Chi siamo
   Eventi
   Newsletter
   Link
   Rassegna stampa

  CFP Global Watch
Osservatorio internazionale a cura di Simone Comi

  Caffè America
Osservatorio elezioni midterm Usa 2010
a cura di Valentina Pasquali

  IPSE
Osservatorio su Istituzioni, Partiti, Sistemi elettorali
a cura di Davide Biassoni

    Expo 2015
Osservatorio Milano Expo 2015 a cura di Stefano Florio

Home » Newsletter n. 145 - 7 novembre 2008
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 145 – 7 novembre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 145 interamente dedicata al voto americano.

Cogliamo l’occasione per informarvi che, nel normale svolgimento della propria attività didattica, il Centro di Formazione Politica dedicherà il Modulo 7 (Milano, 15-16 novembre 2008) alle presidenziali americane. Docenti: Luca Bellocchio, François Lafond, Giovanni B. Magnoli, Alberto Martinelli, Vittorio Emanuele Parsi, Valentina Pasquali, Fabrizio Tonello (leggi il programma completo).

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Obama, sogno e realtà


Davide Biassoni
Obama: i numeri di una vittoria storica


Luca Bellocchio
Unilateralismo inevitabile o America-Herzegovina


Valentina Pasquali
L’improbabile viaggio di Barack Obama


Fabrizio Tonello
E ora, i conservatori


David Ragazzoni
L’orgoglio di essere concittadino ed elettore di Barack


Simone Comi
Il Medio Oriente dovrà attendere


Luciano Fasano
Un paese dove “non tutto” è possibile


Laura Specchio e Luciana Matarese
La musica di Obama e dj Uòlter: questione di tinta*


Visualizza versione stampabile




Alessandro Fanfoni
Il punto/ Obama, sogno e realtà

Nasce sulle macerie dell’era Bush la nuova era americana sotto il segno di Barack Obama. Il sogno di Obama, che è stato esaudito nel senso che verrà messo alla prova dei fatti, è tanto moderno – ossia all’altezza della sfida dei tempi – quanto al tempo stesso un ritorno alle radici, alla quintessenza dello spirito americano incardinato su libertà, giustizia e responsabilità. La scommessa di Obama è ridare forza e vigore ovunque – in patria come nel mondo intero – agli Stati Uniti d’America quali motore e governo del progresso.
Qualche settimana fa, Francis Fukuyama – tracciando una fenomenologia delle ideologie - scriveva del reaganismo e del thatcherismo per dire che ogni epoca produce un’ideologia in risposta ai nodi che, per accumulo di errori e di ritardi, arrivano improvvisamente al pettine. Fukuyama sosteneva poi che esiste una sorta di energia inerziale delle ideologie, per cui una ricetta che ha funzionato bene in determinate circostanze presto degenera in mito o feticcio e che, da quel momento, comincia a produrre effetti opposti a quelli desiderati. Come a dire che esisterebbe una sorta di ritardo, di differenziale vizioso, tra le dinamiche politico-economico-sociali e l’impalcatura ideologica che si incarica di governarle. Come a dire che le idee, in qualche modo, marciano più lentamente del mondo.
E’ in questo scollamento tra idee, politiche e realtà che probabilmente si condensano gli errori più drammatici del doppio mandato di Bush che lascia ad Obama un’eredità pesante, una serie spaventosa di disequilibri, di asset strategici irrisolti: dall’esplosione del debito pubblico al collasso del mondo finanziario e alla crisi strutturale dell’economica reale, dal drammatico impegno militare in Iraq e in Afghanistan alla prova muscolare nei confronti della minaccia atomica iraniana e al congelamento della questione israelo-palestinese, dalla sfida alle risorgenti ambizioni russe all’assimetria delle relazioni con la Cina – al tempo stesso partner e rivale dell’economia americana.
Dal 20 gennaio 2009, giorno in cui Obama entrerà nel pieno esercizio dei suoi poteri, la distanza tra sogno e realtà verrà annullata e il sogno verrà messo alla prova dei fatti.


