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Home » Newsletter n. 148 - 28 novembre 2008
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 148 – 28 novembre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 148.

E' con soddisfazione che vi annunciamo che sono aperte le iscrizioni alla V edizione 2009 del Centro di Formazione Politica.
Cliccando qui troverete tutte le informazioni indispensabili per l'iscrizione.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Antonella Besussi, Emilio D’Orazio, Alessandra Facchi, Nicola Pasini
Il convegno/ Quale futuro per l’università italiana?


Simone Comi
India Under Attack


Fabrizio Tonello
I presidenti cambiano, gli economisti restano


Davide Biassoni
What’s “left”? Parte Seconda: il PD in Europa


Alessandro Fanfoni
Quell'insostenibile leggerezza del PD del Nord


Laura Specchio e Luciana Matarese
TelePd: va ora in onda casa Villari


Stefano Florio
Expo Milano 2015 - Aggiornamento del 27 novembre 2008


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Antonella Besussi, Emilio D’Orazio, Alessandra Facchi, Nicola Pasini
Il convegno/ Quale futuro per l’università italiana?

QUALE FUTURO PER L'UNIVERSITA'  ITALIANA?
MILANO, 1 DICEMBRE 2008 ORE 14.30-19.30

TEATRO FRANCO PARENTI


Quale futuro per l’università italiana? Perché il nostro paese non ha mai investito in maniera strategica nell’istruzione superiore? Quali sono le cause del declino del sistema formativo italiano, con conseguente perdita di prestigio e credibilità internazionali? Perché i governi, tutti i governi, negli ultimi decenni hanno maltrattato il settore dell’istruzione, come se non fosse cruciale per la crescita civile e economica del Paese?
Il dibattito è in corso, ma, scopo del convegno è andare oltre la contrapposizione tra i due blocchi: pro-Gelmini / contro-Gelmini. Sarebbe invece più proficuo per tutti, partire da pochi dati incontestabili: la crisi finanziaria dell’università è strutturale; l’Italia figura al 19° posto dei paesi OCSE e ha la più bassa spesa per l’università rispetto al PIL; l’Italia è al 13° posto (su 18 paesi) nella spesa per studente ed è ultima nella spesa per la ricerca. Scarsi sono gli investimenti in ricerca e formazione, pochi i sistemi di incentivi: non solo si spende poco, ma si spende male.
Di fronte a una crisi di sistema evidente, data la rilevanza del settore dell’istruzione superiore, ci chiediamo: è possibile arrivare ad una riforma condivisa a partire dall’approfondimento di singole questioni problematiche?

Nella prima sessione,
abbiamo chiamato alcuni autorevoli studiosi a approfondire i seguenti temi:
Luciano MODICA, Università: stato dell’arte e prospettive
Giliberto CAPANO, Tutti ne parlano, nessuno la vuole. La riforma della governance
Giuseppe CATALANO, Il finanziamento dell’università italiana
Daniele CHECCHI, Alcuni nodi per la ricerca in università
Andrea ICHINO, Reclutamento e carriere di docenti e ricercatori
Francesco MERLONI, Istruzione superiore, autonomia e ruolo dello Stato

Nella seconda sessione, Umberto ECO, Marco SANTAMBROGIO e Salvatore VECA -  in dialogo con studenti, dottorandi e giovani ricercatori – valuteranno l’offerta formativa universitaria discutendo pregi, difetti e possibili riforme degli attuali percorsi didattici.


Simone Comi
India Under Attack

Centoventicinque morti e quasi quattrocento feriti è il bilancio, non ancora definitivo, di quello che può essere considerato uno dei peggiori attacchi terroristici nella storia dell’India. Rivendicati dai Mujaheddin del Deccan, gruppo estremista finora sconosciuto anche alle autorità indiane, gli attacchi omicidi si sono concentrati nella zona di Mumbai contro strutture alberghiere o turistiche di alto livello, frequentate anche da personalità politiche occidentali di un certo rilievo. Secondo quanto si appreso dalle fonti ufficiali permangono ancora forti dubbi rispetto alle rivendicazioni del gruppo terrorista e sono in molti a pensare che l’attacco sia in realtà opera di formazioni pachistane.

