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Home » Newsletter n. 150 - 12 dicembre 2008
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 150 – 12 dicembre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 150.

Cogliamo l'occasione per invitarvi alla cerimonia di chiusura della IV Edizione del CFP, che avrà come culmine la consegna degli attestati di partecipazione agli allievi. Scenario di tale evento sarà l'Auditorium de "Il Sole 24 ore" in via Monte Rosa 91, Milano (MM1 Lotto), sabato 13 dicembre 2008 dalle ore 9.00 alle 13.30.

Abbiamo deciso di svolgere la cerimonia conclusiva nell'ambito della Prima Conferenza Economica organizzata dal PD Lombardia in collaborazione con il CFP. Il convegno, oltre a personalità del mondo economico, vedrà la partecipazione di alcuni autorevoli esponenti politici nazionali del PD.
Clicca qui per il programma completo.

Infine, vi informiamo che sono aperte le iscrizioni  alla V edizione 2009 del Centro di Formazione Politica. A questo proposito, vi invitiamo caldamente a farvi promotori della nostra scuola, segnalandola a giovani interessati alla politica. Da quest'anno, tutte le informazioni relative alla V Edizione e le modalità di iscrizione si possono trovare sul nostro sito.
Cliccando qui troverete tutte le informazioni indispensabili per l'iscrizione.


Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Nicola Pasini
Il punto/ CFP, IV edizione 2008: un anno per guardare al futuro


Fabrizio Tonello
Politica ambientale: negli USA la farà un premio Nobel, in Europa gli inquinatori


Valentina Pasquali
Democratici e corruzione: il caso del governatore dell'Illinois


Laura Specchio e Luciana Matarese
La questione immorale e i lifting al travertino


Davide Biassoni
Quel 28% che allarma il PD


Chiara Guarnieri
Lavoratore, ma anche cittadino


Stefano Florio
“E quindi uscimmo a riveder le stelle….”


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Nicola Pasini
Il punto/ CFP, IV edizione 2008: un anno per guardare al futuro

Il 2008 è stato un anno travagliato, ma molto interessante sotto il profilo della formazione politica.
Nel corso della cerimonia di chiusura della III edizione, nel dicembre del 2007, alla presenza del segretario del PD Walter Veltroni, avevamo esplicitato, con la nostra solita franchezza, che di lì a pochi giorni sarebbe caduto il Governo Prodi, non perché gli ‘gufavamo’ contro, ma perché già dalla vittoria dell’Unione della primavera del 2006 intravedemmo tutte le crepe di un’alleanza fortemente eterogenea che non poteva funzionare, sia dal punto di vista culturale sia dal punto di vista politico. E che anche nel passato aveva avuto un rendimento politico a dir poco deludente (escludendo il periodo 1996-98 con l’entrata dell’Italia nell’euro). Così come abbiamo appoggiato con entusiasmo il progetto presentato dal Veltroni del Lingotto, allo stesso modo abbiamo anche aspramente criticato l’atteggiamento post-elettorale ondivago e titubante con cui il PD ha affrontato questioni decisive, sia per la formazione dell’identità del partito sia per le politiche espresse in questi ultimi mesi in molti settori. Tre esempi per capirci: 1) già prima della campagna elettorale fummo contrari all’alleanza (strategica) con l’IdV, proprio perché un partito riformista deve saper coniugare in modo coerente principi e politiche, al fine di rispondere positivamente al mal funzionamento della democrazia italiana. 2) Fummo molto determinati, già il 9 maggio, nel chiedere un congresso anticipato che avrebbe maggiormente legittimato e rafforzato il segretario che incarnava un progetto riformista e innovatore. Proprio perché convinti che, al di là della cocente sconfitta elettorale, il progetto era sulla strada giusta. 3) Fummo altresì molto contrari alla manifestazione di piazza del 25 ottobre (chi se la ricorda? Quali le conseguenze positive?), convinti che nell’otre vecchia non è possibile mettere il vino nuovo (quanto nuovo?).

Questo per dire che il CFP è sempre stato, fin dai suoi primi passi, non un luogo dove convincersi in modo partigiano che da una parta sta la ragione e dall’altra il torto, bensì un luogo franco per riflettere sulle dinamiche della società italiana, ma soprattutto su ciò che si muove al di là dei confini nazionali. E nel corso del 2008 si sono aperte due nuove sezioni di approfondimento: l’Osservatorio speciale dedicato alle elezioni negli Stati Uniti e l’Osservatorio speciale dedicato all’EXPO 2015 di Milano.
Il CFP nato dalla volontà di scommettere sul futuro, ha sviluppato un’offerta formativa, per ora, senza rivali. E siamo orgogliosi nel rivendicarlo. Concepito come una sorta di incubatore e funzionante come una nursery di nuove idee e di una nuova leva politica, oggi, dopo quattro anni di attività, dispone di un prezioso know-how e di un insieme di conoscenze specifiche nelle quattro aree di studio, che attraverso disparate esperienze sono già messe a disposizione della più vasta rete di saperi, interessi e attori coinvolti nei processi vitali del Partito Democratico, ma non solo. Per tutti, basti ricordare l’intensa e reciproca collaborazione con Glocus (
www.glocus.it); Politeia (www.politeia-centrostudi.org); Institute of European Democrats (www.iedonline.ue); The German Marshall Fund of the United States, sede di Parigi (www.gmfus.org); - Astrid (www.astrid-online.it).
Questo per continuare a fornire un contributo di carattere culturale e politico alle ragioni autenticamente riformiste del Paese, in vista della creazione di un’autentica classe dirigente. Al CFP, durante i primi quattro anni di attività, hanno finora insegnato circa 90 docenti e sono stati diplomati circa 250 allievi. Durante la IV edizione, gli allievi che hanno frequentato i nostri corsi e che domani riceveranno gli attestati sono più di 70, provenienti da tutte le regioni d’Italia. A loro, un augurio per un futuro migliore e al servizio del Bel Paese.