Davide Biassoni
Obama: i numeri di una vittoria storica

Il Democratico Barack Obama ha trionfato: gli statunitensi hanno scelto il loro 44° Presidente, il primo di colore nella loro storia. L’evento porta con sé una carica simbolica e valoriale immensa, e degli effetti che si produrranno nella politica interna ed internazionale si parlerà molto a lungo. Il giovane Senatore dell’Illinois entrerà ufficialmente alla White House nel pieno dei suoi poteri nel gennaio 2009 e con il suo discorso di martedì notte al Grant Park di Chicago ha sottolineato il deciso proposito di abbracciare l’intera nazione – senza divisioni fra repubblicani e democratici, bianchi e neri – che costituisce gli Stati Uniti d’America. «Change» è stato il leitmotiv di tutta la sua campagna elettorale e gli elettori hanno massicciamente premiato la volontà di cambiamento e discontinuità dall’era politica (ormai al crepuscolo) di George W. Bush. I sondaggi pre-elettorali avevano da sempre indicato il nome di Obama come probabile vincitore, anche se alcuni swing States (Stati in bilico) mostravano un consenso oscillante fra il leader dei Democratici e il suo rivale, John McCain, alla testa dei Repubblicani. Il sistema elettorale per l’elezione del Presidente si basa, infatti, sui cosiddetti “Grandi Elettori” (chiamati anche voti elettorali) e ad ogni Stato della Federazione spetta un numero di Grandi Elettori proporzionale alla propria popolazione: ad esempio, in ordine demografico, la California ne elegge 55, il Texas 34, lo Stato di New York 31, la Florida 27, e così via fino ad un minimo di tre per quelli meno abitati. L’ammontare dei Grandi Elettori per ciascuno Stato membro è anche pari al numero di rappresentanti al Congresso, ossia al numero dei Deputati sommato a quello dei Senatori spettanti a ciascun componente della Federazione. La legge con cui i Grandi Elettori sono eletti è materia di ogni singolo Stato, tuttavia nella stragrande maggioranza dei casi si segue un principio tipico dei collegi maggioritari secondo il quale “the winner takes all”, cioè tutti i delegati sono assegnati al candidato arrivato primo in quello Stato (ad eccezione del Maine e del Nebraska, dove si segue una maggiore proporzionalità). Su un totale di 538 voti elettorali, la fatidica soglia di 270 assegna la vittoria: i delegati di ciascun Stato si riuniscono, in seconda battuta, nello United States Electoral College dove, in generale, ribadiscono il nome del candidato vincitore nello Stato d’appartenenza. La geografia elettorale del voto dell’Election Day ha visto Obama prevalere negli Stati più popolosi dalla California all’Ohio, ad eccezione del solo Texas; in particolare, non solo l’Ohio e la Florida, ma anche l’Indiana, l’Iowa, il Nevada, il New Mexico, la Virginia (e, secondo dati provvisori, anche la North Carolina) hanno cambiato “casacca” dai Repubblicani (nel 2004) ai Democratici, mentre non vi è stato nessuno spostamento in senso opposto. I Repubblicani sono riusciti a mantenere le loro roccaforti solo nel Sud del paese, come in Alabama dove McCain ha raccolto il 60 per cento dei consensi e il Senatore dell’Arizona ha fatto meglio solo in Alaska, governata dalla sua candidata alla vice Presidenza Sarah Palin, con il 62 per cento. Obama ha, invece, calamitato un consenso fortissimo nel Nord-Est (nello Stato di New York ben il 62 per cento) e nell’Ovest (nella California di Schwarzenegger addirittura il 61 per cento) e, attualmente, ha conquistato 349 Grandi Elettori (più del doppio rispetto a McCain); inoltre, anche il computo totale dei voti gli assegna una vittoria netta ed inequivocabile con il 52 per cento dei suffragi pari a oltre 62 milioni e mezzo di voti. L’importanza di questa consultazione elettorale e la svolta che si voleva imprimere sono evidenti anche nella partecipazione dei cittadini: secondo stime non definitive, l’affluenza alle urne sarebbe pari a circa il 66 per cento, superando quella più alta mai registrata, da cent’anni fino ad oggi, nel 1908 con il 65,4 per cento. I Democratici, inoltre, non solo conquistano la Casa Bianca, ma si gioveranno di un pieno controllo di entrambi i rami del Congresso, avendo rafforzato la maggioranza sia alla Camera (ora, 252 seggi su 435) sia al Senato (56 seggi su 100). Tutti questi dati si possono riassumere in un solo fatto: gli americani hanno fortemente scelto Barack Obama come Presidente; ora, sulle sue spalle, grava il meraviglioso ma difficilissimo compito di non deludere le speranze suscitate in patria e nell’intero pianeta. Si attende perciò un concreto “change” che, forse, comporterà una rielaborazione del Destino Manifesto a stelle-e-strisce.

biassoni_davide@yahoo.it


Luca Bellocchio
Unilateralismo inevitabile o America-Herzegovina

Lo stile in politica estera che Obama potrà adottare con il suo staff sarà la risultante di un precario equilibrio tra l’incapacità cronica degli Usa di agire multilateralmente, la loro perdita di potere relativo e, di conseguenza, l’aumento della capacità di interdizione della volontà americana da parte del resto della comunità internazionale (grandi potenze in ascesa e ri-ascesa in primis, cioè una decina). Esito probabile a prescindere dalle sue buone intenzioni e proclami: la paralisi della governance del sistema internazionale, l’approdo definitivo del sistema internazionale a un’arena di attori in competizione per le risorse rimaste, pronti a bloccarsi dappertutto e su tutto (tranne che su cose di poco conto), di crisi in crisi. Come sta già accadendo adesso. Le cose a livello di sistema internazionale, probabilmente, peggioreranno. In attesa di qualcosa che bolle in pentola che per ora sfugge e che rimescolerà le carte, producendo chiarezza, per un pò. Obama potrà, semplicemente, prenderne atto. E prepararsi per la crisi successiva. Di ingovernabilità in ingovernabilità. Occorre rassegnarsi: non stiamo tornando a un classico sistema multipolare di tipo ottocentesco. Troppo facile. Quello che si sta formando è un sistema internazionale incomprensibile perché non è più un sistema internazionale perché non è più un sistema perché sono troppe le grandi potenze, troppi gli stati-nazione (e aumentano!), troppa l’interconnessione, troppi i tavoli, troppe le emergenze, troppa la comunicazione, troppi gli attori non-statali che contano. Horror pleni. Avremo uno scenario popolato da strumenti diversi, scollegati, senza possibilità di un’orchestra né di un direttore d’orchestra: solo, qua e là, assoli, scorie musicali, e nel sottofondo tanto, molto, troppo rumore. Ma anche pericolosi silenzi e vuoti densi di significati (le alleanze e gli accordi fatti sottovoce, sempre più numerosi, i preparativi, ….Cina e Russia, Iran e Russia, Medioriente….).
In attesa del diluvio, Obama dovrà gestire un fortunale a bordo di una Classe Nimitz priva di codice postale e rete televisiva. Al buio. Quello che Obama dovrà gestire durante il suo mandato sarà il più colossale compromesso della storia delle relazioni internazionali: col nulla.
Il dato che colpirà gli europei più incantati non saranno ovviamente questi sconvolgimenti  tellurici, ma sarà vedere, ancora una volta, le proprie speranze riposte nella possibilità di una “politica estera etica”, frantumarsi sotto una valanga di invocazioni del sacro egoismo dell’interesse nazionale da parte di Obama (magari presentate sotto una veste più gradevole). A quel punto, forse ma non è detto, anche loro si convinceranno che solo nel caso di un declino americano irreversibile, quindi nel caso del crack del sistema americano (cosa, per ora, da escludere ma non si può mai dire), gli Usa opteranno per un “multilateralismo sincero”. E allora cominceranno a invocare, a bassa voce, di nascosto, la fine dell’egemonismo americano, senza rendersi conto che mai si avverasse un simil scenario, all’Europa toccherebbe dotarsi di un esercito comune (tradotto: 1861 europeo o Eurasia?), la Cina inviterebbe Taiwan ad approdare sul continente, la Russia salderebbe una decina di conti, mentre il Vermont chiederebbe e otterrebbe la secessione (seguito da molti altri stati della federazione) e lo spettro di un’America-Herzegovina tornerebbe prepotente a ricordarci che non esistono stati per l’eternità. A quel punto al mondo non resterebbe che riflettere, il 12 aprile 2011, non sui due anni di mandato di Obama, ma sui 150 anni trascorsi dallo scoppio della prima guerra totale della storia.
Facciamocene una ragione, la politica estera ha un suo peso specifico che non può essere annullato dalla gioia per una grande conquista di civiltà (un afro-americano alla Casa Bianca). Poi c’è la storia. Che pesa. E condiziona. E anche qui per Obama l’agenda è, in gran parte, già fissata.
Gli Stati uniti (chiunque li governerà) saranno sempre uno stato nazione incapace di immaginarsi parte di un “global-power-sharing”, incapace di un autentico e sincero multilateralismo, e questo a prescindere dalle dichiarazioni in campagna elettorale, da parte di chicchessia: perché sono uno stato-nazione che fece irruzione nel mondo al grido di America as a model for the world; perchè dal 1865 conoscono solo ininterrotte ascese di potenza, non concepiscono l’ipotesi declassamento; perché sono stati decisivi per vincere le tre grandi “guerre costituenti” del Novecento contro le autocrazie di turno, quindi non accetteranno mai lezioni da nessuno; perché l’ordine economico e giuridico internazionale di marca liberale è una loro creazione, quindi non concepiranno mai intromissioni strutturali ma solo circostanziali; perché si considerano l’unica potenza disposta a spendersi per migliorare la natura del gioco politico internazionale e a evitare catastrofi (chi chiamiamo se c’è un genocidio in corso?); perché l’unipolarismo costituisce, da sempre, l’ottimo stato delle relazioni internazionali per gli Stati uniti, l’unico ambiente internazionale davvero sicuro per quel che sono diventate le tredici colonie; perché l’egemonia è costata immensi sacrifici (non la regala nessuno) ma dà grandi soddisfazioni; perché il multipolarismo è un incubo da scacciare con ogni mezzo, perché è il regno dell’insicurezza e dell’inaffidabilità e si può solo fingere di accettarlo, per qualche tempo, per poi tornare, passate le difficoltà, che non possono che essere che momentanee (l’egemone è sempre ottimista),  più potenti che mai a ricostituire un sistema unipolare.
Gli Stati uniti, avranno sempre, finchè esisteranno come tali, una sola “stella fissa”: l’egemonia. Gli europei (inglesi e resto del mondo a parte a parte, s’intende), si rassegnino.  Rassegnamoci.