Il premier indiano Manmohan Singh ha dichiarato con una certa prudenza che i Mujaheddin del Deccan avrebbero basi all’estero mentre ufficiali delle autorità indiane sono convinti che la missione sia stata pianificata in Pakistan. Il Ministero della Difesa di Islamabad ha formalmente negato la possibilità di coinvolgimenti del paese in quanto accaduto, ma sono molti gli alti ufficiali dell’esercito a pensare che gli attentatori siano in realtà di origine e provenienza pakistana.
Le forze di sicurezza indiane avrebbero arrestato tra i sospetti attentatori un cittadino pakistano identificato come Ajmal Amir Kamal, sospettato di essere membro dell’organizzazione terroristica Lashkar-e-Taiba. Il gruppo, legato alla rete di Al Qaeda in Pakistan, sarebbe responsabile inoltre dell’assalto al Parlamento indiano del 2001. Quello che al momento lascia pensare sono alcune immagini provenienti dai filmati delle telecamere di sicurezza interne agli alberghi. In una di queste infatti un attentatore porterebbe al polso un braccialetto tipico di formazioni estremiste indù mentre le modalità degli attacchi, diretti prevalentemente a far strage di cittadini statunitensi e britannici con gli attentatori pronti al sacrificio, sarebbero tipici delle formazioni di matrice islamica.
Nelle ultime ore alcune fonti dei servizi di sicurezza indiani hanno confermato che la natura, l’organizzazione ed il coordinamento dimostrato dai differenti gruppi d’assalto lasciano pensare ad un’azione condotta da Jaish el Mohammed, organizzazione pakistana fondata nel 1994 considerata gruppo terrorista internazionale sia dall’India che dagli Stati Uniti. Se fossero confermate le notizie che vorrebbero implicati cittadini pakistani negli attacchi a Mumbai potrebbero esserci ricadute politiche di un certo peso sulle annose questioni che da anni alimentano le tensioni tra i due paesi. Non è da escludere la possibilità che il Governo di New Delhi chieda con forza alle autorità di Islamabad di intervenire duramente per neutralizzare le differenti organizzazioni di matrice islamica provenienti dalle zone del Kashmir, ma l’incapacità di mantenere il controllo su alcuni territori o la scarsa volontà delle autorità  pakistane potrebbero essere la causa dell’ulteriore innalzamento della tensione nei rapporti tra i due paesi.

simonecomi@hotmail.com

http://simonecomi.blogsome.com


Fabrizio Tonello
I presidenti cambiano, gli economisti restano

Negli Stati Uniti, la settimana  politica è stata dominata dall’annuncio di Barack Obama di aver scelto tutti i suoi principali collaboratori in materia di economia: Timothy Geithner, come segretario al Tesoro, Lawrence Summers come direttore del National Economic Council, e Christina Romer, un professore della University of California, a Berkeley, come direttore del Council of Economic Advisers. Il meno che si può dire è che si tratta di una scelta di continuità: Geithner e Summers sono entrambi allievi di Robert Rubin, ministro del tesoro di Clinton (come è stato anche lo stesso Summers).
Il problema di queste scelte, come indicava lunedì il
New York Times, è che Summers, nel 2000, “è stato il campione della legge che rimuoveva le regolamentazioni sui derivati, gli strumenti finanziari (ora più noti come “prodotti tossici”) che hanno sparso per tutto il pianeta le perdite derivate da prestiti irresponsabili. Questa legge, ancora in vigore, ha rafforzato l’errata convinzione che i mercati si autoregolerebbero e ha offetto un alibi all’amministrazione Bush per ignorare i rischi sempre crescenti posti dai derivati e dalla mancanza di controllo. Il signor Summers ora consiglierà un presidente che ha promesso di imporre le necessarie regolamentazioni razionali a dei mercati finanziari nel caos: lui cosa ha imparato?”
Non succede tutti i giorni che un alto funzionario in pectore con il curriculum di Summers (che oltre ad essere un economista  di prima categoria è stato anche presidente dell’università di Harvard) riceva una simile lavata di capo dal più prestigioso quotidiano americano. Se il New York Times lo ha fatto, aggiungendo anche un’accoglienza piuttosto fredda nei confronti di Geithner, la ragione è semplice: il giornale condivide l’opinione del Barack Obama pre-elezioni che questo non è il momento della prudenza ma quello dell’audacia, non della continuità con un pensiero economico che ha fatto bancarotta ma delle idee nuove. Obama intitolava il suo libro The Audacity of Hope, la scelta di Geithner e Summers sembra piuttosto dettata dal timore di ricevere un “voto di sfiducia” a Wall Street prima ancora di entrare in carica.
Ancora più preoccupante è il caso di Christina Romer, che in un paper di appena un anno fa, celebrava la “scomparsa del ciclo economico” e affermava senza timore di smentite che “la politica economica dell’ultimo quarto di secolo è stata un meraviglioso successo”. La sua presenza a fianco di Geithner e Summers è la prova che, tra gli economisti, le teorie di Milton Friedman e le pratiche di Alan Greespan che hano condotto al disastro attuale sono ancora vive e vegete. Come sottolineava qualche settimana fa James Galbraith, il crack dei mercati finanziari di questo autunno, “è un’enorme macchia sulla reputazione degli economisti” americani. Obama ha perso la prima occasione per dimostrare che davvero è l’uomo del cambiamento.

