Chi siamo
   Eventi
   Newsletter
   Link
   Rassegna stampa

  CFP Global Watch
Osservatorio internazionale a cura di Simone Comi

  Caffè America
Osservatorio elezioni midterm Usa 2010
a cura di Valentina Pasquali

  IPSE
Osservatorio su Istituzioni, Partiti, Sistemi elettorali
a cura di Davide Biassoni

    Expo 2015
Osservatorio Milano Expo 2015 a cura di Stefano Florio

Home » Newsletter n. 143 - 24 ottobre 2008
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 143 – 24 ottobre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 143.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Dopo la piazza?


Nicola Pasini
EXPO 2015: e decreto fu!


Davide Biassoni
Dietro il consenso


Luca Rossetti
Cambiamenti climatici: serve un approccio dinamico


Andrea Catania
La crisi economica: quali prospettive per il keynesismo?


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Frodi elettorali o soppressione del voto


Simone Comi
Se Mosca e Damasco si alleano


Laura Specchio e Luciana Matarese*
Saviano, Italia?


Valerio Pulga
Una nuova era di giochi e di “erudizione”


Visualizza versione stampabile




Alessandro Fanfoni
Il punto/ Dopo la piazza?

Alla vigilia del 25 ottobre, l’appuntamento catartico del Pd con la piazza (fissato con mesi di anticipo e, per questo, divenuto veicolo di mutevoli messaggi), insperabilmente, ha trovato nel Presidente del Consiglio il miglior alleato del segretario Veltroni. L’intemerata minaccia di Berlusconi – poi saggiamente smentita – di usare le forze dell’ordine per sgomberare le occupazioni di scuole e università, ha creato nel paese, o comunque nell’opposizione, quel clima di allerta che sicuramente in parte travaserà al Circo Massimo. Col passare delle settimane, infatti, sotto il diluvio della catastrofe finanziaria e dell’emergenza di un paese sull’orlo della recessione, l’imperativo democratico di riempire la piazza al grido “salva l’Italia”, sembrava svuotato di senso. Ora, la "famigerata", l’ennesima riforma della scuola e dell’università hanno ridato energia all’opposizione. Prendiamo atto con soddisfazione del dietrofront del premier e dell’apertura del ministro Gelmini per avviare un confronto sui nodi più controversi della riforma che porta il suo nome, nella consapevolezza che per il sistema scolastico italiano in generale, la soluzione certo non si troverà mai nei tagli indiscriminati (per appagare selvagge razionalizzazioni) così come non si troverà mai nelle risorse distribuite a pioggia (per foraggiare gli appetiti corporativi). Sono almeno quarant’anni, infatti, che scuole e università sono vittime di ripetute riforme incompiute di ogni colore politico, ma tutte con un solo comune denominatore: un sostanziale disprezzo per l’istruzione, una colpevole negazione del suo colossale ruolo strategico. E’ per questo che, fino a oggi, il nostro rimane un paese senza futuro.
Per quanto riguarda invece il Pd, lunedì avrà avuto la sua piazza. 500mila, 1 milione, 1milione e mezzo, ciascuno darà i suoi numeri. Ciò che conta è il colpo d’occhio, è riuscire a lanciare una qualche parola d’ordine, semplice, efficace, realistica - che si possa ricordare per qualche giorno. Ma dopo che la liturgia sarà consumata, dopo che i cuori democratici saranno stati scaldati, ancora non sarà stato mosso alcun passo verso il superamento di quella che è un’autentica crisi di fondamento, sia per il PD che per il centro sinistra in generale. Come scrive Lucia Annunziata: “ Il centro sinistra è debole perché ha una crisi di rappresentanza dentro il Paese reale”. Un corto circuito tra rappresentazione e realtà che è maturato a dismisura all’ombra dell’ulivismo e dell’unionismo, quando sotto i diktat delle minoranze politiche (ma anche sociali e culturali) della coalizione e nella pavidità dei “new” leaders, il centro sinistra perdeva la capacità di leggere e interpretare la società da un punto di vista generale. Un dialogo che si è paradossalmente interrotto persino con quegli strati sociali un tempo più affini al centro sinistra, a dimostrazione di una drammatica autoreferenzialià. Per cui, certo, una piazza non si nega a nessuno. Ma una piazza riempita da stantie appartenenze a priori, lascia il tempo che trova e soprattutto lascia intatti i problemi che vorrebbe esorcizzare. Altro caso sarebbe una piazza colmata da individui richiamati da nuove idee, nuove speranze, da una nuova visione del mondo.
 

redazione@formazionepolitica.org


Nicola Pasini
EXPO 2015: e decreto fu!