luca.bellocchio@unimi.it


Valentina Pasquali
L’improbabile viaggio di Barack Obama

Chicago, Illinois – L’improbabile viaggio del figlio di un uomo dal Kenya e di una donna del Kansas verso la Casa Bianca cominciò all’estremità sud di Chicago alla metà degli anni ottanta. Obama arrivò a Altgeld Garden da New York City per lavorare come attivista in una non-profit che operava nelle zone più disastrate della città. Tra queste case popolari afflitte da percentuali eccezionali di disoccupazione e criminalità, Obama lanciò, fra le altre cose, un programma che aiutava i residenti a trovare un lavoro.
Altgeld Garden consiste di pochi isolati di modeste case unifamiliari e piccoli appartamenti alla periferia sud di Chicago. Un’enclave separata dal resto della città dal lago Calumet verso est, binari ferroviari abbandonati verso nord, e superstrade tutto attorno, Altgeld Garden rimane un luogo che gli estranei non amano visitare e in cui la polizia raramente si avventura. “Saranno trent’anni che non vediamo un taxi da queste parti”, mi ha detto il giorno delle elezioni Derrick White indicando le due autovetture che hanno portato qui alcuni giornalisti curiosi.
Nonostante la disoccupazione in continuo aumento, l’inquinamento chimico causato dalle industrie della zona che minaccia la salute dei residenti, e la chiusura dell’ennesima fabbrica (uno stabilimento della Ford), il 4 novembre l’atmosfera di Algeld Garden era gioiosa. Da un SUV Toyota color rosso scuro parcheggiato a lato della strada uscivano le note di una canzone rap mentre un gruppo di giovani del quartiere si era radunato sul marciapiede a chiacchierare del voto e di come “uno di loro” stava per essere eletto Presidente degli Stati Uniti.
Derrick White, un signore sui quaranta con indosso un paio di jeans e in testa una bandana nera, lavora come custode in una scuola superiore locale. Si ricorda di Obama solamente dai tempi della campagna per il Senato federale del 2004. In maniera forse sorprendente, sono pochi quelli che ricordano gli anni in cui Obama era Senatore nell’Assemblea statale dell’Illinois, e ancor meno della sua carriera ancora precedente. “Ho pensato da subito che si trattasse di un uomo molto intelligente”, ha dichiarato White, “ma non immaginavo che sarebbe arrivato così lontano così in fretta”. White spera che il Presidente Obama rimetta a posto l’economia e che aiuti a guarire le ferite razziali che hanno afflitto questo paese fin dalla sua fondazione: “Non c’è lavoro da queste parti e la gente non si può permettere di andare dal dottore”. La paura di White, ora, è che la storia si ripeta e che il neo-eletto Presidente  “venga assassinato”.
Molta gente in questo quartiere condivide la medesima preoccupazione. Ne è assolutamente convinto Michael Johnson: “Guarda non ci sono dubbi, Obama non sopravvive al primo mandato, lo ammazzano”. Johnson  lavora come operaio nel settore edile e pensa che la gente di qui abbia bisogno di guardare a un modello di successo che possa offrire ispirazione, proprio come Barack Obama. Soprattutto, i residenti di Altgeld Garden hanno bisogno di lavoro. “La grande industria deve venire qua e assumere i nostri”, mi ha spiegato Johnson indicando le silhouette delle gru all’orizzonte. “Il 99,9% della gente che lavora là non abita in questo quartiere. Dobbiamo assicurarci che i soldi rimangano qui dove ce n’è bisogno”, ha dichiarato Johnson.
Il viaggio di Barack Obama attraverso Chicago – da Altgeld Garden dove cominciò la propria carriera fino a Grant Park dove è stato incoronato martedì notte – riflette in maniera simbolica la sua scalata della scena politica americana. Obama lasciò le case popolari del sud di Chicago nel 1988 per andare a studiare legge a Harvard University. Quando tornò in città l’estate successiva, per un praticantato presso lo studio Sidley & Austin, Obama dovette fare la conoscenza di un secondo quartiere, chiamato South Shore. Qui, infatti, era cresciuta l’allora fidanzata Michelle Robison. Si può quasi dire che Michelle abbia rappresentato la seconda fermata per Obama, che ha ripercorso in pochi anni la traiettoria verso il successo tipicamente seguita dai neri di Chicago generazione dopo generazione. Al contrario di Altgeld Garden infatti, South Shore è un quartiere di lavoratori della classe media, seppur prevalentemente afro-americano. Si trova a nord delle case popolari,  più vicino al distretto degli affari e ai negozi eleganti del centro.
Alcuni bei palazzi di mattoni rossi sono allineati sulla settantasettesima e si affacciano su Jackson Park, che di questi tempi è particolarmente suggestivo per via delle foglie dai mille colori che cadono sul prato dai rami degli alberi. Questi isolati di strade tranquille e ben tenute, piacevoli anche se non necessariamente chic, si trovano tra South Stony Island Boulevard, puntellato di benzinai e fast food, e il Lago Michigan. Dal lungolago si possono vedere i grattacieli di Michigan Avenue all’orizzonte.
Doris Wollman abita nelle Senior Suites, un palazzo di appartamenti a South Shore riservato ai cittadini oltre i sessantadue anni di età, il cui affitto è  parzialmente pagato dal governo. Senior Suites è stato selezionato come seggio per queste elezioni 2008. Anche Wollman, un’infermiera in pensione che riceve il sussidio per disabili da quanto ha avuto un infarto e un aneurisma, si ricorda di Obama solo dai tempi della campagna per il Senato federale: “Sono rimasta da subito davvero colpita dalla sua energia,” mi ha raccontato spiegando che ha immediatamente capito che Obama era una stella nascente. “Mi ricordo del giorno in cui Martin Luther King disse ‘Un giorno’. Quando ho visto Obama parlare, ci ho finalmente creduto”, ha detto Wollman. Wollman sostiene di aver votato per Obama e non per Hillary Clinton nelle primarie per via della situazione internazionale: “Visto che tanti paesi al mondo odiavano l’America ho pensato che sarebbero stati ricettivi di una presidente di colore. Soprattutto nel Medio Oriente”.
