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Home » Newsletter n. 149 - 5 dicembre 2008
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 149 – 5 dicembre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 149.

E' con soddisfazione che vi annunciamo l'apertura delle iscrizioni alla V edizione 2009 del Centro di Formazione Politica.
Cliccando qui troverete tutte le informazioni indispensabili per l'iscrizione.


Cogliamo inoltre l'occasione per segnalarvi che quest'anno la cerimonia di consegna dei diplomi della IV edizione del CFP si terrà nell'ambito della "Prima Conferenza Economica del Pd", sabato 13 dicembre 2008, a Milano presso l'Auditorium de "Il Sole 24ore", via Monte Rosa 91. Clicca qui per il programma completo.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Dio salvi la Repubblica!


Simone Comi
Dopo la strage di Mumbay, sale la tensione tra India e Pakistan


Fabrizio Tonello
La politica estera di Obama costringerà l’Europa a un brusco risveglio


Valentina Pasquali
Il futuro di Guantanamo


Luca Rossetti
New Deal verde: in Italia marcia indietro o fermi sul posto!


Davide Biassoni
PD del Nord: rischi e opportunità


Laura Specchio e Luciana Matarese
Sky e il regalo perfetto: e che so’ Pasquale io?


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Dio salvi la Repubblica!

Dalla Rai a Sky, è solo una nostra impressione o è vero che i dibattiti che infiammano la politica italiana sono sempre più grotteschi e ipnotizzati dal potere televisivo? Prima è stato il caso della commissione di vigilanza, dei cinque mesi per non riuscire a incardinare un presidente che nessuno voleva (eccetto l’Idv), quindi la farsa di un presidente eletto per sventura o per trabocchetto, il quale non rappresenta nulla e nessuno, ma ora che ha insperabilmente conquistato la prestigiosa poltrona non vuole cederla per nulla al mondo.
Questa settimana invece, è scoppiato il caso dell’Iva-Sky, ossia la polemica sull’allineamento (verso l’alto, cioè al 20%) dell’aliquota per le pay tv, in pratica per il concorrente numero 1 dell’industria Mediaset ovvero delle televisioni del presidente del consiglio. E già, perché se non fosse per il conflitto di interessi, non ci si sarebbe nemmeno occupati della questione, dicono in molti, tornando così al peccato originale berlusconiano e all’antico adagio “non avrebbe mai nemmeno dovuto essere lì”.
Ma tant’è, lì - nel senso al centro del potere politico ed economico di questa penisola alla deriva -  c’è da tre lustri, durante i quali si sono tenute ben cinque elezioni generali e si sono alternati a Palazzo Chigi ancor più governi. Eppure si ricade sempre lì – appunto il conflitto di interessi; soprattutto quando la sinistra è a corto di idee, riuscire a intonare di nuovo l’antico adagio riscalda i cuori anche se non porta lontano, anche se sfiora il ridicolo. E’ una battaglia politica sensata, un obiettivo polemico di qualità, queste barricate innalzate dal PD a difesa dell’Iva al 10% per i felici possessori di un decoder satellitare? E’ una battaglia che deve essere interpretata come una nuova frontiera culturale della nuova sinistra postideologica? E con questo genere di bandiere che il loft e compagnia pensano di conquistare il centro moderato del paese?

Non sarebbe stata forse più qualificante e lungimirante una battaglia più coraggiosa in difesa di quello straccio di politica verde che ancora sopravvive nel bilancio dello stato rappresentato dai fondi per il risparmio e l’efficienza energetica? Certo, le polemiche hanno smosso il marmoreo Tremonti, che ha rinunciato alla retroattività della norma, tuttavia il PD sembra aver perso ancora un’occasione.

