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Home » Newsletter n. 146 - 14 novembre 2008
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 146 – 14 novembre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 146.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Alberto Martinelli
Il punto/ Barack Obama e il summit di Washington


Fabrizio Tonello
Obama, il presidente dei giovani


Valentina Pasquali
I nomi dietro la mobilitazione dei giovani


Davide Biassoni
Obama: un’agenda liberal?


Laura Specchio e Luciana Matarese
All’armi all’armi, Barragan e Ferrara alla crociata: non ci resta che piangere


Simone Comi
Il ridimensionamento dell’arsenale nucleare russo e i rapporti con Usa e Ue


Stefano Florio
Aggiornamento su Expo 2015 – 13 novembre 2008


Chiara Guarnieri
Pd e Milano, un nodo ancora da sciogliere


Valerio Pulga
Istruzione, quante riforme!


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Alberto Martinelli
Il punto/ Barack Obama e il summit di Washington

Domani si riunirà a Washington la Conferenza del G8 allargato a 20 Anche se non accoglierà l’invito di Bush a partecipare, Obama sarà un assente molto presente che avrà l’occasione di comunicare le linee guida della propria strategia per gestire la crisi e di dare una prima risposta alle aspettative molto (troppo?) elevate che si nutrono nei suoi confronti. Che cosa dovrebbe uscire dal summit, anche per effetto delle proposte di Obama?
La Conferenza dovrebbe, in generale, gettare le basi per un processo di rimodellamento dei regimi di governance globale, coinvolgendo tutti gli attori statuali più importanti ed estendendo successivamente la partecipazione ai principali attori non governativi. Dovrebbe dare risposte specifiche alla crisi finanziaria globale con interventi miranti a ridurre lo squilibrio, tra le diverse economie e all’interno di alcune esse, tra la capacità di generare surplus e la capacità di impiegarlo; dovrebbe concordare regole di funzionamento dei mercati finanziari che evitino in futuro la proliferazione dei titoli tossici e i guasti della finanza creativa mediante la creazione di un’organizzazione focalizzata sulle questioni della finanza globale (come il WTO è focalizzato sul commercio mondiale); dovrebbe potenziare il Comitato di coordinamento dalle banche centrali e riformare il ruolo del Fondo Monetario Internazionale, dovrebbe accrescere le risorse e il ruolo della Banca mondiale per rendere più efficaci le politiche di sostegno alla sviluppo sostenibile e di lotta alla povertà.

Gli ostacoli che si frappongono a una efficace strategia multilaterale sono tuttavia formidabili; basti pensare che il sistema degli stati è oggi assai più complesso che nel passato (194 stati formalmente sovrani, 6-10 grandi potenze di cui una con caratteri di superpotenza, il che significa che aumenta di molto anche il rischio dei veti incrociati) e che ad esso si aggiunge una pluralità di attori non statali (imprese, chiese, movimenti, comunità), ognuno in grado di esercitare la propria influenza, poichè anche in virtù della rivoluzione informatica le barriere all’entrata nella politica mondiale si sono molto abbassate. Ma non sembrano esistere alternative praticabili come riconosce lo stesso neo presidente americano; oggi infatti i principali problemi della agenda globale, dalla stabilità finanziaria al riscaldamento terrestre, dal terrorismo al rischio di pandemie, sono al di là della capacità di controllo anche dello stato più potente.
L’agenda è molto impegnativa e richiede tempi lunghi. Ma da subito devono emergere tre fatti: disponibilità alla collaborazione multilaterale delle grandi potenze, capacità di leadership del nuovo presidente americano come primus inter pares, e approvazione di alcuni primi provvedimenti urgenti sia per evitare i fallimenti bancari sia per ridare ossigeno alle economie stagnanti.


