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Home » Newsletter n. 155 - 6 febbraio 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 155 – 6 febbraio 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 155.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ La fragile cornice della liberaldemocrazia italiana


Luciano Fasano
Caso Englaro: quando la decisione pubblica in una democrazia non è capace di riconoscere i propri limiti


Roberta Sala
Pietas


Simone Comi
Elezioni in Israele: le previsioni a pochi giorni dal voto


Valentina Pasquali
Niente satira per Obama


Davide Biassoni
Proporzionale con sbarramento: necessaria un’identità forte


Laura Specchio e Luciana Matarese
Immigrati? Qui fa rima con perseguitati


Stefano Florio
Letizia Brichetto Arnaboldi coniugata Moratti – "L'incompiuta" Sindaca ?


Valerio Pulga
Wikipedia inattendibile? No, è l’essere umano ad esserlo!


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ La fragile cornice della liberaldemocrazia italiana

Prima che gli sviluppi delle ultime ore precipitassero il caso Englaro verso l’apertura di un nuovo e clamoroso capitolo (la possibilità che il Consiglio dei ministri vari oggi un decreto legge ad personam per impedire l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione forzata), pensavamo di poter aprire con l’illuminato articolo che Roberta Sala dedica al caso di Eluana, ma appunto le vie del Vaticano (e della politica) sono davvero infinite e quel commiato che pareva avvicinarsi, oggi sembra invece risospinto in alto mare verso un esito ancora incerto, verso un'altra odissea della coscienza e ulteriori contorsioni dello stato di diritto.
Se il premier e il Cdm, infatti, decidessero di procedere per decretazione d’urgenza per impedire l’attuazione di un decreto della Corte d’Appello di Milano, renderebbero palese oltre ogni plausibilità la permeabilità della politica alle volontà morali delle gerarchie ecclesiastiche.
E’ proprio così che finirà o che, più propriamente, non finirà? Non finirà perché lo scenario che si aprirebbe con il decreto è di un ulteriore autentico calvario che rimetterrebbe in moto tutta la macchina giuridico-legislativa: l’emanazione da parte del Presidente della Repubblica, la necessità della conversione in legge del decreto entra 60 giorni, lasciando ancora una volta sospesi e in attesa di giudizio (per quale colpa?) Eluana, i suoi genitori, i medici di Udine... E’ proprio così che finirà? E’ una lotta contro il tempo per chi vuole azzerare diciassette anni di attese e di battaglie legali, ma anche una lotta contro il nostro tempo se è vero che i sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani sta dalla parte di Beppino Englaro.
Prima che le ultime ore minacciassero di precipitare verso un inaudito annientamento di una delle fonti essenziali della vita democratica - quella della cultura liberale, benché da sempre minoritaria - la settimana politica sembrava ben avviata su un ritrovato e fecondo rapporto tra maggioranza e opposizione nella definizione di quelle regole del gioco che presuppongono una condivisione di valori e obiettivi tra le forze politiche. L’approvazione a larga maggioranza della Camera dell’introduzione di uno sbarramento anti-frammentazione al 4% per l’ingresso al Parlamento europeo, non solo era una vittoria di un accordo tra PD e PDL, ma anche la riprova di un orientamento comune della quasi totalità dell’arco costituzionale, un passaggio decisivo verso la chiusura di quella lunghissima fase repubblicana durante la quale aveva dominato la polverizzazione dell’offerta politica, la fiera delle vanità mascherata da pluralismo. Certo, questo risultato non verrà modificato da quello che oggi potrebbe accadere in Consiglio dei ministri relativamente al caso Englaro, ma il varo di un decreto – per la clamorosa forzatura che esso rappresenta - circoscriverebbe ancora di più i margini di un dialogo intorno ai principi e ai valori che reggono la nostra democrazia, rendendo ancor più drammatica l’assenza di un chiaro e forte spirito liberale e di suoi strenui difensori.




Luciano Fasano
Caso Englaro: quando la decisione pubblica in una democrazia non è capace di riconoscere i propri limiti

Nella giornata di oggi si è diffusa la notizia, o meglio l'indiscrezione, che il Governo Berlusconi potrebbe varare un decreto legge finalizzato ad impedire che la sentenza della Corte di Appello del Tribunale di Milano, ritenuta legittima dalla Corte di Cassazione, possa trovare applicazione.
Tale provvedimento, avente per oggetto Disposizioni urgenti in materia di alimentazione ed idratazione, sarebbe formato da un solo articolo, secondo il quale "In attesa dell'approvazione di una completa e organica disciplina legislativa in materia di fine vita, l'alimentazione e l'idratazione, in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere rifiutate dai soggetti interessati o sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi".

Ma ha davvero senso intervenire per via decretativa su un caso dalle implicazioni etiche così complesse? Quale competenza e titolarità può avere il Governo, nell'esercizio dei poteri che gli assegna la Costituzione, a intervenire su una materia la cui disciplina, per la natura controversa che la contraddistingue, oltre che per le implicazioni filosofiche e scientifiche che ne discendono, ha nel Parlamento la sede più appropriata?

In questo caso, una decisione imperativa del Governo assumerebbe chiaramente il segno di una prevaricazione. Soprattutto se si trattasse di un intervento estraneo all'esigenza in questi giorni espressa anche dal Presidente della Camera, Gianfranco Fini, di impedire alla politica di varcare i limiti della discrezionalità di giudizio di familiari e congiunti.

