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Home » Newsletter n. 154 - 30 gennaio 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 154 – 30 gennaio 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 154.

Cogliamo l'occasione per invitarvi al convegno di inaugurazione della V Edizione del Centro di Formazione Politica che si terrà sabato 31 gennaio 2009 a Milano, presso la sala di Rappresentanza del Rettorato dell'Università degli Studi in via Festa del Perdono 7. Il convegno dal titolo "Capitalismo è crisi" si articolerà in una lezione di Massimo CACCIARI, a cui seguiranno interventi di Luciano BALBO, Aldo BONOMI, Linda LANZILLOTTA, Alberto MARTINELLI, moderati da Nicola PASINI.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ PD-PdL, una relazione a geometria variabile


Valentina Pasquali
Un presidente di buona volontà


Luca Rossetti
Obama: la svolta ambientale degli States parla al mondo


Simone Comi
USA e Israele contro il traffico di armi, Hamas contro la libertà d’informazione


Davide Biassoni
PD e sistema dei partiti in Italia


Laura Specchio e Luciana Matarese
Italia, 2009: la donna è (un) mobile


Giovanni A. Cerutti
Uomini e no


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 30 gennaio 2009


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ PD-PdL, una relazione a geometria variabile

Qual è lo stato di salute del rapporto tra maggioranza e opposizione?  Quando nemmeno la proverbiale bipartisanship d’ispirazione anglosassone, che si materializza nei momenti di emergenza nazionale, dà buona prova di sé – negli Usa, il piano di stimolo dell’economia di Obama è stato approvato alla Camera dei Rappresentati senza nemmeno un voto Repubblicano - cosa succede nel nostro paese che vive in una sorta di stato di emergenza permanente? Ebbene, la risposta non è semplice. Negli ultimi giorni, infatti, il Partito democratico ha assunto posizioni differenti a seconda dei fronti aperti:

Astensione sul federalismo fiscale, perché non si può semplicemente restare a guardare quando si cambia la struttura dei rapporti economici tra le istituzioni del paese e perché si  deve pur sempre lasciare un canale d’interlocuzione non tanto con la Lega Nord, ma con il suo enorme  bacino elettorale concentrato nelle regioni settentrionali – un consenso che, come illustrava recentemente una Bussola di Ilvo Diamanti, è per natura a fisarmonica e quindi un giorno potrebbe anche dare un’occhiata al di là della “barricata”; ma perché ciò avvenga, occorre farsi trovare pronti per quel giorno, bisogna conquistare un minimo di credibilità rispetto alle storiche istanze del Nord.

No alla conversione in legge del decreto anti-crisi. Innanzitutto,  per una questione di metodo: la fiducia blinda il testo e la maggioranza, estromettendo di fatto l’opposizione; in secondo luogo, per una questione di merito e di opportunità politica: fermo restando il senso di responsabilità nazionale, infatti, è impensabile che l’opposizione non cerchi di guadagnare consenso approfittando della crisi economica, criticando le misure del governo e suggerendo strade alternative. Non solo è legittimo, ma doveroso.

Attendismo (leggi: possibile astensione) sulla nuova disciplina delle intercettazioni. Nel merito, perché il testo uscito dal vertice di maggioranza di Palazzo Grazioli si è notevolmente avvicinato alle posizioni del Pd, tanto da meritare un confronto puntuale; e, ancora una volta, per opportunità politica: perché un lasciapassare su una materia così delicata dischiuderebbe la strada verso la vera posta in gioco, una riforma della giustizia condivisa.

Piena convergenza sulla legge elettorale per le Europee, che approderà alla Camera martedì prossimo sulla base di un accordo PD-PDL che mantiene le preferenze, ma introduce uno sbarramento del 4% per l’assegnazione dei seggi a Strasburgo. Ma è proprio quest’ultimo punto ad essere più gravido di conseguenze per l’assetto del sistema politico italiano. La settimana, infatti, era cominciata con i dubbi del professor Panebianco sulla tenuta dello schema bipolare e tendenzialmente bipartitico uscito dalle ultime elezioni. Panebianco faceva suo il timore che, nell’incertezza di questa fase politica, potessero prevalere le forze centrifughe potenzialmente dissipatrici del capitale di razionalizzazione e semplificazione dell’offerta partitica. In breve, si esprimeva il timore che il germe della frammentazione potesse tornare ad operare in maniera tale da mettere a repentaglio stabilità e governabilità. Certo, il pericolo non è del tutto scampato. Tuttavia, l’accordo per uno sbarramento al 4% per le Europee, è certamente un segnale che va nella direzione opposta, che puntella l’ancor fragile schema bipartitico, seppur all’italiana (parlavamo tempo fa di un “bipartitismo a quattro” per sottolineare l’incomprimibilità, oltre un certo livello, del dna della nostra storia repubblicana inassimilabile a quella inglese o americana). Una cosa è certa: la vitalità democratica, il pluralismo – che da noi spesso è degenerato in cacofonia, in rissa, in gelosa difesa di rendite di posizione anche minime – non può andare a detrimento della governabilità. Il gioco infatti è presto detto:  due grandi partiti (e qualche alleato, nel minor numero possibile) presentano agli elettori due progetti politici concorrenti: una maggioranza vince e decide assumendosi chiaramente la responsabilità delle proprie scelte; un’opposizione vigila, collabora quando è necessario, compete per tornare al governo. Tutto qui. Così funziona la democrazia, bellezza!