Uno che si ricorda di Barack Obama da ben prima del 2004 è, invece, Yesse Yehuda. Yehudah si candidò contro di lui per un posto al Senato dell’Illinois nel 1998 e riuscì a catturare solo il 10% dei voti. Oggi Yehudah è un solitario repubblicano nero tra i tanti democratici che entrano ed escono dal seggio di Senior Suites. Non ha voluto dichiarare per quale candidato abbia votato quest’anno, nonostante abbia reiterato la propria appartenenza al Partito Repubblicano. “Penso Obama sia un politico di qualità. Siamo a un punto talmente basso della storia degli Stati Uniti che mi è sembrato quasi che il paese avesse bisogno di Obama”, ha detto Yehudah. A quanto racconta, si sente più vicino ai repubblicani perché ne condivide i valori in fatto di politica fiscale e di famiglia. Yehudah si dice inoltre convinto che la comunità nera abbia bisogno come il resto del paese di un sistema bipartitico: “Non fa bene a nessuno che tutti i neri siano democratici”. Allo stesso tempo, Yehudah ha ammesso di non essere particolarmente contento della direzione presa dai repubblicani. Non gli piace che si lascino ritrarre come “il partito dei bianchi e ostile alle minoranze”.
L’ultima fermata di Barack Obama sul lungolago di Chicago è stata Hyde Park, un quartiere decisamente benestante che si trova attorno al campus dell’Università’ di Chicago, dove Obama ha insegnato legge per molti anni. Giovani professionisti di colore abitano qui e lavorano all’Università o negli uffici del centro, che è subito a nord. Condomini eleganti si ergono su ampi viali residenziali con la vista sul Lago Michigan. Graziose villette unifamiliari si affacciano sui campi da gioco delle scuole pubbliche del quartiere. Barack e Michelle hanno votato qui questa mattina, alle elementari Shoesmith.
Ramona Storall aspetta, nel giardino fuori la palazzina scolastica, il marito che sta ancora votando. Una poliziotta quarantaduenne in attesa del terzo figlio, ha appena finito di votare per Obama.  “Dal momento in cui lo sentimmo parlare in televisione, tanti anni fa, sapevamo che sarebbe diventato Presidente. Già allora scherzavamo su Obama ‘08”. Storall spera che il Presidente Obama possa fare qualcosa per l’economia. Il prezzo della benzina in crescita ha rappresentato, fin qui, la difficoltà più grossa per la famiglia Storall. Con i genitori che vivono in un sobborgo lontano dalla città, la coppia ha dovuto limitare il numero di visite: “Abbiamo anche smesso di usare la nostra seconda macchina”, mi ha spiegato Ramona.
Mentre gli Storall tornano verso casa, un lavoratore del seggio se ne va per una breve pausa pranzo. Sandra Young ha distribuito schede agli elettori per tutta la mattina. Quanto a lei, ha usufruito del nuovo sistema di voto anticipato. Young ha lavorato con il Obama nel 1993-1994 su un progetto di recupero urbano. L’allora avvocato Barack addestrava i dipendenti di una piccola non-profit, tra cui Young, a aiutare le famiglie povere di Chicago a rinunciare ai sussidi di disoccupazione per cercare lavoro. “Spero che, da Presidente, mantenga le promesse. So che le cose non si possono cambiare in una notte, ma la nostra gente ha bisogno di lavoro”, ha concluso Sandra.
È stato infine Grant Park a segnare l’apice dell’ascesa politica di Obama. Martedì notte, sullo sfondo dei bei palazzi del centro illuminati a festa, il neo-eletto Presidente degli Stati Uniti ha richiamato una folla adorante di oltre 200.000 persone. Bianchi e neri, ricchi e poveri, giovani e vecchi, si sono ritrovati qui per celebrare la sua vittoria nelle elezioni 2008. “Questo è davvero un bel momento; non mi sono mai sentito così orgoglioso di essere americano”, ha urlato Ray Krouze, avvocato trentacinquenne. “Mi sento in maniera fantastica; tutto questo è meraviglioso per gli Stati Uniti e per il mondo intero”, ha fatto seguito Sharon Davis, un’insegnante cinquantaduenne.
Mentre Chicago festeggiava a Grant Park una nazione intera faceva il tifo davanti agli schermi televisivi, nei saloni degli alberghi e per le strade. Per un uomo con un secondo nome come Hussein che è cresciuto tra l’Indonesia e le Hawaii, questa è la conclusione di un viaggio alquanto improbabile. "Per la generazione dei baby boomers che ha vissuto gli anni sessanta questa elezione è la più emozionante da oltre quarant’anni," mi ha detto Evan Brandstadter, un Professore di Storia Americana in pensione che ha insegnato a lungo a Cornell University a New York. Nonostante questo, Brandstadter è preoccupato che le attese nei confronti di Obama siano talmente alte che sarà fin troppo facile deluderle. La metafora che usa per illustrare questa paura è tratta dal film del 1967 Il Laureato. Se ricordate, il film si conclude quando Ben Braddock (Dustin Hoffman) riesce a strappare l'amore Elaine Robinson (Katharine Ross) dall'altare dove si sta per sposare con un altro uomo. I due scappano dai parenti infuriati e salgono su un pullman. "Ecco, in quel momento, dopo che tutto l'entusiasmo e l'eccitazione dell'avventura sono finiti", ha spiegato Brandstadter paragonando gli innamorati a Barack Obama e la folla di sostenitori, "Ben e Elaine si guardano negli occhi con un certo stupore come a dirsi: e adesso?"

