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Home » Newsletter n. 147 - 21 novembre 2008
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 147 – 21 novembre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 147.

E' con soddisfazione che vi annunciamo l'apertura delle iscrizioni alla V edizione 2009 del Centro di Formazione Politica.

Cliccando qui troverete tutte le informazioni indispensabili per l'iscrizione.

Cogliamo inoltre l'occasione per invitarvi al convegno organizzato dal Centro di Formazione Politica e da Politeia, in collaborazione con Astrid, dal titolo: "Quale futuro per l'università italiana?".
Il convegno si terrà lunedì 1 dicembre 2009 dalle 14.30 alle 19.30 a Milano presso il Teatro Franco Parenti.
Interverranno, tra gli altri, Giliberto Capano ,  Giuseppe Catalano, Daniele Checchi, Umberto Eco, Andrea Ichino , Francesco Merloni , Luciano Modica, Marco Santambrogio,
Salvatore Veca, Giovanna Zucconi
.
Clicca qui per il programma completo.



Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Where is the bottom?


Valentina Pasquali
La crisi dell’automobile e la rivoluzione verde


Fabrizio Tonello
Obama vuole avere con sé perfino lo sconfitto McCain


Simone Comi
Si chiamerà White Stream l'alternativa UE al gas russo?


Davide Biassoni
What’s “left”?


Laura Specchio e Luciana Matarese
Alla faccia di Facebook!


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Where is the bottom?

Where is the bottom? Si chiedeva il NYT dinnanzi all’ennesimo record negativo del Dow Jones, sprofondato sotto quota 8.000 punti ai valori di cinque anni fa. Quando toccheremo il fondo e inizierà la rinascita? Nonostante che i ripetuti crolli delle borse mondiali abbiano falciato con furia iconoclasta i corsi azionari di tutti i comparti -  dal bancario-assicurativo all’energetico, dall’automobilistico all’immobiliare - si ha l’impressione che la “correzione” non sia finita o che addirittura Wall Street debba ancora scontare la crisi di Main Street, con il crollo dei consumi, l’aumento della disoccupazione, il rincaro del credito, la spirale deflativa, insomma, la recessione.
Nell’immediato, uno spettro grava sulle sorti dell’economia reale: la crisi del settore automobilistico. Crisi mondiale che ha tuttavia in Detroit il suo epicentro. La sede delle tre grandi - GM, Chrysler e Ford – rischia, infatti, di passare da capitale dell’auto a capitale della disoccupazione, se Washington non varerà al più un presto un piano di salvataggio. I Repubblicani sono reticenti, così come una parte dei Democratici, ma l’America (l’America di Obama) non può permettersi il fallimento di GM che rischierebbe di essere per l’economia reale quello che il fallimento di Lehman Brothers è stato per il mercato finanziario: l’epicentro della crisi, il punto di non ritorno, ciò che in fisica potrebbe dirsi “l’orizzonte degli eventi”.
E dall’altra parte dell’Atlantico? L’Europa corre ai ripari, si sta attrezzando per arginare il ciclone che si abbatterà sull’economia reale; ma, ancora una volta, non sembra in grado di saper cogliere la guida dei processi di trasformazione mondiale. Dopo l’iniziale dinamismo diplomatico di Sarkozy, il protagonismo di Brown e della sua ricetta salva-banche, e nel doppio vuoto del ruolo di Berlino (vuoto economico, perché la Germania non riesce più ad essere la locomotiva del continente; e vuoto politico, perché la Germania della Merkel, come ha sottolineato Carlo Bastasin, è sembrata essere fino ad oggi un soggetto frenante) l’Europa sembra tornata al più classico dei clichés: una divisa e spaventata Europa delle nazioni, dove ciascuno cerca di salvare se stesso.
E l’Estremo Oriente? Mentre ogni mattina le borse asiatiche registrano, prima di tutti, la febbre dei mercati, coi loro tonfi desolanti e gli improvvisi rimbalzi, un solo dato sembra consolidarsi: la Cina, nonostante i morsi della crisi, si è aggiudicata il primato di maggior detentore del debito pubblico americano, per non parlare dei capitali dell’industria americana. Come a dire che la rivoluzione geopolitica-economica si è già compiuta.
Ora, è difficile dire se nell’attuale crisi sia all’opera una “distruzione creatrice”, nel senso di una trasformazione che, con l’avvicendarsi del paradigma tecnologico, distrugge l’esistente per far posto al nuovo.
Sicuramente la distruzione (di valore) è stata causata da un’innovazione finanziaria estremamente labile e fittizia, che tuttavia sta, tumultuosamente, allestendo le condizioni per un “salto” verso un nuovo paradigma economico-tecnologico. I leaders mondiali dell’economia e della politica, a partire da Obama, sapranno cogliere questa occasione?


