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Home » Newsletter n. 139 - 26 settembre 2008
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 139 – 26 settembre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni



Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 139.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ La via italiana ai cieli


Federico Merola
La crisi di Wall Street e la fine del modello “banca globale”


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ Se la crisi finanziaria sfida la politica


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Aspettando il primo dibattito Obama-McCain


Stefano Florio
Hanno ucciso l’Alitalia, chi sia stato...lo si sa…!?!?


Matto Bonecchi
Alitalia, una clamorosa occasione mancata


Simone Comi
Israele: la strada in salita di Tzipi Livni


Davide Biassoni
Le scelte della politica


David Ragazzoni
Veltroni a NY: nei talenti italiani il futuro del nostro Paese


Valerio Pulga
Se non esiste più una nazionale, mi affido alla religione!


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ La via italiana ai cieli

Su Alitalia ha prevalso il buon senso, scriveva ieri uno tra i più noti analisti politici. E, visto l’epilogo positivo della tormentata e, a tratti drammatica, vicenda della via alla privatizzazione della nostra compagnia di bandiera, non si può che essere d’accordo. La firma apposta dalla Cgil al piano Cai, infatti, autorizza a pensare che la Nuova Alitalia decollerà, anche se ancora manca il sì definitivo dei piloti. Tuttavia, il rissoso e perverso rincorrersi di stop and go che si possono annoverare almeno dalla scorsa primavera, circa la soluzione Alitalia, e i difetti che ancora persistono nella formula Cai, non arrestano il brivido che percorre il sistema-Italia nel suo complesso. Un eccesso di politica, un eccesso di sindacati e un eccesso di imprenditorialità assistita, in questi mesi, hanno offuscato una prospettiva prettamente commerciale e industriale, lasciando prevalere una resa dei conti ideologica e di posizionamento che poco ha a che fare con lo stato dell’arte del mercato dell’aviazione civile. Si è salvata la faccia certo, ma non tutti i nodi sono venuti al pettine – questo il commento di alcuni analisti dinnanzi alla fragilità della via italiana ai cieli. Il salvataggio di Alitalia, già quasi raggiunto dal centrosinistra alla fine della scorsa Legislatura, è stato poi abilmente sottratto da Berlusconi con un colpo di mano spregiudicato e portato avanti caparbiamente – bisogna riconoscerlo – fino alla messa in scena finale: una cordata, una proposta, una trattativa, un ultimatum, il tavolo che salta, la paura, la ricucitura e tutti che tornano al tavolo. Se, come suggeriscono le ultime notizie, tutto andrà per il meglio, non resta che la corsa – già iniziata, a dire il vero – ad occupare il posto migliore nella fotografia di gruppo, in modo che tutti potranno dire: c’ero anch’io, è merito mio. Quale prova migliore che l’ "italianità" è salva?


Federico Merola
La crisi di Wall Street e la fine del modello “banca globale”

A leggere i giornali dell’ultimo anno, tra una crisi finanziaria quà, un fallimento inaspettato là e un salvataggio tanto per gradire, si rischia di perdersi in dettagli tanto drammatici quanto irrilevanti ai fini di una effettiva comprensione del processo in atto. L’effetto domino partito dal mercato americano dei subprime e arrivato al centro nevralgico del capitalismo occidentale, trova infatti le sue cause sostanziali in scelte di carattere generale sulle quali da tempo si registrano spunti critici, ma sulle quali istituzioni e operatori non hanno mai trovato la forza di intervenire.
Innanzitutto, possiamo dire che ad essere fallito è il modello di banca globale americana fondata sul conflitto di interesse, che negli anni ’90 aveva spopolato ovunque sull’onda del processo di internazionalizzazione degli affari e sul conseguente progressivo allentamento dei vincoli di espansione al credito assecondato dalle autorità di vigilanza – che in ogni paese finiscono col diventare interpreti delle strategie dei vigilati.

Una volta il banchiere veniva dipinto come un rigoroso e austero intermediario del danaro altrui, finanziatore di progetti o imprese selezionati in base al “merito di credito”. Poiché i rischi, in questo schema, finivano sui libri della banca, l’attenzione alla copertura patrimoniale era massima così come la selezione delle operazioni.
La banca globale degli anni ’90 porta invece con se, oltre alla pletora di conflitti su cui si fonda, un cambiamento radicale di operatività. Non più diretto sottoscrittore dei rischi ma intermediario tra investimenti e mercato finanziario. Le c.d. cartolarizzazioni, e il passaggio di attenzione dal margine di interesse al margine di intermediazione (ovvero dal costo del danaro al costo dei servizi in termini di commissioni), ha progressivamente disimpegnato le banche dall’assunzione diretta di rischi in bilancio, a vantaggio del trasferimento di tali rischi su terzi. Ed è in questo passaggio logico che va trovato l’anello debole di tutta la piramide finanziaria dell’occidente. I conflitti di interesse fanno da amplificatore a questo scollamento tra valutazione del rischio e assunzione diretta del medesimo, con l’ulteriore complicità dall’evidente asimmetria informativa che esiste tra i collocatori-banche e gli investitori-risparmiatori.
Il depauperamento dell’etica è figlio di presupposti logicamente ed economicamente fragili, al cospetto dei quali parlare di rating troppo generosi, di perniciose congiunzioni con prodotti assicurativo-previdenziali, di iperboliche moltiplicazioni di carta, di discutibili commistioni con scommesse d’azzardo (derivati), diventa solo un morboso rapporto con la cronaca. Del quale abbiamo ricorrenti esempi in questi anni.
Oggi, che come è accaduto ciclicamente in occidente, il “libero mercato” è sotto attacco per essere stato troppo “libero”, e poco “mercato”. Ci troviamo così di fronte ad un ennesimo interventismo pubblico, che suona musiche già note. Una sola melodia potrebbe però rasserenare il nostro animo: quella che saprà spiegare bene al mondo degli affari – nel suo stesso interesse – quali sono i riferimenti valoriali della finanza del domani. Quella del mondo post-globale e post-americano.