Una scelta radicale e realista, appassionata e creativa, in favore di un paradigma energetico innovativo, non sarebbe forse questa una bandiera in grado di raccogliere consensi trasversalmente alle appartenenze culturali, politiche e territoriali?
Il caso aveva posto, nello stesso istante, due strade, un bivio, ma il PD pavlovianamente ha preferito imboccare la prima e arcinota strada per trascurare la seconda; la prima che da quindici anni non porta a niente ma produce solo un falso un movimento, un retorico gesto sur place, anziché la seconda da tutta da inventare. Valga come aggravante, la situazione di debolezza di un esecutivo che sta affrontando la crisi economica con misure minime e senza bussola e quindi criticabilissime. Sarà per un’altra volta? Non è detto. Perché il PD sembra interamente ripiegato su se stesso, incapace di innovare e rinchiuso in logiche di conservazione dell’esistente. Sia sufficiente guardare alla risposta data alla legittima e lacerante domanda di autonomia che va sotto il nome generico di PD del Nord. Comunque venga posta la questione, il problema di una rappresentanza del centrosinistra sub specie settentrionis, si pone da tempi non sospetti (Cacciari 1996, nel pieno della vittoriosa stagione ulivista) e non ha ancora trovato una risposta adeguata.
Tutte le promesse di una geometria federalista sono finora naufragate dinnanzi agli appetiti centralisti, generando la comprensibile e compulsiva reazione della classe dirigente del centrosinistra moderato e riformista del Nord che dinnanzi alla progressiva diserzione del consenso popolare reclama a viva voce autonomia, quando non una secessione dalle cecità romanocentriche.
Frattanto, dopo una settimana di bufera sul pane tolto a Murdoch, il paese e le sue istituzioni sprofondano nel più cupo degli incubi: uno scenario da redde rationem del potere giudiziario scatenato dalla guerra tra procure intorno al caso Why Not. Dio salvi la Repubblica!


Simone Comi
Dopo la strage di Mumbay, sale la tensione tra India e Pakistan

A seguito degli attentati di Mumbay della scorsa settimana resta alta la tensione tra India e Pakistan. Nei giorni immediatamente successivi agli attacchi terroristici, New Delhi ha fatto sapere di voler valutare la possibilità di interrompere il processo di pace in corso tra i due paesi, accusando Islamabad di non aver vigilato sulla formazioni islamiste accusate di aver provocato le stragi negli hotel della città indiana. Il Ministro degli Esteri indiano, Pranab Mukherjee, ha apertamente accusato il governo pakistano di non aver fermato il gruppo estremista Lashkar-i-Taiba, resosi protagonista della carneficina di Mumbay. L’attacco è stato letto quindi a New Delhi come risultato del mancato impegno da parte delle autorità pakistane di mettere fine alle attività terroristiche dirette contro l’India. Molti esponenti dei vari partiti politici indiani hanno chiesto al Primo Ministro Manmohan Singh di sospendere il processo di pace per dimostrare che New Delhi sarebbe fermamente intenzionata a porre fine ad una situazione che viene definita insostenibile.
Il Primo Ministro indiano, a seguito delle polemiche per il fallimento delle misure di sicurezza, ha fatto sapere che per prevenire la possibilità di ulteriori attentanti verrà creata un’agenzia federale antiterrorismo. La messa in allerta delle difese aeree militari indiane nell’ultima settimana ha provocato un’ulteriore innalzamento della tensione con Islamabad poiché il Governo pakistano ha ventilato l’ipotesi di spostare le proprie truppe dal confine con l’Afghanistan a quello con l’India in caso di ulteriore surriscaldamento dei rapporti tra i due paesi. Il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice è volata a New Delhi ed Islamabad per incontrare i vertici dei due Governi e sollecitare la cooperazione tra i paesi ma la mancata estradizione dei 20 terroristi ritenuti colpevoli della pianificazione degli attentati chiesta dalle autorità indiane rischia di inasprire ulteriormente la polemica sulle responsabilità pakistane riguardo a quanto accaduto.
Notizie trapelate da ambienti ufficiali di Washington indicano che il Presidente Eletto Barack Obama starebbe pensando di affidare all’ex ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Richard Holbrooke il delicato compito di mediare tra i due paesi per giungere ad una risoluzione della crisi. La nomina di un personaggio come Holbrooke, regista degli accordi di Dayton negli anni Novanta, e il difficile compito che Obama intende affidargli lasciano pensare che sarà nella regione Asiatica la sfida di politica estera più difficile per la prossima amministrazione statunitense. Data l’attuale situazione la crisi politica indo-pakistana potrebbe presto trasformarsi in un confronto militare e non è inoltre da escludersi la possibilità che entrambi i paesi stiano in realtà già conducendo una guerra di intelligence o a bassa intensità nelle zone di confine. Nulla lascia presagire una risoluzione della crisi in tempi brevi e forse solo l’attività di mediazione statunitense riuscirà ad abbassare la tensione in una regione che appare quanto mai incandescente e in preda a squilibri politici profondi.

