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Home » Newsletter n. 151 - 19 dicembre 2008
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 4 Numero 151 – 19 dicembre 2008
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,

siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 151, l'ultima prima della pausa per le Festività.
CFP NEWS tornerà regolarmente nelle vostre caselle di posta elettronica ogni venerdì a partire dal 16 gennaio 2009.

Cogliamo l'occasione per inviarvi i nostri migliori auguri per l'anno nuovo.

Buona lettura!
La Redazione



Riceviamo e pubblichiamo
Con riferimento all'articolo "Gas, vino, alghe e... democrazia" comparso sulla vostra newsletter n. 144 del 31 ottobre 2008.
In esso si sostiene che la Nothern Petroleum avrebbe intenzione di perforare un pozzo per ricerca di idrocarburi nella zona di Brindisi.
Faccio presente che ciò non è esatto, la Northern Petroloeum non è titolare di alcun permesso esplorativo nella regione Puglia, né ha partecipazioni in permessi assegnati ad altre compagnie
Cordiali saluti Paolo Martini
Northern Petroleum Plc, Principal Geologist - London




Sommario:

Massimo Cacciari e Nicola Pasini
Al via le iscrizioni alla V edizione del CFP


Alessandro Fanfoni
Il passaggio obbligato del PD


Davide Biassoni
PD, swim or sink!


Valentina Pasquali
Usa-Iran e la strategia Levey delle sanzioni mirate


Simone Comi
La corsa di Caroline Kennedy per il Senato mette in crisi gli equilibri Democratici


Luciano Guarnieri
Testamento biologico. Lettera di un cattolico


Laura Specchio e Luciana Matarese
Parole, parole, parole…caramelle non ne voglio più!


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Massimo Cacciari e Nicola Pasini
Al via le iscrizioni alla V edizione del CFP

E’ con grande soddisfazione che vi annunciamo l’apertura delle iscrizioni alla V Edizione del Centro di Formazione Politica. A partire dal prossimo gennaio 2009, il CFP riprenderà la sua attività confermandosi come la prima e più collaudata realtà stabilmente funzionante per la formazione di una nuova classe dirigente politica.
La V Edizione si caratterizzerà per il consolidamento e l’ampliamento di una formula di successo che negli anni scorsi ha saputo meritare il consenso del ceto politico e intellettuale, dei mezzi d’informazione e dei tantissimi giovani che hanno partecipato alle selezioni e ai corsi.
All’inizio del 2008, nell’annunciarvi la IV Edizione, riconoscemmo, dinnanzi a un Partito Democratico che muoveva i primi passi nel fuoco della battaglia elettorale per le elezioni politiche, l’esigenza di creare nuove bussole, nuove mappe e, soprattutto, di formare nuovi esploratori capaci di percorrere e descrivere un orizzonte completamente mutato. Trascorso quasi un anno, il compito audace che ci ponemmo rimane largamente al di là dall’essere esaurito: il formidabile sforzo d’innovazione, di cui ha dato prova il riformismo italiano negli ultimi tempi, sembra essersi arenato tra le contraddizioni del ruolo d’opposizione.
Come continuare ad essere pragmatici ma progettuali, post-ideologici, senza rinunciare a capitalizzare i diffusi malesseri nel paese? Quale responsabilità si addice ad una forza che aspira ad avere il consenso della maggioranza degli elettori, ma che si trova, per il momento, all’opposizione?
Nel pieno rispetto della nostra missione, e delle nostre convinzioni, riteniamo che l’opera più grande che possa essere compiuta dai più disparati affluenti – noi non siamo che uno di questi – del grande fiume Democratico, sia quello di selezionare e formare una nuova generazione di politici, non semplici testimoni del presente ma coraggiosi sperimentatori e costruttori del futuro. E’ per questo che il CFP continua a raccogliere la sfida della formazione.
Sin dalla fondazione, il CFP ha avuto nel respiro didattico, nei criteri di selezione degli allievi e nella scelta dei docenti, l’orizzonte del Partito Democratico concepito non come traguardo di parte, di una sola parte della politica italiana, ma come novità capace di innescare un virtuoso processo di rinnovamento del sistema politico e dell’architettura istituzionale del Paese.
Pertanto, il nostro rimane inalterato: dare “un’anima” al Partito Democratico - partecipando all’elaborazione di una nuova piattaforma culturale che superi la mera sintesi delle culture portate in dote dai fondatori.
La V Edizione non potrà che continuare nel solco del lavoro svolto finora, con l'ambizione di contribuire all'innovazione del riformismo italiano. L’idea è di mettere insieme energie intellettuali, entusiasmo e competenze, a garanzia di un salutare e non traumatico ricambio di classe dirigente.
Ci auguriamo, per l’Italia, che si possa dare vita finalmente ad un nuovo orizzonte, in cui le forze migliori del Paese siano messe nelle condizioni di costruire un presente responsabile e lungimirante. Ma perché ciò avvenga, è necessario investire su coloro che dovranno lavorare, che dovranno portare avanti questa avvincente, quanto difficoltosa, sfida: i giovani.


