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Home » Newsletter n. 152 - 16 gennaio 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 152 – 16 gennaio 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
ben ritrovati. Siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 152.
Con questo numero, CFP NEWS riprende regolarmente la sua pubblicazione tutti i venerdì.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Nicola Pasini
Il punto/ CFP V Edizione: si (ri)parte!


Simone Comi
Israele e Palestina: ancora guerra e distruzione in Medio Oriente


Valentina Pasquali
Obama, sogno e realtà


Luciano Fasano
Al via la Presidenza Obama. La fiducia nel futuro riparte dalla Casa Bianca


Alessandro Fanfoni
Così fan tutti, ma non è proprio la stessa cosa


Davide Biassoni
La voce del Nord


Laura Specchio e Luciana Matarese
Rosetta e le sue spine


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 15 gennaio 2009


Luca Rossetti
Cambiamenti climatici: siamo al processo del lunedì?


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Nicola Pasini
Il punto/ CFP V Edizione: si (ri)parte!

La V edizione, come le altre, vuole essere ambiziosa. Ma forse l’anno che accompagnerà i nostri corsi sarà difficile, complesso, anche se più intrigante. E’ tempo di ripensare paradigmi consolidati nel tempo, riflettere e sperimentare proposte ‘nuove’. Se è vero che la politica è anche la sfera dove “si distribuiscono valori imperativi nell’ambito di una comunità”(Easton, 1953), è pur vero che tutti i giorni si ha la sensazione, nei propri progetti di vita e nell’organizzazione della società, che accresca l’<<ignoto>> e che diminuisca il <<noto>>. Non daremo nulla per scontato, sfrutteremo il sapere e la conoscenza della nostra Faculty come una bussola, un patrimonio culturale per capire quali sono i problemi, le buone domande, per tentare di cercare qualche modesta soluzione. Nella consapevolezza che quelle che si pensano soluzioni non sono altro che nuovi o vecchi problemi che ritornano in forme differenti. Sarà un anno dove allievi e docenti lavoreranno insieme, con umiltà, alla ricerca di una piattaforma programmatica innovativa, dove si esprima con voce forte la radicalità di proposte convincenti e riformiste.
Si riparte a Milano il 31 gennaio, i nostri allievi provenienti da molte regioni d’Italia (anche quest’anno le domande sono state molte e i selezionati si presentano con profili che promettono bene) si incontreranno per la prima volta per toccare da vicino il CFP.
Da parte nostra, possiamo dire che dopo un quinquennio di esperienze, di moduli formativi che coprono le principali questioni pubbliche globali e locali, un ricco sito aggiornato quotidianamente e che commenta con originalità fatti internazionali e domestici, una Newsletter che ormai sta diventando “il punto” di riferimento settimanale, ma soprattutto, dopo 5 anni ricchi di fatica e di soddisfazioni, ci sentiamo una piccola comunità con la stessa passione di quando abbiamo cominciato! Vogliamo migliorare ciò che ci circonda, si può fare in molti modi. Il CFP ha una sua filosofia, un suo stile, un suo metodo: a piccoli passi, eppur si muove, semina….un giorno, non troppo lontano, vedremo se ci sarà anche un buon raccolto, una buona classe dirigente: questa è la nostra scommessa. Auguri e benvenuti alla V edizione del CFP.