Fabrizio Tonello
Politica ambientale: negli USA la farà un premio Nobel, in Europa gli inquinatori

Se mai ci fosse bisogno di ricordarci la miseria del tempo presente, la situazione della politica per l’ambiente in Italia e negli Stati Uniti basterebbe da sola a incitarci a comprare un biglietto di sola andata, anche in terza classe, sulle linee di navigazione Genova-New York (ammesso esistano ancora). Le notizie della settimana, infatti, sono due: Barack Obama ha annunciato che nominerà Steven Chu, il direttore del Lawrence Berkeley National Laboratory, come segretario all’Energia. Chu è un fisico che nel 1997 ha vinto il premio Nobel e che, a capo dei laboratori nati per progettare bombe nucleari, ha avviato importanti ricerche sulle energie rinnovabili. Silvio Berlusconi, invece, ha fatto sapere che il suo governo mantiene la minaccia di porre il veto alle misure europee per limitare le emissioni di gas che aggravano l’effetto serra. Che dire? Mentre un Nobel entra per la prima volta nel governo americano, l’Italia fa una battaglia di retroguardia per impedire di avanzare all’Europa che vuol prendersi cura dell’ambiente.
La riunione imminente dei ministri europei è tanto più importante quanto il sistema di mercato dei “permessi di inquinare”, accettato dalla UE alcuni anni fa su insistenza americana, è clamorosamente fallito. I permessi, che dovevano essere venduti a caro prezzo alle industrie del carbone, del cemento, dell’acciaio, per disincentivare le produzioni inquinanti, sono stati, incredibilmente, concessi gratis ai produttori, la cui azione di lobby riuscì, qualche anno fa, a rovesciare completamente il senso della legislazione. Non solo: come rivela un’approfondita indagine dell’International Herald Tribune, i peggiori inquinatori, in particolare tedeschi, hanno guadagnato miliardi di euro (la sola RWE tedesca, 5 miliardi) aumentando le tariffe dell’elettricità ai consumatori con il pretesto del commercio dei permessi.
Le rivelazioni del giornale dimostrano che il sistema era sbagliato alla radice, come gli ecologisti hanno sempre sostenuto, va eliminato e sostituito da una carbon tax, in cui chi più inquina più paga, se si vuole davvero fare qualcosa per combattere l’inquinamento e il riscaldamento del pianeta. C’è da sperare che ci pensi Obama, visto che noi abbiamo una commissione europea inetta e incompetente, oltre che preda delle lobby più aggressive e benfinanziate. Per non parlare di Berlusconi, dei polacchi che difendono il loro carbone e dell’ex cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder che, dopo aver lasciato il governo tedesco, si è fatto assumere come presidente del consorzio Nord Stream AG, che dipende dalla russa Gazprom, cioè da Vladimir Putin.

fabrizio.tonello@unipd.it



Valentina Pasquali
Democratici e corruzione: il caso del governatore dell'Illinois