simonecomi@hotmail.com

http://simonecomi.blogsome.com


Fabrizio Tonello
La politica estera di Obama costringerà l’Europa a un brusco risveglio

Temo di essere facile profeta se immagino che le cancellerie europee avranno uno shock quando l’amministrazione Obama entrerà in funzione e quando, dopo i convenevoli, Hillary Clinton dirà loro cosa intendono fare gli Stati Uniti nei prossimi quattro anni. Il tema, infatti, sarà proprio quel “multilateralismo” invocato, agognato, sospirato dagli europei durante gli otto anni di presidenza Bush, come se l’atteggiamento unilateralista dei repubblicani avesse le sue origini in difetti caratteriali di George W., e non in correnti profonde della cultura politica americana.
Gli Stati Uniti, dalla fondazione, sono unilateralisti per vocazione e multilateralisti per necessità. Questa è una fase di “necessità” e quindi noi europei saremo consultati ma il messaggio proveniente da Washington sarà tutt’altro che entusiasmante: Hillary Clinton ci chiederà più soldi, più uomini, più determinazione nei conflitti in cui l’America è impegnata, e in altri di cui oggi non si parla. Facciamo un breve elenco dei dossier aperti.

1.      Afghanistan. Obama ritirerà le truppe dall’Iraq per intensificare l’azione militare in Afghanistan e quindi chiederà anche agli alleati un impegno che non sia puramente simbolico. Tutti sanno che il conflitto sta andando male, che Karzai è poco più del sindaco di Kabul e che i talebani hanno ritrovato consenso nella popolazione di etnia pashtun. Germania, Francia, Italia, sono pronte a fare la loro parte?

2.      Iran. La Clinton è stata particolarmente aggressiva nei confronti di Ahmadinejad durante la fase delle primarie, la primavera scorsa. E’ probabile che, entrando in carica, adotti un atteggiamento meno bellicoso ma non c’è dubbio che il nucleare iraniano rimane una priorità per gli Stati Uniti, tanto più che le prossime elezioni israeliane potrebbero riportare al potere Benjamin Netanyahu, ben deciso ad attuare azioni preventive contro l’Iran se la bomba atomica di Teheran sembrasse una possibilità concreta a breve termine.

3.      Il nuovo consigliere di Obama, Susan Rice, ha giurato che un genocidio simile a quello del Rwanda nel 1994 “non potrà ripetersi”. In Congo muoiono 45.000 persone al mese, in quello che l’ex governatore di Hong Kong Chris Patten ha definito “il conflitto più sanguinoso dopo la seconda guerra mondiale”. Se gli Stati Uniti decidessero che occorre metter fine a questa guerra africana, gli europei cosa risponderebbero?

4.      Il Congo è solo uno dei molti punti di crisi in Africa: quello che molti definiscono “genocidio” in Darfur, la regione orientale del Sudan, è un altro. L’Unione Europea è pronta a discutere quanto meno di sanzioni contro il regime di Khartoum, fortemente sostenuto dalla Cina per il suo petrolio?

5.      Ancora in Africa: la pirateria somala nell’oceano Indiano è diventata un pericolo per il commercio mondiale, dopo il recente sequestro (ancora non risolto) di una petroliera gigante saudita. Se ne faranno carico la marina indiana e quella francese (le uniche finora presenti nella zona) o gli Stati Uniti chiederanno di creare una forza multinazionale a cui dovrebbero partecipare anche gli europei?

6.      L’Europa è fortemente divisa sull’atteggiamento da tenere verso la Russia: si va dagli amici incondizionati di Putin (Berlusconi) fino agli antirussi paranoici (i polacchi e le tre repubbliche baltiche). Cosa potrà proporre l’Unione Europea agli Stati Uniti per quanto riguarda una serie di dossier importanti come l’atteggiamento da tenere nei confronti di Ucraina e Georgia?

