Chi siamo
   Eventi
   Newsletter
   Link
   Rassegna stampa

  CFP Global Watch
Osservatorio internazionale a cura di Simone Comi

  Caffè America
Osservatorio elezioni midterm Usa 2010
a cura di Valentina Pasquali

  IPSE
Osservatorio su Istituzioni, Partiti, Sistemi elettorali
a cura di Davide Biassoni

    Expo 2015
Osservatorio Milano Expo 2015 a cura di Stefano Florio

Home » Newsletter n. 138 - 19 settembre 2008
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 138 – 19 settembre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni



Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 138.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Disastro Alitalia


Valentina Pasquali
La finanza americana allo sbando


Davide Biassoni
PD: valori solidi per progetti concreti


Simone Comi
Resta alta la tensione nei rapporti tra il Sudamerica e Stati Uniti


Valerio Pulga
Tecnologia? Sì, ma con cognizione!


Visualizza versione stampabile




Alessandro Fanfoni
Il punto/ Disastro Alitalia

A tirare troppo la corda, prima o poi si spezza. E così è stato. Certo, è singolare vedere che la rottura della trattativa tra sindacati e Cai, sia stata accolta dai dipendenti Alitalia con applausi a scena aperta. Si ha l’impressione di vivere in un modo alla rovescia oppure si viene aggrediti dal sospetto che le infinite spire del perverso intreccio politico-sindacale-aziendale di Alitalia, celi in realtà infinite risorse e prospettive, tali per cui anche una brutta notizia, a certe condizioni, possa rappresentare una buona notizia. Mah! Nulla a che vedere con le lapidarie sentenze dell’economia e della finanza americana che – come si vede in queste settimane – quando toccano il fondo, quando spingono le regole oltre ogni sostenibilità, poi vengono chiamate a rispondere delle conseguenze duramente: per gli azionisti, per i manager, per i dipendenti, per i contribuenti e per i clienti-consumatori. Al contrario, l’odissea della vita artificiale in cui versa Alitalia da tempo ci convincono che per essa vigono delle regole completamente fuori dalle regole, certamente fuori dal mercato, come un mondo a parte. La controproposta con la quale Cgil e sindacati autonomi chiedevano di allungare i tempi della trattativa con la compagine tutta italiana – fiore all’occhiello di Berlusconi e capitanata da Colannino - è stata rispedita al mittente. Un ultimatum non può trasformarsi in un penultimatum, pena la perdita di ogni credibilità. E non si può dire che non ci sian stati tempo e margini sufficienti per una trattativa ad ampio raggio. Ora che l’avventura della cordata patriottica - che ha tenuto banco da aprile ad oggi, prima in vesti fantasmagoriche divenute via via più concrete – ha fallito, cosa accadrà? Vi sono alternative al fallimento? La Cgil e i sindacati autonomi di Alitalia cos’hanno da festeggiare, s’immaginano un futuro migliore da quello offerto loro dalla Cai? Che immagine ha dato di sé il paese in questo frangente paradossale? E, ancora: è possibile che Berlusconi e il governo proprio non avessero messo in conto un esito negativo? Un po’ frastornati da questo strano pomeriggio italiano, certamente provati da un’estenuante e drammatica settimana di crisi dei mercati azionari, ci congediamo con un’ultima domanda: non esiste già, nei cassetti di Palazzo Chigi, un piano B e/o  nei cassetti di corso d’Italia un sogno B – certamente non uguali -? Nelle prossime ore, la risposta. L’unica cosa certa è che – a oggi – il paese non è ancora riuscito a liberarsi dell’incubo Alitalia. Riusciremo, almeno, a liberarci di questa Italia?



Valentina Pasquali
La finanza americana allo sbando

Washington DC – Di questi tempi le istituzioni finanziarie americane paiono cadere come i birilli in una partita di bowling. Countrywide ha aperto le danze l’anno passato. Poi, a marzo, è stato il turno di Bearn Stearns. La settimana scorsa, la Federal Reserve e il Ministero del Tesoro hanno dovuto sborsare una somma intorno ai 200 miliardi di dollari per salvare Freddie Mae e Fannie Mac. Lehman Brothers ha dichiarato bancarotta lunedì e, mercoledì, un nuovo intervento governativo del valore di 85 miliardi di dollari ha evitato il fallimento di A.I.G., una delle più importanti compagnie d’assicurazione al mondo. Oggi gli Stati Uniti seguono con preoccupazione le difficoltà di Washington Mutual, la banca depositaria del maggior numero di risparmi privati. Intanto l’indice Dow Jones è sceso di 500 punti lunedì e di altri 450 mercoledì, i risultati peggiori registrati alla Borsa di New York dai tempi degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.