fabrizio.tonello@unipd.it


Davide Biassoni
What’s “left”? Parte Seconda: il PD in Europa

L’elezione di Martine Aubry non ha rimarginato le fratture all’interno del PS francese. Al contrario: Ségolène Royal, sconfitta seppur per una manciata di voti, potrebbe portare il partito alla scissione, traghettando i suoi sostenitori verso la costituzione di una nuova forza politica alleata al centro con il MoDem di Bayrou. In aggiunta, il campo riformista è attraversato da forti scosse telluriche non solo Oltralpe, ma anche in Italia, come dimostra il riemergere dell’annosa diatriba relativa alla collocazione europea del Partito Democratico, nodo irrisolto e tornato “al pettine” in vista delle elezioni per il Parlamento di Strasburgo previste per giugno 2009. In primis, una considerazione: partendo da un’identità valoriale, definita nel suo nucleo fondamentale, e da finalità che si intendono promuovere, ogni forza politica assume una caratterizzazione tale per cui è naturale l’appartenenza a una delle famiglie partitiche europee, pur nel rispetto delle eventuali specificità nazionali. Ora, è inevitabile constatare che questo allacciamento fra contesto nazionale ed europeo, nel caso del PD, non appaia lineare, bensì attorcigliato, ambiguo, insoluto. In sostanza, la biforcazione in seno al partito è sostanzialmente e tuttora riconducibile alle stesse matrici che lo hanno fondato: da un lato la componente diessina, dall’altro quella diellina. L’auspicio era, allora, quello di arrivare a un melting-pot infrapartitico dove le vecchie identità (post-comunista e post-democristiana) si fondessero in una nuova miscela, quella che appunto avrebbe dovuto fungere da linfa vitale dei Democratici. Eppure, ciò pare non essersi verificato o, quanto meno, non in misura adeguata e pertanto, a circa sette mesi dalla consultazione elettorale, il maggior partito di opposizione non sa se esprimerà i propri rappresentanti a Strasburgo come facenti parte del Partito del Socialismo Europeo (PSE), oppure del Partito Democratico Europeo (PDE) collegato ai Liberaldemocratici (ELDR) o, ancora, di un nuovo gruppo composto da Socialisti e Democratici federati mediante un patto di collaborazione privilegiata. Tre fatti delucidano lo scompiglio del PD: all’inizio della prossima settimana, Fassino sarà a Madrid a firmare il Manifesto del PSE in quanto ex-Segretario dei DS; pochi giorni dopo, Rutelli si recherà invece a Bruxelles con una cospicua delegazione ex-Margherita (fra i quali, Franceschini e Fioroni) per il Terzo Congresso del PDE insieme a Bayrou; Veltroni ha infine preannunciato di voler partecipare alle assise del PSE pur senza aderire alla piattaforma programmatica, lasciando in sospeso la vexata quaestio fino all’atteso discorso del cosiddetto “Lingotto 2” previsto per il prossimo 19 dicembre davanti alla direzione del partito. Oggi, una leadership forte sembra essere requisito imprescindibile di ogni partito moderno in quanto la personalizzazione della politica ha assunto un ruolo di assoluta rilevanza. Tuttavia, il compito del Segretario appare in salita poiché forgiare il Dna di un partito con un’identità ancora sfocata e contesa è certo un compito arduo. Un leader carismatico può condurre la sua compagine verso determinati obiettivi, ma ciò solo a condizione che il gruppo alle sue spalle sia compatto nella fiducia verso le competenze e l’autorevolezza di chi lo guida. E nel PD appaiono troppo evidenti i vari cleavages che si sono aperti al suo interno: ex-Quercia vs ex-Margherita, dalemiani vs veltroniani, cattolici tradizionalisti vs laici liberali, oppure contrasti strategici fra vocazione maggioritaria vs nuove alleanze con il centro cattolico e/o con la sinistra radicale, e ancora “centralisti” vs “nordisti”. Il PD sembra così un microcosmo troppo all-encompassing per assumere una fisionomia compatta (non monolitica) e coerente. L’indeterminatezza della collocazione europea è allora un semplice riflesso dello “zibaldone” interno e lo spettro di una frattura definitiva, che produrrebbe risultati disastrosi alle elezioni e una grave disfunzione al sistema politico italiano, potrà così fungere da collante per un riallineamento dietro le posizioni di Veltroni. Eppure, tempus fugit e l’identità del partito latita: ultima chiamata il Congresso dell’autunno 2009.