La lista potrebbe continuare ma, per il momento, fermiamoci qui: il problema è semplice. L’Europa ha fatto bene ad opporsi alla guerra irachena di Bush ma ora rischia di raccogliere i frutti amari della sua saggezza: l’amministrazione Obama ritirerà le truppe dall’Iraq ma le chiederà di far seguire i fatti alle parole. Più uomini, più soldi, più sacrifici in tutto il resto del mondo.

fabrizio.tonello@unipd.it


Valentina Pasquali
Il futuro di Guantanamo

Washington D.C. – All’insediamento della nuova Amministrazione Obama il 20 gennaio prossimo, una delle richieste più pressanti che arriveranno all’America dal resto del mondo verterà sul futuro del campo di prigionia di Guantanamo. Guantanamo rappresenta uno dei fallimenti più imbarazzanti degli otto anni di Presidenza Bush e Barack Obama ha promesso di far chiudere la prigione sin dall’inizio della propria campagna elettorale. Il 16 novembre, durante un’intervista sul network CBS, Obama ha reiterato tale volontà dichiarando che lo smantellamento del campo di prigionia è da considerarsi parte integrante del tentativo “di ristabilire la statura morale dell’America nel mondo”, assieme, ad esempio, all’abolizione di qualsiasi metodo per gli interrogatori che possa essere qualificato come tortura.
Rimane quindi da vedere come il nuovo governo americano procederà con questo progetto, in che modo sceglierà di affrontare tutti quegli aspetti spinosi a livello internazionale e di difficile interpretazione a livello del sistema giuridico americano che rendono la chiusura di Guantanamo un affare per nulla semplice.
Ad oggi rimangono a Guantanamo circa 250 detenuti. Alcuni sono stati giudicati non colpevoli dai tribunali militari incaricati. Eppure costoro, pronti al rilascio, non hanno dove andare e nessun paese al mondo che sia disposto a concedergli l’asilo politico. È questo il caso, in particolare, di una dozzina di prigionieri Uighur, una minoranza musulmana che vive nel nord-ovest della Cina. Nonostante le accuse di attività terroristica portate contro di loro dagli americani siano state fatte cadere, costoro rimangono inquisiti in Cina e, per ragioni diplomatiche, non si trovano altri paesi che vogliano riceverli. Un giudice federale americano ha firmato un’ordinanza affinché a costoro venga garantito il diritto a vivere in America. L’Amministrazione Bush ha fatto ricorso e l’ordinanza è al momento bloccata. L’attuale Attorney General Michael Mukasey ha dichiarato lunedì alla stampa di essere assolutamente contrario all’idea che i detenuti, anche qualora siano giudicati non-colpevoli, possano avere diritto all’asilo negli Stati Uniti.
Ci sono, inoltre, tutti coloro contro cui non sono ancora state raccolte prove sufficienti, ma che il governo e i servizi segreti americani ritengono estremamente pericolosi. A meno che non vengano dichiarati prigionieri di guerra o che vengano passate leggi che istituiscano misure di carcerazione preventiva ad hoc, alla chiusura di Guantanamo questi detenuti dovranno essere liberati.
Infine, il neo-eletto Presidente dovrà decidere se e come perseguire i prigionieri ritenuti colpevoli, come ad esempio Khalid Sheikh Mohammed, che si è auto-proclamato la mente dietro agli attacchi dell’11 settembre 2001. La C.I.A. ha ammesso di aver sottoposto Mohammed al waterboarding, ovvero a una forma di affogamento simulato, durante gli interrogatori a Guantanamo. Ammissioni di colpevolezza ottenute grazie alla coercizione fisica, se non addirittura alla tortura, sono normalmente ritenute invalidi nelle regolari corti di giustizia americane. Di conseguenza, questi detenuti potrebbe risucire a vincere i propri procedimenti penali, dovessero questi essere trasferiti ai tribunali degli Stati Uniti.
Una nota positiva è venuta lunedì dal Segretario alla Difesa Robert Gates, che, nonostante eletto in un’amministrazione repubblicana, Obama ha deciso di rinominare. Durante il discorso di accettazione dell’incarico, Gates ha dichiarato di considerare la chiusura di Guantanamo una priorità (
si era pronunciato in questo senso già nel 2007). Il Segretario alla Difesa ha proseguito sottolineando che lo smantellamento della prigione militare è possibile, ma che il governo avrà bisogno dell’aiuto del Congresso per passare quelle leggi ritenute fondamentali a risolvere le questioni più urgenti.
La posizione del nuovo Attorney General Erich Holder non sembra altrettanto chiara. Dall’11 settembre ad oggi, Holder ha cambiato idea di sovente quanto allo status dei prigionieri di Guantanamo, dichiarando inizialmente che fosse legittimo detenerli indeterminatamente e definendoli un giorno prigionieri di guerra e il giorno dopo, invece, come privi delle garanzie stabilite dalla Convenzione di Ginevra proprio per i prigionieri di guerra. Di recente, Holder ha invece abbracciato la posizione di Obama ed è diventato uno dei più convinti sostenitori di una rapida chiusura di Guantanamo, che la scorsa estate ha egli stesso definito “un vero imbarazzo a livello internazionale”.
Non c’è dubbio che la volontà della prossima amministrazione americana rimanga quella di smantellare il campo di prigionia a Guantanamo Bay. Allo stesso tempo bisogna prepararsi ad assistere ad un percorso politico e legale lungo e difficoltoso. In sostanza, è probabile che ci vorrà del tempo prima che Guantanamo chiuda davvero i battenti.