Sul caso Englaro tutti, ma proprio tutti, hanno avuto modo di dire la loro: religiosi, filosofi, politici, giornalisti. Talvolta anche recitando parti al di sopra delle righe. Anche in questi giorni, per fare un esempio, non sono mancate trasmissioni televisive a tesi (che per onestà intellettuale porterebbero anche a dire che nella televisione pubblica di tribuni del popolo non c'è il solo Santoro), appelli, richiami, commenti, capaci di alimentare intorno al caso Englaro un dibattito pubblico i cui accenti non sono certo quelli di un paese civile che si interroga su questioni di vita e di morte con equilibrio, intelligenza e rispetto reciproco.

Sappiamo che fra le grandi conquiste dei regimi liberaldemocratici vi è la capacità di tracciare confini, costituzionalmente garantiti, fra la sfera delle decisioni pubbliche e la libera determinazione delle volontà dei cittadini, specie su questioni che li riguardano da vicino, ne toccano gli affetti, ne influenzano in maniera profonda la vita.
Un antico detto ebraico recita: "Se io non sono per me, chi è per me?". Se la politica italiana, e la fragile discussione pubblica che ne alimenta il confronto democratico, non è in grado di comprendere questo limite vuol dire che la strada delle libertà individuali, nel nostro paese, è ancora in larga parte da percorrere. E che il rispetto di sé, come bene fondamentale da riconoscere a ciascun cittadino, è purtroppo ancora oggi una risorsa scarsa.


Roberta Sala
Pietas

Pietas. Invocata, da tutte le parti. Proprio lei, la virtù che tiene insieme, umani, dèi, città, patria, appartenenze. Invocata, da tutti. A giustificazione, ciascuno e ciascuna parte, della propria posizione, di sé. Invocata, gridata. Rotto il silenzio. Anzi negato. È silenzio che si invoca per raccogliere pensieri, sensazioni, passioni, di fronte alla vita che nasce, a quella che muore. Silenzio si invoca. Concederlo: un gesto di rispetto, se non di pietas. Per qualcuno è gesto di amore. Per altri è rendere la giustizia, restituirla dopo averla un po’ tirata di qua e di là, e quale giustizia, l’umana, la divina, tutte e due, le stesse, diverse… Affidarla – la giustizia - in mani che non sono le proprie, la giustizia è una cosa troppo grande per maneggiarla con sole due mani.
Mi emoziona ogni volta il volto del signor Englaro. Lo vedo, l’ho visto da vicino, non troppo tempo fa. Immagino che pensi, che veda negli occhi di chi osserva i suoi. Immagino che provi, in queste ore rese funeste dal clamore, dal rumore, dal fragore di parole senza silenzio, senza rispetto. Immagino la sua enorme sofferenza di padre, la immagino ma a fatica. È quel tipo di dolore che per chi non ha prole è difficile da concepire, forse perché concepibile non è. È strappo il dolore, è onda che sale e scende dentro il petto, nel ventre, non c’è concetto per il dolore. Eroe civile, lo ha definito nei giorni scorsi Stefano Rodotà, qui nell’austera Milano, con l’equilibrio e il cuore che chi lo conosce gli riconosce. Eroe civile: per aver difeso la sua posizione, per aver tenuto il timone, per aver sostenuto la sua idea di vita buona e di morte buona dentro le regole del gioco civile, dentro le regole della legge. Eroe civile: per la fiducia nella legge, una legge difesa, fino alla fine, sempre ed ora, per la fede nella legge uguale per tutti. Per questo è - forse - un eroe. O forse è quell’ideale di cittadino pietoso – con la pietas di chi confida nella città, nella patria, nei suoi valori – che si cerca di descrivere insegnando, mancando un termine per “pietas” che non sia riduttivo come il termine “pietà”.
Un padre forte, con la vita e la morte dentro: così lo vedo io. Del padre forte ho osservato lo sguardo, in una puntata dell’Infedele, smarrito nel frastuono di noiose parole, sempre le stesse, persino le sue, noiose perché spesso le abbiamo ascoltate: la libertà, la volontà di Eluana, decidere con Eluana e non al posto di Eluana, difendere il suo diritto di rinunciare alle cure imposte, un diritto che deve valere per tutti, anche per chi non sa più parlare… Smarrito e annoiato lo sguardo, come sbalordito e imbarazzato quello di un teologo, Vito Mancuso, il teologo contro, così è chiamato ormai, il teologo che, dentro la Chiesa romana, afferma la libertà come primo valore. Il resto, e ancor prima, è solo amore di Dio. Un padre anche lui, il teologo, meglio conoscere l’amore di padre prima di insegnare ad un padre amore. E silenzioso, occhi socchiusi, il teologo ascolta, anzi vibra al dolore dell’altro. L’emozione collettiva del dolore, di chi accoglie il dolore e, silenziosamente, lo rispetta e custodisce, perché lo sa.
Eluana. Vita e morte. La sua vita-morte, la sua morte-vita. Accanirsi a trovare conforto nelle parole, invocare le parole perché siano chiare e distinte, come vogliono i filosofi. I filosofi che di fronte al mistero di una vita che non è vita, di una morte che non è morte, arretrano, rispettosi: “eccomi, dunque, deciso a vivere, a parlare e agire come l’altra gente negli affari comuni della vita. E poiché, nonostante la naturale tendenza […] e il corso […] delle passioni, che mi riconducono all’indolente credenza nelle massime generali della gente, […] sono pronto a gettare tutti i miei libri e le mie carte al fuoco, e a decidere di non rinunciare oramai più ai piaceri della vita per amore dei ragionamenti e della filosofia. Perché questi sono i miei sentimenti in questo momento di malinconia che mi ha preso” (D. Hume, Trattato sulla natura umana (1739), I, IV, 7).
Non voglio più parlare delle ragioni che si contrappongo, nel momento della morte che vorrei fosse lasciato a Eluana, al signor Englaro, a quelli che ne amano persino il dolore, e lo sentono anche loro. Non voglio più sentire le diverse ragioni né qui sintetizzarle: i giudici della Corte di Appello di Milano le hanno nitidamente riassunte nel decreto del 2006 e nella sentenza del 2008, basta andarsele a rileggere. Quelle del governatore della Regione Lombardia, quelle del Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali sono continuamente ribadite, come è da costoro ribadito che lo stato vegetativo permanente in cui versano soggetti come Eluana rappresenta una condizione di disabilità che richiede cure necessarie, nutrizione e idratazione: senza si muore. Toglierle: uccidere. Non fa una piega. Altre parole e gesti più violenti delle parole pronunciate dai vari movimenti per la vita: a chiedere a urlare a pretendere di nutrire e idratare Eluana. Non si uccidono così neppure gli animali.
Si sono ascoltate tutte le ragioni, quelle sommesse, quelle gridate. Spesso, assente, la pietas. Ora, davvero: silenzio.
Addio, Eluana…


