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Home » Newsletter n. 141 - 10 ottobre 2008
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 141 – 10 ottobre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 141.

Buona lettura!

La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Una crisi (e una piazza) al buio


Raffaele Mauro
Risposte globali ad una crisi globale


Andrea Catania
S.O.S. Europa


Fabrizio Tonello
Il titolo di prima pagina


Valentina Pasquali
L’America evangelica


Davide Biassoni
PD: manifestazione e responsabilità


Stefano Florio
Dove eravamo rimasti? Aggiornamento su Expo 2015


Simone Comi
Russia ed OPEC, nuove prospettive per il mercato degli idrocarburi


Diego Corrado
Il paradosso nel PT nelle elezioni municipali di San Paolo


Valerio Pulga
A quando il teletrasporto? Avventura quotidiana


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Una crisi (e una piazza) al buio

Giovedì 9 ottobre, Dow Jones - 7,33%. Wall Street, il termometro che misura la febbre dell’economia globale che sta precipitando in recessione, polverizza, insieme ai valori azionari e alle caute speranze di essere vicini “all’inizio della fine”, “il punto” che questa settimana s’immaginava dedicato alla politica interna. Il desolato commento che il New York Times dedica, in prima battuta, a questo perpetuo crollo dei mercati americani, restituisce le condizioni drammatiche di una crisi al buio, nella quale né gli attori economici, né le autorità di controllo e regolazione, né gli analisti ed economisti e nemmeno i politici  sembrano sapere cosa stia accadendo: “Le ragioni di un simile crollo sono la solita litania: le preoccupazioni per il mercato del credito, una riduzione dei consumi, i timori per l’intera economia e per il settore finanziario in particolare.” Come dire: normalizzare la catastrofe.
Di fronte a questo scenario, la nevrosi nostrana del dialogo chiuso-aperto tra maggioranza e opposizione, sfiora l’irrilevanza. Se non fosse che il Pd sembra marciare inesorabilmente verso una piazza – quella del 25 ottobre – praticamente svuotata di senso dagli eventi. E questo può capitare quando si convoca la piazza con tre mesi di anticipo. Noi siamo stati tra i primi a criticare la mossa del Pd di scegliere la piazza come lavacro espiatorio di tutti i suoi guai, anziché mettere prontamente in moto una straordinaria macchina di ripensamento culturale e  di puntuale proposta politica. Ma sappiamo altresì che se si sceglie la piazza, bisogna seguirne le regole. La piazza è, per natura, emotiva: deve dare emozione, ma soprattutto si riempie sull’onda di un’emozione. Per questo, per funzionare, se vi si vuole ricorrere, deve essere tempestiva e non preventiva. Convocata a freddo rischia di essere travolta dagli eventi – come effettivamente sta accadendo – rischia di essere condannata a cambiare contenuti tutti i giorni, ad imbarcare man mano i temi che si presentano; in breve, non si capisce più che piazza è. Ma può andare anche peggio. Quando si fissa una data in questo modo, può capitare che coincida con un momento di massima allerta nazionale – oggi la bufera della crisi finanziaria – che sconsiglia il ricorso a toni accesi e critiche aspre nei confronti del governo. Come venirne fuori ora? Andare in piazza a testa bassa contro il governo? Andare in piazza in tono minore? Rinunciare? Qualunque opzione si scelga, sembra ormai inevitabile perdere la faccia.


Raffaele Mauro
Risposte globali ad una crisi globale

L’attuale crisi finanziaria rischia di avere nel breve termine un impatto sulla vita di tutti i giorni. Una forte e prolungata volatilità nei mercati finanziari, come quella che si è verificata negli ultimi 12 mesi, è un prenditore significativo di un rallentamento nell’economia reale.  Inoltre, le misure prese recentemente dalle istituzioni pubbliche in Europa e negli Stati Uniti hanno avuto un’efficacia minore delle aspettative nel ripristinare la fiducia negli operatori finanziari. Per i prossimi mesi e nel corso del 2009 è possibile che si verifichi una recessione economica su scala internazionale, anche se non è possibile fare stime esatte su lunghezza e intensità. Secondo l’ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale è probabile che gli effetti si sentiranno in misura maggiore nei paesi avanzati, come Stati Uniti, Europa e Giappone, ed in misura minore nelle economie emergenti. Ciò significa che anche in Italia potrebbe esserci un impatto significativo su produzione, occupazione e commercio.