Fabrizio Tonello
Obama, il presidente dei giovani

Si è molto scritto che la vittoria di Obama è stata facilitata da un grande entusiasmo giovanile, ma non si è ancora approfondito quale sia stato esattamente il contributo dei giovani al successo della nuova coalizione democratica. Partiamo da questo dato: il 66% dei votanti fra i 18 e i 29 anni si sono espressi per Barack Obama[1]. Questo risultato chiude un lungo periodo in cui la partecipazione al voto dei giovani era stata molto bassa: appena il 37% nel 1996, il 41% nel 2000; già nel 2004 c’era stato un aumento sostanziale (48%) e la Tufts University[2] stima che quest’anno si è finalmente superato il 50%, toccando il 52% (si noti che anche in questo caso, il distacco dalla partecipazione al voto globale dell’elettorato, circa il 62%, rimane molto consistente).
L’importanza numerica del plebiscito per Obama è semplice: questa tranche di età costituiva il 18% dei votanti, quindi circa 23 milioni di elettori (3.400.000 più che nel 2004). Obama ha ottenuto il suffragio di circa due terzi di loro, quindi 15,2 milioni, mentre a McCain sono andati gli altri 7,8 milioni, con un margine di 7,4 milioni di voti a favore del candidato democratico, corrispondente quasi esattamente  alla differenza complessiva nel voto tra Obama e McCain (8 milioni di voti). Questo ci dice che senza i giovani il candidato democratico avrebbe avuto una grande difficoltà ad essere eletto; i margini di vittoria sarebbero semplicemente svaniti negli stati dove ha prevalso di stretta misura (Florida, Ohio, North Carolina, Indiana, Virginia). Questi cinque stati da soli gli avrebbero tolto 86 voti elettorali[3], riducendo la sua maggioranza da un ampio vantaggio (365 a 162) a un ben più modesto 279-259, o meglio 278-260 perché la seconda circoscrizione del Nebraska, dove pure Obama ha prevalso, conquistando uno dei cinque voti elettorali dello stato, gli sarebbe ugualmente sfuggita[4].
Un altro elemento che riguarda il contributo dei giovani alla vittoria del candidato democratico è il fatto che il risultato finale delle elezioni americane dipende fortemente da quanto i due partiti maggiori riescono a mobilitare gli elettori “pigri” e portarli a votare: l’iscrizione alle liste elettorali non è automatica e la percentuale di votanti sulla popolazione adulta ha superato il 60% solo nel 2004 e nel 2008. Questa mobilitazione, che avviene attraverso la propaganda porta a porta (canvassing) e attraverso telefonate agli elettori, ha coinvolto quest’anno milioni di volontari, in gran parte giovani. Ora, l’effetto di una superiore mobilitazione sul territorio è stato ampiamente analizzato dagli studiosi e sappiamo che, in tutti gli 11 stati “incerti” della vigilia dove ha poi vinto Obama, i contatti con i cittadini da parte della campagna di Obama sono stati più frequenti e intensi di quelli avuti dalla campagna di McCain[5].
Non solo: dove i collaboratori di Obama e McCain sono stati ugualmente efficienti nel contattare i potenziali elettori, nel voto Obama ha ottenuto circa 3 punti percentuali in meno di quanto gli attribuissero i sondaggi, probabilmente perché l’elettorato democratico è composto prevalentemente da giovani, minoranze etniche e cittadini a basso reddito, tutti gruppi che votano meno degli anziani, dei bianchi e dei cittadini di reddito medio-alto, se non stimolati da un’azione capillare sul territorio.
Tradotta in cifre, questa analisi significa che, senza il contributo dei giovani volontari, Obama non avrebbe probabilmente vinto neppure in stati come Colorado, Nevada e Pennsylvania, che sono quelli che gli hanno permesso di costruire la sua maggioranza nel collegio elettorale. Se dalla risicata maggioranza di 278 voti elettorali che avrebbe ottenuto senza Florida, Ohio, North Carolina, Indiana, Virginia  togliamo inoltre Colorado e Nevada (14 voti) otteniamo 264 voti, contro i 274 a McCain che sarebbe diventato presidente.

fabrizio.tonello@unipd.it


[1] Pew Research Center
[2] Vedi: http://www.civicyouth.org/?p=323.

[3] Il presidente viene eletto non direttamente dai cittadini ma da un organo ad hoc, chiamato Electoral College, composto di 538 delegati eletti stato per stato. A causa del metodo di attribuzione dei delegati è possibile che un candidato con un numero minore di voti dei cittadini ottenga la maggioranza nel collegio elettorale, come è accaduto per quattro volte nella storia americana, l’ultima delle quali nel 2000.

[4] Al contrario degli altri stati, che attribuiscono l’intero pacchetto di delegati nel collegio elettorale a chi ha ottenuto un solo voto in più da parte dei cittadini, Maine e Nebraska li ripartiscono in modo diverso. In Nebraska, tre delegati sono assegnati al vincitore in ciascuna delle tre circoscrizioni della Camera e i due rimanenti al vincitore del voto popolare. Lo stato nel suo complesso è andato senza difficoltà a McCain, ma Obama ha prevalso nella seconda circoscrizione (Omaha).

[5] Negli exit polls veniva chiesto ai cittdini se erano stati contattati da sostenitori dei due partiti prima di andare a votare. Si veda: http://www.fivethirtyeight.com/2008/11/contact-gap-proof-of-importance-of.html