Simone Comi
Elezioni in Israele: le previsioni a pochi giorni dal voto

A pochi giorni dall’appuntamento elettorale in Israele la situazione che sembra delinearsi appare quanto mai incerta. I sondaggi pubblicati nelle ultime ore mostrano il partito nazionalista Likud di Benyamin Nethanyahu in leggero vantaggio rispetto a Kadima, formazione di centro guidata dall’attuale Ministro degli Esteri Tzipi Livni. Secondo le stime i nazionalisti potrebbero conquistare 27 seggi della Knesset contro i 23 del partito di governo, i 17 del Partito Laburista guidato da Ehud Barack, attuale Ministro della Difesa, e del partito della destra radicale Israel Beitenu. La formazione guidata da Avigdor Lieberman, tradizionalmente rappresentante degli ebrei di provenienza russa ma attualmente vicina alle istanze del movimento dei coloni, potrebbe essere la vera rivelazione delle prossime elezioni. Nel caso in cui riuscisse infatti a raggiungere i 17 seggi al Parlamento, 6 in più rispetto all’attuale legislatura, Israel Beitenu sarebbe il partito maggiormente rafforzato dal risultato elettorale, divenendo così probabile ago della bilancia in caso di alleanze politiche o spaccature all’interno dell’attuale raggruppamento dei partiti di maggioranza.
L’acquisizione di seggi delle formazioni più piccole e maggiormente legate a temi potrebbe quindi determinare i futuri equilibri all’interno della compagine governativa. Nel caso in cui Kadima e i Laburisti uscissero sconfitti dalla tornata elettorale non sono da escludersi infatti possibili accordi con formazioni minori e legate a temi specifici. I seggi conquistati dallo Shas, partito degli ebrei ultraortodossi guidato dal clero sefardita, e da Israel Beitenu potrebbero rivelarsi fondamentali per poter avere la maggioranza relativa in Parlamento e governare quindi il paese. Alleanze con le formazioni ultraortodosse o vicine al movimento dei coloni potrebbero però portare all’immediata interruzione di qualsiasi trattativa con i Palestinesi sul possesso dei luoghi sacri ebraici o sugli insediamenti dei coloni e l’eventualità che quanto prima descritto possa realmente accadere sembra farsi sempre più possibile dato anche il risultato che viene finora attribuito al Likud.
Una nuova coalizione di governo guidata da Kadima e comprendente Shas e Israel Beitenu sarebbe probabilmente destinata ad una paralisi governativa in tempi brevi date le profonde divergenze politiche su temi fondamentali e rispetto ai rapporti con gli Stati della regione. La vittoria del Likud potrebbe avere invece tra i primi effetti un rallentamento sostanziale del processo di pace con l’Autorità Palestinese data l’estrema riluttanza a discutere su temi che hanno un valore simbolico per Israele. Attualmente la situazione appare quindi incerta, a causa di una scena politica in cui le piccole formazioni potrebbero essere determinanti, e preoccupante date le ricadute che una possibile instabilità di governo o la vittoria elettorale del Likud potrebbero avere sulle future scelte di politica estera del governo di Tel Aviv.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com