Alessandro Fanfoni
Il passaggio obbligato del PD

Questione morale e questione politica. Dilemma identitario e questione delle alleanze. Organizzazione e classe dirigente. Idee e strategie. Nel Partito democratico tutti i nodi sono venuti al pettine, drammaticamente e dolorosamente passando per il cocente annientamento elettorale in Abruzzo e per la valanga di scandali giudiziari che, in attesa dei dovuti accertamenti, rilanciano tuttavia con forza e da subito un unico imperativo: cambiare.
La prova politica disastrosa che il Pd ha dato di sé, nel suo primo anno di vita, è dovuto a un tale cumulo di errori, inerzie e letargie, scomode eredità, che sarebbe inopportuno rintracciare pedissequamente in questa sede (per questo, valgano tutti i numeri della nostra newsletter e i commenti della sezione “In Primo piano” che hanno seguito tutte le tappe evolutive, ma anche quelle involutive, del Partito democratico). Il problema oggi è presto detto: una crisi senza ritorno del Partito democratico sarebbe un danno incalcolabile per l’intero funzionamento democratico, riprecipiterebbe l’Italia in un’oscura stagione di macerie, di asimmetrie tra poteri repubblicani con l’effetto di aggravare la crisi sistemica di un paese nel quale i danni provocati da una recessione mondiale sono enfatizzati da una colpevole arretratezza degli assetti politico-istituzionali. Per questa ragione è il momento di una risposta alta della politica che, in prima battuta, deve venire proprio dal Partito democratico. Tuttavia, non vogliamo essere naif: la direzione del Pd di domani probabilmente non risponderà con il dovuto coraggio al segnale di rottura che è atteso. In ogni caso la strada per sottrarsi da un’impietosa autodistruzione è tracciata. Ci sono essenzialmente due versanti: uno esterno, fatto di policies, strategie e alleanze; uno interno, fatto di organizzazione e, soprattutto, di classe dirigente o meglio di ricambio di classe dirigente. Come ha ben scritto Stefano Folli, se il Partito democratico in questo momento rifiutasse lo spazio politico aperto ieri dal Capo dello Stato per incoraggiare la realizzazione di riforme condivise, il Pd rischierebbe l’implosione. “Il percorso virtuoso” offerto da Napolitano rappresenta, infatti, l’unica direzione strategica che ragionevolmente il Pd potrebbe imboccare per cominciare a costruire sui fatti quella pretesa identità riformista di cui non ha ancora dato prova. Rompere con l’unica forza che oggi vuole giocare il ruolo di forza anti-sistema, l’Idv, e farsi protagonista lucido e coerente, insieme alla maggioranza, di una storica stagione di riforme, questo è l’unico stretto passaggio che il Pd ha davanti a sé. Dall’altra parte, è ancora Folli ad auspicare per i Democratici “una scossa, di un trauma positivo. Senza aspettare le europee che arriveranno troppo tardi. Un vertice di ricambio, non più segnato dall'impronta della gioventù comunista degli anni Settanta.” Ed è qui però che i due percorsi necessari di redenzione si aggrovigliano e si ostacolano a vicenda: come si può infatti chiedere allo stesso gruppo dirigente di agire nello spazio politico aperto da Napolitano - verso riforme condivise di ampia portata (dalla giustizia all’architettura istituzionale) - e al tempo stesso di farsi da parte? Quale delle due viene prima? La situazione è tale che i due versanti debbano essere affrontati contemporaneamente: mentre si offre al sistema nel suo complesso una coraggiosa e coerente sponda per attuare le riforme, si procede con rigore e senso di responsabilità nei confronti delle generazioni a venire a un processo irreversibile di rinnovamento dei volti, delle teste e quindi delle idee che avranno l’onere di rappresentare il Partito, il Progetto e l’Ideale Democratico, da qui  in avanti.


Davide Biassoni
PD, swim or sink!

La situazione non è (ancora) tragica, ma tremendamente seria. Dopo la débâcle abruzzese, il PD naviga in acque tempestose, sconquassato anche da una raffica di inchieste giudiziarie che stanno gravemente delegittimando alcune delle amministrazioni locali più in vista. Spesso si è identificata nella mancanza di un’identità forte e definita il peccato originale dei Democratici. Nel centrosinistra, l’unico a sorridere è Antonio Di Pietro: il suo partito, da piccola forza intorno al 2% o poco più, è ora accreditato nei sondaggi ad un 8% a livello nazionale. Così, durante i governi prodiani, la “spina nel fianco” dei riformisti si diceva fosse il patto soffocante con la sinistra radicale; oggi, l’unica presenza alla sinistra del PD rischia di essere una forza di “sinistra-non-sinistra”, come Bertinotti ha recentemente sottolineato. Comprensibile che gran parte delle critiche a Veltroni siano piombate su questo sodalizio che molti stigmatizzano come un autogol clamoroso che fa ingrassare solo l’IdV, in grado di sottrarre al PD un numero preoccupante di consensi. Per fermare la “cannibalizzazione” in fieri si proclama la necessità di un distacco netto, di un divorzio dall’ex-PM per invertire il trend emorragico che nelle ultime consultazioni regionali ha visto i due partiti separati solo da pochi punti percentuali. La questione strategica ha sicuramente una notevole importanza. Ma per curare il malessere non serve forse accanirsi contro l’effetto, quanto risalire alla causa. E il cerchio si chiude ritornando al nodo irrisolto dell’essenza stessa del PD: partito nuovo e riformista sì, ma in pratica? Il rinnovo della classe dirigente, in primis a livello locale, appare una possibilità sempre più accreditata. Ma rimane il rebus dell’insieme di valori e programmi di cui il PD voglia farsi l’autentico portavoce. Molto coraggio si è avuto nella decisione da parte degli ex-DS e DL di unire i propri schieramenti; altrettanto ora ne serve (e forse di più) per fare il redde rationem prendendo atto di una fusione “scollata”: troppe correnti, troppi personalismi, troppe divergenze programmatiche. La lotta intestina presenta un conto salato e il prezzo è quello di una formazione politica che viaggia in una no man’s land sconfortante. E quale migliore occasione per l’Italia dei Valori se non quella di presentarsi come l’autentico baluardo anti-berlusconiano, l’opposizione “reale” che non fa sconti al Premier e alla quale gli elettori, in virtù di questa sua identità pervicacemente esaltata, sembrano dare fiducia. Se la maggioranza tiene, si voterà nel 2013. C’è allora il tempo per recuperare, purché si inizi subito una terapia d’urto. E’ necessario un grande accordo all’interno del partito, un passo indietro da parte di tutte le correnti per un patto stabile su un core di valori e policies che costituisca, questa volta in modo decisivo, lo scheletro del partito. Senza una sterzata, rischiano di rimanere solo le spoglie di un progetto che meriterebbe lunga vita.