Finalmente! Dopo mesi nei quali abbiamo assistito a uno stop and go estenuante, tutto interno alla maggioranza, tra i diversi livelli istituzionali e tra i diversi leader dei partiti governativi, la forte contesa sembra essere giunta alla fine con la firma di ieri del decreto (non siamo ancora a conoscenza del testo) da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri.
Speriamo che il nuovo decreto sia meno ambiguo, farraginoso e burocratico rispetto a quello precedente, firmato e poi ritirato, che sia in grado di offrire una governance efficiente e allo stesso tempo trasparente. Non vorremmo che il documento fosse un compromesso al ribasso, solo per accontentare il Bie, con un esito dall’ennesimo scontro istituzionale con il sindaco di Milano, Letizia Moratti, il quale ha sempre dichiarato di preferire una catena di comando corta e snella e gli altri livelli istituzionali, a partire dal Ministro dell’Economia. Tremonti ha dichiarato che la coperta per ora è cortissima (le risorse sono sempre più scarse, soprattutto dopo la tempesta finanziaria globale…), che la cosa non gli interessa più che tanto e che, se proprio l’EXPO lo deve impegnare, che non sia una mera ‘faccenda’ milanese, ma soprattutto nazionale, visto che la maggior parte dei finanziamenti passa proprio dal Ministero dell’economia (“è l’Italia e non solo Milano che sarà in vetrina davanti a tutto il mondo”).
Speriamo che sia l’occasione per voltare pagina e che si lascino alle spalle le diatribe delle ultime settimane che ci hanno mostrato solo veti incrociati e intense polemiche sia su scala locale (Comune vs. Provincia e Regione) sia tra scala micro e meso e scala macro (governo). Ora c’è da correre (basti vedere che cosa stanno facendo a Shanghai per l’Expo universale del 2010….), recuperare quello spirito di collaborazione istituzionale che ci ha visti compatti solo pochi mesi fa per l’aggiudicazione dell’evento internazionale. Mesi che a questo punto sembrano secoli.
Expo Milano-2015, quindi, che sia la grande occasione per sovrapporre mondi diversi facenti parte della politica nazionale e internazionale: ricerca nell’ambito alimentare e università, turismo, agenzie non governative, onlus, agenzie mondiali della cooperazione, enti locali e nazionali, imprese pubbliche e private.
Certo, in palio per Milano v’è una torta grossa da spartire, criteri di allocazione di ingenti risorse economiche, politiche e simboliche che influenzeranno le strategie di consenso negli anni a venire. Inoltre, altra questione, non meno importante, riguarderà la società che gestirà l’evento e i membri del cda che ne faranno parte. Speriamo all’altezza delle aspettative.
Come
Osservatorio, osserveremo e poi, giudicheremo…

direzione@formazionepolitica.org

 


