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Home » Newsletter n. 144 - 31 ottobre 2008
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 144 – 31 ottobre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 144.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Nicola Pasini e Alessandro Fanfoni
Il punto/ Aspettando il 4 novembre


Valentina Pasquali
Elezioni Usa 2008/ Lo sprint finale


Fabrizio Tonello
Elezioni Usa 2008/ Crisi della democrazia


Chiara Guarnieri
Oltre il decreto


Laura Specchio e Luciana Matarese
La scuola ai tempi di Mariastella*


Davide Biassoni
Banco di prova per le riforme elettorali


Simone Comi
Voto anticipato in Israele: quali scenari?


Stefano Florio
Dove eravamo rimasti? Aggiornamento su Expo 2015


Sergio Vazzoler
Gas, vino, alghe e…democrazia


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Nicola Pasini e Alessandro Fanfoni
Il punto/ Aspettando il 4 novembre

Dalla prossima settimana, la sfida sarà capire quali saranno le nuove prospettive per il futuro degli Stati Uniti. Qualunque sarà l’esito del voto di martedì prossimo, se l’America  e il mondo non sono più gli stessi dopo l’11 settembre, occorre vedere come – prendendo quale direzione - gli Usa usciranno dalla catastrofe finanziaria. “Nulla è ancora deciso”, ammonisce Karl Rove – geniale stratega del doppio successo elettorale di George W. Bush. Infatti, alla vigilia di un voto cruciale per le sorti della supremazia Usa, in America si aggira lo spettro di un clamoroso rovesciamento dei pronostici: e se non fosse Obama ad entrare nello Studio Ovale? Il divario tra voto popolare e grandi elettori, le pieghe dei meccanismi elettorali, i timori che qualcosa sia sfuggito ai sondaggi o che qualcosa accada nelle ultime ore, tengono col fiato sospeso i quartier generali di entrambi i candidati.
Nel frattempo, venendo a casa nostra, in questi giorni il mondo della scuola e dell’università è in subbuglio. Cosa sta accadendo? La rabbia e il malessere del mondo dell’istruzione vengono da lontano; giacciono perennemente sotto la cenere salvo infiammarsi alla prima occasione. Per questo, si ha l’impressione che i contenuti reali dei provvedimenti legislativi non esauriscano le ragioni della protesta, che si alimenta anche del suo intrinseco potere catartico. In una simile situazione, la prima sfida è quella di stare al concreto. Anche se non è facile quando la confusione regna sovrana. Circa la scuola, non è dato sapere quali saranno gli effetti della conversione del decreto 137, noto come decreto Gelmini. Mentre, nelle università, dopo l’approvazione della legge 133/2008, si sta andando incontro a tagli indifferenziati a prescindere dai diversi comportamenti gestionali, dalla qualità della didattica e della ricerca. Provando a semplificare: dati vincoli di bilancio oggettivi, si può avere un’istruzione migliore con minori risorse? O, se si preferisce: l’ingente impiego di risorse fino ad oggi stanziate, ha garantito un’istruzione di alta qualità? Purtroppo, tutti i ranking mondiali dicono di no. Ecco allora già due vincoli precisi: è necessario risparmiare ed è necessario riformare scuola e università. Si valutino senza pregiudizi i punti qualificanti del ddl di riforma dell’università che sarà pronto la settimana prossima, così come riportato sulla Stampa di ieri: 1) Blocco dei concorsi che rischiano di fermare il turn-over per anni; 2) Chiusura della sedi universitarie periferiche e riordino dei corsi inutili; 3) Gestione finanziaria responsabile (ad es., la spesa per il personale non potrà superare il 90%); 4) Possibilità e non obbligo per gli atenei di trasformarsi in fondazioni; 5) Nuovi criteri per premiare le università migliori e quindi distribuire i fondi di conseguenza. E’ forse questo un attentato al futuro dei giovani studenti? Non lo sarebbe, al contrario, il lasciare le cose come stanno o l’innalzare a feticcio livelli di spesa che non hanno mai coinciso con elevati standard di qualità e di opportunità? Tutto è perfettibile, ma questi elementi sembrano una base ragionevole per aggredire i problemi dell’università introducendo nuovi cardini: responsabilità, merito, competizione. Certamente, ciò che è davvero imputabile al ministro Gelmini – ma è una scelta politica precisa che il ministro condivide con il resto della maggioranza - è un errore di metodo più che di merito: il malcelato disprezzo nei confronti di tutti gli attori dell'universo scolastico e universitario si è tradotto infatti nel mancato coinvolgimento degli stessi in un confronto – che avrebbe potuto anche essere aspro e in tempi certi, ma non pregiudiziale. Chi semina vento…