valentina.pasquali@gmail.com


Fabrizio Tonello
E ora, i conservatori

Sono passati solo quattro anni dalla notte di novembre 2004 quando non solo George W. Bush fu rieletto ma i repubblicani conquistarono 4 seggi in più al Senato, portando la loro maggioranza a 55 senatori. Sembra passato un secolo. Mercoledi mattina, gli americani si sono svegliati con un presidente afroamericano, 56 senatori su 100 e 254 deputati democratici (81 più dei repubblicani). Barack Obama ha ottenuto una percentuale di voti maggiore di quella di ogni altro candidato democratico dal 1940 in poi, con l’eccezione di Lyndon Johnson nel 1964 (Franklin Roosevelt nel 1944 ottenne lo stesso risultato: 53,4%). Difficile immaginare un ripudio più completo di otto anni di amministrazione Bush.
Lo choc dei risultati elettorali è stato sufficiente per aprire  una guerra all’interno del movimento conservatore e del partito repubblicano,oggi senza guida: ieri i vicepresidenti del gruppo alla Camera sono stati costretti alle dimissioni. Oggi è iniziato un vertice delle personalità e delle lobby più importanti che negli anni scorsi hanno sostenuto i repubblicani, la National Rifle Association, cioè i possessori di armi da fuoco, e le varie organizzazioni anti-tasse, come il Club for Growth, Americans for Tax Reform e altre. Editori come Al Regnery e giuristi come Leonard Leo cercheranno di mettere a punto una strategia per la rivincita. Tutti costoro sono convinti che un’opposizione intransigente, e la delusione che seguirà alle aspettative eccessive create da Barack Obama,porterà una prima rivincita già alle elezioni per il Congresso del 2010, aprendo la strada alla candidatura alla presidenza di un “vero conservatore” nel 2012. Il candidato c’è già: Sarah Palin, idolo della base sudista e rurale del partito.
I seguaci di Newt Gingrich e Tom DeLay, i protagonisti della “rivoluzione conservatrice” degli anni ’90, che conquistarono la maggioranza alla Camera nel 1994 e hanno il sostegno di giornali come lo Weekly Standard e della pagina degli editoriali dello Wall Street Journal sono convinti che quella di Obama sarà una presidenza debole, come quelle di Clinton e di Carter. Il loro slogan è “Combattere fino all’ultimo uomo” e hanno già lanciato una campagna preventiva sul tema delle tasse e del debito pubblico (fingendo di non sapere che il loro presidente, George W. Bush, lo ha triplicato dal 2001 ad oggi).
Il problema di questa strategia è che le elezioni sono state vinte dai democratici proprio perché la campagna del 2008 è stata più quella di Sarah Palin che quella di John McCain (che non la voleva neppure come vicepresidente). Gli attacchi virulenti contro Obama, le accuse di essere “amico di terroristi” e antiamericano, erano distanti anni luce dai veri sentimenti di John McCain, che ha pronunciato il miglior discorso della stagione martedi notte, quando ha detto che Obama si è meritato “il mio rispettoper la sua capacità e la sua perseveranza”. Mentre i sostenitori riuniti a Phoenix quasi non credevano alle proprie orecchie, McCain ha aggiunto: “Il fatto che sia riuscito [a vincere] suscitando le speranze di così tanti milioni di americani che credevano erroneamente di contare poco nell’elezione di un presidente americano è qualcosa che ammiro profondamente e mi complimento con lui”.
John McCain tornerà in Senato, detestato dai consevatori che non lo avevano mai amato, e sarà il principale ostacolo ai piani di ricostruire un partito su posizioni di estrema destra. Non a caso i suoi collaboratori si sono deliziati, ieri, nel raccontare ai media di come la Palin neppure sapesse che l’Africa è un continente, e non una nazione, e di come avesse rifiutato di prepararsi seriamente per l’intervista televisiva con Katie Couric, che ha rivelato al mondo la sua crassa ignoranza.
D’altra parte, un partito conservatore ma non estremista, di opposizione ma pronto a collaborare con Obama, nemico del debito pubblico ma pronto a riconoscere che oggi il problema è uscire dalla crisi in questo momento non c’è. E se ci fosse sarebbe un partito condannato a restare in minoranza per molti anni, esattamente come i democratici quando iniziarono a essere “responsabili” nella loro opposizione a Ronald Reagan. Oggi, i ruoli si sono invertiti e i repubblicani temono un lungo e freddo inverno politico, come quello seguito alle elezioni del 1932 che videro il trionfo di Franklin Roosevelt.