Davide Biassoni
Dietro il consenso

Il Governo Berlusconi (ci raccontano i sondaggi) attraversa un periodo di vasta popolarità e il Premier è all’apice del consenso personale. Eppure, al di là della costruzione e del mantenimento del consenso, in cui la maggioranza sta dando prova di grande maestria, ci dovremmo chiedere se siamo di fronte a un’abile ed efficace operazione mediatica e se l’operato della maggioranza sia davvero così efficiente come appare. Prendiamo ad mo’ d’esempio due contesti, uno interno e l’altro esterno. Nel primo, il fronte attuale di maggiore ed aspra opposizione ai provvedimenti del centrodestra riguarda le riforme che toccano il sistema scolastico e universitario: la contestazione è scoppiata in relazione alla politica di drastici tagli del gettito pubblico – dal maestro unico nelle scuole elementari, alle sensibili riduzioni dei finanziamenti alle Università e alla ricerca – mentre il Governo si ripara dietro l’imperativo di ridurre gli sprechi dato che il bilancio pubblico non consente di sostenere gli attuali livelli di spesa. La mobilitazione studentesca e sindacale si sta nel frattempo allargando nell’intero paese, negli Atenei e negli istituti scolastici: il 30 ottobre è previsto uno sciopero generale della scuola e il 14 novembre dell’Università; in questo secondo ambito, in particolare, l’accusa è quella di minare le basi del sostegno all’Università pubblica, con una raffica di tagli “a pioggia” che colpiscono l’intero settore in modo del tutto indiscriminato. Eppure, proprio il centrodestra ha a lungo posto il concetto di “merito” al centro del suo vocabolario politico, mentre ora questo principio appare del tutto accantonato e, di pari passo, la stessa sana “competizione” che dovrebbe incentivare il miglioramento è ugualmente ignorata. Dall’altro lato, in Europa, l’Italia è al centro di uno scontro riguardo al pacchetto ambientale che dovrebbe armonizzarsi al principio detto “20-20-20”: 20% di energia da fonti rinnovabili, miglioramento del 20% dell’efficienza e riduzione del 20% delle emissioni di anidride carbonica. A differenza delle altre grandi nazioni europee, l’Italia ha minacciato il veto e spinge per un rinvio delle decisioni a dicembre con un’eventuale (poi smentita) clausola di revisione per il 2009. Il Ministro per l’Ambiente, Stefania Prestigiacomo (ex-Ministro per le Pari Opportunità nel quinquennio 2001-2006), reclama la legittimità delle critiche italiane rispetto ai piani dell’UE perché – con l’appoggio di Confindustria – si temono ripercussioni negative sulle imprese italiane, con un aggravio di costi eccessivamente oneroso. Di fatto, nella campagna elettorale della primavera scorsa, di ambiente e sviluppo sostenibile si era parlato poco o punto e i nodi ora sembrano venire al pettine, soprattutto perché gli schieramenti politici hanno del tutto omesso di promuovere pubblicamente la centralità di tale issue che riguarda non solo i singoli Stati, ma il futuro stesso del pianeta. L’Italia sembra così chiusa in una strategia di retroguardia e difesa, arroccata con i paesi dell’Est europeo, in mancanza di un chiaro progetto di sviluppo economico che rilanci la competitività del paese, specialmente in un periodo molto duro per l’economia e la finanza mondiale. In difetto di un disegno di grande respiro, si preferisce procrastinare decisioni importanti (e il decisionismo che fine ha fatto?), mentre il Presidente Sarkozy ha replicato invocando anche eventuali scelte a maggioranza (e non all’unanimità) poiché abbandonare il pacchetto clima-energia è considerato irragionevole e drammatico. Il centrodestra ha cementato il suo consenso sulla dichiarata volontà di operare concretamente e sulla competenza della sua squadra ministeriale, ma sembra affacciarsi una discrasia fra gli intenti e le capacità effettive, fra le policies promesse e quelle effettivamente progettate, e Palazzo Chigi sa quali aspettative premano sui risultati che saranno prodotti. Saper fare e avere i numeri necessari in Parlamento per legiferare è certamente un prerequisito cruciale, ma una ogni riforma poco ponderata e lungimirante risulterebbe sterile, se non controproducente. E’ sui temi più concreti di miopia dell’attuale esecutivo che il PD dovrà concentrare la manifestazione del prossimo sabato.

biassoni_davide@yahoo.it


Luca Rossetti
Cambiamenti climatici: serve un approccio dinamico

20 20 20 dell’Ue: il refrain polemico delle posizioni assunte dal governo italiano sulle politiche ambientali dell’Ue recita “è più importante l’economia” condito da una ribadita avversione per gli euro burocrati e si ammorbidisce fino alla necessità di “conciliare tutela dell’ambiente e sviluppo economico”. Una posizione che trasmette una scarsa capacità di vedere oltre perché rappresenta una chiusura totale a politiche industriali, energetiche e fiscali capaci di accompagnare la crescita di un modello produttivo davvero sostenibile.La sfida che ci attende è quella di dare corpo ad un vero è proprio new deal verde nella logica schumpeteriana dell’innovazione che affida alle imprese un ruolo dinamico.
La battaglia contro i cambiamenti climatici incide su politiche strutturali e mette al centro l’innovazione nel perseguire un nuovo equilibrio. Innovazione come chiave di un cambiamento, tanto graduale quanto radicale, delle modalità di produzione e consumo: come si produce e consuma oggi non vale per domani.
E’ questa la cosiddetta "distruzione creatrice" capace di aprire mercati: un processo selettivo che comporta il venire meno e l’indebolirsi di alcuni settori produttivi e il nascere e il rafforzarsi di altri. E’ un segnale emblematico di tutto questo anche il fatto che in Germania, su questi temi, sia in corso un conflitto tra il governo Merkel e la Confindustria locale. Occorre avere il coraggio di compiere una svolta, ridiscutendo i dettagli del percorso per adeguarne i pesi, senza perdere di vista l’obiettivo strutturale: trasformare vincoli e costi in opportunità straordinarie d’investimento e di risparmio. E’ bene ricordare che l’obiettivo sancito dal Protocollo di Kyoto, a cui si ricollega con un ulteriore elemento di accelerazione il cosiddetto 20 20 20 dell’Ue, è un primo traguardo importante ma minimale perché richiede di adeguare le emissioni ad un meno 5% rispetto al livello del lontano 1990.
Energie rinnovabili, risparmio energetico e ricerca nel nucleare di quarta generazione dovrebbero essere nell’agenda di un autentico  “ambientalismo del fare” dei nostri giorni che si misura con gli orizzonti del breve, medio e lungo periodo.