Valentina Pasquali
Un presidente di buona volontà

Washington D.C. – Nel turbinio frenetico generato dalla crisi economica globale, e in questi giorni di accaldate discussioni al congresso americano, durante le quali il Presidente Barack Obama cerca di convincere Camera e Senato ad approvare il proprio, astronomico, pacchetto di stimolo economico (calcolato tra gli 820 e i 900 miliardi di dollari), è importante non perdere di vista tutte le altre misure legislative che la nuova amministrazione sta meticolosamente adottando giorno dopo giorno. In un certo senso sono proprio questi interventi, che possono apparire a tratti solo simbolici e a tratti forse marginali rispetto all’enormità della crisi, a offrire l’immagine più accurata della volontà del Presidente Obama di rescindere ogni legame con le politiche perseguite dal predecessore George W. Bush.

Ad esempio, giovedì mattina, il Presidente ha firmato il Lilly Ledbetter Fair Pay Act 2009, una legge che rafforza le garanzie in difesa delle pari opportunità sul luogo di lavoro, in particolare per quanto riguarda la parità di stipendi elargiti dalle aziende ai dipendenti uomo e donna.
Lilly Ledbetter, da cui la legge ha preso il nome, è una donna dell’Alabama che, impiegata per oltre vent’anni come responsabile di settore presso un impianto per la produzione dei pneumatici Goodyear, scoprì solo qualche anno fa di essere pagata circa il venti percento in meno del peggio retribuito tra i propri colleghi uomini. Ledbetter decise allora di fare causa. Il suo caso è lentamente arrivato fino alla Corte Suprema, la quale, nel 2007, ha stabilito che, siccome Ledbetter non aveva iniziato l’azione legale entro 180 giorni dalla ricezione del primo stipendio di tipo discriminatorio (arrivato circa 20 anni prima), costei non avrebbe avuto diritto ai 4 milioni di dollari  che i tribunali di grado inferiore le avevano assegnato come risarcimento.
Il passaggio del Lilly Ledbetter Fair Pay Act modifica proprio il limite di 180 giorni imposto dallo statuto pre-esistente, rendendo oggi possibile fare causa al proprio datore di lavoro in qualsiasi momento si scopra di essere vittima di discriminazione. Un disegno di legge simile era già stato proposto nella scorsa legislatura, ma i repubblicani al Senato ne avevano bloccato il passaggio.
Il 23 gennaio, inoltre, il Presidente Obama ha anche deciso di abbandonare definitivamente la cosidetta Mexico City policy. Si trattava questa della proibizione, imposta sulle organizzazioni non-profit attive nei paesi in via di sviluppo nel settore della sanità, di offrire servizi quali l’aborto (o anche solo informazioni generali riguardanti l’aborto), pena la sospensione di qualsiasi fondo ricevuto dal Governo Americano. La Mexico City policy fu originariamente lanciata da Ronald Reagan nel 1984, poi sospesa da Bill Clinton nel 1993 e infine reistituita da George W. Bush nel 2001. Oggi, grazie all’intervento di Obama, le organizzazioni non-profit del settore non sono più costrette a scegliere tra i fondi pubblici, quanto mai necessari alla sopravvivenza, e la possibilità di offrire la terminazione artificiale di una gravidanza a rischio o non desiderata.
Tra gli altri segnali di cambiamento lanciati dalla nuova amministrazione americana va indubbiamente registrata anche l’intervista rilasciata dal Presidente al network arabo Al Arabiya, la prima che Obama ha accettato di fare dalla Casa Bianca. Non solo Obama ha scelto toni diplomatici e ha lanciato un messaggio di apertura verso il mondo arabo per inaugurare il proprio mandato da presidente, ma ha anche optato per un interlocutore inusuale e potenzialmente difficile, e per un audience che non gli è, ancora, amica.. Fra l’altro, a seguito di questa intervista, in cui Obama aveva offerto un’apertura diplomatica persino all’Iran, è arrivata mercoledì dal quotidiano inglese The Guardian la notizia esclusiva che un gruppo di ufficiali del Dipartimento di Stato starebbero lavorando alla redazione di una lettera aperta da inviare alla leadership e al popolo iraniani da parte della nuova amministrazione americana, al fine di rompere il ghiaccio e cominciare a intrattenere contatti diretti da governo a governo. Di certo un taglio netto dall’approccio di George W. Bush, che si è sempre riferito all’Iran come a uno dei membri dell’asse del male.
Infine, vanno considerate parte di questo nuovo approccio politico, anche le misure prese nella lotta al terrorismo, dal già conclamato decreto per la chiusura di Guantanamo entro la fine dell’anno, firmato dal Presidente Obama il 22 gennaio, all’ordine di terminare i processi condotti dai tribunali militari fuori dal territorio americano, di chiudere le prigioni segrete gestite dalla CIA, di garantire alla Croce Rossa accesso a tutti i prigionieri detenuti dagli Stati Uniti, e di condurre gli interrogatori, anche dei sospettati di atti di terrorismo, secondo le regole che l’esercito è tenuto a rispettare, il che significa  niente più libertà di praticare il waterboarding per i servizi segreti.
Non c’è dubbio, quindi, che Barack Obama sia determinato a mantenere quanti più impegni possibili presi in campagna elettorale. In poco più di una settimana di governo, il nuovo presidente americano ha già mostrato con chiarezza quale sia la strada che intende percorrere per portare il cambiamento promesso a Washignton. Considerate le grandi difficoltà, economiche, militari e politiche, che il Presidente Obama si trova ad affrontare, c’è da aspettarsi che questo genere di progresso dovrà necessariamente rallentare. Nel frattempo bisogna almeno riconoscergli la buona volontà.