federico.merola@f2isgr.it


Fabrizio Tonello
Osservatorio Usa 2008/ Se la crisi finanziaria sfida la politica

Negli ultimi giorni la politica americana è sembrata, per 48 ore, molto simile a quella italiana. Ovvero: nessuno vuol decidere. Tutti fanno proposte con l’occhio volto alla telecamera, stando bene attenti a non dire qualcosa che domani possa essere rimproverato loro perché le cose sono andate male. Così McCain annuncia che “sospende” la campagna elettorale (come se i suoi spot pubblicitari vagamente razzisti contro Obama non  continuassero ad andare in onda su tutte le reti) e ritorna a Washington per affrontare la crisi finanziaria (quella stessa che dieci giorni fa aveva ignorato dicendo: “I fondamentali dell’economia americana sono solidi).
Nello stesso momento Bush, che aveva tenuto la stessa linea per mesi contro l’evidenza dei fatti, lancia un appello alla nazione perché si dia carta bianca al segretario al Tesoro per salvare le banche in crisi (a salvare i milioni di famiglie che hanno perso la casa non si è pensato, come mostra
questa vignetta). “Accordo subito, entro lunedì” ordina il Presidente.
Al Congresso, però, non c’è alcuna fretta di decidere: deputati e senatori sanno leggere i sondaggi come questo, da cui emerge che appena il 30% di americani  sono favorevoli al salvataggio, mentre il 50% preferisce che le banche responsabili delle follie finanziarie degli ultimi anni facciano la fine che meritano. I repubblicani sono contrari perché il piano Paulson farebbe esplodere il deficit del bilancio, i democratici vogliono punire i banchieri dagli stipendi stratosferici e nessuno vuole andare dai propri elettori, fra un mese, con il marchio di aver votato per salvare gli speculatori mentre le famiglie stentano ad arrivare a fine mese.
Così, alla fine, sembra che l’unico ad avere un atteggiamento responsabile e a mostrare capacità di leadership sia Barack Obama (anch’egli  muto nelle prime fasi della crisi) che ieri ha tenuto un discorso in Florida dove delineava le condizioni per accettare il salvataggio: creazione di un’autorità indipendente per sovrintendere all’operazione, trasformazione degli aiuti in “investimenti”, quindi con il diritto per il governo di avere parte dei profitti quando la situazione economica migliorerà, punizione dei manager responsabili del disastro e aiuti per le famiglie in difficoltà.
Il problema è che, tecnicamente, il salvataggio delle banche è estremamente difficile perché nessuno sa realmente quanto valgano i crediti che esse hanno nei confronti di debitori insolventi, né quale possa essere il prezzo delle case pignorate che in questo momento nessuno vuole. Mettere a punto una soluzione in tempi brevissimi e con la doppia, straordinaria pressione di mercati finanziari in piena crisi di nervi e di elezioni fra 38 giorni sembra un’impresa impossibile. Se Obama e i democratici riuscissero nell’impresa (correndo un enorme rischio politico, visto che Bush resterà in carica fino al 20 gennaio) si sarebbero guadagnati sul campo il diritto a governare per i prossimi 4 anni.

fabrizio.tonello@unipd.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Aspettando il primo dibattito Obama-McCain