Valentina Pasquali
Elezioni Usa 2008/ Lo sprint finale

Washington D.C. – A soli cinque giorni dal voto americano, il candidato democratico alla Casa Bianca Barack Obama si trova in una posizione quasi paradossale. Da un lato, dati i sondaggi più recenti e una serie di considerazioni elementari, quali lo scontento della popolazione verso la presidenza repubblicana di George W. Bush e la crisi economica, Obama può davvero avere l’opportunità di inaugurare un nuovo capitolo della storia statunitense. Il Senatore dell’Illinois potrebbe, infatti, diventare il primo presidente da molti anni a questa parte a vincere la competizione elettorale in maniera netta, non solo rimanendo aggrappato disperatamente agli stati tradizionalmente democratici e cercando di strappare i soliti Ohio e Florida ai repubblicani, ma riprendendosi anche posti come la Virginia, la Carolina del Nord, il Colorado e il New Mexico, alcuni tra i quali sfuggono al Partito Democratico dai tempi di Jimmy Carter. Allo stesso tempo, e qui sta il paradosso, Barack Obama potrebbe ancora perdere la gara contro John McCain, se l’ambizioso progetto di competere in tutti e cinquanta stati dovesse fallire sul traguardo, se quegli stati che sono repubblicani da quasi mezzo secolo finissero per rimanere tali, e se i soliti Ohio e Florida tornassero a destra ancora una volta, magari per una manciata di voti dei vari idraulici Joe.
La maggior parte dei sondaggi delle ultime settimane punta nella direzione di una vittoria di Obama. I più interessanti sono quelli condotti negli stati ancora indecisi. L’ultimo in ordine cronologico, condotto in Colorado da CNN e pubblicato mercoledì, mostra il candidato democratico avanti di otto punti percentuali sul rivale repubblicano John McCain, con il 53% delle preferenze degli intervistati contro il 45%. Il vantaggio di Obama sarebbe raddoppiato nelle ultime due settimane, almeno stando ai dati raccolti dal network americano. Mercoledì mattina, altri due rilevamenti statistici condotti dal Los Angeles Times mostravano Obama in vantaggio di nove punti percentuali in Ohio (49% a 40%) e sette in Florida (50% a 43%). Lunedì, il Washington Post dava Obama in testa di otto punti persino in Virginia (52% a 44%) che non vota per un candidato democratico alla Presidenza dal 1968. A livello nazionale, il sito web Real Clear Politics, che compila la media di tutti i sondaggi, mette Obama in testa del 6,1%, con il 49,8% delle preferenze sul 43,7% di McCain.
Se queste previsioni, tutte oltre il tipico margine d’errore di tre punti percentuali, dovessero avverarsi, e se contemporaneamente il trionfo democratico al Congresso si materializzasse, il Presidente Obama godrebbe di un mandato popolare e di una influenza politica molto più ampi di quelli dei predecessori, garantendosi mano libera per lanciare il proprio programma di riforma.
È però ancora presto perché i democratici possano davvero cantare vittoria. Nonostante il vantaggio nei sondaggi alcuni elementi di questa competizione elettorale suggeriscono maggiore cautela di quanto non sia necessaria normalmente. Innanzitutto bisogna considerare il cosiddetto Effetto Bradley (da Tom Bradley, candidato afro-americano a Governatore della California nel 1982 che perse l’elezione nonostante fosse davanti nei sondaggi), ovvero il sospetto che quegli elettori che non voteranno per Obama per via del colore della sua pelle siano reticenti ad ammetterlo a un sondaggista. Questo significa, in sostanza, che la performance di McCain sarebbe sottostimata in questo momento.
In secondo luogo, va ricordato che parte della strategia di Obama si fonda su una partecipazione al voto straordinaria dei neri americani e dei giovani, due gruppi demografici il cui comportamento elettorale è sempre stato di difficile lettura, poco costante e poco prevedibile. Inoltre alcuni sondaggi, seppur minoritari, danno ancora qualche speranza ai repubblicani. Rasmussen ha pubblicato i risultati del suo ultimo rilevamento statistico in Pennsylvania, uno stato tendenzialmente democratico ma che i repubblicani sperano di vincere quest’anno grazie alla forte presenza della classe di lavoratori bianchi che non ama Obama. A quanto pare, nonostante il Senatore dell’Illinois rimanga davanti con il 53% delle preferenze contro il 46% di McCain, il candidato repubblicano avrebbe recuperato sei punti percentuali dal 6 ottobre, data del sondaggio precedente. Vi sono infine i rilevamenti interni alla campagna di McCain, i cui dettagli non sono resi pubblici. Il Governatore della Florida Charlie Christ ha dichiarato mercoledì che le più recenti indicazioni sono incoraggianti per il Senatore dell'Arizona, che sarebbe in testa in Florida del 3-4%. Martedì, invece, il sondaggista ufficiale della campagna repubblicana Bill McInturf ha pubblicato un rapporto che sostiene che, al contrario di quello che emerge dai sondaggi mainstream, McCain sarebbe pari, se non addirittura in vantaggio, in tutti gli stati indecisi.
Martedì prossimo, giorno del voto e conclusione di una campagna elettorale iniziata per alcuni oltre un anno fa, Barack Obama sarà a Chicago, Illinois, mentre John McCain seguirà i risultati da Phoenix, Arizona. Entrambi i partiti stanno organizzando gli ultimi dettagli dei victory party, feste celebrative della vittoria o raduni sconsolati degli sconfitti che si terranno in giro per tutto il paese. Quando anche l’ultima scheda sarà stata contata - sia che questo avvenga già nella notte del 4 sia che accada in un’aula di tribunale settimane dopo -- solo uno fra i due contendenti potrà davvero cantar vittoria. Ad oggi Obama rimane il favorito, non solo per quello che dicono i sondaggi, ma anche perché si vota dopo otto anni di vituperata Amministrazione Bush e nel pieno di una crisi economica di proporzioni inquietanti. D’altro canto, non ci sono dubbi sul fatto che Obama è un politico giovane, con poca esperienza e con una storia personale unica, internazionale e cosmopolita, diversa da quella dell’americano medio. E non ci sono nemmeno dubbi che si tratti del primo vero candidato alla Presidenza a non essere di pelle bianca. Bisognerà quindi rimanere sintonizzati sulle frequenze a stelle e strisce ancora qualche giorno e aspettare con cautela di capire se questo paese è davvero pronto a tanta novità.

