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Home » Newsletter n. 153 - 23 gennaio 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 153 – 23 gennaio 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 153.

Cogliamo l'occasione per annunciarvi che il Comitato scientifico del CFP ha completato la selezione dei partecipanti alla V edizione 2009.
Sabato mattina, 31 gennaio, si terrà a Milano l'inaugurazione della V edizione 2009 con la partecipazione di MASSIMO CACCIARI (presidente del Comitato scientifico del CFP), i responsabili scientifici  delle quattro aree di studio (ALBERTO MARTINELLI, ALDO BONOMI, NICOLA PASINI E LUCIANO FASANO), molti docenti e altri ospiti.
Nei prossimi giorni, sul sito seguirà programma dettagliato.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ La crisi veste nero


Valentina Pasquali
Il popolo di Obama


Raffaele Mauro
Una start-up ha raggiunto la Casa Bianca


Laura Specchio e Luciana Matarese
Finalmente Obama, ma non troppo!


Simone Comi
Il fanatismo islamico si combatte dietro i banchi di scuola


Luciano Fasano
Federalismo fiscale. Primi passi su una lunga strada


Davide Biassoni
Germania-Italia: il cammino (stretto) dei riformisti


Raffaele Mauro
Apertura ai talenti e vantaggio strategico: lo studio comparativo di Amy Chua


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ La crisi veste nero

Milan, Why so Gloomy? Si chiede il corrispondente del New York Times dalle passerelle milanesi, impressionato dallo sfilare del nero senza soluzione di continuità, per arrivare all’ovvia conclusione che “dark times call for dark coats”. Certo, la recessione si fa sentire in ogni angolo del mondo (la Cina, ad esempio, ha interrotto la serie di cinque anni in crescita a doppia cifra franando al 6,8% nell’ultimo trimestre del 2008); la crisi economica ha avvelenato i pozzi vitali del sistema del credito mondiale ossia la capillare innervatura finanziaria senza la quale l’economia reale non può esistere, non può dare posti di lavoro, non può produrre, non può investire. Pertanto, se è vero che la moda, da sempre, è quel termometro che misura - prevedendola - la temperatura futura delle nostre società, Guy Trebay del NYT ha ragione ad inquietarsi davanti alla processione di nero delle sfilate milanesi che anticipano tempi duri. Tuttavia, il 2009 della temuta e annunciata recessione, non poteva cominciare con un segno di discontinuità migliore dell’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca. Un turbine si è abbattuto su Washington, titolava il Guardian per sottolineare il ritmo col quale Obama si è messo al lavoro per riavvolgere otto anni di politiche bushiane. E’ vero, si potrebbe dire che Obama abbia cominciato dalle cose più semplici: infatti, cosa impediva la chiusura di Guatanamo (entro un anno) e il divieto di praticare la tortura, se non la cieca ottemperanza ad un disegno ideologico uscito dai propri binari? Le scelte difficili devono ancora venire. Ad esempio: al di là della buona volontà e dell’alto valore simbolico nell’aver dato priorità alla questione israelo-palestinese, il primo giorno di lavoro nello Studio Ovale, come si comporteranno il Presidente e il suo Segretario di Stato (Hillary Clinton si è insediata oggi a Foggy Bottom) nei confronti di Hamas? Le milizie islamiste radicali che controllano Gaza verranno coinvolte in un processo di normalizzazione che deve avere come orizzonte necessario la pace secondo la celebre e logora formula “due popoli, due stati” o dovranno essere ancora isolate? O ancora: a dispetto delle aperture nei confronti dell’Iran, se Teheran continuerà ad armare e finanziare il terrorismo e se proseguirà nel suo programma nucleare, fino a dove si spingeranno i mezzi di dissuasione e di deterrenza della nuova amministrazione? La fiaccola del multilateralismo è senz’altro un cambio di paradigma epocale rispetto all’unilateralismo dell’America neocon, ma sarà sufficiente ad evitare nuovi conflitti?
Eppure, con tutto questo, non abbiano nemmeno sfiorato il cuore del problema che assilla Obama e che assilla gli americani: la crisi economica. La prospettiva di una voluminosa emorragia di posti di lavoro, già cominciata; la crisi verticale di comparti industriali come quello dell’automobile che vanno a sommarsi al cortocircuito del mercato immobiliare, al bilico tra collasso e nazionalizzazione dei grandi istituti del credito, alle incertezze sulla nuova carta delle regole e dei valori dei mercati finanziari, queste sono le sfide al cuore della nuova presidenza. Tuttavia, segnali positivi qua e là si accendono (la discontinuità della presidenza Obama così come – in scala ridotta, se si vuole, e guardando al nostro paese - i segni di vitalità di una Fiat che stringe alleanze strategiche con la Chrysler o di una maggioranza che, non senza il contributo dell’opposizione e guardando oltre la crisi, persegue il progetto di dare all’Italia un assetto fiscale e istituzionale più coerente e più moderno) su uno sfondo cupo e incerto – gloomy, per l’appunto -  confidando forse nel fatto che, per una volta, la moda stia solo registrando il presente, ma non ancora il futuro.


