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Home » Newsletter n. 156 - 13 febbraio 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 156 – 13 febbraio 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 156.

Cogliamo l'occasione per segnalare l'iniziativa del senatore professor Pietro Ichino in merito alla presentazione di un disegno di legge per "la transizione al nuovo sistema di protezione della stabilità del lavoro e il superamento del mercato duale". Si può aderire al "Progetto per la transizione al regime di FLEXSECURITY" apponendo la propria firma ad una lettera aperta che verrà inviata al ministro per il Lavoro e il Welfare, Maurizio Sacconi, e al ministro-ombra per il Lavoro e il Welfare, Enrico Letta. Clicca qui per firmare e per conoscere in dettaglio il progetto.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Nicola Pasini
Il punto/ In attesa del testamento biologico


Alessandro Fanfoni
I soliti vizi


Simone Comi
Il futuro di Israele legato ad un Governo di unità nazionale


Valentina Pasquali
La fine della politica bipartisan


Luciano Fasano
Caso Englaro. Una sconfitta per tutti, ma soprattutto per il PD


Davide Biassoni
Sull’evoluzione del centrodestra dopo il caso Englaro


Laura Specchio e Luciana Matarese
Scuorno


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Aggiornamento del 13 febbraio 2009





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Nicola Pasini
Il punto/ In attesa del testamento biologico

Compito di una scuola di formazione politica è anche quello di fare un po’ di chiarezza concettuale, soprattutto laddove regna molta confusione, emotiva oltre che politica. Siamo contenti che il CFP, da sempre, dedichi molta attenzione ai temi dell’etica pubblica applicata al mondo della scienza, della biologia, della medicina, dell’economia, delle professioni e della pubblica amministrazione. In buona sostanza al rapporto tra etica e politica. E, poiché il CFP funziona come un incubatore di idee, di competenze e di professionalità al servizio di futuri dirigenti politici nell’ambito del Partito Democratico, su temi di inizio e fine vita, così come sui rapporti tra economia e politica, vuole prendere il toro per le corna, cercando di analizzare i diversi casi in modo pertinente, senza chiamare in causa, legittimamente o meno, la difesa della Costituzione.
Il tema è il caso di Eluana Englaro che, da oltre una settimana, sta sconvolgendo le coscienze degli italiani, in merito a dilemmi morali molto delicati e difficilissimi da risolvere.

A titolo puramente personale, ritengo che ci troviamo di fronte al problema di stabilire l’autorità delle asserzioni etiche attinenti a politiche pubbliche. Ritengo che una società laica e pluralistica non possa lasciare le decisioni in merito a tale autorità né a coloro che sostengono di sapere che cos’è la vita moralmente buona, né alla maggioranza relativa degli individui coinvolti in una controversia, a meno che si possa presumere che tutti abbiano precedentemente acconsentito a tali procedure. In tale società, gli individui godono di diritti inviolabili, non alienabili ad alcuna autorità, in forza dei quali sono caratterizzati da uno status morale che l’autorità stessa deve rispettare (l’unica eccezione è data da azioni, derivanti da tali diritti, che mettano a repentaglio la convivenza pacifica e civile). Proprio perché l’autorità è limitata dall’esistenza di tali diritti in senso forte, nessuna azione di disturbo può legittimamente essere intrapresa nei confronti di un individuo autonomo, a meno che egli dia l’autorizzazione a interferire in quella che si è soliti chiamare la sua privatezza. Emerge così una concezione di autonomia intesa come capacità di pensare se stessi e gli altri in quanto soggetti che esigono considerazione e rispetto. Questa moralità del rispetto reciproco, che caratterizza il principio di autonomia, si contrappone alla morale interventista intenta ad assicurare il bene (ad ogni costo?) delle persone e degli esseri senzienti in generale, morale che fa suo il principio di beneficenza.
Sulla tutela dei diritti dei cittadini di decidere autonomamente, proteggendoli tanto dall’opinione della maggioranza, quanto dall’azione dei governi, trovo interessante l’esempio dello scultore che rimane tetraplegico e che rifiuta le cure a costo della propria vita, tratto dalla commedia di Brian Clark, Whose Life is It Anyway? E trovo convincente, almeno per me (non voglio e non devo convincere tutti), il commento alla commedia di Gordon Graham, Filosofia e società: un’introduzione, il quale giustamente osserva: “ (…) anche là dove si ha a che fare con le conseguenze più tragiche - la morte di una persona - può essere ancora sbagliato non lasciare decidere a coloro che sono i soli ad avere diritto di pretendere queste decisioni. Pertanto, il fatto che la maggior parte delle persone, forse la stragrande maggioranza, preferirebbe vivere (anche se quadriplegici), piuttosto che morire, non dimostra che una persona possa essere legittimamente obbligata a condividere la stessa valutazione”.
A quando un testamento biologico che rispetti questi principi elementari?