Ad una crisi globale deve seguire una risposta globale. I policy maker devono rendersi conto che questo è un momento storico: per evitare una depressione economica su scala mondiale serve un intervento coordinato al livello internazionale, finalizzato alla ricostruzione rapida di un regime di regolazione della finanza globale. Non è il momento di dare la colpa agli speculatori o alla mancanza di etica. Certamente i codici di autoregolamentazione non saranno la soluzione: le risposte devono essere rapide ed incisive, finalizzate nel breve termine ad evitare il panico e nel lungo termine a costruire una nuova struttura di funzionamento per la finanza globale.
I governi dovranno ricapitalizzare rapidamente i sistemi finanziari e a garantire la sicurezza dei depositi bancari. Sarà inoltre necessario un generale impegno nell’armonizzare reciprocamente le politiche macroeconomiche. Questo è l’unico modo che potrebbe arginare la crisi attuale ed evitare una spirale di de-globalizzazione. A tal proposito sarà utile modificare la struttura del G8 e del Fondo Monetario Internazionale, adattando la loro configurazione alla nuova equazione del potere globale, legata al dinamismo delle economie emergenti come Cina ed India. Fino ad ora questo è sembrato molto difficile, ma ora, con le spalle al muro, sono presenti le condizioni per il cambiamento.
Un intervento transnazionale e coordinato potrà restaurare fiducia e dinamismo nel sistema economico mondiale, accompagnando gradualmente il ciclo economico verso una ripresa nella seconda metà del 2009.  Il motore della crescita globale può ripartire: in questo momento è fondamentale fare scelte che siano coraggiose, collettive e fondate su una prospettiva di lungo termine.

raffaele.mauro@phd.unibocconi.it


Andrea Catania
S.O.S. Europa

Nel bel mezzo di questa crisi finanziaria che probabilmente verrà ricordata come un nuovo ’29, i governi del vecchio continente riscoprono il ruolo dell’Unione Europea. E’ stato per la prima volta Nicolas Sarkozy all’ultimo G4 ad appellarsi agli altri capi di stato affinché fosse adottata una strategia comune, subito appoggiato da Silvio Berlusconi. Tuttavia la proposta di creare un mega fondo di salvataggio a livello europeo è stata bocciata, soprattutto per l’opposizione della Germania. Il risultato finale è un Europa che va un po’ in ordine sparso, incapace di rispondere con la stessa prontezza degli americani ad una crisi dalla quale si riteneva immune, con il rischio di trovarsi alla fine a dover pagare un conto molto più salato del dovuto. Ma il paradosso maggiore è quello di vedere governi che fino a poco tempo fa inveivano contro i tecnocrati dell’Unione invocare oggi l’aiuto delle istituzioni europee. Proprio in questi giorni ci rendiamo conto di come la mancanza di una governance comunitaria si scontri con le necessità di un mercato ormai fortemente integrato, in particolar modo proprio a livello finanziario. Se ci fosse una crisi bancaria vera e propria, ad esempio, il nostro sistema di controllo creditizio sarebbe incapace di reagire in maniera ottimale: di fronte a gruppi nazionali plurinazionali (BNP Paribas, Unicredit, per esempio), le direttive europee in materia vengono applicate in maniera molto diversa dai vari stati membri con la conseguenza che una struttura di vigilanza a livello sistemico è del tutto assente. Ma ciò che manca è soprattutto quell’unione politica che avrebbe dovuto rappresentare il naturale proseguimento dell’integrazione economica: gli stessi stati che oggi si lamentano dell’incapacità dell’Europa di agire sono anche quelli che hanno cercato di difendere a tutti i costi le loro prerogative politiche. La mancanza di fiducia nelle istituzioni comunitarie e il distacco tra queste ed i cittadini è proprio il frutto di una strategia di delegittimazione portata avanti dai governi nazionali, favorendo il circolo vizioso per cui gli europei non vogliono più integrazione politica (e magari votano contro gli accordi comunitari se è loro concesso) perché non si fidano dell’Unione, per combattere questo euroscetticismo servirebbero riforme volte a permettere ai cittadini di scegliersi un presidente europeo oppure a rafforzare le prerogative del parlamento, ma i governi che dovrebbero permettere queste riforme si oppongono o addirittura non affrontano il discorso perché in questo modo possono conservare meglio la loro autonomia. Questo ragionamento funziona alla perfezione finché le crisi internazionali, siano esse politiche o economiche, non mettono in luce la paralisi decisionale che questo sistema produce. C’è da sperare che l’attuale crisi finanziaria insegni agli europei a marciare più uniti? Ho i miei seri dubbi visto come i governi (e i partiti politici) preferiscono incolparsi a vicenda oppure scelgono di unirsi nel criticare le istituzioni comunitarie per il loro immobilismo. Il paradosso è che l’unica cosa che sembra mettere d’accordo tutti è la necessità di allentare i vincoli dei parametri di Maastricht: se c’è una cosa che questa crisi ci insegna è che la stabilità dei sistemi finanziari può essere raggiunta solo con finanze pubbliche sane e riducendo le asimmetrie informative; in questo caso sembra che i governi stiano tentando di fare l’opposto, senza proporre riforme a favore di una maggiore trasparenza a livello europeo e cercando invece di giustificare con l’attuale crisi i loro futuri deficit di bilancio. Di fronte alle vicine elezioni europee di giugno, sarebbe interessante assistere ad una campagna elettorale giocata su tematiche europee con lo scopo di sensibilizzare i cittadini sulla necessità di maggiore Europa per scongiurare crisi come quella che stiamo vivendo. Tuttavia, visto il clima politico, c’è poco da sperare. Un partito come il PD dovrebbe invece cogliere al balzo l’occasione e fare dell’europeismo (che è anche uno dei suoi valori fondanti) il suo prossimo cavallo di battaglia: non solo per spostare l’attenzione verso altri temi, ma anche e soprattutto per mettere in luce gli errori di un centrodestra che ora invoca l’Europa ma fino a poco tempo fa criticava i vincoli comunitari e certamente non incoraggiava il processo di integrazione.