Washington DC – La sorte del dibattito tra John McCain e Barack Obama previsto per venerdì sera è ancora incerta, anche se gli ultimi sviluppi paiono indicare che il confronto televisivo tra i due candidati alla Casa Bianca si terrà regolarmente. Obama ha declinato l’invito di McCain a posticipare il dibattito mentre la Commissione per i Dibattiti Presidenziali che organizza l’evento e l’Università del Mississippi che lo ospita hanno dichiarato che la preparazione prosegue come da programma. Molto dipenderà da cosa accadrà al Congresso e alla Casa Bianca tra giovedì e venerdì. L’Amministrazione Bush sta cercando di far digerire a Senato e Camera un piano di intervento pubblico sui mercati finanziari del valore di circa 700 miliardi. Molti parlamentari, sia democratici che repubblicani, sono critici della proposta del Ministro del Tesoro Paulson, anche se per ragioni diametralmente opposte. Ai democratici non piace che il governo è così pronto a salvare Wall Street, ma non altrettanto attivo in difesa dei cittadini americani rimasti senza casa durante la crisi dei mutui subprime. I repubblicani, dal canto loro, sono negativamente sorpresi delle dimensioni economiche della proposta di Paulson, che è così profondamente contraria alla filosofia liberista tipica dei conservatori americani. Inoltre, non si trova un accordo sul prezzo a cui il governo dovrebbe rilevare le istituzioni finanziarie in crisi. McCain e Obama sono tornati a Washington DC giovedì per incontrare Bush e i leader di Camera e Senato e discutere di tutti questi dettagli della proposta Paulson. McCain ha dichiarato che se l’intervento da 700 miliardi viene approvato dal Congresso entro venerdì, allora si recherà al dibattito come stabilito.
Supponendo che in un modo o nell’altro il dibattito si farà, il tema previsto è la politica estera e McCain e Obama dovranno confrontarsi su problematiche quali la Russia, l’Iran, il nucleare e il Medio-oriente. “Complessità è la parola chiave per descrivere il mondo d’oggi, una complessità di cui potremmo perdere il controllo”, ha detto Zbigniew Brzezinski, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente Jimmy Carter, durante un evento organizzato venerdì scorso da New America Foundation, un centro di ricerca di tendenze progressiste a Washington DC.
La previsione di tutti è che la crisi dei mercati finanziari prenderà il sopravvento e che i candidati alla Casa Bianca cercheranno di riportare la discussione su questioni economiche il più spesso possibile. Il crollo di Wall Street ha messo in luce alcuni difetti strutturali dell’economia americana. Gli Stati Uniti, che hanno un debito complessivo che ammonta a circa il 67% del valore del Prodotto Interno Lordo (PIL), sono sempre più dipendenti dai governi stranieri, come la Cina, il Giappone e la Russia, che tengono in piedi l’economia americana acquistando buoni del tesoro statunitense. Sebastian Mallaby, Direttore del Greenberg Center for Geoconomic Studies e ex-opinionista del Washington Post, ha sottolineato che i governi stranieri stanno sostenendo questi investimenti non solo sulla base dei possibili guadagni, ma anche per i vantaggi politici che ne hanno tratto fin qui. “Però queste sono decisioni che possono sempre essere modificate, nel momento in cui dovessero emergere nuove considerazioni politiche”, ha detto Mallaby durante il convegno di CFR. Se le banche centrali straniere dovessero cominciare a vendere le loro riserve di dollari, il valore del biglietto verde crollerebbe ulteriormente trascinandosi dietro l’intera economia americana. Di conseguenza, Sebastian Mallaby ha espresso la speranza che, durante il dibattito, McCain e Obama parlino di economia e finanza sia dal punto di vista della gestione immediata della crisi che dal punto di vista di una ristrutturazione di lungo periodo del sistema finanziario internazionale.
Oltre a questo scenario economico apocalittico, il prossimo Presidente degli Stati Uniti dovrà affrontare molte altre questioni difficili. Michael Levi, Direttore del programma di ricerca di CFR su energia e riscaldamento globale, ha introdotto il tema della proliferazione nucleare. Levi ha posto l’accento sulla complicata relazione tra gli Stati Uniti e l’Iran: “I negoziati non stanno andando da nessuna parte e le sanzioni non hanno alcun effetto”. Molto probabilmente, McCain e Obama dovranno rispondere, durante il dibattito, ad almeno una domanda sul tema, quando gli sarà chiesto cosa intendono fare nel caso l’Iran produca armi atomiche. “Spero che sia McCain che Obama siano sufficientemente cauti e si limitino a dire che valuteranno il da farsi sulla base della situazione al momento in cui uno sviluppo di questo genere dovesse avere luogo”, ha detto Levi. Brzezinski e Scowcroft avevano espresso opinioni simili venerdì: “Dobbiamo mostrare maggior serietà nelle trattative con l’Iran”, ha detto Brzezinski. Scowcroft ha collegato l’empasse con l’Iran a un problema generale di proliferazione nucleare: “Se l’Iran arricchisce l’uranio, anche se non costruisce la bomba atomica, comunque creerà incentivi alla proliferazione nella regione, ad esempio da parte dell’Egitto”. Fra l’altro, la questione della proliferazione non è certo limitata all’Iran. Mentre scriviamo, la situazione si sta aggravando nuovamente anche in Corea del nord. Sheila Smith, ricercatrice di CFR ed esperta di Estremo Oriente, si è detta molto preoccupata in particolare per il fatto che Kim Jong Il pare essere molto malato. La paura è che ci possa essere un delicato passaggio di potere in Corea del nord proprio nel momento in cui il paese abbia riattivato il proprio programma nucleare.
Un altro nodo è quello della Russia. Jim Goldgeier, consigliere della campagna di Obama, spera che i candidati offrano venerdì una visione nuova delle relazioni Stati Uniti-Russia, visto che quella sviluppatasi dopo il crollo dell’Unione Sovietica e fondata sull’idea di una Russia pacifica è ormai antiquata. “Dire semplicemente che la Russia si sta isolando da sola, non è politica, ma solo retorica,” ha detto Goldgeier. A New America Foundation sia Scowcroft che Brzezinski hanno parlato con preoccupazione della “nostalgia imperiale” della Russia: “I Russi hanno visto il crollo improvviso della propria super-potenza e hanno sviluppato un forte senso di umiliazione”, ha detto Brzezinski. “Visto che il paese si sta riprendendo sia economicamente che militarmente, ora vogliono riconquistare una posizione di potere e influenza internazionale”.
Infine, gli esperti che hanno partecipato ai convegni di CFR e NAF hanno affrontato, timidamente, il tema del Medio Oriente: “Molti problemi regionali sono strettamente interconnessi”, ha detto Scowcroft, “con Iraq e Iran tra i più importanti”. Una risoluzione del conflitto Israelo-Palestinese potrebbe contribuire al miglioramento della situazione complessiva in Medio Oriente, migliorando i rapporti tra gli Stati Uniti e il mondo arabo e isolando gruppi come Hamas e Hezbollah. Il processo di pace, però, è sparito dal dibattito politico Americano. Secondo il parere di molti, il conflitto tra Israele e Palestina si è trasformato in un problema senza soluzione e di conseguenza nessuno sa più cosa dire.
La lista delle sfide che il prossimo presidente americano dovrà affrontare non finisce qui e comprende, tra le altre cose, anche l’Afghanistan, il riscaldamento globale e il prezzo del petrolio. Sebastian Mallaby ha chiuso la settimana di preparazione al dibattito di venerdì con l’osservazione più appropriata: “Continuo a non capire perchè Obama e McCain vogliano vincere quest’elezione”.