Washington D.C. – Sono state settimane pesanti per il sistema politico americano, che di recente è stato travolto da una serie di episodi di corruzione politica di dimensioni sempre crescenti.
È cominciato tutto con il senatore ottuagenario dell'Alaska Ted Stevens. Nelle elezioni del 4 novembre scorso, il repubblicano Stevens ha perso il proprio seggio al Senato di Washington, che deteneva dal 1968.  La sconfitta è da attribuirsi in particolare alle relazioni di tipo clientelare che Stevens intratteneva con personalità di spicco del settore industriale Alaska. Per la precisione, il Senatore avrebbe accettato 250.000 dollari in doni da parte di un "amico" e importante imprenditore locale senza mai dichiararne la provenienza. Condannato in primo grado, Stevens è stato punito dagli elettori dell’Alaska nonostante un suo immediato ricorso in appello.
Sono i rappresentanti del Partito Democratico, però, a essersi macchiati degli scandali peggiori. In una elezione per il distretto congressuale di New Orleans, rimandata dal 4 novembre al 6 dicembre per via dell'Uragano Gustav, un repubblicano relativamente giovane e sconosciuto, Joseph Cao, ha battuto il rivale democratico in carica William J. Jefferson. Si tratta, questa, di una zona della Louisiana abitata in gran parte da afro-americani e roccaforte del partito dell'asinello. Anche in questo caso la sconfitta del favorito e candidato in carica è spiegabile con l’esasperazione degli elettori per le vicende di corruzione in cui Jefferson era invischiato ormai da anni. "Dollar Bill" Jefferson, come il Deputato democratico è soprannominato, è infatti da tempo sotto inchiesta federale. Nel 2006 la polizia arrivò a confiscare 90.000 dollari in contanti ritrovati dentro un freezer nel retro della abitazione del Deputato.
Naturalmente, il clamore suscitato da questi due episodi non è paragonabile a quello causato dall’arresto martedì mattina del governatore dell’Illinois Rod Blagojevich. Secondo la FBI, il democratico Blagojevich avrebbe tentato di vendere il seggio al Senato che apparteneva a Barack Obama fino alla vittoria nelle elezioni per la Presidenza. La regola vuole che il governatore dello stato interessato, in questo caso l’Illinois, abbia diritto a nominare un successore per tale seggio senza dover indire nuove elezioni.
Un rapporto di settantasei pagine redatto dalla FBI, che è stato alla base dell’arresto, riporta  intercettazioni telefoniche di conversazioni durante le quali il governatore dall’acconciatura sempre perfetta cercava di vendere o scambiare il seggio in cambio di favori per se stesso o per la moglie Patti. "Voglio fare soldi", sarebbe arrivato a dire Blagojevich in una di queste telefonate. Pare fra l’altro che il governatore dell’Illinois abbia perseverato nel tentativo di trarre vantaggi dalla propria posizione politica anche nei giorni successivi alla pubblicazione di un articolo sul Chicago Tribune in cui si rendeva noto che il telefono di Blagojevich era sotto controllo. Blagojevich è sotto inchiesta per vari atti di corruzione in atto pubblico già dal 2005 e le indiscrezioni sulle attività losche del governatore sono cominciate quasi immediatamente dopo la sua elezione nel 2002.
Si tratta, questo, di un episodio non eccezionale nella politica di Chicago. Tre governatori dell’Illinois sono finiti in galera negli ultimi trentacinque anni e un numero ancora maggiore è stato inquisito durante il proprio mandato. Il predecessore di Blagojevich si trova tutt’ora in carcere.
La questione ora rimane come liberarsi di Rod Blagojevich. Il governatore è stato rilasciato su cauzione e, fino a che un processo non viene portato a termine e Blagojevich non viene condannato, non esiste l’obbligo di dimettersi. Naturalmente, Blagojevich non pare averne alcuna intenzione. Sia la Corte Suprema che il Parlamento dell’Illinois stanno pensando a come sbarazzarsi di lui senza attendere che la giustizia faccia il suo corso. Il Parlamento sta valutando l’ipotesi di iniziare un procedimento per l’impeachment politico mentre la Corte Suprema potrebbe utilizzare una clausola della Costituzione dello Stato per deporre il governatore. Nel frattempo, la preoccupazione è che Blagojevich cerchi comunque di nominare un successore a Obama, autorità di cui rimane investito. In realtà, siccome tale nomina dovrebbe essere confermata dall’Attorney General dell’Illinois e dal Parlamento, la cosa a questo punto è alquanto improbabile.
Naturalmente, visto che l’Illinois è lo stato d’elezione del neo-eletto Presidente Obama, tutti,
e in particolare a destra, si domandano che relazione avesse costui con Blagojevich e se ci sia anche solo una possibilità che Obama fosse in qualche modo al corrente delle trame del governatore.
Fin qui, Obama ha gestito il primo scandalo da presidente con successo. In una conferenza stampa indetta a Chicago proprio mercoledì, Obama ha negato di aver parlato con Blagojevich a proposito della nomina del proprio successore e in generale di avere contatti frequenti e significativi con il governatore. Il futuro Presidente ha anche più volte insistito per le dimissioni di Blagojevich. Inoltre, come illustrato dal New York Times, pare che proprio un intervento legislativo di Obama di qualche mese fa abbia parzialmente contribuito a incastrare Blagojevich. Nonostante fosse candidato alla Presidenza degli Stati Uniti e, comunque, senatore del governo federale già dal 2004, in settembre Barack Obama ha sentito il dovere di intervenire nel dibattito del Parlamento dell’Illinois su una proposta di legge volta a rendere più rigidi i controlli sui rapporti tra politici e mondo aziendale, proposta su cui Blagojevich aveva già posto un primo veto. Grazie anche al sostegno di Obama per la legislazione, il Senato dell’Illinois ha proceduto al passaggio della legge nonstante il veto del Governatore e, di conseguenza, pare che gli inquirenti della FBI abbiano potuto condurre le proprie indagini su Blagojevich più liberamente. Rimane, comunque, il fatto che Obama è cresciuto politicamente nella macchina corrotta del Partito Democratico di Chicago e quindi bisognerà vedere, nel lungo periodo, se sarà in grado di proteggere la propria integrità.
La notizia più positiva, forse la sola, che emerge da questa serie di scandali è che i cittadini americani paiono determinati, almeno in questo periodo, a punire elettoralmente quei rappresentanti che abbandonano la diritta via del servizio pubblico per perseguire l’arricchimento o l’avanzamento di carriera personale.

valentina.pasquali@gmail.com


Laura Specchio e Luciana Matarese
La questione immorale e i lifting al travertino