valentina.pasquali@gmail.com


Luca Rossetti
New Deal verde: in Italia marcia indietro o fermi sul posto!

Imprese, cittadini, artigiani, pubblica amministrazione: i cambiamenti climatici richiedono un impegno alla portata di tutti sul fronte economico, culturale e tecnologico che comporti benefici in termini di miglioramento della qualità della vita e di benessere materiale.

E’ sconsolante verificare che uno dei punti forti della manovra economica del governo sia il taglio delle detrazioni fiscali del 55% per il risparmio energetico (infissi, caldaie a condensazione, pannelli solari etc.) disposto con il decreto legge 185/2008 del 28 novembre. Il provvedimento penalizza le azioni per la  riqualificazione energetica delle case: circa 50.000 interventi nel 2008 per la sola Lombardia e 230.000 interventi realizzati, tra il 2007 e il 2008, a livello nazionale. In più questa scelta toglie ossigeno all’attività dei settori produttivi che stanno crescendo intorno ad essi. Si tratta di un tema di cui nella blogosfera si discute quasi quanto del raddoppio dell’IVA su Sky e molto di più che della social card.
La decisione costituisce un primo banco di prova della strategia che esemplifica il veto del governo italiano sul pacchetto 20 20 20 dell’Ue: una sfida che il nostro paese dovrebbe invece affrontare con ancor più coraggio e lungimiranza.
Quella presa è una decisione che dal punto di vista simbolico fa passare due messaggi: non esiste una questione energetica-ambientale, ma anche, per quanto riguarda la semplificazione del rapporto tra cittadini e fisco, “avevamo scherzato”.
Mentre dall’altra parte della terra Barack Obama annuncia, a proposito di new deal verde, “150 miliardi di dollari, tra incentivi e investimenti diretti, in 10 anni per creare 5 milioni di posti di lavoro” a casa nostra il governo va in direzione opposta.
La logica pare essere solo quella di “raschiare il fondo del barile” per recuperare soldi in un momento di crisi.
Su questo versante, tra l’altro, Gianni Silvestrini (direttore scientifico del Kyoto Club) fa presente che "le mancate entrate legate al passaggio della detrazione del 36% per le ristrutturazioni edilizie alla detrazione del 55% per gli interventi legati all'efficienza energetica stimabili in 0,63 miliardi euro nel biennio 2007-8 e quindi anche dal punto di vista strettamente economico, il provvedimento comporta un impatto minimo sulle casse dello Stato". Almeno nelle ultime ore Tremonti ha annunciato di volere togliere l’odiosa retroattività della norma, che avrebbe penalizzato anche chi già aveva fatto interventi di efficienza energetica.
Purtroppo nel complesso si ha la netta impressione che altrove, come ad esempio avviene al Parlamento europeo a proposito della cosiddetta direttiva sulle auto verdi, ci si scontri su tempi e modalità per favorire l’adozione di nuove tecnologie più sostenibili dividendosi tra i fautori di un approccio più radicale, più gradualista o più attento agli interessi di breve periodo di alcune realtà produttive, in Italia ci si attardi ancora a mettere la retromarcia o, nella migliore delle ipotesi, a restare fermi sul posto.