valentina.pasquali@gmail.com


Luca Rossetti
Obama: la svolta ambientale degli States parla al mondo

La presidenza Obama parte: fondi alle ong pro aborto, Guantanamo, limiti alle azioni dei lobbisti, piano di ritiro dall’Iraq, auto ecologiche, aperture al mondo arabo, provvedimenti economici. Tutti questi costituiscono segnali forti, atti simbolici, lanciati per comunicare la nuova agenda improntata ad una netta inversione di rotta. Messaggi che sono sostanza e che si impongono, come ha scritto Vittorio Zucconi su Repubblica, “con l’occupazione quotidiana dello spazio informativo” per dimostrare che, nella nostra epoca, contano di più i primi 10 giorni di governo dei fatidici 100.
Va in questa direzione anche il cambio di passo sul global warming che ha una matrice di fondo tutt’altro che esclusivamente ambientale: ispirato alla geopolitica, agli orizzonti di lungo periodo e al rafforzamento del sistema produttivo nazionale lanciando alle aziende una sfida innovativa tanto interna quanto globale.
Le scelte sono dettate, come esplicitato nel
nuovo sito della White House, dalla necessità di risparmiare in 10 anni il petrolio importato abitualmente dal Medioriente e dal Venezuela, ridurre le emissioni clima alteranti dell’80% entro il 2050 e fare sì che le nuove auto siano costruite in America.
Per questo è stato anzitutto dato il via libera al testo che autorizza la California e altri 13 stati a derogare dalle prescrizioni federali sull'inquinamento automobilistico, dotandosi di disposizioni più stringenti in materia di emissioni; una deciso cambio di rotta basato su una convergenza bipartisan con il repubblicano Schwarzenegger.
Un intervento effettuato in un settore nel quale Obama è dotato di immediati poteri esecutivi anche se resta aperta la necessità di definire standard nazionali unici per evitare che i diversi stati procedano in ordine sparso. Per questo Obama ha dato istruzione al Dipartimento dei Trasporti di definire entro marzo gli standard di efficienza dei carburanti che entreranno in vigore nel 2011 per le auto costruite tra il 2011 e il 2015.
La nuova Presidenza si segnala anche per perseguire in maniera sempre più concreta un accordo globale alla Conferenza di Copenaghen sul clima di dicembre 2009. Tra l’altro a queste mosse va aggiunta la nomina di Todd Stern, già negoziatore americano nel 1997 a Kyoto durante la presidenza Clinton-Gore, a inviato speciale per il cambiamento climatico. Per noi sorge naturale una domanda: il nostro governo come si muoverà davanti a questo mutato scenario?



Simone Comi
USA e Israele contro il traffico di armi, Hamas contro la libertà d’informazione