direzione@formazionepolitica.org



Simone Comi
Israele e Palestina: ancora guerra e distruzione in Medio Oriente

L’Operazione Piombo Fuso sembra essere giunta ad un punto di stallo. Il diciottesimo giorno di guerra potrebbe portare alla pace ma non è da escludersi la possibilità che da Hamas giunga un rifiuto alla proposta di pace presentata dall’Egitto, che Tel Aviv si è detta disponibile ad analizzare e su cui si potrebbero aprire spiragli di trattativa. Molto dipenderà dalla volontà israeliana di cessare l’offensiva poiché Hamas avrebbe dato la propria disponibilità ad un cessate il fuoco annuale a patto che venga ritirato l’esercito israeliano in 5-7 giorni e vengano garantite la riapertura e la percorribilità dei varchi di Gaza. Anche gli Stati Uniti stanno trattando con Israele per giungere ad un accordo e Tzipi Livni, Ministro degli Esteri israeliano, potrebbe volare a Washington per firmare un memorandum d’intesa per impedire il traffico di armi verso la Striscia di Gaza e discutere una possibile conclusione del conflitto.
La situazione potrebbe comunque diventare ancora più critica nelle prossime ore. L’aviazione israeliana ha colpito 60 obiettivi nemici nella Striscia di Gaza, tra cui la casa del Ministro dell’Interno del governo di Hamas. Secondo fonti dell’esercito israeliano i raid avrebbero colpito commissariati di polizia, siti di lancio dei missili palestinesi, depositi di armi e tunnel scavati sotto la frontiera con l’Egitto utilizzati per contrabbandare armi all’interno della Striscia. Le forze aeree dovrebbero essere intervenute inoltre a supporto delle truppe dispiegate, duramente impegnate a combattere contro le fazioni palestinesi unitesi negli ultimi giorni in uno stesso esercito. Le truppe combattenti di Fatah e Hamas sembrano infatti aver riunito tutti gli effettivi disponibili sotto un unico comando per poter fronteggiare l’avanzata dell’esercito israeliano. Scontri violenti sarebbero in corso nelle periferie di diverse cittadine tra le quali Gaza City, Sheikh Ajlin e Karama mentre Rafah, città di frontiera con l’Egitto, è stata gravemente danneggiata dai bombardamenti dell’aviazione israeliana. Le Nazioni Unite, per bocca del Segretario Ban Ki Moon, hanno dichiarato di ritenere eccessivo l’uso della forza nell’operazione israeliana e hanno chiesto di salvaguardare la popolazione civile dagli attacchi. Alla distruzione del magazzino dell’Onu presso cui erano raccolti gli aiuti di prima necessità per i profughi palestinesi le proteste di Ban Ki Moon si sono fatte più pressanti. I civili sembrano infatti non avere via di scampo e il disastro umanitario potrebbe essere alle porte. Le colonne di profughi non hanno luoghi sicuri dove potersi rifugiare e i lanci missilistici dal cielo e dal mare, uniti alle operazioni di terra dell’esercito, rendono insicura qualsiasi città o qualsiasi insediamento. L’esercito israeliano è riuscito a sfondare le sacche di resistenza palestinesi attorno ad alcune delle città principali e la resa dei miliziani non sembra essere così lontana anche se gli scontri continuano incessanti.
In questa cornice le prospettive per il futuro della Striscia di Gaza sembrano farsi sempre più buie. A Tel Aviv si parla insistentemente, e ormai da qualche giorno, di un’invasione su larga scala dei territori palestinesi ora sotto assedio ma allo stato attuale delle cose è difficile poter prevedere se questa opzione verrà mai posta in essere. Non è da escludersi che il timore di coinvolgere direttamente i soldati in scontri diretti con i miliziani e la probabilità di un alto numero di perdite siano i fattori fondamentali che provocano questa impasse nelle scelte israeliane. Altra possibilità potrebbe riguardare invece i dissidi interni al Governo israeliano scoppiati nelle ultime ore.
La possibilità di ampliamento delle operazioni sembra essere sostenuta per ora solo dal Primo Ministro Ehud Olmert e dal Gabinetto di Sicurezza mentre Tzipi Livni, Ministro degli Esteri, ed Ehud Barak, Ministro della Difesa, vorrebbero chiudere rapidamente l’offensiva per evitare gravi conseguenze sul piano diplomatico e operazioni di guerra in aree densamente popolate.
L’offensiva israeliana non dovrebbe avere ricadute di rilievo sui rapporti diplomatici con la comunità internazionale. Le trattative con l’Unione Europea sono state momentaneamente congelate e riprenderanno una volta terminata l’offensiva nella Striscia e le minacce di Al Qaeda non sembrano per ora rappresentare una seria minaccia per Israele. Più confuso e problematico sembra essere il futuro del Governo in Palestina. Hamas, che ha vinto le ultime elezioni battendo Fatah, è considerato il primo responsabile politico delle crescenti tensioni nell’area e dell’offensiva militare degli ultimi giorni. La tregua proposta dal Presidente egiziano Mubarak potrebbe essere un primo passo verso un “cessate il fuco” che rischia di essere di breve durata data l’intransigenza Palestinese ed Israeliana ad accettare un processo di pace che chiederebbe sforzi importanti per trovare punti condivisi su cui costruire un nuovo futuro per la regione.