Davide Biassoni
PD del Nord: rischi e opportunità

All’indomani delle ultime elezioni politiche generali, un dato limpido, fra gli altri, emergeva con nettezza: la Lega Nord aveva assunto – ancora una volta – un peso decisivo nella terza vittoria di Berlusconi dal 1994 ai giorni nostri. La nuova creatura del Cavaliere, il PdL, ha ottenuto un chiaro successo anche nel confronto diretto (più di quattro punti percentuali) con il principale antagonista, il PD di Veltroni. Vero. Eppure, è stato l’8,3 per cento del Carroccio a decretare ed ampliare l’affermazione del centrodestra, mentre l’IdV (pur superando il 4 per cento) non è riuscita a capovolgere l’esito finale della consultazione. Così, in termini di voti, Democratici e Di Pietro insieme possono sì pareggiare con Berlusconi, ma è Bossi a far pendere la bilancia elettorale a destra. I dati hanno perciò suggerito ai Democratici un possibile cambio di strategia proprio nell’offerta politica: infatti, la nascita di un PD del Nord avrebbe proprio lo scopo di sottrarre consensi specialmente alla Lega nel Settentrione, mentre nel resto del paese il duello con il centrodestra si giocherebbe in equilibrio. Questo scenario – se si realizzasse – produrrebbe una serie di conseguenza sia a livello squisitamente politico-ideologico, sia a livello sistemico-partitico. Nel primo aspetto, si attribuirebbe in modo conclusivo e bipartisan un carattere di peculiarità alla parte settentrionale del paese, tanto che due partiti, uno di carattere populista-conservatore (la Lega) ed uno progressista-solidale (Democratici del Nord), cercherebbero di interpretarne le istanze e di fornire soluzioni specifiche e vicine al territorio. Nel secondo aspetto, il PD rappresenterebbe il caso del tutto originale di un partito che, seppur nato con vocazione nazionale, vedrebbe il distaccamento di una sua “costola” territoriale. Guardando all’Europa, di specificità “regionali” dal punto di vista politico-elettorale ve ne sono diverse, soprattutto possiamo confrontare l’Italia con due paesi dalle caratteristiche autonomiste o federali, come la Spagna e la Germania. Nel caso iberico, vi sono diverse formazioni politiche che si presentano solo nelle rispettive Comunità Autonome, ma l’esempio che più potrebbe richiamare quello del PD è dato dal rapporto dei socialisti di Zapatero con il Partito Socialista Catalano (PSC): nato alla fine del franchismo, il PSC è indipendente dal PSOE (che, ad ogni modo, ha di per sé una struttura fortemente federale) anche se, dalla Catalogna, i suoi rappresentanti eletti (con la doppia sigla PSOE-PSC) alle Cortes Generales confluiscono nel gruppo unico socialista. Tuttavia, è il binomio tedesco CDU-CSU che rappresenta meglio la fattispecie di due partiti, ad un tempo, gemelli ma separati: fondati alla fine del regime nazista, la CSU è l’erede del Partito Popolare Bavarese e concorre, nelle elezioni generali, unicamente in Baviera (Land nel quale raccoglie un consenso tradizionalmente maggioritario) mentre la CDU presenta i propri candidati esclusivamente nel resto del territorio nazionale. Perciò, i due partiti democristiani non sono mai competizione elettorale fra loro e formano da sempre un gruppo unico al Bundestag; la loro strategia collaborativa si basa quindi su un lavoro “di coppia”, riconoscendo alla Baviera una sua specificità storica, politica e culturale. Dati due scenari attuali, in futuro si potrà forse aggiungere un terzo caso, ossia quello dell’Austria dove la BZÖ (il partito che fu fondato da Haider) potrebbe diventare la “sede distaccata” in Carinzia dei liberal-nazionalisti di Strache. In Italia si potrebbe, invece, assistere ad un processo di scorporazione di un partito e la nuova formazione territoriale dovrebbe affrontare due nodi fondamentali: primo, un nuovo Segretario (forse il Sindaco di una grande città del Nord) e, secondo, una piattaforma programmatica “localista”. I due temi sono strettamente intrecciati con il rischio di aumentare la conflittualità con il corpo centrale del partito e Veltroni ha già chiuso la porta alla prospettiva di un distacco interno, temendo l’esplosione di ulteriori lacerazioni. Resta da verificare la volontà e la capacità organizzativa dei Democratici del Nord, cercando di scongiurare due scenari altrettanto dannosi: la soppressione del progetto con l’aumento delle insofferenze intestine nel PD oppure, dall’altro, la”secessione” della componente settentrionale senza un collante con la parte “romana”, il che renderebbe il progetto Democratico assai inconsistente ed ondivago. Inoltre, il PD del Nord appare una scommessa senza ritorno: in caso di fallimento, il Settentrione diventerebbe una terra politicamente inespugnabile sine die (o quasi) dai riformisti.

