Valentina Pasquali
La crisi dell’automobile e la rivoluzione verde
Martedì mattina i CEO delle Big Three dell’industria automobilistica americana -- General Motors, Ford e Chrysler -- sono arrivati a Washington da Detroit a bordo di jet privati messi a disposizione dalle proprie aziende. Rick Wagoner (GM), Alan Mulally (Ford) e Robert Nardelli (Chrysler) hanno reso testimonianza al Congresso per demandare la propria fetta dei 700 miliardi di dollari d’intervento governativo sull’economia in crisi approvato lo scorso ottobre. L’industria automobilistica di Detroit vuole 25 miliardi di dollari, assolutamente necessari secondo gli alti dirigenti delle tre grandi per evitare la bancarotta. Se approvato, questo pacchetto del governo andrebbe ad aggiungersi a prestiti per altri 25 miliardi di dollari che sono già stati stanziati e che avevano l’intento di aiutare il settore a rimodernarsi e, in particolare, a cominciare a produrre autovetture dalle prestazioni più efficienti.
Nell’opinione di Wagoner, la situazione della General Motors è talmente grave che, senza l’aiuto del governo, l’azienda potrebbe essere costretta a dichiarare bancarotta già nei primi mesi del 2009. Di conseguenza, GM ha fatto richiesta per un finanziamento tra i 10 e i 12 miliardi di dollari, la parte più cospicua della torta. Anche Chrysler sostiene di non essere più in grado di continuare senza un intervento esterno e domanda 8 miliardi di dollari. Ford, l’unica che invece parrebbe avere la forza di farcela da sola, ha deciso di sostenere l’azione delle due sorelle e chiede circa 7 miliardi di dollari.
Nonostante le conseguenze catastrofiche di un fallimento delle Big Three siano chiare a tutti (GM, Chrysler e Ford impiegano in totale 239.000 dipendenti in tutta America), il Congresso non è parso convinto dalla testimonianza dei tre CEO e non ha ancora preso una decisione. Chris Dodd, Presidente della Commissione del Senato per la Finanza e Senatore democratico favorevole a un intervento di qualche genere, si è lamentato del fatto che le tre grandi abbiano mancato di fare quelle riforme necessarie a rimanere competitive. Dodd ha detto: “Penso stiano cercando di essere trattate per ferite che sono, per la maggior parte, auto-inflitte e noi tutti stiamo pagando il prezzo dei loro errori”.
Senza dubbio l’arrivo di Wagoner, Mulally e Nardelli da Detroit a bordo di jet privati, e per un costo stimato, nel caso della GM, intorno ai 20.000 dollari (ABCNews ha controllato i prezzi di un viaggio a/r sulla compagnia commerciale Northwest per gli stessi orari e ha trovato posti in prima classe per 800 dollari), non ha contribuito all’immagine di disperazione e povertà professata dai tre.
Al di là del fastidio del pubblico per questi sprechi eclatanti, però, esiste anche una consapevolezza crescente tra i politici americani, sia democratici che repubblicani, che questa crisi non è solamente un momento di stallo dei mercati a cui bisogna cercare in qualche modo di sopravvivere, bensì un momento in cui è necessario lanciare, in particolare proprio a livello dei trasporti, una nuova rivoluzione industriale.
L’ex-candidato nelle primarie repubblicane Mitt Romney -- candidato miliardario e rappresentante del grande business americano, ma anche natio di Detroit e figlio di George, uno dei leggendari governatori del Michigan e ex Presidente dell’American Motor Corporation -- ha scritto mercoledì un editoriale sul New York Times dal titolo: “Let Detroit Go Bankrupt”, (“Lasciate che Detroit Fallisca”). Nel pezzo, Romney sostiene che, se GM, Ford e Chrysler ottengono l’aiuto del governo nella forma in cui lo desiderano i tre CEO, “allora è tempo di dire addio all’industria automobilistica americana”. Senza l’intervento del Congresso, Detroit sarà costretta, secondo Romney, a ristrutturarsi. “Con l’aiuto delle tasse pagate dai cittadini americani, invece, le aziende automobilistiche continueranno a seguire la strategia suicida degli ultimi anni”.
Naturalmente i consigli offerti da Romney sono tipici del conservatorismo fiscale, e in particolare si fondano sul concetto di lotta ai sindacati e di taglio dei costi nel settore delle risorse umane. Ma la percezione che questo sia un momento di fondamentale cambiamento nella struttura economica americana non è condivisa solo a destra. Alcune delle osservazioni di Romney non sono poi così diverse dalla filosofia del neo-eletto Presidente Obama, che ha rinnovato mercoledì la promessa di non rimandare di un solo giorno, nemmeno a fronte della colossale crisi finanziaria, il lancio della nuova economia dell’alta tecnologia e per l’ambiente. Parlando in video-conferenza a un Congresso organizzato a Los Angeles dal Governatore della California Arnold Schwarzenegger, Obama ha ripetuto la volontà di ridurre le emissioni inquinanti di ossido di carbonio dell’80% entro il 2050 e di investire 150 miliardi di dollari nel breve periodo nello sviluppo di nuove tecnologie volte al risparmio energetico. Naturalmente, un piano economico come questo di Obama, che si è detto per altro favorevole a un intervento del Congresso in difesa delle Big Three, non potrà che toccare in particolare l’industria automobilistica di Detroit, che continua a produrre veicoli con consumi superiori a tutta la competizione mondiale.
Il dibattito sulla crisi dell’industria automobilistica americana diventa sempre più, oltre che una battaglia politica, uno scontro generazionale tra quelli che sono cresciuti nell’America di Detroit e quelli che guardano alla fine del petrolio, al riscaldamento globale e alla crisi finanziaria come facce diverse della stessa medaglia.
Uno dei fronti decisivi di questa battaglia generazionale è proprio al Congresso e, per la precisione, alla Commissione della Camera per l’Energia e il Commercio. Giovedì, i democratici voteranno per eleggerne il nuovo Presidente. Infatti, e a sorpresa, il Deputato democratico californiano Henry Waxman ha deciso di sfidare il Presidente in carica, compagno di partito e ottuagenario rappresentate del Michigan, John Dingell. Nell’Amministrazione Obama, il ruolo di questa commissione sarà di fondamentale importanza nel delineare le politiche energetiche e ambientali. Con la nomina del Presidente della Commissione per l’Energia, il Partito Democratico sta cercando di stabilire, al suo interno, quale prominenza sia necessario dare alle tematiche ambientali. Dingell, eletto per la prima volta nel 1955, è un democratico della vecchia scuola, difensore fedele dell’industria automobilistica di Detroit e, di conseguenza, tra i più convinti oppositori delle regolamentazioni sulle emissioni di ossido di carbonio e sugli standard di efficienza delle automobili. Waxman, che comunque ha già sessantanove anni, è conosciuto invece come un legislatore aperto all’innovazione nei settori dell’ambiente, dell’energia e della sanità.
In conclusione, e considerata l’importanza che l’industria automobilistica americana riveste tutt’ora nell’economia americana, c’è da aspettarsi che il Governo concederà una qualche forma di aiuto alle Big Three. Allo stesso tempo, ci sono molte indicazioni che l’establishment politico a stelle e strisce stia cominciando a rendersi conto che una ristrutturazione industriale profonda, proprio a partire da Detroit, sarà necessaria affinché il paese superi la recessione e rimanga competitivo.
valentina.pasquali@gmail.com