direzione@formazionepolitica.org



Alessandro Fanfoni
I soliti vizi

Davvero poco o nulla cambia sotto il cielo dell’italico centrosinistra. A volte, si ha l’impressione che il nuovo partito sia stato fatto al solo scopo di abbandonarsi con ancora maggior compiacimento ai soliti antichi vizi. Come quello di consacrarsi devoti protettori di una Costituzione eretta a totem e “dinnanzi alla quale inchinarsi” (sono parole del segretario Veltroni). E così, confermando uno straordinario talento per finire fuori fuoco, per scivolare a lato rispetto al cuore delle questioni, cosa decide di fare il Partito democratico - al termine di una settimana nella quale si sono aspramente e confusamente combattute idee opposte di stato e di individuo, di libertà e di responsabilità, di vita e di morte?
Anziché raccogliere intorno a sé quella metà del paese post-ideologica così come post-secolare, che non rifugge l’interrogarsi anche quando esso è scomodo e doloroso pur restando incardinata al buon senso e al rispetto altrui, il PD decide, ancora una volta, quasi fosse ostaggio di un riflesso incondizionato, di rinculare nella difesa della Carta, di fare ritorno a luoghi e a costumi ad esso così famigliari quanto l’urlo “la democrazia è in pericolo”.
Tuttavia, per il centrosinistra, la democrazia in Italia è in pericolo da oltre quindici anni, è in pericolo ogni volta che il centrosinistra è all’opposizione. E si sa, quando si continua a gridare “al lupo” e il lupo non c’è, piano piano si finisce col restare soli.