"Gli effetti di questa crisi si sentiranno ben oltre le istituzioni finanziarie colpite fin qui," ha detto lunedì in una conferenza stampa Sebastian Mallaby, Direttore del Maurice R. Greenber Center for Geo-economics. Secondo l'ex-opinionista del Washington Post, il ruolo stesso degli Stati Uniti sul palcoscenico internazionale è a rischio. Il mondo sta osservando il fallimento del modello americano di finanza fondato su regolamentazione limitata e strumenti finanziari complessi, mentre il modello europeo, più conservatore, sta resistendo alle pressioni dei mercati con maggior successo.
Naturalmente la notizia del disastro finanziario ha raggiunto i candidati alla presidenza e sia Barack Obama che John McCain non parlano d’altro. La situazione avvantaggia il candidato democratico, visto che Obama ha fatto dell’economia il punto centrale della propria campagna elettorale sin dall’inizio e visto che la crisi capita sotto un’amministrazione repubblicana. I democratici battono sul tasto dolente: Barney Frank, deputato dal Massachusetts e Presidente della Commissione Camera per i Servizi Finanziari, ha dichiarato martedì: "Questa è l'ennesima prova che la mancanza di regolamentazione dei mercati ha causato danni gravissimi.” E Thomas Frank, commentatore politico e autore del famoso What’s the Matter with Kansas, uscito dopo le elezioni del 2004, mi ha detto durante una intervista: “Questa della deregolamentazione è una filosofia politica che ha chiaramente fallito. Se la crisi finanziaria continua, Obama non può perdere.” La difesa della campagna di McCain è che non si tratti di problemi sistemici, ma semplicemente di qualche CEO disonesto di cui è sufficiente sbarazzarsi per rimettere le cose a posto. Sarà senza dubbio interessante osservare se e quanto l'elettorato americano riterrà George W. Bush direttamente responsabile e la farà pagare a John McCain in quanto compagno di partito. Secondo Sebastian Mallaby, nonostante questa sia una visione semplicistica della crisi, le cui radici sono ben più profonde delle decisioni prese da Bush negli ultimi otto anni, è comunque probabile che i repubblicani ne soffrano politicamente più che i democratici. "Direi che c'è sempre il rischio per il partito in carica," ha commentato Mallaby.
Nel frattempo McCain sembra aver deciso di complicarsi ulterirormente la vita: lunedì, mentre il Dow Jones precipitava nel vuoto, il candidato repubblicano alla Casa Bianca se ne andava in giro per la Florida dichiarando che “le fondamenta dell’economia americana sono solide,” una posizione che persino l’Amministrazione Bush, dopo averla sostenuta per mesi, ha abbandonato di recente. McCain ha poi provato a ritrattare dicendo che il significato delle proprie parole era stato frainteso e che lui, in realtà, intendeva riferirsi ai lavoratori americani, che sono le vere fondamenta dell’economia e che rimangono comunque e sempre forti. Il danno era stato fatto: oggi la nazione si domanda se McCain abbia l’esperienza per occuparsi di un’economica disastrata e gli ultimi sondaggi mostrano che i repubblicani sono tornati a inseguire dopo che la convention e la nomina di Sarah Palin avevano aiutato McCain a raggiungere Obama (Due sondaggi di giovedì, di
Quinnipac e  CBS News/New York Times, danno Obama in vantaggio di 4-5 punti).
Obama sembra riscuotere maggior successo sul tema, anche se, in realtà, non offre idee che vadano oltre una generica promessa di riformare i mercati e di riportare la stabilità economica. Secondo Sebastian Mallaby è inutile aspettarsi che i candidati comincino ora a offrire soluzioni alla crisi, visto che negli ultimi due mesi della campagna elettorale è davvero difficile parlare di politiche specifiche e in particolare di dettagli tecnici quali le sicurezze collateralizzate o gli strumenti derivativi: "Non vogliono apparire indifferenti alla crisi, ma allo stesso tempo non vogliono che gli elettori smettano di seguire e se ne vadano da qualche altra parte," ha detto Mallaby. Non c’è da sorprendersi quindi che Obama e McCain scelgano di concentrarsi sulle conseguenze che la crisi finanziaria può avere sull'economia reale, come ad esempio il crollo del mercato immobiliare, conseguenze a cui i cittadini americani sono più direttamente esposti.
In questo senso, c’è caso che Obama e McCain abbiano presto molti nuovi argomenti di discussione. “Attraverso la politica di deregolamentazione, i repubblicani hanno riportato i mercati ai tempi precendenti al New Deal e quindi i mercati si comportano oggi come si comportarono durante la Grande Depressione,” mi ha detto Thomas Frank.. Infatti, tra le cause della crisi c'è la crescente compenetrazione tra le banche d'affari e le banche d'investimento, tipica degli anni venti, con il risultato che le operazioni più complicate, più remunerative e quindi più a rischio, portate avanti dalle banche d'investimento sono sempre meno isolate dai risparmi dei cittadini americani. La separazione tra le due attività finanziarie era stata istuita da Frankin Delano Roosevelt come risposta alla Grande Depressione -- quando il crollo di Wall Street aveva travolto anche l'economia reale -- attraverso una legge nota come il nome di Glass-Steagall Act. La legge fu abrogata nel 1999 e nove anni dopo gli Stati Uniti cominciano a soffrirne le conseguenze.
Paradossalmente, la crisi finanziaria del 2008 sta conducendo la struttura finanziaria americana ancor più nella direzione della completa fusione delle attività delle banche commerciali e di quelle d'investimento. Il caso più eclatante è quello dell'acquisto di Merrill Lynch da parte di Bank of America, che stabilisce un collegamento diretto tra il conto corrente dell'impiegato della posta e la finanza internazionale di New York, Londra e Shanghai. Mentre scrivo, un’altra banca commerciale, Wachovia, è in trattative per una fusione con Morgan Stanley, una delle più importanti società d’investimento.  Per il momento pero' i primi effetti positivi dell'intervento governativo nella crisi finanziaria si sono fatti sentire. L'indice Dow Jones e' tornato a salire, intorno ai 400 punti, giovedì.