simonecomi@hotmail.com


Valentina Pasquali
Obama, sogno e realtà

Washington D.C. – A meno di una settimana dall’insediamento del nuovo governo americano, cominciano già a emergere alcune delle contraddizioni che esistono tra le promesse di cambiamento fatte da Barack Obama durante la propria campagna elettorale e la dura realtà della macchina politica di Washington con cui il neo-eletto presidente dovrà presto confrontarsi.
Per cominciare, è arrivata oggi a “felice” conclusione la vicenda di Roland Burris, uomo politico di Chicago nominato dal Governatore inquisito dell’Illinois Rod Blagojevich come successore di Obama al Senato statale. Blagojevich, sotto inchiesta per atti di corruzione, ha causato particolare sdegno in America proprio per aver cercato di vendere il seggio di Obama, che lo ha lasciato in anticipo rispetto al termine del proprio mandato per trasferirsi alla Casa Bianca. Inizialmente, sia l’Assemblea che l’Attorney General dello Stato dell’Illinois, sia il Senato a Washington che Barack Obama, avevano promesso ai cittadini americani che non avrebbero lasciato che Blagojevich procedesse alla nomina di un successore, e che, se il Governatore dell’Illinois avesse comunque insistito nell’esercitare il diritto a lui concesso dalla Costituzione, si sarebbero opposti a che l’uomo di Blagojevic venisse ammesso al nuovo Congresso statunitense. Così, solo una settimana fa, nel giorno in cui tutti i senatori neo-eletti si sono presentati a Washington per la cerimonia ufficiale di insediamento, Burris è stato fatto tornare indietro con la scusa che aveva presentato una documentazione incompleta. Sono bastati però pochi giorni perchè, esausti da lotte interne, incerti sulle alternative possibili e vinti dalla determinazione di Blagojevich, il gruppo democratico al Senato facesse marcia indietro, e Barack Obama con loro. Giovedì pomeriggio, quindi, Roland Burris ha completato il giuramento ufficiale in presenza del vice-presidente uscente Dick Cheney ed è stato accolto al Senato con tutti gli onori riservati agli altri senatori. Burris sarà l’unico afro-americano a sedere al Senato federale. Oltre che per essere l’uomo nominato da Blagojevich, Burris è anche conosciuto per aver perso numerose elezioni politiche a livello statale e per essersi già costruito un imponente mausoleo con tanto di biografia scolpita nel marmo che dovrà un giorno ospitare le sue ceneri.
Nel frattempo, Barack Obama pare aver deciso che, in fondo, gli assegni corposi dei grandi nomi dell’industria americana non sono poi così male come li aveva descritti in campagna elettorale. Per finanziare la cerimonia per il proprio insediamento, martedi 20 gennaio, Obama ha già raccolto 24 milioni di dollari, ovvero circa la metà di quanto sembra sarà necessario a far fronte ai costi dell’insediamento più caro della storia, con un conto complessivo previsto sui 45 milioni di dollari (il record precedente era stato stabilito da George W. Bush nel 2004 con 42.3 milioni di dollari). Di questi 24 milioni, la maggior parte arriva da assegni ciascuno tra i 25 e i 50 mila dollari, riuniti poi in donazioni di svariati milioni dai cosidetti bundler, ovvero persone che si occupano di ricercare finanziatori molteplici e poi versano tutti i fondi ricevuti in una volta sola. Nonostante Obama abbia imposto regole più rigide su queste donazioni di quanto non abbia fatto, ad esempio, George W. Bush (la grande industria non può direttamente finanziare la cerimonia, e nemmeno i lobbisti di professione), si tratta comunque di un regime molto più flessibile di quello che era stato adottato per la raccolta fondi in campagna elettorale. Fra l’altro, aggirare alcune delle limitazioni è piuttosto facile. Nonostante i lobbysti non possano contribuire, possono farlo le mogli o i mariti, e sebbene il comitato per l’organizzazione dell’insediamento di Obama non accetti donazioni dalle aziende, non rifiuta però quelle fatte dai grandi manager a proprio nome. Per esempio, grazie alle donazioni individuali dei propri capi, la Microsoft ha già contribuito un totale di 300,000 dollari, mentre Google ne ha versati 150.000.
Naturalmente, il timore è che queste cifre di denaro generosamente regalate da personaggi influenti al nuovo presidente degli Stati Uniti debbano corrispondere, ad un certo punto, in un equivalente apertura di tale presidente agli interessi e alle richieste dei finanziatori. Questo fatto, assolutamente normale nella vita politica americana, violerebbe però uno dei principi fondanti la candidatura di Obama, una delle ragioni dell’entusiasmo delle folle, ovvero la sua promessa di combattere l’influenza del denaro in politica.
Al di là di alcuni episodi come questi, per fortuna ancora un numero piuttosto limitato, è decisamente presto per giudicare il comportamento di Obama a livello etico e l’ex Senatore dell’Illinois dal padre kenyota e la madre del Kansas merita ancora tutta la nostra fiducia. È importante però vigilare su quello che accadrà a partire da martedì prossimo per capire quanto Barack Obama sarà capace di imporre il cambiamento promesso sulle pratiche di Washington e quanto sarà invece la macchina di Washington a imporsi sui desideri e le aspirazioni del presidente.

valentina.pasquali@gmail.com

 


Luciano Fasano
Al via la Presidenza Obama. La fiducia nel futuro riparte dalla Casa Bianca

L'impresa è certamente fra le più difficili. La crisi economica e finanziaria che attanaglia il mondo globale rende assai difficile individuare soluzioni che abbiano un immediato impatto efficace. Ormai definitivamente tramontato l'orizzonte del Washington Consensus, che ha costituito l'unico scenario di riferimento per oltre tre lustri, ogni possibile prospettiva alternativa è ancora tutta da scoprire. La sfida è senza dubbio impegnativa. Dire oggi che è finita la stagione del libero mercato e che ritorna quella della centralità dello stato appare troppo semplice. Così semplice da essere inutile se non addirittura illusorio. Qui e ora decisivo è invece comprendere che fra i fallimenti del mercato e le inefficienze dell'intervento pubblico vi può essere una combinazione equilibrata fra stato e mercato in grado di rilanciare l'economia. Il punto è capire quale sia la combinazione giusta, cosa non certo facile.
E' questo lo scenario nel quale, a partire dal suo insediamento alla Casa Bianca, che avverrà martedì 20 gennaio, si muoverà il prossimo Presidente degli Stati Uniti d'America, Barack Obama. Uno scenario che riguarda non solo la nazione americana, ma anche il resto del mondo. Non vi è dubbio,infatti, che in questo momento tutto il mondo - dai paesi più avanzati a quelli meno sviluppati - guarda alla Casa Bianca, sperando di trovare già nelle prime mosse della nuova amministrazione fonti di ispirazione sufficienti a delineare una via di uscita dalla crisi. Del resto, in una fase come questa attraversata da forti incertezze, il mondo sente il bisogno di una leadership, ed è naturale la cerchi proprio nel paese che storicamente è stato capace di maggiore influenza. Non è dato a sapersi se i fatidici "primi cento giorni" del Presidente Obama saranno decisivi. Molti osservatori, infatti, sostengono che data l'eccezionalità della crisi, la "luna di miele" con il nuovo inquilino della Casa Bianca potrebbe anche protrarsi più a lungo, nell'attesa che proprio dallo Studio ovale emergano novità in grado di risollevare le sorti del mondo.
Grandi sono le aspettative nei confronti dell'amministrazione Obama, così come grande è il consenso che l'opinione pubblica mondiale sta attribuendo al primo Presidente degli USA di origini afro-americane, già da prima della sua elezione alla Casa Bianca. Certo, il ventaglio delle attese che, dentro e fuori gli Stati Uniti, vengono rivolte al neoPresidente americano è molto ampio, oltre che per nulla privo di contraddizioni. Siamo infatti certi che ciò che vogliono gli Stati Uniti corrisponda a ciò che vogliono gli altri paesi del mondo? La quadratura del cerchio non è certamente facile! Anche se rispetto ad una cosa, le aspettative del popolo americano convergono con quelle degli abitanti delle altre nazioni della terra: la voglia di recuperare fiducia nelle proprie possibilità. E fra le doti più evidenti di Barack Obama vi è, per l'appunto, la capacità di infondere fiducia. Risorsa peraltro indispensabile per alimentare qualsiasi dinamica di ripresa economica, così come qualsiasi equilibrio stabile (e, per quanto possibile, pacifico) nel campo delle relazioni internazionali. E' in questo che consisterà, principalmente, la "missione" del Presidente Obama alla Casa Bianca: restituire fiducia, anzitutto al proprio paese e quindi al mondo delle democrazie occidentali e dei paesi capitalistici avanzati; poi, a partire da questi, al resto dei paesi del pianeta. Quella fiducia che il Novecento ha bruciato sul terreno di un irriducibile scontro fra ideologie.
E che oggi, nel post-ideologico XXI secolo, forse potrà essere recuperata su basi diverse. Le basi di una società complessa, altamente differenziata, sempre più globale, pluralista e frammentata, che per riprodursi non ha bisogno di credere nelle virtù taumaturgiche di una qualche filosofia della storia o ontologia del mondo, ma nelle proprie reali capacità di costruirsi un futuro nel presente. Si tratta di un'impresa di per sé assai difficile, che non è detto (anche per le contraddizioni a cui si alludeva prima) riesca allo stesso modo per gli Stati Uniti e per gli altri paesi del mondo. Così come potrebbe aver successo in campo economico, permettendo ai mercati di ripartire, ma non nel campo delle relazioni internazionali, dove l'esistenza di conflitti, come quelli che affliggono il medio oriente piuttosto che l'asia minore o certe aree del continente africano, potrebbe rivelarsi un ostacolo di fatto insormontabile. Ciò tuttavia non toglie che l'aspettativa rivolta in queste ore alla Casa Bianca risieda tutta in questa straordinaria sfida.