biassoni_davide@yahoo.it


Alessandro Fanfoni
Quell'insostenibile leggerezza del PD del Nord

Come un fiume carsico, di tanto in tanto, il sogno di un Partito Democratico del Nord si riaffaccia sulla scena politica. Si ripresenta all’indomani di sonore sconfitte elettorali, come quella del 13 aprile scorso, o quando lo sfilacciamento, l’opacità, lo smarrimento delle leadership nazionali del partito nonché lo stallo prodotto da una logorante lotta per bande, rendono l’aria insopportabile e qualcuno, qui al nord, rialza la testa e rispolvera l’antico sogno: facciamo un Partito Democratico del Nord!

I protagonisti sono noti e i loro successi politici, elettorali e nell’amministrare realtà locali raccolgono una stima bipartisan.

Solo che, anziché essere un vento del nord, così come è stato enfaticamente ribattezzato dai media, assume più che altro le sembianze bizzose di un refolo: rigenerante ma incostante. E’ così che all’urlo “ci vuole un partito del nord” è sempre seguito poco o niente, se non una mezza dozzina di interviste e retroscena.
Gli stessi “inventori” del PD del Nord dovrebbero ormai decidersi a passare dal dirlo al farlo sul serio. E qui veniamo al punto dolente: come si fa il Partito Democratico del Nord? In accordo o in conflitto con il Partito Democratico nazionale? Bisogna aspettare il permesso o consumare lo strappo? Dovrebbero esistere altrettanti PD del centro, del sud, delle isole o si riconosce una specificità territoriale rilevante solo al Nord? Nasce per scissione o per una sorta di partenogenesi? Oppure si costruisce un nuovo soggetto politico autonomo che solo in un secondo momento si accorda con il PD, il quale accetta di non presentarsi alle elezioni nelle regioni settentrionali? E i suoi dirigenti, gli eletti in queste terre “ribelli”, che fine farebbero? Resterebbero nel nazionale o entrerebbero in massa nel partito del nord, sottraendo spazio a nuovi rappresentanti? E le finanze del nord rimarrebbero al nord? E i patrimoni immobiliari settentrionali del PD, a chi andrebbero? Di quali organi di coordinamento dovrebbe dotarsi la nuova realtà partitica? E il PD del Nord potrebbe ambire a presentare un candidato premier nazionale o sarebbe sempre e solo destinato ad essere un partito “territoriale” e il candidato leader sarebbe comunque espressione di nomenclature romane?
Poi certo, viene anche la questione di liberi programmi e libere alleanze, di nuove classi dirigenti; ma forse è proprio per la complessità di questi nodi così malamente elencati sopra che il Partito democratico del nord non ha ancora visto la luce. E non la vedrà finché qualcuno non si incaricherà, con coraggio e con pazienza, di sbrogliarli uno a uno.