L’accordo israelo-statunitense siglato per favorire la cooperazione tra le agenzie di intelligence dei due paesi potrebbe rivelarsi uno strumento efficace per contrastare i traffici di armi verso la striscia di Gaza. L’intesa raggiunta e la collaborazione tra i diversi settori degli apparati militare e d’informazione costituirebbero le basi su cui costruire una strategia di sicurezza volta ad ostacolare il riarmo delle milizie combattenti palestinesi così da permettere il mantenimento della tregua.
Da fonti diplomatiche statunitensi si è appreso che sarebbero già state intensificate le attività di controllo della US NAVY nel Golfo di Aden, punto di transito delle navi-cargo dirette verso le acque internazionali prospicienti la striscia di Gaza; il pattugliamento marittimo della regione dovrebbe ostacolare in misura significativa l’invio di armi di provenienza iraniana alle milizie di Hamas. Nel caso venga alla luce il diretto coinvolgimento di Teheran nei traffici di materiale bellico non è da escludersi che il conseguente innalzamento della tensione con Tel Aviv porti a nuovi scontri tra l’esercito israeliano e i miliziani delle formazioni palestinesi fomentate dall’Iran.
Sembra essere inoltre sempre più probabile la possibilità che la nuova amministrazione statunitense decida di far seguire al raggiungimento di un accordo formale tra i due contendenti eventuali progetti volti a favorire la ripresa di rapporti diplomatici con il governo di Teheran così da non incrinare la collaborazione e i buoni rapporti con Tel Aviv.
La situazione politica interna alla striscia di Gaza potrebbe peggiorare ancora. Le divisioni tra i sostenitori di Hamas e quelli di Fatah sembrano farsi sempre più profonde e la tregua potrebbe acuire il disagio e le acredini tra i due schieramenti. Hamas avrebbe infatti preso il controllo dei principali canali di informazione e sarebbe in corso una pesante operazione di censura volta a nascondere all’opinione pubblica internazionale gli effetti della repressione culturale messa in atto negli ultimi mesi. I militanti del Partito avrebbero impedito la diffusione di servizi giornalistici ed interviste a cittadini della striscia che accusavano i miliziani palestinesi di averli utilizzati come scudi umani durante gli attacchi israeliani e anche i più grandi network arabi, come Al Jazeera e Al Arabia, hanno ricevuto pesanti pressioni da parte dei leader della formazione palestinese. Ad aggiungersi a questa situazione non bisogna dimenticare che l’agenzia di stampa legata ad Al Fatah, Wafa; è stata resa inoperante e sostituita da Al Bajan, agenzia ufficiale di Hamas, e stessa sorte è toccata alle radio vicine al Partito di Abu Mazen. La situazione non sembra essere molto diversa da quanto successo in passato a parti invertite ma il continuo sostegno alla jihad ad oltranza contro Israele, una dura repressione nei confronti degli organi di stampa e l’azzeramento di un certo pluralismo negli ambiti culturali potrebbero portare il popolo palestinese verso un futuro ancor più buio del già difficile presente.

simonecomi@hotmail.com

http://simonecomi.blogsome.com


Davide Biassoni
PD e sistema dei partiti in Italia

All’indomani delle elezioni del 2008, il sistema politico italiano registrò un radicale cambiamento. La nuova configurazione partitica si caratterizzava per tre attributi fondamentali: l’affermazione di due grandi partiti, uno di centrodestra (il Popolo della Libertà al governo) e uno di centrosinistra (il Partito Democratico all’opposizione); l’alleanza di ciascuno dei due big con un alleato sì minore, ma per nulla trascurabile: la Lega Nord e l’Italia dei Valori; infine, l’insuccesso sia del progetto d’intermediazione centrista di Casini (pur in grado di varcare la soglia di sbarramento elettorale), sia quello alternativo della sinistra massimalista, per la prima volta esclusa dalla rappresentanza parlamentare. Nel biennio prodiano 2006-2008, il sistema partitico si presentava altamente frammentato (quasi atomizzato) e il grado di polarizzazione ideologica era piuttosto elevato in special modo nell’ambito dell’Unione, la coalizione che si estendeva dai Teodem agli esponenti della