biassoni_davide@yahoo.it


Valentina Pasquali
Usa-Iran e la strategia Levey delle sanzioni mirate

Washington D.C. – Fin dai tempi della rivoluzione islamica del 1979 gli Stati Uniti si sono trovati di fronte il puzzle iraniano, più recentemente nel tentativo di arrestare le ambizioni nucleari del governo di Teheran. L’ultima strategia tentata dal governo americano si fonda sull’uso di sanzioni economiche mirate al settore privato iraniano ed è un’idea di Stuart Levey, sottosegratario per il terrorismo e l’intelligence finanziaria del Dipartimento del Tesoro.
“Gli enti coinvolti nella proliferazione nucleare e nel terrorismo internazionale devono poter accedere al sistema finanziario globale per finanziare le proprie attività,” ha spiegato Levey durante un incontro tenutosi presso il Woodrow Wilson Center di Washington DC la settimana scorsa. Se il governo americano riuscisse a bloccare le transazioni finanziarie di tali soggetti, dovrebbe anche poter impedire le loro attività legate al programma nucleare.
La premessa della filosofia di Levey è che le banche vogliono evitare i rischi eccessivi e sono obbligate a mantenere una certa credibilità presso i clienti per assicurarsi margini di profitto. Se tali istituzioni dovessero scoprire che uno dei propri partner è coinvolto in attività pericolose, taglierebbero immediatamente i ponti per proteggere la propria reputazione. “Nel caso dell’Iran, le prove di comportamento pericoloso sono molte,” ha commentato Levey, sostenendo che Teheran abusa del sistema per perseguire l’arricchimento dell’uranio e per finanziarie organizzazioni quali Hezbollah e la Jihad Islamica Palestinese. Qualora gli enti iraniani coinvolti in queste transazioni diventassero noti alle istituzioni che desiderano obbedire alle regolamentazioni internazionali, queste ultime ritirerebbero il proprio sostegno, per tutelare i propri rapporti commerciali con gli Stati Uniti.
Dal 2006, quando il programma è entrato in funzione, Stuart Levey ha visitato oltre 70 istituzioni finanziarie in tutto il mondo, cercando di convincerle a interrompere le proprie relazioni con alcuni enti iraniani, in particolare le banche Saderat, Sepah e Melli. “C’è consenso sul fatto che l’Iran rappresenti una minaccia per il sistema finanziario internazionale,” ha detto Levey, facendo notare che gli investimenti stranieri in Iran si stanno prosciugando.
Nell’opinione di Robin Wright, ex corrispondente del Washington Post e anche lei presente alla conferenza, un esempio di come la mancanza di investimenti stranieri abbia già colpito l’economia iraniana è quello del Pars del sud. Questi giacimenti petroliferi, che l’Iran condivide con il Kuwait, sono tra i più grandi al mondo. “Nonostante questo,” ha sottolineato Wright, “molte multinazionali hanno dimezzato i propri investimenti lasciando sottosviluppata la metà iraniana.”
Pur esprimendo una critica forte delle politiche dell’amministrazione Bush, Wright ha difeso Stuart Levey: “La storia di Levey è positiva,” ha dichiarato, spiegando che quella che è cominciata come un’iniziativa tutta americana si sta ora trasformando in uno sforzo internazionale. L’Unione Europea e l’Australia hanno seguito l’esempio statunitense, cosi’ come organizzazioni multilaterali quali le Nazioni Unite. Citando dati raccolti indipendentemente, Wright ha dichiarato che oltre novanta istituzioni finanziarie internazionali avrebbero già limitato, se non del tutto interrotto, i propri scambi con l’Iran – con l’eccezione di quelle merci che sono escluse dalle sanzioni, quali i prodotti alimentari e medici. “L’Iran è diventato un partner pericoloso,” ha aggiunto Wright.
Se questo assedio del regime di Teheran causato dall’isolamento economico sta progressivamente danneggiando lo sviluppo del paese, la gestione dissennata delle risorse dell’Iran perpetrata dal regime sta rapidamente accelerando la crisi. “Il Presidente Mahmoud Ahmadinejad ha devastato le riserve valutarie iraniane,” ha detto Wright. Secondo alcune stime l’Iran avrebbe oggi tra gli otto e i nove miliardi di dollari nel proprio Fondo Petrolifero di Stabilizzazione, il conto d’emergenza del paese. La cifra ufficiale del governo è di circa 25 miliardi di dollari.
La caduta del prezzo del petrolio negli ultimi mesi ha fortemente minacciato le entrate di Teheran, che dipendono dal greggio. Il bilancio della Repubblica Islamica pare abbia bisogno di prezzi minimi di circa 60 dollari al barile. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha predetto che l’Iran dovrà gestire un debito insostenibile se solo il petrolio dovesse rimanere sotto i 75 dollari. In ogni caso, l’Iran non può permettersi i prezzi correnti di circa 46 dollari al barile. La prima risposta di Ahmadinejad alla crisi è stata di abbassare i tassi di interesse sotto il livello di inflazione, il che, per tutti, è stata una mossa disastrosa.
Il risultato della crisi economica è che un numero crescente di personalità iraniane - leader religiosi, economisti, ex-rappresentanti del governo - hanno cominciato a protestare contro la performance di Ahmadinejad. Secondo Stuart Levey e Robin Wright, questo potrebbe essere il segnale che si è finalmente sviluppato un dibattito interno, che potrebbe in prospettiva modificare l’atteggiamento del governo.
Secondo l’ex-manager dell’FMI Jahangir Amuzegar, questa interpretazione non tiene in considerazione altri fattori importanti. Negli ultimi anni, Teheran ha ottenuto una serie di successi, in campo politico, economico e militare. L’Iran è emersa dal doppio conflitto in Iraq e Afghanistan più forte di quanto non fosse prima ed è vista sempre più come una potenza regionale. Inoltre, Teheran ha ignorato le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite senza subire gravi conseguenze, è stata invitata a prendere parte al Consiglio di Cooperazione del Golfo e partecipa come osservatore all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Teheran è anche corteggiata da India, Cina, e altri paesi per le sue riserve di petrolio. A livello militare, l’Iran possiede oggi tecnologie più avanzate e ha aumentato il numero di centrifughe nucleari attive. Persino dal punto di vista economico le cose non vanno così male. Delle transazioni in dollari colpite dalle sanzioni, molte sono state spostate sull’Euro e sullo Yen. Le riserve di Teheran nell’Unione Europea sono aumentate di valore e alle grandi banche che hanno interrotto i propri rapporti con Teheran sono subentrate piccole banche di alto profilo, soprattutto collocate in Estremo Oriente e con pochi contatti con gli Stati Uniti. Infine, le esportazioni americane verso l’Iran sono cresciute di oltre dieci volte durante i due mandati di George W. Bush.
“Gli Iraniani si adattano in fretta,” ha commentato Robin Wright, ammettendo che molte attività commerciali hanno già trovato modo di sopravvivere anche a questo ultimo giro di vite. Per evitare le restrizioni imposte su di essi dal sistema finanziario internazionale, gli Iraniani stanno facendo affidamento a una struttura informale di transazioni nota come Hawala. Grazie a questo sistema basato sulla fiducia e le conoscenze personali, chiunque può mandare soldi in Iran, fino a raggiungere il destinatario. I soldi che si muovono secondo questo schema sono difficilmente rintracciabili. Inoltre, molti imprenditori e commercianti colpiti dal nuovo programma di sanzioni si sono trasferiti a Dubai, che ha oggi una popolazione di iraniani grande quanto quella locale. Di recente, ha fatto notare Wright, Dubai ha mostrato la volontà di collaborare con gli Stati Uniti, riducendo il numero di visti concessi ai cittadini iraniani e rafforzando i controlli di sicurezza sulla propria comunità persiana. Nonostante questo, Dubai è oggi il primo partner commerciale dell’Iran.
Le sanzioni economiche presentano anche un altro problema fondamentale: la possibilità, o impossibilità, di colpire il bersaglio giusto. Il piano studiato da Levey non protegge i normali cittadini. “Sono l’idraulico Ali e il tappetaio Amid, che mangiano pane e riso, che soffrono delle sanzioni americane,” ha detto Amuzegar, riferendosi all’inflazione altissima, in particolare per i beni alimentari. In questo modo, gli Stati Uniti potrebbero finire per allineare quella parte della popolazione che già non ama il regime. “Fin qui stiamo mirando al 20% delle attività che sono nelle mani dei privati. Ma l’80% dell’economia è nelle mani del governo,” ha commentato Wright.
È ormai certo che Ahmadinejad sia soggetto a critiche sempre crescenti all’interno del paese e che la sua posizione sia via via indebolita dalla crisi economica. “Se continuiamo su questa strada, il regime potrebbe cominciare a considerare Ahmadinejad un problema e potrebbe liberarsene,” ha sostenuto Wright. Tuttavia, anche se Ahmadinejad dovesse perdere le elezioni previste per il giugno 2009, la politica in Iran non pare destinata a subire mutazioni importanti, in particolare a riguardo di proliferazione nucleare e terrorismo. “Sono d’accordo sul fatto che Ahmadinejad potrebbe perdere, ma dubito che ci sia qualcuno di diverso pronto a sostituirlo,” ha insistito Amuzegar.

