Valentina Pasquali
La finanza americana allo sbando
Washington DC – Di questi tempi le istituzioni finanziarie americane paiono cadere come i birilli in una partita di bowling. Countrywide ha aperto le danze l’anno passato. Poi, a marzo, è stato il turno di Bearn Stearns. La settimana scorsa, la Federal Reserve e il Ministero del Tesoro hanno dovuto sborsare una somma intorno ai 200 miliardi di dollari per salvare Freddie Mae e Fannie Mac. Lehman Brothers ha dichiarato bancarotta lunedì e, mercoledì, un nuovo intervento governativo del valore di 85 miliardi di dollari ha evitato il fallimento di A.I.G., una delle più importanti compagnie d’assicurazione al mondo. Oggi gli Stati Uniti seguono con preoccupazione le difficoltà di Washington Mutual, la banca depositaria del maggior numero di risparmi privati. Intanto l’indice Dow Jones è sceso di 500 punti lunedì e di altri 450 mercoledì, i risultati peggiori registrati alla Borsa di New York dai tempi degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.
"Gli effetti di questa crisi si sentiranno ben oltre le istituzioni finanziarie colpite fin qui," ha detto lunedì in una conferenza stampa Sebastian Mallaby, Direttore del Maurice R. Greenber Center for Geo-economics. Secondo l'ex-opinionista del Washington Post, il ruolo stesso degli Stati Uniti sul palcoscenico internazionale è a rischio. Il mondo sta osservando il fallimento del modello americano di finanza fondato su regolamentazione limitata e strumenti finanziari complessi, mentre il modello europeo, più conservatore, sta resistendo alle pressioni dei mercati con maggior successo.
Naturalmente la notizia del disastro finanziario ha raggiunto i candidati alla presidenza e sia Barack Obama che John McCain non parlano d’altro. La situazione avvantaggia il candidato democratico, visto che Obama ha fatto dell’economia il punto centrale della propria campagna elettorale sin dall’inizio e visto che la crisi capita sotto un’amministrazione repubblicana. I democratici battono sul tasto dolente: Barney Frank, deputato dal Massachusetts e Presidente della Commissione Camera per i Servizi Finanziari, ha dichiarato martedì: "Questa è l'ennesima prova che la mancanza di regolamentazione dei mercati ha causato danni gravissimi.” E Thomas Frank, commentatore politico e autore del famoso What’s the Matter with Kansas, uscito dopo le elezioni del 2004, mi ha detto durante una intervista: “Questa della deregolamentazione è una filosofia politica che ha chiaramente fallito. Se la crisi finanziaria continua, Obama non può perdere.” La difesa della campagna di McCain è che non si tratti di problemi sistemici, ma semplicemente di qualche CEO disonesto di cui è sufficiente sbarazzarsi per rimettere le cose a posto. Sarà senza dubbio interessante osservare se e quanto l'elettorato americano riterrà George W. Bush direttamente responsabile e la farà pagare a John McCain in quanto compagno di partito. Secondo Sebastian Mallaby, nonostante questa sia una visione semplicistica della crisi, le cui radici sono ben più profonde delle decisioni prese da Bush negli ultimi otto anni, è comunque probabile che i repubblicani ne soffrano politicamente più che i democratici. "Direi che c'è sempre il rischio per il partito in carica," ha commentato Mallaby.
Nel frattempo McCain sembra aver deciso di complicarsi ulterirormente la vita: lunedì, mentre il Dow Jones precipitava nel vuoto, il candidato repubblicano alla Casa Bianca se ne andava in giro per la Florida dichiarando che “le fondamenta dell’economia americana sono solide,” una posizione che persino l’Amministrazione Bush, dopo averla sostenuta per mesi, ha abbandonato di recente. McCain ha poi provato a ritrattare dicendo che il significato delle proprie parole era stato frainteso e che lui, in realtà, intendeva riferirsi ai lavoratori americani, che sono le vere fondamenta dell’economia e che rimangono comunque e sempre forti. Il danno era stato fatto: oggi la nazione si domanda se McCain abbia l’esperienza per occuparsi di un’economica disastrata e gli ultimi sondaggi mostrano che i repubblicani sono tornati a inseguire dopo che la convention e la nomina di Sarah Palin avevano aiutato McCain a raggiungere Obama (Due sondaggi di giovedì, di Quinnipac e CBS News/New York Times, danno Obama in vantaggio di 4-5 punti).
Obama sembra riscuotere maggior successo sul tema, anche se, in realtà, non offre idee che vadano oltre una generica promessa di riformare i mercati e di riportare la stabilità economica. Secondo Sebastian Mallaby è inutile aspettarsi che i candidati comincino ora a offrire soluzioni alla crisi, visto che negli ultimi due mesi della campagna elettorale è davvero difficile parlare di politiche specifiche e in particolare di dettagli tecnici quali le sicurezze collateralizzate o gli strumenti derivativi: "Non vogliono apparire indifferenti alla crisi, ma allo stesso tempo non vogliono che gli elettori smettano di seguire e se ne vadano da qualche altra parte," ha detto Mallaby. Non c’è da sorprendersi quindi che Obama e McCain scelgano di concentrarsi sulle conseguenze che la crisi finanziaria può avere sull'economia reale, come ad esempio il crollo del mercato immobiliare, conseguenze a cui i cittadini americani sono più direttamente esposti.
In questo senso, c’è caso che Obama e McCain abbiano presto molti nuovi argomenti di discussione. “Attraverso la politica di deregolamentazione, i repubblicani hanno riportato i mercati ai tempi precendenti al New Deal e quindi i mercati si comportano oggi come si comportarono durante la Grande Depressione,” mi ha detto Thomas Frank.. Infatti, tra le cause della crisi c'è la crescente compenetrazione tra le banche d'affari e le banche d'investimento, tipica degli anni venti, con il risultato che le operazioni più complicate, più remunerative e quindi più a rischio, portate avanti dalle banche d'investimento sono sempre meno isolate dai risparmi dei cittadini americani. La separazione tra le due attività finanziarie era stata istuita da Frankin Delano Roosevelt come risposta alla Grande Depressione -- quando il crollo di Wall Street aveva travolto anche l'economia reale -- attraverso una legge nota come il nome di Glass-Steagall Act. La legge fu abrogata nel 1999 e nove anni dopo gli Stati Uniti cominciano a soffrirne le conseguenze.
Paradossalmente, la crisi finanziaria del 2008 sta conducendo la struttura finanziaria americana ancor più nella direzione della completa fusione delle attività delle banche commerciali e di quelle d'investimento. Il caso più eclatante è quello dell'acquisto di Merrill Lynch da parte di Bank of America, che stabilisce un collegamento diretto tra il conto corrente dell'impiegato della posta e la finanza internazionale di New York, Londra e Shanghai. Mentre scrivo, un’altra banca commerciale, Wachovia, è in trattative per una fusione con Morgan Stanley, una delle più importanti società d’investimento. Per il momento pero' i primi effetti positivi dell'intervento governativo nella crisi finanziaria si sono fatti sentire. L'indice Dow Jones e' tornato a salire, intorno ai 400 punti, giovedì.
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