fabrizio.tonello@unipd.it


David Ragazzoni
L’orgoglio di essere concittadino ed elettore di Barack

NEW YORK - Il 4 novembre 2008 sara’ per me non solo uno spartiacque indelebile nella storia politica del nostro tempo, da raccontare ai miei figli con la commozione e l’attenzione di chi lo ha vissuto in prima persona. Sarà nella mia memoria il giorno in cui mai mi sono sentito più orgoglioso di essere cittadino americano. Il 4 novembre 2008 è stata l’occasione per me di votare per la prima volta negli Stati Uniti e di far sentire la mia voce in una circostanza in cui non si poteva rimanere in silenzio. Il seggio elettorale a New York dove mi sono recato a votare poco dopo le 17 contava ancora un’affluenza straordinaria: persone di ogni età rimaste per ore in attesa del proprio turno, perchè, come ci ha ricordato Barack nel suo discorso subito dopo i risultati, sentivano che la loro voce poteva essere, questa volta, la differenza. Il popolo di Times Square in tripudio come se si festeggiasse una palingenesi, i volti rigati dalle lacrime mentre sui maxi schermi passano in diretta le immagini di colui che porterà nel mondo una nuova immagine di cosa significa America, il paese dove ‘tutto può succedere’, e di cosa significa essere Americani nell’America di Obama. La mattina del 5 novembre alle 9 del mattino le copie del New York Times in tutta New York erano esaurite: una copia nel pomeriggio arrivava fino ai 100 dollari, per chi voleva conservare le immagini stampate del giorno in cui la Storia aveva preso una direzione diversa. Mai il mondo e’ stato così unito e così preso nel festeggiare la vittoria di un presidente americano. Mai si sono visti tanti paesi reclamare il proprio contributo nell’aver formato o contribuito anche in tempi remoti ai natali di un presidente USA. Nel discorso che ha pronunciato immediatamente dopo i risultati, Barack non ha utilizzato tonfi trionfalistici, ma ha messo l’accento su quello che adesso serve fare, ha ricordato quanto sia importante lavorare adesso per lasciare ai propri figli un paese migliore. Guardare avanti, non fermarsi nel presente. Otto anni di amministrazione repubblicana in cui le paure radicate nella pancia e nel cuore dell’America sono state manipolate con efficacia vengono ora rimossi per lanciare verso il futuro uno sguardo nuovo. Non lo sguardo trionfante che potrebbe vantare chi ha dimostrato di poter realizzare l’impossibile, ma quello incredibilmente penetrante, deciso e carismatico con cui Barack ha ringraziato l’America che lo ha eletto. Lo sguardo che caratterizza soltanto le forze dolci, le forze più vere e visionarie.

d.ragazzoni@sns.it


Simone Comi
Il Medio Oriente dovrà attendere

Sentimenti contrastanti hanno accolto la vittoria di Barack Obama alle elezioni presidenziali e molti in Medio Oriente si chiedono quale sarà il futuro impegno statunitense nella regione. In Israele, la vittoria del Senatore afroamericano è stata letta come un evento che porterà al rafforzamento delle relazioni tra Washington e Gerusalemme. Sia il Primo Ministro ad interim Ehud Olmert che il Ministro degli Esteri Tzipi Livni si sono detti convinti che l’arrivo alla Casa Bianca di Obama porterà non solo ad un rafforzamento del legame speciale tra i due paesi ma potrebbe essere il primo passo verso il raggiungimento della pace e della sicurezza in Medio Oriente. Nelle dichiarazioni dei leader israeliani si nasconde la convinzione che il neoeletto presidente statunitense si impegnerà in prima persona affinché si possa raggiungere la pace nei territori, ma si dovrà forse tener conto di quali saranno gli scenari internazionali entro i quali Obama dovrà guidare gli Stati Uniti per capire in che direzione andrà l’impegno della nuova amministrazione. Alle speranze di Gerusalemme hanno fatto eco le parole dei leader di Hamas. Il portavoce della formazione palestinese, Abu Zuhri, ha tenuto a sottolineare che un diverso risultato non avrebbe cambiato l’atteggiamento di Hamas, che pare esser in attesa che la nuova amministrazione inizi il suo mandato. Zuhri ha dichiarato inoltre che pur apprezzando le posizioni tenute nel corso della campagna elettorale da Barack Obama non può che auspicarsi un cambiamento profondo della politica estera statunitense nei confronti del conflitto israelo-palestinese, finora contrassegnata dall’appoggio quasi incondizionato degli Stati Uniti nei confronti di Israele. Anche per la leadership iraniana l’elezione di Barack Obama potrebbe significare l’inizio di un cambiamento nelle relazioni con Washington. Definita dall’agenzia di stampa iraniana Irna come una catarsi nazionale la vittoria di Obama è stata letta come segnale della volontà di rinnegare quanto fatto dall’amministrazione Bush per aprire un nuovo corso nelle relazioni con gli Stati mediorientali.
In realtà, è ancora troppo presto per poter prevedere quali saranno gli sviluppi nei rapporti tra gli Stati Uniti guidati da Obama e i vari attori che compongono una regione in cui permane un’alta probabilità di nuovi scontri armati e un’instabilità politica che non può che ostacolare eventuali tentativi di pacificazione. Bisognerà attendere probabilmente la nomina ufficiosa del prossimo Segretario di Stato per capire quale potrebbe essere la posizione della nuova amministrazione rispetto alle questioni fondamentali di politica estera. La sensazione prevalente negli ultimi giorni lascia presagire per il futuro un Presidente impegnato in primis a risolvere la crisi interna, rilanciare l’economia e programmare un’exit-strategy dall’Afghanistan, tutti temi caldi ma quanto mai lontani dalla questione della ri-organizzazione delle relazioni degli Stati Uniti con il Medio Oriente.