valentina.pasquali@gmail.com


Fabrizio Tonello
Elezioni Usa 2008/ Crisi della democrazia

Se i sondaggi saranno confermati e Barack Obama vincerà martedì prossimo le elezioni presidenziali americane, quando entrerà in carica il prossimo 20 gennaio dovrà affrontare con urgenza la crisi economica, ma non dovrà dimenticare la crisi della democrazia americana, altrimenti la sua presidenza potrebbe essere debole e inefficace come quella di Jimmy Carter. La crisi, e il discredito delle idee dei repubblicani in economia, danno invece a Obama l’opportunità di riformare anche la politica, attingendo al ricco repertorio di idee dei populisti dell’Ovest di fine ottocento, ampliando gli spazi di intervento e iniziativa popolare.
Obama, se vuole durare, ha bisogno di tenere in vita il movimento spontaneo che ha portato la sua candiatura alla vittoria, i milioni di bloggers che gli hanno permesso di prevalere su Hillary Clinton e di mantenersi costantemente in vantaggio su McCain. E il punto di partenza non può che essere il riconoscimento di quanto la Costituzione americana sia invecchiata e i suoi meccanismi siano diventati un ostacolo alla democrazia. Un solo esempio: il meccanismo di elezione del presidente, che permette a un candidato che ha ottenuto meno voti del suo avversario, di vincere se la distribuzione dei suffragi lo favorisce: é accaduto già quattro volte nella storia americana, e potrebbe accadere anche negli scrutini di martedi 4 novembre. Un articolo di New Republic  di qualche giorno fa spiegava come i repubblicani si aspettino di restare indietro nel voto dei cittadini di quattro o cinque milioni di voti, ma sperino di vincere grazie al collegio  elettorale: “Se Obama vince in tutti gli stati in cui Kerry vinse nel 2004, tranne la Pennsylvania, perde le elezioni anche vincendo in Colorado, New Mexico, Iowa, e Virginia”.
Com’è possibile? Semplice, l’elezione del presidente non è diretta, come spesso si crede, ma affidata a un organismo ad hoc, chiamato “collegio elettorale”, formato da 538 delegati ripartiti in maniera approssimativamente proporzionale fra gli stati. Tutto il problema sta nel fatto che i delegati, supponiamo, della Pennsylvania (21) non vengono assegnati in modo proporzionale ai voti ricevuti dai due candidati ma vanno tutti a chi ottiene un solo voto in più dai cittadini. E’ quindi possibile che, su scala nazionale, Obama raccolga anche tre milioni di voti più del suo avversario ma che questi, vincendo per un pugno di suffragi in Pennsylvania (oltre che negli stati tradizionalmente repubblicani) ottenga  274 voti di delegati nel collegio elettorale, dove la maggioranza é 270. Obama, con 264 voti, sarebbe sconfitto.
Lo scenario é molto improbabile, ma occorre ricordare che, nel 2000, i repubblicani rubarono la presidenza ad Al Gore, che aveva ottenuto oltre mezzo milione di voti popolari in più.Meno noto è il caso delle elezioni del 1976, quando il candidato democratico Jimmy Carter ottenne 1.700.000 voti più di Gerald Ford (50,03% a 48%) ma avrebbe potuto perdere se in Ohio avesse ottenuto solo 6.000 voti in meno (su 4 milioni) e in Mississippi, 15.000 voti in meno. Se il repubblicano Gerald Ford avesse ottenuto un totale di 21.000 voti  in più in questi due stati, avrebbe ottenuto una maggioranza di 272 delegati nel collegio elettorale e conservato la Casa Bianca pur avendo ricevuto 1.700.000 voti popolari in meno.
Cosa si può fare? Nel 1978, il Twentieth Century Fund, un centro studi di New York, si era preoccupato della possibilità che il collegio elettorale distorcesse la volontà popolare, e propose alcune riforme che impedissero l’elezione di presidenti che avevano ricevuto meno voti dei loro avversari.  La soluzione sarebbe un emendamento costituzionale che abolisse il collegio elettorale ma questo dovrebbe essere approvato non solo dal Congresso ma anche ratificato dai tre quarti degli stati ed è prevedibile che questo quorum sarebbe impossibile da raggiungere: basterebbero 13 stati controllati dai repubblicani per impedirne l’entrata in vigore.
Una soluzione che non richiede la revisione costituzionale sarebbe la divisione dei voti dei delegati con un meccanismo approssimativamente proporzionale tra i due candidati, come già avviene in Maine e Nebraska. Tuttavia, questa riforma dovrebbe avvenire, per ragioni costituzionali, a livello degli stati, e tutti i 50 stati dovrebbero essere d'accordo, mentre gli stati tradizionalmente repubblicani (i meno popolati, quindi sovrarappresentati nell'elezione del presidente) ovviamente rifiuterebbero di farlo.
Forse, la proposta più realistica rimane quella del Twentieth Century Fund di lasciare tutto com’è, tranne l’aggiunta di un premio di maggioranza di 102 delegati, portando il totale dagli attuali 538 a 640. I 102 delegati supplementari sarebbe attribuiti a livello nazionale al candidato che ha ottenuto il maggior numero di voti popolari, rendendo impossibile la creazione di maggioranze nel collegio elettorale che non corrispondono alla volontà espressa dalla maggioranza dei cittadini.
Anche questo emendamento incontrerebbe probabilmente una forte resistenza politica da parte dei repubblicani, ma una resistenza minore di quella della pura e semplice abolizione del collegio elettorale. In questo modo si “nazionalizzerebbe” l’elezione ma gli stati continuerebbero ad avere il loro pacchetto di delegati e a poterlo attribuire come vogliono, conservando il nucleo del contenuto federalista della Costituzione. Semplicemente, si impedirebbero quei rovesciamenti della volontà popolare che sono già avvenuti nel 1824, nel 1876, nel 1888 e nel 2000. Senza contare il rischio che avvenissero nel 1960, nel 1976 e quest’anno, come si è già detto.
Nella situazione in cui il nuovo presidente si troverà ad operare entrando in carica, il tema dei meccanismi democratici potrebbe apparire non urgente ma è invece il contrario: in America, solo durante un priodo di largo consenso, sia in Congresso che nel paese, riforme del genere si possono fare.