Milano: Clientelismo e corruzione, oggetto di numerosi processi giudiziari in corso, sono dati acquisiti che non suscitano più scalpore. Il senso comune è disposto ad accettarli come elementi di un codice genetico della pratica politica. Quest’ultima è stata spesso colonizzatrice della società nel suo complesso ed in quanto tale ha utilizzato le strutture esistenti ai propri fini. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un tema “classico” dei nostri annali: la “questione morale”. Di fatto non si è mai smesso di parlarne se pensiamo che cultura dell’illegalità, pratiche clientelari e i simpatici annessi e connessi si sono fatti interpreti di scambi diadici, strumenti per l’acquisizione di consenso e in una parola risorse dei leaders politici. Questa destra conta una presenza massiccia di inquisiti, plurinquisiti, strainquisiti, condannati, riciclati e miracolati da prescrizioni, leggi ad personam, indulti e chi più immondizia ha ce ne metta. Tuttavia, si permette di fare la voce grossa e puntare il dito.
Napoli: Tu ti incazzi con la destra, e certo che Berlusconi ha una tale faccia tosta nel dire le cose che dice che più che con silicone e acido ialuronico viene il dubbio che i lifting se li è fatti con infiltrazioni di travertino. E però, credo che una questione morale esista davvero nel Partito democratico e il rimpallo non servirà. Il problema c’è ma non va affrontato come una gara a punti, a chi ne ha di più ha la faccia più sporca perché mi sa che in tutti i partiti non ci si lava da parecchio, né si dovrebbe cedere alla tentazione - comoda perché si finisce col distogliere l’attenzione e non risolvere mai fino in fondo le situazioni - di impelagarsi nei pettegolezzi stile “il mio è più grosso del tuo” (sempre parlando di questione morale, s’intende) in cui, ancora una volta, “donna Silvia da Arcore”, è maestra.
Milano: Che la destra si permetta di pontificare sul tema è un dato paradossale e pericoloso. “Non ci resta che piangere”, ma non abbiamo neanche più le lacrime per farlo. Dobbiamo tirare fuori il simpatico/reale aneddoto, granitico come solo i luoghi comuni sanno esserlo, che il Presidente del Consiglio non potrebbe partecipare al concorso per vigile urbano? Ed è solo un piccolo esempio. Ci si lascia insultare e mandare in pasto al tritacarne mediatico, manovrato dai soliti noti, e ad ogni legittima richiesta di dimissioni si risponde con una sonora pernacchia!
Napoli: Pazzesco. Guardando a quel che sta succedendo nel Pd, non so dove finiscano stupidità e incapacità e inizino arroganza e calcolo doloso di chi accetta anche gli sputi in faccia pur di conservare la poltrona. Mi riferisco a Bassolino, che secondo me non lascerà fino a quando non avrà la certezza della candidatura alle Europee, ma non solo a lui. Eliminare una o due persone non è la panacea. Si comincia mandando a casa chi ha fallito, certo, ma tenendo ben presente che la crisi è di sistema, per cui la questione non va inquadrata esclusivamente in ottica personalistica. Specie quando il male ha attecchito da decenni, radicandosi nei gangli del Paese, dal Sud al Nord passando per il centro, isole comprese.
Milano: Infatti. L’eredità di un sistema politico che ha sostenuto e si è sostenuto attraverso la pratica dell’illegalità, non ha permesso di fissare regole e certezze, arriverei a dire che non ha permesso lo sviluppo di un sentimento diffuso di cittadinanza, peraltro già carente nella nostra tradizione socioculturale. La delegittimazione del sistema politico sembra essere un elemento consolidato di questo Paese, dove la “questione morale”, la caduta del “credere nella legalità”, sembrano appartenere solo alla critica formale di una realtà che non garantisce il rispetto delle regole, ma anzi sembra incentivare le tendenze collusive di politica-affari-associazioni per delinquere. A questo punto e ancora una volta, credo che ragionare sul meccanismo di selezione di una nuova classe dirigente possa essere un tema prioritario per affrontare anche la “questione morale”.
Napoli: Tutto giusto, ma io penso che si dovrebbe ripartire dallo studio della storia. C’è chi trae profitto dalla smemoratezza del Paese, alimentando l’assenza di una cultura della memoria, cosa ben diversa dal rito del ricordo. “La questione morale “intesa - per dirla con Barbagallo - “come corretto rapporto tra i distinti ruoli dei partiti, dello Stato, delle Istituzioni e delle organizzazioni di massa”, emerse in modo prepotente agli inizi degli anni ’80 con l’esplosione dello scandalo della loggia P2, emblema massimo della degenerazione del sistema politico. Ebbene, oggi Licio Gelli partecipa ai martedì letterari del Casinò di Sanremo col voto favorevole del Pd. Il quale Pd rispolvera ad intermittenza Berlinguer, ma non sa, dimentica - o finge entrambe le cose - quello che per esempio a Berlinguer scriveva Tonino Tatò, suo segretario particolare e portavoce: “…una questione morale è aperta anche dentro il nostro partito. Troppi compagni, specie nelle amministrazioni locali e nell’affrontare i problemi di queste istituzioni finiscono per scadere nelle peggiori pratiche tipiche dei partiti governativi, ignorando il metodo democratico e la verifica di massa di certe proposte o scelte, prevaricano con intese tra i partiti (leggi: spartizioni) l’autonomia dei Consigli, delle Giunte, delle Usl, delle aziende pubbliche, degli Enti comunali, provinciali, regionali. E quando scendono o si lasciano trascinare su questo terreno, commettono ingiustizie politiche, mortificano professionalità, deludono compagni ed elettori, diventano “uguali agli altri” e, di necessità, restano disarmati di fronte ai ricatti degli altri partiti, e vi cadono”. Correva l’anno 1981, ma l’analisi, con qualche piccola modifica formale, si attaglia alla perfezione ai nostri giorni. Anzi no. Siccome la sindrome da lifting al travertino impazza, va anche peggio.


