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Home » Newsletter n. 142 - 17 ottobre 2008
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 142 – 17 ottobre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 142.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ La crisi e l’agenda Usa


Fabrizio Tonello
Mutui e democrazia


Valentina Pasquali
Salviamo la Virginia


Chiara Guarnieri/1
"Classi ponte", non ci si può nascondere dietro a un veto


Chiara Guarnieri/2
La riforma che non c’è


Davide Biassoni
La scomparsa di Haider e il futuro dell’Austria


Simone Comi
Banco del Sur, la questione dell’operatività dell’istituzione voluta da Hugo Chavez


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ La crisi e l’agenda Usa

24 ore, tanto è durata l’illusione del ritorno della fiducia sui mercati finanziari. L’euforia che all’inizio della settimana ha salutato la buona prova che la politica europea ha dato di sé nel vertice di Parigi, ha dovuto presto arrendersi alla realtà: l’economia mondiale non potrà evitare una dura recessione. L’altalena dei listini che ne è seguita e che ha visto, solo ieri, il Dow Jones chiudere con un sorprendente balzo in avanti di oltre il 4 e mezzo per cento, dopo che in mattinata era arrivato a perdere altrettanto, è la misura del nervosismo e dell’incertezza di una Borsa che sembra aver smarrito i valori di riferimento sui quali poter costruire trend di lungo periodo.
Il vuoto che si è prodotto a Wall Street e che, col passare delle settimane, ha inghiottito le piazze finanziarie di tutto il mondo, si è pericolosamente sommato al vuoto della leadership politica americana - sospesa nell’attesa di un nuovo presidente e nell’incognita legata alla conclusione di un ciclo durato otto anni - e al vuoto di leadership culturale dovuto al crollo dei pilastri del capitalismo americano colpito al cuore tanto dalla crisi (le dissennate scorribande dei banchieri nei territori della finanza derivata) quanto dai rimedi alla stessa (i ritardi, le indecisioni, l’accavallarsi dei piani di intervento e infine le nazionalizzazioni). E’ già stato scritto: dopo il settembre 2008, niente sarà più lo stesso nella finanza americana e in quella mondiale. Ed è proprio in questo spazio drammaticamente lasciato vuoto dagli Usa che l’Unione europea ha cominciato a muovere i primi passi coordinati nel tentativo di giocare l’inedito ruolo di guida dei processi politici globali.  Prima la ricetta Brown assurta a modello per il salvataggio delle banche ad opera dello stato, poi il convergere delle grandi potenze economiche intorno alla proposta made in Ue di dar vita ad una nuova Bretton Woods ovvero di procedere alla riscrittura dell’architettura globale delle relazioni commerciali e finanziarie.
Ma la leadership americana è veramente in procinto di tramontare?

Molto dipenderà dalla prossima Amministrazione; dalla consapevolezza e dalla determinazione con le quali il futuro inquilino della Casa Bianca  affronterà le sfide che attendono gli Usa. Sfide esemplarmente analizzate dal Report della Brookings Institution,The 2008/2009 Top 10 Global Economic Challenges Facing America's 44th President”: 1. Restoring Financial Stability; 2. Setting the Right Green Ageda; 2. Exercising Smart Power; 4. Reimagining Globel Trade; 5. Navigating China’s Rise; 6. Deciphering “Russia, Inc.”; 7. Engaging an Emerging India; 8. Revitalizing Ties to Latin America; 9. Supporting Africa’s Growth Tornaround; 10. Pursuing a Positive Agenda for the Middle East. Per concludere, l’agenda del 44esimo presidente americano è già aperta sulla scrivania dello Studio Ovale e attende solo colui che sarà chiamato a misurarsi con essa.

 