cat.andrea@hotmail.it


Fabrizio Tonello
Il titolo di prima pagina

La prima pagina del New York Times del 9 novembre  1932 (che riproduciamo direttamente dall’originale) era: “OVERTURN IN SENATE; Bingham, Watson, Moses and Smoot Are Defeated. DEMOCRATIC MAJORITY 12. Party Adds to Control in House -- May Rule Both Branches This Winter. DEMOCRATS OBTAIN CONGRESS CONTROL”. L’attualità di questo titolo sta nel fatto che il prossimo 5 novembre potrebbe essere tranquillamente ripubblicato, semplicemente sostituendo ai nomi dei defunti senatori repubblicani che persero il loro seggio nel 1932 quelli dei senatori repubblicani vivi e vegeti che però verranno travolti dalla valanga di Barack Obama.
Per esempio, il testo potrebbe essere: “TERREMOTO IN SENATO. Dole, Stevens,  Coleman e Sununu sconfitti. La maggioranza democratica è di 10 seggi. Il partito rafforza il suo controllo sulla Camera, potrebbe dominare parlamento e governo. I DEMOCRATICI OTTENGONO IL COMPLETO CONTROLLO DEL CONGRESSO”.
Questa settimana è bene soffermarsi su un aspetto delle elezioni americane trascurato dai media italiani: le previsioni dei risultati del Congresso. Una presidenza Obama che non potesse contare su solide maggioranze democratiche nelle due camere potrebbe rapidamente trasformarsi in un fallimento di fronte alla gravità e complessità dei problemi che gli Stati Uniti dovranno affrontare. Obama, insomma, potrebbe subire la sorte di Jimmy Carter, che era un uomo competente e di grandi qualità etiche, ma era un outsider nel partito e questo non gli permise di realizzare nulla del suo programma per i cattivi rapporti con il Congresso, una delle ragioni della sconfitta contro Ronald Ragan quattro anni dopo.
Stavolta, se crediamo ai sondaggi, siamo piuttosto di fronte a un’elezione di “riallineamento” dell’elettorato, cioè un’occasione in cui blocchi consistenti di cittadini cambiano campo e scelgono un partito che dominerà la scena politica a lungo. È ciò che avvenne nel 1932 con Roosevelt e nel 1980 con Reagan: nei trent’anni successivi, i democratici vinsero tutte le elezioni presidenziali tranne due, così come nei 28 anni trascorsi dall’ingresso di Reagan alla Casa Bianca i repubblicani hanno vinto tutte le elezioni presidenziali tranne due.
Le occasioni di “riallineamento” sono di solito precedute da gravi crisi e da segnali premonitori nelle elezioni per il Congresso immediatamente precedenti: così, nel 1930, i democratici guadagnarono 53 seggi alla Camera, portandosi in perfetta parità con i repubblicani (che continuavano a controllare la presidenza). Nel 1978, i democratici  che occupavano la Casa Bianca mantennero la maggioranza ma persero 16 seggi a vantaggio dei repubblicani. Due anni fa, nel 2006, i democratici hanno guadagnato 31 seggi, riconquistando la maggioranza persa nel 1994.
Due anni dopo, nel 1932, Roosevelt  vinse con il 57% del voto popolare (un risultato irripetibile in tempi moderni). Nel 1980, Reagan vinse con il 51%. Nel 2008, Obama farà almeno altrettanto: gli ultimi calcoli degli esperti gli attribuiscono il 52-53% dei suffragi e una larga maggioranza nel collegio elettorale.
Ma ciò che ci interessa oggi è il fatto che, nel 1932, i democratici conquistarono non solo la presidenza ma anche 13 seggi al Senato, raggiungendo quota 60. Nel 1980, i repubblicani strapparono agli avversari 12 seggi, ottenendone in tutto 53. Oggi, i democratici hanno 49 seggi, più l’alleato indipendente del Vermont Bernie Sanders, per un totale di 50. E’ probabile che guadagnino sei o sette seggi, portando la loro rappresentanza in senato a 57. Nelle ipotesi più ottimistiche potrebbero sconfiggere, grazie alla spinta di Barack Obama, anche candidati repubblicani considerati “sicuri”, come Elizabeth Dole, Ted Stevens e Norman Coleman, raggiungendo quota 60, che è il numero di voti necessario per impedire l’ostruzionismo della minoranza.
Difficile ma non impossibile e, visto che alla Camera i democratici potrebero superare quota 250, il New York Times potrebbe davvero ristampare il proprio titolo di 76 anni fa: “I DEMOCRATICI OTTENGONO IL COMPLETO CONTROLLO DEL CONGRESSO”. Non sappiamo se Barack Obama abbia le qualità di Franklin Roosevelt, ma i mezzi per governare energicamente e far uscire il paese dalla crisi li avrebbe.