Milanonapoli e ritorno
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà


Davide Biassoni
Quel 28% che allarma il PD

Il sondaggio pubblicato da Repubblica relativo alle intenzioni di voto per le elezioni Europee del 2009 ha gettato una pesante ombra di sconforto nel Partito Democratico. Il pessimismo è giustificato? Sì, ma evitando di cadere nel panico autodistruttivo. Le cifre raccolte possono essere opportunamente messe a confronto con la più recente consultazione elettorale, ossia le percentuali effettive dei partiti alle politiche 2008. Operando in questo modo, per illustrare il quadro della situazione, si può partire da un dato riassuntivo articolato in tre aspetti: l’attuale maggioranza di centrodestra (PdL+Lega+MpA) salirebbe solo dello 0,7% (dal 46,7% al 47,4%); l’opposizione PD+IdV perderebbe lo 0,8% (dal 37,6% al 38,8%); al di fuori delle due coalizioni, la Sinistra Arcobaleno (PRC+CI+Verdi+SD) guadagnerebbe l’1,7%, mentre segnerebbero il passo sia l’UDC (-1,6%) sia la Destra (-0,9%). Questa sequela di percentuali permette di affermare come gli scostamenti appaiano piuttosto marginali: non un terremoto elettorale, bensì lievi scosse di assestamento. Proseguendo, se consideriamo l’area complessiva di centrosinistra – ossia l’Unione prodiana da Rifondazione all’UDEUR – ecco che emerge un incremento pari all’1,7%; sennonché, il centrodestra manterrebbe la maggioranza relativa, pur senza Casini e Storace, e nel caso l’UDC ripensasse la sua strategia solitaria al centro, raccogliendo l’invito del Cavaliere nel PdL, allora l’ex Casa delle Libertà avrebbe una maggioranza assoluta di voti. Nel campo progressista, come detto nell’incipit, la doccia fredda ha colpito i Democratici: se i dati del sondaggio fossero confermati dalle urne a giugno, il partito di Veltroni registrerebbe un pesante arretramento pari al 5,2% (dal 33,2% al 28%); allo stesso tempo, balza all’occhio l’exploit dell’Italia dei Valori che salirebbe al 7,8% dal 4,4% (una crescita del 3,4%). Certo, la prospettiva emersa dal sondaggio non poteva non allarmare i vertici dei Democratici (il partito politico con il segno “meno” più pesante), eppure alcune doverose considerazioni vanno esplicitate: dai dati non risulta uno spostamento di voti da sinistra a destra (beninteso, nemmeno il contrario) e l’emorragia di consensi del PD sembra proprio avvantaggi, in primis, Di Pietro e anche, sebbene in misura minore, la Sinistra radicale e, ancora, si consideri che il 28% del PD non tiene contro dell’1% dei Radicali che, alle Europee, andrebbero da soli al voto. Dunque, appaiono soprattutto questi tre fattori a spiegare la flessione del PD; un arretramento comunque preoccupante, come palesato dal confronto fra i due big con la netta preminenza del PdL in vantaggio di 11 punti percentuali. Qui sta il punto: la vocazione maggioritaria di un partito ben al di sotto del 35% e con un consenso di gran lunga inferiore al suo principale antagonista non può che esser frustrata. Pur in un periodo di crisi economica e d’incertezza, la Sinistra non sembra riuscire a riemergere significativamente come forza antagonista all’estremo dello spettro politico; quindi, per il PD, il nodo sta nei rapporti con l’IdV, con l’ex PM (alleato-rivale) il quale, tramite la sua opposizione dura e intransigente verso Berlusconi, sembra riuscire a catturare i consensi di un elettorato attratto da una forza politica decisamente ostile a qualsiasi dialogo con la maggioranza. Un grattacapo non da poco per Veltroni che guida una formazione internamente divisa e ora coinvolta anche in alcune inchieste giudiziarie, a livello di amministrazioni locali, tanto che si è parlato a lungo di una “questione morale” per i riformisti. Sembra ad ogni modo evidente che, allo stato attuale, il centrosinistra, benché eventualmente riallargato a Rifondazione e alla sinistra-sinistra, non sarebbe maggioranza se non con un’acrobatica e contemporanea alleanza con il centro democristiano (e, forse, neppure questo basterebbe). I numeri, insomma, sentenziano come le forze riformiste siano ancora lontane dal poter aspirare al governo dell’Italia con una maggioranza coerente e coesa.