valentina.pasquali@gmail.com


Stefano Florio
Hanno ucciso l’Alitalia, chi sia stato...lo si sa…!?!?

A qualche giorno dal ritiro dell’offerta di acquisto di Alitalia da parte della Compagnia aerea italiana - CAI (ma non potevano trovare un acronimo migliore?), la situazione appare ancora molto incerta in ordine alle prospettive nel brevissimo periodo per la nostra compagnia di bandiera e la violenta polemica politica che ne è sorta ha, come sempre in questo paese, sfavorito una ricostruzione quanto più possibile oggettiva della vicenda così da fornire gli elementi essenziali perché l’opinione pubblica potesse darne una lettura completa. Moltissimo è stato detto e scritto e qui solo qualche ulteriore riflessione tesa a consentire a ciascuno di acquisire elementi utili ad una seria e attenta valutazione.
Innanzitutto un punto di partenza ineludibile: se i dipendenti di una qualsivoglia azienda festeggiano all’annuncio del suo possibile fallimento, evidentemente ci si trova di fronte ad una situazione paradossale e grottesca, analoga purtroppo ad altre vicende italiane di questi decenni.
Ed in effetti la ricostruzione della vicenda Alitalia,
limitandosi ai soli ultimi 2 anni, lascerebbe sbalorditi chiunque se solo non vivessimo in Italia per il livello di incapacità, pressappochismo, imperizia (per non dire forse malafede) di cui si sono resi protagonisti i diversi attori via via coinvolti rispetto cui difficile è pensare di salvarne qualcuno.
Tutti responsabili e, come spesso troppe volte accade, nessun colpevole perché – rifacendosi al famoso motto del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa “…se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi….”.
Indifendibile appare innanzitutto la posizione assunta dal mondo sindacale nelle sue diverse anime – anche se con sfumature diverse - soprattutto perché molte storture avvenute la scorsa primavera allorquando l’interlocutore fu AirFrance, si sono riproposte ora come ha descritto in maniera precisa Dario di Vico sul Corriere della Sera del 21 settembre.
D’altro canto il fallimentare sistema di gestione di Alitalia è da sempre stato caratterizzato da un forte carattere collusivo con il mondo sindacale (la presenza di 9 sigle sindacali al tavolo già di per sé rappresenta un’anomalia figlia di una dinamica perversa di rapporti azienda-governi-sindacati) le cui responsabilità – non, come mediaticamente riportato, in capo alla sola CGIL ma anche e soprattutto  dei sindacati dei piloti che, storicamente, sono da sempre + vicini al centrodestra - in queste settimane appaiono così pesanti tanto da far dire al prof. Ichino che questa vicenda esemplifica perfettamente lo stato di malessere in cui versa il quadro delle relazioni industriali italiane.
Giova ricordare inoltre che già la scorsa primavera durante la trattativa poi conclusasi con un nulla di fatto con l’AD di AirFrance Spinetta, si rincorsero insistenti voci che raccontavano di come una parte rilevante di dipendenti Alitalia, sentendosi poco rappresentati dai sindacati, erano tutto sommato favorevoli a quella soluzione e quindi contrari alla ferma posizione di chiusura di questi nei confronti dell’offerta francese.
Occorre essere onesti: ci si trova di fronte ad una situazione paradossale soprattutto perchè Alitalia è da sempre una azienda che nei fatti non ha mai operato in condizioni di concorrenza sul mercato avendo potuto godere comunque sull’intervento salvifico dello Stato con tutte le conseguenze oggi chiaramente visibili.
In secondo luogo, in capo al premier Berlusconi ricadono responsabilità altrettanto evidenti e pesanti soprattutto se la memoria ritorna ai giorni della trattativa con AirFrance allorquando, per ragioni palesemente riconducibili a mere ragioni di propaganda elettorale a pochi giorni dal voto, bollò come irricevibile la proposta francese ventilando cordate di imprenditori amici già pronti a compiere il “beau geste” in difesa dell’italianità dell’azienda (si veda una sua intervista ad Adnkronos su (http://it.youtube.com/watch?v=y0t9y-cPLEU&feature=related).
O ancora quando si analizza nel merito l’iniziativa da lui promossa – in ogni caso meritoria perché ha consentito il materializzarsi di una credibile alternativa al fallimento anche se all’interno di una prospettiva aziendale più modesta di altre compagnie europee e in attesa di eventuali partnership che ne rafforzerebbero il valore competitivo - e che ha dato origine alla cordata guidata da Colaninno, molti analisti ne hanno evidenziato però anche i limiti soprattutto nell’aver ipotizzato di mettere in capo al bilancio pubblico (e quindi di tutti noi cittadini utenti) l’onere immenso dei debiti maturati in tanti anni di pessima gestione consegnando ad un gruppo di imprenditori una realtà aziendale costituita dai soli asset più profittevoli ed imprenditorialmente attraenti. Quindi di fatto lasciando ancora in mani italiane il management aziendale (anziché ad es. in mani francesi almeno teoricamente meno influenzabili da indebite pressioni esterne), consentendo ad AirOne (membro della cordata) di godere di posizioni di monopolio ancora più forti sulla ricchissima tratta Linate-Fiumicino ed esponendosi a possibili sanzioni da parte della Commissione Europea oltre che, come detto, avendo diviso Alitalia in due realtà – una con a carico debiti e passività, l’altra invece potenzialmente competitiva e attraente – posto a carico nostro e delle future generazioni l’onere di coprire debiti e passività.