Valentina Pasquali
Niente satira per Obama

Washington D.C. – La satira politica americana sta attraversando un periodo di crisi creativa. Nessuno riesce a ironizzare con sufficiente cattiveria sul nuovo presidente Barack Obama. Nonostante le orecchie a sventola e l’andatura un po’ dondolande data dall’altezza decisamente sopra la media, non si è ancora riuscito a colpire Obama con l’arma della satira. In svariate interviste con alcuni tra i più rinomati vignettisti del paese, National Public Radio (NPR) ha scoperto che costoro si sentono in difficoltà nei confronti della nuova presidenza in particolare per via di due questioni. Innanzitutto, Obama non ha per ora mostrato alcun tratto caratteriale e comportamentale fuori dall’ordinario, o perlomeno fuori controllo. In secondo luogo, ammette il popolo della satira americana, una parte di essi vuole che Obama ce la faccia e per ora non se la sente di prenderlo troppo in giro. La faccenda è resa ancor più complessa dagli ultimi otto anni di presidenza Bush, definito da Ben Sargent dell’Austin American-Statesman “il presidente più stridentemente caricaturale della storia”. Tom Toles, vignettista politico del Washington Post, ha confessato, in riferimento all’ex presidente George W. Bush: “Dover disegnare vignette satiriche a proposito di qualcuno per cui non si prova altro che fastidio aiuta decisamente.”
Non solo Obama gode dell’appoggio di tanta parte dell’opinone pubblica americana, inclusi i vignettisti più feroci, ma ha anche scelto di impostare prima la campagna elettorale e poi la presidenza in termini di serietà, onestà, e rigore morale, su cui anche i più astuti fanno fatica ad ironizzare. L’ultimo esempio è arrivato mercoledì, quando il Presidente Obama ha ufficializzato la volontà di stabilire limiti rigidi ai compensi ricevuti dai manager delle grandi industrie e società finanziarie che desiderino fare domanda per gli aiuti che il governo americano offrirà con il nuovo pacchetto di stimolo economico in discussione al Congresso. Se la proposta di Obama dovesse passare, insieme al piano di intervento economico, i manager delle società in questione non potrebbero ricevere compensi superiori ai 500.000 dollari l’anno, una cifra sostanzialmente inferiore ai bonus di svariati milioni di dollari che costoro sono abituati a incassare.
Naturalmente, un presidente che sceglie di fare della battaglia per la trasparenza governativa il proprio cavallo di marcia, deve accettare la responsabilità di tale crociata, e deve essere disposto a soffrire l’impatto negativo che seguirebbe al fallimento di tale politica. Non è un caso infatti che abbiano ricevuto molta attenzione mediatica le vicende di evasione e semi-evasione fiscale che hanno coinvolto in questi giorni alcune tra le nomine fatte da Obama per il proprio governo.
Si è cominciato qualche settimana fa con Tim Geithner, ora confermato a Ministro del Tesoro, il quale, in maniera per altro giustificabile, aveva sbagliato nel calcolare il proprio carico fiscale negli anni in cui lavorava come consulente al Fondo Monetario Internazionale (FMI). L’FMI, pur trovandosi sul territorio americano, segue una fiscalità particolare e concessa solamente alle organizzazioni internazionali. E gli impiegati americani del FMI sono tenuti a seguire regole diverse dagli impiegati internazionali (che non pagano le tasse) nel dichiarare il proprio redditto. Dunque capita di frequente che quegli americani che lavorano al Fondo ci mettano qualche anno per capire realmente come funziona il sistema. Questo fu anche il caso di Geithner, che ha poi pagato le tasse ancora dovute non appena notificatogli l’errore.
Più imbarazzante il caso di Tom Daschle, ex-Senatore del South Dakota e scelto da Obama come Ministro della Sanità. Per evitare di complicare eccessivamente le cose, sia sufficientente spiegare che Daschle si è “dimenticato” di dichiarare al fisco svariate centinaia di migliaia di dollari in doni e serivizi – quali la macchina con l’autista – ricevuti dai propri datori di lavoro. Negli Stati Uniti, tali entrate rientrano nel calcolo del reditto individuale complessivo. Al contrario di Geithner, Daschle ha deciso che sarebbe stato meglio ritirare la propria candidatura a ministro, creando per altro un certo imbarazzo in casa Obama, che si è scusato pubblicamente per non aver valutato correttamente l’entità delle “dimenticanze” di Daschle al momento di sceglierlo come membro del proprio governo.
Infine si è ritirata spontaneamente Nancy Killefer, manager alla società di consulenza McKinsley & Co., che Obama aveva selezionato come responsabile del controllo del budget della Casa Bianca. Resasi conto di avere avuto problemi con il fisco, Killefer ha ritirato la propria candidatura prima ancora che questi problemi diventassero noti ai media e al pubblico.
Ora, vicende di questo genere non sono completamente nuove. Basti pensare a Linda Chavez, la prima scelta di George W. Bush per Ministro del Lavoro, che ritirò la propria candidatura nel 2001 dopo che si scoprì che aveva offerto danaro a un’immigrata illegale proveniente dal Guatemala, forse per generosità personale, forse come compenso per il lavoro domestico svolto illegalmente da tale Marta Mercado.
È vero, però, che le vicende capitate ai candidati del governo Obama paiono essere più numerose e forse anche più imbarazzanti di quanto visto in passato nel sempre difficile processo di formazione di un gabinetto presidenziale. Inoltre, è vero che, se Obama promette maggiore trasparenza e onestà, e uno standard morale più elevato di quello dei suoi predecessori, non bisogna sorprendersi che il popolo americano si aspetti da lui, e da coloro che lo rappresentano, comportamenti più distinti di quelli tipici della tradizione ormai accettata della politica americana.
Per ora i vignettisti se la sono presa più con i vari Geithner, Daschle e Killefer che direttamente con il presidente. Obama, però, non deve illudersi che la tregua a lui concessa dalla satira possa durare all’infinito. Se non mette in ordine il proprio governo in fretta, c’è da attendersi qualche vignetta piuttosto dura.