Valentina Pasquali
Il popolo di Obama

Washington D.C. – L’ascesa di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, resa possibile dalla mobilitazione straordinaria dell’americano medio, è sentita come la prova tangibile del fatto che “un governo della gente, fatto dalla gente per la gente, non è ancora sparito dalla terra,” come lo stesso Presidente Obama ha proclamato enfaticamente nel discorso fatto in occasione della propria vittoria il 4 novembre scorso.  La folla radunatasi martedì a Washington D.C. per il suo insediamento è una testimonianza concreta di quanto il popolo americano voglia credere alla promessa del nuovo Presidente.
Davanti a oltre un milione di spettatori entusiasti, il Presidente Obama ha fatto il proprio giuramento alla nazione sulla scalinata del Campidoglio, la mano sinistra appoggiata sulla stessa bibbia che Abraham Lincoln, l’uomo che liberò l’America dalla schiavitù, utilizzò nel 1861. I grandi nomi del Senato e della Camera erano seduti dietro di lui, così come la moglie Michelle e le figlie Malia e Sasha, il presidente uscente George W. Bush assieme a Laura, e una lunga fila di celebrità arrivate direttamente da Hollywood. Aretha Franklink ha fatto echeggiare la voce potente, Yo-Yo Ma ha accarrezzato con grazia le corde del proprio violino, e il Reverendo Rick Warren ha recitato una preghiera appassionata. Il Presidente Obama ha abbandonato la retorica roboante e ha scelto toni gravi per un discorso alla nazione volto a ispirare la gente al sacrificio, a spingere i cittadini tutti a “ricominciare il lavoro di rifare l’America.”
Il cerimoniale dell’insediamento non si è distinto gran chè dalle celebrazioni passate. Invece, è stata la presenza commossa di persone di ogni età e colore, arrivate da ogni angolo d’America, a fare di martedì un giorno speciale. Quasi all’unisono, questi pellegrini laici hanno riso e pianto, hanno sventolato le bandierine a stelle e strisce, e hanno sopportato ogni genere di privazione per poter afferrare il loro pezzo di storia nel giorno in cui il primo nero americano veniva incoronato presidente.
In una giornata dalle temperature decisamente sottozero, una continua processione di gente ha invaso le strade fino dalle prime ore del mattino. Alcuni hanno faticato a entrare nella prima stracolma metropolitana delle 4 del mattino, altri hanno camminato o pedalato sulla loro bicicletta per ore, prima ancora che si alzasse il sole, e poi lentamente si sono avvicinati al perimetro del National Mall, dove le autorità avevano installato i grandi schermi. Lì, molti hanno scoperto che altre migliaia di persone erano già assiepate ai cancelli, allineate in file che serpeggiavano tra diversi isolati. L’accesso al Mall è rimasto bloccato fino a molto più tardi, e così alla gente non è rimasto che attendere al gelo, cercando di non spingere e sperando di non essere calpestati. L’organizzazione della giornata si è ben presto rivelata inefficiente, e i responsabili del tutto impreparati a gestire un tale flusso di persone.
Eppure, nonostante la fatica, il freddo, e la frustrazione, il milione accorso per assistere al giuramento di Obama ha mantenuto la calma e il buon umore per tutta la giornata, mostrando pazienza e rispetto reciproco. Tutti parevano aver accettato il fatto che, in una folla di quelle dimensioni, anche solo riuscire a intravedere l’angolo di uno dei (pochi) grandi schermi che ritrasmettevano la cerimonia per tutto il Mall andava considerato un grande successo.
“Ne è valsa assolutamente la pena,” ha detto convinto Ernest Smith dopo che il Presidente Obama aveva terminato il proprio discorso. Con la moglie Mary-Ann, Smith era arrivato per l’occasione direttamente da Los Angeles. “Si sente nell’aria questo grande senso di ottimismo e speranza, l’attitudine degli americani è decisamente cambiata,” ha dichiarato Smith.
Bobby Moore, un assistente sociale da Madison in Wisconsin, aveva dormito a casa di un amico in Maryland e si era messo in viaggio verso il Mall già alle 5 del mattino. “All’inizio non volevo venire, poi mia moglie ha insistito che oggi si sarebbe fatta la storia e che avremmo dovuto esserci assolutamente,” ha spiegato Moore mentre si incamminava lentamente verso un’uscita. Senza dubbio, ha ammesso Moore, ne è valsa la pena: “Vedere tutti questi americani assieme, e tutti sembrano diventati più gentili. I bianchi sono più gentili con i neri e i neri sono più gentili con i bianchi. Una cosa fantastica.”
Con la propria presenza, le centinaia di migliaia di americani che hanno riempito il National Mall martedì hanno fatto risuonare le parole di Barack Obama per tutto il mondo, e gli hanno regalato un significato profondo, in particolare nel momento in cui il Presidente ha detto: “In questo giorno, ci ritroviamo qui perchè abbiamo scelto la speranza e non la paura, l’unità dei nostri fini e non il conflitto e la discordia.”
La celebrazione di martedì ha segnato forse il punto più alto fin qui toccato nel dialogo speciale che Barack Obama è riuscito a costruire con il popolo americano sin dall’inizio della propria campagna elettorale. Nei prossimi quattro anni, da presidente, Obama sarà costretto ad affrontare molte sfide difficili. Mentre si confronta con questi problemi, sarà probabilmente sottoposto dagli elettori a un maggiore scrutinio di quello esercitato sui suoi predecessori. Dopo tutto, sono stati proprio gli elettori a accordargli dal profondo del cuore un mandato popolare straordinario, e a affidargli il compito di dare vita a una nuova forma di politica e di condurre il paese al superamento delle crisi che lo avviluppano oggi.

