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Home » Newsletter n. 140 - 3 ottobre 2008


CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 140 – 3 ottobre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

 
Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 140.
Cogliamo l'occasione per informarvi che sul nostro sito
potete trovare il programma del modulo dedicato alla bioetica organizzato dal CFP in collaborazione con il Centro Studi Politeia. Data la rilevanza pubblica dei temi affrontati, la partecipazione è libera e aperta al pubblico, previa iscrizione e fino ad esaurimento posti.
Quelli di voi che intendessero
partecipare, possono farlo purché le iscrizioni pervengano a
segreteria@formazionepolitica.org  entro
giovedì 9 ottobre ore 18.00.

L’incontro avverrà sabato 11 ottobre dalle ore 9.15 alle ore 18.00 presso la Sala Verde dell’Auditorium San Carlo, via Matteotti 14, Milano (MM1, fermata San Babila).

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Nicola Pasini
Il punto/ No Veltroni, così non va!


Walter Joffrain
Crisi finanziaria e crisi di sistema


David Ragazzoni
Da Wall Street a Main Street: nelle tasche e nelle teste dei cittadini americani


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Il Bailout piace o no


Davide Biassoni
Vento di destra in Europa. Come risponde la sinistra?


Simone Comi
Firmato l’accordo per il nucleare, nasce l’alleanza strategica Washington e New Delhi


Diego Corrado
Passa da San Paolo la via per Brasilia


Giovanni A. Cerutti
La memoria difficile


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Nicola Pasini
Il punto/ No Veltroni, così non va!

Siamo ritornati a bomba, alla delegittimazione (reciproca?) dell’avversario. Dopo tanto sforzo volto a qualificare la propria offerta politica come credibile agli occhi degli italiani - quale che sia la loro posizione in merito alle differenti politiche di settore - ci si trova di fronte alla madre di tutte le patologie del nostro sistema politico: la democrazia italiana. E la presenza al governo di Berlusconi è interpretata come causa-effetto di tale situazione. Speravamo e sognavamo che tutto ciò fosse un brutto film del passato. E invece, in mancanza di idee, meglio rispolverare riti e linguaggi del muro contro muro: da una parte il bene dall’altra il male. Messaggi più rassicuranti, soprattutto da riversare a un elettorato che si vuole educare non per emanciparlo dalla bambagia dei preconcetti ideologici, ma per impedirgli di riflettere seriamente sulle difficoltà delle nostre società e sulle possibili soluzioni.

Inutile girarci intorno, stiamo parlando soprattutto del PD, del PD di Veltroni di questi giorni, ben lontano dal rispettabile messaggio uscito dal Lingotto. Un partito in mezzo al guado, tra la sindrome dell’auto-referenzialità e la sfida della discontinuità. Insomma, un partito che non vuole prendere atto che il patrimonio valoriale, culturale, organizzativo, propagandistico che ha fatto la storia - sia pur in modo differente e in parte alternativo - dei due principali partiti della Repubblica italiana fino agli anni ’90, DC e PCI, è parte dell’Italia che fu, non della sua realtà odierna. E con un ceto dirigente, per di più stanco, di fronte a un compito difficilissimo: come (ri)motivare i militanti, come conservare l’elettorato di appartenenza e allo stesso tempo catturare quello di opinione, ma soprattutto come intercettare l’elettorato non politicizzato e che non ne vuole sapere di ascoltare le ‘urla’ di questo PD.

Ora, stante la situazione attuale di questi giorni (in Italia, la democrazia come regime e come forma di governo è in pericolo!) quale futuro per il sistema politico e partitico italiano? Difficile tracciare scenari, tuttavia, si ha l’idea che nonostante un sistema per certi versi bipartitico (sicuramente bipolare), le condizioni per una democrazia dell’alternanza stiano venendo meno. Ma non per le ragioni sostenute in questi giorni da Veltroni. Illustri politologi quali Ilvo Diamanti e Angelo Panebianco - come è emerso all’ultimo congresso nazionale della Società Italiana di Scienza Politica (Pavia, 4-6 settembre) - sostengono che, nonostante la forte discontinuità dei primi anni ’90 conseguente al collasso del sistema politico, la democrazia italiana rischia di essere poco o per nulla competitiva (per mancanza, soprattutto, di una credibile opposizione). Addirittura, in quella sede, Panebianco ha rispolverato il concetto di “partito predominante”, circostanza nella quale, seppur formalmente vi sia competizione e ogni partito è legittimato a governare in caso di vittoria elettorale - il partito o i partiti all’opposizione non riescono nei fatti a vincere. Dato contingente, di breve periodo, oppure dato strutturale della nostra democrazia (ricordate la fortunata definizione di Giorgio Galli di bipartitismo imperfetto)? Possiamo sperare di avere una democrazia dell’alternanza solo nel caso in cui l’attuale maggioranza - per problemi di natura extra-politica – imploderà? Troppo poco, soprattutto per una forza come il PD che è nata per governare e per attuare le riforme necessarie al paese.