biassoni_davide@yahoo.it


Chiara Guarnieri
Lavoratore, ma anche cittadino

Mentre la crisi del Partito democratico si fa sempre più profonda, tentiamo di reagire cercando di ridare vita al progetto attraverso la ricerca di risposte ai problemi della nostra società.
Per affrontare in modo chiaro le varie questioni politiche sul tappeto, tuttavia, occorrerebbe prima individuare linee di base che permettano a un partito di proporre soluzioni coerenti. Ma la definizione di linee base condivise non è stata affrontata, e la somma delle ambiguità non risolte si è trasformata in un freno che ha bloccato la propositività. Maggior chiarezza permetterebbe una maggiore dinamicità del partito e aumenterebbe la sua capacità di interpretare la realtà complessa nel quale è calato e alla quale deve rispondere, favorendone la capacità di modulare risposte efficaci e coerenti pur all’interno di vistose differenze territoriali.
Uno dei punti chiave che il partito democratico deve chiarire a se stesso e dal quale discendono un’ampia serie di conseguenze è l’individuazione del soggetto di riferimento intorno al quale deve costruire le proposte politiche.
La storia della sinistra porta in eredità un soggetto di riferimento dominante: il lavoratore, la classe operaia. L’attualità impone invece al Pd di estendere le sue attenzioni a una categoria molto più vasta, il cittadino.
Un partito che vuol essere di maggioranza non può ridurre, infatti, la sua attività alla tutela di una categoria, per ampia che sia: questo è compito del sindacato, non di un partito moderno. E sebbene questa possa sembrare un’ovvietà, andiamo a vedere in che misura tale argomento è in grado di generare tensioni e divergenze. Prendiamo l’esempio della scuola pubblica.
Il progetto di scuola pubblica che sembra farsi strada nell’ambito di una parte del Pd impone che si prenda atto dei problemi del settore e che si riconosca la necessità di un cambiamento rispetto alle politiche attuate fino ad oggi.
Le ricerche internazionali costituiscono delle piattaforme serie dalle quali attingere spunti di riflessione: sappiamo che la ragione della bassa qualità dell’offerta formativa non è da attribuire alla mancanza di risorse finanziarie, quanto piuttosto al cattivo impiego delle stesse. L’elevata spesa è generata da due fattori principalmente: la struttura centralistica e burocratica del ministero, che avocando a sé la gestione dell’intero settore e allontanando la responsabilità gestionale dall’utenza e da chi eroga il servizio non favorisce l’ottimizzazione dei costi; le politiche di assunzione e retributive del corpo docente degli ultimi quarant’anni, che hanno privilegiato la quantità piuttosto che la qualità. L’orario di lavoro contrattualmente più ridotto rispetto agli omologhi europei, e una retribuzione comparativamente inferiore sono accompagnati dall’assenza di formazione, di valutazione e di crescita professionale.
Evitare di affrontare questi problemi significa interdirsi la possibilità di mettere in atto una riforma efficace. Purtroppo però sorge il sospetto che la mancanza di proposte concrete sull’argomento da parte del governo ombra sia da attribuire in parte all’incapacità di sciogliere alcuni nodi: affrontare il problema dell’istruzione pubblica mettendo al centro la necessità di ridefinire il ruolo del docente, i suoi doveri oltre che i suoi diritti, crea profondo disagio tra le file della sinistra.
Eppure, se davvero fossimo convinti che al centro della politica deve stare il cittadino inteso nella sua complessità, affronteremmo con minor imbarazzo il tema. Difendere la funzione della scuola pubblica significa riconoscere che al centro del discorso bisogna porre gli alunni e che lo status del docente deve essere definito in funzione dell’obiettivo, non a prescindere.
Il tema dolente della ridefinizione del ruolo del docente consiste essenzialmente nell’introduzione di meccanismi di valutazione, perché sono visti come un’insidia alle garanzie e alle tutele che hanno sempre caratterizzato il ruolo. Probabilmente tale introduzione genererebbe più benefici che disagi, perché sarebbe la condizione necessaria alla possibilità di una progressione di carriera e all’introduzione di incentivazioni anche retributive, argomenti questi tutt’altro che malvisti dal corpo docente. Ma questi argomenti e proposte, che da tempo animano gli studi di settore, non trovano la necessaria attenzione in ambito politico, men che meno a sinistra, e il sospetto rimane che tale disattenzione sia motivata dal timore di mettere a nudo le ambiguità latenti. Purtroppo il passaggio è ineludibile e l’augurio è che il tanto invocato congresso costituisca l’occasione per far chiarezza sulle idee e sui progetti.
Quello che la sinistra sembra a volte dimenticare, ed è colpevole di miopia in questo, è che il lavoratore è sempre anche cittadino, e il privilegiare di volta in volta gli interessi corporativi finirà col togliere ai cittadini molti più diritti di quanti non sia in grado di garantirne. Come genitore di alunni della scuola pubblica, come utente dei servizi pubblici, come paziente di un ospedale, come consumatore, il cittadino subisce le conseguenze negative di una società nella quale la politica – che preferisce farsi interprete di interessi efficacemente rapprentati ma forse non ampiamente rappresentativi – non sarà stata in grado di tutelare buona parte dei suoi diritti. Forse anche per questo una parte cospicua della classe lavoratrice ha voltato le spalle alla sinistra.