biassoni_davide@yahoo.it


Laura Specchio e Luciana Matarese
Sky e il regalo perfetto: e che so’ Pasquale io?

Napoli: Mica vero che “il cielo” è sempre più blu. Per ora Sky è solo più cara. Che fai, l’abbonamento al canale di Murdoch lo rinnovi o no?
Milano: Personalmente no. Riesco a sopravvivere senza pay tv e in generale senza tv! Comunque sia, hai visto? La UE dichiara che il caso Sky è chiuso. Berlusconi non perde l’occasione per dire:”è stata una figuraccia enorme della sinistra”. In un modo o nell’altro, IVA 10%-IVA 20%, rimane fermo un dato oggettivo: il conflitto di interessi. La vera “figuraccia enorme” è proprio questa: che non ci sia stata, a suo tempo, una reale volontà politica di porre fine a questo dannato problema e che, purtroppo, non si intravveda alcuna soluzione né nel breve tantomeno nel lungo periodo.

Napoli: Una mossa magistrale di Sua Emittenza. Che, mentre altrove, in buona parte del pianeta, ci si preoccupa di ridurre le conseguenze distrastrose della debacle finanziaria, lui è stato capace, l’unico al mondo, mentre, di utilizzare la crisi per arricchire se stesso. Magistrale. Come sempre aiutato, anzi direi incoraggiato dalle opposizioni. Che lui batte il pugno sul tavolo e quelli, timorosi, replicano a mezza voce. Ripetendo cose banali, con toni banali, in modo banale. Se il conflitto di interessi c’è, quanto è vero che c’è, a che serve brandirlo ora, per l’ennesima volta, quando, dico io, si è avuta la possibilità, e non una ma ben due volte (e sì che si era al Governo), per chiudere la questione?
Milano: e…purtroppo, e come sempre, a fare le spese di questa paradossale situazione sono i consumatori/elettori/cittadini o come ci vogliamo chiamare. Il peso ed i costi in termini economici, ma a ben vedere anche politici e culturali, ricadono sempre sugli stessi soggetti che alla fine si ritrovano con un dato di fatto senza poter aprire bocca. Certo basterebbe non abbonarsi a una pay tv, in generale non guardare più questa miserevole televisione, non acquistare quelle migliaia di prodotti inutili che circolano nel mercato, consumare lo stretto necessario e via dicendo, ma non basterebbe comunque. Ski è solo un elemento di questo complesso e disastroso mosaico.
Napoli: Anche se, a dirla tutta, pure Sky ci ha messo del suo a fare la figura che ha fatto, del concorrente, come dire, buggerato.
Milano: In che senso, scusa?
Napoli: Guardando, da napoletana, la nuova campagna pubblicitaria di Sky che impazza sulle reti Mediaset (deve essere stata lanciata prima che lo squalo Murdoch intuisse la sete di smisurato del piraña Silvio) non ho potuto fare a meno di pensare a Totò. Sky ha sostituito Babbo Natale con Pasquale, il fantomatico scopritore del regalo perfetto (cioè l’acquisto del pacchetto digitale a 15 euro al mese per tre mesi). Mai testimonial fu più azzeccato. Ricordi la scena in cui un signore schiaffeggia Totò chiamandolo Pasquale, e più lo schiaffeggia e più Totò ride. Tanto che, a un certo punto, quello gli chiede: “Ma come, più io ti meno più tu ridi?”. E Totò risponde: “E che so’ Pasquale io? Volevo vedere dove andavi a finire”. Ecco, Sky gli schiaffoni se li piglia senza intermediari. Per questo ci ha messo direttamente la faccia di Pasquale.

Milanonapoli e ritorno
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà



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