Ma allora, se così stanno le cose, la missione del Partito Democratico è una missione (im)possibile? La sfida non riguarda solo le sorti di un partito, ma il compito storico e il ruolo che il PD può avere nell’Italia contemporanea. Gran parte dell’opinione pubblica si chiede che cos’è, oggi, il PD e qual è il suo futuro. Sebbene sia comprensibile una fase di disorientamento e di ricerca della propria identità in quanto progetto in progress e in quanto reduce da una sconfitta elettorale, è ormai non più rinviabile il momento delle scelte. E, se vuole diventare un partito vincente, deve elaborare idee forti, sì alternative a quelle del centrodestra, ma anche in controtendenza al common sense di gran parte del proprio elettorato: un vero partito non nasce solo contro l’avversario strillando al lupo al lupo, pena l’auto-emarginazione rispetto alla maggioranza degli italiani.

E, invece, che cosa sta facendo il PD? Si appella alla piazza concentrandosi sulla manifestazione ‘oceanica’ del 25 ottobre. Una piazza che rappresenta un’ultima spiaggia, l’estrema speranza di sentirsi ancora vivi. Una piazza, però, che non risolverà nemmeno uno dei problemi del PD. Se la sua strategia è aspettare che passi il cadavere del nemico (come fece dal 2001 al 2006, gettando al vento un quinquennio, anziché costruire allora il Partito democratico), beh, dovrà aspettare molto! Perché le forze oggi al governo litigheranno, eccome, ma difficilmente rinunceranno a governare.

Allora, sarebbe meglio per il PD tornare a studiare, andare in giro per l’Italia e per il mondo; certo, fare opposizione, ma al tempo stesso progettare forme di società possibili, elaborare la globalizzazione, fornire nuovi modelli di sicurezza sociale dei cittadini, pensare a un’efficace tutela dell’ambiente, ripensare a sistemi educativi di qualità e, infine, attuare un bel ricambio di classe dirigente. Solo dopo aver fatto tutto ciò, non solo ambire, ma reclamare con forza di tornare al governo, fosse anche nel 2018 o un po’ più in là.




Walter Joffrain
Crisi finanziaria e crisi di sistema

Le settimane di crisi finanziaria che stiamo vivendo hanno un’origine lontana. Con lo scoppio della bolla dei titoli high-tech  e gli attacchi terroristici del 2001, le Autorità Monetarie USA avviarono un programma di sostegno all’economia e ai consumi basato su un basso costo del denaro e un accesso al credito facilitato. La facilità nel “trovare denaro” ha favorito la propensione all’indebitamento anche da parte di chi, in altre circostanze, non avrebbe avuto la possibilità di vedersi riconosciuto un prestito bancario. La maggiore disponibilità di denaro a basso costo ha fatto decollare il mercato immobiliare e ha consentito a molte società finanziarie di favorire l’indebitamento dei loro clienti sicuri del fatto che, anche in caso di insolvenza, l’immobile in pegno si sarebbe comunque rivalutato. In aggiunta a questo, in molti casi, il credito vantato nei confronti dei clienti è stato rivenduto o cartolarizzato a società terze, che a loro volta lo hanno impacchettato con altri prodotti finanziari (strutturati, derivati…) e lo hanno nuovamente immesso nel mercato.

Il deterioramento della qualità dei mutui erogati, l’assenza di sistemi di vigilanza adeguati sui crediti ipotecari  e l’aumento dei tassi di interesse degli ultimi anni ha  corroso questo precario equilibrio fino a quando l’incapacità di far fronte alle rate del prestito ha costretto molti cittadini a vendere il proprio immobile. Il crollo dei prezzi degli immobili ha poi causato il collasso di tutta l’impalcatura finanziaria sovrastante e ha determinato, in queste settimane, la nascita di forti tensioni  sul mercato borsistico.

In particolare,  i crolli che hanno caratterizzato  alcune  banche sono correlati all’incapacità di finanziarsi su un mercato interbancario assolutamente refrattario verso chi è molto esposto nel settore dei mutui di cattiva qualità.