Valentina Pasquali
I nomi dietro la mobilitazione dei giovani

La vittoria del 4 novembre di Barack Obama, un presidente quarantasettenne, è da considerarsi anche la vittoria di una nuova generazione di elettori americani. Fabrizio Tonello scrive della partecipazione dei giovani al voto e di come la mobilitazione dei cittadini tra i 18 e i 29 anni di età sia stata fondamentale all’elezione del Senatore dell’Illinois.
Esiste anche un altro aspetto importante di questa tendenza dei giovani a occuparsi di politica. Ovvero si conta un numero sempre crescente di adulti sulla trentina che rivestono ruoli centrali nel mondo dei media, ad esempio come opinionisti di fama, e nel mondo dell’attivismo.
Basti pensare a Markos Moulitsas, che è il fondatore e redattore principale del blog liberal
Daily Kos. Lanciato nel 2002, il sito raggiunse il milione di visitatori già nel primo anno di vita. Oggi Daily Kos raccoglie oltre due milioni di visitatori al giorno. Moulistas, che ha trentasette anni, ha seguito la campagna presidenziale americana del 2008, ma anche tutte le competizioni per il Senato e la Camera, prestando particolare attenzione alle storie di corruzione e agli scandali che hanno macchiato Deputati, Senatori e candidati vari in particolare appartenenti al Partito Repubblicano. Per chi segue la cosiddetta blogosfera e si interessa del dibattito progressista in America, Daily Kos è diventato un punto di incontro fondamentale.
Sul lato dell’attivismo, va segnalata la storia di Eli Pariser, ventisettenne Direttore Esecutivo del movimento progressista MoveOn. Un giovanissimo Pariser, ancora all’università, si fece conoscere già nel 2001 quando lanciò una petizione su Internet per domandare al Governo di rispondere agli attentati dell’undici settembre in maniera non violenta. In meno di un mese 500.000 persone avevano firmato l’appello. Avendo notato immediatamente il talento del giovane, i fondatori di MoveOn Wes Boyd e Joan Blades gli offrirono un lavoro. A ragione. Nel 2004 Pariser inventò un secondo progetto geniale. Durante la sfida tra George W. Bush e John Kerry, l’allora ventitreenne ideò una competizione per il pubblico Internet americano. Invitando gli internauti a partecipare con la produzione di uno spot televisivo che descrivesse il Presidente Bush in 30 secondi, Pariser diede vita a un grande movimento popolare e fu in grado di raccogliere oltre 30 milioni di dollari, soldi che andarono poi a finanziare altri spot elettorali a sostegno di candidati progressisti. In sostanza, Pariser fu tra i primi a scoprire e mettere a frutto le possibilità di mobilitazione offerte da Internet e che sarebbero state riprese quest’anno con particolare successo dalla campagna di Obama.
Un'altra storia simile, sebbene non legata a un partito o a un candidato particolare, è quella dell’astro nascente James Kotecki, un ventiduenne di recente laureato a Georgetown e diventato in meno di due anni tra i più rinomati commentatori politici del paese. Kotecki ha cominciato la propria carriera nei dormitori dell’università nel 2007, quando iniziò a mettere su YouTube brevi video in cui commentava con ironia e molti riferimenti pop gli ultimi pettegolezzi della campagna elettorale per le elezioni del 2008. Grazie al successo raccolto su Internet, Kotecki riuscì a convincere il candidato repubblicano Ron Paul a farsi intervistare di persona, producendo così la prima intervista mai condotta nel dormitorio di una università. Seguirono John Edwards, Mike Huckabee e Chris Dodd. Oggi Kotecki continua l’attività di opinionista YouTube, ma a livello professionale, con KoteckiTV, un video-blog ospitato dal Politico, un magazine web dedicato alla politica nazionale americana.
Nonostante sia stato Barack Obama a capitalizzare sul rinnovato attivismo dei giovani, una mobilitazione simile esiste anche a destra, seppur in proporzioni minori.
Michelle Malkin, trentottenne d’origine filippina, è l’equivalente conservatore di Moulitas. Michellemalkin.com fu lanciato nel 2004 ed è oggi considerato uno tra i cinque blog conservatori più importanti. Il sito offre commenti e opinioni quotidiane sulla politica americana in sostegno alla causa repubblicana negli Stati Uniti.
Infine, per quanto riguarda il mondo dell’attivismo di destra, Adam Brickley è considerato in parte responsabile per la selezione di Sarah Palin a candidato repubblicano alla vice-Presidenza. Studente all’ultimo anno dell’Università del Colorado, Brickley lanciò l’anno passato un blog chiamato Draft Sarah Palin for Vice President. A soli ventuno anni, Brickley avrebbe contribuito a creare il clamore attorno al nome di Palin che poi avrebbe portato il Governatore dell’Alaska alla fama nazionale. Naturalmente, molti pensano che il blog dello studente del Colorado sia in realtà stato usato da coloro che, interni al Partito Repubblicano, premevano già da tempo per la scelta di Palin. Fatto sta che Brickley è l’ennesimo giovane che si fa conoscere al pubblico americano grazie a un utilizzo ingegnoso di Internet.
Di storie come quelle raccontate fin qui ce ne sono molte altre. Questa vuole essere una panoramica riassuntiva di un movimento che sta cambiando la politica americana dal basso, grazie soprattutto alle nuove tecnologie e alla creatività mostrata da alcuni giovani nell’utilizzarle.

valentina.pasquali@gmail.com


Davide Biassoni
Obama: un’agenda liberal?