Andrea Catania
La crisi economica: quali prospettive per il keynesismo?

Dopo i primi salvataggi nazionali operati dal governo americano, dopo il piano Paulson e dopo le massicce iniezioni di liquidità operate dalla FED e dalla BCE , la strategia ideata dal premier inglese Gordon Brown, subito adottata dai maggiori paesi europei e dagli Stati Uniti, mette bene in luce come, di fronte ad una crisi di tali dimensioni, i governi mondiali sono ben disposti a disconoscere gran parte di quella dottrina liberista supportata con tenacia in questi ultimi anni. In effetti, come non dare torto al neo premio nobel per l’economia Paul Krugman, il quale ha recentemente ricordato che “come non si trova una ateo di fronte al capezzale di un morto, così non si trovano fautori del mercato nel mezzo di una crisi finanziaria”. Tuttavia, prima di incominciare a parlare di ritorno del keynesismo e di un nuovo attivismo dello stato nell’economia, dovremmo innanzitutto sgombrare il campo da possibili equivoci: negli anni ’80 la cosiddetta reagan-economics si affermò proprio a causa del fallimento di un tipo di politica economica che vedeva nell’intervento dello stato nell’economia il suo elemento fondamentale. Politiche volte a stimolare la domanda, come sono le politiche di tipo keynesiano, avevano condotto a l’imposizione di un sistema di tassazione fortemente distorsivo (ovvero che produceva disincentivi all’attività economica), all’utilizzo di denaro pubblico in modo inefficiente ed ad un’inflazione galoppante. Il dibattito economico che si sviluppò in quegli anni mise ben in luce i limiti di una politica monetaria espansiva (che nel lungo periodo non ha alcun effetto e si traduce in un’inflazione più alta) e sottolinearono i meriti dei meccanismi di mercato che, se ben regolati, possono produrre un innalzamento del benessere sociale. La domanda che si pone a questo punto è: per quale motivo negli anni della grande depressione le politiche interventiste ebbero invece così tanto successo e perché oggi ci appaiono tanto appetibili? Il motivo ce lo abbiamo sotto gli occhi proprio adesso: in effetti, l’attuale crisi è solo il risultato di politiche opposte a quelle keynesiani che nel corso degli anni hanno favorito l’ingigantirsi delle lobby finanziarie, che hanno ridotto il potere di controllo dello stato al di sotto del necessario e che, scagliandosi contro politiche fiscali redistributive, hanno in parte prodotto un forte aumento della disuguaglianza. In sostanza, se c’è qualcosa che gli ultimi trent’anni ci hanno dimostrato è che lo stato ed il mercato non sono autosufficienti: credere da una parte in un mercato che si autoregola e dall’altra in uno stato capace di gestire l’economia in maniera ottimale vuol dire semplicemente ragionare senza guardare l’evidenza empirica. E’ necessario un approccio pragmatico: abbandonare innanzitutto il mito della deregulation (per porsi come obiettivo semmai quello delle “buona regolamentazione”), ripensare allo stato come garante delle regole, capace di lasciar funzionare il mercato senza interferenze ed al contempo di agire con le giuste politiche (fiscali e sociali) volte a sanare i difetti congeniti del mercato.
PS: il nostro paese è in crisi da anni. Un PIL che cresce a ritmi sotto il 2% per un decennio ci dice che l’Italia non è capace di mantenere la ricchezza generata in passato. Siamo un paese in cui sia il mercato che lo stato non hanno funzionato: un mercato in cui ai monopoli pubblici si sono sostituiti quelli privati, in cui manca quel processo di distruzione creatrice fondamentale per selezionare le imprese più competitive; uno stato che ha abdicato alla sua funzione di garante dei più deboli, portando avanti una politica di welfare dispendiosa ma che nel contempo garantisce in pochi, e che non prosegue nella strada delle liberalizzazioni, preferendo mantenere un connubio tra politica e potere imprenditoriale-sindacale. Uscire dalla crisi per il nostro paese vuol dire, più che altrove, avere coraggio: il coraggio di capire che quello che serve è, paradossalmente, più stato e più mercato. Ma per una volta, quelli buoni.