valentina.pasquali@gmail.com

 


Raffaele Mauro
Una start-up ha raggiunto la Casa Bianca

Da un punto di vista economico, l’avventura di Obama è stata una vera e propria “start up” politica. I capitali sono fluiti dove erano presenti le idee, il team e gli strumenti di azione più innovativi. L’elemento finanziario è stato fondamentale: quella del 2008 è stata la campagna elettorale più costosa della storia dell’umanità. La capacità del nuovo presidente americano di catalizzare supporto, attenzione, denaro, volontari – pur non essendo un “insider” - è stata decisiva per la vittoria. Il sistema sociale americano, l’intelligenza collettiva dei milioni di micro-donatori, ha reagito come un buon venture capitalist, allocando le risorse economiche verso la destinazione che, in base alle informazioni disponibili, presentava il potenziale produttivo più elevato.
Come sostiene Giuliano da Empoli nel suo libro “Obama – La politica nell’era di Facebook” (Marsilio, 2008), tra lui e gli altri candidati intercorre la stessa differenza che è presente tra la Apple e la General Motors o tra Wikipedia e l’Enciclopedia Britannica. Il politico americano ha sfruttato appieno le potenzialità di internet, stimolando la discussione e l’auto-organizzazione tra i suoi sostenitori tramite i social network e gli strumenti collaborativi on-line. In particolare, è riuscito a portare il “virtuale” nel “reale”, costruendo comunità di supporto in ogni zona del territorio americano, affiancando ad esse una intesa attività di training sulle tecniche di mobilitazione sociale. La macchina organizzativa di Obama, come un’azienda di successo della new economy, è stata più innovativa e, soprattutto, più rapida nel cogliere le tendenze sociali ed economiche del mondo contemporaneo.
Il sistema istituzionale degli Stati Uniti, non privo di difetti ed ora minacciato da una crisi epocale, ha raccolto la sfida. Un contesto aperto al mutamento, forse l’unico in un outsider come Obama abbia la possibilità di prosperare, è stato fondamentale. Infatti, un tasso di innovazione economica e culturale molto elevato riduce gli effetti del passato sul presente, aprendo costantemente “nuove nicchie” in cui individui e gruppi brillanti possono inserirsi, scardinando rendite di posizione consolidate. Questo permette al sistema sociale di imparare, adattarsi ed evolvere.
Viviamo, nel bene e nel male, in un momento storico importante, nel quale il nuovo presidente americano giocherà un ruolo fondamentale. Nei prossimi anni vedremo se la “start-up Obama” riuscirà a compiere la sua missione e se manterrà il livello di innovazione, creatività e capacità di contagio che l’ha caratterizzata fino ad ora.