Valentina Pasquali
La crisi dell’automobile e la rivoluzione verde

Martedì mattina i CEO delle Big Three dell’industria automobilistica americana -- General Motors, Ford e Chrysler -- sono arrivati a Washington da Detroit a bordo di jet privati messi a disposizione dalle proprie aziende. Rick Wagoner (GM), Alan Mulally (Ford) e Robert Nardelli (Chrysler) hanno reso testimonianza al Congresso per demandare la propria fetta dei 700 miliardi di dollari d’intervento governativo sull’economia in crisi approvato lo scorso ottobre. L’industria automobilistica di Detroit vuole 25 miliardi di dollari, assolutamente necessari secondo gli alti dirigenti delle tre grandi per evitare la bancarotta. Se approvato, questo pacchetto del governo andrebbe ad aggiungersi a prestiti per altri 25 miliardi di dollari che sono già stati stanziati e che avevano l’intento di aiutare il settore a rimodernarsi e, in particolare, a cominciare a produrre autovetture dalle prestazioni più efficienti.
Nell’opinione di Wagoner, la situazione della General Motors è talmente grave che, senza l’aiuto del governo, l’azienda potrebbe essere costretta a dichiarare bancarotta già nei primi mesi del 2009. Di conseguenza, GM ha fatto richiesta per un finanziamento tra i 10 e i 12 miliardi di dollari, la parte più cospicua della torta. Anche Chrysler sostiene di non essere più in grado di continuare senza un intervento esterno e domanda 8 miliardi di dollari. Ford, l’unica che invece parrebbe avere la forza di farcela da sola, ha deciso di sostenere l’azione delle due sorelle e chiede circa 7 miliardi di dollari.
Nonostante le conseguenze catastrofiche di un fallimento delle Big Three siano chiare a tutti (GM, Chrysler e Ford impiegano in totale 239.000 dipendenti in tutta America), il Congresso non è parso convinto dalla testimonianza dei tre CEO e non ha ancora preso una decisione. Chris Dodd, Presidente della Commissione del Senato per la Finanza e Senatore democratico favorevole a un intervento di qualche genere, si è lamentato del fatto che le tre grandi abbiano mancato di fare quelle riforme necessarie a rimanere competitive. Dodd ha detto: “Penso stiano cercando di essere trattate per ferite che sono, per la maggior parte, auto-inflitte e noi tutti stiamo pagando il prezzo dei loro errori”.
Senza dubbio l’arrivo di Wagoner, Mulally e Nardelli da Detroit a bordo di jet privati, e per un costo stimato, nel caso della GM, intorno ai 20.000 dollari (ABCNews ha controllato i prezzi di un viaggio a/r sulla compagnia commerciale Northwest per gli stessi orari e ha trovato posti in prima classe per 800 dollari), non ha contribuito all’immagine di disperazione e povertà professata dai tre.
Al di là del fastidio del pubblico per questi sprechi eclatanti, però, esiste anche una consapevolezza crescente tra i politici americani, sia democratici che repubblicani, che questa crisi non è solamente un momento di stallo dei mercati a cui bisogna cercare in qualche modo di sopravvivere, bensì un momento in cui è necessario lanciare, in particolare proprio a livello dei trasporti, una nuova rivoluzione industriale.
L’ex-candidato nelle primarie repubblicane Mitt Romney -- candidato miliardario e rappresentante del grande business americano, ma anche natio di Detroit e figlio di George, uno dei leggendari governatori del Michigan e ex Presidente dell’American Motor Corporation -- ha scritto mercoledì un editoriale sul New York Times dal titolo: “Let Detroit Go Bankrupt”, (“Lasciate che Detroit Fallisca”). Nel pezzo, Romney sostiene che, se GM, Ford e Chrysler ottengono l’aiuto del governo nella forma in cui lo desiderano i tre CEO, “allora è tempo di dire addio all’industria automobilistica americana”. Senza l’intervento del Congresso, Detroit sarà costretta, secondo Romney, a ristrutturarsi. “Con l’aiuto delle tasse pagate dai cittadini americani, invece, le aziende automobilistiche continueranno a seguire la strategia suicida degli ultimi anni”.