sinistra radicale e movimentista. D’altra parte, il pessimo incentivo del sistema elettorale era (ed è) la spinta alla composizione di due macro-agglomerati (troppo eterogenei nell’area progressista) con lo scopo di conquistare il premio di maggioranza. Il formato del sistema politico era a pluralismo estremo – visto il numero di partiti in gioco – mentre la dinamica del sistema vedeva una polarizzazione significativa, seppur tutti i partiti fossero orientati a governare. Ad ogni modo, l’assenza di opposizioni bilaterali anti-sistema e “irresponsabili”, e di un centro su cui si imperniasse (e si difendesse) il sistema, erano due caratteristiche che escludevano il rischio che l’Italia ricadesse nell’alveo dei paesi a pluralismo estremo e polarizzato, tipico della Prima Repubblica. Anzi, dopo la tornata del 13-14 aprile 2008, il Belpaese sembrava avviato verso un pluralismo limitato e moderato (con una competizione centripeta), se non addirittura ad un bipartitismo di medio-lungo periodo, sospinto dalla capacità aggregante dei partiti di Berlusconi e Veltroni. Tuttavia, si è più volte sottolineata (e con ragione di causa) la crisi che stanno attraversando i Democratici: dopo il 33% del 2008, i sondaggi vedono un trend negativo con un’emorragia di circa 8 punti percentuali. Sempre nell’ambito dell’opposizione – e per converso – Di Pietro riesce a raccogliere gran parte dei voti in fuoriuscita dal PD, dacché il peso elettorale complessivo dell’alleanza fra i due si è di poco ridotto, ma la bilancia si è ora riequilibrata in favore dell’IdV. Nel versante della maggioranza, invece, si stanno facendo le prove generali per la fondazione del PdL che, da cartello elettorale, dovrebbe diventare partito unico del centrodestra, con il contemporaneo scioglimento di FI ed AN. I malumori sembrano comunque non mancare nemmeno in questo contesto, poiché Fini e il suo partito temono di essere fagocitati dal Cavaliere nella nuova formazione; inoltre, si pone un analogo problema d’identità politica: esattamente come nel PD si tenta l’amalgama fra la cultura ex-comunista ed ex-democristiana di sinistra, nel PdL si misurerà il peso dei forzisti cattolici e liberisti con gli ex-missini. Nel frattempo, con il primo sì dell’Aula al federalismo, la Lega si avvia a capitalizzare la riforma che rappresenta il suo cavallo di battaglia per la conquista dell’elettorato del Nord; così, di tanto il Carroccio si afferma nella parte Settentrionale del paese come difensore degli interessi del territorio, di altrettanto il PdL ne avverte la concorrenza temendo una contrazione del proprio consenso. Questo detto, il sistema politico è attraversato da spinte centrifughe che ne minerebbero la stabilità? Innanzi tutto, gli ostacoli che stanno incontrando PD e PdL erano previdibili data la matrice ideologica della cultura politica italiana d’oltre mezzo secolo, ché il passato non può essere archiviato agilmente. La causa maggiore di destabilizzazione potrebbe venire da un eventuale – davvero non auspicabile – dissesto del progetto Democratico, ossia se le componenti ex-DS ed ex-DL si ri-dividessero. A quel punto, l’area che ne trarrebbe maggiore vantaggio sarebbe quella centrista: la Costituente di Centro potrebbe ragionevolmente attrarre la parte più moderata dell’attuale PD per costituire una forza in grado di puntare, grosso modo, al 20% dei consensi. L’ala socialdemocratica del PD sarebbe, al contrario, calamitata a sinistra, sebbene la recente scissione nel PRC – con l’uscita dei vendoliani – evidenzi lo stato di conflittualità endemica e di debolezza della sinistra alternativa. Con un perno centrista-cattolico, uno socialista-riformista e uno liberista-conservatore, il sistema rimarrebbe in una situazione di pluralismo limitato e moderato, ma si intaccherebbe il carattere di pura alternanza bipolare, con il centro che ritornerebbe ago della bilancia fra PD e PdL nella fase pre-elettorale di definizione delle alleanze, condizionando l’architettura di ogni maggioranza. Se questo sia il futuro scenario della politica italiana – e di lì si capisce come il PD non possa/debba fallire – lo si vedrà meglio dopo le incombenti elezioni europee.