simonecomi@hotmail.com


Luciano Fasano
Un paese dove “non tutto” è possibile

"Se c'è ancora qualcuno che dubita che l'America è il paese dove tutto è possibile, che si chiede se il sogno dei Nostri Padri Fondatori è tuttora vivo ai nostri giorni, che è incerto sulla forza della nostra democrazia, ebbene, la risposta l'ha avuto stasera".
E' proprio vero. L'arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca, l'elezione di un Presidente afroamericano centocinquant'anni dopo la fine della schiavitù e cinquant'anni dopo il superamento della segregazione razziale, sta a dimostrare quanto gli Stati Uniti di America siano un grande paese, una grande democrazia. Possiamo forse noi imparare qualcosa da questa lezione?

Diciamolo subito: imitare gli USA non è facile! Non si tratta di un regime democratico come quelli europei. Al di là dell'oceano non ci sono i nostri partiti, le nostre istituzioni, le fratture della politica europea, ma vi è una democrazia molto più plurale, aperta e flessibile, fatta di checks and balances, cittadini e gruppi, governo della legge e forza dell'esecutivo, elezioni (primarie e generali) competitive e leader autorevoli, veri e propri Commander in Chief. Una miscela difficile da riprodurre, complicata da esportare. Ed allora pensiamo al tentativo (più o meno riuscito) del Partito Democratico di importare parte di quel modello nel nostro sistema politico: con le primarie per l'elezione del Segretario, oltre che per la selezione dei candidati Sindaci e Presidenti di provincia e regione; con la scelta di "andare da soli" (così da ricreare, in una certa misura, quell'identificazione fra leader, partito e premiership che contraddistingue le democrazie competitive di matrice anglosassone); con il principio tante volte richiamato della "contendibilità"; con l'idea di "una testa, un voto" (one man, one vote) che avrebbe dovuto fare del nuovo partito un'impresa collettiva di cittadini liberi ed eguali, forti delle loro idee ed opinioni, prima ancora che della loro appartenenza politica e della tessera che si ritrovano in tasca.
Possiamo forse dire che tutto ciò, ovvero che quanto in questi mesi il PD ha proposto nel tentativo di costruire qualcosa di nuovo abbia prodotto un'efficace imitazione del modello americano? Proviamo a rispondere seriamente a questo interrogativo.
Le primarie, per esempio. Vi era forse della contendibilità nel modello che proponeva Veltroni - vincitore annunciato, oltre che intronizzato in quel ruolo dai cosiddetti "maggiorenti" del partito (quelli del caminetto, per intenderci) -, contrapponendogli Rosy Bindi e Enrico Letta al solo scopo di produrre quel minimo di competizione necessaria per lasciare intendere l'esistenza di una sfida per la leadership (Bersani docet!)? Guardiamo le primarie negli Stati Uniti. Una procedura che occupa lo spazio di circa sei mesi, durante i quali diversi candidati liberamente approdati al proscenio si confrontano attraverso dibattiti e consultazioni elettorali di stato in stato. In questo caso, il fattore tempo, oltre che la calendarizzazione delle consultazioni, costituiscono una condizione indispensabile per creare una situazione di reale contendibilità. Il tempo permette ai candidati di presentarsi all'elettorato e di confrontarsi sulle rispettive proposte programmatiche, approfondendone aspetti e implicazioni. Il calendario delle primarie consente di misurare obiettivamente, lungo il procedere della corsa, le reali chance di affermazione di ciascun contendente. Tutto ciò, nel caso delle primarie del PD, non c'era. Il tempo era ridotto al breve spazio di un'estate durante il quale i tre candidati alla segreteria hanno abbozzato un confronto in maniera molto estemporanea. Il calendario era fissato su un'unica data, ossia il giorno in cui le consultazioni dovevano tenersi su tutto il territorio nazionale, senza alcuna possibilità di marcare successi e insuccessi dei singoli candidati, battute di arresto o affermazioni, lungo un percorso costruito per tappe.
La stessa idea di "una testa, un voto" non ha potuto inverarsi secondo le previsioni di coloro che ne erano i più convinti sostenitori, poiché ancora prima che si individuassero le candidature, le rispettive cordate di riferimento erano già fatte, secondo una accurata divisione del lavoro (basti pensare all'equa ripartizione delle spoglie dalemiane fra Veltroni e Letta) che nulla lasciava all'improvvisazione. Per non dire, da ultimo (last but not least) della scelta di "andare da soli", che volendo essere la conseguenza logica della necessità di accreditare il PD nel ruolo di partito a "vocazione maggioritaria" si è di fatto tradotta in un'alleanza incerta con un partner sulla cui scarsa affidabilità si poteva onestamente scommettere fin dall'inizio.
Diciamolo francamente, quindi: è assai difficile che la nostra imitazione del modello americano delle primarie (e delle importanti condizioni accessorie che lo corredano) possa produrre, in prospettiva, un risultato simile a quello che ha portato alla Casa Bianca un outsider come Barack Obama. Ancora lunga è la strada che deve percorrere il PD per poter approdare ad un modello di regole e procedure in grado di riprodurre almeno in una certa misura, e secondo i suoi effetti più benefici, le primarie americane.
Senza peraltro dimenticare che per lo meno il PD ci prova, mentre il nascente PdL non sembra nemmeno interessato a porsi questo problema. E che in generale i partiti italiani conservino delle rigidità nei processi di selezione e ricambio delle classi dirigenti che non hanno pari in larga parte delle democrazie europee. La sfida ovviamente resta aperta. E certamente si tratta di una sfida che vale la pena di essere accettata. Tuttavia non illudiamoci: il nostro non è ancora un paese dove tutto è possibile. E ciò malgrado la straordinaria affermazione di Barack Obama.