valentina.pasquali@gmail.com


Davide Biassoni
PD: valori solidi per progetti concreti

La gravissima crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti rischia di travolgere i mercati finanziari europei, facendo colare a picco le già fragili e poco dinamiche economie del Vecchio Continente. Confindustria ha già lanciato l’allarme recessione e Tremonti, neo-scettico della globalizzazione senza regole, propone strumenti neo-Keynesiani tramite l’intervento della mano pubblica. Il messaggio è chiaro: all’orizzonte si profilano tempi difficili. E, seppure in un contesto diverso (a Sinalunga), lo stesso Veltroni ha messo in guardia l’opinione pubblica denunciano l’incombenza di un “autunno della democrazia e della libertà” per un’Italia che la coalizione PdL+Lega starebbe rovinando sia economicamente, sia moralmente. In particolare, ha lasciato il segno il passaggio nel quale il Segretario ha stigmatizzato la caduta dei valori nel complesso del paese, sottolineando la montante preponderanza di un individualismo egoistico e cinico dove ognuno è spinto ormai solo alla difesa del proprio interesse. E ancora sui valori, Veltroni ha sferrato un attacco molto duro contro il “Berlusconismo” che irresponsabilmente taglia i fondi all’istruzione e vorrebbe gli italiani imbevuti da una sterile e superficiale cultura televisiva. Critiche, quindi, non rivolte semplicemente alle policies perseguite dal governo, ma anche al suo substrato culturale che assurgerebbe a vera causa dell’impoverimento nello “spirito” dei cittadini italiani. La politica, infatti, non è fatta solo di leggi e decreti, ma di valori e scelte: per questo si è tanto giustamente insistito sulla necessità che il PD assuma un’identità chiara e forte. Ogni partito ha bisogno di un corpus di valori che ne definiscano l’anima e, partendo da questo core, è possibile indicare aeree di interesse pubblico dove avanzare interventi e proponimenti sui quali, poi, si chiede la fiducia agli elettori. In altri termini, il PD deve politicizzare e fare proprie determinate issues: mi chiedo, ad esempio, il perché sia stata finora così trascurata la questione ambientale e delle risorse energetiche rinnovabili che, invece, è al centro del dibattito politico in altri paesi europei. In sintesi: alla base i valori, da cui seguono i progetti. Il centrodestra è riuscito a politicizzare due questioni cruciali per il suo successo nella primavera passata: meno tasse e più sicurezza. Ciò che può fare il PD su questi punti è proporre soluzioni alternative ed evidenziare le lacune e le contraddizioni (svuotamento delle carceri e pene detentive contro la prostituzione? Riduzione delle imposte e nuove tasse locali?) delle misure effettivamente attuate, tuttavia senza alzare il livello dello scontro fino al muro-contro-muro. Questo agli elettori interessa ben poco: gli steccati ideologici si sono abbassati rispetto al secolo scorso e gran parte dei cittadini segue un orientamento pragmatico; poco importa da dove (destra o sinistra) le soluzioni vengano, l’importante è l’efficacia. Proprio di recente Amato ha rifiutato di presiedere la Commissione bipartisan voluta da Alemanno sul futuro della Capitale; la rinuncia è seguita alle virulente polemiche scatenatesi dopo che il neo-Sindaco di AN aveva difeso i meriti del regime fascista in una dichiarazione estemporanea e improvvida (e così ingenua per un politico esperto). Inevitabili, quindi, le polemiche sul valore dell’antifascismo, seguite dalle rassicurazioni di Fini sul tragitto democratico e il rifiuto di ogni autoritarismo da parte della destra moderata (ma i resuscitati