Fra i tanti illustri paragoni, Barack Obama è stato accostato all’Imperatore Adriano e al Presidente Franklin Delano Roosevelt. Insomma, sul neoeletto inquilino della Casa Bianca gravitano aspettative enormi. La sua vittoria ha rivitalizzato la centralità di concetti quali opportunità e merito che ogni paese democratico, liberale e aperto al futuro dovrebbe fornire e garantire pienamente. Per vedere Obama nel pieno delle proprie funzioni presidenziali bisognerà comunque attendere ancora un paio di mesi con l’inizio ufficiale dell’incarico. La sua agenda politica sarà ben fitta di temi scottanti, tra cui dovrebbero primeggiare le questioni di politica internazionale con due guerre in corso (Afghanistan e Iraq). Si vedrà, allora, se gli States, “sceriffi” del pianeta, seguiranno metodi e strade diverse da quelle tracciate da George W. Bush, soprattutto in Medio Oriente e nei rapporti con l’UE e la Russia (sempre più irritata dalla sensazione di “accerchiamento” da parte della Nato). Tuttavia, e con parziale sorpresa, la polemica di questi giorni è scoppiata attorno alle questioni interne etiche e valoriali, a dire quelle issues che nella campagna elettorale italiana della primavera passata furono completamente eluse dal dibattito politico. Il profilo programmatico di Obama sui temi “sensibili” si impernia su diversi punti programmatici o, quantomeno, su intenzioni annunciate prima del voto di settimana scorsa: sì alla ricerca sulle staminali embrionali, come dimostrò il suo voto favorevole nel 2005 a una legge (poi bloccata dal veto presidenziale) che autorizzava fondi federali, per la ricerca sulle staminali, ricavati da embrioni scartati dalle cliniche della fertilità; sì al diritto all’aborto sancito dalla sentenza «Roe vs. Wade» della Corte Suprema che stabilì come la maggior parte delle leggi contro l’aborto violassero il diritto costituzionale alla privacy; sì alle unioni omosessuali e alle adozioni, ma contrarietà sia ai matrimoni gay, da un lato, sia, dall’altro, a vietarli formalmente tramite un emendamento alla Costituzione in quando ritenuto discriminatorio; infine, sì alla pena di morte per i crimini più efferati e gravi. In particolare, l’affaire della ricerca sulle staminali embrionali sembrava aver segnato una prima incrinatura fra USA e Santa Sede, subito sedata da una telefonata distensiva (ma già in programma) fra Obama e Papa Benedetto XVI. Tanto rumore per nulla o i prodromi di uno scontro che dividerà la parte più liberal da quella cattolica? Eppure, allo stato attuale delle cose, avvicinare Obama a Zapatero appare davvero esagerato. Il primo banco di prova? Non solo la politica interna, ma anche il ritiro delle truppe dall’Iraq, a meno che questo non si concretizzi in un semplice re-deployment di soldati in un’altra zona a rischio del mondo.

biassoni_davide@yahoo.it


Laura Specchio e Luciana Matarese
All’armi all’armi, Barragan e Ferrara alla crociata: non ci resta che piangere

Milano: Il Vaticano non ha perso tempo: attento Obama! Vietato usare le cellule staminali embrionali. Ma no, che dico? Sono semplici e innocenti indicazioni. Non sia mai che si pensi che il Vaticano voglia imporre la propria volontà. Non punta mai il dito su nessuna questione, nemmeno quando il cardinale Barragan, presidente del Pontificio consiglio per la Salute, afferma: sospendere l'idratazione e l'alimentazione in un paziente in stato vegetativo è "una mostruosità disumana e un assassinio". Personalmente mi colpisce la violenza di certe affermazioni, soprattutto operata disinvoltamente da un uomo di Chiesa, con scarsissimo riguardo ai familiari di Eluana Englaro.