Laura Specchio e Luciana Matarese
Finalmente Obama, ma non troppo!

Milano: Obama ha giurato! A Washington si è insediato, finalmente, il primo presidente afro-americano. Dopo lunghe attese e grandi cerimoniali è apparso: lui, Obama, un uomo. Potrebbe sembrare un’affermazione banale, semplicistica, impopolare, di questi tempi, pure quasi “politicamente scorretta”, ma assistere ad una “mitizzazione preventiva” e a pratiche di “idolatria di massa”  mi suscita qualche perplessità.
Napoli: Eppure cara mia, noi (forse) più di altri siamo abituati alla mitizzazione dei politici. Al punto che, anche quando sono passati, non passano mai fino in fondo. Restano lì come miti, appunto. Pensa a Bassolino, salutato come l’uomo del rinascimento napoletano poi finito nella munnezza ma ancora in sella. Pensa al regime fascista e alla reincarnazione farsesca in Berlusconi e compagnia cantante. Certo, l’ingresso ufficiale di Obama alla Casa Bianca è stato accompagnato da fanfare di retorica, ma credo sia abbastanza normale, in queste condizioni.
Milano: La carica simbolica di questa “investitura” è enorme, le aspettative altrettanto, la fiducia riposta incondizionata. E’ di sicuro un evento importante, unico, inedito e inimmaginabile fino a poco tempo fa. Non si tratta di sottovalutare la portata di questa grandissima occasione, tuttavia, l’attesa del nuovo presidente americano mi sembra diventata, nell’immaginario popolare, una sorta di arrivo del Messia. La situazione che si troverà a gestire è difficile e complessa sia sotto il profilo economico sia sotto il profilo degli equilibri mondiali. Non esistono bacchette magiche, né soluzioni immediate o facilmente realizzabili.
Napoli: Come darti torto? Pensa a noi che dobbiamo sorbirci l’ennesima fola della “crisi non tanto grave”. Le previsioni dicono che quest’anno il Pil scenderà a meno due per cento e Sua Emittenza minimizza, perché tornare a due anni fa non è un problema, non stavamo poi tanto male. E nessuno, dico nessuno, tranne il sempre più flebile Veltroni, che obietta alcunché. Questo per dire che ci stanno convincendo che non solo esiste la bacchetta magica, ma anche la macchina del tempo. Quanto ad Obama, mi è parso consapevole del fatto che alimentare la speranza senza pane è un boomerang. Credo che anche questo nel Pd nostrano non sia stato compreso fino in fondo. 
Milano: Il problema è che le parole non bastano più. Gli effetti della crisi stanno già investendo lavoratori e imprese. I contratti di lavoro a termine che non vengono rinnovati sono già un segnale forte, l’impennata di lavoratori in cassa integrazione, piccole aziende costrette a chiudere, per fare solo alcuni esempi, sono realtà che stanno davanti agli occhi di tutti. Non bastano più le finte rassicurazioni del presidente del Consiglio né le dichiarazioni, molto spesso prive di risposte concrete, di questa opposizione. Lo scenario che si profila è drammatico e l’efficacia delle parole del Berlusconi o l’infatuazione per il mito americano del centro sinistra finiscono per risultare patetici tentativi per mascherare una situazione di difficile gestione. In questa direzione, la favola che narra come Obama avrebbe vinto poiché rappresentante dell’ “Altra America” o perché ha fatto il porta a porta telematico, non è credibile. L’elemento “crisi economica” è stato determinante per la sua ascesa.
Napoli: Ma certo. Però, come ha affrontato lui la contingenza? Dicendo quello che vuole fare e come intende farlo. Guardando in faccia i problemi e inquadrando le soluzioni in una cornice valoriale definita da responsabilità e senso del sacrificio. Dal canto suo, ci ha messo il coraggio. Avrebbe potuto lasciarsi travolgere dai fasti della festa e per un giorno abbandonarsi al delirio dell’uomo solo al comando. E invece, mentre attorno a lui, i flash immortalavano sorrisi a bocca larga e abiti di gran lusso, folle urlanti e striscioni al vento, si è tenuto ben dentro le righe. La prova dei fatti sarà determinante, tante aspettative potrebbero tradursi in una colossale delusione, ma le premesse per far bene ci sono. La lezione che si dovrebbe cogliere al di qua dell’oceano è prima di tutto la sobrietà di rimanere con i piedi per terra. La realtà non diventa meno complicata se ci si rifugia nelle illusioni, o, peggio, nel passato. Nel suo bollettino mensile la Banca centrale europea ha tracciato un quadro fosco: l'economia mondiale attraversa una «recessione grave e sincronizzata» e la crisi peserà sulle nuove generazioni. Intanto Al Tappone (grande Travaglio) e i suoi continuano a menare il can per l’aia e noi dietro a rincorrerlo.
Milano: Eh già! Il problema è che qui da noi queste considerazioni valgono poco. Siamo in un Paese in cui i tentativi di eversione (eversione, parola grossa, no?) sono sempre in agguato. Viene permesso e messo in discussione, addirittura e quotidianamente, lo stato di diritto e a dimostrazione di ciò cito le parole del cardinale di Torino: “Chi crede in Dio deve rispettare le sue leggi, che prevalgono su quelle dello Stato”. Altro che mite ingerenza, altro che rispetto delle leggi, prima di tutto! Dove possiamo andare se viene messo in discussione un principio cardine della nostra convivenza civile? Come pensiamo di affrontare la crisi o prospettarci l’idea di uno stato moderno ed evoluto in queste condizioni? Come cittadina, ma anche come persona, considero offensive, intollerabili ed estremamente pericolose certe affermazioni.  Altro che salutare felici l’arrivo di Obama: qui siamo ancora alla preistoria!
Napoli: Parole sante!