luciano.fasano@unimi.it



Alessandro Fanfoni
Così fan tutti, ma non è proprio la stessa cosa

Tensioni, incomprensioni, sfide e prove di forza agitano le leadership di entrambi gli schieramenti mettendo a prova continua gli equilibri e i rapporti di forza interni agli stessi. L’impressione generale è che una certa confusione o meglio una ‘messa in discussione’ delle gerarchie – tipica del centrosinistra e in particolare dell’impasse in cui versa il Partito democratico dalla sconfitta elettorale -  stia travasando anche nello schieramento di governo: dalla rumorosa dialettica Bossi-Berlusconi su diversi temi (dalla giustizia a Malpensa) alle tensioni periferia-centro (il braccio di ferro Moratti-Premier sul destino dello scalo varesino), fino all’affilato contenzioso tra maggioranza e presidenza della Camera (leggi contenzioso per la successione tra Berlusconi e Fini) emerso chiaramente in occasione della fiducia sul decreto anti-crisi. Ma, appunto, forse solo di impressione si tratta. E avveduti commentatori già parlano di un’esasperazione a fini elettorali – le Europee si avvicinano e con il sistema proporzionale si giocherà tutti contro tutti. Tensioni e scintille che allora non mettono in discussione la tenuta di una maggioranza che, come titolava Europa, non si spezza ma si piega; ma, appunto, non si spezza.
Di ben altra natura, invece, sembrano essere le fratture che attraversano il Partito democratico. Certo, il potere è un collante poderoso, mentre stare all’opposizione è un fattore di per sé destabilizzante, ma non è tutto qui. Nel Partito democratico, si sconta una debolezza di leadership che deriva direttamente da una debolezza di progetto: un partito può al limite anche essere liquido o leggero, ma non può esserlo la sua identità. Il Pd di rottura di Veltroni (quello del Lingotto, per intenderci) sembra offuscato, se non definitivamente smarrito. In compenso, sta emergendo un altro progetto di Partito democratico (verrebbe da dire concorrente, se non si trattasse di concorrenza ad un fantasma) ed è quello che si potrebbe definire di D’Alema. Un partito riorientato a sinistra, tanto che sarebbe da chiamare P(s)D ovvero Partito (social)Democratico. Forse, solo sotto questa chiave, ad esempio, prendono un senso le posizioni di D’Alema su Hamas. D’Alema intende riaprire le danze a sinistra, non solo con il gran corpo dei Ds trasmigrati nel Pd, ma con tutta la sinistra che è rimasta orfana di un seggio in Parlamento. D’Alema sembra voler farsi garante di quegli interessi, di quelle storie, di quelle sensibilità e idee. Poi, certo, la battaglia per il vertice assume ben altri caratteri e protagonisti, e vede stagliarsi all’orizzonte personaggi emergenti quali Renato Soru, strano ibrido invero: metà Berlusconi, per proprietà e conflitti di interessi, e metà Di Pietro, per intransigenza moralistica e presunzione di superiorità.
Tuttavia, perché questo progetto alternativo e legittimo si compia, non è sufficiente un cambio di vertice. Occorre anche che si verifichi una sorta di “ritorno al futuro” ovvero una scissione dal Pd di parte della componente ex-dl in nome di un’autonomia di centro alleata al Pd. In breve, lo schema d’alemiano dell’Ulivo di Prodi. E, qui, coraggiosi e affini, commetterebbero un grande errore ad andarsene anziché dare battaglia, politica e di idee, per impedire una clamorosa involuzione del Partito democratico; anziché lanciare un’opa culturale e politica sulle sorti di un progetto che ha impiegato più di due lustri per realizzarsi e che potrebbe sparire in meno di due anni, scommettendo sul consenso e sul contributo di chi forse nel PD non è ancora e di chi non è mai  stato né Ds né Dl, né comunista né democristiano. Scommettendo, in breve, su una generazione politica e ideale a venire, che in parte ancora non esiste perché deve essere suscitata e inventata. Un passo avanti sul percorso interrotto da Veltroni, per un Pd più liberale e più moderato, più disincantato e riformista, più pragmatico, incisivo senza rinunciare ai principi.