fabrizio.tonello@unipd.it


Valentina Pasquali
L’America evangelica

Washington D.C. - Mentre l'Europa ha gli occhi fissi su Barack Obama, l'America profonda rimane assai diversa da come ce la descrivono i giornali italiani. La mancanza di fiducia nelle istituzioni e nei politici nazionali e la lontananza geografica e filosofica dal governo federale di Washington, miste al desiderio di una vita tranquilla e alla certezza assoluta nei valori puritani che fondarono questo paese, sono alla base della crescente distanza fra le città cosmopolite delle coste pacifica e atlantica e le migliaia di chilometri di praterie e di paesi di provincia che portano dall’una all’altra.

Glenda e David Wood si sono conosciuti alla chiesa presbiteriana Briarwood, un enorme complesso religioso costruito in mattoni rossi sulle colline alberate alla periferia di Birmingham, Alabama, quattro anni fa. David, ingegnere e scapolo, si era appena trasferito in città dal natio Vermont, mentre Glenda, casalinga, era rimasta vedova del primo marito sei anni prima. Prendendo parte alle attività di studio della Bibbia per single organizzate da Briarwood, i due si sono avvicinati e poi sposati nel 2005.
“Briarwood mi è subito piaciuta per l’approccio meno progressista di quello di tante chiese presbiteriane in America”, mi ha detto David la settimana scorsa. Sceso al sud dal freddo nord, David, un uomo di mezz’età pallido ed emaciato, si mise subito in cerca di una chiesa che aderisse a una teologia rigorosa e a una lettura quasi letterale della Bibbia e trovò Briarwood. Glenda invece, una signora sovrappeso dal capello rossiccio e dalla carnagione pallida, e originaria di Birmingham, è membro della congregazione dal 1973. Ancora oggi, Glenda dedica almeno quindici ore la settimana a fare volontariato in chiesa, in particolare aiutando l’organizzazione con le pratiche amministrative.
Briarwood è un’industria della fede missionaria del sud americano e gode di infrastrutture che farebbero invidia alle università più prestigiose. Con 4200 parrocchiani, messe in inglese, coreano, giapponese e spagnolo, Briarwood comprende una scuola privata cristiana con 1900 studenti iscritti, dall’asilo nido alla maturità, e un seminario. Il tutto è alloggiato in un complesso costato originariamente oltre trenta milioni di dollari e che, dopo una prima espansione nel 1998 per quasi sei milioni di dollari, sta lanciando un nuovo cantiere per ventinove milioni di dollari, al fine di ingrandire i parcheggi, aggiungere uffici e costruire un centro giovani di 3000 metri quadrati.
Condividendo una visione della vita rigidamente incentrata sulla fede e sulla preghiera, Glenda e David ammettono senza timore che le questioni religiose sono di fondamentale importanza nelle loro scelte politiche: “Vogliamo candidati che mostrino valori forti e che siano disposti a difenderli,” mi ha spiegato Glenda, parlando a voce bassa in uno dei pochi momenti in cui David le ha permesso di  intervenire con la propria opinione.
L’incrollabile opposizione all’aborto rimane il nodo centrale della filosofia politica di quelli come i Woods: “Per me la difesa della vita è la cosa più importante”, ha detto Glenda. La selezione di Sarah Palin a candidato repubblicano alla vice-presidenza ha indubbiamente entusiasmato questo gruppo di elettori: “Palin è davvero un ottimo candidato, ha valori solidi, non ha paura di parlarne e ha una bella famiglia”, ha dichiarato David convinto.
Le convinzioni religiose di David e Glenda vanno ben oltre al tema dell’aborto e pervadono la loro comprensione della storia dell’umanità, così come l’idea del ruolo che vorrebbero vedere assegnato al governo. I Woods guardano con naturale sospetto all’attività di Washington, convinti che, sempre e comunque, un governo federale di qualsiasi colore politico vorrà irrompere nella tranquillità della loro vita di lavoro e preghiera. David e Glenda, in sostanza, paiono animati da quella forma di paura atavica del governo che attanaglia tanti americani, probabilmente radicata nella fuga dall’Europa che portò i padri pellegrini a fondare questo paese nella ricerca disperata di una propria libertà di professione di fede.
Così, ad esempio, nonostante David e Glenda riconoscano l’importanza dell’educazione e accettino persino l’idea che i fondi pubblici possano essere utilizzati per finanziare le scuole, David si dice insoddisfatto del modo in cui le politiche per l’istruzione sono portate avanti e deluso del fatto che non vengano mai proposte ai giovani visioni alternative a quelle riconosciute come ufficiali: “Se vogliono insegnare l’evoluzione e Darwin, per me non è un problema. Però, allora, dovrebbero parlare agli studenti anche della teoria della creazione”, mi ha spiegato David. Per Glenda, una questione ancor più importante è quella dello stile di vita che è insegnato oggi nelle scuole pubbliche americane: “Si fa credere ai ragazzi che il lesbismo e l’omosessualità vadano bene, invece che cercare di insegnargli una filosofia di vita più normale”.
La sfiducia nel lavoro del governo centrale travalica i confini del sociale e informa anche la filosofia economica dei David e delle Glenda americane. “Penso la struttura economica di questo paese sia la cosa che mi sta più a cuore”, mi ha raccontato David. “Voglio un governo il più ridotto possibile”. Per David Wood, il libero mercato è senza dubbio più efficiente del governo nell’allocare risorse e, dunque, Congresso e Casa Bianca dovrebbero starsene il più possibile da parte. La crisi dei mercati finanziari di questi mesi non è dovuta, secondo lui, alla deregolamentazione: “È tutta colpa del governo che ha deciso, a un certo punto, che ogni americano aveva diritto a comprarsi la prima casa. Così Bill Clinton obbligò Fannie Mae e Freddie Mac a offrire prestiti a coloro che non potevano permetterseli e ora ne stiamo soffrendo le conseguenze”.
David Wood, naturalmente, non è un sostenitore di Obama: “Non riesco a capire come Obama possa incentrare la propria campagna elettorale sull’idea di cambiamento. Se guardiamo al suo passato e al suo presente, non troviamo nulla che indichi che Obama porterebbe nuove idee. I democratici ingrandirebbero ulteriormente il ruolo del governo, quando invece l’unica forma di cambiamento sarebbe un ridimensionamento serio di Washington”, mi ha detto David.
La politica estera chiude il cerchio. Nonostante i Woods non siano completamente d’accordo con le scelte di George W. Bush, di cui però ammirano i principi morali, e con la strategia perseguita in Iraq, David è convinto che, alla fine dei conti, le difficoltà nel Golfo siano solo il risultato della mancanza di determinazione dell’esercito americano: “A volte mi domando se la vogliamo veramente vincere questa guerra. È vero che 4000 soldati morti sono tantissimi, se però confrontiamo questa cifra al numero di aborti in America, non vedo perché dovremmo fermarci ora”, ha cercato di spiegarmi David. Nel frattempo, Glenda sussurrava: “L’aborto è un genocidio compiuto qui in casa nostra contro un’intera generazione di americani”.
Il 4 novembre, David e Glenda Wood voteranno per John McCain anche se, in realtà, David aveva a lungo sperato l’anno passato che il politico ultra-conservatore Newt Gingrich si candidasse nelle primarie repubblicane.