Fabrizio Tonello
Mutui e democrazia

Per avere un’idea di quanto completamente screditate siano le idee del neoliberismo negli Stati Uniti sarebbero sufficienti le cronache delle mosse del segretario al Tesoro Paulson nell’ultimo mese, compreso il modo in cui ha convocato i banchieri nel suo ufficio, tre giorni fa, e ha consegnato loro una paginetta da firmare, in cui si diceva che il governo federale sarebbe entrato nel capitale dei loro istituti. Volenti o nolenti. Un episodio del genere sarebbe stato commentato dallo Wall Street Journal con titoli a 9 colonne e l’accusa di aver trasformato l’America nello Zimbabwe di Robert Mugabe.
Al contrario, questa forma di “socialismo al rallentatore” (come lo definisce spiritosamente il blog
Dirt Diggers Digest) ha avuto successo e tutti hanno firmato, come riferisce senza fare una piega il New York Times.
Ora si discute molto di chi avrebbe dovuto regolamentare strumenti come i mutui subprime o i derivati, e di cosa fare in futuro ma io lascerei questi temi a Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, mi preoccupano di più le sorti della democrazia americana, anche se tra venti giorni avremo un nuovo presidente di buon senso, che entrerà in carica il 20 gennaio con oceaniche maggioranze per il partito democratico in Congresso. Più politica e meno questioni tecniche di regolamentazione dell’economia: il caos finanziario è solo l’ultimo anello di una catena al cui inizio sta l’elezione, per ben due volte, di un totale incompetente (diciamo le cose con il loro nome) come George W. Bush. Questa è la radice dei disastri oggi sotto gli occhi di tutti, anche se il discorso va esteso al Congresso americano, a cui si dovrebbe ugualmente chiedere: dov’era in questi otto anni?.
La spiegazione deve partire dal fatto che, negli ultimi trent’anni, la televisione, i finanziamenti dei lobbisti e la logica perversa del giornalismo americano hanno permesso di svuotare di contenuti le campagne elettorali: l’unico tema che viene discusso è chi è in testa nei sondaggi, in una pura logica di competizione sportiva, come chi segue il nostro Osservatorio USA sa bene. Competizione dove sono permessi, e perfino ammirati, i colpi bassi (come la pubblicità menzognera in tv) se servono a sgambettare l’avversario e tagliare per primi il traguardo.
Ancora ieri sera, mentre milioni di famiglie americana aspettavano soluzioni, o almeno una parola su come evitare di perdere la casa, John McCain ha voluto parlare nel dibattito con Barack Obama della sua presunta amicizia con un terrorista degli anni Sessanta, Bill Ayers, poi tornato a una vita normale e professore all’università di Chicago.
Questo svuotamento di contenuti, di fronte alla situazione del paese e alle richieste che vengono dai cittadini, è semplicmente incomprensibile se non lo si mette in relazione con la professionalizzazione delle campagne elettorali, dove occorrono esperti di ogni tipo (dai sondaggisti, ai pubblicitari, agli esperti di demografia politica) esperti che sono pagati a prezzo di mercato per far vincere chi li assume.
Ciò ha condotto a una spirale perversa, in cui i candidati devono raccogliere centinaia di milioni di dollari per poter condurre la campagna presidenziale, il che normalmente li metteva lla mercè dei grandi finanziatori di Wall Street: la novità più straordinaria di quest’anno non è il fatto che per la prima volta un afroamericano sia candidato, e possa vincere, bensì il fatto che Obama sia riuscito a mobilitare milioni di cittadini che hanno donato piccole somme, rendendolo indipendente dal ricatto dei lobbisti.
L’aspetto peggiore della situazione è però ancora un altro: il dominio del denaro sulla politica e la professionalizzazione delle campagne elettorali hanno alienato così profondamente il cittadino americano da ciò che avviene  a Washington da farlo entrare in una logica suicida per quanto riguarda la selezione dei suoi rappresentanti. Dal deputato della città fino al presidente degli Stati Uniti, la maggioranza degli americani ha sempre votato, dal 1980 in poi, per delle persone che “sentiva vicine”, per dei candidati con cui si identificava emotivamente,  e non per il partito che meglio difendeva i suoi interessi o per il politico di dimostrata competenza.
Così, le urne hanno dato per ben due volte ragione a Ronald Reagan, all’origine di quella cultura della deregulation di cui oggi vediamo i frutti e per altre due volte a George W. Bush, sulle cui capacità di governo sembra inutile spendere oggi troppe parole. Ma lo stesso Bill Clinton, benché un gigante intellettuale in confronto ai due repubblicani, fu scelto nel 1992, e confermato nel 1996, più per la sua istintiva simpatia, la sua capacità di far sentire gli americani a loro agio, la sua naturale popolarità tra le donne, che per le sue innegabili qualità politiche e intellettuali.
Questa personalizzazione della politica ha i suoi aspetti grotteschi (come gli scandali a sfondo sessuale) ma è il sintomo di una grave crisi culturale: l’incapacità di mantenere fermi dei criteri di giudizio su coloro che eleggiamo a rappresentarci. Il politico buontempone, che ci fa sentire bene anche quando la casa brucia, come George Bush o il suo imitatore in stile latino Silvio Berlusconi, non è una macchietta: è il sintomo di una crisi del sistema rappresentativo in fondo alla quale sta il crack economico, e l’imminente recessione, che oggi viene superficialmente attribuita ai mutui cosiddeti subprime. Qualcuno vuole fare previsioni sul futuro dell’Italia?