Nonostante l’apprezzamento per lo sforzo di Levey, c’è un certo accordo sul fatto che i continui tentativi del governo americano di minare l’autorità della leadership iraniana siano destinati a fallire. Se ancora lo sviluppo di armi nucleari da pare di Teheran può essere rinegoziato e forse prevenuto, “gli Stati Uniti dovranno certamente imparare a accettare l’arricchimento dell’uranio,” ha detto Wright.


Simone Comi
La corsa di Caroline Kennedy per il Senato mette in crisi gli equilibri Democratici

La nomina al Dipartimento di Stato di Hillary Clinton ha reso vacante il seggio al Senato in rappresentanza dello Stato di New York. Sarà quindi David Paterson, Governatore Statale, a dover decidere chi occuperà nella prossima legislatura il posto lasciato libero dall’ex first lady e nelle ultime settimane si sono scatenate le previsioni su chi sarà il successore della Clinton fino al termine del suo mandato, che scadrà nel 2010. L’unica certezza a riguardo sembra averla data Caroline Kennedy, figlia dell’ex presidente John, annunciando pubblicamente la sua candidatura. La Kennedy ha sostenuto attivamente la campagna elettorale di Barack Obama durante le primarie Democratiche e alle elezioni presidenziali comparendo al fianco dello zio e Senatore Democratico Ted Kennedy. La sua candidatura potrebbe essere accolta con favore dagli attuali vertici del Partito anche se sono molti gli analisti che prevedono scontri durissimi tra le varie correnti Democratiche prima di giungere all’assegnazione della nomina. La candidatura di Caroline Kennedy potrebbe essere ostacolata infatti dalla discesa in campo di Andrew Cuomo, figlio dell’ex Governatore Mario, ed attuale Assessore alla Giustizia nello Stato di New York. Cuomo fu Ministro dell’Edilizia durante la Presidenza Clinton e il suo curriculum politico potrebbe favorirlo nella corsa al seggio del Senato.
Si è avuta in realtà negli ultimi giorni la sensazione che sia in atto un cambiamento profondo degli equilibri dovuto a diatribe che coinvolgono le maggiori dinastie politiche del paese legate al Partito Democratico: i Kennedy, i Cuomo ed i Clinton. Bill Clinton ha dichiarato infatti che la figlia Chelsea potrebbe essere uno dei candidati al Senato per lo Stato di New York alle elezioni del 2010 e non si può escludere la possibilità che la candidatura di Andrew Cuomo, la cui notizia è apparsa solo negli ultimi giorni, serva ad ostacolare una nuova ascesa della famiglia Kennedy all’interno del Partito. La nomina di Caroline non sembra inoltre essere stata accolta con favore dagli elettori Democratici dello Stato, che preferirebbero avere come rappresentante al Senato un personaggio maggiormente legato alla città ed alla sua storia come potrebbero essere Andrew Cuomo e Chelsea Clinton.
La nomina al Senato potrebbe quindi rivelarsi un fattore destabilizzante nei già precari equilibri politici interni al Partito Democratico e non è da escludersi la possibilità che una situazione simile a quella vissuta dopo le elezioni primarie torni a verificarsi nel prossimo futuro. Le elezioni del 2010 potrebbero infatti portare allo scontro frontale tra le tre correnti politiche creando tensioni e divisioni interne i cui effetti sono tutt’ora impossibili da prevedere. La nomina della Kennedy potrebbe servire solo a rimandare l’aspro confronto ma sono in molti ad auspicare un suo fallimento al Senato così da poter giungere alle prossime elezioni per il rinnovo del mandato con un candidato e molte probabilità in meno di uno scontro all’interno del Partito.