Davide Biassoni
La voce del Nord

La questione settentrionale ribolle. L’accordo siglato dalla CAI con il colosso franco-olandese Air France-KLM ha fatto addirittura esultare la stampa transalpina: l’acquisto del 25% di Alitalia (che equivale a divenire socio di maggioranza) è stato realizzato con un esborso di 323 milioni di euro, cifra in proporzione nettamente inferiore a quella avanzata all’epoca del governo Prodi per l’acquisto totale della compagnia con l’accollo di tutti i debiti (i francesi avrebbero sostenuto un onere vicino ai tre miliardi, debiti inclusi); inoltre, considerando un numero maggiore di esuberi e minore di rotte aeree, l’italianità voluta da Silvio Berlusconi – alfiere del veto primaverile ad Air France per favorire la costituzione di una cordata di imprenditori del Belpaese, al fine di mantenere Alitalia come parte del patrimonio nazionale – presenta un conto salato. Pronunciato il sì definitivo al matrimonio pervicacemente voluto da Jean-Cyril Spinetta, il Nord Italia tuona contro una soluzione “romana” da sempre avversata. Malpensa certo acquisisce qualche nuova rotta aerea, ma è altrettanto chiaro che l’hub sarà Fiumicino e lo scalo varesino non può che vedere frustrate le proprie ambizioni. Amarus in fundo, Linate appare la vittima sacrificale e il suo destino si restringe ad essere semplice puntello della (peraltro costosissima) navetta Milano-Roma. Apriti cielo, è il caso di dirlo: da destra a sinistra, da Letizia Moratti a Filippo Penati, passando ovviamente per la Lega Nord, il dissentire “nordista” è stato netto e trasversale. Lo scontro tra il Sindaco di Milano e il Cavaliere è segnato da dichiarazioni al fulmicotone dell’ex-Ministro dell’Istruzione che ha sentenziato come un’operazione, nata per difendere l’italianità, ha fatto l’interesse di una cerchia di imprenditori privati. Di lì si è aggiunto il Presidente della Provincia di Milano, il quale ha proposto la costituzione di una lobby a difesa gli interessi del territorio, definendo inaccettabile la degradazione di Linate. E nella protesta non poteva mancare la voice del Carroccio, con i lumbard apertamente sfidati nella protezione degli interessi del Nord, ossia il terreno preferito sul quale la Lega ha coltivato un consenso che, secondo recenti sondaggi, pare superi il 10%. Umberto Bossi si è però rassegnato al oui francese, benché non abbia certo nascosto la sua esplicita preferenza (come Letizia Moratti) per i tedeschi di Lufthansa, apparsi però poco convinti nel creare la dorsale Berlino-Vienna-Milano. Detto questo, il Nord sta assurgendo a terreno determinante per la stessa competizione politica, come dimostra anche il dibattito “carsico” all’interno del Partito Democratico riguardo alla possibile nascita di un PD settentrionale, federato con quello nazionale. Il federalismo (specialmente quello fiscale) è la riforma più attesa dal Carroccio che si è fatto interprete di un liet motiv ben radicato al Nord: meno stato, meno burocrazia, meno tasse, più concorrenza, più efficienza e più risorse che restino nel territorio d’origine. Che poi la riforma federalista Bossi-Berlusconi mantenga le promesse è materia tutta da verificare, soprattutto sui costi tali per cui alla crescita degli apparati locali (Regioni e Comuni) dovrà fare da contrappeso un dimagrimento degli apparati statali centrali (o i contribuenti si troveranno a mantenere due stati!). Il caso di Malpensa e, ancora, quello dell’Expo2015 a Milano sottolineano come il Settentrione sia attivo e combattivo nel difendere la storica propensione a essere la locomotiva italiana; se questa peculiare propulsione continuerà a persistere, l’attrattiva in termini elettorali per tutti i partiti sarà fortissima: non solo la Lega Nord, ma anche le altre formazioni politiche saranno calamitate dalle domande provenienti da una parte specifica del territorio che richiede attenzione, risorse, opportunità. Il dibattito sul PD del Nord è probabilmente il primo forte segnale che anche i partiti a vocazione maggioritaria ed a carattere nazionale potrebbero decidere di riconfigurare la propria geometria interna per rispondere a una crescente domanda di accountability che viene dal basso e dall’ambito locale. Si profila un processo di ristrutturazione bottom-up dove i partiti saranno sempre più chiamati dai loro elettori a una responsiveness accurata, anche in contesti particolaristici e lontani dal centro del sistema.