http://dirtdiggersdigest.org/archives/221

fabrizio.tonello@unipd.it

 


Valentina Pasquali
Salviamo la Virginia

Washington D.C. – Mercoledì sera c’era il pienone da L & B Pizzeria and Sports Bar, un ristorante italo-americano in località Woodbridge, perso in un centro commerciale di prefabbricati nella provincia profonda della Virginia settentrionale. Il comitato del Partito Repubblicano per la Contea di Prince William aveva organizzato qui un raduno affinché i sostenitori di John McCain potessero seguire lo scontro televisivo con Barack Obama in compagnia, davanti a una pizza e una Coca-cola. Nella sala con le pareti rivestite di linoleum e ricoperte di poster inneggianti alla cultura popolare italiana, dal Campari a Sofia Loren, il pubblico di ultra-cinquantenni si preparava a sostenere il candidato repubblicano al motto di “Salviamo la Virginia.”  Prince William County andò George W. Bush nelle elezioni del 2004, con il 53% dei voti contro il 45% di John Kerry. Quest’anno però Prince William è diventata a sorpresa una tra le contee indecise, di quelle che potrebbero aiutare i Democratici a riprendersi la Virginia.
Nonostante i sondaggi più recenti attribuiscano un vantaggio sostanziale a Obama, sia a livello nazionale che in Virginia, i sostenitori di McCain radunati da L & B parevano mantenere, mercoledì sera, un atteggiamento speranzoso: “Penso che ci sarà una reazione; la gente si riprenderà dallo stato quasi onirico in cui è precipitata e si renderà conto che John McCain è l’uomo giusto”, ha dichiarato Mike Graumann, un cinquantatreenne impiegato nell’industria edilizia, sposato con un’analista informatica e padre di due figli. Graumann se ne stava seduto al tavolo con l’amico Joe Mazzoccoli, un sessantatreenne d’origine italiana e parrucchiere in pensione. Mazzuccoli è sposato con una ragioniera e ha undici figli ormai adulti e undici nipoti.

I due amici stavano discutendo della loro paura più grande: l’arrivo del socialismo in America. “Obama vuole che la ricchezza segua un percorso dal basso verso l’alto”, ha sostenuto animatamente Mazzuccoli. “Ci hanno già provato in tanti: Cuba, l’Unione Sovietica, Jimmy Carter. Prima viene il socialismo e poi è il turno del comunismo. Ma non ha mai funzionato”, ha proseguito Joe. Mike Graumann è convinto che, nel caso di una vittoria di Obama, la situazione economica peggiorerà ulteriormente. Così come tanti altri repubblicani, Mike pensa che le radici della crisi di questi mesi non vadano ricercate negli otto anni di Governo Bush, bensì negli ultimi mesi della Presidenza Clinton. “Bush si è semplicemente trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato, ma i problemi sono cominciati molto tempo fa”, ha spiegato Mike. “I primi sei anni dell’Amministrazione Bush sono stati ottimi dal punto di vista economico”, gli ha fatto eco Mazzuccoli, “di recente invece abbiamo cominciato a sentire l’effetto della disastrosa politica di prestiti facili che fu imposta da Bill Clinton su Fannie Mae e Freddie Mac”. Nell’opinione dei due amici, il tentativo democratico di far crescere il numero di proprietari di casa e di aiutare anche gli americani meno abbienti a acquistare immobili attraverso l’uso dei mutui subprime è la ragione del numero eccessivo di insolvenze che poi hanno portato all’odierna mancanza di liquidità sui mercati finanziari.