cat.andrea@hotmail.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa 2008/ Frodi elettorali o soppressione del voto

Washington DC - La battaglia più recente dei repubblicani d'America per tentare di delegittimare un’eventuale vittoria di Barack Obama viene combattuta sul terreno della frode elettorale. Secondo l'opinione di tanti politici e esperti di tendenze conservatrici, il sistema di voto degli Stati Uniti è sotto attacco. Il colpevole? Una serie di organizzazioni non-profit, e spesso progressiste, che si sono mobilitate per registrare nuovi elettori in giro per il paese, come per altro accade a ogni ciclo elettorale. Siccome alcuni di questi nuovi elettori, in realtà, non hanno diritto di voto, l’autenticità del risultato elettorale sarebbe a rischio, così come il valore stesso della democrazia americana.
Lo scandalo più recente, e che ha occupato le prime pagine dei quotidiani americani negli ultimi giorni, è quello di ACORN, un movimento indipendente e non affiliato con alcun partito che, fra le altre cose, paga dei collaboratori affinché vadano porta a porta a registrare persone che ne avrebbero diritto ma che non hanno mai votato. Bisogna ricordarsi, infatti, che negli Stati Uniti il tesserino elettorale non viene distribuito automaticamente ai cittadini sopra i 18 anni di età, bensì bisogna farne richiesta, completando un modulo apposito. Ebbene, alcuni dei collaboratori pagati di ACORN avrebbero registrato al voto cittadini fittizi con nomi quali Mickey Mouse e Donald Duck, così da consegnare ai propri superiori il numero di nuovi elettori che gli era richiesto da contratto.
John McCain ha definito le azioni di ACORN "forse la più grossa frode elettorale nella storia di questo paese, frode che potrebbe arrivare a distruggere il tessuto della nostra democrazia." John Fund, opinionista del Wall Street Journal, sostiene una tesi simile nel libro di recente uscita dal titolo Stealing Elections: How Voter Fraud Threatens our Democracy. Con un resoconto dettagliato e ricco di episodi emblematici, Fund cerca di portare all'attenzione del pubblico la fragilità del sistema di voto americano proprio attraverso la lente della frode elettorale.
"Il nostro paese sta attraversando momenti difficili e abbiamo bisogno di un Presidente che abbia piena autorità", ha detto Fund alla presentazione del libro organizzata lunedì da Heritage Foundation, un centro di ricerca di Washington DC vicino alla destra repubblicana.  "Se sarà un esercito di avvocati, anziché le urne, a decidere il voto del 4 novembre, questo potrebbe creare problemi di governabilità", ha continuato il giornalista riferendosi naturalmente al ri-conteggio dei voti che fu cominciato in Florida a conclusione del voto del 2000 e che fu poi interrotto dall'intervento della Corte Suprema. Nel 2008, insiste l'opinionista del Wall Street Journal, il caso ACORN "crea un’atmosfera di cinismo e sfiducia, mina la legittimità delle elezioni e fa sì che sia più difficile convincere la gente che il loro vota conta come quello di tutti gli altri".
Secondo Fund, l'esempio più eclatante di come il desiderio eccessivo di alcune parti della sinistra americana di aumentare la partecipazione elettorale negli Stati Uniti finisca per minare le fondamenta della democrazia è rappresentato dall'elezione del Governatore dello Stato di Washington del 2004. La democratica Christine Gregoire fu dichiarata vincitrice per soli 129 voti sul repubblicano Dino Rossi, e solamente al terzo conteggio dei voti. Nei primi due era stato Rossi a emergere in testa. Con un risultato così incerto, l'elezione di Gregoire fu, nell'opinione di Fund, resa poco credibile dai voti illegittimi di residenti deceduti e di carcerati (che in molti stati dell'Unione sono privati del diritto di voto a vita), resi possibili dalle attività di organizzazioni quali ACORN, e che furono in eccesso delle 129 schede che fecero la differenza fra i candidati. In realtà va detto che queste accuse non sono mai state completamente comprovate.