Napoli: Cara mia, lo dicevano i latini: nomen omen. Che il rimando sia a Barracuda, che sia a Barbacane, sto Barragan non promette niente di buono. Entrambe le parole, infatti, rinviano ad una volontà di difendere con tutti i mezzi, siano essi denti affilati o bastioni invalicabili, proprietà acquisite, come nel caso in oggetto è il pensiero, la struttura mentale su una determinata questione. E se il buongiorno si vede dal mattino, siamo rovinati.
Milano: A dire il vero, per usare un paragone meno colto, a me Barragan fa pensare a Callagan, l’ispettore, una specie di giustiziere, ma Clint Eastwood era tutta un’altra cosa. L’irrigidimento, l’aggressività, l’ingerenza, l’intolleranza nei confronti dell’autodeterminazione delle persone mi sembra abbiano poco a che fare con il messaggio cristiano. Di fronte a certe posizioni non intravedo possibilità di confronto e di dialogo, ma solo dettami rigidi con cui non si può interagire. Sai qual è il problema? Il caso di Eluana crea un precedente che potrebbe diventare “scomodo”. Così mi spiego la preoccupazione da parte delle gerarchie ecclesiastiche!
Napoli: Scomodo per ragioni economiche. Ed ecco le crociate, brandendo crocifissi e ostensori, contro l’infedele, insinuando i rischi di scomunica per chi non intende certo sostituirsi a Dio, ma solo evitare inutili scempiaggini, a sé e ai suoi simili. Non parlo neanche di sofferenza, perché chi è nello stato in cui è Eluana, e nel quale potrei trovarmi anch’io tra un’ora, non può più neanche soffrire. Sofferenza, per me ora, è leggere le concioni di un Ferrara (che ha più tessere di partito in tasca che peli in testa e sulla faccia (e chissà sullo stomaco), partito lancia in resta a difendere la volontà di restare, qualora dovesse non essere più cosciente, attaccato ad una macchina. Soffro, ma accetto il suo punto di vista, e vorrei si facesse altrettanto con quello di Eluana e con il mio. Perché ognuno non può decidere per sé, anche nel rispetto di quanto si legge nella nostra Costituzione? Ma può Dio non impietosirsi dinanzi ad un corpo crocifisso in un letto da quasi diciassette anni, con il cervello bruciato dai medicinali? E in tutto questo la politica che fa? Tace.
Milano: Sulle ragioni economiche di chi sostiene certe posizioni sono d’accordo. Difficili da giustificare altri motivi: il potere, il controllo sociale? Anche! Tuttavia appaiono come elementi funzionali a quello principale che hai citato tu. E’ pur vero che le crociate si fecero per lo stesso motivo!
La politica tace, ma tacere è già prendere una posizione netta. Inoltre, non siamo in presenza di vuoto legislativo su temi eticamente sensibili, ma questo non basta, come al solito: si parla di disegni di legge, un’altra volta! Sappiamo bene quale sia il valore di questi ultimi (molto spesso carte da infilare nell’ultimo cassetto) e che devono soddisfare posizioni, culture e sensibilità differenti. Il solito ibrido che non accontenta nessuno, ma che un politico ipocrita troverebbe “soddisfacente!” perché frutto di un’ottima “mediazione”, condito di sorrisone finale. Ma chi può essere legittimato a decidere per me su questioni del tutto personali? Perché dovrebbe decidere qualcun altro della mia vita? In molti sostengono: “Perché viviamo in comunità”. Ma le scelte che riguardano la mia sfera personale, come possono essere condivise da una comunità di individui, soprattutto quando, una volta operate, non arrecano danno agli altri? In tal senso sarebbe la comunità ad arrecare danno a me, qualora mi imponga le sue. Questioni sulle quali nell’anno 2008 non si dovrebbe neanche più discutere. Forse avrebbe un senso se fossimo nel 2008 a.C.