Nonostante sia Joe che Mike riconoscano che i repubblicani non hanno implementato quelle misure che avrebbero potuto mitigare la crisi, sono entrambi pronti a scusare questo fallimento sulla base di considerazioni di sicurezza nazionale: “Il Partito Repubblicano ha fatto senz’altro degli errori, ma Bush si è trovato a dover difendere questo paese, e in quel momento quelle era la priorità assoluta”, ha sostenuto convinto Mazzoccoli. “Non possiamo lasciare che questa gente venga nel nostro paese, faccia esplodere i nostri palazzi e uccida impunita 3.000 persone”, ha concluso Joe prima di girarsi verso lo schermo televisivo più vicino per guardare il dibattito.
Seduta qualche tavolo più in là, Lori Bower voterà per McCain/Palin sulla base delle proprie convinzioni in fatto di aborto. Quarantaseienne direttrice di un asilo privato nella vicina Fredricksburg e madre di quattro figli, la signora Bower è venuta da L & B accompagnata dalla famiglia al completo in occasione del dodicesimo compleanno della figlia più piccola. Seduta affianco al marito, Lori rispondeva alle domande mentre selezionava, tra alcuni provini, le fotografie da pubblicare sullo yearbook del figlio diciottenne. Lui si diplomerà in primavera dopo di che si arruolerà nella Guardia Nazionale. Lori ha votato per George W. Bush sia nel 2000 che nel 2004. Quest’anno, invece, si è convinta a sostenere John McCain solo di recente, quando il Senatore dell’Arizona ha annunciato la scelta di Sarah Palin per la vice-presidenza a fine agosto: “Voglio davvero vedere una donna alla Casa Bianca”, si è entusiasmata Lori, “e Sarah è un volto nuovo e condivide i miei valori”.
Al di là di una visione conservatrice delle tematiche a sfondo sociale, non è facile comprendere esattamente cosa Lori Bower pensi delle proposte politiche dei due candidati alla Presidenza. Non è per nulla d’accordo con la strategia perseguita da George W. Bush in Iraq: “Ha invaso l’Iraq con una missione pre-determinata. Voleva sostanzialmente completare l’opera cominciata dal padre, ma senza riflettere sulle reali condizioni sul territorio”. Nonostante speri in un ritiro veloce, ma ordinato, delle truppe statunitensi dal Golfo, sufficientemente rapido a che il figlio non debba essere spedito in guerra, Lori si fida di McCain più di quanto non si fidi di Obama, il cui piano di ritiro dei soldati americani non è sufficiente per lei a colmare la differenza esistente tra i due a livello di  esperienza. Mentre cercava di spiegare il proprio atteggiamento sospettoso nei confronti di Obama, Lori ha anche accennato a un paio di gossip infondati che circolano da tempo tra i conservatori americani, in particolare che Obama voglia giurare sul Corano anziché sulla Bibbia alla propria inaugurazione da Presidente. Infine, la signora Bower ha indicato la crisi economica come la sua preoccupazione principale: “Conosco tante persone che hanno perso la casa e persino il mio stipendio è stato trattenuto un paio di volte visto che i genitori non hanno più i soldi per iscrivere i bambini alla nostra scuola e noi siamo a corto di fondi”. Nonostante questo, Lori non ha un’idea chiara di quale tipo di politiche economiche vorrebbe vedere nel programma del prossimo presidente.
Durante il dibattito, la gente ritrovatasi a L & B Pizzeria ha reagito con passione particolare alla discussione sulla politica fiscale; i presenti hanno applaudito con entusiasmo ogni qualvolta McCain ha accusato Obama di voler ridistribuire la ricchezza e di voler aumentare la spesa pubblica. Il gruppo di anti-abortisti si è fatto sentire quando il Senatore dell’Arizona ha presentato enfaticamente la propria posizione conservatrice in proposito.
Alla fine del faccia a faccia, i repubblicani radunati qui sono apparsi soddisfatti della prestazione di McCain: “Penso il dibattito sia andato molto bene, meglio dei primi due”, ha sostenuto Mike Graumann. Joe Mazzoccoli scherzando ha detto: “Il dibattito stasera lo ha vinto Joe l’idraulico”, per poi aggiungere che è stato contento che McCain abbia deciso di tirare fuori il nome di Bill Ayers.
“McCain ha offerto molti contenuti”, ha dichiarato David Hahn, “ed è riuscito con successo a attaccare le proposte politiche di Obama.” David è un piccolo imprenditore nel settore edilizio, è sposato e ha due figli che vanno all’università. Negli ultimi anni ha visto crollare il valore della propria casa di 300.000 dollari e naturalmente è preoccupato della situazione economica. David è sospettoso delle proposte di Obama in fatto di politica fiscale e pensa che una amministrazione democratica alzerebbe le tasse di contribuenti come lui: “Pago già abbastanza così com’è,” ha sostenuto con decisione. Nonostante sia un fedele elettore repubblicano, David Hahn ha ammesso che Obama si sia comportato bene anche nell’ultimo dei tre dibattiti presidenziali televisivi: “Obama è un oratore eloquente che parla sinceramente e direttamente dal proprio cuore”. Allo stesso tempo, e utilizzando una logica che, almeno in superficie, potrebbe apparire contraddittoria, secondo David il quarantaseienne Barack Obama insiste eccessivamente sul passato, mentre il settantaduenne John McCain è il vero candidato del futuro: “Il parabrezza di un’automobile è più grande dello specchietto retrovisore per una ragione precisa: bisogna guardare avanti”, ha concluso David.