Al di là del fatto che la frode elettorale è comunque e sempre un affronto alla democrazia di un paese, in cui ogni cittadino ha diritto a un, e un solo, voto, ci sono alcune cose che i repubblicani non dicono. Innanzitutto, nel caso specifico di ACORN, l’esistenza di questi errori di registrazione di nuovi elettori non significa in alcun modo che si verificheranno casi di schede illegittime.  Le liste elettorali vengono purgate prima del voto dagli uffici elettorali, per cercare di evitare irregolarità sul genere di Mickey Mouse. Inoltre, nel momento in cui un elettore si reca a votare, i responsabili dei seggi devono eseguire un controllo sull'identità del cittadino in questione.
In secondo luogo, l'ossessione dei repubblicani, che si concentrano quasi esclusivamente su casi di doppio voto o di voto illegittimo, tralascia un secondo, e più preoccupante, aspetto della vicenda, ovvero la soppressione del voto degli aventi diritto. Il caso della Florida nel 2000 è un'illustrazione di questo secondo problema più che del primo. Nel Sunshine State, ad esempio, molti elettori furono privati del proprio voto semplicemente perché avevano nomi simili a quelli di carcerati.
Queste due facce della medaglia, frode elettorale e soppressione del voto, rispecchiano le filosofie fondanti i due partiti maggiori, così come i rispettivi interessi elettorali. Il Partito Repubblicano, da sempre, considera il voto un privilegio più che un diritto. In questa ottica i cittadini devono "meritarsi" la scheda. Di conseguenza, è normale richiedere agli elettori di essere sufficientemente informati e desiderosi di esprimere la propria opinione da affrontare il percorso burocratico, talvolta difficoltoso, della registrazione. Del resto, il Partito Repubblicano è il partito della classe medio-alta, dei bianchi madre-lingua inglese, e dagli alti livelli d'istruzione. Gli elettori repubblicani votano in percentuali più elevate dei democratici e sono raramente vittime di discriminazione ai seggi. È naturale, quindi, che costoro non si preoccupino tanto di garantire l'accesso al voto di terzi, quanto di prevenire frodi elettorali a qualsiasi costo.
Al contrario, il Partito Democratico rappresenta gli americani meno abbienti e le minoranze etniche che lavorano il doppio turno all'ospedale e non hanno tempo di recarsi alle urne. E ancora, i figli d'immigrazione recente che non parlano inglese in maniera fluente, non conoscono i meccanismi del sistema elettorale statunitense e dunque non sanno come fare a registrarsi e finiscono per non votare.  Difensori dell'ideale che il voto è un diritto di tutti e che l'accesso al processo elettorale debba essere reso più facile, e non più difficile, i democratici si impegnano sempre molto sul fronte della registrazione di nuovi elettori, cercando di raggiungere coloro che altrimenti non verrebbero mai coinvolti. Il loro obiettivo è allungare le liste elettorali il più possibile, anche a costo di qualche piccola frode commessa a margine.
In sostanza, il dibattito sul funzionamento del sistema elettorale, che viene spesso fatto passare come una disquisizione legal-giuridica, in realtà non è altro che uno tra gli scontri politicamente più accesi del dibattito pubblico americano. Tutto si riduce a una domanda fondamentale: l'accesso al voto deve essere reso più facile o più difficile? La risposta normalmente rivela con una certa precisione l'appartenenza di un americano all’uno o all’altro partito e la probabilità che costui si trovi, il giorno delle elezioni, ai seggi a contestare il voto di chi è registrato o per le strade a registrare chi ancora non lo è.