La crisi ha riguardato anche il listino azionario della Borsa Italiana, anche se la solidità patrimoniale, la soddisfacente condizione di liquidità di tutte le principali banche italiane e l’attenta attività svolta dagli Istituti di Vigilanza hanno fino ad oggi tutelato il sistema garantendo clienti ed azionisti. E’ invece difficile formulare previsioni sulle possibili conseguenze delle forti oscillazioni di questi giorni.

Fra tanti aspetti critici, è senza dubbio l’incertezza provocata dalle tensioni attuali ad apparire come l’elemento più negativo, anche per il timore di una paralisi completa del credito come conseguenza della sempre maggior diffidenza reciproca che ormai caratterizza gli istituti bancari.

C’è poi la possibilità che la crisi finanziaria possa estendersi  ad altre aree quali il settore delle carte di credito, il prestito al consumo e gli hedge fund.  Infine, si dovrà poi considerare  l’effetto sul segmento della piccola e media azienda di mesi di prestiti bancari difficili da ottenere e, comunque, molto più costosi.

Un primo possibile rimedio risiede nella costituzione di sistemi di sorveglianza  internazionale  molto più rigidi soprattutto in quei Paesi in cui, a tassi di crescita più elevata, corrispondono maggiori e talvolta eccessivi gradi di libertà nella gestione degli asset finanziari. Questo rimedio sarà reso ancora più urgente dal fatto che i bilanci dei Gruppi Bancari sopravvissuti al ciclone di questi mesi sono, in alcuni casi, di dimensioni tali da superare quelli degli Stati che li ospitano.

walter.joffrain@libero.it


David Ragazzoni
Da Wall Street a Main Street: nelle tasche e nelle teste dei cittadini americani

NEW YORK - Nel tracollo finanziario che l’America sta vivendo, probabilmente il piú grave e dal piú forte impatto a lungo termine dalla crisi del ’29, sono stati evidenziati finora gli aspetti macro, soprattutto sul piano geo-politico. L’attuale scenario economico ha monopolizzato il dibattito presidenziale in merito alle future proposte di policies, accanto ai progetti di politica estera, e tra gli opinion makers ci si é focalizzati soprattutto sulla possibile nuova mappatura degli equilibri di potenza internazionali, con le due alternative di un’America o profondamente ridimensionata (vedi i recenti commenti di Vittorio Emanuele Parsi) o, al contrario, capace di rinnovare la propria leadership sul piano economico e militare, come lasciato intravedere dal Segretario di Stato Rice in alcune dichiarazioni ai media la scorsa settimana durante la 63ma sessione dell’Assemblea Generale. Ma come é percepita la crisi da parte dei cittadini statunitensi? Quale vento spira a ‘Main Street’, al di là delle considerazioni strategiche che vengono fatte? In tempo di crisi economica, infatti, sono essenziali i ‘men of destiny’, come scriveva Lippmann proprio alla fine degli anni Venti, ma é sul ‘destiny of men’ che occorre soprattutto interrogarsi. A NY, nell’occhio del ciclone, é fortissimo l’impatto psicologico, in particolare sui pensionati e su chi ha vissuto la Great Depression attraverso l’esperienza dei propri genitori. Il ricordo di quanto accaduto allora produce panico, come é stato rilevato, timore di spendere e, soprattutto per i piú anziani, la paura di dover concludere la propria vita in scenari diversi da quelli immaginati. Ció non riguarda solo gli over 65. Anche un commercio tradizionalmente di grande successo negli USA come quello della ‘hip-hop fashion’ (soprattutto calzature) e che si rivolge ai piú giovani, traballa e lascia intravedere un futuro immediato non troppo roseo. Ma per una serie di business piú o meno in bilico, ve n’é uno nuovo che si afferma: la figura dell’economista-psicologo, che aiuta i cittadini a gestire lo stress emotivo delle ultime settimane e ad affrontare la crisi con la testa prima che con le proprie tasche. Victoria Collins, Ph.D. in social psychology a Berkeley e ora Executive Vice President per la Keller Investment Group Management, e Sharon Rich, financial planner laureatasi ad Harvard con major in psychology, women studies ed education, sono soltanto due esempi della nuova schiera di financial advisers che hanno scelto di accompagnare per mano il popolo di Main Street in questo e nei prossimi mesi.

d.ragazzoni@sns.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Il Bailout piace o no

St Louis, Missouri – Nella nottata di mercoledì, il Senato degli Stati Uniti ha approvato il piano Paulson, dopo che alcune modifiche marginali erano state inserite nel testo di legge. La proposta del Ministro del Tesoro era stata bocciata dalla Camera lunedì pomeriggio, per la sorpresa di tutti.

