’intero Universo.
Si decise di costruire LHC  all'interno di un tunnel sotterraneo lungo 27
km situato al confine tra Francia e Svizzera, originariamente scavato per realizzare un altro acceleratore, il Large Electron-Positron Collider (LEP).
Dopo più di vent’anni di lavoro e più di otto miliardi di euro spesi, una Collaborazione Internazionale, di cui fa parte anche il nostro Paese, è riuscita nel Progetto realizzando uno dei più importanti esperimenti scientifici della storia dell’Umanità.
Nei prossimi anni, scienziati di tutto il mondo si propongono di utilizzare LHC per rispondere a quesiti fondamentali quali l’origine della massa attraverso l’esistenza del  bosone di Higgs, particella prevista nel Modello Standard per generare la massa dei corpi, e la presenza nell’universo di materia diversa da quella ordinaria, la cosiddetta materia oscura.
Per raggiungere questi obiettivi, LHC prevede l’accelerazione di due fasci di protoni che circolano in direzioni opposte e che collidono  in corrispondenza di quattro importanti esperimenti di fisica delle particelle: ATLAS, CMS, LHCb ed ALICE. Si tratta di apparati, di dimensioni superiori  alle grandi cattedrali medioevali,  che utilizzano tecnologie diverse per rilevare e misurare, intorno al punto in cui i fasci collidono, le  particelle che attraversano i rivelatori.
Ad oggi non è stata prodotta alcuna collisione fra particelle all’interno dell’acceleratore, ma a regime  LHC arriverà a  riprodurre le stesse condizioni di temperatura presenti alla nascita dell'Universo e consentirà, dal tunnel sotterraneo in cui è costruito, di guardare le stelle e l’Universo quando erano giovanissimi, 13 miliardi di anni fa.

walter.joffrain@libero.it


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa/ Elezioni americane: si decide nei locali di strip-tease

La dinamica della campagna elettorale negli Stati Uniti è cambiata con le due convention: i due partiti hanno trovato il modo di mobilitare la base e di accendere l’entusiasmo per  i propri candidati. Questo ha rianimato le speranze dei repubblicani, che fino alla convention democratica erano sempre rimasti indietro, sia pure di poco, nei sondaggi. La nomina di Sarah Palin come candidato vicepresidente ha riportato i fondamentalisti evangelici e i fanatici delle armi a mobilitarsi per il partito e questo si è immediatamente percepito nei sondaggi, dove ora McCain è in testa.
In realtà, in una elezione federale e di secondo grado come quella per il presidente americano, non ha molta importanza essere davanti o dietro nei sondaggi nazionali (a meno che il distacco non sia molto grande), il problema è come sta andando negli stati incerti, quelli che potrebbero essere conquistati sia dall’uno che dall’altro candidato, che sono una piccola minoranza.
Dopo tutti gli sforzi, le spese e la mobilitazione dei due campi, la mappa dei risultati delle elezioni presidenziali 2008  risulterà estremamente somigliante a quella del  2000 e del 2004: tutta la costa del Pacifico (Washington, Oregon e California)  che era andata senza incertezze con Kerry, andrà a Obama. Questi prevarrà anche  lungo la costa atlantica dal  confine col Canada fino al Delaware, cioè a New York, nel New England (Connecticut, Rhode Island, Massachusetts, Vermont e anche nel conservatore New Hampshire) oltre che, naturalmente  in California.
I democratici rimangono inoltre favoriti in Wisconsin, Illinois, New Jersey, Minnesota.Il terreno di scontro più aspro sono stati gli Stati industriali del centronord: Ohio, Michigan,Pennsylvania,  stati agricoli come l’Iowa e, nell’Ovest, il Colorado e il New Mexico. Sono invece svanite (almeno, secondo gli ultimi sondaggi) le speranze di Obama di “sfondare” in stati tradizionalmente repubblicani come l’Indiana, i due Dakota, il Montana. Tutto il Sud e l’Ovest andranno ai repubblicani: l’unico punto di incertezza è la Virginia.
Poiché la struttura del collegio elettorale favorisce i repubblicani, i democratici devono assolutamente vincere in Pennsylvania (21 voti elettorali) e possono perdere Ohio (20 voti) oppure Florida (27 voti) solo riconquistando Iowa e New Mexico che nel 2004 erano andati a Bush per circa diecimila voti in Iowa, e seimila in New Mexico.
Questo porterebbe il totale dei voti elettorali di Obama, se conserva tutti gli stati in cui vinse John Kerry nel 2004, a 264. Per arrivare  o superare la magica cifra di 270, Obama deve vincere il Colorado (9 voti elettorali) dove però, in questo momento, è in vantaggio McCain oppure nell’ultimo degli Stati incerti, e cioè il Nevada (5 voti elettorali). Poiché i democratici contano di pescare un singolo voto elettorale in Nebraska (dove vige un meccanismo di attribuzione dei delegati diverso da tutti gli altri stati, tranne il Maine) andrebbero a quota 265, più 5 del Nevada = 270.
Ciò significa che, con ogni probabilità, le sorti degli Stati Uniti (e del mondo) nei prossimi quattro anni saranno decise dal modo in cui votano i baristi, le cameriere ai piani, le donne delle pulizie e le spogliarelliste che lavorano sullo Strip, la luccicante arteria centrale di Las Vegas.
Nel 2004 Bush vinse  di stretta misura (2,5% più di Kerry) quest’anno i sondaggi danno Obama e McCain testa a testa. Inoltre il
Nevada è uno stato piuttosto sindacalizzato (si può fare la spogliarellista ed essere iscritte al sindacato) e ha una forte popolazione ispanica (20%), un discreto numero di afroamericani (7%),  una bassa percentuale di popolazione sopra i 65 anni, solo il 10%, che tende a favorire McCain.
Per di più, la recessione ha colpito anche l’industria del gioco: in luglio  il fatturato è calato del 13% rispetto allo stesso mese dell’ano scorso e parecchi casinò stanno riducendo il personale. Insomma, Obama può farcela ma deve andare a gettare i dadi che decideranno della sua sorte al Caesar’s Palace.