fabrizio.tonello@unipd.it


Chiara Guarnieri
Oltre il decreto

C’è un paradosso che riguarda il decreto della Gelmini. Lasciando da parte le posizioni radicali, la critica che gli si muove è quella di predisporre tagli indiscriminati nel settore della pubblica istruzione e di esimersi dal tentare di discernere in quali circostanze le risorse siano state utilizzate adeguatamente e in quali vi siano stati sprechi; di programmare tagli di organico che, in mancanza di strumenti di valutazione, saranno effettuati presumibilmente su criteri di anzianità. In sintesi, si assiste all’applicazione di misure che vanno in senso contrario rispetto al principio della meritocrazia.
Ma questo decreto riscuote il consenso di buona parte della opinione pubblica e la ragione principale di ciò consiste nella convinzione che … ci volesse finalmente un po’ di meritocrazia nella pubblica amministrazione. Poco importa che questo principio sia completamente smentito nei fatti: la percezione  diffusa è che questi tagli siano prodromici a una riforma in tal senso.
Dobbiamo prendere atto che l’immagine di forza promotrice del rinnovamento è stata ancora una volta monopolizzata dal partito di governo. Perché il Pd non riesce ad accreditarsi come partito riformista agli occhi della pubblica opinione. Perché, proclami a parte, quando si entra nel merito della battaglia il Pd non è in grado di scrollarsi di dosso le incrostazioni della sinistra che fu, rappresentata oggi solo da una parte della militanza attiva, che riformista non è?
Il problema è che il Pd, nella persona di Veltroni e dei suoi ministri ombra, muove passi troppo incerti nella direzione del riformismo, e in assenza di una linea chiara di azione si limita a reagire piuttosto che ad agire e proporre.
Ai fini della definizione di una precisa identità politica, è stato poco efficace cavalcare le proteste di piazza sul decreto Gelmini, perché non si è saputa proporre alcuna visione alternativa. Non basta ripetere la parola merito come un mantra, bisogna definire un progetto esecutivo di riforma della scuola della quale questo principio sia il pilastro portante. Perché di questo progetto non si vede l’ombra? Come facciamo, noi sostenitori di un Pd veramente riformista a controbattere l’accusa che questo centrosinistra sia nemico del cambiamento? Facciamo fatica.
La prima campagna elettorale del Pd si è potuta sostenere su dichiarazioni di principio, e molti elettori votandolo hanno investito sull’attendibilità di questa promessa riformatrice. Al prossimo appuntamento elettorale dovremo presentare fatti, dovremo dimostrare di aver agito coerentemente con le premesse. In questa vicenda della scuola per ora non siamo stati in grado di giocar bene le nostre carte: il ministro ombra è rimasto talmente nell’ombra da non ricordarci quasi chi sia; l’iniziativa è mancata completamente e si ha l’impressione che l’opposizione sia andata al traino della protesta, piuttosto che orientarla.
Ora bisogna fare i conti con il decreto approvato, senza aspettare la prossima emergenza per cominciare a elaborare una strategia.
A tagli avvenuti, a proteste consumate, se davvero c’è l’intenzione di rimettere gli alunni al centro del discorso bisogna cercare lo spazio per intraprendere un confronto finalizzato a restituire dignità alla scuola, anche attraverso una rivalutazione del ruolo dei docenti. Nessuna riforma seria potrà mai essere portata a termine se non attraverso una collaborazione tra le parti politiche, perché nessuna riforma potrà mai concludersi ed essere applicata nel corso di una sola legislatura. Bisogna ragionare sulla scuola in una prospettiva di lungo termine. È possibile?
Il decreto prevede il reinvestimento del 30% dei risparmi ottenuti con i tagli e il ministro afferma di volerli sfruttare per introdurre meccanismi di valutazione  dei risultati e di premiazione del merito. Se è così, è dovere dell’opposizione mostrare la disponibilità a dare il proprio contributo alla riforma in cantiere.
Cercare il dialogo è compito particolarmente ingrato dal momento che il governo sembra respingere con disprezzo qualsiasi richiesta di confronto: la strada è in salita, ma mostrare un autentico senso di responsabilità è la sola chance che il Pd ha per uscire dall’angolo nel quale per adesso si vede costretto.

chiara.guarnieri@tiscali.it


Laura Specchio e Luciana Matarese
La scuola ai tempi di Mariastella*

Milano: Si ritorna in piazza, si occupano scuole e università; Clima sempre più teso, scontri, giovani feriti. Il “decreto Gelmini” è stato approvato! Una ulteriore manovrina economica che taglia fondi nelle ormai poche sedi dove, invece, occorrerebbe investire.
Ebbene, è quasi ridondante dichiararlo, io sto dalla parte degli studenti, degli insegnanti e dei ricercatori, dell’uguaglianza e delle pari opportunità: in una parola della scuola pubblica.
Napoli: Hai detto bene, pubblica. Oggi, però, di pubblico pare esserci rimasta solo la massa indistinta da imbonire. Ma, scusa, una volta il Ministero non si chiamava della Pubblica Istruzione? La Gelmini è Ministro dell’Istruzione. Non mi pare una differenza da poco. Mi auguro che i ragazzi che protestano mettano l’accento su quest’aspetto. Napoli frigge di cortei e slogan, e la protesta mi pare sacrosanta, ma ci sono aspetti che non mi convincono del tutto.
Milano: Comprendo le perplessità, ma non sono molti i modi per fare sentire la propria voce.  E’ anche vero che le notizie che ci arrivano sono spesso, nel migliore dei casi, incomplete e, nel peggiore, travisano la realtà per giustificare gravi episodi di violenza. Non sarebbe neanche la prima volta. La sensazione che esista una volontà di radicalizzare la protesta e di creare una eccessiva conflittualità non mi pare un’ipotesi così irreale.
Napoli: Al di là della dietrologia, che a furia di farne, qualche volta pure ci si coglie, credo che gli studenti non avrebbero dovuto dividersi. Ideologizzare la protesta non serve al raggiungimento dell’obiettivo, e anche i partiti che pensano di mettere la bandierina sui vari movimenti, dove già non l’abbiano fatto, sbagliano. Azzuffandosi, gli studenti hanno sprecato una grande opportunità: indicare alla politica, e in questo farla nei fatti la politica, la strada per uscire dal tunnel nel quale la Gelmini ha stretto il futuro della scuola pubblica. Un’occasione mancata, e manco gli insegnanti fanno eccezione.
Milano: Gli studenti e gli insegnanti che partecipano al movimento vengono presentati come una massa indistinta di fannulloni perditempo, violenti e irrispettosi nei confronti di coloro che “vogliono studiare”. Perché questi ultimi non partecipano ad un confronto aperto con i manifestanti? Almeno per conoscere le ragioni che li spingono a dichiarare che è giusto tagliare i fondi alla scuola e all’università e regalare un ruolo centrale alle istituzioni private a cui solo pochi possono accedere.
Napoli: Il dialogo fa paura, decisamente meglio il monologo magari propinato a memoria “urbis et televisionis”. Gli studenti possono fare la differenza: parlino tra loro, invece di menare le mani, si accordino su una proposta condivisa di riforma, perché è indubbio che la nostra scuola pubblica e la nostra università vadano riformate, e diano, loro, una svegliata alla politica.
Milano: Parlare… E’ questo il problema. Mi sembra chiaro che gli studenti che manifestano vogliano farlo e, dall’altra parte, non ci sia nessuna volontà di prendere in considerazione le loro ragioni se non mettendoli a tacere con i soliti metodi: “cariche” che partono immotivatamente, i soliti picchiatori che vengono sguinzagliati all’occorrenza. Le immagini girate mercoledì a piazza Navona a Roma sono eloquenti anche se i rappresentanti istituzionali della maggioranza negano persino l’evidenza di fronte ad episodi così gravi. Sono situazioni che abbiamo già visto e conosciamo molto bene, purtroppo.
Napoli: Proprio per questo, penso spetti agli studenti aprire la strada. Con il coraggio dei vent’anni facciano saltare il banco (quello dei giochini politici) e facciano intendere a chi è votato e pagato per intendere quel che vuole il Paese reale, che la scuola, oggi e domani, ha bisogno di qualità. Il che, temo, oggi dovrà necessariamente passare pure per un taglio dei fondi.
Milano: Non credo che il taglio dei fondi sia una soluzione, anzi. Investire maggiori risorse nella scuola, nella ricerca e nell’innovazione dovrebbe essere un obiettivo prioritario per lo sviluppo del Paese e questo delicatissimo problema non può essere lasciato nelle mani degli studenti. Strumentalizzati, ideologizzati? Forse a volte strumentalizzati, ma non ideologizzati. Il clima culturale è assai cambiato, come pure i valori e le culture di riferimento. Il referendum può essere una soluzione? Sicuramente un valido strumento.
Napoli: Tagliare i finanziamenti alla scuola non è la soluzione, ma oggi purtroppo è inevitabile. Credo, però, che possa essere non indiscriminato ma oculato, traguardato ad un volger di anni breve e declinato alla selezione del meglio, nel corpo insegnanti e nella didattica, secondo il tanto invocato, ma altrettanto temuto, merito. Il problema vero, però, resta la proposta. Da veicolare attraverso un dialogo civile e costruttivo.
E se non vuole dialogare, che non dialoghi, la Gelmini. Così non rischia manco che le si scompigli la piega sempre impeccabile (tanti complimenti, ministro!).