Secondo molti osservatori, il No dei Deputati sarebbe stato motivato in gran parte da preoccupazioni di tipo elettorale. In sostanza, a votare contro la proposta di legge sarebbero stati quei politici che concorrono per una rielezione il 4 novembre, in particolare coloro che dovranno battersi in distretti tipicamente indecisi e contro avversari competitivi. Siccome si pensa che gli elettori americani siano disgustati dall’idea di dover intervenire con denaro pubblico per salvare l’alta finanza di Wall Street, i Deputati la cui ri-elezione sarebbe a rischio avrebbero deciso di bloccare il passaggio della legge. Un’analisi condotta da FiveThirtyEight (un progetto Internet che segue le elezioni attraverso statistiche e sondaggi) confermerebbe questa impressione. Dei trentotto Deputati che hanno davanti a sé una rielezione difficile, solo otto hanno votato a favore del piano Paulson. Invece, tutti quelli che si sentono relativamente sicuri di tornare a Washington con il nuovo Congresso, hanno votato sì e no in percentuali simili.

Rimane però da capire se gli americani siano davvero così contrari al salvataggio finanziario. In Arkansas, Timothy Taylor, un piccolo proprietario di casa e elettore democratico, mi ha detto di essere stupefatto del crollo di Wall Street e della proposta di da 700 miliardi. "Ho sempre creduto nel governo e nell'importanza di pagare le tasse per sostenere il sistema", dice Timothy, "ma questo caos mi sta facendo cambiare idea". Timothy è  particolarmente infastidito all'idea che qualcuno abbia approfittato della deregolamentazione per arricchirsi e è  frustrato dal fatto che nessuno a Washington, né  repubblicani né  democratici, sembri voler punire questa gente. "Voglio vedere delle azioni concrete contro quelli che hanno fatto i soldi mentre la gente perdeva la casa durante la vicenda dei mutui subprime," si arrabbia Timothy. Allo stesso tempo, si dice rassegnato di fronte alla necessità di portare avanti, se non questo, un qualche salvataggio del mondo finanziario, perchè  le conseguenze dell’inazione potrebbero essere ancor più devastanti.

Mike Morgan, un indipendente che voterà per John McCain a novembre, si trova d’accordo. Nonostante critichi i politici di Washington “perchè avrebbero dovuto intervenire già anni fa,” anche Mike è  ormai arrivato alla conclusione che qualcosa vada fatto. Conservatore dal punto di vista fiscale, e dunque tendenzialmente sospettoso di un qualsiasi rialzo delle tasse, Mike è  preoccupato che il bailout da 700 miliardi di dollari si trasformi in imposte più elevate ma, al contempo, non vede altra soluzione che l’intervento.

"Bisogna che il governo faccia qualcosa”, mi ha detto anche Marcia Garner a Nashville, in Tennessee. Marcia è  un'insegnante in pensione che oggi gestisce con il marito le proprieta' di famiglia: una fattoria e degli immobili dati in affitto. A novembre voterà repubblicano, anche se ha votato democratico in passato. Del piano Paulson Marcia si dice tutt’altro che entusiasta, eppure è  convinta che sia necessario: "Non sono una di quelle repubblicane che pensano che i mercati debbano fare tutto da soli".

Melissa Harwell, una fioraia in pensione di Oxford in Mississippi, e elettrice fedele del Partito Repubblicano, mi ha spiegato di essere preoccupata per gli investimenti fatti in borsa e della crescita dei prezzi del cibo e della benzina. “Il paese ha bisogno di uscire sa questa crisi; spero davvero che si riesca a trovare una soluzione”, ha dichiarato Melissa durante il dibattito presidenziale tra John McCain e Barack Obama tenutosi la settimana scorsa all’Università’ del Mississippi. Lynn Wall Sykes, anch’essa repubblicana convinta, ha un’opinione simile: “Bisogna che il governo intervenga in fretta, prima che la crisi colpisca la gente comune”.

In sostanza, anche in stati tendenzialmente conservatori come quelli del sud, nonostante la gente non sia per nulla entusiasta all’idea di dover utilizzare 700 miliardi di dollari di contributi fiscali per cercare di salvare banche di investimento in difficoltà a causa delle proprie strategie irresponsabili, l’opinione condivisa quasi unanimemente è  che il governo debba intervenire e debba farlo al più presto.