fabrizio.tonello@unipd.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa/ Palin e la politica del privato

Saint Paul, MN – Per tanti americani l’elezione di un Presidente è una questione simile alla relazione con il vicino di casa, o quella con il proprio agente di viaggio. Secondo Judy Hodge da Dallas, Texas, ad esempio, andare a votare a novembre sarà un po’ come pagare per farsi organizzare una vacanza. "Quando vai da un agente di viaggio e gli chiedi che ti organizzi una crociera, ti aspetti che ti metta su un aereo che ti porti puntuale al punto di imbarco. E poi vuoi una bella nave su cui avrai un'ampia scelta di attività, dalla palestra, alla piscina ai massaggi, e su cui lo staff si prenda cura di te." In sostanza, la Presidenza degli Stati Uniti è un affare personale tra il Comandante in Capo e il cittadino americano, che, di conseguenza, ha diritto a un accesso illimitato ai retroscena privati della vita di un candidato.
Judy Hodge, una signora cinquantottenne, è andata alla convention repubblicana nel ruolo di accompagnatrice della suocera ottantunenne, Pauline Hodge. Judy si dichiara indecisa, anche se confessa di aver votato per Bush sia nel 2000 che nel 2004, mentre Pauline ha finito per accettare la nomination di McCain, ma è stata a lungo una sostenitrice di Rudy Giuliani. "Mia suocera è pazza per Rudy," mi ha raccontato Judy. "Nel 2004, alla convention di New York, Rudy era stato carinissimo. Aveva incontrato mia sucera nel corridoio del palasport, l'aveva salutata e le aveva baciato la mano. Quest’anno l'abbiamo rivisto e lui l'ha riconosciuta."
L'importanza attribuita all'episodio dice tanto della filosofia politica di Judy Hodge. Tutto è visto attraverso la lente dell'esperienza personale, del rapporto diretto: "Io guardo alla persona, voglio farmi un'idea di chi sono questi candidati. Non sono interessata ai grandi programmi politici. Quella è tutta retorica da campagna elettorale".
Le piacciono i Bush, George e Laura, perchè li conosce personalmente. Laura ha frequentato la sua stessa università anche se era un paio di anni più vecchia e al tempo in cui era solo una bibliotecaria, "l'avresti dovuta vedere: una donna perfetta, piena di grazia e gentilezza", ricorda Judy. Secondo lei, George e Laura "hanno davvero fatto del loro meglio e amano questo paese che più non si potrebbe." Ma le piacevano anche i Kennedy, in particolare Jaquie, “con quella classe e eleganza”. Hodge confessa naturalmente una passione per Cindy McCain, "una delle migliori donne mai incontrate, con la storia dell'adozione della bambina dal Bangladesh." E apprezza gli Obama come famiglia. "È un peccato che la campagna di Obama abbia ricostruito l'immagine di Michelle così che apparisse più composta. A me piaceva anche prima. E cosa c'è di male nell'essere spontanei?" pensa Judy. Di Barack le piace come si comporta con le sue bambine e con la moglie: "A vederlo in quel tipo di contesto sembra proprio una persona dolce e compassionevole."
