Valentina Pasquali
Obama, sogno e realtà
Washington D.C. – A meno di una settimana dall’insediamento del nuovo governo americano, cominciano già a emergere alcune delle contraddizioni che esistono tra le promesse di cambiamento fatte da Barack Obama durante la propria campagna elettorale e la dura realtà della macchina politica di Washington con cui il neo-eletto presidente dovrà presto confrontarsi.
Per cominciare, è arrivata oggi a “felice” conclusione la vicenda di Roland Burris, uomo politico di Chicago nominato dal Governatore inquisito dell’Illinois Rod Blagojevich come successore di Obama al Senato statale. Blagojevich, sotto inchiesta per atti di corruzione, ha causato particolare sdegno in America proprio per aver cercato di vendere il seggio di Obama, che lo ha lasciato in anticipo rispetto al termine del proprio mandato per trasferirsi alla Casa Bianca. Inizialmente, sia l’Assemblea che l’Attorney General dello Stato dell’Illinois, sia il Senato a Washington che Barack Obama, avevano promesso ai cittadini americani che non avrebbero lasciato che Blagojevich procedesse alla nomina di un successore, e che, se il Governatore dell’Illinois avesse comunque insistito nell’esercitare il diritto a lui concesso dalla Costituzione, si sarebbero opposti a che l’uomo di Blagojevic venisse ammesso al nuovo Congresso statunitense. Così, solo una settimana fa, nel giorno in cui tutti i senatori neo-eletti si sono presentati a Washington per la cerimonia ufficiale di insediamento, Burris è stato fatto tornare indietro con la scusa che aveva presentato una documentazione incompleta. Sono bastati però pochi giorni perchè, esausti da lotte interne, incerti sulle alternative possibili e vinti dalla determinazione di Blagojevich, il gruppo democratico al Senato facesse marcia indietro, e Barack Obama con loro. Giovedì pomeriggio, quindi, Roland Burris ha completato il giuramento ufficiale in presenza del vice-presidente uscente Dick Cheney ed è stato accolto al Senato con tutti gli onori riservati agli altri senatori. Burris sarà l’unico afro-americano a sedere al Senato federale. Oltre che per essere l’uomo nominato da Blagojevich, Burris è anche conosciuto per aver perso numerose elezioni politiche a livello statale e per essersi già costruito un imponente mausoleo con tanto di biografia scolpita nel marmo che dovrà un giorno ospitare le sue ceneri.
Nel frattempo, Barack Obama pare aver deciso che, in fondo, gli assegni corposi dei grandi nomi dell’industria americana non sono poi così male come li aveva descritti in campagna elettorale. Per finanziare la cerimonia per il proprio insediamento, martedi 20 gennaio, Obama ha già raccolto 24 milioni di dollari, ovvero circa la metà di quanto sembra sarà necessario a far fronte ai costi dell’insediamento più caro della storia, con un conto complessivo previsto sui 45 milioni di dollari (il record precedente era stato stabilito da George W. Bush nel 2004 con 42.3 milioni di dollari). Di questi 24 milioni, la maggior parte arriva da assegni ciascuno tra i 25 e i 50 mila dollari, riuniti poi in donazioni di svariati milioni dai cosidetti bundler, ovvero persone che si occupano di ricercare finanziatori molteplici e poi versano tutti i fondi ricevuti in una volta sola. Nonostante Obama abbia imposto regole più rigide su queste donazioni di quanto non abbia fatto, ad esempio, George W. Bush (la grande industria non può direttamente finanziare la cerimonia, e nemmeno i lobbisti di professione), si tratta comunque di un regime molto più flessibile di quello che era stato adottato per la raccolta fondi in campagna elettorale. Fra l’altro, aggirare alcune delle limitazioni è piuttosto facile. Nonostante i lobbysti non possano contribuire, possono farlo le mogli o i mariti, e sebbene il comitato per l’organizzazione dell’insediamento di Obama non accetti donazioni dalle aziende, non rifiuta però quelle fatte dai grandi manager a proprio nome. Per esempio, grazie alle donazioni individuali dei propri capi, la Microsoft ha già contribuito un totale di 300,000 dollari, mentre Google ne ha versati 150.000.
Naturalmente, il timore è che queste cifre di denaro generosamente regalate da personaggi influenti al nuovo presidente degli Stati Uniti debbano corrispondere, ad un certo punto, in un equivalente apertura di tale presidente agli interessi e alle richieste dei finanziatori. Questo fatto, assolutamente normale nella vita politica americana, violerebbe però uno dei principi fondanti la candidatura di Obama, una delle ragioni dell’entusiasmo delle folle, ovvero la sua promessa di combattere l’influenza del denaro in politica.
Al di là di alcuni episodi come questi, per fortuna ancora un numero piuttosto limitato, è decisamente presto per giudicare il comportamento di Obama a livello etico e l’ex Senatore dell’Illinois dal padre kenyota e la madre del Kansas merita ancora tutta la nostra fiducia. È importante però vigilare su quello che accadrà a partire da martedì prossimo per capire quanto Barack Obama sarà capace di imporre il cambiamento promesso sulle pratiche di Washington e quanto sarà invece la macchina di Washington a imporsi sui desideri e le aspirazioni del presidente.
valentina.pasquali@gmail.com