biassoni_davide@yahoo.it


Laura Specchio e Luciana Matarese
Italia, 2009: la donna è (un) mobile

Milano: “Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane, credo che non ce la faremmo mai.” Eccolo qua! La battuta, di dubbio gusto, non manca mai a questo signore. Del resto non siamo in grado di apprezzare il sottile umorismo che, come sempre, lo contraddistingue. Credo di poter aggiungere alle critiche e alle dichiarazioni già rese che sia una di quelle “sparate” indegne di un uomo. La banalizzazione, la denigrazione e la ridicolarizzazione di episodi così drammatici, violenti e inaccettabili con la relativa difesa e riaffermazione delle proprie parole, dimostra, ancora una volta, come l’arroganza e la volgarità siano una prassi ormai consolidata ed accettata in primo luogo dal suo elettorato. Milioni di italiani.
Napoli: Quando parla Berlusconi non so mai dove finisce l’idiozia becera e inizi il dolo. E mai una volta che colga l’occasione per tacere! Ci sono argomenti di fronte ai quali non si può ironizzare, e le battute è meglio lasciarle sotto spirito. Lo stupro è uno di questi, accidenti. Ah Berlusco’, ci piacerebbe credere, che so io, che Stuprolo è l’ottavo nano di Biancaneve, che appare nell’incubo di una notte e al mattino, puf!, con il terrore, la violenza e l’oltraggio di mani estranee che ghermiscono il tuo corpo, sprofondandoti dentro fino a lacerarti l’anima, svanisca come l’uomo nero, quello che se non mangiavi, da piccola, ti aspettava all’angolo delle scale per strapparti a mammà. Ma, purtroppo per noi, e pure per te, le cose stanno diversamente. E allora la tua comicità sfiatata da avanspettacolo riservala a Veronica, se ancora te la concede!
Milano: Però insisto: quel che mi sembra più grave non sono solo le parole di questa persona, ma anche e soprattutto l’accettazione dei tanti che considerano quelle frasi solo una battuta e la prospettiva di militarizzare il Paese una soluzione al problema “sicurezza”. Questa deriva culturale mi sembra il vero elemento di pericolosità ed in questo senso Berlusconi è la manifesta rappresentazione. Non mi aspettavo orde di femministe pronte a bruciare reggiseni nelle piazze, ma neanche il solito atteggiamento passivo nei confronti di tutto quel che accade. Del resto i modelli di donne (e uomini) che vengono proposti in tv la dicono lunga sugli usi e costumi di questo Paese…
Napoli: Nel tentativo di sottrarmi alla retorica del bene e del male, consapevole della insufficienza delle misure di tutela, vorrei dire alle tante donne che nel nostro Paese, ogni giorno, sono vittima di soprusi e violenze, di non aver paura a rompere il muro di omertà e denunciare i responsabili. Chiunque essi siano, a cominciare da marito e figli. Ci sono professori che, facendo leva sul potere della matita rossa e blu, approfittano delle studentesse. Ebbene, queste non devono aver paura, devono parlare e trascinarli in Tribunale: scegliere di tacere significherebbe rinunciare a riprendersi ciò che è stato loro tolto.
Milano: Sarebbe auspicabile! Tuttavia il problema è molto complesso e presenta numerose problematiche da non sottovalutare: rompere il muro di omertà significherebbe innanzitutto sentirsi garantite dalla legge e quindi pure certezza delle pene. Aggiungo che denunciare i responsabili, uscire allo scoperto, e far uscire allo scoperto, romperebbe questo sentimento diffuso di vergogna e di imbarazzo in cui le donne, sovente, vengono mostrate quasi come corresponsabili delle violenze a cui vengono sottoposte. Ma queste sono solo alcune sbrigative considerazioni. Il problema è molto serio. Il cavaliere, il nano, o come vogliamo chiamarlo, forse ha solo in mente il modello di donna che propone nelle sue televisioni: prodotti da esporre sullo scaffale di supermercato, fatti in serie, ma soprattutto che non pensino, non parlino (o, permettimi, dicano cazzate) e siano solo a disposizione. E’ a queste donne che vorrei dire: “Basta prestarsi allo squallore e alla propria denigrazione!”.
Napoli: Parole al vento, cara, nessuno le ascolterà. Per me, spero solo che gli ultimi drammatici episodi a danno delle povere sventurate che ne sono rimaste vittima, abbiano insegnato ai politici, tipo Alemanno, che le carriere politiche e le campagne elettorali costruite sulla demagogia, come ha fatto lui battendo sul tamburo della sicurezza, sono come case costruite sulla sabbia. Alle prime piogge – e qui sono temporali – i muri crollano, e l’acqua travolge la mobilia. In questo caso, le donne.