valentina.pasquali@gmail.com


Chiara Guarnieri/1
"Classi ponte", non ci si può nascondere dietro a un veto

Immaginiamo per un attimo che la proposta delle classi ponte non fosse stata avanzata dalla Lega, e domandiamoci se è poi così scandalosa l’idea di offrire l’opportunità a bambini che non conoscono la lingua italiana, di apprenderne almeno le basi prima di confrontarsi con i propri coetanei.
Perché non mi è chiaro se i toni allarmati che si sono levati contro questa proposta siano motivati dalla convinzione che sia una misura inefficace ai fini dell’integrazione, oppure perché si dà per scontato che provenendo dalla Lega abbia una matrice razzista.
Al di là del fatto che simili soluzioni sono già state applicate in altri paesi europei, ritengo che valga sempre la pena esaminare una proposta nel merito prima di compromettere ogni possibile confronto.
La difficoltà di gestire il divario di conoscenze linguistiche tra studenti madrelingua e non all’interno delle varie classi è stata più volte messa in evidenza da chi lavora nel mondo della scuola, denunciando la mancanza di strumenti, di personale e talvolta anche di competenze adeguate a insegnare l’italiano come seconda lingua mentre si deve avanzare con il programma ministeriale. Creare una sorta di passaggio intermedio, che permetta ai nuovi arrivati di avvicinarsi progressivamente al percorso scolastico, senza essere catapultati all’improvviso nel ben mezzo di una classe con la quale necessariamente faticherebbero a tenere il ritmo, non pare di per sé una misura offensiva. Certo vanno poste chiaramente alcune condizioni affinché questa proposta costituisca un’opportunità e non un ostacolo all’integrazione: la permanenza limitata in tali classi degli studenti stranieri, la previsione di attività che agevolino l’ingresso graduale nelle classi definitive, magari anche la proposta di avviare questo progetto inizialmente in alcune scuole pilota per valutarne l’efficacia attraverso la sperimentazione. L’argomento va trattato con cautela, ma proprio per questo l’opposizione dovrebbe preoccuparsi di rispondere in modo propositivo, vigile ma dialogante. L’importanza dell’argomento non permette che ci si ritiri dietro un veto e si lasci completamente in mano alla maggioranza la responsabilità di decidere senza confrontarsi con l’opposizione.