Luciano Guarnieri
Testamento biologico. Lettera di un cattolico

La visione moderna dell'uomo nei confronti della malattia e della morte è determinata dalle grandi innovazioni della medicina e della tecnica chirurgica. Finché la vita umana è rimasta nell'ambito della natura, con la conseguenza che l'evolvere della vita e quindi anche della malattia seguiva un decorso naturale, non si è sentito il bisogno di intervenire legislativamente, cioè di dettare regole di comportamento cogenti. Queste regole erano iscritte nel codice della natura e quindi nella coscienza individuale.
La vita e la morte seguivano un ciclo naturale, temperato solo dall'intelligenza dei consigli medici e dalla pietà di congiunti e amici. Il problema si pone in grande evidenza e assume la rilevanza attuale nel momento in cui il ciclo naturale viene interrotto e modificato dalla moderna tecnica medica. Con la medicina, gli interventi chirurgici e le apparecchiature più svariate, il ciclo naturale viene alterato e deviato. La vita e quindi la morte in certi casi non seguono più il naturale decorso e molto spesso per effetto di un accanimento terapeutico. Si determina dunque uno iato tra la natura e la tecnica medica. La vita del malato viene in molti casi violentata.
L'accettazione della morte non è altro che un modo di vivere la vita. L'accettazione della morte nell’ambito della malattia è un diritto inalienabile di ogni uomo, e non è delegato alla tecnica medica se non per volontà espressa del malato stesso.
Nelle scelte fondamentali della vita umana, e tale è anche l'accettazione della morte, unico e insindacabile arbitro è il singolo individuo, non altri. Quindi né lo Stato né la tecnica.
Vi è dunque la necessità di contrapporre a questa nuova realtà, cioè alla tecnica medica, una diga di difesa della "umanità" della vita, della "sacralità" del dolore e dell'accettazione della morte. Si leva dall’umanità che soffre una richiesta pressante. Porre un limite alla tecnica, tornare alla natura.
La medicina non sempre è sollievo e vita. In molti casi è iterazione della sofferenza e della malattia, specie in casi di manifesta incurabilità, e pertanto diventa sinonimo di inutile dolore. Si pone il problema di interpretare il ruolo delle nuove tecniche della medicina ed eventualmente interrompere il protrarsi di conseguenze non richieste né volute.
Occorre l'intervento del legislatore che sollevi i medici e i fiduciari della volontà del malato da responsabilità civili e penali che potrebbero conseguire al rifiuto di ulteriori medicine e terapie.
Arbitro e giudice della vita e quindi dell'accettazione della morte viene posto il malato, o un suo fiduciario, che decide quale grado di sopportazione e di sofferenza è disposto ad accettare dalla tecnica medica, quindi è il malato il soggetto primario del testamento biologico. Al malato è delegata la richiesta eventuale di protrarre oltre certi limiti l'accanimento terapeutico. Il malato viene rimesso al centro e quindi riacquista il primato della decisione sulla vita e quindi sulla morte, primato che è stato silenziosamente espropriato dalla tecnica.
La volontà del malato sarà convalidata da un controllo medico, rivolto ad accertare il corretto esercizio della sua volontà e il verificarsi delle condizioni per l'applicazione del testamento biologico.
I cattolici laici vivono con profondo disagio il problema dell'accanimento terapeutico e del testamento biologico.
Intorno al testamento biologico si avverte un pericoloso tentativo da parte della corrente cattolica più conservatrice che tende a confondere i problemi. Si parla di libertà di decidere sul termine della vita in frangenti di estrema complessità. Si pone il problema in termini di ragionevolezza sui comportamenti in situazioni estreme. Cosa rispondono i conservatori e in genere la gerarchia cattolica? Che non è possibile ligiferare alcunché sulla vita nella sua fase terminale perché la vita non è nella discrezionalità del singolo.
Si torna alla vecchia diatriba sul principio di libertà. Sono dovuti passare quattro secoli dalla riforma protestante al Concilio Vaticano II perché parte della gerarchia cattolica ammettesse la libertà di coscienza. Quanto tempo sarà necessario per arrivare a un concetto condiviso di libertà sul termine della vita in situazioni di grande disagio e soprattutto di violazione della naturalità della vita da parte della tecnica? Soprattutto chi è delegato alla decisione?
È bene che i soloni della gerarchia cattolica capiscano che la libertà di decisione in tali situazioni spetta solo agli individui interessati.
La grande maggioranza dei cattolici laici è stanca di tanta violenza e respinge l'impostazione del problema dell'accanimento terapeutico e del testamento biologico così come è stato posto dalla gerarchia. La fede non va mai disgiunta dalla ragione e la ragione non può non constatare che idratazione e alimentazione in molti casi sono essi stessi accanimenti terapeutici. Il tentativo più subdolo da parte della gerarchia cattolica consiste nel voler delimitare l'accanimento terapeutico alle terapie sanitarie ma non all'alimentazione e idratazione. Ciò soprattutto in relazione ai soggetti che intendono redigere un testamento biologico e che si trovino successivamente in condizioni di incapacità.