Napoli: Il rumore assordante del silenzio arriva comunque alle orecchie. E lo sciabordio dell’acqua di quanti, come ha fatto il Pd, preferisce lavarsene le mani per non rendere evidenti spaccature che tutti sanno esserci nel partito sulla questione. Mentre il Vaticano “consiglia”, puntando l’indice contro chi crede sostituirsi a Dio, e la politica gioca a nascondarèllo, ogni giorno, nel Paese, dei medici, loro malgrado, sono costretti a decidere per Eluana e le altre millenovecentonovantanove che si trovano nelle sue condizioni. Importa forse a qualcuno? Ma no, fino a quando la ruota della fortuna gira. E se si fermasse su di voi?


Milanonapoli e ritorno
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà


Simone Comi
Il ridimensionamento dell’arsenale nucleare russo e i rapporti con Usa e Ue

Come previsto dalle disposizioni del trattato SORT (Treaty On Strategic Offensive Reduction) la Russia sta procedendo con il ridimensionamento del settore degli armamenti strategici nucleari, che dovrebbe portare entro il 2012 ad una riduzione del numero di testate nucleari compreso tra le 1700 e le 2200 unità rispetto alle 5500 attuali. Anche la Strategic Rocket Force, corpo delle Forze Armate che controlla le unità nucleari strategiche di terra, è stata coinvolta nel processo di riorganizzazione che porterà un calo importante nel numero dei vettori e la dismissione di parte delle divisioni che la compongono. La riforma dell’arsenale nucleare russo voluta dal Cremlino dovrebbe portare ad una drastica riduzione del numero delle testate nucleari destinate ai missili balistici intercontinentali (ICBM) e di quelle riservate all’utilizzo aeronautico mentre potrebbe esserci un incremento nel numero di testate trasportate con missili balistici lanciati da sottomarini (SLBM). Il programma di riorganizzazione e ammodernamento dell’arsenale nucleare voluto dal Cremlino potrebbe però incontrare parecchi ostacoli prima di raggiungere gli obiettivi minimi per cui è stato pensato.
Nell’ultimo biennio i tecnici russi hanno dovuto rivedere e modificare i due progetti più ambiziosi: la realizzazione di un nuovo missile balistico denominato Bulava e il progetto per una nuova classe di sommergibili a propulsione nucleare chiamata Borei. Entrambi i progetti sembrano per il momento bloccati da problemi tecnici di non semplice né rapida risoluzione ed il successo parziale dell’ultimo lancio di prova del Bulava non sembra essere un miglioramento importante rispetto ai test precedentemente effettuati. Debolezze strutturali o lacune nella riorganizzazione dei corpi delle Forze Armate che controllano le unità nucleari strategiche potrebbero quindi bloccare le ambizioni russe. Se alla riduzione quantitativa dell’arsenale nucleare non corrisponderà un sostanziale miglioramento qualitativo delle tecnologie non è da escludersi la possibilità che il progetto si riveli un fallimento che potrebbe avere ricadute importanti sulla capacità del Cremlino di porsi come interlocutore di prima grandezza nelle sedi internazionali e sui tavoli negoziali più delicati.
L’avvento della nuova amministrazione statunitense potrebbe rappresentare il punto di svolta fondamentale per il cambiamento dei rapporti tra Washington e Mosca e non è da escludersi la possibilità che il futuro delle relazioni russo-statunitensi possa condizionare fortemente gli equilibri diplomatici con alcuni paesi dell’UE. Silvio Berlusconi è stato finora l’unico tra i leader europei ad intervenire pubblicamente nella disputa riguardante la realizzazione dello scudo spaziale e il possibile dispiegamento di missili nella base russa di Kaliningrad, ma il ritorno allo spirito di Pratica di Mare auspicato dal Presidente del Consiglio sembra essere ora l’evento con il minor grado di probabilità di verificarsi nel prossimo futuro.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com