biassoni_davide@yahoo.it


Laura Specchio e Luciana Matarese
Rosetta e le sue spine

Milano: Meno di un mese dall’ultima conversazione eppure sembra passato un secolo. Con tutto quello che è successo a Napoli e a Milano!
Napoli: Che vuoi che ti dica? Forse, col cambio d’anno, pure il tempo si è allargato e nessuno ce lo ha detto. Chissà, magari a noi, col conforto del calendario, sembra trascorso un mese, ma nella nuova realtà (quella che scopriremo di aver vissuto solo quando qualcuno ci comunicherà che è passata) ne so’ volati via due o tre.
Milano: Mah, può darsi. Sembra che al peggio non ci sia mai fine. Guarda quello che è capitato a Napoli, in Abruzzo, e ultimamente da noi, con il sequel di “Alitalia - Malpensa”.
Napoli: La fly story in salsa meneghina! Anche se più che di salsa in questo caso parlerei di brodo, anzi di minestra. Non è per caso una minestra riscaldata quella che Berlusconi e i suoi ci hanno costretto a bere su Alitalia?
Milano: E di quello che è accaduto dalle tue parti, vogliamo parlarne?
Napoli: È la dimostrazione che il limite della volgarità è una volgarità più grande. E, nostro malgrado, siamo costretti a farci i conti. Per dire, in riferimento al sindaco di Napoli e a tutto quello che è successo con la giunta “sfrantummata”, gli assessori arrestati per sospetto pilotaggio (stavolta Alitalia non c’entra) di un appalto multimilionario per la gestione delle strade e delle mense scolastiche di Napoli, uno potrebbe giustificarsi che la responsabile non è Rosetta. E invece non lo puoi proprio fare, perché se non fosse Rosetta, e la responsabilità fosse di Margherita o di Iris piuttosto che di Gelsomina, noi ora non ci ritroveremmo con le mani piene di spine. Grosse e pungenti come le Rosette, nessun fiore le ha.
Milano: Nomen omen!
Napoli: Voglio dire, al di là delle metafore floreali, che il sindaco di Napoli, pure se è caduta dal pero (via i fiori, spuntano gli alberi), non può tirarsi fuori dall’impaccio facendo il pesce in barile (pure il mare è sistemato). Perché le spine che si porta appresso, sono rimaste ben conficcate nella pelle, nel cuore di Napoli e di tutto il Sud.
Milano: Ancora una volta torna alla ribalta la questione della classe dirigente. E’ una necessità primaria, ma sembra che, nei piani alti dei partiti, si faccia fatica a capirlo.
Napoli: E’ la spina più acuminata, è un chiodo arrugginito che sta mandando in malora anche quello che di sano ancora resta nel corpo del Sud e del Paese. Di fronte a cotanto presente, la mia reazione è stata rifugiarmi nel passato. E lì mi sono imbattuta in Guido Dorso, meridionalista, poco citato e ancor meno studiato. Senti qua: “Una classe politica onesta, amministrativamente capace ed amante del proprio paese non si salva se è politicamente incapace”. Lo ha scritto nel secondo dopoguerra, ma dimmi se non ti pare la fotografia di quello che è successo a Napoli?
Milano: Non solo, si può estendere all’Italia intera.
Napoli: Suona come una voce che grida nel deserto. E c’è chi pensa di risolvere tutto mandando i commissari. Non serve e non servirà, ci vuole il coraggio di scegliere, la forza di cambiare. Ancora Dorso: “Il Mezzogiorno è un paese ancora politicamente, anzi istituzionalmente ammalato, e bisogna aiutarlo a guarire. È questo il compito dei partiti seriamente antitrasformistici. …lo sbloccamento del Sud deve sì avvenire prevalentemente dal basso, ma deve essere anche agevolato dall’alto, e questa azione non s’è ancora vista…”.