MilanoNapoli e ritorno
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà

milano_napoli@libero.it


Giovanni A. Cerutti
Uomini e no

Con singolare sovrapposizione, la decisione di Benedetto XVI di ricucire lo strappo con i seguaci anticonciliari di monsignor Lefebvre ha portato al centro del dibattito mediatico le tesi negazioniste proprio nei giorni in cui in molti paesi europei si celebra il Giorno della memoria. Le tesi negazioniste in senso stretto, come quelle sostenute dal vescovo Williamson, sono sempre state appannaggio di gruppi tutto sommato ristretti di estrema destra, tra cui si possono annoverare i tradizionalisti cattolici, e di estrema sinistra, collegati tra loro dall'utilizzo di un patrimonio comune di argomentazioni, anche se divisi dagli obiettivi di fondo, circostanza che, però, sarebbe ora di non considerare più così rilevante. Nell'era del disincanto dovrebbe ormai essere chiaro che ciò che alla fine conta sono i comportamenti effettivi e le conseguenze che provocano, non le supposte mete finali, che giocano solo il ruolo di fornire motivazioni all'azione. Più diffuse, fino a influenzare parti non irrilevanti dell'opinione pubblica, sono invece le posizioni relativiste, che non negano esplicitamente lo sterminio degli ebrei europei, ma cercano di riportarlo all'interno di dinamiche da sempre presenti nella storia. È l'argomento secondo cui i massacri di popolazioni sono sempre avvenuti e non appare giustificato concentrarsi solo sulla Shoah.
I gruppi di estrema destra e gli intellettuali cui fanno riferimento utilizzano le tesi della negazione dell'esistenza delle camere a gas nei campi di concentramento nazisti e di un piano preordinato per sterminare il popolo ebraico in funzione di due differenti obiettivi. Il primo è semplicemente quello di riabilitare il nazismo, eliminando l'aspetto più atroce della sua parabola, che ne è diventato la definitiva condanna. Sovente questa tesi è accompagnata dalla considerazione che le potenze occidentali avrebbero dovuto allearsi con Hitler contro Stalin e che lo sterminio degli ebrei d'Europa è un'invenzione degli alleati per giustificare le loro scelte sbagliate. Il secondo è di ridare spazio all'antisemitismo, che da sempre è inestricabilmente legato alla posizioni più accesamente nazionaliste. In questa ottica, l'invenzione della Shoah diventa lo strumento con cui le comunità ebraiche sono riuscite a mettere a tacere i loro avversari e con cui lo stato di Israele può giustificare la sua esistenza e diventare il punto di riferimento del complotto ebraico. Nella versione religiosa dei tradizionalisti cattolici, invece, l'antisemitismo è un legittimo strumento di difesa dell'identità cattolica, che le strumentalizzazioni della Shoah, non sempre negata, cercano di rendere inefficace. Mentre per i gruppi di sinistra, che generalmente si riferiscono ai medesimi intellettuali vicini alla destra, il nazismo non deve essere considerato così diverso dagli altri regimi borghesi, che lo hanno criminalizzato soltanto allo scopo di dar vita alla coalizione antifascista, il cui unico obiettivo ritengono sia stato quello di impedire la rivoluzione.
Come si può intuire da questa sommaria illustrazione si tratta di argomenti che cercano di rimettere in discussione alcuni dei punti fondanti dei sistemi politici europei usciti dalla seconda guerra mondiale e la legittimità dello stato di Israele. Ma l'impianto dell'analisi proposta è desolatamente grossolano, perché cerca di rimuovere un fatto inoppugnabile per riuscire a continuare a sostenere le proprie convinzioni, anziché confrontarsi con esso fino in fondo. E questo atteggiamento, d'altra parte, è forse la dimostrazione più evidente dell'insostenibilità del pensiero all'interno del quale nascono le tesi negazioniste, che senza la rimozione della Shoah non sarebbe in grado di rendere accettabili i propri argomenti.
Diventa, perciò, centrale mantenere in vita la memoria dei fatti, perché quando si rimuovono i fatti tutte le opinioni diventano equivalenti. Una memoria che a sua volta non deve essere il sostegno di narrazioni fissate una volta per tutte, ma un invito a continuare a riflettere sulle dinamiche storiche e umane che resero possibile concepire nel cuore dell'Europa civilizzata il sistema concentrazionario, confrontando continuamente il nostro presente con quel passato, senza illudersi di essere riusciti a mettercelo alle spalle una volta per tutte. Perché se è successo una volta, può succedere ancora.