Naturalmente i consigli offerti da Romney sono tipici del conservatorismo fiscale, e in particolare si fondano sul concetto di lotta ai sindacati e di taglio dei costi nel settore delle risorse umane. Ma la percezione che questo sia un momento di fondamentale cambiamento nella struttura economica americana non è condivisa solo a destra. Alcune delle osservazioni di Romney non sono poi così diverse dalla filosofia del neo-eletto Presidente Obama, che ha rinnovato mercoledì la promessa di non rimandare di un solo giorno, nemmeno a fronte della colossale crisi finanziaria, il lancio della nuova economia dell’alta tecnologia e per l’ambiente. Parlando in video-conferenza a un Congresso organizzato a Los Angeles dal Governatore della California Arnold Schwarzenegger, Obama ha ripetuto la volontà di ridurre le emissioni inquinanti di ossido di carbonio dell’80% entro il 2050 e di investire 150 miliardi di dollari nel breve periodo nello sviluppo di nuove tecnologie volte al risparmio energetico. Naturalmente, un piano economico come questo di Obama, che si è detto per altro favorevole a un intervento del Congresso in difesa delle Big Three, non potrà che toccare in particolare l’industria automobilistica di Detroit, che continua a produrre veicoli con consumi superiori a tutta la competizione mondiale.
Il dibattito sulla crisi dell’industria automobilistica americana diventa sempre più, oltre che una battaglia politica, uno scontro generazionale tra quelli che sono cresciuti nell’America di Detroit e quelli che guardano alla fine del petrolio, al riscaldamento globale e alla crisi finanziaria come facce diverse della stessa medaglia.
Uno dei fronti decisivi di questa battaglia generazionale è proprio al Congresso e, per la precisione, alla Commissione della Camera per l’Energia e il Commercio. Giovedì, i democratici voteranno per eleggerne il nuovo Presidente. Infatti, e a sorpresa, il Deputato democratico californiano Henry Waxman ha deciso di sfidare il Presidente in carica, compagno di partito e ottuagenario rappresentate del Michigan, John Dingell. Nell’Amministrazione Obama, il ruolo di questa commissione sarà di fondamentale importanza nel delineare le politiche energetiche e ambientali. Con la nomina del Presidente della Commissione per l’Energia, il Partito Democratico sta cercando di stabilire, al suo interno, quale prominenza sia necessario dare alle tematiche ambientali. Dingell, eletto per la prima volta nel 1955, è un democratico della vecchia scuola, difensore fedele dell’industria automobilistica di Detroit e, di conseguenza, tra i più convinti oppositori delle regolamentazioni sulle emissioni di ossido di carbonio e sugli standard di efficienza delle automobili. Waxman, che comunque ha già sessantanove anni, è conosciuto invece come un legislatore aperto all’innovazione nei settori dell’ambiente, dell’energia e della sanità.
In conclusione, e considerata l’importanza che l’industria automobilistica americana riveste tutt’ora nell’economia americana, c’è da aspettarsi che il Governo concederà una qualche forma di aiuto alle Big Three. Allo stesso tempo, ci sono molte indicazioni che l’establishment politico a stelle e strisce stia cominciando a rendersi conto che una ristrutturazione industriale profonda, proprio a partire da Detroit, sarà necessaria affinché il paese superi la recessione e rimanga competitivo.
   