Milanonapoli e ritorno
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà


milano_napoli@libero.it


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 15 gennaio 2009

Riprendiamo dopo la pausa natalizia a fornire i principali elementi di novità intercorsi da metà dicembre rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP, per una ricostruzione completa di quanto accaduto. Innanzitutto la tanto attesa riunione del Cipe (il Comitato interministeriale per la programmazione economica) tenutasi giovedì 18 dicembre a Roma ha partorino un "topolino": cioè l'unico risultato concreto strappato dal duo Letizia Moratti-Roberto Formigoni è stato il semplice recepimento da parte del Cipe dell’informativa con cui il sindaco di Milano chiedeva una condivisione politica dell’impegno a stanziare i 2,3 miliardi di euro ancora mancanti sui 11,3 miliardi legati alle cosiddette opere connesse all’evento. La nota ufficiale di Palzzo Chigi diffusa a conclusione dell’evento infatti dice soltanto che “il commissario governativo per l’Expo di Milano, Letizia Moratti, ha illustrato lo stato di avanzamento delle opere da realizzare entro la fine del 2014, indicando i progetti da approvare nel 2009, con il relativo fabbisogno finanziario“. All'atto pratico sembrerebbe un nulla di fatto sebbene nella riunione del giorno prima il Comitato avrebbe comunque stabilito di destinare il 15% dei fondi FAS – pari a 800 milioni –ad un pacchetto di opere destinate però a tutto il Nord. Sono seguite le consuete dichiarazioni discordanti fra chi vedeva il bicchiere mezzo pieno e chi mezzo vuoto: fra i primi la Moratti secondo la quale invece il governo si sarebbe impegnato comunque a destinare 1,8 miliardi dei 2,3 che ancora mancano ma di questa notizia non c’è ad oggi annuncio ufficiale mentre Penati si è scagliato violentemente contro il Commissario e il Governo.
In secondo luogo il 22 dicembre si è riunito il primo Consiglio di Amministrazione di “Expo 2015 Spa”, la società nata per gestire l'Esposizione Universale che, sostanzialmente, quale unica decisione ufficiale, ha nominato all'unanimità Segretario della Società il prof. Alberto Santamaria, professore di diritto internazionale e societario, il cui incarico scadrà a fine 2011. I consiglieri hanno invece ritenuto opportuno non procedere alla nomina dell'Amministratore Delegato, all'attribuzione dei suoi poteri e al suo compenso preferendo attendere che i soci della società decidessero, nell’ambito dell’Assemblea dei Soci,  il compenso del Cda nel suo insieme. Inoltre fra i motivi di preoccupazione dei consiglieri il fatto che una società con capitale sociale di 120 mila euro non potesse contrarre un debito superiore al patrimonio (lo “stipendio” di Glisenti e quello degli altri consiglieri), pena il fallimento. Fallimento di cui risponderebbero in prima persona gli stessi amministratori. Da qui, la prudenza con cui ha inteso muoversi la Bracco rimandando l'Assemblea dei soci di Expo 2015 al 7 gennaio in prima convocazione e per l'8 gennaio in seconda convocazione. Con l’arrivo del 2009 e la ripresa delle attività nuovo colpo di scena ed ennesimo rinvio.
Infatti, durante l’Assemblea dei soci dell’8 gennaio il rappresentante del Ministero del Tesoro ha chiesto e ottenuto il rinvio per oggi (ieri per chi legge) 15 gennaio della seduta allo scopo di approfondire la normativa di riferimento applicabile ai compensi del consiglio di amministrazione di un soggetto pubblico. Slittato di conseguenza anche il Cda previsto al termine dell'Assemblea che si terrà a questo punta non prima almeno del 19 gennaio.
Il pre-Consiglio di Amministrazione che si è tenuto però il giorno prima aveva affrontato alcune questioni, innanzitutto il compenso dell’Amministratore Delegato. In base a quanto emerso (si veda l’articolo di Repubblica dell’8 gennaio presente in rassegna stampa) l’ipotesi sul tavolo sarebbe di un compenso fisso da 500mila euro lordi annui, più altri 250mila legati ai risultati raggiunti. Sebbene dunque inferiore a quanto si era vociferato nei mesi passati (si parlava di un lordo di 1 milione e 200mila euro all'anno), la Provincia di Milano si è dichiarata pronta a votare contro, proponendo per Glisenti “solo” 240mila euro e niente "bonus" per i risultati ottenuti (nello specifico la proposta di Palazzo Isimbardi sarebbe di 600 mila euro annui per tutto il CdA di cui 240 all’Amministratore Delegato, 120 mila al Presidente e 80 mila a ciascun consigliere).
Il Comune invece ha, da un lato, deciso di stanziare un milione e 100mila euro come conferimento al patrimonio della Società di gestione e, dall’altro, proposto un totale degli emolumenti per i membri del Cda nel loro complesso pari a 480mila euro lordi all'anno.
Improvvisamente, è giunta poi la forte intervista televisiva che la Moratti ha rilasciato a Lucia Annunziata durante la trasmissione “In mezz’ora” trasmessa da Rai 3 domenica scorsa e ripresa da tutti i quotidiani nella quale il Sindaco Commissario ha accusato apertamente il Governo di disinteresse – se non vero ostracismo – nei confronti dell’Expo e di Milano individuando in Tremonti il vero “frenatore” dell’avvio dell’operatività ricordando come gli enti del territorio interessati già a inizio agosto avessero condiviso uno schema di governance bloccato poi fino a metà ottobre dal Ministro del Tesoro e di fatto ancora al palo  soprattutto sul fronte delle linee di finanziamento e delle deleghe operative. Durante un incontro tenutosi poi a Roma mercoledì scorso 14 gennaio pare che lo strappo sia stato ricucito anche se non si capisce bene cosa sia il “contatto diretto” che Berlusconi avrebbe garantito alla Moratti d’ora in avanti sul tema Expo.
Anche per questa ragione la Moratti ha incontrato questa settimana il responsabile europeo di Bank of Tokyo ponendo, secondo quanto si è appreso, le basi di un accordo con l'istituto di credito nipponico per il finanziamento in project financing di quelle opere infrastrutturali per Expo 2015 che ad oggi non avrebbero la copertura economica necessaria.
Anche il Presidente Formigoni ha rilasciato una intervista lo scorso 10 gennaio sul Sole 24 ore dove invece ha assunto il ruolo del “pompiere” cercando cioè di trovare una posizione di mediazione fra il Sindaco e il Governo sebbene abbia dovuto riconoscere anch’egli la gravità del ritardo accumulato finora.
Da segnalare poi altri due accadimenti; da un lato una dura intervista rilasciata sempre al Sole 24 ore il 31 dicembre dall’ex Sindaco di Milano Gabriele Albertini che, senza giri di parole, ha criticato gli attori coinvolti in questo faticoso processo di avvio per gli eccessivi personalismi che lo stanno caratterizzando (dichiarando ad es. come sia una anomalia una durata in carica della Moratti a Commissario Straordinario fino al 2016). In secondo luogo il dibattito che è nato sulle colonne del Corriere della Sera a seguito della proposta lanciata ai primi di gennaio dall’architetto Guglielmo Mozzoni per la realizzazione, in occasione dell’Expo 2015, di una “Città ideale” ovvero sia di una struttura sferica alta 240 metri immaginata come unica struttura dedicata (anziché i padiglioni espositivi previsti) all'Expo come spazio espositivo e che, alla fine della stessa Expo, diventerebbe una vera e propria Città di 25mila abitanti. Per chi volesse approfondire si rimanda alla pagina web dell’intervento.
Da segnalare inoltre come sia stata prorogata al 16 marzo 2009 la scadenza del Bando "Expo dei Territori: Verso il 2015" promosso da Provincia di Milano e Milano Metropoli Agenzia di Sviluppo, con il sostegno di Fondazione Banca del Monte di Lombardia e la collaborazione del Politecnico di Milano, finalizzato a raccogliere e promuovere le progettualità dell´area metropolitana milanese in vista dell´evento internazionale del 2015.
Mi sia consentita in conclusione una riflessione: l’intervista della Moratti citata in precedenza unita, ad esempio, alla notizia dell’approvazione di un emendamento al Decreto anticrisi approvato a inizio gennaio dalle commissioni Bilancio e Finanze della Camera  in virtù del quale per i prossimi due anni il Comune di Roma non sarà tenuto a rispettare il Patto di stabilità interno (cioè potranno essere stanziati investimenti infrastrutturali in deroga fino al 2011 al rispetto dei vincoli imposti invece dal Patto a tutti gli enti locali, compresi quelli “virtuosi” come Milano) testimoniano di una acclarata verità sotto gli occhi di tutti. La vera metastasi – mi si perdonerà l’espressione – che sta uccidendo (fra i tanti motivi) il Paese (e responsabile quindi della grave crisi di deficit e di credibilità che sconta) è il coarcevo di interessi corporativi (politico-sindacali-imprenditoriali) che stanno lungo le sponde del Tevere e che di fatto bloccano – e hanno bloccato da sempre - qualsivoglia progetto di sviluppo strategico del sistema Paese (che sistema non è) a totale svantaggio non solo delle zone più avanzate del Paese ma anche e soprattutto delle più svantaggiate. E di fronte a tale blocco conservatore non c’è Expo (o Linate&Malpensa) che possa tenere….e mi pare che proprio la vicenda Alitalia (a proposito segnalo un editoriale del quotidiano economico transalpino Les Echos in cui si ringrazia il Premier per il regalo fatto ad AirFrance) abbia confermato come anche l’attuale maggioranza di governo non abbia la volontà prima ancora che la capacità di rompere tale meccanismo ormai incancrenitosi (anzi…………..) perché in fondo vale sempre e comunque quanto afferma Tancredi nel Gattopardo di Tomasi di Lampredusa: “…………..Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!............”.
Alla prossima.

