Davide Biassoni
Sull’evoluzione del centrodestra dopo il caso Englaro
Dopo il virulento scontro politico-istituzionale, esploso attorno alla drammatica vicenda di Eluana Englaro, sembra farsi avanti un opportuno senso di compostezza e razionalità, dopo giorni sconquassati da polemiche al calor bianco e da un clima di scontro ideologico che ha raggiunto picchi inconcepibili ed inediti. Era necessario ricomporsi attorno ad un minimo comun denominatore di rispetto fra istituzioni, partiti e leaders politici, sebbene la collisione abbia lasciato ferite e strappi che non sarà semplice risanare. La vexata quaestio dell’indefinibile soglia al di là della quale la vita diventerebbe non-vita (sebbene non sia ancora morte) ha posto in rilievo, in modo indelebile, l’importanza fondamentale delle questioni etiche e valoriali nel contesto politico-sociale e nella strutturazione stessa del sistema partitico. Peraltro, va rigettata la semplificazione mistificatoria e avvilente di chi vuole dividere il campo fra i promotori della vita versus quelli della morte. Invero, alle fondamenta dovrebbe esserci il rispetto reciproco fra opinioni distinte, ché la mutua denigrazione conduce ad uno scontro “militarizzato” dove l’esito sarebbe quello della sopraffazione di un orientamento sull’altro. La contrapposizione è accettabile fintantoché la contesa avviene tra avversari, non tra nemici disposti ad alzare senza limite il livello dello scontro per soverchiare la controparte. Una frattura, un cleavage, comunque c’è, anzi era già emerso più volte su altri temi sensibili, posti in risalto dalla nuova modernità: diritti civili per le nuove forme di convivenza (Pacs, Dico); procreazione assistita e Legge 40 (con annesso fallimento dei 4 quesiti referendari); introduzione della pillola Ru486 e polemiche sull’eventuale revisione della normativa sull’aborto; confini della ricerca scientifica, soprattutto riguardo alla clonazione e all’uso delle cellule staminali embrionali; infine, i dilemmi derivanti dal progresso scientifico, implicanti i limiti della cosiddetta “vita artificiale”, dell’accanimento terapeutico, fino all’eutanasia. Dunque, gli schieramenti (anche trasversali) si sono coagulati su due fronti: coloro che danno la precedenza all’autonomia e alla libertà dell’individuo nello scegliere ciò che sia meglio per se stessi nelle diverse circostanze dell’esistenza (una posizione pro-choice); dall’altro, coloro che (altrettanto legittimamente) ritengono che la libertà dell’individuo debba trovare un limes invalicabile nel valore universale della sacralità della vita, dei principi morali e degli insegnamenti ispirati al cattolicesimo. Questa emergente frattura socio-politica – che sussume il “vecchio” steccato laici-cattolici – ha prodotto evidenti incongruenze ed attriti (talvolta paralizzanti) soprattutto nel centrosinistra, in particolare nel Partito Democratico, nel quale tale cleavage si ripresenta in nuce, ancorché il progetto del PD sia proprio quello di proporsi come esempio di possibile conciliazione. Se tale processo di ricomposizione non si può dire ancora compiuto, nel centrodestra il quadro appare più lineare e compatto. Eppure un’eccezione, e non di poco conto, sembra profilarsi nella figura del Presidente della Camera, Gianfranco Fini. Nella vicenda Englaro, la destra si è graniticamente allineata sulle posizioni di Silvio Berlusconi, le quali coincidevano de facto con quelle della Santa Sede; ed anche su altre tematiche, che hanno avuto un impatto ovviamente meno traumatico, il centrodestra si è ritrovato in sostanziale sintonia con le posizioni del Vaticano rispetto ai ripetuti “no” ad unioni diverse dalla famiglia tradizionale, all’elaborazione di una legge sulla fecondazione assistita assai restrittiva (rispetto ad altri paesi europei), al dibattito sulle misure in favore della maternità onde scongiurare il ricorso all’aborto. Il leader di AN si è, invece, smarcato assumendo posizioni più laico-progressiste: dalla richiesta preventiva di un passo indietro della politica per rispettare il dolore e la volontà del padre di Eluana, alla difesa del Presidente della Repubblica nel rifiuto del Colle di controfirmare il decreto del Governo (e il duro alterco con Maurizio Gasparri, capogruppo del Popolo della Libertà a Palazzo Madama); e, in passato, con dichiarazioni possibiliste sulle unioni civili, ai “sì” al referendum sulla Legge 140, al voto amministrativo per gli immigrati regolari (e sul tema dell’immigrazione è la Lega Nord ad essere in netto dissidio con la Chiesa Cattolica). Ciò detto, FI ed AN stanno ormai procedendo inesorabilmente verso il reciproco scioglimento nel PdL e crescono le domande sull’identità del nuovo soggetto politico. Fini dichiarò mesi addietro la sua contrarietà al cesarismo, ovverosia a una formazione plasmata ad immagine e somiglianza del leader. E’ quindi lecito attendersi un’opposizione ad un possibile neo-bonapartismo del Cavaliere, forse desideroso di istituzionalizzare il suo potere carismatico che lo lega direttamente all’elettorato, sostenuto da un apparato monolitico e fedele. “Un uomo, un partito” non è cosa che Fini potrà accettare a cuor leggero: resta da vedere se questi riuscirà a contrapporre l’idea di una destra più liberale, repubblicana e laica, conservatrice ma non paternalista e plebiscitaria.
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