Laura Specchio e Luciana Matarese
TelePd: va ora in onda casa Villari

Milano: Ci risiamo! Un’altra “sola”: il caso Villari. Il senatore non ha alcuna intenzione di dare le dimissioni! Non avevamo dubbi, caro signore! Qualcuno ha pure osato dire che si tratta di persona dotata di senso del dovere. Una bella barzelletta, no? Soprattutto quando si pensa che il soggetto in questione fa parte della solita pletora di ruffiani riciclati. Insomma, uno di quei bei personaggi di cui avremmo tanto desiderato liberarci, ma che magicamente sono stati inseriti nelle liste di Camera e Senato, ovviamente in posizione tale da essere eletti. Bell’affare! La selezione di alcuni candidati ha seguito criteri di ineccepibile razionalità: persone nuove, serie, oneste, meritevoli, competenti, capaci (anche di intendere e di volere) e soprattutto affidabili. Insomma, quelle che mai potresti comprare e quelle su cui l’elettore medio può riporre tutta la sua fiducia. Per non parlare poi dei/delle cosiddetti/e “signorsì” che fanno parte di un’ulteriore penosa e squallida categoria…
Napoli: La scelta dei candidati avviene sulla base della pratica che un economista keynesiano definirebbe “selezione avversa”. In parole povere, si affida il credito ai clienti peggiori. Il caso Villari è emblematico. E poi c’è il gioco delle correnti che, a furia di soffiare, il Pd l’hanno prima infreddolito e poi congelato. Baffetto d’acciaio D’Alema ha un bel dire che stava oltralpe e che non ne sa nulla, il sospetto ventilato da più parti (ariecco le correnti!) che la sceneggiatura della “fiction (ma mica poi tanto) Villari” sia stata scritta a quattro mani col parruccato di Arcore per oscurare Veltroni (ma non lo fa già bene da solo?) resiste. E sì che sarebbe ora di finirla con questo duello rusticano. E’ dal ’94 che ce li ritroviamo, i due e i loro fidi scherani, su due fronti contrapposti a menarsi a distanza. E intanto cento, mille, diecimila Villari fanno i loro comodi porci mentre il pallino resta sempre in mano all’inimitabile (quale fortuna!) cavaliere mascarato.
Milano: Ipotesi e congetture a parte (ne possiamo fare tante), mi preoccupa che la finalità di tutte queste “manovre” rivela, ahimè, una lotta di potere che sovente costituisce il fine ultimo dell’azione politica. Non importa, quindi, se di fronte all’elettorato, nei confronti del quale dovrebbe esserci il massimo dovere di responsabilità, si perde in credibilità, come pure non importa il fatto di mettersi alla berlina degli avversari politici. Non sembrano interessare progetti veri, lungimiranti. Mi pare che la gestione della contingenza e dell’interesse personale sia di gran lunga la priorità assoluta. Potrebbe sembrare semplicistico affermare ciò, ma di sicuro raccoglie un sentimento diffuso nell’opinione pubblica. Come uscire da questa prospettiva così rigida e incancrenita è una effettiva sfida, non solo politica, ma anche e soprattutto culturale. Una battaglia secolare, in cui è difficile scorgere la fine, individuare nuovi scenari di riferimento possibili, attuabili, praticabili. Tuttavia una battaglia necessaria, in cui la resa si caratterizzerebbe solo come mera rassegnazione, ulteriore elemento di capitolazione, ripiegarsi senza alcun vero significato.
Napoli: Invece di pensare a questo, di imparare dalla storia ed adoperarsi per fare in modo che certi errori non si ripetano, che davvero si attui il tanto invocato ma quasi mai praticato rispetto delle Istituzioni, si butta in caciara all’italiana, e tutti col sorriso a denti stretti a ripetere che no, ma andiamo, un vero democristiano (così pure l’ondivago epatologo ha la sua patente di legittimità politica) non si dimette mai. Una cosa è certa: la Rai ha iniziato la programmazione dell’autunno inverno 2008-2009 alla grande, con Villari sul palco e Berlusconi dietro le quinte (è il suo mestiere, per Giove!) a dire quando e come accendere la lucina rossa della telecamera. Meglio di così, davvero non si poteva. E sì che D’Alema e Veltroni potrebbero pure smetterla di litigare: il loro bravo posto in prima fila non glielo leva nessuno!