s.florio@libero.it


Luca Rossetti
Cambiamenti climatici: siamo al processo del lunedì?

Forse siamo caduti vittime di un abbaglio, propagatori, a nostra insaputa, del morbo ideologico ecologista? Abboccato all’amo della favola dei cambiamenti climatici in compagnia di numerose personalità del mondo della cultura e della politica internazionale tra cui alcuni falsari e “sacerdoti del nuovo culto del XXI secolo” (definizione di Piero Vietti sul Foglio) chiamati Obama, Merkel, Sarkozy, Brown, Blair, Rifkin, Gore e Giddens? I quotidiani nazionali dell’area di centrodestra Libero, Giornale e Foglio sono scesi in campo in questa battaglia per la verità al grido di “è ora di finirla con l’ecoballa dei cambiamenti climatici”. Per loro, nel migliore dei casi, il global warming sarebbe stato creato ad arte per ottenere finanziamenti per studiare un fenomeno inesistente o per aprire nuovi mercati nei settori del business verde o, nelle sue posizioni antimoderne, per bloccare lo sviluppo.
Secondo queste posizioni le recenti settimane di freddo sbugiardano “con uno sguardo dalla finestra di casa” la tesi degli inverni miti; a questo si aggiungano le informazioni sul recupero dei ghiacci artici e il gioco è fatto!
Poco importa se in queste analisi non si avanzi il minimo dubbio sull’elementare distinzione tra lungo e breve periodo, tra eventi locali e mutamenti globali, tra clima (“l'insieme delle condizioni
atmosferiche - temperatura, umidità, pressione, venti - medie che caratterizzano una determinata regione geografica ottenute da rilevazioni omogenee dei dati per lunghi periodi di tempo”) e meteorologia (“l'osservazione, la misurazione e sulla previsione dei fenomeni atmosferici”).
Manca poi la conferma delle evidenze scientifiche come ha dimostrato la vicenda dei ghiacciai smentita ad opera dello stesso William Chapman dell'Università dell'Illinois a cui era  stata attribuita la presa di posizione. A questo proposito si consulti anche questo link http://www.aspoitalia.it/attachments/227_ghiaccioagghiacciante.pdf 
La logica che prevale tra i negazionisti del surriscaldamento è un pò come, con le debite proporzioni, se dovesse imporsi un “Processo del lunedì” globale strillando all’indirizzo di una squadra o di un allenatore dopo ogni battuta d’arresto senza tenere conto dei risultati di un’intera stagione o degli anni più recenti.
Una modalità di comunicare semplicistica e banale che dimentica che gli ultimi decenni segnalano invece, con un pressoché unanime consenso nella comunità scientifica, un indiscutibile aumento degli eventi climatici  estremi e una tendenza al surriscaldamento anche se c’è dibattito intorno ai ritmi e al grado dei mutamenti climatici globali.
Per questo occorrerebbe muoversi e fare qualcosa evitando di sfruttare i dubbi per coltivare un irresponsabile immobilismo su tre fronti energetici: 1. il risparmio e l’efficienza, 2. la diversificazione delle fonti 3. Lo sviluppo delle fonti rinnovabili in parallelo con la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili.
Tutte e tre ambiti che, indipendentemente dai ritmi e dall’intensità con cui cambierà il clima, hanno già, nell’immediato, una indiscutibile rilevanza tanto ambientale quanto, se non ancora più, tecnologica, economica e sociale oltre che in materia, tutt’altro che secondaria, di sicurezza degli approvvigionamenti energetici.



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