Stefano Florio
“E quindi uscimmo a riveder le stelle….”

L'ultimo verso dell'inferno della Divina Commedia, mi consente in maniera scherzosamente provocatoria di enfatizzare come, solo da qualche settimana, si sia finalmente usciti da mesi di empasse iniziati all’indomani della decisione del BIE di assegnare a Milano l’Expo 2015 e si siano così concretamente gettate le basi per dare avvio al progetto; si rimanda alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP (http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?apriramo=003900050008&pagina=3304&pv=, per una ricostruzione di quanto accaduto dal nostro ultimo aggiornamento di 2 settimane fa. Qui solo la consueta veloce sintesi delle principali novità.
Innanzitutto lo scorso 1° dicembre è stata formalmente costituita con atto notarile la società di gestione “Expo Milano 2015” (e non più Soge come denominata per mesi) che dovrà occuparsi del management strategico -organizzativo dell’evento da ora e fino alla sua conclusione.
Confermati i membri che siederanno nel suo CdA – Angelo Provasoli, ex rettore della Bocconi in quota Ministero del Tesoro, Paolo Alli in rappresentanza del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, il prof. Enrico Corali per quello della Provincia Filippo Penati, Paolo Glisenti fedelissimo del Sindaco e Commissario Letizia Moratti e Diana Bracco indicata dalla Camera di commercio e proposta anche come Presidente della Società. Quest’ultima scelta ha provocato la prima grana, cioè la dura reazione di Penati secondo cui il Presidente della società di gestione (quantomeno il Presidente protempore, colui o colei che ha il potere di convocare CdA e Assemblea dei Soci) doveva essere individuato per ragioni di opportunità nel rappresentante del Governo, cioè il prof. Provasoli, anziché nel rappresentante degli industriali.
Nominato anche il Collegio sindacale composto dal dott. Dario Fruscio (che ne sarà il Presidente, di area Lega), dal dott. Marco Spadacini (di area Alleanza Nazionale) e dal dott. Beniamino Lo Presti.
Si attende ora la convocazione – dovrebbe avvenire a giorni - della prima riunione del CdA nel corso della quale verrà nominato l' Amministratore Delegato (e ne verrà definito il compenso che però dovrà ricevere un preventivo parere favorevole da parte del Collegio Sindacale) e che, salvo colpi di scena, sarà il rappresentante del Comune Paolo Glisenti. Mentre sarà la prima Assemblea dei Soci – presumibilmente a gennaio – a definire l' ammontare dei compensi dei restanti componenti del CdA.
Il giorno successivo 2 dicembre, il Sindaco ha illustrato all'Assemblea Generale del BIE l’avanzamento del piano di governo e di gestione dell’evento nonché il lavoro finora compiuto con i 90 Paesi interessati alle iniziative concrete legate agli obiettivi del tema guida dell’Expo 2015. La Moratti ha così potuto presentare i 480 progetti avviati finora in differenti zone del mondo attraverso la stipula di accordi finalizzati alla realizzazione di piani di cooperazione con i paesi in via di sviluppo sulla sicurezza e qualità del cibo, sull'innovazione della catena distributiva degli alimenti, sulle tecnologie per l'agricoltura, la biodiversità e l'educazione alimentare.
L’evento ha fornito inoltre l’occasione sia al Sindaco che al Presidente della Regione (si rimanda alla rassegna stampa per la lettura delle interviste da loro rilasciate l’indomani dell’Assemblea) per lanciare un grido di allarme – l’ennesimo – rispetto alla parziale mancanza di copertura finanziaria del budget preventivo legato all’evento che, complessivamente, ammonta a 24,7 miliardi di euro fra opere essenziali, opere connesse e opere integrative; secondo quanto dichiarato mancherebbe ad oggi circa il 20% - pari a circa 2,8 miliardi di cui 2,3 a carico dello Stato – di quanto preventivato da destinarsi alle 17 opere connesse, quelle legate cioè alla realizzazione delle infrastrutture di collegamento al sito espositivo (strade, ferrovie ecc).
Il Sindaco ha poi lanciato due ultimatum: in primo luogo che, se entro Natale, il Governo non stanzierà i 2 miliardi e 300 milioni a lei spettanti destinati appunto alle cosiddette opere connesse, 9 di queste 17 opere sono a rischio di mancata realizzazione. In secondo luogo che pretende il rispetto da parte del Governo della ripartizione di cassa dei versamenti di contributi previsti fino al 2015 senza ritardi o riduzioni.
L’appuntamento per comprendere se il Governo vorrà e/o sarà in grado di rispettare gli impegni assunti e di ottemperare ai desiderata/dictat dei suoi leader locali è prevista per la riunione del Cipe – Comitato interministeriale per la Programmazione Economica - del prossimo 20 dicembre con, all’ordine del giorno, la ripartizione di circa 16,6 miliari di euro per la realizzazione di infrastrutture nazionali attraverso anche il ricorso alla Cassa Depositi e Prestiti (alla cui presidenza è stato da poco insediato l’ex ministro Bassanini e che nel disegno riformatore di Tremonti dovrà fungere nei prossimi anni da vera e propria cabina di regia strategica per le infrastrutture e per le grandi opere pubbliche necessarie al nostro paese e da troppo tempo al palo). Altra ipotesi è quella del ricorso al sostegno di privati e del sistema bancario nazionale per colmare quanto si renderà via via necessario.