Judy Hodge è una donna che ha lavorato tutta la vita, in posizioni di responsabilità in compagnie di assicurazioni e di servizi finanziari. Ha una grande ammirazione per le donne forti, inclusa Hillary Clinton. Nonostante le convinzioni quasi femministe sul diritto della donna all’aborto -- "Il corpo di una donna è di sua proprietà e lei dovrebbe essere libera di prendere le decisioni che più ritiene opportune. A me non piace la destra religiosa, " mi ha detto Judy – Hodge è entusiasta della scelta di Sarah Palin come candidata repubblicana alla Vice-Presidenza; le piace la famiglia Palin e l’idea di una donna che lavora e ha cinque figli – con un nipote già in arrivo.
Di famiglia democratica ma sposata ad un ultra-conservatore, Judy Hodge mostra una filosofia politica che è un vero misto di idee liberal e conservatrici e giura che non prenderà una decisione fino al momento in cui si recherà ai seggi il 4 novembre. E questo fa di lei una merce preziosa per le campagne di Obama e McCain, che nei prossimi due mesi inseguiranno senza sosta il voto degli indecisi.
Dei quattro membri dei due ticket presidenziali, con la sola eccezione di Joe Biden, Obama, McCain e Palin hanno biografie non-convenzionali che possono accattivare l’immaginazione di elettori quali Judy Hodge, travalicando i confini delle proposte politiche e quindi dei partiti. Non a caso, sia McCain che Obama hanno costruito le proprie campagne elettorali sulle proprie storie personali, dal veterano del Vietnam e prigioniero di guerra al figlio di sangue misto di una giovane donna sola e lavoratrice.
Sarah Palin ha un vantaggio però: la sua storia, pur essendo atipica per un politico di livello nazionale, è incredibilmente comune in America, perlomeno fino al punto in cui Palin è stata eletta Governatore dell’Alaska.  In fondo, Sarah, come la chiamano tutti i sostenitori, non è altro che
una casalinga dai molti figli che ha cominciato una carriera politica diventando attiva nella associazione genitori-insegnanti nella minuscola Wasilla.
Mentre c’è solo un numero relativamente limitato di prigionieri di guerra e forse ancor meno sono i figli di una hippy del Kansas e di un Kenyota trasmigrati alle Hawaii, sono milioni quelli che si riconoscono nella biografia di Palin e vedono in lei l’emblema della realizzazione dei propri sogni. "Per me è davvero un'ispirazione vedere come Sarah è riuscita a avere successo in così breve tempo, soprattutto considerato il fatto che viene da origini molto umili. È un esempio di come in America chiunque ce la può fare", mi ha detto a Minneapolis Sheryl Holland, un delegata e casalinga, vedova di un marito morto da soldato in Iraq.
Gli americani si riconoscono in Palin, la sua presenza nella campagna elettorale sta monopolizzando il discorso politico della nazione, e la gente si sottopone pazientemente a code eterne per vederla parlare a un raduno. E lei usa senza remore ogni dettaglio della propria vita privata per entusiasmare le folle, dal figlio che è partito giovedì per l’Iraq, alla figlia diciasettenne in cinta, al marito pescatore, alla sorella che ha aperto di recente una pompa di benzina.
Sta a questo punto ai democratici ritrovare il senso della propria proposta politica, riportare l’attenzione degli elettori sulla crisi economica, il prezzo del petrolio, il crollo del mercato immobiliare, la sanità, la guerra in Iraq; sperando che gli americani rispondano.

valentina.pasquali@gmail.com


Simone Comi
Quale futuro per Kadima ed Israele?