In terzo luogo, non si possono tacere le responsabilità (che tanto si sa non si trasformeranno mai in dirette sanzioni) per le conseguenze scellerate di anni di fallimentari gestioni da parte dei diversi manager che si sono succeduti nei ruoli di AD e/o Presidente della compagnia di bandiera. Su tutti, ma davvero di esempi se ne potrebbero trovare molti altri, si prenda il caso di Giancarlo Cimoli il cui operato – passato alle cronache non proprio come entusiasmante – si è manifestato prima c/o le Ferrovie dello Stato e poi appunto dal 2004 in Alitalia (si veda http://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Cimoli).
E che dire poi del mare magnum dei dipendenti Alitalia che per settimane hanno vissuto con preoccupazione ed ansia le fasi delle trattative; anche in questa vicenda si è riproposta la profonda cesura oggi esistente in Italia fra garantiti/protetti e non (i precari in Alitalia ammontano a 3.000) che, nella fattispecie, si è trovata riproposta sia nella dicotomia fra piloti e personale di terra ma anche fra il personale “anziano” e i neo assunti (interessante perché fornisce molti spunti di riflessione l’intervista rilasciata dalla giovane hostess immortalata mentre esultava alla notizia del ritiro della Cai.
Ma è impossibile non rimanere profondamente colpiti (per non dire incazzati) altresì nel leggere l’entità degli sprechi perpetuati - a danno dei contribuenti italiani - per anni sia da politici che dai diversi manager succedutisi negli anni negli uffici lungo la via Magliana (vd. su questo l’articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera del 12 settembre 2008) su
o ancora il sistema di condizioni (e privilegi)  di cui una parte del personale di Alitalia (forse quello che più si è opposto a qualsivoglia soluzione che modificasse lo status quo?) ha potuto godere in questi anni (su tutti si veda l’articolo dello scorso aprile apparso sul Riformista e disponibile su
http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/04/09/79226-tutti_segreti_della_casta_hostess_piloti.shtml).
Questi alcuni parziali elementi sul campo rispetto cui ciascuno farà le sue riflessioni (personalmente mi dichiarai su queste pagine favorevole alla vendita ad AirFrance la scorsa primavera)….a me solo ora alcune domande che questa vicenda solleva in ordine alla posizione attuale e le prospettive future del Partito Democratico. Quale paradigma culturale si vuole proporre e realizzare? Quale approccio di relazioni con il mondo sindacale da un lato e d’impresa d’altro si intende adottare? Quali modelli di stile manageriale (e annessi profili professionali chiamati ad applicarli) si immagina di voler impostare nella gestione di aziende pubbliche o di servizi pubblici locali?
Rispondere a queste (come ad altre domande simili) contribuisce a disegnare il profilo riformista del partito e a identificare alcuni degli elementi caratterizzanti la sua piattaforma politica, cioè il perimetro al cui interno concretizzare l’arte di ricomporre gli interessi particolari verso una chiara ed organica strategia di sviluppo per il paese. Detto in altri termini: governare in ultima istanza vuole dire decidere e decidere vuol spesso dire scontentare una minoranza in favore (auspicabilmente nelle intenzioni future) della maggioranza…..dilemma ancor più complicato quando si opera in un paese fatto da tante e forse troppe minoranze egoisticamente in lotta per la tutela dei loro interessi (il “particulare” di Macchiavelli) e in assenza di una vera cultura ed etica pubblica capace di mediarne le istanze.

ps. di queste ore l’annuncio della firma anche da parte della CGIL della nuova offerta di acquisto da parte di CAI e dell’interessamento di AirFrance a entrare nel capitale con una quota di minoranza; ora si attende il pronunciamento sul nuovo piano anche da parte dei piloti e degli assistenti di volo. Nel frattempo tutto tace sul fronte Expo 2015……chissà, quando finalmente gli ispettori de BIE verranno a Milano (rimandano la visita dallo scorso luglio per il noto stallo nel quadro dell’assetto di governance), con che compagnia aerea voleranno...