valentina.pasquali@gmail.com



Davide Biassoni
Proporzionale con sbarramento: necessaria un’identità forte

Con la sola eccezione del Movimento per l’Autonomia e dei radicali, la riforma della legge elettorale per le elezioni europee ha registrato il favore di un’ampia maggioranza a Montecitorio, e ora la parola passa a Palazzo Madama. La regia del cambiamento è frutto della collaborazione fra i due pilastri del bipolarismo italiano, PdL e PD, ma anche degli altri partiti presenti in Parlamento, come la Lega Nord, l’Udc e l’IdV, i quali hanno dato l’avallo al nuovo sistema che si caratterizza per il mantenimento del voto di preferenza e, in particolar modo, per l’introduzione di una soglia di sbarramento al 4 per cento nazionale. La reazione dei partiti minori, privi di rappresentanti in Parlamento, è stata prevedibilmente vigorosa: l’accusa è quella di voler annichilire il principio della rappresentanza sebbene a Strasburgo non sia in gioco la governabilità, bensì ciò che più conta è il pluralismo delle posizioni politiche ivi espresse. Eppure, anche in altri paesi europei si ritrovano casi in cui è presente un analogo quorum: 3 per cento in Grecia, 4 per cento in Austria e Svezia, 5 per cento in Francia e Germania, mentre si equivalgono sostanzialmente i casi di lista aperta o bloccata. La riforma appare perciò in sintonia con il quadro europeo, anche se è doveroso porsi delle domande sulle conseguenze politico-partitico che ne scaturiranno. Innanzi tutto si deve rilevare come la contrarietà allo sbarramento sia stata sostenuta specialmente dai partiti che si collocano alla sinistra del Partito Democratico, ossia ex-diessini che hanno rifiutato di entrare nel PD, socialisti, ecologisti, comunisti, con l’appoggio anche del centro di Mastella. Dacché è stato proprio il PD a dover affrontare le critiche più aspre, provenienti dagli alleati minori con i quali aveva governato nel biennio prodiano. Il Cavaliere, si dice, avrebbe voluto una Sperrklausel alla tedesca che, tuttavia, Veltroni avrebbe avuto notevoli difficoltà ad accettare, anticipando gli strali che gli sarebbero piovuti sul capo. Il compromesso è stato raggiunto su una percentuale più bassa, ma le critiche all’ex-sindaco di Roma non gli sono state risparmiate nemmeno dalla “fronda-ombra” interna, con i dalemiani evanescenti nel dare corpo a una vera ostruzione anti-sbarramento. Se ha prevalso la linea del Segretario, si può affermare che la vocazione maggioritaria del PD abbia riacquisito un rinnovato vigore? E’ presto per dirlo, date alcune considerazioni d’obbligo. Soglia di sbarramento a parte, il sistema rimane proporzionale, ossia ricalca quello per l’elezione alla Camera dei Deputati ma con una diversità, inter alia, fondamentale: non sono ovviamente previsti premi di maggioranza. E questo fa la sua bella differenza. Non si danno alleanze pre-elettorali e i partiti non ricevono bonus in seggi. Una delle conseguenze più significative della proporzionalità del sistema è che ogni partito fa la propria compagna elettorale, presentandosi con il proprio simbolo, ragion per la quale in genere le identità tenaci vengono premiate, mentre la vocazione ondivaga “catch-all” dei grandi partiti può essere penalizzata. Oltre a ciò, proprio perché sul piatto non v’è la stabilità dell’esecutivo, nelle elezioni europee un elettore si può sentire più affrancato dalla responsabilità di esprimere un voto utile e, invece, può porre nell’urna un voto più sincero rispetto alle proprie preferenze politiche. Inoltre, il 4 per cento non è certo uno scoglio insormontabile se si pensa che, cinque anni orsono, le forze che vanno dai socialisti alla sinistra massimalista raccolsero più del 13 per cento dei suffragi. Si è sostenuto che lo sbarramento andrà a rafforzare il bipolarismo e a ridurre la frammentazione. Ciò è certamente auspicabile. Ma il PD deve prestare una vigile attenzione alle forze che premono sul fianco sinistro: il meccanismo del voto strategico, che portò ai Democratici molti consensi alle politiche del 2008, potrebbe stavolta non scattare con la medesima intensità. Al contrario, un partito che ancora deve ben irrobustire la propria identità potrebbe risentire della concorrenza di formazioni più piccole, ma con un’ideologia più netta e in grado di sedurre quella parte dell’elettorato incline al voto di protesta. Per di più, non solo sul fronte della sinistra radicale potrebbero arrivare alcuni dispiaceri per i Democratici, ma in primis da Di Pietro che cercherà di non farsi sfuggire la chance di calamitare gli anti-berlusconiani.