Stefano Florio
Aggiornamento su Expo 2015 – 13 novembre 2008

Come riportato anche dalla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP, negli ultimi giorni sono circolate non solo le classiche voci di corridoio che poi spesso si rivelano infondate ma anche pubbliche dichiarazioni tutte tese a gettare ombre in ordine all’avvio del processo di avvicinamento ad Expo 2015.
Addirittura alcune ne hanno messo in dubbio l’organizzazione stessa disegnando uno scenario di possibile disimpegno da parte del Governo, cosa che già in altre circostanze è capitato a città scelte come sede dell’iniziativa (ad es. Dugny nel 2004). Opzione questa che rappresenterebbe per Milano e per l’Italia una figuraccia internazionale molto grave e, in chiave più nazionale, l’ennesima sconfitta delle lobbies milanesi – assolutamente bipartisan – rispetto agli interessi del governo.
Ma vediamo gli sviluppi delle ultime 2 settimane.
Innanzitutto il Sindaco e Commissario Moratti ha proceduto ad inviare (o dovrebbe aver proceduto ad inviare) a Palazzo Chigi e agli altri soci della futura Soge atto costitutivo e statuto, documenti questi necessari per l’avvio ufficiale di qualsivoglia operatività e di questi, ma anche di altro, si è discusso a Roma lo scorso 7 novembre in occasione dell’ultima seduta del Comitato di Pianificazione. L’intenzione della Moratti è arrivare con delle decisioni definitive entro la seduta dell’Assemblea Generale del Bie convocata per il prossimo 2 dicembre a Parigi. Si rimanda per i contenuti dei due documenti e ai resoconti della seduta ai due articoli di Marco Alfieri apparsi sul Sole 24 ore e presenti in rassegna stampa (articoli rispettivamente del 6 e dell’8 novembre).
Solo un commento: davvero curioso che alla riunione non fosse presente nessun rappresentante del Ministero dell’Economia dal momento che di fatto è Tremonti il socio che deterrà la quota di maggioranza e che, soprattutto in una fase così delicata per gli equilibri nazionali e internazionali, nulla attualmente sfugge al suo attento vaglio…..forse è poco interessato all’argomento? In secondo luogo sono accaduti almeno un paio di eventi che segnalano quanto di Expo in questo momento ci sia poca voglia di discutere a Roma: innanzitutto la bocciatura di un emendamento presentato dalla Lega – con somma arrabbiatura dei suoi vertici ma non solo - che, se approvato, avrebbe consentito l’attivazione di lotterie e/o giochi a premio i cui proventi sarebbe stati destinati al finanziamento dell’operazione Expo – come tra l’altro ipotizzato all’interno del dossier di candidatura della città. Poi la dichiarazione rilasciata dal Sottosegretario alle Infrastrutture Roberto Castelli lo scorso 10 novembre secondo il quale è irrealistico che il Governo possa interamente farsi carico dei circa 3 miliari di Euro (c’è chi dice che in realtà sia ancora da reperire 1 miliardo e 800 milioni) necessari per la realizzazione delle opere previste aggiungendo che una rilevante quota di questi dovrebbero essere coperti da finanziamenti privati.
Anche qui un commento: quanto affermato dal Sottosegretario da un lato corrobora il tradizionale e tutto meneghino interventismo fatto proprio da mecenati  e benefattori privati in ordine ai grandi eventi che hanno caratterizzato da sempre la storia della città – soprattutto per supplire spesso all’ assenza di finanziamenti provenienti dal Governo centrale - e dall’altro colpisce molto la disparità di atteggiamenti e trattamenti (in termini di celerità nelle decisioni e generosità nei trasferimenti concessi) fra quanto sta emergendo ora rispetto ad Expo in relazione a quanto invece accaduto alcune settimane fa per i casi dei dissesti di Catania e Roma. Si dirà che il momento è difficile e che ci sono altre priorità…..ma dove sta scritto che si debba necessariamente intervenire – e come detto con solerzia e magnanimità – per rimediare all’incapacità (per non dire altro) di amministratori locali colpevoli di così gravi dissesti?
In terzo luogo è di queste ultime ore l’emergere di un paio di proposte alternative finalizzate al reperimento dei fondi necessari: da un lato l’ipotesi di introdurre una specifica tassa di scopo e dall’altro l’emissione di BOC, cioè di buoni ordinari del Comune a scadenza decennale e con rendimenti legati a quelli dei BOT. Vedremo gli sviluppi di queste proposte.
Mentre per quanto riguarda i nomi di coloro che siederanno nel CdA della Soge, il primo nome ufficialmente indicato è quello della Presidente di Assolombarda Diana Bracco mentre per gli altri quattro posti ancora da assegnare la rosa dei papabili rimane sostanzialmente la stessa che circola da alcune settimane.
Come detto poi, fra gli elementi di criticità, c’è anche la tempistica di realizzazione delle opere previste soprattutto perché non siamo esattamente un paese che brilla in quanto ad efficacia ed efficienza nella gestione di tali procedure (su questo si legga l’articolo di Sergio Rizzo apparso sul Corriere della Sera martedì 11 novembre,) Su questo fronte c’è stata invece una positiva novità: su proposta del presidente Roberto Formigoni, la Giunta regionale lombarda ha approvato mercoledì scorso 12 novembre la delibera di promozione dell'Accordo quadro di sviluppo territoriale (Aqst) per Expo 2015. In pratica, il testo che verrà sottoscritto da Commissario straordinario delegato, Regione Lombardia, Provincia di Milano, Comune di Milano, Camera di Commercio di Milano e SOGE dovrebbe garantire un coordinamento unitario di tutti gli interventi necessari al pieno successo di Expo, accelerando e semplificando l'iter dei progetti da realizzare, e assicurare anche il massimo coinvolgimento e la partecipazione di tutto il territorio regionale.
Dulcis in fundo la notizia che forse meglio di altre inquadra la situazione di forte confusione ed incertezza che regna oggi intorno all’avvio di Expo: il fatto cioè che parrebbe – perché ormai è consuetudine utilizzare solo il condizionale…. – che il Decreto firmato dal Premier il 22 ottobre scorso non sia né comparso ancora sulla Gazzetta Ufficiale né sia stato registrato dalla Corte dei Conti; anche in questo caso: cosa c’è sotto? Solo problemi tecnici? O anche decisioni politiche ancora da prendere?
Ciò detto, alla prossima puntata auspicando che le diverse criticità oggi in essere, trovino presto una loro positiva risoluzione.