* Milanonapoli e ritorno
 
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà

 


Davide Biassoni
Banco di prova per le riforme elettorali

A proposito di stile e a dispetto delle recenti smentite, Silvio Berlusconi sembra intenzionato a mantenere un modus operandi categorico che non conceda reali spazi alle opposizioni. Dopo la conversione in legge del Decreto Gelmini senza che vi sia stato un adeguato dibattito in Parlamento, è il turno di un’altra delicata riforma: la nuova legge elettorale per le elezioni europee del giugno 2009. Si tratta del primo test probante dopo la vittoria del centrodestra nelle legislative della primavera passata: allora si produsse un netto cambiamento del sistema partitico con l’esclusione della Sinistra radicale e una compressione del numero delle forze rappresentate in Parlamento, scese alle sei attuali, dopo la polverizzazione dei gruppi parlamentari della legislatura precedente. Eppure, il sistema elettorale nazionale permane fortemente inadeguato ed i suoi prevedibili effetti negativi sono stati sventati solo per meriti non attribuibili alla legge stessa: da un lato, il comportamento virtuoso dei due partiti maggiori (PdL e PD) che hanno costituito mini-coalizioni con un solo alleato ciascuno e, dall’altro, la concentrazione del voto utile che ha penalizzato in particolar modo la Sinistra ed i partiti più piccoli. Oltremodo, si attende di celebrare un referendum abrogativo che avrebbe come fondamentale risultato quello di impedire la costituzione di alleanze pre-elettorali, con rafforzamento degli effetti maggioritari. La consultazione è di fatto evitabile solo tramite un’incisiva riforma del sistema vigente: logico quindi che parlare, oggi, di cambiamento della legge per le europee possa prefigurare il viatico (anche nel metodo) per un superamento, domani, della Calderoli. Seppur nelle ultime ore il Premier abbia aperto a una riforma solo tramite ampie convergenze (pena il mantenimento dello status quo), il Cavaliere è stato inflessibile e netto nell’indicare i punti salienti per riformare il sistema elettorale per le europee: impianto totalmente proporzionale, riparto in base al quoziente nazionale e ai resti più alti, aumento a dieci del numero di circoscrizioni dalle cinque attuali, soglia di sbarramento al 5 per cento e abolizione delle preferenze. Le divergenze si sono addensate in particolare rispetto agli ultimi due punti e persino il Presidente della Repubblica è intervenuto con un appello per la salvaguardia del pluralismo e per incentivare riforme condivise. Riguardo alla soglia d’esclusione, altri paesi vi ricorrono già dalle tornate elettorali precedenti: 5 per cento in Francia e Germania, 4 per cento in Austria e Svezia, 3 per cento in Grecia; da ciò si vede che anche paesi più piccoli applicano barriere “esplicite” all’ingresso che si aggiungono a quelle “implicite”, poiché se uno Stato elegge un numero piccolo di rappresentanti i partiti minori avranno basse chances di vincere seggi. Il tema delle preferenze è più controverso: Austria, Belgio, Danimarca, Olanda, Svezia, ad esempio, prevedono liste non bloccate con una preferenza esprimibile dal votante, ma qui Berlusconi è fermamente convinto della necessità di abolirle perché (sostiene il Cavaliere) l’Italia a Strasburgo deve essere rappresentata solo da personale competente e specializzato. Tuttavia, questa motivazione appare piuttosto fragile alla luce di taluni nomi che componevano le liste nelle scorse elezioni del 2004, alcuni dei quali ben poco avevano a che fare con la politica europea; d’altronde, una volta scelti gli uomini e le donne che i partiti reputano migliori per le candidature, non si capisce quale obiezione si potrebbe muovere a una preferenza espressa dall’elettorato rispetto a candidati preventivamente selezionati in base a supposto merito e preparazione. Il capo del Governo forse nasconde timori relativi agli interna corporis del PdL dove, appare logico, vorrebbe mantenere ben marcati i rapporti di forza fra FI ed AN, temendo anche la maggiore esperienza nella raccolta del consenso da parte degli esponenti del partito di Gianfranco Fini. Da ultimo, e non per importanza, non è da escludere la convenienza bipartisan delle forze politiche ad autoselezionare il proprio gruppo (disciplinato) di rappresentanti in Aula. Resta poi da verificare il dato essenziale, ovvero quanti partiti otterranno seggi: in genere, nelle elezioni europee i partiti più grandi e di governo sono penalizzati, a vantaggio dei partiti minori, dato che il voto strategico ha minor peso. Quindi, se alcune forze oggi fuori dal Parlamento dovessero farcela a vincere seggi, la tentazione di non intervenire sulla legge elettorale nazionale sarebbe molto forte da parte dei partiti maggiori, ma a quel punto all’interno della maggioranza potrebbe scoppiare il malessere leghista, fortemente minacciato dalla legge che uscirebbe rinnovata dal referendum. E’ allora probabile che la Calderoli possa essere rimpiazzata da un sistema simil-spagnolo.

