Roberta Sala
Pietas
Pietas. Invocata, da tutte le parti. Proprio lei, la virtù che tiene insieme, umani, dèi, città, patria, appartenenze. Invocata, da tutti. A giustificazione, ciascuno e ciascuna parte, della propria posizione, di sé. Invocata, gridata. Rotto il silenzio. Anzi negato. È silenzio che si invoca per raccogliere pensieri, sensazioni, passioni, di fronte alla vita che nasce, a quella che muore. Silenzio si invoca. Concederlo: un gesto di rispetto, se non di pietas. Per qualcuno è gesto di amore. Per altri è rendere la giustizia, restituirla dopo averla un po’ tirata di qua e di là, e quale giustizia, l’umana, la divina, tutte e due, le stesse, diverse… Affidarla – la giustizia - in mani che non sono le proprie, la giustizia è una cosa troppo grande per maneggiarla con sole due mani.
Mi emoziona ogni volta il volto del signor Englaro. Lo vedo, l’ho visto da vicino, non troppo tempo fa. Immagino che pensi, che veda negli occhi di chi osserva i suoi. Immagino che provi, in queste ore rese funeste dal clamore, dal rumore, dal fragore di parole senza silenzio, senza rispetto. Immagino la sua enorme sofferenza di padre, la immagino ma a fatica. È quel tipo di dolore che per chi non ha prole è difficile da concepire, forse perché concepibile non è. È strappo il dolore, è onda che sale e scende dentro il petto, nel ventre, non c’è concetto per il dolore. Eroe civile, lo ha definito nei giorni scorsi Stefano Rodotà, qui nell’austera Milano, con l’equilibrio e il cuore che chi lo conosce gli riconosce. Eroe civile: per aver difeso la sua posizione, per aver tenuto il timone, per aver sostenuto la sua idea di vita buona e di morte buona dentro le regole del gioco civile, dentro le regole della legge. Eroe civile: per la fiducia nella legge, una legge difesa, fino alla fine, sempre ed ora, per la fede nella legge uguale per tutti. Per questo è - forse - un eroe. O forse è quell’ideale di cittadino pietoso – con la pietas di chi confida nella città, nella patria, nei suoi valori – che si cerca di descrivere insegnando, mancando un termine per “pietas” che non sia riduttivo come il termine “pietà”.
Un padre forte, con la vita e la morte dentro: così lo vedo io. Del padre forte ho osservato lo sguardo, in una puntata dell’Infedele, smarrito nel frastuono di noiose parole, sempre le stesse, persino le sue, noiose perché spesso le abbiamo ascoltate: la libertà, la volontà di Eluana, decidere con Eluana e non al posto di Eluana, difendere il suo diritto di rinunciare alle cure imposte, un diritto che deve valere per tutti, anche per chi non sa più parlare… Smarrito e annoiato lo sguardo, come sbalordito e imbarazzato quello di un teologo, Vito Mancuso, il teologo contro, così è chiamato ormai, il teologo che, dentro la Chiesa romana, afferma la libertà come primo valore. Il resto, e ancor prima, è solo amore di Dio. Un padre anche lui, il teologo, meglio conoscere l’amore di padre prima di insegnare ad un padre amore. E silenzioso, occhi socchiusi, il teologo ascolta, anzi vibra al dolore dell’altro. L’emozione collettiva del dolore, di chi accoglie il dolore e, silenziosamente, lo rispetta e custodisce, perché lo sa.
Eluana. Vita e morte. La sua vita-morte, la sua morte-vita. Accanirsi a trovare conforto nelle parole, invocare le parole perché siano chiare e distinte, come vogliono i filosofi. I filosofi che di fronte al mistero di una vita che non è vita, di una morte che non è morte, arretrano, rispettosi: “eccomi, dunque, deciso a vivere, a parlare e agire come l’altra gente negli affari comuni della vita. E poiché, nonostante la naturale tendenza […] e il corso […] delle passioni, che mi riconducono all’indolente credenza nelle massime generali della gente, […] sono pronto a gettare tutti i miei libri e le mie carte al fuoco, e a decidere di non rinunciare oramai più ai piaceri della vita per amore dei ragionamenti e della filosofia. Perché questi sono i miei sentimenti in questo momento di malinconia che mi ha preso” (D. Hume, Trattato sulla natura umana (1739), I, IV, 7).
Non voglio più parlare delle ragioni che si contrappongo, nel momento della morte che vorrei fosse lasciato a Eluana, al signor Englaro, a quelli che ne amano persino il dolore, e lo sentono anche loro. Non voglio più sentire le diverse ragioni né qui sintetizzarle: i giudici della Corte di Appello di Milano le hanno nitidamente riassunte nel decreto del 2006 e nella sentenza del 2008, basta andarsele a rileggere. Quelle del governatore della Regione Lombardia, quelle del Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali sono continuamente ribadite, come è da costoro ribadito che lo stato vegetativo permanente in cui versano soggetti come Eluana rappresenta una condizione di disabilità che richiede cure necessarie, nutrizione e idratazione: senza si muore. Toglierle: uccidere. Non fa una piega. Altre parole e gesti più violenti delle parole pronunciate dai vari movimenti per la vita: a chiedere a urlare a pretendere di nutrire e idratare Eluana. Non si uccidono così neppure gli animali.
Si sono ascoltate tutte le ragioni, quelle sommesse, quelle gridate. Spesso, assente, la pietas. Ora, davvero: silenzio.
Addio, Eluana…