Milanonapoli e ritorno

Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà


milano­_napoli@libero.it


Simone Comi
Il fanatismo islamico si combatte dietro i banchi di scuola

Arabia Saudita, un paese spesso ricordato per aver partorito un numero impressionante di combattenti jihadisti nelle guerre contro gli infedeli. In Afghanistan contro le truppe russe come in Iraq contro gli statunitensi alla fine del secolo scorso molti, moltissimi dei combattenti delle milizie islamiche erano e sono di provenienza saudita. Senza dimenticare i 15 dirottatori dell’attacco al World Trade Center del 2001. Fino a pochi anni fa nelle scuole di Rhyiad si insegnava che la jihad era la lotta per difendere la comunità islamica, così che il combattere gli infedeli fosse il collante ideale delle molte tribù distribuite sul territorio sotto l’autorità di un’unica guida politica. Lentamente, e forse inesorabilmente, qualcosa sta cambiando. Il Governo saudita ha condannato gli attentati dell’11 settembre e una campagna di arresti capillari è stata pianificata per fermare i miliziani diretti in Iraq. Nonostante le tensioni interne e la possibilità di attacchi terroristici su suolo saudita da parte di cellule estremiste islamiche la questione della rieducazione dei jihadisti arrestati è stata affrontata con prontezza e perseguendo iniziative innovative che potrebbero essere prese da esempio da altri paesi del mondo musulmano.
La creazione di centri di riabilitazione volti al reinserimento dei detenuti sauditi accusati di appartenenza a cellule islamiche sono il fiore all’occhiello di un sistema che sembra essere all’avanguardia con i metodi di lotta al terrorismo. Il parlare con i militanti detenuti, i più vulnerabili alle parole degli imam estremisti e pronti a diffondere le idee che hanno appreso, rieducandoli al Corano ed affrontando con loro alcuni dei temi più delicati rispetto all’interpretazione del libro Sacro sembra poter essere l’unica alternativa realmente efficace ad un regime carcerario duro. Alle classi di detenuti vengono quindi presentati alcuni temi fondamentali su cui lavorare e dibattere così che possa iniziare un processo di rieducazione teologica. Ma non è tutto, perché la “”guerra di idee” che insegnati preparati affrontano nel corso delle lezioni è supportata da un lavoro di sostegno volto a colmare alcuni dei bisogni psicologici più profondi che hanno spinto i giovani jihadisti ad intraprendere la via della lotta e il più delle volte del sacrificio.
L’iniziativa del Governo di Rhyad potrebbe presto dare i primi frutti e condizionare il futuro dell’estremismo islamico mondiale. L’Arabia Saudita, casa per l’Islam delle città sante di La Mecca e Medina, gode infatti di un’autorità morale indiscussa per la Umma, comunità islamica mondiale. Il programma di riabilitazione dei detenuti sauditi potrebbe non solo divenire un modello per molti altri paesi della regione ma rappresentare al contempo un grimaldello per scardinare la supposta invulnerabilità spirituale ed intellettuale di organizzazioni terroristiche come Al-Qaeda. Arabia Saudita esempio da seguire quindi, dimostrazione che il terrorismo non si combatte con le armi ma con il lavoro di quei musulmani moderati pronti a raddrizzare le storture di fanatici estremisti.