s.florio@libero.it

ps. mi sia consentita una riflessione finale che solo in parte è connessa ad Expo limitatamente alla questione della criticità legata alla difficoltà nel reperimento dei fondi: di fronte ad un quadro nazionale ed internazionale di fortissima criticità e di generalizzati richiami all’adozione di comportamenti e stili di vita improntati all’austerità, davvero offensivo e non meritevole di qualsiasi ulteriore commento leggere quanto riportato mercoledì sulle colonne del Corriere della Sera.


Chiara Guarnieri
Pd e Milano, un nodo ancora da sciogliere

Aspetto con curiosità di conoscere l’esito dell’elezione del coordinatore milanese del Partito democratico che avrà luogo domenica 16 novembre, ritengo infatti che tale elezione costituisca un importante indicatore della capacità che ha avuto il Pd di evolversi all’interno della città.
La sinistra a Milano ha collezionato decenni di sconfitte perché, nonostante la relativa vivacità delle sezioni e l’operatività della militanza, non è riuscita a destare l’interesse e a guadagnarsi la fiducia di gran parte della popolazione. Se si considera il ruolo che Milano ricopre, anche simbolicamente, nel Paese, questo dato può essere interpretato come l’incapacità da parte della sinistra di intercettare le esigenze della componente più attiva e produttiva della nazione.
Vale la pena di notare che proprio a Milano alle elezioni politiche il Pd ha registrato un risultato significativamente più positivo rispetto alla media nazionale, e soprattutto di gran lunga migliore se comparato all’esito delle politiche del 2006, dove la sinistra comprendeva anche le ali più radicali. Questo significa che la svolta in senso moderato e le proposte riformiste di Veltroni a Milano sono state particolarmente apprezzate. A questo dato, che avrebbe dovuto incoraggiare la definitiva modernizzazione della sinistra, non si è prestata sufficiente attenzione. Al contrario, all’indomani delle elezioni c’è stato un progressivo ripiegamento del Pd su posizioni “conservatrici”.
Ora, come si inserisce in questo scenario la competizione per il coordinamento cittadino tra Stefano Draghi e Davide Corritore?
La diagnosi delle difficoltà della sinistra a farsi interprete dei bisogni della società è condivisa, ma le risposte divergono radicalmente. I due candidati promuovono due idee di partito profondamente diverse. Draghi intende rafforzare la rete dei circoli e l’attività dei militanti per ampliare la partecipazione, ovvero ritiene che attraverso una maggior capillarità del partito sul territorio si possa contrastare la disaffezione per la politica che tanto danneggia la sinistra, riproponendo quindi un modello organizzativo  analogo a quello che ha caratterizzato i vecchi partiti della sinistra. Davide Corritore propone un partito che si faccia interlocutore delle diverse tipologie di soggetti cittadini non attraverso il potenziamento dei circoli, ma promuovendo modalità diverse di dialogo, propone un partito che si faccia cinghia di trasmissione delle diverse esigenze della città, che sia capace di uscire dagli schemi noti, uscire dalla autoreferenzialità dei militanti per potersi fare interprete delle esigenze più articolate della città.
Se ne ricavano due scenari assolutamente diversi, a partire dai quali ci si domanda se l’impegno del coordinatore cittadino debba essere prevalentemente orientato alle attività dei circoli e avere come obiettivo l’allargamento della militanza attiva, oppure se l’obiettivo sia da individuare al di fuori di questo recinto e il compito del coordinatore sia quello di proiettare piuttosto il dibattito politico all’esterno della militanza attiva. Si tratta di decidere se debba essere la società ad avvicinarsi alla politica o la politica a doversi avvicinare alla società.
È opportuno ricordare che il voto verrà riservato ai coordinamenti dei circoli, ai consiglieri di zona, comunali, provinciali e regionali, ai parlamentari nazionali ed europei. Non esprimerà dunque la volontà del potenziale elettore del Pd, ma registrerà l’orientamento dei rappresentanti politici e del circuito dei circoli. Sarà dunque molto utile per capire se tra coloro che si impegnano attivamente in politica si è fatta strada la convinzione che l’interloquire con la società nel suo complesso costituisce una risorsa oppure se si continua a coltivare il culto dell’autoreferenzialità.
Sarà l’occasione per verificare se il Pd a livello cittadino ha lo sguardo rivolto verso un “rassicurante” passato oppure ha il coraggio di guardare avanti.

chiara.guarnieri@fastwebnet.it


Valerio Pulga
Istruzione, quante riforme!

La riforma Gelmini ha aperto un dibattito di ampio spettro: dalle sale convegni coi dibattiti degli intellettuali sino alle strade con le manifestazioni degli studenti. Eppure quest’onda di protesta sull’inadeguatezza delle riforme scolastiche avrebbe dovuto già da anni innalzarsi. La generazione degli anni ‘80, ad esempio, ha avuto una vita scolastica a dir poco turbolenta: la modifica degli esami di riparazione e i corsi di recupero, quella degli esami di maturità e quella dei corsi universitari… tutti cambiamenti che hanno deteriorato i livelli di preparazione dei ragazzi. L’elemento più preoccupante delle riforme in ambito scolastico è proprio quello di non convincere, di non saper prevedere le conseguenze negative di certe decisioni; la prova lampante di questa situazione è il perdurare in parallelo di nuovi e vecchi ordinamenti con tante matricole che ancora preferiscono questi ultimi.
A dimostrazione di questa degenerazione è interessante soffermarsi su un settore dell’istruzione molte volte sottovalutato: la formazione musicale.
Se l’università è stata riorganizzata con il D.M 509/99, i conservatori lo sono stati con la L.508/99. Il diploma di musica al conservatorio si conseguiva dopo 7 – 10 anni (a seconda dello strumento) di studio teorico e pratico, da frequentante o da privatista (gli esami di abilitazione erano comunque da sostenersi al conservatorio) a partire da qualsiasi età senza entrare in conflitto con la formazione scolastica obbligatoria che si svolgeva in parallelo.
Con la riforma, il conservatorio è divenuto “università”: due livelli di laurea, obbligo di frequenza,  accessibilità (in presenza di un livello musicale adeguato) dopo il diploma e impossibilità di essere iscritto a due atenei. Così, dopo nove anni, i conservatori ancora propongono e accettano il vecchio ordinamento. Come mai? Potendo accedere al conservatorio solo dopo la maturità, servirebbero delle scuole per portare i bambini/ragazzi al livello d’ingresso e di scuole musicali che possano svolgere questo compito ce ne sono in abbondanza, tuttavia, che ne sarebbe del parco docenti e allievi dei conservatori e degli istituti parificati? E poi, di fronte alla scelta obbligata tra una università “classica” e quella musicale, quanti in prospettiva occupazionale si iscriverebbero a quest’ultima?

huntervl@vodafone.it

 

 



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