valentina.pasquali@gmail.com


Davide Biassoni
PD: manifestazione e responsabilità

Il mondo finanziario-economico è nell’occhio del ciclone e si riaffacciano minacciosi gli spettri di un nuova depressione come accadde nel lontano 1929. E già si parla di un “grande malato” (il mercato), di un sistema economico da reinventare e di una drammatica recessione ormai alle porte (e che il Fmi giudica di impatto globale). Eppure, la situazione è ancora in fieri e la politica è chiamata a intervenire con misure che siano volte, soprattutto, a sostenere la fiducia dei risparmiatori. Esecutivi e Banche Centrali si sono così mossi per garantire la liquidità degli istituti di credito che si vedrebbero minacciati da lunghissime file di correntisti accorsi a ritirare i loro risparmi, generando un blakc-out finanziario che vorrebbe dire bancarotta. Così, da alcuni leaders di partito è risuonato l’accorato appello alla «responsabilità nazionale» delle forze politiche, ripetuto più volte nelle ultime, convulse, ore. In particolare, è l’opposizione a dover fronteggiare un dilemma significativo: la manifestazione popolare del 25 ottobre per dire “no” al Cavaliere - messa in calendario circa cinque mesi addietro – è ancora opportuna? Che il ricorso alla piazza per fare muro contro il governo di centrodestra sia uno strumento dibattuto non rappresenta una novità e, in aggiunta, la diatriba interna al Partito Democratico si è notevolmente riacutizzata in seguito dell’ondata di panico che ha fatto tremare le Borse di tutto il mondo, minando la stabilità del sistema economico. Il PD ha sempre perseguito l’obiettivo di esercitare un’opposizione seria e rigorosa, ma anche credibile nel costituire un’alternativa all’attuale maggioranza. In passaggi storici così delicati come quello in corso, appare razionale e condivisibile la scelta di offrire la propria collaborazione all’esecutivo per uscire dal tunnel della crisi: agli italiani (di ogni schieramento) le schermaglie e le reciproche accuse nella classe politica interessano poco o punto; è il momento, invece, per unire forze e progetti tramite, ad esempio, un comitato bipartisan che assembli esponenti politici ed esperti di economia e finanza. La manifestazione si potrà, quindi, considerare riuscita in base a modalità, toni e contenuti: assolutamente democratico e comprensibile esplicitare la propria contrarietà alle policies promosse da PdL e Lega Nord, ma questo deve essere un evento permeato da lucidità e affidabilità; in altri termini, non devono prevalere accuse e invettive, bensì ricette e proposte pragmatiche e realizzabili. Siamo di fronte al terremoto economico più grave dall’inizio del nuovo secolo: il PD deve assumere un profilo consono a una forza che si propone in futuro di assumere la guida del paese. Manifestazione democratica sì, ma responsabile e utile: “Salva l’Italia” è un imperativo assoluto, ma da meditare e calibrare in base alle contingenze attuali.