valentina.pasquali@gmail.com


Fabrizio Tonello
Obama vuole avere con sé perfino lo sconfitto McCain

Benché manchino esattamente due mesi al momento in cui Barack Obama entrerà in carica e almeno quattro prima che il suo gabinetto sia completo (ogni ministro, sottosegretario e sotto-sottosegretario deve passare da un voto in Senato) possiamo già farci un’idea del modo in cui il nuovo presidente cercherà di governare.
Prima di tutto, Obama vuole evitare gli errori di Carter e di Clinton, gli ultimi due presidenti democratici, che erano degli outsider nel partito e che fallirono nei loro tentativi di riforma perché non riuscirono a trovare maggioranze stabili in Congresso. Anche Obama è un outsider e la sua prima mossa è stata quella di scegliere come capo di gabinetto non un compagno delle elementari  (come fece Clinton nel 1993 con Thomas McLarty) ma un deputato, il quarto nella gerarchia della Camera, Rahm Emanuel. Il fatto che Emanuel sia di Chicago, abbia lavorato nell’amministrazione Clinton e sia universalmente considerato “un duro” sono vantaggi ulteriori, nell’ottica di far passare rapidamente i pacchetti legislativi di cui c’è bisogno.
In secondo luogo, il nuovo presidente vuole tenere tutti –amici e nemici- strettamente sotto controllo: questa è la logica che sta dietro la nomina di Hillary Clinton a segretario di Stato. Inserire nel posto più visibile e prestigioso del governo il suo tenace avversario durante le primarie riunifica il partito, elimina il rischio che Hillary conservi una base di potere indipendente e la toglie dal Senato dove potrebbe collaborare ma potrebbe anche non collaborare. Certo, il rischio è che Hillary voglia usare la sua carica per fare una politica estera autonoma, ma già dai tempi di Kissinger e Nixon (1969),  il segretario di Stato è poco più di un coordinatore della macchina diplomatica: nessuna scelta di qualche importanza può avvenire senza passare prima dalla Casa Bianca.
In terzo luogo, Obama vuole chiaramente far passare un programma di riforme estremamente ambizioso nei primi cento giorni del suo governo, approfittando dell’urgenza creata dalla crisi economica. Per attuare questo “big bang” ha bisogno di un Congresso collaborativo e non vuole correre rischi: di qui la scelta dell’ex leader del Senato fino al 2004 Tom Daschle come segretario alla Sanità e al Welfare. A questo si aggiunge l’ordine di scuderia ai senatori di tenere nel gruppo democratico il “traditore” Joseph Lieberman (che aveva sostenuto McCain durante la campagna elettorale) lasciandogli anche la presidenza di un’importante commissione.
Le peculiari regole del Senato permettono infatti a una minoranza di soli 41 membri su 100 di bloccare indefinitamente un disegno di legge e i repubblicani hanno già fatto largamente uso di quest’arma in passato. Con la vittoria di stretta misura in Alaska, confermata dai conteggi l’altroieri, i democratici hanno 58 seggi al Senato e quindi hanno bisogno di altri due voti per la cosiddetta cloture, il voto a maggioranza qualificata che mette fine all’ostruzionismo. Ci sono ancora due seggi non assegnati, Minnesota e Georgia, e uno dei due potrebbe essere conquistato dai democratici, portando il totale a 59. Obama vuole avere qualche carta di riserva (la fedeltà di Lieberman è ovviamente incerta) e quindi conterà su un gruppetto di senatori repubblicani moderati come Olympia Snow e Susan Collins (Maine) per superare eventuali ostacoli. Con un partito repubblicano confuso e privo di leadership, sempre tentato di radicalizzarsi a destra, trovare degli alleati per una politica bipartisan è una scelta politicamente astuta.
In questa strategia si inserisce il cordiale incontro avuto con lo stesso McCain qualche giorno fa a Chicago, che andava ben oltre le cortesie fra ex avversari: l’ex candidato repubblicano è ancora per due anni senatore dell’Arizona e Obama conta su di lui per evitare ostruzionismi nella camera alta. Non solo: per assicurarsene l’alleanza, Obama probabilmente nominerà il popolare governatore dell’Arizona Janet Napolitano al segretario alla Sicurezza interna, togliendo quindi di scena il più pericoloso concorrente al seggio di McCain nel 2010. Già nelle elezioni di due settimane fa i democratici hanno ottenuto il 45% dei voti in Arizona: se nel 2010 la Napolitano si presentasse contro l’allora settantaquattrenne senatore repubblicano avrebbe buone probabilità di vincere. Inserire l’attuale governatore nel governo significa, di fatto, spianare la strada a una rielezione di McCain,  che certamente non mancherà di capire il messaggio.
Tutto questo ci dice che Obama vuol governare, vuole mantenere in fretta le principali promesse elettorali e, soprattutto, vuole rispondere alle enormi aspettative create dalla sua elezione in tutto il mondo. Non è detto che ci riesca, ma le sue prime mosse sembrano andare nella direzione giusta.

fabrizio.tonello@unipd.it


Simone Comi
Si chiamerà White Stream l'alternativa UE al gas russo?

