Valentina Pasquali
L’America evangelica
Washington D.C. - Mentre l'Europa ha gli occhi fissi su Barack Obama, l'America profonda rimane assai diversa da come ce la descrivono i giornali italiani. La mancanza di fiducia nelle istituzioni e nei politici nazionali e la lontananza geografica e filosofica dal governo federale di Washington, miste al desiderio di una vita tranquilla e alla certezza assoluta nei valori puritani che fondarono questo paese, sono alla base della crescente distanza fra le città cosmopolite delle coste pacifica e atlantica e le migliaia di chilometri di praterie e di paesi di provincia che portano dall’una all’altra.
Glenda e David Wood si sono conosciuti alla chiesa presbiteriana Briarwood, un enorme complesso religioso costruito in mattoni rossi sulle colline alberate alla periferia di Birmingham, Alabama, quattro anni fa. David, ingegnere e scapolo, si era appena trasferito in città dal natio Vermont, mentre Glenda, casalinga, era rimasta vedova del primo marito sei anni prima. Prendendo parte alle attività di studio della Bibbia per single organizzate da Briarwood, i due si sono avvicinati e poi sposati nel 2005.
“Briarwood mi è subito piaciuta per l’approccio meno progressista di quello di tante chiese presbiteriane in America”, mi ha detto David la settimana scorsa. Sceso al sud dal freddo nord, David, un uomo di mezz’età pallido ed emaciato, si mise subito in cerca di una chiesa che aderisse a una teologia rigorosa e a una lettura quasi letterale della Bibbia e trovò Briarwood. Glenda invece, una signora sovrappeso dal capello rossiccio e dalla carnagione pallida, e originaria di Birmingham, è membro della congregazione dal 1973. Ancora oggi, Glenda dedica almeno quindici ore la settimana a fare volontariato in chiesa, in particolare aiutando l’organizzazione con le pratiche amministrative.
Briarwood è un’industria della fede missionaria del sud americano e gode di infrastrutture che farebbero invidia alle università più prestigiose. Con 4200 parrocchiani, messe in inglese, coreano, giapponese e spagnolo, Briarwood comprende una scuola privata cristiana con 1900 studenti iscritti, dall’asilo nido alla maturità, e un seminario. Il tutto è alloggiato in un complesso costato originariamente oltre trenta milioni di dollari e che, dopo una prima espansione nel 1998 per quasi sei milioni di dollari, sta lanciando un nuovo cantiere per ventinove milioni di dollari, al fine di ingrandire i parcheggi, aggiungere uffici e costruire un centro giovani di 3000 metri quadrati.
Condividendo una visione della vita rigidamente incentrata sulla fede e sulla preghiera, Glenda e David ammettono senza timore che le questioni religiose sono di fondamentale importanza nelle loro scelte politiche: “Vogliamo candidati che mostrino valori forti e che siano disposti a difenderli,” mi ha spiegato Glenda, parlando a voce bassa in uno dei pochi momenti in cui David le ha permesso di intervenire con la propria opinione.
L’incrollabile opposizione all’aborto rimane il nodo centrale della filosofia politica di quelli come i Woods: “Per me la difesa della vita è la cosa più importante”, ha detto Glenda. La selezione di Sarah Palin a candidato repubblicano alla vice-presidenza ha indubbiamente entusiasmato questo gruppo di elettori: “Palin è davvero un ottimo candidato, ha valori solidi, non ha paura di parlarne e ha una bella famiglia”, ha dichiarato David convinto.
Le convinzioni religiose di David e Glenda vanno ben oltre al tema dell’aborto e pervadono la loro comprensione della storia dell’umanità, così come l’idea del ruolo che vorrebbero vedere assegnato al governo. I Woods guardano con naturale sospetto all’attività di Washington, convinti che, sempre e comunque, un governo federale di qualsiasi colore politico vorrà irrompere nella tranquillità della loro vita di lavoro e preghiera. David e Glenda, in sostanza, paiono animati da quella forma di paura atavica del governo che attanaglia tanti americani, probabilmente radicata nella fuga dall’Europa che portò i padri pellegrini a fondare questo paese nella ricerca disperata di una propria libertà di professione di fede.
Così, ad esempio, nonostante David e Glenda riconoscano l’importanza dell’educazione e accettino persino l’idea che i fondi pubblici possano essere utilizzati per finanziare le scuole, David si dice insoddisfatto del modo in cui le politiche per l’istruzione sono portate avanti e deluso del fatto che non vengano mai proposte ai giovani visioni alternative a quelle riconosciute come ufficiali: “Se vogliono insegnare l’evoluzione e Darwin, per me non è un problema. Però, allora, dovrebbero parlare agli studenti anche della teoria della creazione”, mi ha spiegato David. Per Glenda, una questione ancor più importante è quella dello stile di vita che è insegnato oggi nelle scuole pubbliche americane: “Si fa credere ai ragazzi che il lesbismo e l’omosessualità vadano bene, invece che cercare di insegnargli una filosofia di vita più normale”.
La sfiducia nel lavoro del governo centrale travalica i confini del sociale e informa anche la filosofia economica dei David e delle Glenda americane. “Penso la struttura economica di questo paese sia la cosa che mi sta più a cuore”, mi ha raccontato David. “Voglio un governo il più ridotto possibile”. Per David Wood, il libero mercato è senza dubbio più efficiente del governo nell’allocare risorse e, dunque, Congresso e Casa Bianca dovrebbero starsene il più possibile da parte. La crisi dei mercati finanziari di questi mesi non è dovuta, secondo lui, alla deregolamentazione: “È tutta colpa del governo che ha deciso, a un certo punto, che ogni americano aveva diritto a comprarsi la prima casa. Così Bill Clinton obbligò Fannie Mae e Freddie Mac a offrire prestiti a coloro che non potevano permetterseli e ora ne stiamo soffrendo le conseguenze”.
David Wood, naturalmente, non è un sostenitore di Obama: “Non riesco a capire come Obama possa incentrare la propria campagna elettorale sull’idea di cambiamento. Se guardiamo al suo passato e al suo presente, non troviamo nulla che indichi che Obama porterebbe nuove idee. I democratici ingrandirebbero ulteriormente il ruolo del governo, quando invece l’unica forma di cambiamento sarebbe un ridimensionamento serio di Washington”, mi ha detto David.
La politica estera chiude il cerchio. Nonostante i Woods non siano completamente d’accordo con le scelte di George W. Bush, di cui però ammirano i principi morali, e con la strategia perseguita in Iraq, David è convinto che, alla fine dei conti, le difficoltà nel Golfo siano solo il risultato della mancanza di determinazione dell’esercito americano: “A volte mi domando se la vogliamo veramente vincere questa guerra. È vero che 4000 soldati morti sono tantissimi, se però confrontiamo questa cifra al numero di aborti in America, non vedo perché dovremmo fermarci ora”, ha cercato di spiegarmi David. Nel frattempo, Glenda sussurrava: “L’aborto è un genocidio compiuto qui in casa nostra contro un’intera generazione di americani”.
Il 4 novembre, David e Glenda Wood voteranno per John McCain anche se, in realtà, David aveva a lungo sperato l’anno passato che il politico ultra-conservatore Newt Gingrich si candidasse nelle primarie repubblicane.
valentina.pasquali@gmail.com