s.florio@libero.it


Matto Bonecchi
Alitalia, una clamorosa occasione mancata

La situazione della nostra compagnia di bandiera, o ex – non importa come la si voglia definire, è sempre al centro della vita nazionale per le sue vicende burrascose. Sembra che proprio la si voglia rovinare completamente, anzi succhiarne le ultime risorse e lasciare gli ultimi pezzi di valore (slot e diritti di traffico) al partner straniero. Le logiche industriali anche in questo caso non sono considerate e il piano definito dalla CAI mostra una logica affaristica a brevissimo termine rispetto ad un piano di sviluppo con un orizzonte di medio termine che porti sviluppo ed incrementi il valore dell’azienda. Per procedere con ordine la situazione si presenta cosi:la presentazione da parte di CAI del piano industriale prevede grossi tagli, sia a terra che in volo. E’ incoerente con il mercato e con la tipologia di passeggeri che il nostro paese attira.I principali numeri sono i seguenti:
Attualmente dovrebbero le due compagnie impiegano circa 21.000 persone, con il piano CAI si arriverebbe a 12.500 persone. I tagli sono previsti per il solo personale Alitalia. E’ interessante notare come per  AirOne non sia prevista nessuna riduzione di personale, ne di aeromobili (i Boeing 737 hanno la stessa età degli MD80 di Alitalia se non qualche anno di più!)
Una perdita di 9.000.000 di passeggeri. Dagli attuali 31.000.000 di Alitalia ed  AirOne si passerebbe a 22.000.000 delle nuova compagnia fusa. 9.000.000 di passeggeri che oggi volano dovranno scegliere altre compagnie per spostarsi.
Una riduzione della flotta di aeromobili da circa 230 odierni a 150 a termine del piano dell’azienda (di cui 25 di lungo raggio – gli stessi che ci sono oggi).  Dunque un taglio del 35% degli aeromobili, che in una compagnia aerea sono gli elementi di produzione!!
Nelle ultime ore si è ripresentata Air France, come del resto anche BA e Lufthansa, per l’acquisizione del 25% del capitale azionario, senza acquisire nessun debito dell’azienda che sono a carico dello stato, dunque nostro.
A questo occorre sottolineare la diminuzione del numero di piloti e di assistenti di volo. Nel piano CAI sono previsti 4.5 equipaggi per aeromobile, contro uno standard europeo di 7 per il lungo raggio e circa 5.5 per il corto e medio raggio. Dunque non ci sarebbero abbastanza piloti per far volare in modo produttivo gli aeromobili. Si ricorda che l’aereo quando vola, produce, mentre quando sta a terra rappresenta un costo!
La logica del piano presentato da CAI è comunque evidente. E’ un’ottica a breve termine, che vede un ridimensionamento dell’azienda ad un vettore poco più che regionale  pronto ad essere acquisito da una major europea. Si nota anche che per AirOne questa rappresenti la sola alternativa al fallimento; infatti, le casse della compagnia sono vuote e la situazione finanziaria e più compromessa di quella di Alitalia.
Questa volta l’occasione e stata mancata in modo clamoroso, c’era la possibilità di creare una azienda forte e competitiva sul mercato, il cui valore sarebbe stato sicuramente più alto di quello che si avrà nei prossimi anni.  E con vero rammarico che anche questa volta la logica affaristica dei “pochi maledetti e subito” sia prevalsa. Peccato che i debiti della compagnia siano a carico nostro e che i vantaggi di tutti gli investimenti, che abbiamo fatto fino ad oggi, vengano usufruiti da pochi.
E l’opposizione cosa fa? Ah sì, sta a guardare!