valentina.pasquali@gmail.com


Simone Comi
Se Mosca e Damasco si alleano

Il costante miglioramento delle relazioni tra Mosca e Damasco nell’ultimo triennio, da ricordare la cancellazione di un terzo del debito siriano di 8 miliardi di dollari per le forniture di armi, potrebbe portare nei prossimi mesi alla firma di un accordo strategico-militare del valore commerciale di due miliardi di dollari che sarà parte del progetto di redefinizione della presenza militare russa nella regione del Mediterraneo ed in Medio Oriente. A seguito del conflitto georgiano il Ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha dichiarato che Mosca sarebbe pronta a fornire alla Siria armi di tipo difensivo tra cui sistemi missilistici antiaerei ed anticarro e supporto tecnico per i sistemi di controllo elettronico del territorio dispiegati da Damasco nella regione del Golan, finora controllati con il sistema russo Iskander. Altro aspetto fondamentale dell’accordo dovrebbe riguardare il dispiegamento di parte della flotta russa, di stanza in Crimea fino alla scadenza degli accordi con l’Ucraina nel 2017, nei porti siriani sul Mar Mediterraneo. 

Gli accordi dovrebbero prevedere la costruzione di nuove infrastrutture portuali che riescano ad ospitare i quattro sommergibili nucleari che già stazionano in acque siriane e che potrebbero presto essere affiancati da ulteriori unità della marina di Mosca come dimostrato di recente dall’arrivo della portaerei russa Ammiraglio Kuznetsov. Da quanto si è appreso la Damasco sarebbe disposta a concedere alla Russia basi militari per il dispiegamento di missili terra-terra così da poter bilanciare il progetto denominato Scudo Spaziale Europeo, che ha portato in territorio polacco batterie di missili Patriots di fabbricazione statunitense, e la possibilità di sorvolo per gli aerei russi dello spazio aereo siriano. Mosca ha già fatto sapere che è disposta a fornire liberamente armi e sistemi di difesa ma alcune riserve riguardanti le capacità di pagamento del Governo di Damasco potrebbero complicare le trattative che precedono la firma dell’accordo.
Il rafforzamento dei rapporti con Damasco dovrebbe inserirsi nel progetto russo di ridefinizione delle alleanze economiche e strategiche con i paesi della regione mediorientale. Dalla presentazione del progetto Scudo Spaziale Europeo da parte di Washington Mosca tenta di aggirare il presunto accerchiamento strategico-militare della Nato pianificando politiche di allargamento delle alleanze con i paesi mediorientali basate su accordi strategico-militari ed economici. L’accordo con Damasco permetterebbe quindi alla Russia non solo di avere sotto controllo il Mediterraneo orientale ma potrebbe favorire al contempo la pacificazione dell’area, anche se non si deve escludere a priori la possibilità che l’instabile situazione libanese diventi il teatro della sfida tra Israele e Siria, situazione la cui prima conseguenza sarebbe il coinvolgimento immediato di Stati Uniti e Russia a supporto degli alleati mediorientali.

simonecomi@hotmail.com


Laura Specchio e Luciana Matarese*
Saviano, Italia?

Milano: L’Italia è un Paese così. Ci si accorge di qualcosa solo quando scoppia il “caso”.
Napoli: Ed è un caso, secondo te?
Milano: In genere viene tutto assorbito nel grande mucchio dei luoghi comuni, talvolta mitizzati, altre sminuiti fino a renderli elementi di un folclore creato a regola d’arte. Prendiamo il “caso Saviano”, ad esempio.
Napoli: Da noi, a onor del vero, Saviano e il suo caso, se di caso si può parlare, si cerca di oscurarlo. In tutti i modi, non so se si intende.
Milano: Ebbene, domenica 19 ottobre, dalle pagine de “Il Giornale”, Sgarbi ha proposto lo scambio: “Uccidete me al posto di Saviano”.
Napoli: Pubblicità riflessa? O un altro che pensa, come tanti da queste parti, che Saviano si è fatto solo un sacco di soldi e continua a farne interpretando la parte del morto che cammina?
Milano: Sgarbi ha dichiarato l’intento di voler “affermare che tutto questo rumore ha dimostrato che
Saviano non è solo e ha accresciuto l’attenzione intorno a lui” e “la camorra non ha paura delle parole”. Semplice, no? Semplice come vivere in uno Stato che non garantisce la certezza della pene, il
semplice rispetto delle regole. Come dire che Saviano “non è solo”, ma sappiamo che in realtà non è così. La solidarietà che si nutre di buoni propositi e accorati appelli non è solidarietà vera.
Napoli: Come no. Pensa che per tantissimi qui da noi “Saviano  è uno scemo. Si doveva fare i fatti suoi”.
Milano: Un inno all’omertà.
Napoli:“Ma no. Quale Gomorra, quale camorra, quale munnezza, San Cipriano d’Aversa con i suoi liceali
“savonarola aumm aumm” è la nuova frontiera della scienza.
Milano: Come, come?
Napoli: “Altro che acceleratore di particelle: gli scienziati corrano qui, dal profondo nord.
Potranno approfondire i segreti della genetica e magari scoprire come si fa ad apparire come un giovane, camminare come un giovane, vestirsi come un giovane e pensare e parlare come un vecchio. Un cervello giovane che veicola pensieri da vecchio. Facciano presto, però.
Milano: Se è per questo, non c’è mica il rischio estinzione. La specie prolifera pure al nord. Sono coloro i quali definiamo “replicanti”, giovani con pensieri programmati, ma già usurati, obsoleti, talvolta del tutto consumati e, pertanto, non più vitali, generativi, autocritici.
Napoli: Sai cosa? Temo che la camorra abbia già scoperto il segreto e custodisca la formula meglio delle armi e della droga e dei rifiuti con cui ammazza ogni giorno quegli stessi giovani cui, non senza complicità politiche, istituzionali ed economiche, ha rubato la terra e il futuro. Solo che loro non lo sanno o lo sanno troppo bene e hanno paura di ammetterlo. E se qualcuno glielo dice “è uno scemo”, uno “che si doveva fare i fatti suoi”.  
Milano: Il Sud perde in civiltà, ma guadagna un posto sul luminoso palcoscenico della scienza.
Napoli: Questa è la speranza, proverbialmente l’ultima a morire. Certo, quando verranno, gli scienziati ricordino di presentarsi sotto mentite spoglie. Non avranno difficoltà a svolgere le ricerche: il campione è ampio e diffuso. Non solo in Campania, temo.
Milano: Ne è piena l’Italia di giovani e meno giovani che non pensano o pensano ciò che qualcun altro vuole fargli pensare. In fondo è anche comodo. Dubbi mai e, per questo motivo, che importanza ha tutto il resto? Non c’è nulla di cui preoccuparsi, in fondo. Figurarsi se si impensieriscono per Saviano.
Napoli: Qui invece ci si impensierisce. Se attecchisce il Saviano pensiero, se davvero, al di là delle parate militari e degli annunci ad effetto, si dichiara guerra alla camorra, da dove arriverà la droga, chi con il pizzo garantirà il fisco alla camorra? Senza anestetico, le coscienze dovranno svegliarsi. E il risveglio potrebbe essere più buio dell’incubo che viviamo. Attraversare la notte esige coraggio. Non di uno solo.