biassoni_davide@yahoo.it


Simone Comi
Voto anticipato in Israele: quali scenari?

A seguito delle consultazioni con i rappresentanti dei maggiori Partiti il Presidente israeliano Shimon Peres ha dichiarato falliti i negoziati intrapresi dal Ministro degli Esteri Tzipi Livni, il cui scopo era favorire la formazione di un nuovo Governo. La dichiarazione di Peres è stato l’ultimo passaggio verso il ritorno alle urne, anche se negli ultimi tempi questa possibilità sembrava essere l’unica possibile per ridisegnare gli equilibri politici in un paese destabilizzato dall’uscita di scena dell’ex Primo Ministro Ehud Olmert. Pochi giorni prima dell’annuncio ufficiale di Peres era stata la stessa Tzipi Livni, che sembrava dover succedere all’ex premier israeliano, a chiedere il rinvio ad elezioni anticipate così da non mortificare ulteriormente il futuro politico del paese.
La scelta della Livni sarebbe da leggersi in realtà come una decisione di rottura volta ad ostacolare le manovre politiche degli alleati di coalizione, che chiedevano di poter avere maggior peso nell’assegnazione delle cariche governative e nelle scelte politiche del futuro Governo. Rimandando il paese ad elezioni anticipate la Livni ha scelto di percorrere una via rischiosa, che potrebbe però consegnare a Kadima una maggioranza più solida rispetto alla precedente. Il mancato accordo col Partito ortodosso Shas, che aveva chiesto una dichiarazione ufficiale per preservare l’ indivisibilità di Gerusalemme, sarebbe stato solo l’ultimo dei dissidi interni all’ex coalizione governativa e la scelta della leader del Partito Kadima di non rivolgersi a minuscole formazioni, nel tentativo di rastrellare il maggior numero di voti possibili, ha raccolto il plauso del Capo dello Stato.La decisione di indire elezioni anticipate sembra esser stata apprezzata anche dall’elettorato israeliano e i suoi effetti sarebbero già ora riscontrabili nei dati presentati dagli ultimi sondaggi.
In calo di consensi fin dai primi giorni dello scandalo che ha poi portato Olmert alle dimissioni, Kadima non solo sembra aver recuperato lo svantaggio iniziale ma, in caso di elezioni, sarebbe oggi il primo partito del paese con 29 seggi alla Knesset contro i 26 del Likud e gli 11 del Labour guidato da Ehud Barak. Il Partito guidato dall’ex Ministro della Difesa sembra essere infatti in difficoltà: in calo di 8 seggi rispetto ai risultati delle ultime elezioni il Labour potrebbe subire un vero e proprio rovescio. I prossimi mesi di campagna elettorale saranno durissimi, dato lo scarto minimo tra i due maggiori Partiti del paese, ma sembra essere improbabile l’ipotesi di un Governo di unità nazionale. L’insofferenza dell’elettorato israeliano verso l’ex premier potrebbe essere il fattore determinante per il risultato delle elezioni di febbraio. Non è comunque da escludersi la possibilità che la Livni riesca a liberare Kadima dal peso dei fallimenti del precedente Governo  presentandosi come la miglior scelta possibile per il futuro del paese e conquistando una vittoria che la porterebbe ad essere la seconda donna alla guida d’Israele dopo Golda Meir.