bonecchimatteo@tin.it


Simone Comi
Israele: la strada in salita di Tzipi Livni

Come previsto da molti analisti alle dimissioni del premier israeliano Ehud Olmert è stata l’ex agente del Mossad ed ex Ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni a ricevere l’incarico di formare il nuovo Governo. Dopo aver vinto le elezioni primarie per la guida di Kadima, alla Livni è stato infatti dato mandato dal Presidente Simon Peres per formare il nuovo esecutivo. La vittoria di stretta misura sul principale avversario, l’ex Ministro dei Trasporti Shaul Mofaz, sembra avere ridimensionato notevolmente l’autorità e il peso politico della Livni all’interno del suo stesso Partito e le dinamiche interne a Kadima che hanno portato ad un risultato così incerto potrebbero rivelarsi un punto debole capace di generare difficoltà ed ostacoli importanti all’azione di governo del nuovo esecutivo. Partita con un margine di consensi superiore del 10% rispetto a quello del suo avversario la Livni ha visto lentamente assottigliarsi la distanza tra le due posizioni fino quasi a sparire e il risultato finale, 43,1% contro 42%, ha lasciato stupiti molti analisti.
Le possibilità di formare un nuovo esecutivo in tempi brevi potrebbero vanificarsi a seguito delle posizioni assunte dai partiti chiamati ad entrare a far parte della coalizione governativa. Alle dichiarazioni della Livni in merito alla possibilità di formare un Governo di unità nazionale con il Likud, ora all’opposizione e appartenente alla destra conservatrice e nazionalista, si è avuto il netto rifiuto da parte del leader del Partito Benyamin Netanyahu, che si è dichiarato certo di poter sconfiggere Kadima in caso di elezioni anticipate. I sondaggi sembrano dar ragione a Netanyahu e il Likud viene dato in netto vantaggio rispetto al Partito che ha per ora la maggioranza nella Knesset.
L’ipotesi più probabile sembra essere ora quella che vedrebbe ricostituirsi la coalizione formata da Kadima, dai laburisti guidati da Ehud Barak, dal partito ultraortodosso Shas e da due piccoli gruppi fuoriusciti dal Partito dei Pensionati. Un gruppo così composto potrebbe raggiungere il numero di seggi sufficienti per contare sulla maggioranza alla Knesset e anche se su alcuni media israeliani si era dato come possibile l’allargamento della coalizione al partito laico progressista Meretz l’ipotesi sembra essere di difficile realizzazione viste le profonde diversità ideologiche che lo contrapporrebbero all’ultraortodosso Shas.
La Livni quindi si trova a dover affrontare una situazione in cui le capacità di riunire gli alleati e di rafforzare la leadership appena conquistata saranno la base su cui poter costruire il futuro politico di del nuovo Governo e di Kadima. Nel caso in cui si tornasse ad elezioni anticipate e fossero rispettate le previsioni dei sondaggi il Partito potrebbe infatti essere pesantemente sconfitto dal Likud perdendo coì la maggioranza relativa e non sarebbe da escludere a priori l’ipotesi che a pagare per questo fallimento sia proprio il neo-premier d’Israele.

http://simonecomi.blogsome.com
simonecomi@hotmail.com


Davide Biassoni
Le scelte della politica

I grandi progressi scientifici hanno da tempo sollevato gravosi interrogativi su essenza, facoltà e destino dell’Uomo. Teologi e filosofi sono scesi in campo per cercare di fare chiarezza e dare risposte ai nuovi quesiti dell’epoca contemporanea. Una delle questioni più controverse riguarda l’epilogo della vita terrena: oggi la medicina ha compiuto tali progressi da poter prolungare l’esistenza di una persona oltre i limiti “naturali”, per mezzo di trattamenti medici e macchinari sofisticati che suppliscono alle inefficienze di un corpo umano seriamente debilitato. L’arduo interrogativo riguarda il limes, ossia quanto in là sia possibile insistere nella difesa della vita ad ogni costo e quando, dolorosamente ma razionalmente, sia invece il caso di arrendersi al corso inevitabile della Natura. Il Cardinal Bagnasco ha sollecitato un intervento legislativo per una legge sul “fine della vita” puntualizzando come nessuno possa togliere al malato le cure, l’alimentazione e l’idratazione (nemmeno alla volontà del malato è concesso di valicare questo vincolo), ma dall’altro sia necessario regolamentare la fase terminale tenendo conto del rapporto fiduciario medico-paziente, evitando accanimenti terapeutici. C’è chi ha interpretato queste dichiarazioni, date all’avvio del Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana, come una prudente apertura al testamento biologico, seppure ancora troppo restrittiva rispetto alle posizioni liberal favorevoli al riconoscimento della massima autonomia decisionale del singolo individuo (riferimento all’articolo 32 della Costituzione). Nondimeno, è la prima volta che le gerarchie ecclesiastiche si pronunciano per una legge che disciplini i casi estremi, ossia coloro senza ragionevoli possibilità di ritorno alla salute. Altri, al contrario, negano che Bagnasco intendesse sdoganare il riconoscimento del testamento biologico – stigmatizzato come cedimento al relativismo etico – rimarcando i richiami del Cardinale al principio del favor vitae e i “paletti” contro ogni forma di eutanasia, anche “passiva”od “omissiva”. A dispetto di dove stia la Verità, la Chiesa Cattolica ha cercato di dare corpo alle sue motivazioni e ai suoi valori, riconoscendo che il vuoto legislativo è il peggior male, mentre diversi esponenti politici si sono accodati (solo dopo il discorso del Cardinale) a plauderne l’iniziativa. Il tema è certamente assai delicato ed imperniato su uno dei quesiti massimi: fin dove si spinge il libero arbitrio dell’individuo? Può il singolo disporre della propria vita e decidere la sua dipartita dal mondo? Lo Stato e gli organi rappresentativi dei cittadini sono ineluttabilmente chiamati a pronunciarsi e a dare il via libera ad una legge che conferisca un ordine alla fattispecie. Certo, la classe politica non trae la propria legittimità da principi eterni quali quelli religiosi, bensì si richiama a valori laici, ben più terreni e contingenti: ad ogni modo, un provvedimento concreto dovrà essere elaborato, senza più nascondersi dietro gli assensi/dissensi della Santa Sede, piuttosto assumendo le responsabilità del proprio ruolo. La Politica deve riflettere, ritrovare le proprie ragioni e svolgere il compito che le spetta nei confronti della società dalla quale promana. La capacità di dialogare e, in seguito, di assumere decisioni solide ed efficaci renderà palese lo spessore e la consistenza di questa classe dirigente.