Milanonapoli e ritorno
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà


Stefano Florio
Expo Milano 2015 - Aggiornamento del 27 novembre 2008

Come riportato anche dalla rassegna stampa dell'Osservatorio speciale del CFP dedicato all’Expo 2015, nel corso di queste ultime 2 settimane alcune tessere del mosaico che ruota intorno all’assetto di governance dell’evento si sono progressivamente ricomposte e pare oramai essere giunto il momento di partire con l’operatività. Ma vediamo le principali novità emerse. Innanzitutto il decreto del Presidente del Consiglio sulla governance dell’evento dello scorso ottobre è stato finalmente registrato il 17 novembre presso la Corte dei Conti, passaggio questo a cui è seguita poi mercoledì 26 novembre la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (si veda il decreto e i relativi allegati scaricabili sul sito del CFP).

In estrema sintesi il Decreto prevede:
-
La nomina a Commissario straordinario delegato (COSDE) della sig.ra Moratti in quanto tale e non in quanto Sindaco di Milano fino al 31 dicembre 2016 con tutti i compiti di garanzia, vigilanza e impulso in ordine alla realizzazione dell'EXPO Milano 2015, secondo quanto previsto nel dossier di candidatura.

L’istituzione della Commissione di coordinamento (COEM) composta dai livelli istituzionali, sociali, culturali e produttivi interessati dall'evento che fungerà da “camera di decompressione” (espressione mia) degli interessi coinvolti per garantirne il massimo raccordo e coinvolgimento oltre al presidio che le attività necessarie procedano.
-
L’istituzione della Società di gestione EXPO Milano 2015 (SOGE) il cui oggetto sociale inerisce lo svolgimento di tutte le attività necessarie alla realizzazione dell'EXPO 2015 nonché la sua successiva organizzazione e gestione. Atto costitutivo e statuto della SOGE sono predisposti dal COSDE. Restano confermati come soci (ma altri se ne potranno aggiungere) il Ministero dell'economia e delle finanze, il Comune di Milano, la Regione Lombardia, la Provincia di Milano e la Camera di Commercio di Milano, secondo quote che verranno stabilite da Tremonti. Confermato anche che il CdA della SOGE è formato da cinque componenti che verranno nominati dalla prima assemblea dei soci. Sarà la diretta assegnataria dei finanziamenti e dovrà redigere piani e rendiconti finanziari operando secondo le norme del diritto privato.
-
L’istituzione del Tavolo istituzionale per il governo complessivo degli interventi regionali e sovraregionali presieduto da Formigoni (in quanto però, a differenza che per il COSDE, Presidente pro-tempore della Regione Lombardia) finalizzato alla programmazione e realizzazione degli interventi e delle attività regionali e sovra regionali relativi alle opere “connesse” all’Expo (infrastrutture ecc.).
- La previsione che i finanziamenti pubblici statali previsti dal decreto di giugno 2008 saranno erogati – e come detto gestiti dalla SOGE - entro però i limiti dello stretto necessario al loro funzionamento, solo per fronteggiare esigenze non altrimenti risolvibili e sempre che non sussistano altre dotazioni e risorse finanziarie, sia di tipo straordinario sia di origine territoriale e locale.
Da rilevare come della figura dell’Amministratore delegato si dica semplicemente che potrà eventualmente essere nominato e potrà partecipare alle riunioni del COEM.
In secondo luogo il testo dello statuto della futura società di gestione è stato perfezionato dopo osservazioni e integrazioni richieste alla Moratti dai diversi soci e l’appuntamento per la nascita della Soge è prevista per il prossimo 1° dicembre, in tempo per portare la lieta novella l’indomani a Parigi durante l’Assemblea Generale del Bie.