cerutti_giovanni@alice.it


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 30 gennaio 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP per una ricostruzione completa di quanto accaduto.
Innanzitutto l’Assemblea dei soci convocata il 15 gennaio ha approvato all'unanimità la proposta del Ministero del Tesoro per i compensi del board societario. In sintesi, il presidente Diana Bracco riceverà 50 mila euro lordi annui mentre gli altri 4 soci, tra cui Glisenti, 30 mila ciascuno per un totale complessivo di 170 mila euro. Rimandata invece ogni decisione in ordine alla designazione ufficiale dell’Amministratore delegato e del suo emolumento, al successivo Cda calendarizzato per martedì 20 gennaio. Forse per sparigliare le carte, a conclusione dell’ennesimo rinvio di tali decisioni, l’Ad in pectore Paolo Glisenti ha comunicato all’Assemblea l’intenzione di rinunciare fino al 31 marzo ad ogni compenso.
Lo stesso Glisenti ha poi rilasciato una intervista al Sole 24 ore (presente in rassegna stampa) il 16 gennaio nella quale, oltre a confermare l’intenzione di fare un passo indietro per non pregiudicare l’avvio dell’operatività, ha altresì aggiunto che ulteriori ritardi renderebbero il successo finale gravemente compromesso auspicando per questo che tutti i dubbi sul suo ruolo possano essere dissipati entro fine marzo e comunque il più rapidamente possibile.
Il 20 gennaio ennesimo colpo di scena e conseguente fumata nera: il Cda non si è tenuto e la seduta è stata rimandata a lunedì 26 gennaio; all’origine, così si è appreso, del rinvio la richiesta avanzata da 2 dei 3 membri del Collegio Sindacale ai soci che ancora non hanno versato la propria quota al capitale sociale di procedere entro i successivi 4 giorni pena il rischio di fallimento. Secondo loro infatti, ancora in assenza dei versamenti necessari, l’assegnazione delle deleghe e la definizione dei compensi avrebbe avuto come possibile conseguenza il fatto di portare la società al fallimento in quanto il capitale sociale della Società avrebbe rischiato di andare sotto il limite di legge. Da qui di conseguenza l’impossibilità ad assumere qualsivoglia ulteriore decisione con impatti sul bilancio come appunto sarebbe stata la definizione dei compensi per il board.
In secondo luogo, parrebbe quale ulteriore motivo del rinvio anche l’opposizione di Regione e Provincia al business plan predisposto da Glisenti (anche se il diretto interessato ha smentito frizioni su questo primo documento di avvio operativo delle attività).
Da più parti si fa notare come particolarmente zelante si sia dimostrato finora l’ex senatore e attuale Presidente del Collegio sindacale di Expo Spa Dario Fruscio, espressione della Lega, che avrebbe assunto un atteggiamento di vero e proprio ostracismo dettato forse dal mancato posto assegnato alla Lega in Cda. Si legga su questo una sua intervista su Affari Italiani.
Ma come se non bastasse ecco l’ennesima fumata nera al Cda del 26 gennaio. Dopo quasi 6 ore di riunione, i 5 consiglieri non hanno infatti proceduto alla definizione delle deleghe operative, nè tanto meno alla nomina dell'a.d. e pertanto hanno convocato per il 29 gennaio un nuovo Cda durante il quale, come ha dichiarato la Bracco, ci sarà come primo punto all'ordine del giorno “la presa d'atto del dossier del Bie, che e' il documento che impegna l'Italia nei riguardi dello stesso Bie e dei paesi che lo compongono e ha valore di trattato internazionale” aggiungendo che “questo è il frame in cui ci muoveremo poi da quello scaturiranno le operazioni conseguenti tra cui la nomina dell'ad e la discussione sulla corporate governance".
Come riferito dai giornali sembrava che, in relazione ai dubbi avanzati dal Collegio Sindacale sulla necessità di patrimonializzazione della società e che avevano fatto saltare la riunione del 20 gennaio, fosse indispensabile convocare una nuova Assemblea dei soci per la ricapitalizzazione della società ma, sempre la Bracco, dopo aver contattato i soci, ha smentito questa ipotesi avendo avuto rassicurazioni da questi sull’intenzione di procedere quanto prima al versamento delle proprie quote.
I singoli soci stanno infatti procedendo con le relative delibere secondo questo schema: la Regione e il Comune dovrebbero a breve stanziare rispettivamente 1,1 milioni di euro, la Camera di Commercio di Milano 500mila euro (la Provincia di Milano non ha comunicato ancora l’entità della proprio quota) mentre per il Tesoro i tempi saranno più lunghi.
Nel frattempo il Sindaco Moratti ha comunicato l’intenzione di procedere quanto prima alla costituzione di un supercomitato di architetti composto da cinque membri con un respiro internazionale che sarà chiamato a vigilare sulle opere che verranno realizzate nel quartiere espositivo fornendo indicazioni, suggerimenti e pareri ai tecnici chiamati a stendere le richieste del concorso internazionale che verrà indetto.
Sempre durante la seduta del 26 gennaio, si sarebbe discusso della cinquina di nomi e sarebbero trapelate le prime indiscrezioni: lo svizzero Jacques Herzog (che in tandem con il collega Pierre De Meuron ha firmato lo stadio olimpico di Pechino), l’architetto e urbanista inglese Richard Burdett (uno degli advisor per le Olimpiadi di Londra) ed infine il milanese prof. del Politecnico di Milano Stefano Boeri.
Da segnalare anche (vedasi l’articolo del corriere economia del 26 gennaio e presente in rassegna stampa) l'ipotesi attualmente allo studio del Comune di finanziare parte dell'organizzazione di Expo 2015 attraverso fondi di F2I, il Fondo infrastrutture a partecipazione pubblica attraverso la Cassa depositi e prestiti presieduto da Vito Gamberane, in cambio della cessione a questo di asset non strategici come le quote di Sea, Serravalle e la gestione di Ecopass.
Mercoledì scorso 28 gennaio si è tenuto a Palazzo Chigi la riunione del Comitato di pianificazione dell’Expo alla quale hanno partecipato oltre alla Moratti il sottosegretario del governo Gianni Letta, i ministri Scajola e Frattini, il sottosegretario alle infrastrutture Castelli, il presidente di Regione Lombardia Formigoni, la presidente della società Bracco e Paolo Glisenti. L’assenza, oltre che del Premier, di rappresentanti del Ministero del Tesoro hanno fatto intuire che sarebbe stato l’ennesimo buco nell’acqua. E infatti la riunione ha prodotto solo semplici dichiarazioni di impegni ma nessuna decisione se non la proroga del Comitato stesso. Su tutti i nodi al pettine manca dunque ancora l’accordo politico fra le parti, cosa che fa intuire come anche l’ennesima riunione del CdA della Società di oggi (ieri per chi legge) non servirà probabilmente a sbrogliare la matassa.
Sempre nella giornata di mercoledì è stato siglato a Palazzo Chigi un protocollo tra Comune di Milano, Regione Lombardia e Istituto Nazionale per il Commercio Estero per la promozione di Expo 2015 in base al quale d’ora in avanti le missioni Ice per l'internazionalizzazione - prime fra tutte le prossime in programma, cioè Russia, Corea e Brasile - e gli incontri bilaterali connessi avranno fra gli obiettivi anche quello di garantire una vetrina promozionale per l'Expo.
Per chi infine avesse intenzione di avere una precisa, completa ma anche sintetica ricostruzione di quanto avvenuto in questi primi turbolenti mesi di avvio del cantiere Expo 2015 segnalo l’articolo apparso sull’ultimo numero del settimanale l’Espresso (e presente nella nostra rassegna stampa) a firma di Enrico Arosio dal titolo simpaticamente evocativo “Expo senza Letizia”.
Alla prossima.

s.florio@libero.it

 



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