* MILANONAPOLI E RITORNO
  
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà


Valerio Pulga
Una nuova era di giochi e di “erudizione”

Nintendo ha da poco presentato il “DSi” (letto “DSeye”), l’ultima versione del DS (console portatile).
Questo prodotto che si è distinto per dati di vendita e per i testimonials Giorgio Panariello e Nicole Kidman, ha saputo coinvolgere un pubblico di diverse età grazie a idee molto semplici ma assai divertenti e controcorrente.
All’origine esisteva un touch screen, un secondo schermo e l’intenzione di sfruttarne le caratteristiche per produrre qualcosa di innovativo; oggi attorno a questi “capostipiti”  (leggermente ingranditi: 3,25 pollici invece dei 3 originari) troviamo 2 webcam, uno slot per Sd card, una memoria interna e le funzionalità di lettore mp3 e browser internet. Unico difetto, l’essere la terza versione in 4 anni!

Le potenzialità grafiche non sono cambiate, ma del resto non è su questo aspetto che la Nintendo ha puntato. Come detto, l’arma vincente è l’essere controcorrente: addio esasperata ricerca di una grafica ultra realistica e via libera a giochini nei quali si soffia per muovere palloncini, si tracciano linee per far cambiare direzione al nostro Pac-Man, si trascinano palline e si contano quadratini bianchi e neri.
E poi…e poi ci sono i “non giochi” divenuti giochi best seller! Brain Traning, English Training, Training di Matematica, Prova del 10, My Health Coach, tutti titoli in cui l’esercizio mentale o fisico diviene gioco e divertimento.
Nata come console che fa la console (in contrapposizione alla multimedialità della PSP di casa Sony), oggi il DS vanta una elasticità di funzioni e utilizzi invidiabile: diviene un ottimo sintetizzatore grazie a programmi quali Korg DS – 10, un dizionario d’inglese tascabile grazie al software sviluppato da Langenscheidt – Mondatori e in Giappone alcuni musei lo utilizzano come guida virtuale.
Insomma se lo sviluppo degli “Educational Casual Game” continuerà a trovare un terreno così fertile, non ci sarebbe da stupirsi se il ministro Gelmini, per risparmiare, regalasse un bel DS a tutti i bambini….naturalmente dopo aver chiuso le scuole!

huntervl@vodafone.it



   Programma
   Aree tematiche
   Docenti
   Modulo d'iscrizione
   Materiale didattico

   Edizione 2005
   Edizione 2006
   Edizione 2007
   Edizione 2008
   Edizione 2009
    Newsletter
CFP NEWS, tutti i venerdì la Newsletter del Centro di Formazione Politica.

Nell'ultimo numero:

La strana estate

Diagnosi di un sistema avvitato

Afghanistan, l’unica certezza resta il Grande Gioco

Gli americani abbandonano l'ambiente

La sinistra milanese rimandata a settembre

Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

    Archivio primo piano






    RSS
Rss

Centro Formazione Politica - Via Cosimo del Fante, 13 - 20122 Milano - tel. 02 58325661 -
credits