Si terranno nelle prossime settimane le elezioni in cui i membri di Kadima dovranno decidere chi sarà il leader successore del Primo Ministro Ehud Olmert alla guida del Partito. La decisione di Olmert di rassegnare le dimissioni è frutto delle accuse di corruzione e riciclaggio per cui, secondo recenti dichiarazioni rilasciate da fonti interne alla polizia, potrebbe venire incriminato dal procuratore generale dello Stato Menahem Mazuz. Il Primo Ministro avrebbe infatti ricevuto illegalmente ingenti somme di denaro da un finanziere americano, Morris Talanski, e da alcune agenzie pubbliche senza dichiararne il trasferimento in Israele. Se venissero confermate le accuse potrebbero portare ad una condanna per cui sono previsti fino a dieci anni di reclusione.

Le dimissioni di Olmert sono state lette da molti analisti come frutto delle pressioni esercitate dal Ministro della Difesa, il laburista Ehud Barak, che pur facendo parte della compagine di Governo non ha risparmiato forti critiche al premier. Anche dall’interno di Kadima, partito di maggioranza relativa nel paese, sono giunte dure accuse rispetto all’operato del Primo Ministro che ha così deciso di indire le prossime elezioni da cui uscirà il nuovo gruppo dirigente e probabilmente la nuova squadra di Governo.
I candidati alla leadership di Kadima sono l’attuale Ministro degli Esteri Tzipi Livni e il Ministro dei Trasporti Shaul Mofaz. I sondaggi indicano, con una certa uniformità di giudizio, che sarebbe la Livni in vantaggio rispetto al suo avversario nelle preferenze dell’elettorato anche se la difformità nelle percentuali presentate è piuttosto alta. Il vantaggio dovrebbe oscillare tra l’11% ed il 24%  a favore del Ministro degli Esteri e sarà interessante poter verificare una volta concluse le operazioni di scrutinio quale sarà il numero di preferenze che separerà le candidature. Un possibile ampio margine potrebbe consentire infatti alla Livni non solo di conquistare la leadership di Kadima ma ancor più di dettare con un certo grado di sicurezza l’agenda del prossimo Governo di transizione.
L’attuale gradimento degli iscritti a Kadima per la candidatura di Tzipi Livni lascia pensare che in futuro il Partito sarà ancora il fondamentale spartiacque tra le posizioni conservatrici del Likud, formazione guidata da Benjamin Netanyahu legata alle associazioni dei coloni israeliani, e quelle riformatrici del Partito Laburista guidato da Ehud Barak. Le ultime notizie provenienti da Israele indicano che Olmert avrebbe espresso la volontà di guidare Kadima anche a seguito delle elezioni per la formazione del nuovo Governo e fino all’eventuale incriminazione. La decisione di Olmert, anche a fronte dei risultati dei sondaggi, non dovrebbe avere sviluppi inaspettati e potrebbe anzi consentire a Tzipi Livni ulteriori margini di manovra per consolidare la coalizione governativa e concordare con i principali interlocutori politici, Barak su tutti, il futuro dello Stato di Israele.