Il testo di legge per l’intervento sui mercati finanziari approvato mercoledì al Senato ritorna alla Camera venerdì per un secondo voto. Il fatto che i Senatori abbiano già approvato il piano dovrebbe mettere i Deputati sotto sufficiente pressione. Rimane il dubbio che, in particolare i repubblicani più conservatori, puristi del libero mercato, continuino a essere recalcitranti e possano tornare a votare No. Così facendo, costoro sperano che qualcun altro si prenda la responsabilità elettorale di approvare la proposta, senza doversi sporcare le mani personalmente sostenendo un intervento governativo che è  profondamente opposto alla propria filosofia politica, nonostante sia ritenuto fondamentale dalla maggior parte degli osservatori, degli esperti e dei cittadini americani.

valentina.pasquali@gmail.com


Davide Biassoni
Vento di destra in Europa. Come risponde la sinistra?

Nove anni dopo il clamoroso exploit del 1999, la destra estrema ritorna prepotentemente protagonista della politica austriaca e, si noti, di quella europea più in generale. Il dibattito sulla forza crescente dei partiti appartenenti alla destra “non-convenzionale” è, infatti, di attualità nell’intera Europa occidentale (e non solo): anche in Belgio, Danimarca, Francia, Norvegia, Olanda, Svizzera, i partiti della extreme right sembrano in grado di giocare un ruolo da protagonisti. In Austria le cifre parlano da sé: i due partiti, FPÖ e BZÖ, hanno raccolto insieme quasi il 30% dei voti (17,7% e 10,8% rispettivamente) e sommati hanno solo 3 rappresentanti in meno (55) nel Nationalrat rispetto ai socialdemocratici (58). I due vincitori si differenziano non tanto per i programmi – il primo più incline al nazionalismo xenofobo, il secondo al populismo protestatario – quanto per lo scontro fra i rispettivi leaders: Heinz-Christian Strache, ex-delfino di Jörg Haider, è al timone dei liberali (FPÖ), mentre il governatore della Carinzia, proprio a causa di forti dissidi personali con il primo, fondò nel 2005 l’Alleanza per il Futuro dell’Austria che, oggi, è il quarto partito nel paese, in grado di superare anche i Verdi fermi al 10,1%. In brevis, domenica 28 settembre quasi un austriaco su 3 si è schierato a favore dell’estrema destra e, perciò, si pongono due questioni entrambe significative. La prima, più pragmatica, riguarda il governo: un esecutivo di coalizione è inevitabile, benché il nodo stia proprio nell’assemblare una maggioranza coerente e stabile. La Grosse Coalition fra socialdemocratici e popolari è stata seccamente bocciata alle urne: i primi hanno perso quasi il 6% dei voti, i secondi più dell’8% tanto che il segretario Wilhelm Molterer si è prontamente dimesso. Al contrario Werner Faymann, a capo della SPÖ, cioè del partito a maggioranza relativa con il 29,4% dei voti, riceverà l’incarico dal Capo dello Stato, Heinz Fischer, per esplorare se vi siano margini per un accordo di legislatura. Quali possibilità ha il leader socialdemocratico? Da un lato riproporre l’alleanza con i popolari, magari con l’innesto dei Grünen, anche se si tratterebbe di una coalizione composta da ben tre partiti e tutti con un differenziale negativo in termini di voti rispetto alle precedenti elezioni del 2006. Dall’altro, le due destre (in procinto, forse, di ricompattare i ranghi) non hanno un numero sufficiente di seggi e un loro governo di minoranza sembra davvero impraticabile. Forse la SPÖ, oltre a un secondo partito, proporrà l’alleanza “impossibile” al BZÖ? Del resto, Haider in Carinzia governa col sostegno socialdemocratico e potrebbe essere tentato di esportare il modello a Vienna, anche se in campagna elettorale Faymann aveva preventivamente escluso qualunque accordo con l’estrema destra. Il successo colto da quest’ultima può essere poi visto in chiave culturale e ideologica, andando a vedere i manifesti programmatici e le issues sulle quali la destra ha incentrato la propria campagna elettorale: paura dell’immigrazione, dello scontro culturale, della crescente criminalità, della globalizzazione economica e della perdita di competitività; smarrimento dovuto a valori e modelli di vita tradizionali che vedono erosa la loro antica rilevanza; senso di minaccia per processi a carattere mondiale che persino i governi faticano a gestire; insoddisfazione e frustrazione verso la classe politica vista come causa di inefficienza e spreco del denaro pubblico; rigidità burocratica e costi crescenti per il mantenimento di un welfare state sempre più oneroso. Sebbene elencati in sintesi, sono questi i punti su cui Strache e Haider hanno costruito il loro consenso;  tuttavia, solo con il tempo si potrà verificare l’appropriatezza delle loro policies. Eppure, se la sinistra (in tutta Europa) non elabora un nuovo codice di valori e una chiave di lettura diversa nelle società contemporanee sembra inevitabilmente destinata ad essere relegata all’opposizione per un tempo decisamente lungo.