Dalla crisi russo-ucraina del 2005, che portò al blocco dell’erogazione del gas e del petrolio russo, le politiche di diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico varate da Kiev e dall’Unione Europea hanno portato ad un miglioramento parziale della situazione. I possibili ricatti politici da parte delle autorità russe hanno spinto in questi anni il Governo ucraino a varare il progetto White Stream, che prevede la realizzazione di un gasdotto in grado di rifornire l’Europa senza attraversare il territorio russo, e quindi al riparo da qualsiasi tipo di rappresaglia politica nel caso di innalzamento della tensione diplomatica tra i due paesi. Il White Stream potrebbe vedere la luce nei prossimi anni ma gli studi di fattibilità effettuati dal consorzio GUEU White Stream Pipeline Company, tra i cui principali finanziatori ci sono Ucraina, Unione Europea e Governo georgiano, non dovrebbero essere indicatori affidabili della reale volontà di sviluppare il progetto fino alla realizzazione. Le rotte seguite dal gasdotto potrebbero essere due: la prima prevede un tratto sottomarino di collegamento tra Georgia e Romania, presso il porto di Costanza, mentre la seconda prevede una diramazione nell’entroterra ucraino prima del tratto sottomarino. Quest’ultima alternativa risulta essere al momento la più probabile poiché consentirebbe un risparmio di tempo e denaro e, con il coinvolgimento di altri Stati, potrebbe raggiungere i 32 miliardi di metri cubi annui di flusso trasportato verso l’Europa. Il giacimento iniziale di riferimento sarebbe Shah Deniz, in Azerbajian, da cui si potrebbe poi procedere con un collegamento alla linea transcaspica, pianificata ma non ancora realizzata.
Il premier ucraino Yulia Timoshenko ha presentato la proposta a Bruxelles durante un incontro con il Commissario Europeo per le Relazioni Esterne e la politica di vicinato insistendo sulla necessità di modernizzare il sistema di gasdotti ucraini, indispensabili per poter sviluppare il progetto.
La richiesta del Primo Ministro ucraino di indire entro la fine dell’anno una conferenza per risolvere la questione sembrava esser stata accolta con favore dall’Unione Europea ma nessuna iniziativa è stata presa finora, probabile segnale di raffreddamento dell’interesse di Bruxelles per il progetto.
Il White Stream potrebbe risolvere il problema della stabilizzazione della politica energetica di Kiev liberando l’Unione Europea da una dipendenza che rischia di divenire sempre più pericolosa. L’incertezza comunitaria sulle prospettive di costruzione del gasdotto e sulla possibilità di allargare verso oriente il confine dell’Unione potrebbero però costituire il più serio ostacolo al progetto ucraino e non bisogna dimenticare che la realizzazione del gasdotto europeo Nabucco, nato in contrapposizione al South Stream varato da Mosca, potrebbe definitivamente smorzare le speranze di veder portato a compimento il White Stream.

simonecomi@hotmail.com

http://simonecomi.blogsome.com


Davide Biassoni
What’s “left”?