http://simonecomi.blogsome.com

simonecomi@hotmail.com


Stefano Florio
Dove eravamo rimasti? Aggiornamento su Expo 2015

Con questa espressione ritornò in televisione nel febbraio 1987 il compianto conduttore televisivo Enzo Tortora dopo l’esilio, per le note e assurde vicende giudiziarie che lo coinvolsero, dal suo famoso programma “Portobello”…..a noi invece fornisce l’occasione per aggiornare sullo stato di avanzamento del quadro di governance relativo all’Expo 2015 dall’ultimo nostro aggiornamento e dopo la pausa estiva.
A fine luglio il Presidente del Consiglio annuncia la firma del decreto legge che avrebbe dovuto superare l’empasse generatasi a giugno allorquando le decisioni in ordine all’assetto di governance dell’evento non furono di fatto prese.
In realtà, il decreto non è mai apparso sulla Gazzetta Ufficiale dal momento che su di esso è nato uno scontro durissimo che ha visto i diversi attori in campo assumere atteggiamenti ondivaghi con prima una dinamica tipicamente riconducibile all’asse centrosinistra vs. centrodestra e poi invece spostatasi sull’asse interessi del Nord vs. governo centrale.
Lo schema uscito da quel decreto – poi ritirato – prefigurava un mostro giuridico con un Cipem (il Comitato di indirizzo rappresentante i principali attori coinvolti ma con anche i diritti spettanti un vero CdA) allargato e raddoppiato - da 6 a 12 i suoi membri ipotizzati - con l'ingresso di diversi ministeri, con un Tavolo Lombardia presieduto dal Pirellone con poteri sulle opere connesse, con un amministratore della Soge (la Società di Gestione di cui il Cipem sarebbe stato socio unico, ma un solo amministratore delegato) con ampie deleghe e, infine, un commissario straordinario (il Sindaco Moratti) con poteri sostitutivi e di vigilanza, ma non sulle opere connesse affidate al Tavolo.
E si prevedeva inoltre un meccanismo in base al quale sarebbe stato il Cipem a nominare e revocare l'amministratore ma su proposta del Commissario Moratti.
Un vero e proprio ‘mostro giuridico’ dal momento che si prefigurava una responsabilità economica dei ministeri e degli altri soci tipica di un CdA senza averne però i diritti e le prerogative.
Per queste ragioni è arrivato, a inizio agosto, il perentorio stop da parte di Tremonti, che già aveva avanzato riserve e critiche sul primo decreto Expo in ordine alla sua copertura finanziaria e che con il Sindaco Moratti ha fin dall’inizio duellato. In mezzo quel paziente mediatore che risponde al nome di Gianni Letta. Arriviamo, dunque, a oggi con il decreto che sembra ora essere nelle mani del Ministro Calderoli. Prima della pausa estiva e del rinvio definitivo a settembre, i tre protagonisti lombardi (Moratti, Formigoni e Penati) avevano riavviato il filo del dialogo “nordista” arrivando anche alla stesura di una bozza alternativa su cui però, come detto, il Ministro Tremonti ha posto definitivamente il proprio veto.
In queste settimane agostane molti i nodi su cui i diversi attori hanno duellato attraverso interviste e dichiarazioni: dai poteri del Cipem, alla necessità di un CdA e sul numero dei suoi componenti (3 o 5), sulla natura della Società di Gestione e il ruolo del Ministero dell’Economia (ruolo del CIPE: Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), ma soprattutto sui poteri dell’amministratore (unico o delegato) e sulla sua identità; cioè è apparso evidente come il vero scoglio contro cui si è arenata finora la partita del quadro di governance di Expo 2015 sia rappresentato dalla figura di Paolo Glisenti, evidentemente molto inviso ad alcuni settori del centrodestra, pur potendo godere come contraltare dell’assoluta fiducia da parte del Sindaco. Anche la Lega Nord è entrata pesantemente nella partita – all’interno della sua più generale strategia di forte visibilità – manifestando l’assoluta necessità di inserire, nel quadro della governance, anche tutte le amministrazioni provinciali lombarde o in alternativa il Presidente dell’U.P.L, cioè dell’Unione delle Province Lombarde. E’ infine di questi giorni (5.9.2008) il duro attacco che il Sindaco Moratti - cogliendo di sorpresa anche i più disattenti osservatori - ha rivolto direttamente al premier Berlusconi criticando il governo per essere stato finora “troppo distratto sull’Expo”. Insomma, molti nodi al pettine e l’impressione che sia già tramontato il clima di cooperazione interistituzionale che aveva caratterizzato la fase di candidatura e che, anche su questa partita, il ruolo del governo (e quindi della politica nazionale) sia predominante e soprattutto che, ancora una volta, le esigenze di questo territorio non trovino adeguato ascolto e soprattutto spirito di iniziativa. Chi vivrà, vedrà.

