Nicola Pasini
Il punto/ No Veltroni, così non va!
Siamo ritornati a bomba, alla delegittimazione (reciproca?) dell’avversario. Dopo tanto sforzo volto a qualificare la propria offerta politica come credibile agli occhi degli italiani - quale che sia la loro posizione in merito alle differenti politiche di settore - ci si trova di fronte alla madre di tutte le patologie del nostro sistema politico: la democrazia italiana. E la presenza al governo di Berlusconi è interpretata come causa-effetto di tale situazione. Speravamo e sognavamo che tutto ciò fosse un brutto film del passato. E invece, in mancanza di idee, meglio rispolverare riti e linguaggi del muro contro muro: da una parte il bene dall’altra il male. Messaggi più rassicuranti, soprattutto da riversare a un elettorato che si vuole educare non per emanciparlo dalla bambagia dei preconcetti ideologici, ma per impedirgli di riflettere seriamente sulle difficoltà delle nostre società e sulle possibili soluzioni.
Inutile girarci intorno, stiamo parlando soprattutto del PD, del PD di Veltroni di questi giorni, ben lontano dal rispettabile messaggio uscito dal Lingotto. Un partito in mezzo al guado, tra la sindrome dell’auto-referenzialità e la sfida della discontinuità. Insomma, un partito che non vuole prendere atto che il patrimonio valoriale, culturale, organizzativo, propagandistico che ha fatto la storia - sia pur in modo differente e in parte alternativo - dei due principali partiti della Repubblica italiana fino agli anni ’90, DC e PCI, è parte dell’Italia che fu, non della sua realtà odierna. E con un ceto dirigente, per di più stanco, di fronte a un compito difficilissimo: come (ri)motivare i militanti, come conservare l’elettorato di appartenenza e allo stesso tempo catturare quello di opinione, ma soprattutto come intercettare l’elettorato non politicizzato e che non ne vuole sapere di ascoltare le ‘urla’ di questo PD.
Ora, stante la situazione attuale di questi giorni (in Italia, la democrazia come regime e come forma di governo è in pericolo!) quale futuro per il sistema politico e partitico italiano? Difficile tracciare scenari, tuttavia, si ha l’idea che nonostante un sistema per certi versi bipartitico (sicuramente bipolare), le condizioni per una democrazia dell’alternanza stiano venendo meno. Ma non per le ragioni sostenute in questi giorni da Veltroni. Illustri politologi quali Ilvo Diamanti e Angelo Panebianco - come è emerso all’ultimo congresso nazionale della Società Italiana di Scienza Politica (Pavia, 4-6 settembre) - sostengono che, nonostante la forte discontinuità dei primi anni ’90 conseguente al collasso del sistema politico, la democrazia italiana rischia di essere poco o per nulla competitiva (per mancanza, soprattutto, di una credibile opposizione). Addirittura, in quella sede, Panebianco ha rispolverato il concetto di “partito predominante”, circostanza nella quale, seppur formalmente vi sia competizione e ogni partito è legittimato a governare in caso di vittoria elettorale - il partito o i partiti all’opposizione non riescono nei fatti a vincere. Dato contingente, di breve periodo, oppure dato strutturale della nostra democrazia (ricordate la fortunata definizione di Giorgio Galli di bipartitismo imperfetto)? Possiamo sperare di avere una democrazia dell’alternanza solo nel caso in cui l’attuale maggioranza - per problemi di natura extra-politica – imploderà? Troppo poco, soprattutto per una forza come il PD che è nata per governare e per attuare le riforme necessarie al paese.
Ma allora, se così stanno le cose, la missione del Partito Democratico è una missione (im)possibile? La sfida non riguarda solo le sorti di un partito, ma il compito storico e il ruolo che il PD può avere nell’Italia contemporanea. Gran parte dell’opinione pubblica si chiede che cos’è, oggi, il PD e qual è il suo futuro. Sebbene sia comprensibile una fase di disorientamento e di ricerca della propria identità in quanto progetto in progress e in quanto reduce da una sconfitta elettorale, è ormai non più rinviabile il momento delle scelte. E, se vuole diventare un partito vincente, deve elaborare idee forti, sì alternative a quelle del centrodestra, ma anche in controtendenza al common sense di gran parte del proprio elettorato: un vero partito non nasce solo contro l’avversario strillando al lupo al lupo, pena l’auto-emarginazione rispetto alla maggioranza degli italiani.
E, invece, che cosa sta facendo il PD? Si appella alla piazza concentrandosi sulla manifestazione ‘oceanica’ del 25 ottobre. Una piazza che rappresenta un’ultima spiaggia, l’estrema speranza di sentirsi ancora vivi. Una piazza, però, che non risolverà nemmeno uno dei problemi del PD. Se la sua strategia è aspettare che passi il cadavere del nemico (come fece dal 2001 al 2006, gettando al vento un quinquennio, anziché costruire allora il Partito democratico), beh, dovrà aspettare molto! Perché le forze oggi al governo litigheranno, eccome, ma difficilmente rinunceranno a governare.
Allora, sarebbe meglio per il PD tornare a studiare, andare in giro per l’Italia e per il mondo; certo, fare opposizione, ma al tempo stesso progettare forme di società possibili, elaborare la globalizzazione, fornire nuovi modelli di sicurezza sociale dei cittadini, pensare a un’efficace tutela dell’ambiente, ripensare a sistemi educativi di qualità e, infine, attuare un bel ricambio di classe dirigente. Solo dopo aver fatto tutto ciò, non solo ambire, ma reclamare con forza di tornare al governo, fosse anche nel 2018 o un po’ più in là.