davide.biassoni@unimi.it


David Ragazzoni
Veltroni a NY: nei talenti italiani il futuro del nostro Paese

Cogliendo l’occasione della propria presenza a New York per seguire da vicino le ultime settimane della corsa alla Casa Bianca, venerdi’ 19 settembre Walter Veltroni è stato ospite presso la City University of New York (CUNY) per un’intervista sul rapporto tra politica e potere nelle esperienze del riformismo italiano. In quale direzione si stanno muovendo l’Italia e l’Europa negli ultimi due anni? Cosa intende fare la ‘nuova’ sinistra italiana dopo i risultati elettorali di aprile ? E, soprattutto, come potrà la politica progressita europea tornare ad agire nel prossimo futuro, dopo una stagione in cui l’enfasi pur condivisibile sul parlare e sul confronto pubblico sembra aver progressivamente sfilacciato ogni residua capacità decisionale?
Su tali questioni, sollevate nel pomeriggio da Jane Kramer, corrispondente per l’Europa del New York Times, è tornato il leader del PD nell’incontro serale a Wall Street con alcuni studenti e professionisti italiani che svolgono esperienze di lavoro e di ricerca a New York. Ha sottolineato l’importanza, per il Partito Democratico e per l’Italia in generale, di avere nei giovani talenti gli ambasciatori della cultura italiana negli Stati Uniti: ragazzi e ragazze che coltivano le proprie competenze nei settori piú diversi con l’intenzione e la speranza di poter consegnare alla politica del proprio paese il meglio di quanto appreso. In tal senso ha assicurato che il programma sul ‘rientro dei cervelli’, tralasciato dal penultimo governo Berlusconi e non recuperato nella breve parabola prodiana, sarà al centro degli impegni del governo ombra sul versante dell’università e della ricerca : formarsi all’estero – ha detto Veltroni, recuperando i frequenti dibattiti in merito nel mondo accademico, tra cui gli interventi sulle pagine di Repubblica di Nadia Urbinati – deve costituire una scelta, non l’unica strada da percorrere. È essenziale che l’Italia sappia ritrovare davvero nuovi spazi per il merito, perchè senza innovazione e senza competenze l’economia, la politica e la vita del paese rischiano di tradursi in schemi mentali ossificati, incapaci di pensare frontiere nuove per paura e ignoranza. Ció implica anche il saper comunicare in modo nuovo, come il PD intende fare con l’avvio nei prossimi mesi di una propria televisione e rivista on-line, e guardare all’esperienza di chi oltreoceano ha mostrato piú degli altri come «la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare». Se il Partito Democratico americano di Obama riuscisse a conquistare la Casa Bianca, sarebbe per le analoghe esperienze italiane ed europee uno staordinario incoraggiamento, il segnale che il vento è cambiato e che il mondo non sta procedendo unimamente verso destra. Bisogna dunque radicare il PD negli Stati Uniti, anche istituendo una festa democratica italiana con cadenza annuale a New York, e il Gruppo Promotore per il Partito Democratico US, coordinato per la parte di NY da Emilia Vitale, avrà il compito decisivo di sviluppare nel prossimo futuro queste premesse.

d.ragazzoni@sns.it


Valerio Pulga
Se non esiste più una nazionale, mi affido alla religione!

In questi giorni lo sport ci ha regalato due situazioni su cui riflettere. Il primo spunto viene dal mondo del tennis. Il tennista Simone Bolelli rifiuta la convocazione in nazionale per la Coppa Davis: risultato, squalifica a vita dalla coppa e restituzione del “prestito d’onore”. Giusto o sbagliato? Verrebbe da dire che, se esiste una nazionale (ed alcuni si domandano se ne valga ancora la pena!), è dovere di un giocatore onorarne gli impegni! Tuttavia balza all’occhio come nel calcio  il rifiuto di Totti e di tanti altri non abbia avuto medesime conseguenze. Dunque le norme federali si applicano solo al tennis? Il calcio è un problema perché è usato come misura degli altri sport senza tenerne però in debito conto la natura “marcia”.
Nel caso Lorbek, Benetton Treviso e il dirigente coinvolto furono puniti per il tesseramento irregolare del giocatore sloveno; Napoli e Capo d’Orlando sono state escluse dall’A1 di basket a causa di documenti d’iscrizione al campionato non in regola. Cosa si può dire invece in ambito calcistico dell’Inter? Insomma, se è stato giusto sanzionare il tennista Bolelli, perché prendere a misura quanto accade in ambito calcistico o nella vita di tutti i giorni? Perché stupirsi o indignarsi? Forse perché in Italia non siamo abituati ad avere una sanzione così dura, non mitigata o modificata in base agli interessi?

Un secondo spunto viene da Mohamed Sissoko, giocatore della Juventus.Il giocatore maliano, mussulmano convinto, segue quanto prescritto dalla sua religione in merito al Ramadan: risultato, prestazioni in campo sottotono.Grande uomo o pessimo lavoratore?
Dobbiamo imparare a rispettare e a dare merito all’integrità dei valori dell’uomo, ma bisogna anche imparare a soppesare le conseguenze di questi in altri ambiti, quali quello lavorativo. Fondamentale, tuttavia, è il riconoscere la nostra società come multi - etnica e di conseguenza rendersi conto del pressante problema della convivenza con tradizioni e costumi che si distaccano dai canonici ritmi della vita cristiana.

huntervl@vodafone.it

 



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