davide.biassoni@unimi.it


Stefano Florio
Dove eravamo rimasti? Aggiornamento su Expo 2015

Dal nostro ultimo aggiornamento di un mese fa circa, ben poco è accaduto sul fronte della definizione dell’assetto di governance di Expo 2015 e soprattutto il tanto atteso decreto legge a firma del Presidente del Consiglio, nonostante più volte lui stesso ne abbia in queste settimane annunciato l’imminenza, non sia mai stato emanato.
Nel frattempo sembra almeno che alcune questioni siano state risolte o che comunque si sia trovata una certa quadratura del cerchio.La Società di Gestione dell’Expo avrà un Consiglio di Amministrazione composto da cinque membri e fra questi ci sarà Paolo Glisenti, futuro Amministratore Delegato della società.
Il secondo posto andrà al Presidente di Assolombarda, Diana Bracco, che molto probabilmente rivestirà un ruolo di garanzia per tre dei soggetti coinvolti, cioè il Ministero del Tesoro, la Camera di Commercio e il Comune di Milano e andrà a rivestire anche il ruolo di Presidente del CdA stesso.
La Regione avrà il suo rappresentante che sarà probabilmente il Presidente uscente della Fondazione Fiera dott. Luigi Roth, anche se al momento non ci sono né conferme né smentite a questa indiscrezione.
Restano altri due posti: secondo alcune voci al Ministero del Tesoro, che deterrà il 40% delle quote societarie, dovrebbe spettare, oltre alla Bracco, anche un ulteriore posto e in questo caso vorrebbero dire la loro sulla faccenda anche Alleanza Nazionale e la Lega finora rimaste escluse dalla partita.
Sono poi circolati in queste settimane anche altri nomi, fra cui quelli di Leonardo Carioni Presidente della Provincia di Como, di Angelo Provatoli Rettore della Bocconi (quest’ultimo caratterizzato da un forte profilo super partes e di garanzia) e infine di Marco Spadacini Consigliere della Fondazione Cariplo.
E la Provincia di Milano che dovrebbe detenere il 10% delle quote (come la Camera di Commercio mentre Comune e Regione il 20%)? Nulla trapela se non un certo nervosismo da parte del Presidente Penati che ha, tra l’altro, disertato – delegando un suo assessore - la riunione convocata a Palazzo Chigi dal Sindaco Moratti l’8 ottobre, poi risoltasi anch’essa in un nulla di fatto.
Si è vociferato dell’intenzione del Presidente della Provincia di sponsorizzare il nome di Valentino Castellani, ex sindaco di Torino e timoniere dell'organizzazione delle Olimpiadi invernali 2006 in qualità di presidente dell'allora Agenzia olimpica.
L’ultima notizia è che il decreto slitta a settimana prossima dopo il viaggio di Berlusconi e Tremonti negli Stati Uniti per il G7 convocato per discutere della crisi finanziaria che sta scuotendo le borse…..chissà che in aereo gli ultimi nodi al pettine non vengano sciolti, alcuni dei quali ruotano probabilmente sempre intorno alla figura del dott. Paolo Glisenti che non sembra nutrire le simpatie del Ministro Tremonti.
Si segnala infine che si terrà a Milano dal 16 al 22 ottobre il “Festival Internazionale dell’Alimentazione” che, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2008 promossa dalla FAO, vedrà impegnati nel capoluogo meneghino importanti personalità del mondo scientifico, accademico ed istituzionale. Al prossimo aggiornamento dunque nel quale, oltre speriamo che a dare notizia del decreto, si daranno informazioni sulla visita a Parigi che i rappresentanti delle prossime edizioni delle Esposizioni (Shanghai nel 2010, Yeosu nel 2012 e appunto Milano nel 2015) effettueranno il prossimo 31 ottobre su convocazione del Bureau International des Expositions.