contrasti con la base di Azione Giovani potrebbero esplodere con lo scioglimento di AN nel PdL, cui forse seguiranno scissioni a destra). Per quanto i dibattiti sulla storia passata di ogni paese siano certamente rilevanti, la sensazione è che questi conflitti a livello di classe politica non facciano altro che allontanare quest’ultima dalla realtà quotidiana delle persone comuni alle quali, molto probabilmente, interesserebbe assai di più che i rappresentanti nelle istituzioni collaborassero concretamente in tempi ansiogeni e incerti come quelli odierni.

davide.biassoni@unimi.it


Simone Comi
Resta alta la tensione nei rapporti tra il Sudamerica e Stati Uniti

La decisione di Evo Morales,  presidente boliviano, e di Hugo Chavez, presidente venezuelano, di espellere dai rispettivi paesi gli ambasciatori statunitensi ha provocato un immediato innalzamento della tensione nei rapporti con Washington. A seguito della decisione di Morales e Chavez anche il presidente honduregno Zelaya ha deciso di non riconoscere le credenziali al nuovo ambasciatore statunitense nel paese, pur dichiarando in una comunicazione ufficiale di non voler rompere le relazioni con la Casa Bianca. In risposta alla decisione di Morales e Chavez il presidente statunitense George W. Bush ha deciso di espellere l’ambasciatore venezuelano Bernardo Alvarez e il rappresentante diplomatico boliviano a Washington e da quanto si è potuto apprendere la Casa Bianca considera la decisione un grave errore, che potrebbe seriamente danneggiare i rapporti diplomatici tra il nord ed il sud del continente americano.
Se la decisione di Morales è giunta dopo i tumulti degli indipendentisti che hanno incendiato alcune regioni del paese, l’appoggio dato da Chavez è apparso come l’ennesimo tentativo del leader venezuelano di confermare la sua immagine di successore di Castro nella lotta al presunto dominio statunitense in Sudamerica. I frequenti viaggi a Cuba e le dure dichiarazioni contro la Casa Bianca hanno infatti portato Chavez ad essere riconosciuto come il leader del gruppo di paesi invisi agli Stati Uniti nella regione caraibico-sudamericana, anche se non bisogna dimenticare che proprio il paese guidato dal leader populista rimane uno dei maggiori fornitori di petrolio degli Stati Uniti.
La decisione di Chavez sarebbe quindi da leggersi come un atto dovuto volto al consolidamento dell’immagine di leader regionale in grado di sfidare il potere di Washington mentre di più difficile lettura potrebbe essere la scelta di Manuel Zelaya. Il presidente honduregno ha più volte accusato Washington di aver chiesto al Governo di Tegucigalpa di accogliere come ospite Luis Posada Carriles, dissidente cubano ed ex agente della CIA accusato di terrorismo, così da evitare che venisse trasferito in Venezuela o a Panama, paesi che ne avevano chiesto l’estradizione per processarlo e non è da escludersi la possibilità che la sospensione delle credenziali all’ambasciatore statunitense sia da leggersi come ritorsione alle pressioni diplomatiche giunte da Washington.
I rapporti tra gli Stati Uniti ed alcuni dei paesi sudamericani potrebbero ulteriormente peggiorare nei prossimi mesi nel caso in cui l’esecutivo guidato da George W.Bush decidesse di intraprendere la via delle sanzioni contro Bolivia, Venezuela e Honduras. L’attuale crisi economica e l’alto prezzo degli idrocarburi mette però la Casa Bianca in una situazione di difficoltà che potrebbe portare alla decisione di mantenere un basso profilo diplomatico, così da poter attenuare le tensioni e non esacerbare ulteriormente la già difficile situazione.