La sinistra alla fine del 2008: quale identità e quale collocazione politica? E ancora, esistono ormai due sinistre (o forse tre: vetero-comunista, socialista, riformista) separate e non coalizzabili fra loro o, nientemeno, la parte più liberal-moderata è uscita dall’alveo coperto da questa etichetta? Trattasi di interrogativi non certo teorici, bensì di stringente e concreta attualità dopo la deprimente sequela di sconfitte subite dalle forze progressiste in Europa negli ultimi anni. L’unico in grado di raccogliere successi è stato il Premier spagnolo, José Luis Rodriguez Zapatero, capace di sconfiggere i popolari per due volte di seguito. Appena al di là dei Pirenei, invece, è notte fonda: in Francia, la gauche socialista ha perduto due elezioni presidenziali e due legislative consecutivamente; in Germania, i socialdemocratici partecipano alla Grande Coalizione con i democristiani, ma sono tallonati dalla sinistra radicale del Die Linke; nel Regno Unito, alcuni recenti impietosi sondaggi davano il Labour addirittura sorpassato dai Liberaldemocratici che diventerebbero i principali competitors dei Tories; in Austria, la SPÖ, seppur al primo posto in termini percentuali, ha raccolto l’ammontare di voti più basso dalla nascita della Repubblica, mentre è stata la destra populista la vera trionfatrice; in Italia, la sinistra antagonista è fuori dal Parlamento nazionale ed i numeri attuali non consentono al Partito Democratico di proporsi come forza alternativa di governo con vocazione maggioritaria. Anche il Congresso di Reims, per l’elezione del successore di Hollande, ha messo impietosamente a nudo le lacerazioni all’interno del Parti Socialiste francese: l’ex candidata all’Eliseo, Ségolène Royal, ha ottenuto la maggioranza solo relativa (poco sotto il 30 per cento) dei consensi da parte degli iscritti al partito; i suoi principali rivali, Martine Aubry e Benoît Hamon, sono divisi ma concordi (un ossimoro simbolo dei tempi che corrono) nell’ancorare il PS alla gauche: il loro diniego al neocentrismo e al MoDem di Bayrou è tale da escludere ogni tentativo di ridisegnare le alleanze. E anche in Italia, come dimostra il dibattito Veltroni-Galli della Loggia sul Corriere della Sera, la collocazione dei riformisti è sotto scacco: verso il centro di Casini, verso una nuova alleanza con l’Arcobaleno e/o con Di Pietro, o in solitudine? La tensione nasce dalla morsa dei due poli di attrazione: da un lato, la paura prevedibile di spostarsi al centro e lasciare così scoperto il fianco sinistro, tanto che quest’ultimo potrebbe calamitare i voti dai settori più scontenti, marginali e protestatari della società, mentre una nuova virata a sinistra potrebbe marchiare i riformisti come “inaffidabili” nel rappresentare un’alternativa non-estrema ai conservatori (e, nel caso italiano, al Berlusconismo). Ségolène Royal si è appellata alla necessità di un partito nuovo, moderno, orientato al futuro contro i cosiddetti “elefanti” che ingesserebbero il PS su posizioni superate e logore. Eppure, l’appeal di queste etichette deve essere puntellato da un contenuto che definisca l’identità che i progressisti vogliono promuovere nel XXI° secolo: servono ricette concrete e pragmatiche che riportino fiducia nell’elettorato, ossia bisogna che i cittadini possano credere che i riformisti siano in grado di risolvere i problemi delle ormai digitali e iperdinamiche società europee. Obama ha trionfato e rappresenta l’exemplum a cui sembrano volersi rapportare tutti i progressisti: nel linguaggio, nello stile, negli strumenti utilizzati per la campagna elettorale, nei contenuti del programma. Europa e Stati Uniti hanno però un passato e un presente ben distinti in termini di forze partitiche, come si evince da una significativa diversità nel lessico politologico: al di là dell’Atlantico si preferisce la divisione fra liberal e conservatori, mentre in Europa la sinistra ha una storia lunga più d’un secolo e la persistente tensione, al suo interno, fra massimalisti e moderati (a loro volta divisi da spinte centrifughe) si è nettamente approfondita. Così, l’elezione del nuovo chef des files del PS francese rappresenterà solo un piccolo passo nella lunga strada di ridefinizione dell’identità nella parte sinistra (se “sinistra” si potrà chiamare) dello spettro politico. I riformisti, pur con molti sforzi e strappi, stanno cercando di vincere una battaglia intestina per la leadership del campo che si oppone ai conservatori e alla destra.

biassoni_davide@yahoo.it


Laura Specchio e Luciana Matarese
Alla faccia di Facebook!