s.florio@libero.it

Ps. Nel frattempo si è conclusa la vicenda Alitalia con l’eroico salvataggio della nostra compagnia di bandiera da parte della cordata italiana…ovviamente a pagarne il conto cominciano ad essere i consumatori, cioè gli unici mai presenti a nessun tavolo di trattativa (ad es. vedi Corriere della sera, 8 ottobre 2008). Chissà se la Moratti per andare a Parigi il 31 ottobre volerà con la nuova Alitalia? Forse prenderà un volo Milano Linate-Roma Fiumicino e poi uno per Parigi…..magari su un aeromobile targato AirFrance…


Simone Comi
Russia ed OPEC, nuove prospettive per il mercato degli idrocarburi

La presentazione della richiesta d’accesso all’OPEC avanzata dal vicepremier russo Igor Sechin all’ultimo meeting dell’organizzazione dei paesi produttori di idrocarburi, tenutosi a Vienna all’inizio di settembre, ha di fatto segnato un punto di svolta che potrebbe rivelarsi fondamentale per i futuri equilibri energetici globali. La produzione dei paesi aderenti all’OPEC giunge a coprire attualmente il 40% del mercato del petrolio e un’alleanza con la Russia, produttrice dell’11% del greggio mondiale, potrebbe accrescere ulteriormente il potere dell’organizzazione dei produttori petroliferi e creare squilibri importanti sui mercati internazionali delle risorse. Dalle parole di Sechin si è appreso inoltre che l’ingresso nell’OPEC è considerato una priorità dal Governo di Mosca, che potrebbe così garantire i suoi interessi economici sui mercati internazionali favorendo al contempo una stabilizzazione del prezzo del petrolio. La richiesta russa sarebbe in realtà la semplice attuazione di un trattato firmato dal Cremlino e dai paesi produttori di petrolio già nel 2005 non applicato finora per via degli screzi politici ed economici con alcuni dei maggiori paesi OPEC tra cui l’Arabia Saudita.
L’interesse russo nei confronti di un possibile inserimento nel gruppo dei paesi produttori di idrocarburi dovrebbe essere parte fondamentale della nuova definizione delle relazioni politiche e diplomatiche che il Cremlino sta attuando a seguito della crisi georgiana della scorsa estate. Dopo il blitz russo in Caucaso, Mosca si è infatti trovata a dover fare i conti con la crescente pressione diplomatica esercitata dal blocco euro-statunitense e l’avvicinamento all’OPEC consentirebbe alla leadership moscovita di poter trovare alleati pronti a sostenere le decisioni russe in campo geopolitico assicurandosi di conseguenza la possibilità di legittimare eventuali aggressioni militari mascherandole da missione il cui obiettivo è di dover proteggere i propri interessi economici nella regione. L’eventualità di una membership russa potrebbe significare per l’OPEC considerevoli vantaggi in termini di accrescimento della produzione e controllo dei mercati degli idrocarburi.
Rimane comunque da verificare la possibilità che le richieste e le speranze di Mosca siano ostacolate dall’Arabia Saudita, storico alleato di Washington le cui relazioni con il Cremlino sono da sempre contrassegnate da tensioni latenti data la diversa posizione rispetto agli equilibri della regione. Basti ricordare che durante la Guerra Fredda Rhyad sosteneva politicamente la lotta dei mujaheddin afgani mentre la Russia appoggiava il rafforzamento del movimento pan-arabo ostile alla monarchia saudita. Mosca coopererà quindi con i paesi produttori e l’effetto sui mercati sarà sostanziale per un riequilibrio dei prezzi del greggio. Questo porterà probabilmente ad un innalzamento della tensione nei rapporti tra l’OPEC e gli Stati Uniti, preoccupati dell’influenza politica che il Cremlino potrebbe esercitare sui maggiori paesi produttori di idrocarburi.