Si segnalano poi altri due recenti avvenimenti: in primis la sottoscrizione da parte del Sindaco di un paio di accordi con paesi esteri; in particolare uno di significativa importanza con la Cina siglato lo scorso lunedì 8 dicembre in virtù del quale, da un lato, questi è il primo paese ad aver formalizzato la propria partecipazione all'Esposizione Universale del 2015 con un proprio padiglione nazionale e dall’altro, anche in vista della partecipazione italiana al salone di Shanghai fra due anni, l'Italia e Milano vi saranno presenti con un padiglione di 7.000 metri quadrati. Quindi è seguito un accordo – a cui ha aderito anche la Fondazione Milano per Expo 2015 presieduta dalla stessa dott.ssa Bracco - con il Presidente del Togo Faure Essozimna Gnassinghé grazie al quale Milano ha confermato la propria adesione all’iniziativa “The Adolescent girls iniziative: an alliance for economic empowerment” lanciata dalla Banca Mondiale e indirizzata alle adolescenti del paese africano.
Notizie di stampa – si veda l’articolo de “Il Riformista” apparso lo scorso 6 dicembre e presente in rassegna stampa – fanno trapelare l’intenzione da parte della Moratti di coinvolgere l’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi e l’ex Ministro Massimo D’Alema in un costituendo Advisory board che dovrebbe affiancarsi alla Commissione di Coordinamento (composta dai livelli istituzionali sociali, culturali e produttivi interessati dall'evento e prevista dal Decreto su Expo) a dimostrazione anche del riconosciuto e apprezzato - da parte soprattutto del Sindaco - impegno profuso dal precedente esecutivo perché Milano ottenesse l’evento.
Mercoledì 10 dicembre sono stati resi noti i risultati di un sondaggio realizzato da una società specializzata a dicembre su un campione rappresentativo di italiani durante un Forum tenutosi nella sede milanese dell’ateneo IULM dal titolo “I grandi eventi e la competitività delle destinazioni: il caso Milano Expo 2015”. E’ emerso (fonte: http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=266&id_art=10097&aa=2008) come Expo 2015 sia conosciuto, al momento, soprattutto dalle fasce relativamente giovani della popolazione (18-34 anni), del Nord e di cultura medio alta e che c’è ancora molto da lavorare sull’argomento della manifestazione, che risulta essere relativamente poco noto. Chi si dichiara preparato sull’argomento però, ritiene il tema dell’alimentazione attuale (92%) e adatto ad essere trattato in Italia (77%). Il 44% degli intervistati affermano di essere molto convinti di visitare l’Expo, il 14% abbastanza, contro un 34% poco intenzionato a farlo. Quasi un plebiscito (79%) per il fatto di considerare Milano all’altezza della sfida, certi che l’Expo sarà un evento in grado di rigenerare l’economia (25%), e un’occasione di sviluppo per il Paese (34%).
Infine, segnalo la presentazione pubblica da parte del Sindaco del rendiconto delle spese sostenute per l’ottenimento dell’organizzazione dell’Expo 2015. Rispondendo infatti ad una interrogazione presentata da un esponente dell’opposizione in Consiglio Comunale, è stato reso pubblico il rendiconto di gestione del Comitato di candidatura di Expo 2015 approvato in data 1° aprile dal suo Consiglio Direttivo: in sintesi l’operazione è “costata” oltre 8 milioni di euro dal primo dicembre 2006 fino a dopo l’assegnazione della candidatura (si rimanda all’articolo del Corriere della Sera del 1° dicembre presente in rassegna stampa per una dettagliata analisi delle voci di spese e di entrata).
Facile domandarsi se il gioco sia valso la candela……certamente sì nella misura in cui, grazie all’evento, Milano e l’Italia saranno promosse per anni in tutto il mondo ma, ovviamente, a condizione che gli attori istituzionali finora coinvolti e che lo saranno a maggior ragione da ora e fino al 2015 siano in grado davvero di offrire – dopo mesi di diatribe durante i quali si è assistito, in maniera francamente ridicola, solo a veti incrociati e a intense polemiche a tutti i livelli - una governance realmente efficiente e allo stesso tempo trasparente delle risorse che verranno impegnate. L’intervista al prof. Provasoli del 10 dicembre e presente nella nostra rassegna stampa lascia ben sperare.
Ora occorre rimboccarsi le maniche recuperando soprattutto lo spirito di collaborazione interistituzionale che aveva caratterizzato la fase di candidatura di Milano…..come si dice dunque: se son rose, fioriranno! E noi come Osservatorio su Expo 2015 osserveremo, valuteremo e giudicheremo.

s.florio@libero.it



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