simonecomi@hotmail.com


Stefano Florio
Dove eravamo rimasti? Aggiornamento su Expo 2015

Dal nostro ultimo aggiornamento del 10 ottobre scorso, la corsa di avvicinamento all’Expo 2015 ha subito una forte accelerazione soprattutto in considerazione dell’avvenuta firma da parte del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi il 22 ottobre scorso, poco prima di volare per Pechino per partecipare ai lavori del Vertice dell’ASEM, del Dpcm con il quale finalmente è stato definito l’assetto di governance dell’evento chiudendo una lunga - e francamente sconcertante - telenovela iniziata lo scorso 31 marzo. La firma è arrivata poche ore dopo il richiamo ufficiale del BIE al Sindaco Moratti per i ritardi accumulati con tanto di esplicita minaccia del possibile ritiro dell’organizzazione in assenza di un tale atto indispensabile per l’istituzione degli organismi deputati alla gestione delle attività da qui al 2015. BIE che ha partecipato il 28 ottobre ad un incontro a Palazzo Chigi con il Premier alla presenza del Sindaco Moratti nel corso del quale il Decreto – ancora non promulgato sulla Gazzetta Ufficiale – è stato illustrato.
Ma vediamo gli elementi principali contenuti nel decreto in base alle prime indiscrezioni circolate. In estrema sintesi (per approfondimenti si rimanda alla sezione speciale dedicata all’Osservatorio legato all’evento all’interno del sito del CFP (
http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?pagina=3260&pv=), a guidare la SoGe, la futura Società di gestione dell’evento, ci sarà un CdA composto da 5 membri il cui socio di controllo sarà il Ministero dell’Economia e delle Finanze mentre gli altri azionisti saranno il Comune, la Provincia, la Regione e la Camera di Commercio di Milano sulla base di quote che andranno definite in relazione al riparto delle risorse stanziate (il quadro dovrebbe essere il seguente: 40/50% il Governo, 20/30% il Comune di Milano e 10% ciascuno tra la Regione Lombardia, la Provincia di Milano e Camera di Commercio di Milano).
Oltre alla SoGe, che fungerà da soggetto aggiudicatore e stazione appaltante (si parla di una struttura con due divisioni principali, una dedicata alla gestione dell’evento e l’altra alla realizzazione delle infrastrutture necessarie), è stato confermata ovviamente la figura del Commissario straordinario (Cosde), Letizia Moratti, che eserciterà fino al 31 dicembre 2016 poteri di impulso sugli interventi e funzioni di vigilanza oltre a presiedere il Coem, “Commissione Expo Milano”, una sorta di commissione di Coordinamento per l’attuazione delle opere connesse ma anche di indirizzo e ascolto dei soggetti coinvolti, in cui siederanno privati, enti locali e ministri (in un numero di figure comunque più contenuto del precedente decreto). Infine, il decreto istituisce il Tavolo Lombardia sulle infrastrutture di area vasta presieduto dal Pirellone, finalizzato al coordinamento e programmazione delle infrastrutture non direttamente legate ad Expo (una partita da oltre 10 miliardi di euro). Per quanto concerne i nomi di coloro che siederanno in CdA (che formalmente verranno nominati nel corso della prima Assemblea dei soci in uno schema in cui appunto Tremonti ne deciderà 2 mentre gli altri 3 saranno espressi da Formigoni, Penati e Moratti) sono circolate le prime indiscrezioni: anche se ancora nulla è di ufficiale, la cinquina comincia a delinearsi. Il primo è quello di Paolo Glisenti in quota Comune e destinato a ricoprire il ruolo di AD (non più di Amministratore unico come originariamente chiesto dal Sindaco) mentre i più indicano nel Presidente di Assolombarda Diana Bracco (come espressione del Ministero dell’Economia e con placet della Camera di Commercio) nel ruolo di Presidente del CdA. Per l’altro posto del Ministero sono circolati i nomi di Angelo Provasoli, rettore uscente della Bocconi o di un esponente leghista (Leonardo Carioni, attuale Presidente della Provincia di Como). In relazione infine alle nomine di Regione e Provincia, Formigoni punterebbe o su Alberto Sciumè (vicepresidente del Consiglio di sorveglianza di A2A, multiutility nata dalla fusione fra AEM e ASM) o su Paolo Alli (braccio destro in Regione del Presidente) mentre Penati sarebbe orientato a proporre Carlo Cerami, consigliere di Fondazione Cariplo o l’ex Sindaco di Torino Valentino Castellani.
Improvvisamente, anche se la cautela è d’obbligo e la calma pare più apparente che sostanziale, è tornato il clima bipartisan e di collaborazione inter-istituzionale che aveva caratterizzato la fase di candidatura. La Moratti si dice felice del buon esito della vicenda e pronta ad avviare già da fine novembre la Società di Gestione mentre nel frattempo si sta lavorando allo statuto e all’atto costitutivo dove saranno definite, fra i molti e rilevanti aspetti di governance, le quote societarie.
Nel frattempo è già scoppiata una polemica in ordine alla copertura finanziaria delle opere ed in particolare potrebbe prefigurarsi una pericolosa discrasia fra la tempistica di finanziamento preventivata da Tremonti (che in sostanza sblocca i fondi per le opere non prima del 2012) e l’iter istruttorio per la realizzazione delle stesse (e i vincoli definiti dal patto di stabilità) che confliggono pericolosamente. E con l’aria che tira, la coperta è cortissima sia per le opere legate direttamente al sito Expo sia a quelle connesse all’evento (Brebemi, Tangenziale esterna, le linee metropolitane 4 e 5 ecc.).
Chissà quanto abbiano giocato sul ritardo accumulato le contingenze politiche e il susseguirsi di priorità e le diverse emergenze su cui l’esecutivo è stato impegnato fin dal suo insediamento (rifiuti, Alitalia, crisi finanziaria ecc.) e quanto sull’accelerazione legata alla firma abbia avuto impatto l’ultimatum del Bie al Sindaco e al Governo. Siccome il testo firmato ricalca moltissimo il testo redatto dalle tre istituzioni milanesi ai primi di agosto, il dubbio è che tutto quanto intercorso in questi mesi e la conclusione a cui si è giunti altro non sia che una merce di scambio giocata dal governo rispetto ad altre partite in cui il fronte del Nord pare perdente rispetto agli interessi della compagine governativa.
Non tutto è ruotato ovviamente intorno solo all’emanazione del tanto discusso e atteso decreto perché operativamente soprattutto sia il Sindaco che il Presidente della Regione hanno proseguito nella tessitura di relazioni e  rapporti dando ad esempio vita ad una seduta congiunta delle due giunte che ha avviato il percorso per la definizione di un Accordo Quadro di Programma finalizzato alla realizzazione dei progetti e delle iniziative che coinvolgono l'intero sistema regionale nel progetto Expo 2015 (i cui contenuti sono consultabili sul sito dell’Osservatorio (http://www.formazionepolitica.org/vedit/15/immagini/File/2008/rassegna%20stampa%20expo/Expo%202015_accordi%20operativi_17_10_08.pdf) mentre oggi (ieri per chi legge) si è tenuta la prima riunione del Tavolo Lombardia su convocazione del Presidente Formigoni.
Mentre fra le tante iniziative portate avanti dal Sindaco Moratti – oltre ai tanti protocolli per l’avvio di progetti di cooperazione internazionale -, si segnala anche la sottoscrizione a Trieste lo scorso 24 ottobre di un protocollo di collaborazione fra le amministrazioni comunali di Milano e del capoluogo del Friuli Venezia Giulia per sviluppare, in un’ottica di rete, i temi di Expo e per creare sinergie che consentano di moltiplicare per entrambi i potenziali benefici legati all’evento.
Così come cominciano ad essere tante le iniziative, i progetti e gli eventi che si sviluppano intorno a questa “stella cometa”. A questo proposito si è tenuto a Milano dal 17 al 22 ottobre il primo “Festival Internazionale dell'Alimentazione Expo Milano 2015 – Italia” che, in occasione dell’inaugurazione della campagna Onu “Stand Up” e nell’ambito delle iniziative legate alla Giornata Mondiale dell’Alimentazione che dureranno fino a dicembre, ha chiamato a raccolta a Milano e in tutta Italia istituzioni, imprese, associazioni, soggetti del mondo della cultura e delle scienze per raccogliere idee, proposte e progetti.
In secondo luogo si segnala che l’Associazione Milano Bella da Vivere e la Fondazione Europa Civiltà hanno realizzato un instant book dal titolo “L'Expo che sogniamo. Appunti di viaggio, proposte ed idee della società civile milanese a Saragozza” che racconta appunto la trasferta di una delegazione milanese all’Esposizione Internazionale di Saragozza la scorsa estate. Infine la Provincia di Milano ha avviato un concorso allo scopo di promuovere le idee più significative e innovative per la realizzazione di progetti che si sviluppino attorno a tre assi tematici legati agli obiettivi indicati dal tema “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, cioè la filiera agro-alimentare (dalla produzione alla trasformazione del cibo, dal consumo etico alla valorizzazione culturale dell’alimentazione), l’asse energetico - ambientale (biodiversità, valorizzazione della rete dei parchi, progetti per la mobilità sostenibile) e quello relativo alla promozione e allo sviluppo dell’offerta turistico-culturale.
Aperto fino al 31 gennaio 2009, il concorso invita tutti i soggetti attivi sul territorio (Comuni, attori del mondo della ricerca e dell’Università, associazioni ecc.,) a proporre idee o progetti. In fondo proprio quest’ultima iniziativa contribuisce meglio a far comprendere l’atteggiamento con cui è utile approcciarsi all’Expo 2015; ovvero sia, parafrasando il famoso discorso di John Kennedy all’atto del suo insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 1961, ciò che conta non è tanto domandarsi che cosa l’Expo potrà fare per noi ma viceversa quanto noi possiamo (e vogliamo) fare per l’Expo.