s.florio@libero.it


Valerio Pulga
Olimpiade 2008-2012: sogno o incubo? La geopolitica dello sport

Finito agosto, ecco il duro risveglio di settembre: stazione Termini di Roma, prima giornata di campionato. Verrebbe voglia di tornare a sognare: spiaggia, mare e… Olimpiadi.
Queste ultime però potrebbero regalarci qualche incubo… A luglio scrivevo di grandi sogni e speranze, di Pistorius, della Cina e delle favolose 14 medaglie d’oro italiane a Los Angeles 1984. Chi se l’è cavata meglio sia sul piano sportivo sia su quello organizzativo è di certo la Cina. Unica controindicazione, le notti insonni lasciate in dono agli organizzatori di Londra 2012: nel tentativo di addormentarsi non contano più le pecore ma i cinesi presenti nelle cerimonie d’apertura e chiusura!

Pistorius non c’è stato e a dirla tutta neppure l’Italia. E’ vero che siamo arrivati,  più o meno come al solito, noni, tuttavia il medagliere con 28 medaglie di cui 8 d’oro, 10 d’argento, 10 di bronzo e 13 di “latta” lascia intravedere segnali oscuri. Per prima cosa bisogna precisare che dimensione territoriale e numero di abitanti sono fattori essenziali per interpretare le potenzialità di un paese. Per questa ragione USA, Cina e Russia sin dall’inizio erano per noi italiani appartenenti a un altro pianeta. Per gli USA questo discorso vale da sempre, invece per la Cina c’è da sottolineare lo sforzo fatto per passare dalle 5 medaglie d’oro di Seul 1988 alle 51 di quest’anno e  la Russia, al contrario,  non è più la corazzata sovietica delle 55 medaglie d’oro dell’88. Tuttavia, lasciate da parte queste 3 nazioni, scopriamo che l’Italia non ha lottato per il 4 posto ma  per il nono con Olanda e Ucraina! Infatti, da sempre la Germania è 2 passi avanti a noi; il Regno Unito che dal 1976 è stato sempre dietro (Atene 10 ori a 9, Sydney 13-11, Atlanta 13-1,Barcellona 6-5, …) ci ha dato la polvere (19-8); il Giappone è in continuo miglioramento (4 ori nell’88 contro i 9 di quest’anno), così come la Corea Del Sud e l’Australia.
E’ dall’anno d’oro 1996 ad Atlanta che il nostro paese sta continuando a perdere terreno alle Olimpiadi e, nonostante ciò, ci sono stati grandi trionfalismi.
Diversi  aspetti preoccupanti dovrebbero far riflettere, analizzare la struttura del nostro “sport” e magari prendere spunto dagli altri paesi (perchè no anche dalla Cina).
In primo luogo la barchetta azzurra  è stata tenuta a galla solo dalle donne; secondo,  il nostro dream team capitanato da Valentina Vezzali è al capolinea; terzo, Josefa Idem non è eterna; quarto, le nostre punte di diamante (es. pallavolo e pallanuoto femminile, Howe, Cassina, Ferrari) dove sono finite?; quinto, gli sport di squadra sono andati a Pechino? Calcio non pervenuto; pallavolo maschile sbiadito ricordo dei tempi andati;  basket, vicecampione olimpico in carica, ricercato da “Chi l’ha Visto”!
Infine, possibile che ad ogni Olimpiade solo nella comitiva azzurra salta fuori l’invidia per i calciatori? Anche in altri paesi il calcio è predominante, ma la gestione del “money” è uguale? Esiste un CONI?
Il medagliere parla chiaro, basta volerlo ascoltare:
Atlanta 1996: 35 medaglie di cui 13 ori, 10 argenti, 12 bronzi.
Sydney 2000: 34 medaglie di cui 13 ori, 8 argenti, 13 bronzi.
Atene 2004: 32 medaglie di cui 10 ori, 11 argenti, 11 bronzi.
Pechino 2008: 28 medaglie di cui 8 ori, 10 argenti, 10 bronzi.
Il CONI dovrà anche magnificare tali risultati per giustificare e ottenere i finanziamenti, ma se tanto mi dà tanto, a Londra 2012…

huntervl@vodafone.it



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