chiara.guarnieri@tiscali.it


Chiara Guarnieri/2
La riforma che non c’è

Il decreto legge sulla pubblica istruzione del ministro Gelmini sta sollevando forti polemiche che prendono perlopiù la forma di manifestazioni di piazza, occupazioni di università e notti bianche nelle scuole. Ma queste iniziative, in parte anche per la loro prevedibile ciclicità, non riescono a catturare l’attenzione di gran parte dell’opinione pubblica che esprime al contrario fastidio di fronte all’approccio demagogico della protesta. Purtroppo gli slogan saranno anche efficaci mediaticamente ma hanno lo svantaggio di semplificare fino alla banalità le critiche verso problemi complessi.
Nonostante il decreto in questione avrà un impatto assai rilevante sulla scuola e probabilmente non riuscirà a intervenire su quei nodi da molti ritenuti la causa dell’inefficenza del sistema scolastico, le reazioni della stampa e i commenti dei politici scarseggiano e non sembra essere in atto alcun tentativo di approfondire l’argomento con un approccio più meditato. Vi sono alcuni punti particolamente gravidi di conseguenze su quali credo valga la pena insistere.
Innanzitutto occorre evidenziare che lo “Schema del piano programmatico del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze”, che sviluppa i vari articoli del decreto, afferma con chiarezza che l’obiettivo che s’intende raggiungere è il “riassetto della spesa pubblica”, contestualmente all’“ammodernamento e lo sviluppo” del sistema. Ed è coerente con questa enunciazione il fatto che l’intero documento risponda a una logica meramente quantitativa, finalizzata al taglio dei costi,  e che per ammodernamento del sistema si intenda solo la riorganizzazione delle strutture sul territorio, senza che venga fatto, in tutto il documento, alcun riferimento ai contenuti dell’istruzione.
La sezione che interviene più incisivamente sull’assetto della scuola, e in particolare quella di primo grado (elementari), si trova nel paragrafo “Revisione degli ordinamenti scolastici”, laddove si annuncia la reintroduzione del maestro unico dal 1 settembre 2009. Il documento non entra nel merito degli ordinamenti e rimanda a “Regolamenti che disciplineranno la revisione dei curriculi di I e II ciclo” e che saranno disponibili entro dicembre.
Risulta evidente, dunque, che tale approccio prevede che si adattino i contenuti dell’istruzione alla riorganizzazione delle risorse e non viceversa.
Il ripristino del maestro unico nella scuola elementare non discende da considerazioni di merito, quali possono essere la necessità di alzare il livello dell’apprendimento o l’esigenza di introdurre una logica meritocratica nella valutazione dei docenti, e ancora meno risponde all’esigenza di porre mano a una scuola che non funziona. Nulla di tutto questo: risponde esclusivamente all’esigenza di ridurre i costi dell’Istruzione pubblica di 8 miliardi di euro, così come indicato dalla legge 133/2008.
Pur assumendo il fatto che tali economie siano indispnsabili, è legittimo chiedersi quanto sia responsabile intervenire come s’intende fare.
La riduzione di organico prevista comporterà necessariamente una forte riduzione dell’orario dedicato alla didattica. Sono previste ore facoltative a discrezione degli istituti e in funzione delle richieste delle famiglie, ma viene meno l’organizzazione del tempo pieno così come è strutturata ora nelle scuole e che prevede, anche grazie alla compresenza e al lavoro congiunto degli insegnanti, un percorso di apprendimento tra teoria e pratica e che prevede l’alternarsi di lezioni in classe, laboratori e uscite didattiche. Si ritorna pertanto a una scuola concepita come lezione frontale, con conseguente impoverimento del curricolo, senza considerare che verranno a mancare gli insegnanti specialisti di lingua inglese, interrompendo quindi quell’ancora incompiuto processo di adeguamento al mondo contemporaneo costituito da un insegnamento di buon livello di una lingua straniera: quale potrà essere infatti la preparazione linguistica di un docente che potrà vantare come unica competenza a riguardo l’aver frequentato un corso di aggiornamento di 150/200 ore?
Se l’ottimizzazione dell’impiego delle risorse e la razionalizzazione dei costi sono obiettivi condivisibili, non si comprende tuttavia per quale ragione l’intervento colpisca prevalentemente il settore della scuola che tra tutti si distingue per i buoni risultati raggiunti. L’indagine PIRLS 2006 (Progress in International Reading Literacy Study) condotta dall’International Association for the Evaluation of Educational Achievemment (IEA) sugli studenti di IV elementare di 45 paesi e finalizzato a rilevare le competenze di comprensione e analisi di un testo scritto, ha registrato una buona performance dell’Italia che risulta essere al 7° posto con risultati, quindi, ben al di sopra della media. Dato, questo, in controtendenza rispetto ai non soddisfacenti risultati complessivi dei test Ocse/Pisa che hanno interessato studenti quindicenni.
Il decreto sembra non porre il problema delle conseguenze che i pesanti tagli avranno sulla qualità  dell’istruzione, concentrato com’è sulla necessità di risparmiare. Non si vede il nesso tra la diagnosi dei problemi della pubblica istruzione e un taglio così indiscriminato, che viene annunciato senza peraltro chiarire quali saranno i criteri di scelta nell’indicazione del maestro unico, disattendendo completamente le attese verso una riforma del mondo della scuola che passi attraverso l’introduzione di sistemi di valutazione degli studenti e degli insegnanti e di logiche meritocratiche tra gli istituti.
Leggendo i documenti sorge il dubbio che i principi invocati nella premessa (qualità dell’istruzione, valorizzazione del merito, ammodernamento e sviluppo del sistema…) siano solo specchietti per le allodole, su cui far leva per camuffare con la veste di una nobile riforma un banale taglio delle spese, operato nel modo più semplice ma meno responsabile.
In attesa che questi tagli vengano giustificati ex post da una revisione di curriculi e piani di studio, intanto si sottraggono risorse a un’istituzione che a parole è per tutti fondamentale, anzi strategica, ma che continua a vedersi ridurre i finanziamenti. Ricordiamo che secondo dati Ocse, in Italia la percentuale di spesa pubblica dedicata all’istruzione in rapporto al Pil è al di sotto della media dei 30 paesi esaminati (3,3% secondo il Rapporto 2008 “Education at a glance”). Dunque per adeguarsi agli standard internazionali, che costituiscono il parametro più volte invocato a giustificazione dei tagli, si dovrebbe aumentare il finanziamento alla scuola, non diminuirlo. Ma i dati e i numeri spesso vengono usati in maniera strumentale per raccontare solo quella parte di realtà funzionale ai propri scopi (vedi rapporto docenti/alunni); e così la presunta neutralità dei numeri si trasforma in uno strumento poco limpido che confonde le idee.