s.florio@libero.it


Sergio Vazzoler
Gas, vino, alghe e…democrazia

Vengono soprannominati “wildcatter”: sono i cacciatori di giacimenti petroliferi e metaniferi che scandagliano terre e acque in giro per il mondo…e per l’Italia. Dove spesso, però, si vedono bloccati nelle loro battute di caccia dai comitati locali del “no”. È andata così, ad esempio, agli inglesi  della Northern Petroleum che, qualche anno fa, hanno dovuto desistere davanti all’opposizione del popolo di Gattinara, nel vercellese, proprio dove sorgono i pregiati vigneti omonimi. E, così, ora i testardi inglesi ci riprovano e questa volta se la vedranno con i vignaioli del Negroamaro, nel senso che intendono trivellare la zona di Brindisi, nonostante gli infiniti problemi incontrati in questi anni dai connazionali della British Gas per l’ormai famoso rigassificatore.
Poco più in là di Brindisi, a Otranto, dovrebbe invece giungere nei prossimi anni il gas proveniente dall’Azerbaijan, passando per Turchia , Grecia e – nell’ultimo tratto – con un gasdotto off-shore nelle profonde acque ioniche. Qui, ovviamente, non ci sono vigneti ma qualche preoccupazione sorge per l’incolumità della prateria di Poseidonia: un’alga mediterranea tutelata e protetta da leggi nazionali ed europee (da qui il nome del gasdotto: Poseidon).
Scontato ricordare quanto, per le grandi opere, sia indispensabile il coinvolgimento delle comunità locali e del patrimonio naturale dei territori a cui si chiede la “concessione” a operare. Detto questo, però, nel valutare questi progetti occorre anche considerare altri aspetti che, ad un’analisi più attenta e puntuale, investono persino l’indipendenza delle nostre democrazie…
Esagerato? Beh, spostiamoci un po’ più a est…e domandiamoci  quali strumenti possono utilizzare gli “zar del gas”, Putin e Medvedev, per far crescere il sostegno al nuovo nazionalismo nell’opinione pubblica russa  e continuare così a finanziare l’azione di militarizzazione del Paese? Ovviamente creando nuovi nemici da combattere, meglio se produttori di gas (vedi la Georgia) e condizione necessaria per potere attuare questo piano è la spaccatura dell’Unione Europea…che, infatti, a parole richiama tutti i propri Paesi membri alla “diversificazione delle forniture” e a ricercare l’indipendenza dal gigante russo ma che poi assiste, impotente, alla corsa del “liberi tutti” da parte delle singole nazioni che stringono accordi con gli zar del gas e con la cassaforte di famiglia, la potentissima Gazprom (vedi i progetti tedeschi e italiani di partnership con i russi per i gasdotti Nordstream e Southstream).
Ecco, allora, che – con tutte le cautele del caso – bisognerebbe guardare con interesse e attenzione ai progetti che permettono al nostro Paese e all’Europa una reale diversificazione delle forniture di energia, evitando di dipendere anima e corpo dagli zar del gas…e in quest’ottica diventa prioritario anche riaprire con serietà e senza preconcetti la partita nucleare. Ricordandoci tutti il recente saggio di Garry Kasparov, l’ex campione di scacchi ora tra i principali dissidenti e oppositori di Putin e Medvedev, che individua nello sviluppo dell’energia nucleare “la condizione essenziale per l’indipendenza economica, politica e sociale dell’Europa e per garantire la democrazia alle future generazioni”.  In caso contrario, per l’Europa e per i suoi popoli la partita potrebbe finire con uno scacco matto…



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Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

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