L'anomalia più grave consiste nel fatto che le cosiddette alimentazione e idratazione non hanno nulla in comune con la normale e naturale deglutazione di cibi e bevande per via orale ma consistono nell’imposizione di pompe e pompette in varie parti del corpo che nulla ricordano o richiamano delle funzioni naturali relative. Voler chiamare surretiziamente questo trattamento come alimentazione e idratazione e non terapia medica è l'ennesima dimostrazione della volontà di infierire sul malato senza nessun riferimento alla sua libera scelta di proseguire o meno nell'accanimento terapeutico.
In questo atteggiamento della gerarchia manca la misericordia e la pietà nei confronti dei sofferenti e dei deboli che non possono più difendersi. Ed è proprio questo atteggiamento che urta la maggioranza dei cattolici. Comportamenti da eroe, da militante ideale di Cristo, possono essere consigliati, mai imposti. Peraltro accettare il punto di vista della gerarchia sarebbe come proclamare che la tecnica e i suoi artefici hanno la prevalenza sulla natura e la ragionevolezza.
Si attacca il principio di ragionevolezza, sostenuto dai più, con argomenti fondamentalistici, con accuse più o meno velate di posizione spiritualistica di carattere gnostico e via pontificando.
Tutti ricordiamo l'insegnamento di Giovanni Paolo II: "la tutela della vita dal concepimento al suo termine naturale (…) è il primo dovere in cui si esprime un'autentica etica della responsabilità", dove il concetto di "natura" espresso nel suo spegnersi come "al suo termine naturale" delimita in modo preciso un'antitesi logica, una netta opposizione alle tecnologie mediche che manipolano il corpo umano e prolungano artificialmente il confine tra vita e morte, anche quando si è persa ogni ragionevole speranza di guarigione. In situazioni di estremo disagio qual è quella dell'accanimento terapeutico che, ribadisco, è contrario a una situazione di natura e quindi viola il decorso naturale della vita e della morte, bisogna proclamare alto e forte che l'unico criterio valido è quello della scelta personale e consiste nel rispetto della libera scelta fatta dal malato.
La libertà in tali casi non è delegata a nessuna autorità né medica né religiosa. È insita nella natura individuale di ciascuna persona, anche nella constatazione della sua fallibilità.
Ciò che possiamo fare è prestare aiuto a ciascun uomo (cattolico o meno) nell'esercizio della sua libertà, senza pretendere di toglierla. Giusto mi sembrerebbe al riguardo, ai fini della necessaria prudenza, l'istituzione di un comitato tecnico medico che possa valutare l'effettiva volontà espressa nel testamento biologico in ordine agli eventi verificatisi nel tempo successivo.
C'era proprio bisogno di un nuovo incubo. È quello che si impossessa di noi quando pensiamo all'accanimento terapeutico.
Tutti abbiamo timore della morte e in particolare del momento del trapasso. Noi cattolici eravamo confortati dall'aiuto della misericordia divina che ci assisteva nel momento del trapasso e alleviava le pene nell'ora della nostra morte, come recita l'Ave Maria. Nell'immaginario cattolico resisteva l’idea di un destino che si compie seguendo il decorso naturale della decadenza umana e si compie in tempi ragionevoli e sperabilmente brevi, assistiti appunto dalla pietà dei nostri cari e sostenuti dalla fede.
Ora non più.
Il naturale decorso della malattia e della morte viene intercettato dall'accanimento terapeutico che artificialmente devia il corso naturale della vita verso false prospettive di sopravvivenza vegetativa.
A questo, si aggiunge ora la decisione della gerarchia cattolica che, con superba arroganza, definisce l’alimentazione e l’idratazione come interventi naturali e non come terapie.
Ora occorre ribadire la libertà dell’individuo di decidere del proprio destino. E se i cattolici accettano di dover rendere conto a Dio delle proprie scelte, tuttavia non accettano l'inutile attesa della morte dovuta all'accanimento terapeutico, non accettano l'inutile dolore prolungato dall'accanimento terapeutico, non accettano il prolungamento dell'angoscia della morte dovuto all'accanimento terapeutico, perché non vengono da Dio.
Né possono assistere in silenzio all’esercizio di tanta violenza e mancanza di carità che parte della gerarchia cattolica sta mostrando sull’argomento. Come si può infatti non comprendere che la sopportazione del dolore e dell'angoscia della morte ha un limite? Come si può ignorare che c'è un tempo sopportabile e umano nel quale sostenere la speranza e il destino di dolore e di accettazione della morte, sorpassato il quale può subentrare la disperazione? L'attesa della morte è sempre "solitudine" per quanto supportata da chi ti vuole bene. E mi chiedo: a che pro prolungare la solitudine, il dolore e la disperazione?
Mi interrogo e non capisco.