biassoni_davide@yahoo.it


Laura Specchio e Luciana Matarese
Immigrati? Qui fa rima con perseguitati

Milano: Si parla tanto di immigrati in questi giorni. Se ne parla sempre, del resto, ed i luoghi comuni sembrano essere il terreno comune di entrambi gli schieramenti. Sono anni che sentiamo ripetere le stesse parole, anni che da una parte si rivendica il primato degli italiani sugli stranieri, la “cacciata” dei clandestini e via dicendo e, di contro, dall’altra parte, si sottolinea, in qualsiasi circostanza, il voler garantire diritti e dignità, il rispetto delle diversità, la necessità di sostenere situazioni svantaggiate, ecc. ecc.. A volte si ha quasi l’impressione di ascoltare un copione che ciascuno di noi potrebbe recitare a memoria, ma che, spesso e volentieri, non sembra scalfire veramente la sensibilità di chi se ne fa portatore. Mettiamo da parte, per un attimo, i deliri di questa destra e prendiamo in considerazione i proclami di molti politici del centrosinistra: siamo sicuri che la “faccenda” gli stia così a cuore? Siamo sicuri che, escludendo volontari e volonterosi che si dedicano all’assistenza e alle grandi cause, chi predica uguaglianza e diritti ci creda poi così tanto? Dobbiamo pensare che anche questo sia uno di quei temi “cult” di cui il centro sinistra è pieno? E’ solo una domanda, naturalmente, ma in taluni casi ha pure il sapore di un dubbio, non trovi?
Napoli: Ma certo, non c’è la volontà politica neanche di affrontarlo il problema, che, al momento, viene sollevato battendo sul tamburo delle emozioni. Altrimenti perché “SuperMaroni” (nomen omen, ragazza mia) dice che “per contrastare l’immigrazione clandestina e tutto il male che porta non bisogna essere buonisti ma cattivi?”. Perché, riferendosi alle immigrate, per essere più realista del re - in questo caso più “marone” di Maroni - il leghista Matteo Salvini, proclama che bisogna smetterla con “certe signorine che a spese nostre hanno fatto otto aborti”? Mi conforta poco lo schiaffo ricevuto per tre volte dalla maggioranza con la bocciatura, in Senato, di alcune norme del disegno di legge sulla sicurezza volute dalla Lega. E’ bastato che il Super, da Tripoli, digrignasse i denti e subito è passata la proposta che cancella il dovere dei medici alla non denuncia. Così gli immigrati irregolari ci penseranno su due o tre volte prima di rivolgersi ad una struttura sanitaria pubblica, ma intanto correremo rischi gravi anche noi tutti. L’allarme è arrivato dalle stesse file della Pdl, per bocca di Galan, il Presidente, forzista, della Regione Veneto che ha invitato a fare attenzione al rischio che si creino malattie clandestine portate dagli immigrati, perdendo il controllo sanitario del territorio e mettendo in pericolo la salute di tutti gli italiani.
Milano: C’è pure un altro fatto che mi colpisce in questi giorni: la crociata dei lavoratori inglesi contro l’inserimento di lavoratori italiani. Nel civile Regno Unito mi sembra un episodio da non sottovalutare: chi andrà veramente di mezzo a seguito delle scelte aziendali del maggior profitto e minimizzazione dei costi? I lavoratori italiani. I veri deboli, quelli contro cui verrà riversato rancore e peggio ancora disprezzo. Ancora una volta, per citare un luogo comune, una guerra di poveri contro poveri.
Napoli: A me fanno venire in mente i manzoniani “capponi di Renzo”, che “s’ingegnavano a beccarsi l’uno con l’altro, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.
Milano: Insomma, si spenderanno anche belle parole, ma poi a chi importa veramente che per sopravvivere si debba essere costretti a lasciare la propria casa e a subire umiliazioni ? A pochi forse. Non voglio entrare nel circolo delle frasi fatte che pretendono di dare delle risposte pseudosociologiche su quanto incida l’elemento xenofobo o il retaggio culturale di un passato bla bla bla, ma resta il fatto che immigrati e migranti siano un problema mondiale rispetto al quale non esistono risposte chiare, programmi concreti condivisi. Guarda nella vecchia Europa: gli immigrati? Molto spesso ciascun Paese fa la gara nel dichiararne più degli altri in maniera tale da sentirsi assolto nel compito dell’accoglienza oppure al contrario si risponde: “Là ne hanno molti di più. Quindi siccome qui ne abbiamo di meno è tutto sotto controllo”. Sotto controllo un bel niente! Il controllo è nelle mani di organizzazioni mafiose che di questo enorme problema hanno fatto un business colossale!
Napoli: Clan e famiglie malavitose possono continuare a dormire tra sette guanciali. Anzi, il Governo gli sta preparando pure il letto sul quale potranno adagiarsi mentre gruppi e gruppi di immigrati li ristorano lavorando per loro al prezzo della sopravvivenza in un Paese che non li vuole e che, di fatto, li perseguita. Basta leggere il disegno di legge sulla sicurezza, per rendersene conto. Certo che c’è bisogno di controllo, che gli immigrati vanno puniti quando commettono reati, ma al pari dei nostri connazionali. La sicurezza al Paese non la si assicura con la messa al bando. Impedire ad un essere umano di potersi curare presso una struttura pubblica vuol dire perseguitarlo. A chi ritiene che persecuzione sia una parola troppo grande, chiedo: come si chiama, a casa vostra, il persistente maltrattamento o la sistematica discriminazione di un individuo o di un gruppo da parte di un altro gruppo? Non è forse questo che sta avvenendo in Italia?

Milanonapoli e ritorno
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà

milano_napoli@libero.it

 


Stefano Florio
Letizia Brichetto Arnaboldi coniugata Moratti – "L'incompiuta" Sindaca ?