simonecomi@hotmail.com


Luciano Fasano
Federalismo fiscale. Primi passi su una lunga strada

Il Senato ha approvato proprio in queste ore il ddl Calderoli sul federalismo fiscale. 156 voti a favore, 6 voti contrari e 108 astenuti (appartenenti ai gruppi del PD e di Italia dei Valori). Ora il provvedimento passa all'esame della Camera, proseguendo il suo iter parlamentare verso l'approvazione definitiva. La Lega proclama che il momento è storico. Berlusconi sostiene che con questo provvedimento servirà a ridurre la pressione fiscale (o quanto meno a non aumentarla ... Sic!). L'atteggiamento delle opposizioni, soprattutto per quel che concerne il Partito Democratico e l'Italia dei Valori, è stato molto responsabile. Si è infatti preferito andare alla ricerca di un confronto nel merito piuttosto che attestarsi su posizioni pregiudiziali o ostruzionistiche. Ciò peraltro è avvenuto nonostante all'interno di ciascuno di questi due gruppi fossero evidenti posizioni contrarie. E, dobbiamo dirlo per onestà intellettuale e politica, malgrado la copertura economica e finanziaria della riforma sia ancora oggi tutta da definire. Con Bossi che concede al Ministro Tremonti tre mesi per trovare le condizioni economiche necessarie a rendere il federalismo fiscale una scelta concreta e non una semplice declamazione propagandistica. La partita è certamente ancora aperta. Vedremo come andrà il confronto alla Camera e, soprattutto, se l'impianto legislativo oggi sul tavolo sarà integrato dalle misure economiche necessarie a renderlo efficace. Perché – inutile negarlo - la costruzione del federalismo italiano risente ancora oggi di vistosi limiti. Non si è infatti deciso di prendere le mosse da una chiara definizione delle funzioni attribuite a ciascun livello istituzionale, così come non si è compiuto il lavoro necessario a dirimere la questione delle competenze concorrenti. Ci si è limitati ad affrontare il tema delle risorse da prelevare, peraltro senza compiere le scelte conseguenti sotto il profilo delle condizioni di sostenibilità economica e finanziaria. I tempi della transizione dai costi storici ai costi standard sono troppo lunghi. Non vi sono ancora riferimenti analitici e contabili in grado di favorire una gestione autonoma e responsabile della sussidiarietà, così come dovrebbe accadere in rapporto al fondo di perequazione. Ma tant'è, la strada del federalismo italiano, malgrado l'approvazione della riforma del Titolo V della costituzione repubblicana e la discussione in atto sul federalismo fiscale, è ancora molto lunga. Non è del resto un caso che, nel momento in cui un ramo del Parlamento procede all'approvazione della riforma del federalismo fiscale, Roma venga invasa da una manifestazione di protesta organizzata da Sindaci e amministratori locali del Nord, molti dei quali leghisti, che contestano al governo la decisione di consentire al comune di Roma di derogare alle condizioni del patto di stabilità. Oggi, dopo il voto al Senato, è il momento delle dichiarazioni entusiastiche. Molti dei problemi, però, restano sul tappeto. E considerato che il federalismo non è di certo in cima alle priorità di larga parte del ceto politico italiano, la prova del nove deve ancora venire, a cominciare dalla capacità del Ministro Tremonti di predisporre, nei decreti attuativi della legge Calderoli, tutti gli strumenti necessari a permettere davvero la costruzione di una nuova Italia federale.

luciano.fasano@unimi.it

 