Laura Specchio e Luciana Matarese
Parole, parole, parole…caramelle non ne voglio più!

Milano: Si avvicina la fine dell’anno e come di consueto si fanno bilanci, distribuiscono premi,  si tirano le somme e si fanno previsioni. Mago Mimmo ha fatto le carte al Pd: scopriamo un due di picche e un jolly, il solito giullare che spunta per l’occasione con tanto di grassa risata dipinta sul volto. Un segno premonitore? Le previsioni sono nebulose, di difficile interpretazione. Sotto l’albero ci sono molte sorpresone e di buoni propositi siamo inflazionati. Pensa che casualmente, in una bancarella alla fiera del libro usato, ho trovato, la “Guida del perfetto politicante 2009”. E’ stata scritta circa tre secoli fa da un veggente, un certo Pdstradamus, che aveva previsto tutto quello che sarebbe accaduto oggi. E’ illuminante!
Napoli: Illumina, illumina, nell’inverno in cui siamo precipitati anch’io voglio poter dire: “M’illumino di inverno!”
Milano: Spiega tutto, ma proprio tutto: come si perdono le elezioni, come farsi insultare dall’avversario, come non avere idea della realtà quotidiana del potenziale elettore medio, come indovinare in anticipo le modalità per farsi fregare su qualunque tema, come comunicare nella maniera peggiore e via dicendo. Per esempio: alla lettera “A” troviamo: “Aiutati che il ciel t’Aiuta” (sottotitolo:siediti e Aspetta, poi improvvisa!); e poi troviamo pure: “A casa” (sottotitolo: “A chi è rimasto un minimo di pudore”); “Antitrust” (sottotitolo: “la chimera by Dino Campana”). Alla lettera “B” troviamo, invece:”Bigotto” (sottotitolo: “Binetti: istruzioni per il disuso”); “Buonismo” (sottotitolo: “Barbapapà alla riscossa”); “Bamboccioni” (sottotitolo: “che bella trovata signor ex Ministro! Complimenti per l’acume!”); e la lettera “C”? “Corruzione”, “Cooptazione”, “Clientelismo”, “Conflitto di interessi” (sottotitolo: i primi piatti in Classifica: accomodatevi pure, ce n’è per tutti!). Leggi leggi qua, lettera “D”…
Napoli: “Democratico”, of course (sottotitolo: ma che bella parola)! Come il Partito che è nato, ma ancora non ha visto la luce, che hanno chiamato democratico perché è la democrazia la questione cruciale del nostro tempo. “Una democrazia che decida” (ancora la D) avevano detto, ma fino ad oggi ha deciso la strasolita oligarchia. Avanti con la “E”, “Europa” (sottotitolo: l’Unione che divide), e all’Unione che la rende Istituzione, e sta sempre là, ombrello che faticosamente resiste ai turbini del vento di tutti i conservatorismi, e mentre il centrodestra se ne frega e fa le corna nelle foto ufficiali, il Pd litiga se sedersi dalla parte del Pse o altrove, come se fosse questione di galateo verso i convitati extranazionali. Ecco servita la “F”: “Fiducia” (sottotitolo: l’iniezione magica): ma quanta ce ne vorrebbe in un avvenire come quello che ci si prospetta? Quanta ne abbiamo persa se ci facciamo la guerra dai ballatoi del palazzo, se a votare manco ci andiamo più perchétantoacheserve, se non compreremmo un’auto usata neanche da nostro fratello? Alla “F” c’è pure “Federalismo” (sottotitolo: la riforma da riformare), tanto sbandierato ma poco studiato, che se si ascoltasse di più Cacciari male non sarebbe. E giù alla “G”, “Giardiniera” (sottotitolo: l’asso nella manica) perché dopo aver preso ispirazione da alberi e fiori, un partito col nome di un bel misto di verdure non sarebbe niente male. Soprattutto per l’olio che livella e dà una bella sensazione di affogato. E poi “H”, “Holden” (sottotitolo: vattelappesca) il giovane di Salinger. A proposito: ma dove andranno le anatre quando il laghetto di Central Park ghiaccia? Mmm, mi fanno male i pensieri, continua tu…
Milano: Alla lettera “D” hai dimenticato di leggere: “Di Pietro”, ma chi sarà mai? Passiamo oltre, c’è un capitolo in appendice, dal titolo: “Breve saggio di fisiognomica moderna”. Dunque siamo alla lettera“I” come  Innovazione (sottotitolo: “vecchi si nasce”), “Idiotismo” (sottotitolo: “è ormai troppo tardi per il vaccino: ne rimarrà uno solo”), “Ignoranza” (sottotitolo: “servire insieme al dessert”)…