“Se pensate che l’istruzione sia costosa,
provate l’ignoranza”
Derek Bok (Presidente emerito dell’Università di Harvard)

chiara.guarnieri@tiscali.it


Davide Biassoni
La scomparsa di Haider e il futuro dell’Austria

Con il 10,7% alle elezioni legislative del 28 settembre, più che raddoppiando i voti rispetto al 2006, Jörg Haider aveva segnato il suo ritorno trionfale nel proscenio della politica austriaca. Leader indiscusso di una formazione politica (Alleanza per il futuro dell’Austria, BZÖ) fondata solo tre anni prima ed attualmente quarto gruppo parlamentare per numero di rappresentati al Nationalrat, Haider è deceduto in un tragico incidente d’auto nella notte tra venerdì e sabato 11 ottobre. Nel corso degli anni, la sua figura politica e le sue idee sono stati oggetto di molte valutazioni sia di forte sostegno, sia di aspro biasimo. Eletto segretario del FPÖ nel 1986, aveva trascinato il partito su posizioni fortemente nazionaliste e xenofobe, tanto che l’estremismo di destra aveva comportato la fuoriuscita del FPÖ dall’Internazionale Liberale e la scissione di alcuni esponenti che diedero vita al Liberal Forum, un partito minore e, al momento, senza rappresentanti nel nuovo Parlamento. Eletto nel 1989 governatore della Carinzia – il Länder più a sud del territorio, al confine con la Slovenia e dove lo stesso Haider era nato e risiedeva – la sua apologia della politica di occupazione nel Terzo Reich tedesco aveva sollevato profonde indignazioni che lo avevano spinto ad abbandonare la carica, dopo soli due anni. Il più grande successo in termini di voti, Haider lo colse nelle elezioni generali del 1999: sfiorando il 27% aveva sorpassato i Popolari, con i quali aveva poi formato un governo di coalizione (guidato da Wolfgang Schüssel), duramente ostracizzato a livello europeo tramite sanzioni nei confronti dell’intero paese (e forti condanne verso l’ÖVP dal PPE). Toccato il diapason del successo, Haider era rimasto, però, imbrigliato nelle maglie della politica istituzionale viennese, verificando quanto le policies bollate come populiste e avanzate in campagna elettorale fossero, poi, difficilmente implementabili tramite un esecutivo “sotto osservazione” e con i Popolari decisamente più esperti nella gestione della macchina governativa. La débâcle delle elezioni anticipate del 2002 (solo 10,2%), lo aveva spinto a lasciare la guida del partito a Susanne Riess-Passer per ritornare alla politica locale dove riguadagnò la ribalta, nel 2004, col 42,5% dei voti che gli valsero la rielezione a governatore dell’amatissima Carinzia. I dissidi interni al FPÖ con il suo ex-delfino Heinz-Christian Strache si erano, tuttavia, notevolmente inaspriti poiché l’emergente leader lo accusava di essersi troppo ammorbidito nel corso degli anni. Avverso a un’eccessiva radicalizzazione del FPÖ, Haider se n’era perciò andato fondando nel 2005 l’Alleanza per il Futuro dell’Austria, capace di superare al primo appuntamento nel 2006 lo sbarramento del 4%, fino al successo di qualche settimana orsono. Le critiche e le disapprovazioni dai suoi antagonisti, nel corso di un ventennio di attività politica, sono state molto dure (e sempre respinte): da “uomo nero dell’Europa” a nostalgico degli autoritarismi passati, da agitatore xenofobo a nazionalista euro-scettico. Considerando, invece, lo stile e la capacità di fare politica, Haider ha incarnato una figura moderna e dinamica: sempre in contatto con i suoi sostenitori (specialmente carinziani), promuoveva una comunicazione diretta con l’elettore, parlando un linguaggio talvolta aspro ma netto nei contenuti. Immagine curata, look adeguato ai diversi contesti, frequentatore anche di feste e ambienti mondani, il suo obiettivo era probabilmente quello di non apparire con un lontano funzionario di palazzo, ma come cittadino fra i cittadini per intercettare gli umori dell’Austria “profonda”. I destini della sua “creatura”, il BZÖ, sono ora nelle mani del giovanissimo ventisettenne neo-segretario Stefan Petzner (ex-portavoce di Haider): alcuni prevedono un declino inevitabile per il partito orfano del suo fondatore (simul stabunt simul cadent), a tutto vantaggio del FPÖ. Eppure, è anche possibile un secondo scenario: se Petzner riuscirà a mantenere un consenso forte in Carinzia (dove il BZÖ esprime la maggioranza relativa degli eletti), potrebbe trasformare il partito nella costola regionale della destra di Strache; del resto, seppure con riguardo a forze politiche e contesti ben distinti, un simile modello di alleanza vi è anche in Germania (CDU con la CSU bavarese) e in Italia (PDL e Lega Nord). Se ciò avvenisse, sarebbe un cambiamento significativo nel sistema politico austriaco, da sempre imperniato sul consociativismo fra Socialdemocratici e Popolari, i quali governano insieme in 7 Länder su 9, in uno dei quali (Alta-Austria) vi è anche la partecipazione dei Verdi all’esecutivo locale rosso (SPÖ)-nero (ÖVP). Eppure, a livello nazionale, il duopolio fra i due partiti maggiori sembra destinato a ricostruire una nuova Grande Coalizione di governo guidata da Werner Faymann (in quanto la SPÖ è stato il partito più votato nelle recenti elezioni), con i Grünen e la destra all’opposizione.