Davide Biassoni
Germania-Italia: il cammino (stretto) dei riformisti

Le recenti elezioni regionali in Assia (Germania) hanno riacutizzato la crisi della sinistra riformista. I cristiano-democratici si confermano prima forza, mentre la SPD patisce un brusco arretramento di 13 punti percentuali. In una fase storica afflitta da una grave depressione economica, la sinistra moderata perde terreno: mentre il capitalismo – nella sua versione più spregiudicata e speculativa – ha la febbre alta, gli elettori ripongono maggiore fiducia nelle terapie elaborate dalle forze conservatrici e liberali. La Terza Via è sotto scacco. Se è vero che non si può prescindere dai fattori locali che hanno determinato il voto nel Land tedesco, in altrettanta misura non si può trascurare la netta crescita dei Liberali (+6,8 per cento) e, dall’altro, dei Verdi (+6,2 per cento), mentre la CDU-CSU ha prevalso con un marginale incremento rispetto ai voti raccolti un anno prima. Difficile e delicato inferire dal piano locale a quello nazionale, ma certo ecologisti e liberali potrebbero essere gli attori decisivi delle elezioni federali del prossimo settembre. Innanzi tutto, la grande coalizione che guida il paese da quasi 5 anni è soggetta a provocare l’insoddisfazione dell’elettorato estremo ed ideologizzato, che si contenta poco di soluzioni di compromesso. I socialdemocratici, inoltre, sono caduti in una tenaglia: da un lato non possono avanzare proposte troppo progressiste ad Angela Merkel con la quale governano (Frank-Walter Steinmeier è Vice Cancelliere e Ministro degli Esteri, nonché candidato in pectore come futuro Cancelliere socialdemocratico), dall’altro, spostandosi troppo al centro, sono scavalcati alla loro sinistra dal Die Linke che in Assia ha, di poco, superato la soglia del 5% (ma la percentuale nazionale potrebbe rivelarsi ben più temibile). La SPD si trova perciò ingabbiata fra la sinistra-sinistra e il centro politico, con il rischio che lo sbilanciamento mutevole da una parte o dall’altra la porti solo a perdere una parte dell’elettorato radicale (se la SPD si presentasse come una copia appena più riformista dei democristiani) o moderato (che rigetta ogni ammiccamento alle forze che stanno sulle ali dello spettro politico). La prospettiva dei socialdemocratici è perciò asfittica e sbiadita, tanto che i Verdi possono avvantaggiarsene presentando una piattaforma politica più all’avanguardia, innovativa e con un appeal, un’energia, che può attrarre elettori delusi e poco motivati. Questa impasse presenta alcune analogie con la situazione in cui cerca di divincolarsi, in Italia, il Partito Democratico. Qui, tuttavia, è importante introdurre un’importante distinzione a livello di spazio politico. Se il principale competitor per Palazzo Chigi è il PDL, nell’ambito del centro-sinistra l’alleato-rivale dal quale il PD deve guardarsi è l’Italia dei Valori. Il nodo sta, però, nel fatto che la formazione dipietrista ha deciso di lanciare la sua “Opa” all’elettorato Democratico non tanto competendo sull’asse economico sinistra-destra (più tasse e redistribuzione delle risorse, oppure meno tasse e più spazio alla competizione privata), quanto sulla rediviva dimensione dell’anti-berlusconismo e, più in generale, dell’anti-politica e della lotta alla corruzione e ai privilegi della “casta”. Questa mossa ha spiazzato la stessa Sinistra Arcobaleno che ha visto prosciugato il proprio bacino elettorale: lungo la dimensione economica, è prevalsa la proposta pragmatica di alleggerimento della pressione fiscale da parte del PD; riguardo, invece, la contrapposizione al Cavaliere, è stata l’IDV ad apparire maggiormente credibile; a quanto detto, si aggiunga l’influenza del voto strategico stimolato dal premio di maggioranza previsto dal sistema elettorale e l’eredità negativa legata alla conflittualità dell’Unione prodiana. Nonostante la sinistra radicale non rappresenti più (almeno allo stato attuale) un cosiddetto “blackmail party”, l’andamento del Partito Democratico nei sondaggi elettorali è in calo, tanto da essere sceso intorno al 25%; dacché, il PDL avrebbe 10-15 punti percentuali di vantaggio, col rischio che la formazione berlusconiana diventi un partito dominante nel sistema politico italiano. Veltroni ha il compito primario di scongiurare questa prospettiva. Per recuperare il terreno perduto, l’ex-Sindaco di Roma deve affrontare tre difficili problemi: ridurre il frazionismo interno; ridimensionare la salienza dell’anti-berlusconismo per tagliar l’erba sotto i piedi dell’IDV e catturare i voti dei delusi dal centrodestra; last but not least, puntare su una comunicazione davvero efficace. Il PD deve presentarsi come un’opposizione coesa che attende solo le prossime elezioni per poter tornare quanto prima al governo e, di lì, riuscire a suscitare un sentimento di alternativa credibile nell’elettorato.

biassoni_davide@yahoo.it

 


Raffaele Mauro
Apertura ai talenti e vantaggio strategico: lo studio comparativo di Amy Chua

L’autrice: Amy Chua

Il libro: Amy Chua, Day of Empire: How Hyperpowers Rise to Global Dominance--and Why They Fall, Doubleday, 2007.