Non me ne voglia il famoso compositore austriaco Franz Schubert se utilizzo il nome con cui è comunemente nota la sinfonia numero 8 in si minore da lui composta a partire dall’autunno del 1822 per dedicare alcune riflessioni sull’operato del Sindaco di Milano Letizia Moratti da quando si è insediata oltre due anni e mezzo fa a Palazzo Marino (precisamente dal maggio 2006).
A lei dedicai, poco meno di un anno fa, un pezzo sempre per questa newsletter (
precisamente nel numero 119 del 14 marzo 2008) soprattutto plaudendone l’iniziale vigore decisionale e il forte e positivo impatto mediatico del suo agire alla vigilia soprattutto, allora, della decisione – poi favorevole a Milano – del Bureau des Expositions in ordine alla città che avrebbe ospitato nel 2015 l’Esposizione Universale.
Da allora molto è capitato e il giudizio sul suo operato è ad oggi sostanzialmente in chiaro scuro in ragione di alcune positive iniziative che ha introdotto e avviato a fronte però di molte vicende poco illuminate. Ma vediamo in rapida sintesi un bilancio in ordine alle principali questioni problematiche legate al suo operato e che, soprattutto mediaticamente, ne hanno caratterizzato e ne stanno caratterizzando l’andamento. Tra i primi provvedimenti della Giunta Moratti che hanno attirato maggiori attenzioni mediatiche c'è stata l'introduzione dell'Ecopass, entrata a regime il 2 gennaio 2008 nonostante una dura opposizione di molti esponenti della sua stessa maggioranza (su questo provvedimento le dimissioni dell'allora assessore alla salute Carla De Albertis). Secondo le fonti ufficiali, i primi 12 mesi di sperimentazione sono state un successo (i dati ufficiali sono presenti sul sito: http://www.comune.milano.it/dseserver/ecopass/index.html) ma è di questi giorni la notizia del richiamo dell’Europa a Milano per i troppi giorni di superamento delle soglie di allarme per l’inquinamento. Da milanese certamente un segnale importante è stato il tangibile incremento determinato nel numero di utilizzatori dei mezzi pubblici (e quindi un messaggio di cambiamento anche nei comportamenti individuali) a fronte del quale, dal momento che questi erano i dichiarati intendimenti del Sindaco, ora ci si aspetta un sensibile e concreto miglioramento del servizio offerto a fronte di massicci investimenti iniziali sostenuti (e di migliaia di multe impazzite fioccate…..). Quindi un provvedimento questo ancora in attesa di una attenta valutazione in termini di costi-benefici che solo il tempo potrà dare ma certamente significativo per i segnali lanciati e per questo da molti (ad es. le organizzazioni ambientaliste) apprezzato.
Così come ancora in corso è la vicenda degli incarichi dirigenziali che il Sindaco ha affidato al momento del suo insediamento e in ordine a cui la Moratti è stata ed è ancora al centro di vicende giudiziarie. Il 29 novembre 2007 Letizia Moratti è stata iscritta nel registro degli indagati per abuso d’ufficio a scopo patrimoniale nell'ambito dell'inchiesta sugli “incarichi d'oro" affidati a consulenti esterni. Le indagini sono state avviate dalla Corte dei Conti e dalla Procura di Milano. L'amministrazione Moratti avrebbe infatti proceduto ad assunzioni tramite incarichi esterni in contrasto però con la normativa in materia in base alla quale i contratti con dirigenti esterni non dovrebbero superare il 5% del totale (secondo l’accusa lei ne avrebbe assunti il 25% del totale). Lo scorso maggio la Corte dei Conti ha contestato inoltre al Sindaco l'assunzione di un numero considerevole di collaboratori esterni a cui mancherebbero i requisiti di professionalità e competenza richiesti (e questo attraverso un'illegittima modifica del regolamento degli uffici e dei servizi del Comune), con la richiesta di 7 milioni di euro per un danno erariale. Sebbene lo scorso dicembre il pm Alfredo Robledo abbia chiesto al gup l'archiviazione di Letizia Moratti (e degli altri indagati fra cui l’ex DG Giampietro Borghini), è di metà gennaio la notizia che il giudice dell'udienza preliminare Paolo Ielo vuole approfondire le ragioni che stanno alla base della richiesta di archiviazione firmata a dicembre (che pur individuando profili di responsabilità contabile per danno erariale a carico degli indagati, ha però escluso profili penalmente rilevanti nella loro condotta) e ha fissato per il 12 marzo una Camera di consiglio nella quale ascolterà accusa e difesa. A quel punto, deciderà se confermare la chiusura del caso, se affidare alla Procura nuove indagini o se ordinare al pm di formulare l'imputazione. Una vicenda quindi dai contorni ancora da definire ma certamente poco edificante per chi ne è coinvolto e che getta ombre sull’operato degli amministratori.
Anche su un fronte prettamente gestionale la decisione di procedere, appena insediatasi, ad una massiccia riorganizzazione interna (a cui si lega anche la questione degli affidamenti di incarichi dirigenziali sopra menzionata) ha sortito parecchie problematicità, problematicità forse all’origine di un notevolissimo (e fortemente disfunzionale) turn over fra il personale con incarichi apicali (soprattutto assunto dall’esterno) che ha di molto rallentato l’attività dell’apparato amministrativo-burocratico dell’Ente (come più volte emerso sui giornali, l’opposizione ha criticato duramente in questi mesi Sindaco e Giunta per la bassa produttività del Consiglio Comunale determinata dalla scarsità di atti deliberativi portati ad approvazione).
E che dire ancora dell’affaire derivati: di pochi mesi fa la notifica di nove avvisi di garanzia (sette per funzionari degli istituti di credito selezionati come "arranger" dal Comune di Milano ai tempi dell’ex Sindaco Albertini e due per ex collaboratori del Sindaco stesso) da parte del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Milano; l'ipotesi di reato è truffa aggravata nei confronti dell'ente pubblico da parte degli istituti di credito con il concorso dei pubblici funzionari. L’opposizione accusa la Moratti – sebbene non coinvolta direttamente perché all’epoca non aveva incarichi in comune – di non aver affrontato con decisione la vicenda fin dall’origine, cioè da metà del 2007. Ancora di difficile quantificazione il rischio di esposizione e di danno patrimoniale per il Comune di Milano conseguente al comportamento fraudolento degli importanti istituti di credito coinvolti (Jp Morgan, Ubs, Deutsche Bank e Depfa). Da mesi è nota questa situazione di rischio per gli enti locali (il Comune di Milano è in buona compagnia) come documentato dalla trasmissione Report nel corso di questi mesi (si veda ad esempio una puntata dal titolo “Il banco vince sempre” visionabile su http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-Report^23^37208,00.html). Anche su un piano prettamente politico la gestione Moratti ha fatto registrare parecchie battute di arresto: lo scontro con gli assessori Sgarbi, Maiolo e la già citata De Albertis è paradigmatico di un rapporto che è stato finora sempre molto e forse troppo conflittuale con la maggioranza di centro destra che l’ha appoggiata e voluta nel 2006 (in questo restando molto fedele al suo predecessore che era solito ricordare, nei momenti di maggiore frizione con assessori e consiglieri di maggioranza che “nel cassetto ho sempre pronta e firmata la lettera di dimissioni”). Su tutte le questioni di principali rilevanza per gli interessi di Milano (ovviamente l’Expo ma anche Linate, Malpensa, le infrastrutture ecc.) la Moratti non ha mai trovato finora adeguata attenzione da parte del governo, in particolare del Ministro Tremonti fino alla famosa intervista dei primi di gennaio da lei rilasciata a Maria Annunziata su Rai 3 nella trasmissione “In mezz’ora” (visibile su http://www.affaritaliani.it/milano/INSIGHTaffarimorattigovernoFMMI120109.html) in cui lo scontro con il governo è arrivato ai massimi livelli (di questi giorni poi il nuovo fronte aperto sul taglio di investimenti da parte degli enti locali per evitare lo sforamento del patto di stabilità imposto dal Ministro e fortemente penalizzante per Milano.)
Per concludere, come accennato poc’anzi, la partita Expo: dal 31 marzo 2008 ad oggi è stato un susseguirsi di stop and go e molti dubbi ormai si stanno addensando addirittura sull'opportunità di ospitare o meno un evento come Expo 2015 (e rimando alla sezione dedicata all’Expo dentro il sito del CFP per il racconto tragicomico di 10 mesi di imbarazzanti e drammatici ritardi). L'entusiasmo dei primi giorni dopo la vittoria sembra essersi spento in tutti gli attori principali della vicenda e si intravedono all’orizzonte più nuvole che raggi di sole. Dopo una strenua battaglia, combattuta sempre in prima persona e con grande autorevolezza e capacità, Expo 2015 da straordinaria opportunità per Milano e l’Italia si sta lentamente ma inesorabilmente trasformando, forse al di là di particolari demeriti del Sindaco, nella sua Waterloo.
Tralascio ma solo per ragioni di spazio sulle tante iniziative lodevoli inoltre promosse in questi oltre due anni (ad. es. il processo di approvazione del nuovo PGT, i sei progetti bandiera sull’innovazione, i progetti per l’internazionalizzazione della città e l’attrazione di talenti ecc.) lasciando ai lettori e fra due anni soprattutto agli elettori la responsabilità di esprimere proprie valutazioni; chiudo con una domanda: ma Milano non doveva essere per la Sig.ra Moratti il trampolino di lancio per Palazzo Chigi? Da milanese mi interessa ben poco, certamente meno delle sorti della città e per questo l’auspicio è di avere sempre una sindaca all’altezza del compito affidatale dagli elettori.