Gli interventi correttivi apportati al testo pare (ma si tratta di notizie apparse sui giornali perché ancora non si conoscono i dettagli) stati tutti indirizzati ad un riequilibrio dei poteri fra il futuro Amministratore delegato e il CdA e fra questo e l’Assemblea dei soci: in particolare sarà il CdA sia ad assegnare (e revocare ovviamente) le deleghe operative all’AD (prima era previsto fossero definite in statuto) e a nominare il management della Società – prerogativa prima spettante invece proprio al futuro Amministratore delegato. Si veda su questo l’articolo di Repubblica del 26 novembre presente in rassegna stampa.
In terzo luogo dopo l’ufficialità della nomina di Diana Bracco a membro del CdA della Soge, è seguita quella di Paolo Alli in quota Regione Lombardia (che sempre martedì 25 ha deliberato il proprio ingresso nella futura società) e appare ovviamente ancora scontato il nome di Paolo Glisenti – futuro AD, in quota Comune. Pare invece che il rappresentante del Governo sarà Leonardo Carioni (Presidente dell’Unione delle Province Lombarde, gradito anche alla Lega). La Provincia di Milano ha il 26 novembre deliberato in commissione consiliare (ieri – oggi per chi legge – la delibera è poi andata all’esame del Consiglio Provinciale) il proprio ingresso nella Soge mentre il suo Presidente Penati ha, da un lato, annunciato che comunicherà il proprio rappresentante solo dopo che il Governo avrà confermato il proprio coinvolgimento a pieno titolo nell’iniziativa – dopo le voci allarmanti delle scorse settimane che prefiguravano un suo disimpegno – ed in particolare il fatto che concorrerà al capitale sociale della Soge per il 40% dell’intero ammontare. E in secondo luogo ha dichiarato la propria contrarietà alla designazione della Bracco (indicata dalla Camera di Commercio e fortissimamente voluta anche dalla Moratti) a Presidente della Soge auspicando che questa nomina spetti invece al Governo in quanto socio di maggioranza.
Il Presidente Formigoni ha comunicato nel frattempo l’intenzione di convocare per settimana prossima, cioè dopo l’incontro con il Bie del 2 dicembre, la seconda riunione del Tavolo Lombardia sulle infrastrutture connesse all’Expo.
Anche perché il tempo scorre velocemente e praticamente l’iter istruttorio e burocratico è ancora al palo.
Su un piano prettamente politico, da segnalare inoltre due recenti avvenimenti: da un lato l’accoglimento di un ordine del giorno bipartisan (presentato infatti dagli onorevoli del PD Peluffo e Fiano ma firmato anche da deputati della Lega Nord) che impegna il Governo ad adoperarsi per reperire le risorse necessarie ad avviare il cantiere Expo allo stato attuale non coperte con la Finanziaria 2009. Dall’altro una lettera - appello che il Senatore Luigi Vimercati, Segretario della Commissione lavori pubblici, ha lanciato lo scorso 13 novembre a tutti i parlamentari lombardi perché si facciano soggetti attivi nel mantenere alta l’attenzione del Governo e dei rappresentanti istituzionali su tale importante evento.
Si segnala per concludere un dossier apparso su Repubblica mercoledì 26 novembre a cura di Alberto Statera che fotografa in maniera molto precisa il quadro degli attori – immobiliari e finanziari – che, coinvolti nei principali progetti urbanistici di sviluppo della città, ruotano intorno anche all’affare Expo (si veda Repubblica Milano).
Ciò detto, alla prossima puntata auspicando finalmente che si possa davvero iniziare a lavorare concretamente perché l’Expo 2015 non rimanga solo un bel “libro dei sogni”.

s.florio@libero.it



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