Napoli: E poi “J” “Jack pot” (sottotitolo: se sbanco, vi saluto), perché con la crisi e il futuro che va in vacca, azzeccare sei numerini può regalare la felicità. Altro che la nuova stagione di Veltroni e compagnia! Poi “K”, “Kippur” (sottotitolo: chi è senza peccato…). Dall’ebraico, vuol dire espiazione, indica la cerimonia che culminava con la cacciata del capro espiatorio. Nel Pd è in atto un kippur in due o tre regioni. Basterà?
Milano:  Guarda guarda, siamo alla “L”: “Lavoro” (sottotitolo: “come trovare un ago in un pagliaio, attraversando un abisso sopra un ponte di corde”). Certo abbiamo speso tante belle parole, ipotizzato modelli  e piani per l’occupazione. Tra i più meritevoli di attenzione mi sembra di ricordare il modello attico del IV secolo a.C., per recuperare il senso della tradizione, alternativamente a quello scandinavo. Non dirmi che sei scettica! Non devi preoccuparti: sono modelli di facile applicazione; dopotutto l’Italia è un Paese che può adattarsi a qualunque situazione. Anche se stiamo all’età della pietra non è difficile proiettarci nella civile Scandinavia; ma andiamo avanti: “Laicità” (sottotitolo:”Vaticano, sissignore agli ordini!”) vogliamo aggiungere altro?; arriviamo alla “M”: “Milano” (sottotitolo:”La calda amante”, ricordi il bel film di Truffaut? L’interpretazione è libera…Eh sì!); eccoci a :“Modernità” (sottotitolo: “il modello di sviluppo di un gruppo di protominidi: l’Egittopiteco italiano). Quest’ultimo capitolo è particolarmente interessante: offre, senza dubbio, una bella chiave di lettura, di natura socioantropologica, per approfondire i noccioli duri delle problematiche italiane. Siamo alla “N”…
Napoli: Aspetta, questa mi riguarda, leggo io. “N”, “Napoli” (sottotitolo: cartoline dall’inferno) e chi altri sennò? Napoli: pizza, sole, mare e mandolino, Napoli di munnezza e Napoli di camorra, degli scandali amministrativi, di Bassolino ultimo viceré. Una volta si diceva: vedi Napoli e poi muori, oggi rischi di morire prima, specie se ci arrivi dal casertano. Giriamo in tondo: “O”, “Ovvio” (sottotitolo: ma dove l’ho già sentito?), è l’anima della maggior parte degli interventi dei nostri politici. Ma anche della televisione, e di certa stampa.
Milano: Ferma ferma! Siamo alla “P”, “Precarietà” (sottotitolo:“meglio un uovo oggi che una gallina domani”), fiumi di parole, film, annunci, dichiarazioni, provvedimenti urlati e la situazione precipita. Nessun segnale vero, reale, nessuna volontà! E alla “Q”? Poteva mancare “Questione morale?” (sottotitolo non pervenuto) stendiamo un bel velo anzi, come diresti tu, un bel “vello”! Evviva la “R”! “Riformismo” (sottotitolo: “legge fisica dell’impenetrabilità: dove c’è un corpo non può stare un altro corpo”), domanda: ma dove sta il primo corpo? O meglio: c’è un corpo?  Eppoi: di quale riformismo parliamo?
Napoli: “S”, “Si può fare” (sottotitolo: armiamoci e andate), lo slogan del Pd, del Veltroni in corsa contro Berlusconi e noi lì a crederci. Poi, i primi a perdere lo slancio sono stati loro. “T” “talk show” (sottotitolo: Poltrone e divani). Che noia la politica dei “Io non l’ho interrotta, ora faccia finire me”, dei contratti con gli italiani firmati in tv e le finanziarie illustrate come telepromozioni, delle facce spalmate di cerone e liftate che neanche Ivana Trump. Alla “U” troviamo “Uòlter” (sottotitolo: ce ne costa lacrime st'Americaaaaa),  il primo segretario del Pd, che vò ffà l’americano, ma è nato in Italì e mi sa che oggi lo ha scoperto. Passa alla “V”, chissà che ci vada meglio…
Milano: Credi? Se ti dicessi  “Villari”? (sottotitolo: “Non drammatizziamo…è solo questione di corna” per citare nuovamente Truffaut). Pronta la “W”, ecco “whisky” (sottotitolo: “bevi che ti passa”); “X”, “xenofobia” (sottotitolo: “X”); “Y “yes we can”(sottotitolo: “ride bene chi ride  ultimo”) ora si dice solo “yes” a cosa non si sa, visto che di argomenti “buoni” non ne sono rimasti molti…Finalmente siamo alla “Z”…Guarda: il capitolo si apre con un’altra citazione cinematografica: “ZETA, L’ORGIA DEL POTERE”…(sottotitolo:”Salò e le 120 giornate di Sodoma”), eloquente! Ma leggi c’è dell’altro sotto questa lettera. E’ un po’sbiadita la pagina, ma…
Napoli: La riconosco! La parola è “Zeppole” (sottotitolo: dulcis in furno) i dolcetti tipici del Natale di Napoli, perché dopo tanta amarezza un po’ di miele ci vuole. Auguri.

MilanoNapoli e ritorno
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà



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