davide.biassoni@unimi.it


Simone Comi
Firmato l’accordo per il nucleare, nasce l’alleanza strategica Washington e New Delhi

Considerato una battuta d’arresto per i programmi globali di contenimento della proliferazione nucleare il trattato indo-statunitense approvato dal Senato potrebbe costituire la base per un’alleanza strategica volta a contrastare l’espansionismo politico ed economico cinese nella regione asiatica.

Il trattato, fortemente voluto dall’amministrazione Bush per rafforzare le relazioni con quello che sarà nei prossimi anni un gigante politico oltre che economico sulla scena globale, verrà ratificato dal Presidente la prossima settimana e darà il via alla cooperazione tra Washington e New Delhi rispetto a trasferimenti di materiale tecnologico e forniture nucleari tra i due paesi.

L’accordo firmato nel luglio del 2005 avrà durata quarantennale e prevede la possibilità per l’India di accedere alle tecnologie nucleari prodotte in occidente e di acquistare energia nucleare a prezzi contenuti a fronte di periodiche ispezioni di funzionari e tecnici delle Nazioni Unite ad alcuni dei siti ed istallazioni del programma nucleare nazionale. L’approvazione dell’accordo al Senato rappresenta una svolta epocale per la politica estera statunitense in materia di scambi di materiali e tecnologie nucleari con il paese dei maharajah e le dichiarazioni di alcuni dei Senatori del Comitato per gli Affari Esteri lasciano pensare che il provvedimento potrebbe essere solo il primo di una serie di accordi di rilevante importanza per le economie e lo sviluppo delle relazioni tra i due paesi. Secondo molti Senatori la sicurezza nazionale e il futuro dell’economia statunitense non potranno che trarre giovamento da una partnership solida con il paese asiatico e il fatto che gli Stati Uniti si siano fatti carico di condurre i negoziati con il Nuclear Supply Group, consorzio di 45 nazioni fornitrici formato per bloccare le forniture al programma nucleare di New Delhi, è un segnale di quanto l’attuale amministrazione statunitense considerasse importante l’approvazione di questo accordo. Alcune critiche sono comunque giunte nelle votazioni della Camera dei Rappresentanti e del Senato da rappresentanti Democratici preoccupati che l’iniziativa potesse dar luogo ad una corsa al nucleare nell’area asiatica, al momento una delle regioni più instabili del globo.

Secondo i calcoli presentati da alcuni analisti l’India sarebbe pronta a spendere 175 miliardi di dollari nei prossimi 25 anni per innovare ed espandere il proprio programma nucleare e alcune delle aziende statunitensi come General Electric, Westinghouse e Bechetel saranno tra le compagnie interessate a concludere contratti per le forniture al paese asiatico. Alleanza strategica con risvolti commerciali importanti quella tra Washington e New Delhi, che potrebbe diventare però una relazione instabile a causa della volontà russa e di quella francese di entrare nel programma nucleare indiano fornendo quel know-how che ancora manca ai tecnici asiatici e partecipando alle commesse per la costruzione delle nuove centrali.

http://simonecomi.blogsome.com
simonecomi@hotmail.com


Diego Corrado
Passa da San Paolo la via per Brasilia

Si svolge domenica una tornata elettorale singolarmente ignorata dalla stampa italiana, e che tuttavia potrebbe avere ripercussioni notevoli sugli equilibri politici internazionali degli anni a venire. Si tratta delle elezioni amministrative brasiliane, dove sarà in gioco tra le altre la carica di sindaco di San Paolo. Con oltre 10 milioni di abitanti, la metropoli paulista è non solo la più popolosa del paese, ma la più ricca e dinamica, il vero motore di un’economia in forte espansione e che pare essersi affrancata da antiche fragilità.