davide.biassoni@unimi.it


Simone Comi
Banco del Sur, la questione dell’operatività dell’istituzione voluta da Hugo Chavez

Istituzione finanziaria nata nel dicembre del 2007 sul progetto del presidente venezuelano Hugo Chavez di creare un organismo economico in grado di supportare e garantire la crescita dei paesi del continente sudamericano, il Banco del Sur non è ancora divenuto una realtà operativa. Bolivia, Ecuador, Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e Colombia non hanno infatti sostenuto con decisioni concrete l’operatività del Banco e i programmi volti ad aumentare l’integrazione e la solidarietà tra i paesi della regione, che sono rimasti finora semplici dichiarazioni d’intenti. La situazione potrebbe però cambiare radicalmente nel corso dei prossimi mesi poiché l’attuale crisi dell’economia statunitense rischia di divenire un ostacolo difficilmente superabile per le economie sudamericane, più solide rispetto ad un decennio fa ma ancora troppo deboli per poter superare indenni una recessione che si annuncia prolungata nel tempo.
L’operatività del Banco del Sur potrebbe quindi divenire realtà, portando con sé la garanzia di un sostegno economico importante alle economie dei paesi membri. Le principali istituzioni finanziarie internazionali hanno corretto al ribasso le stime di crescita economica di alcuni paesi della regione e futuri possibili squilibri sui mercati internazionali potrebbero portare ulteriori difficoltà.
Basti pensare alle stime per il 2009 riguardanti l’economia del Venezuela, che secondo il Fondo Monetario Internazionale dovrebbe perdere 6 punti percentuali rispetto ai risultati del 2007. La genericità dell’atto costitutivo, documento breve che non contiene indicazioni precise per definire i processi operativi, e la libertà nei versamenti del capitale da sottoscrivere dovrebbero rivelarsi gli ostacoli maggiori per la piena operatività del Banco del Sur. Sebbene si sia stimato in 10 miliardi di dollari il capitale di partenza necessario per consentire la realizzazione di eventuali progetti di supporto alle economie più disagiate le modalità di versamento sono estremamente libere ed ogni paese membro potrà sottoscrivere un quota di capitale. Brasile, Argentina e Venezuela hanno già dichiarato che sono pronti a versare 2 miliardi di dollari ciascuno ma non si può escludere la possibilità che ci siano difficoltà impreviste nel reperire i fondi necessari.
Un’istituzione come il Banco del Sur, i cui elementi cardini dovrebbero essere l’equità nella distribuzione degli aiuti e democraticità nei processi decisionali, potrebbe rivelarsi uno strumento importante per sostenere le economie degli Stati in maggiori difficoltà agevolando al contempo lo sviluppo di quei paesi che possono definirsi la forza trainante dell’economia del continente sudamericano. I dubbi maggiori riguardano la futura governance del Banco poiché rimangono ancora da definire i meccanismi di funzionamento e ripartizione delle quote di capitale, senza dimenticare che il progetto presentato da Hugo Chavez potrebbe nascondere un disegno di egemonia da parte del Venezuela sulla regione.

simonecomi@hotmail.com



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