Secondo Amy Chua, docente presso la Yale Law School, esiste una connessione diretta tra l’acquisizione dello status di superpotenza e la capacità di attirare, motivare e remunerare il talento al di là delle barriere di natura etnica, linguistica o religiosa. L’accumulazione di capitale umano permette, secondo questo punto di vista, di governare in modo efficace e duraturo. Nel suo ultimo libro Day of Empire: How Hyperpowers Rise to Global Dominance - and Why They Fall l’autrice argomenta la sua tesi presentando casi molto eterogenei: la Persia degli Achemenidi, l’Impero Romano, la Cina sotto la dinastia Tang, l’impero dei Mongoli, l’Olanda nel ‘600, l’Impero Britannico, la leadership degli Stati Uniti nel ‘900 e l’ascesa dei rivali nei primi anni del nuovo millennio.
Il ragionamento della scrittrice sino-americana parte dall’osservazione di una interessante regolarità storica: le superpotenze, nella loro fase di ascesa, tendono ad essere fortemente tolleranti e pluraliste in comparazione con gli standard della loro epoca.  Ovviamente questo fattore non va letto in chiave moderna: il tipo di tolleranza espressa dalle società antiche, in cui erano diffuse pratiche come lo schiavismo, non è confrontabile con le misure attuali: le politiche di apertura potevano essere perseguite per puri scopi di stabilizzazione politica ed incremento della potenza, non per finalità di tipo etico. Garantire la mobilità sociale per gruppi eterogenei, anche se soggiogati, è infatti una delle fonti del potere: le capacità umane non sono mai localizzate in un singolo insieme omogeneo, attingere al bacino più ampio possibile di risorse può costituire una leva fondamentale. Gli stati più influenti, per divenire superpotenze, si sono costantemente confrontati in termini militari, economici e demografici con i loro rivali: essere dei “magneti” capaci di attrarre conoscenze tecniche e individui intraprendenti in misura maggiore rispetto ai propri concorrenti consente, secondo la studiosa, di accumulare un vantaggio strategico e di porre le basi per il mantenimento del potere su base multi-territoriale. Quindi, la correlazione tra successo politico-economico e apertura ai talenti non è solamente un sottoprodotto dell’estensione spaziale dei grandi imperi, che per loro natura incorporano popolazioni eterogenee. Si tratta invece di una causa profonda, che riguarda la creazione di una classe dirigente non vincolata da barriere di natura etnico-culturale e, nei limiti dall’epoca di riferimento, l’esistenza di una correlazione tra meriti individuali e posizione sociale migliore rispetto a quella espressa dai propri rivali.
Il testo di Amy Chua può essere criticato sotto alcuni punti di vista: si può riscontrare una generalizzazione spazio-temporale del modello di sviluppo degli Stati Uniti, l’attuazione di comparazioni storiche che possono apparire arbitrarie, la sottovalutazione dell’impatto delle altre cause che portano all’accumulazione delle risorse della potenza. Come in tutti gli studi di grande portata, sono inevitabili le omissioni di natura empirica o teorica. Nonostante ciò, l’autrice ha elaborato una punto di vista molto originale, che riesce ad essere estremamente rilevante per il dibattito contemporaneo. Infatti, Amy Chua utilizza la sua teoria per cercare di rispondere ad una delle domande fondamentali della nostra epoca: tra quanto finirà la fase di egemonia degli Stati Uniti ? Chi sarà il successore ? La Cina, l’India, l’Europa ? Il libro si distacca dalle classiche argomentazioni di tipo militare e industriale: il nuovo egemone, secondo questa prospettiva, sarà la struttura politico-economica in grado di concentrare e valorizzare maggiormente le potenzialità umane, superando aspirazioni contingenti di purezza etnica o religiosa.  La prima guerra da vincere sarà quindi quella del talento. Si tratta di una osservazione da tenere in considerazione anche nel caso dell’Italia: il riconoscimento e la valorizzazione del merito, la possibilità di portare ai vertici decisionali individui indipendentemente dal background di provenienza, sarà una condizione vitale per migliorare il posizionamento strategico del paese e per indirizzarlo verso un nuovo percorso di crescita.



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