http://simonecomi.blogsome.com

simonecomi@hotmail.com



Valerio Pulga
Tecnologia? Sì, ma con cognizione!

Vodafone e  Tim hanno comunicato che entro il prossimo mese alcune tariffe verranno accorpate in una nuova per rendere la “nostra” vita più facile. Non ho capito se di questa “mia vita più facile”, oltre all’aumento dello scatto alla risposta e delle chiamate, fa parte anche l’sms inviato alle 3 di notte con buona pace di chi stava dormendo!?!
Tranquilli! ci disse Bill Gates, il sistema che abbiamo creato per succedere a Xp sarà un portento e si chiamerà Vista…probabilmente lo chiamarono così perché solo un cieco non si sarebbe accorto che fosse tutto fuorché un portento. Ogni giorno veniamo bombardati da pubblicità di nuovi prodotti e di catene di negozi che si spacciano per i detentori della sapienza tecnologica. La verità è che la tecnologia è utile, bella, ma “tanta”! Oggi esistono infiniti modelli di cellulari, di tv, di lettori mp3 (mp3? e che è? un farmaco? si chiedono ancora i più anziani), di lettori dvd, di registratori dvd, di auto, di moto, di …. E l’economia di mercato è lì pronta ad “infinocchiarci”!
Non ti informi e ti fidi di quello che il mercato, la società e i venditori ti vogliono propugnare e domani sarai lì a rianimare il tuo conto in rosso. E sì, perché appena scoperta la “fregatura” corri subito a rimediare spendendo l’impossibile per acquistare il modello più alla moda!
In Italia si cambiano i cellulari più frequentemente degli indumenti intimi, si acquistano prodotti sull’onda del momento ma senza averne la minima conoscenza: c’è chi ha comprato la Playstation 3  senza neppure sapere cosa fosse un Blu-ray!
I negozi specializzati vendono solo quello che vogliono, spacciando per alta tecnologia prodotti che in altri paesi sono ormai desueti: tanto li vendono e a loro, per di più, costano poco!
La tecnologia ha portato anche internet e con esso un’informazione senza barriere che permette di scoprire, ad esempio,che in altri paesi, marche, quali Panasonic e Sony, hanno immesso sul mercato dei prodotti da noi mai giunti.
Internet ha dato anche la possibilità di acquistare da tutto il mondo con un solo click: bellissimo, comodo, ma in quanti calcolano che alla dogana la merce si carica del  20% di iva? Ormai comprare è un’arte e infatti l’aumento continuo dei costi dimostra come, nell’idilliaco mondo della concorrenza, siano davvero pochi i grandi “pittori”!

huntervl@vodafone.it

 

 

 



   Programma
   Aree tematiche
   Docenti
   Modulo d'iscrizione
   Materiale didattico

   Edizione 2005
   Edizione 2006
   Edizione 2007
   Edizione 2008
   Edizione 2009
    Newsletter
CFP NEWS, tutti i venerdì la Newsletter del Centro di Formazione Politica.

Nell'ultimo numero:

La strana estate

Diagnosi di un sistema avvitato

Afghanistan, l’unica certezza resta il Grande Gioco

Gli americani abbandonano l'ambiente

La sinistra milanese rimandata a settembre

Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

    Archivio primo piano






    RSS
Rss

Centro Formazione Politica - Via Cosimo del Fante, 13 - 20122 Milano - tel. 02 58325661 -
credits