simonecomi@hotmail.com


Diego Corrado
Il paradosso nel PT nelle elezioni municipali di San Paolo

Come era da aspettarsi, il primo turno delle elezioni amministrative brasiliane ha dato importanti indicazioni per la successione di Lula, alle prossime presidenziali dell’ottobre 2010.
Sono tuttavia indicazioni di segno opposto per quanto riguarda maggioranza e opposizione.
Quest’ultima vede infatti ridursi lo schieramento dei pretendenti: uscito di scena Geraldo Alckmin, escluso dal ballottaggio per l’elezione del sindaco di San Paolo, la definizione del candidato del PSDB pare infatti essere una questione a due tra Josè Serra, governatore dello stato di San Paolo, e Aécio Neves, governatore del Minas Gerais. Se il primo può far valere oltre al peso elettorale del suo stato, il più popoloso dell’Unione, una maggiore notorietà (è stato ministro del governo Cardoso, sindaco di San Paolo ed è già arrivato al ballottaggio nelle presidenziali del 2002), il secondo ha dalla sua l’elemento della novità e il grande seguito che la sua famiglia da decenni consegue nello stato d’origine. Può inoltre fare appello al lato emotivo dell’elettorato: il nonno materno, Tancredo Neves, fu nel 1985 il primo presidente democraticamente eletto dopo la parentesi della dittatura, ma – colto da malore la sera prima dell’insediamento – morì senza essere entrato in carica dopo 45 giorni di agonia che lasciarono attonito il paese ancora convalescente dalle lacerazioni causate dai militari. Si aprì così il decennio delle promesse tradite, consumatosi – prima dell’elezione di Fernando Henrique Cardoso nell’ottobre 1994 – tra fiammate di iperinflazione e l’avventurismo di Fernando Collor, il presidente destituito dal parlamento per corruzione.
Il Partido dos Trabalhadores di Lula vede invece paradossalmente complicarsi la propria situazione: il candidato del presidente resta Dilma Rousseff, ministro forte del suo governo, in ciò rafforzata dalla debole performance della potenziale rivale interna Marta Suplicy, candidata a sindaco di San Paolo, che approda sì al secondo turno, ma dopo aver visto evaporare nelle ultime settimane il suo vantaggio sull’uscente Kassab, sostenuto da Serra. Per un partito al governo nazionale da 6 anni tuttavia una sconfitta nel maggior collegio elettorale del paese, nella città che traina l’economia e la cultura brasiliane, sarebbe un pessimo viatico per la campagna presidenziale. Il PT apparirebbe arroccato nelle regioni del Nord Est, le più povere, dove il seguito di Lula garantito dalle politiche redistributive del suo governo non appare scalfibile. Una vittoria di Marta, per converso, aprirebbe una stagione di attriti interni potenzialmente nefasti. Appuntamento quindi al ballottaggio, fissato al 26 ottobre.

diego.corrado@unibocconi.it


Valerio Pulga
A quando il teletrasporto? Avventura quotidiana

Monza e Milano: neanche dieci chilometri separano una città di 120.000 abitanti, che diventerà a breve provincia, dalla seconda “capitale italiana”, quella del potere finanziario.
Visto così lo scenario, ci si aspetterebbe che spostarsi da una all’altra sia una “passeggiata”. Invece, grazie all’abilità delle menti illuminate che imperversano ai diversi piani delle amministrazioni locali, i poveri innumerevoli pendolari, ogni giorno, sacrificano sull’altare dell’irrazionalità umana, ore, benzina e pazienza.
Per capire la situazione, prima di tutto bisogna rilevare come le strade e i binari della “Brianza” convergano a modo d’imbuto su Monza. Così, sin dalle origini le amministrazioni monzesi hanno dotato la propria città di parcheggi non a pagamento; hanno portato la metropolitana sino in centro e hanno insistito con Trenitalia per ottenere treni speciali….Ok, il sogno è finito, adesso inizia la realtà:
a) parcheggi:  zero,  e il tentativo della giunta di sinistra di crearne uno in pieno centro è stata la prima causa della propria caduta; b) metropolitana: neanche l’ombra visto che si è sempre data vinta alla miopia dei commercianti ( come per i centri commerciali di cui Monza ne è circondata ma non ne ospita al proprio interno. L’unico approvato dalla giunta di centro sinistra è stata la seconda causa della propria caduta);  c) treni speciali: ma quando mai? E’ già un miracolo se quelli previsti non siano in ritardo più di 10 minuti! Date le premesse, cosa si può fare? Tutti in macchina!
La prima meta possibile è Sesto San Giovanni e la stazione della metropolitana. Dopo un’interminabile coda che ti accompagna per tutto il tragitto, si va alla ricerca di un parcheggio.
E qui la genialità umana si spreca. La zona intorno alla metropolitana ha una caratteristica: di giorno piena all’inverosimile, di notte deserta. Risultato: pulizia delle strade ogni giorno su più vie dalle 11.00 alle 14.00! A questo punto, dato che i parcheggi sono ormai limitatissimi ed è impossibile pensare di parcheggiare alle 7.00, tornare alle 11.00 a spostare l’auto e infine ritornare al lavoro a Milano, gioco forza diviene puntare su Milano. Pieni di buona volontà e pazienza si riprende la coda dove la si era lasciata (per entrare a Sesto) ed arrivati a Milano cosa si scopre? Ci sono “zone centro”( in continua espansione), “zone fiera”, ecopass e chi ne ha più ne metta.
Insomma, escludendo a priori lo “sbarco” in centro a Milano, il viaggio incubo, che se non passa per Sesto si snoda verso Cologno, sembra trovare un attimo di tregua solo quando, dopo aver speso “ore ed ore” alla ricerca di un posto auto, riesci finalmente a salire sulla metropolitana.
Quando ormai, seduto, hai abbassato le difese senti una voce dall’alto dei “tubi”: “Ci scusiamo per il disagio, ma a causa di un guasto la metropolitana rimarrà ferma”.

huntervl@vodafone.it



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