Milano: Rinnovamento, innovazione. Parole di cui si fa largo uso e abuso ultimamente. “Innovazione-innovativo/a” sembrano essere le parole d’ordine per introdurre  qualsiasi tema, anche il più stupido e vacuo.  Le usiamo nel nostro dizionario politico per segnalare che la montagna di argomentazioni vecchie come i datteri scaduti mezzo secolo fa e dimenticati in qualche cantina, in realtà costituiscono qualcosa di “nuovo” (ecco un’altra parola chiave). Ebbene una ragione c’è: in politica non è tanto importante il “cosa” si fa, ma il “come” lo si fa. Di conseguenza “come” si porta dietro “innovazione” che di questi tempi fa rima con “F A C E B O O K”.
Napoli:  Pensa come siamo messi! Tutta questa foga di rimettersi in contatto, di incontrarsi e parlare e raccontarsi con nel bel mezzo uno schermo del computer. E i timonieri della politica, in Italia come al solito in ritardo, hanno scoperto che possono navigare questo canale per far (magari) salire sulla propria barca qualche gruppo di naufraghi ripescati dal mare della rete. Ma se non sai in che direzione andare, se non hai chiaro il programma di navigazione, la tecnologia, in questo caso “Facebook”, può fare ben poco. Ma in Italia la febbre sale e c’è già la classifica con la Gelmini che vanta il maggior numero di fans e Veltroni (poteva mancare?) che programma feste “per far diventare la nostra amicizia più vera, non solo un rapporto che si chiude una volta spento il computer”.
Milano: La community è magica. Improvvisamente si materializzano centinaia di amici, pure i “reduci”, o meglio, i tuoi vecchi compagni delle scuole elementari che mostrano evidenti segni d’età o di percorsi di vita travagliati e problematici, nascosti dietro espressioni inebetite delle foto digitali. Ed eccoli qua: Luigi ha l’alopecia; Elena, invece, è obesa; Maria è ipertiroidea (l’occhio a biglia la dice lunga);  Valentina ha un’enorme capigliatura rossa (ma non aveva un capello ogni quarto d’ora?); Pietro, il più bello, si fotografa con prole (che peccato! Ce lo siamo perse); Paolo, il mostro, sembra la settima meraviglia (magia della tecnologia digitale o teoria del brutto anatroccolo?) e via dicendo.
Napoli: Per non parlare di chi, nostalgico degli anni della scuola, dalla fissità dell’immagine passa alla mobilità della vita reale, organizzando incontri “aperitivo e fuggi” e rimpatriate “fino al termine della notte” con annessa ingozzata al ristorante. E magari ti si presenta il capellone della classe, quello che lo vedevi inamidarsi con ettolitri di lacca e non potevi non pensare alle conseguenze disastrose sul buco dell’ozono, con un triplo riporto carpiato da guinness.
Milano: Insomma, una corte dei miracoli dove improvvisamente tutti vogliono sapere CHEFINEHAIFATTOCHELAVOROFAIDOVEVIVISEIACCASATA. Confesso, una debole curiosità ce l'avrei pure, ma un attimo dopo svanisce dietro un sonoro:"E chi se ne frega!". Eppure Facebook fa i suoi proseliti e, come dicevi tu, qualcuno pensa già possa diventare una delle grandi macchine del consenso. Da brivido.
Napoli: Qualcuno che “vo’ ffà l’americano” a tutti i costi, raccontandosi la palla di essere leader perché raduna qualcuno (amico tra chi si scambia foto e ricordi sbiaditi mi pare una parola grossa) attraverso un computer.  Poi magari, tutti impegnati a pensare al buffet dell’incontro con i “facebookers”, ci si scorda di fare le assemblee nel partito e le sezioni restano aperte solo per il dopolavoro e la partita a scopone. Insomma, Facebook va bene, ma la politica è un’altra cosa. E la vita pure, a partire da quella sopra il bacino. Prendi il blogger (ma è una professione?!) Mario Adinolfi: passa tre ore al giorno davanti a Facebook. E si vede! Facesse qualche corsetta, anche cucina-bagno, sarebbe più magro, la sua vita più sottile. Insomma, ragazzi, prendete una tachipirina, che la febbre scende, spegnete il computer e uscite di casa. Alla faccia di Facebook!”.

Milanonapoli e ritorno
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