s.florio@libero.it

 


Valerio Pulga
Wikipedia inattendibile? No, è l’essere umano ad esserlo!

“….Gli esseri umani sono un'infezione estesa, un cancro per questo pianeta: siete una piaga….” Così l’agente Smith parla degli esseri umani a Morpheus nel film Matrix. Precisa inoltre che “… tutti i mammiferi di questo pianeta d'istinto sviluppano un naturale equilibrio con l'ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l'unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un'altra zona ricca. C'è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il VIRUS…”
Non è forse vero? Si consideri come l’uomo sta sfruttando e distruggendo la Terra e le sue risorse. Sarebbe comunque limitativo parlare di uomo/virus solo riferendoci alle problematiche ambientalistiche. Nonostante l’intelligenza e l’estro dell’uomo abbiano portato a scoperte scientifiche, alla creazione di opere d’arte e all’invenzione della tecnologia più varia, sembra che negli esseri umani l’anima creatrice conviva con quella distruttrice: l’uomo è stato, è e probabilmente sarà la causa dei suoi mali. Pensiamo ad internet. Grande invenzione. Tutto il mondo può ora comunicare in qualsiasi momento in tempo reale. Tuttavia non si è fatto in tempo ad esaltarne le potenzialità che internet si è trasformato nella più grande minaccia per i pc, per la moralità dei giovani, per i nostri soldi! Dai Virus alle truffe on-line, dai siti pedopornografici a quelli che istigano a delinquere: dopo aver creato il mondo virtuale gli esseri umani si sono insediati in esso, si sono moltiplicati finché c’erano potenzialità da sfruttare e poi…gli esseri umani stessi sono diventati il cancro del mondo virtuale!  “C’era un sogno una volta che era Roma” (Gladiator, Ridley Scott, 2000) e quel sogno che fine ha fatto? Chi l’ha distrutto?
Nel 2001 Jimmy Donal Wales detto Jimbo, volle regalare all’uomo un altro sogno: un sapere libero, un'
enciclopedia online, multilingue, a contenuto libero, redatta in modo collaborativo da volontari e sostenuta da un'organizzazione senza fine di lucro: Wikipedia. Oggi, come per ogni cosa creata o venuta in contatto con l’uomo, siamo qui a constatare che se utopia era, utopia rimarrà. Se l’uomo è incapace di non distruggere quanto di buono ha creato come stupirsi dello scricchiolare di wikipedia e della sua presunta attendibilità? Dove non c’è un Cerbero a far da guardia, l’anarchia  prende il sopravvento.
Incapaci di trarre lezioni da 2000 anni di storia siamo giunti alla società dell’individualismo, dell’io come religione e fonte del sapere assoluto. Non c’è più nulla che gli altri possano insegnarci, non c’è nessuna voce se non la nostra che deve essere ascoltata! Politici italiani docent. Con questi presupposti cosa possiamo sperare di trovare in una enciclopedia dove ognuno è libero di aggiornarne le “voci”? Che prospettive ci possono essere per una conoscenza comune se ognuno porta avanti la propria visione soggettiva? Se anche laddove dovrebbe valere una precisione scientifica non è mai esistita una visione comune (dalla forma della Terra alle possibili conseguenze dell’esperimento del Cern), quante  possibili interpretazioni potremmo avere degli avvenimenti storici? Non bastasse ciò, come detto, oggi ci troviamo di fronte esseri presuntuosi incapaci di ammettere i propri limiti e, cosa ancora più grave, pronti a dispensare le loro “astruse” conoscenze: si provi a ricercare on-line la soluzione ad un problema informatico! Il protagonismo sfrenato di questa società ha portato “Nonciclpopedia”, la parodia di Wikipedia, a precisare tale monito (http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Wikipedia ): “Sfottere wikipedia = BENE, Insultare wikipedia = MALE, Vandalizzare wikipedia "in nome di una presunta superiorità di nonciclopedia" = MALISSIMO. Se vandalizzate i siti altrui non siete eroi, siete coglioni. E siete pregati di andare a fanculo”.
Deve essere nostro obbiettivo primario portare la società ad un grado di evoluzione tale per cui l’autodistruzione dell’individualismo non sia più innata!



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