Non stupisce quindi che ultimamente gli equilibri nazionali abbiano rispecchiato, ancor più che in passato, i rapporti di forza locali. Se i due mandati di Fernando Henrique Cardoso (il sociologo della Universidade de São Paulo, di casa tanto alla Sorbona che ad Harvard) hanno permesso il consolidamento delle istituzioni economiche e politiche dopo la dittatura militare, i successivi due di Luis Inacio Lula da Silva, ex capo del sindacato di São Bernardo do Campo, polo metallurgico alle porte di San Paolo, hanno mostrato al mondo che il Brasile ha voltato pagina, crescita e redistribuzione del reddito sono proseguiti anche in frangenti internazionali non sempre sereni.

Da San Paolo verrà – secondo tutti i pronostici – anche il successore di Lula, che nel 2010 non potrà ricandidarsi. E che le poltrone che contano in città abbiano rilievo nazionale lo dimostra la frenetica girandola che le ha interessate negli ultimi anni. Ricapitoliamo: il governatore dello Stato di San Paolo è Josè Serra, PSDB (il partito di Cardoso), sconfitto da Lula alle presidenziali 2002 e giunto all’attuale carica dopo essere stato tra 2004 e 2006 sindaco della metropoli; ha lasciato il suo posto di primo cittadino al vice Gilberto Kassab, emerso così dall’anonimato, e che ha saputo sfruttare gli ultimi due anni per costruirsi un capitale di credibilità che lo vede presentarsi alle elezioni di domenica da uscente e in veste di outsider; nei sondaggi ha scalzato dal secondo posto Geraldo Alckmin, anch’egli PSDB, governatore dello Stato sino al 2006, quando si dimise per candidarsi alle presidenziali (in cui fu sconfitto ancora da Lula); favorita della vigilia è Marta Suplicy, PT (il partito di Lula), già sindaco sino al 2004 (si ricandidò ma fu sconfitta da Serra), gode dell’appoggio incondizionato del presidente, che – all’apice della popolarità – ha gettato tutto il suo peso nella campagna, per ritagliarsi un ruolo di arbitro della politica nazionale quando non occuperà più il Palacio do Planalto. Tutto insomma lascia pensare che domenica ci sarà in gioco molto di più di una semplice elezione locale