luciano.fasano@unimi.it


Laura Specchio e Luciana Matarese
La musica di Obama e dj Uòlter: questione di tinta*

Napoli: Dunque, Obama ha vinto, è riuscito a “sbarackare” Bush ed epigoni. Quello lì, come lo ha chiamato l’avversario (sarà l’euforia, ma mi pare di non ricordare manco il nome), ha dimostrato che le cose possono cambiare se lo si vuole davvero, se si lavora per farlo. Non basta proclamarla, la volontà va agita. Penso questo, e mi torna in mente il “Si può fare” dei democratici nostrani. Più lo ripeto e più il refrain suona stonato. Oggi più che mai, con la musica che arriva dagli Usa.
Milano: La musica, giusto! La nostre melodie hanno poco a che vedere con quelle che vengono intonate oltreoceano. Quella sorta di identificazione con i colleghi democrats, che sembra a tratti trasparire da noi, mi pare eccessiva e volontariamente forzata. Paragoni e parallelismi ci squalificano ulteriormente, purtroppo. Meglio lasciar stare e adoperarsi a prendere qualche ripetizione. Gli unici paragoni che immagino sono puramente antropologici, ma, ahimè, con i repubblicani: il surgelato McCain e la bracconiera Palin. Nel nostro panorama politico-antropologico non è difficile rintracciare somiglianze.
Napoli: Lombroso si divertirebbe, eh? Beato lui, sarebbe l’unico. Più ci penso, alla vittoria di Obama, più leggo della grande ventata di cambiamento negli States, meno mi pare respirabile l’aria in casa nostra, dove si continua a battere su una grancassa sfondata, che restituisce un suono deformato. E’ come se un aspirante cantante, che veste come un cantante, e sulla scorta di un po’ di entusiasmo raccolto, si atteggia come una stella già affermata, dicesse: posso essere Freddie Mercury. Poi apre la bocca per cantare e tu senti la voce di Paperino. Niente da fare come solista, di band non ne parliamo neanche: che dici, Veltroni sarebbe bravo come dj? Raccogliere le musiche diverse che si levano dalle varie parti d’Italia per far ballare il Pd?
Milano: Dj Uòlter! Si tratterebbe però di fare ballare veramente questo partito e non di mettere la solita musica. Operazione che prevede la selezione dei brani musicali migliori, quelli che riescono a coinvolgere veramente. Occorrerebbe dare spazio a voci nuove, a nuovi interpreti, a nuove melodie e nuovi testi, con scelte coraggiose. Mi sembra, invece, vengano messi i soliti dischi, rispolverati di tanto in tanto e al contempo usurati, tanto da non sentirli più in maniera nitida, anzi direi che quasi non si sentono. Del resto hanno l’età dei compositori.
Napoli: Eh, sì. Obama è troppo lontano, al punto giusto per osannarlo senza il rischio che la sua musica penetri nei muri, faccia breccia nelle porte e in fondo venga a dirci che la nostra anima non è morta (stile “La mia banda suona il rock”). Invece di avviare una analisi ragionata di un evento che ha cambiato la storia, la prima idea che dj Uòlter ha partorito è una festa in stile sagra da strapaese. D’altra parte, si sa, imbiancare la facciata è più facile che cambiare le cose nella sostanza. Anche se in questo caso, per imitare, più che imbiancare bisogna scurire. Il primo ad intuirlo è stato Bassolino che, qualche tempo fa, ha esibito una capigliatura grigio fumé virata al nero. Poi, però, qualcuno deve avergli fatto sapere che per imitare Obama non sarebbe bastato e lui, zac, ha “ripiegato” su un biondo stile Santoro. Forse lo ha richiamato all’ordine Veltroni: “Anto’ ma che stai a ffà? Da noi il nero è fuori moda. E poi il cambiamento si proclama, si concorda con gli avversari di partito, mica uno lo può fare così. Musica e colore di capelli restino così, niente fughe in avanti. Andiamo avanti con gli annunci. PACATAMENTE”.
Milano: A proposito di cambiamenti: Obama fa i primi nomi del suo staff: personaggi già noti tra i democrats, alcuni sono ex collaboratori di Clinton… Barack, non deluderci anche tu! E da noi si va IM-ME-DIA-TA-MEN-TE “a rimorchio”. Non vengono ripescate personalità di livello, come accade negli USA, ma i “senza speranza”, quelli che hanno già dato tutto, o peggio, quelli che non ne hanno mai azzeccata una! Così nasce un problema: non sappiamo più di che colore fargli la tinta. Il rischio è un multicolore stile punk slavato dopo l’ennesimo risciacquo in lavatrice. L’effetto finto parrucca è inevitabile.
Napoli: E poi dice che uno si butta sul toupet di Berlusconi!


* Milanonapoli e ritorno
  
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà



   Programma
   Aree tematiche
   Docenti
   Modulo d'iscrizione
   Materiale didattico

   Edizione 2005
   Edizione 2006
   Edizione 2007
   Edizione 2008
   Edizione 2009
    Newsletter
CFP NEWS, tutti i venerdì la Newsletter del Centro di Formazione Politica.

Nell'ultimo numero:

La strana estate

Diagnosi di un sistema avvitato

Afghanistan, l’unica certezza resta il Grande Gioco

Gli americani abbandonano l'ambiente

La sinistra milanese rimandata a settembre

Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

    Archivio primo piano






    RSS
Rss

Centro Formazione Politica - Via Cosimo del Fante, 13 - 20122 Milano - tel. 02 58325661 -
credits