diego.corrado@unibocconi.it



Giovanni A. Cerutti
La memoria difficile

Sabato 23 novembre 1974 al cinema Corso di Domodossola venne proiettato, in anteprima per i cittadini domesi, lo sceneggiato televisivo Quaranta giorni di libertà di Luciano Codignola, per la regia di Leandro Castellani, che sarebbe andato in onda sul primo canale Rai in prima serata per tre puntate a partire dal martedì successivo, raccogliendo una media di sedici milioni di spettatori. Fu un disastro. Per mesi sulle colonne dei giornali locali il film fu fatto a pezzi. Non venne risparmiato nessun dettaglio, dalla tesa troppo corta del cappello di Ettore Tibaldi, il medico socialista presidente della giunta provvisoria, all'ingresso di Anna Identici - che interpretava Gisella Floreanini, la prima donna ministro nella storia italiana - in Domodossola mentre cantava la canzone principale della colonna sonora, fino ad arrivare a complesse disquisizioni dei capi partigiani sull'assoluta inattendibilità della ricostruzione della vicenda militare e della dislocazione delle formazioni. Non ci fu capo partigiano o dirigente politico - erano ancora vivi quasi tutti i protagonisti della Resistenza novarese - che non prese la parola per attaccare il film, mentre gli opinion leader locali scrivevano editoriali di fuoco. Né mancarono i capi partigiani che lamentarono di essere stati ascoltati a lungo da Castellani, senza poi ritrovare i loro racconti e le loro considerazioni nel film. Un gruppo di partigiani, poi, rilasciò un'intervista dai toni vagamente minacciosi: «Racconteremo noi nelle scuole ossolane quello che abbiamo vissuto trent'anni fa». Eppure il film aveva intenti quasi apologetici e rientrava nel programma delle celebrazioni ufficiali per il trentennale della più famosa Repubblica partigiana.
Ora tocca a Spike Lee. Il suo film non è ancora uscito nelle sale, per cui non è possibile darne una valutazione meditata. E, del resto, nemmeno gli attacchi che ha ricevuto sono nati dalla visione del film, ma si sono basati sulle anticipazioni della stampa. Non credo, quindi, che rivesta particolare interesse sottoporre a giudizio le critiche rivolte al film, o cercare di capire cosa aveva in mente Spike Lee e se è riuscito a darne conto sullo schermo. Credo, invece, che la questione principale che la vicenda solleva sia l'intrattabilità della memoria partigiana, che non accenna a diminuire con gli anni. Una memoria, anzi, che il clima di revisionismo che sta dominando l'opinione pubblica ha reso ancora più inavvicinabile.
Il tema è molto complesso e, tutto sommato, molto poco studiato, nonostante rivesta un'importanza non secondaria nella definizione dei tratti fondamentali della convivenza civile nel nostro paese. Per incominciare ad affrontarlo, credo sia necessario procedere in due direzioni. La prima deve tenere conto della natura eccezionale dell'esperienza partigiana, incomparabile con i percorsi della vita quotidiana. Questa irriducibile differenza ha avuto come conseguenza che l'identità della maggior parte dei partigiani si è costruita intorno alle vicende di quel periodo. La seconda riguarda la storia delle associazioni che hanno costruito e diffuso la memoria partigiana, la cui natura è stata plasmata dalle vicende della guerra fredda e del primo quarantennio repubblicano, prima di essere abbandonate a loro stesse, perché non più utilizzabili come risorsa nel gioco politico. L'Anpi venne fondata a Roma il 5 giugno del 1944, il giorno dopo la liberazione della città da parte delle truppe del generale Alexander, per assistere i reduci e le famiglie dei partigiani caduti. Ma nel clima che si creò in Italia dopo la rottura dei governi del Cln e, soprattutto, dopo le elezioni del 18 aprile 1948, diventò un terreno di contesa tra le forze politiche, sia per le risorse organizzative che aveva a disposizione, sia per il prestigio che circondava i partigiani subito dopo la liberazione, spendibile facilmente nell'arena politica. Fino a che nel 1949 - come stava avvenendo nello stesso torno d'anni in altri ambiti sociali per molte altre associazioni, prima tra tutte il sindacato - le tensioni divennero di tale intensità, che avvennero due scissioni. Prima uscirono i partigiani cattolici, che fondarono la Fivl, il cui primo presidente fu Paolo Emilio Taviani, poi i partigiani di orientamento azionista, che fondarono la Fiap, nonostante i mille dubbi di Parri, che ne sarà primo presidente, combattuto tra la preoccupazione di rompere l'unità partigiana e l'esigenza di reagire alle forzature comuniste. L'Anpi si trovò, così, a rappresentare solo i partigiani comunisti e socialisti. È da questo momento che nascono le appartenenze, a ritroso. Chi ha consuetudine con la storia delle formazioni partigiane, sa benissimo che entrare nell'una o nell'altra dipendeva quasi sempre dal caso, e, d'altronde, la maggior parte dei partigiani, nati dopo il 1920, aveva solo una vaga idea dell'esistenza dei partiti politici. Quanti cattolici nelle formazioni garibaldine, alcune delle quali si preoccuparono di cercare un cappellano per dare loro conforto religioso, e quanti comunisti finiti tra gli autonomi! E viceversa.
Ma finita la repubblica dei partiti, le associazioni partigiane non sono riuscite a immaginare un percorso diverso. Da ormai quasi vent'anni si strascina un dibattito su un'eventuale riunificazione, il cui presupposto dovrebbe essere la promozione dei valori democratici alla base della Repubblica, per cui le formazioni partigiane si erano battute, pur nell'ottica dei diversi progetti politici. Credo proprio, però, che non sarà possibile uscirne e che l'identità partigiana resterà inesorabilmente ancorata al passato. Così, chi cercherà di raccontare quella storia per riportarla al centro del nostro mondo con tutti gli onori che merita, dovrà rassegnarsi ad avere i partigiani contro.  

Le vicende dello sceneggiato televisivo Quaranta giorni di libertà sono state ricostruite con grande precisione da Renzo Fiammetti, Riprodurre o interpretare? Modelli narrativi e valoriali del fare storia in televisione: il caso di "Quaranta giorni di libertà", in "I sentieri della ricerca", 1 (2005).

Nota finale. Quando gli autori della colonna sonora di Quaranta giorni di libertà, Guido e Maurizio De Angelis - musicisti molto famosi, autori, fra l'altro, della colonna sonora dello sceneggiato di Sergio Sollima Sandokan e del telefilm Orzowei, caro a un'intera generazione di bambini, tratto da un libro dell'indimenticabile maestro Manzi - decisero di cederne i diritti a una nota azienda alimentare per realizzare uno spot televisivo, gli ossolani insorsero. I valori della Resistenza non potevano essere svenduti per fare la pubblicità!

giovanni.cerutti@tiscali.it



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