Simone Comi
Il futuro di Israele legato ad un Governo di unità nazionale

Le recenti elezioni per il rinnovo della Knesset hanno portato ad una situazione abbastanza confusa, in cui non sarà facile trovare un punto di equilibrio che consenta la stabilità necessaria per governare il paese. Nessun Partito è infatti riuscito a vincere con un margine di scarto tale da poter avere una maggioranza forte in Parlamento e le formazioni rappresentanti delle minoranze nazionaliste del paese hanno ottenuto risultati importanti se messi a confronto con quelli ottenuti da Kadima e dal Likud. Nessun vincitore, quindi, ma un solo grande sconfitto: il Partito Laburista guidato da Ehud Barak, relegato al quarto posto e sorpassato dalla formazione di estrema destra Israel Beitenu. Il Partito guidato da Avigdor Lieberman, presentatosi con un programma dai toni estremisti ed anti-arabi, potrebbe essere in grado di rompere gli equilibri politici nel paese.
Non sarà facile per il Presidente Shimon Peres decidere chi, tra Tzipi Livni e Benjamin Nethanyau, avrà l’incarico di formare il prossimo Governo. La situazione appare ancora incerta ma sembra farsi sempre più insistente nelle ultime ore la notizia che il leader del Likud sarebbe in vantaggio rispetto al Ministro degli Esteri uscente perché in grado di formare una coalizione che potrebbe contare su 61 seggi alla Knesset, necessari per poter ottenere il voto di fiducia del Parlamento.
Mentre le linee di politica estera di un’eventuale esecutivo guidato da Tzipi Livni possono immaginarsi fin d’ora come naturale proseguimento di quelle mantenute nel corso degli ultimi anni, rimangono tutte da valutare le posizioni di un Governo guidato da Nethanyau e sostenuto dalle formazioni di estrema destra o nazionaliste. Le affermazioni del capo negoziatore palestinese Saeb Erekat, secondo cui i risultati elettorali mostrerebbero la volontà degli israeliani di favorire una paralisi dei rapporti, sono da leggersi come un primo campanello d’allarme rispetto alla possibilità che il processo di pace possa naufragare come già successo in passato. Neanche le dichiarazioni di Shimon Peres, che ha sottolineato come il prossimo esecutivo non dovrà bloccare le trattative con i palestinesi, sembrano quindi poter garantire un futuro certo per i negoziati tra i due Governi. La scelta del prossimo premier sarà fondamentale non solo per ridefinire i rapporti di forza politici all’interno di Israele ma ancor più per determinare le posizioni future rispetto alle questioni riguardanti la sicurezza nazionale e gli equilibri regionali. La formazione di un Governo di unità nazionale, composto da Kadima e Likud, sembra costituire al momento l’unica possibilità per mantenere aperto un canale negoziale credibile e duraturo. Non è quindi da escludersi la possibilità che i due candidati decidano di unire i seggi raccolti nelle ultime elezioni per poter formare una maggioranza solida ed in grado di sfidare anche le scelte più impopolari, utili però per raggiungere un accordo di pace che possa metter fine alle ostilità con il Governo palestinese.

simonecomi@hotmail.com

http://simonecomi.blogsome.com


Valentina Pasquali
La fine della politica bipartisan

Washington D.C. – Dopo qualche settimana di contrattazioni intense, ma in tempi relativamente brevi se si considerano le dimensioni del disegno di legge discusso, la Camera e il Senato americani hanno raggiunto un accordo mercoledì sul pacchetto di stimolo economico da 789 miliardi di dollari voluto dal Presidente Obama, l’intervento più massiccio approvato dal governo americano nel dopo guerra.
Nonostante il tentativo di Obama di costruire un consenso bipartisan attorno alla manovra fiscale, nonostante l’impegno diretto della sua amministrazione nel coordinare le trattative tra repubblicani e democratici, e nonostante le numerose modifiche subite dalla proposta di legge, che sarebbe costata 820 miliardi di dollari nella prima versione passata dalla Camera, e poi addirittura 838 miliardi in quella votata al Senato, per poi sgonfiarsi all’ammontare attuale di 789 miliardi, il pacchetto di stimolo economico dovrà contare quasi esclusivamente sul sostegno dei democratici. Infatti, almeno nelle votazioni preliminari tenutesi sino ad ora, nessun deputato repubblicano si è pronunciato a favore e solo tre senatori si sono mostrati disposti a approvare il disegno di legge. Questo sebbene alcune voci della manovra siano state tralciate proprio nel tentativo di conquistare il sostegno dei repubblicani, come ad esempio parte di quei fondi destinati alla costruzione di scuole e la proposta di utilizzare parte del pacchetto economico al fine di sovvenzionare l’assicurazione sanitaria per quegli americani che si trovano senza lavoro.
La maggior parte dei rappresentanti del partito dell’elefante protestano che si tratta comunque di una manovra fatta solo di inutile spesa pubblica e che non offre sufficienti riduzioni fiscali per le aziende. Per costoro questa è l’ennesima dimostrazione della volontà tutta democratica di rendere il governo sempre più grande e invadente.
Per tutta risposta la leadership democratica, a partire dalla Presidente della Camera Nancy Pelosi, ha già cominciato a lamentare che si sia fatto addirittura troppo per compiacere i conservatori americani, abbandonando alcune priorità fondamentali dell’agenda liberal.
Mentre il paese è attraversato da una crisi di proporzioni storiche, non solo a causa dell’economia, ma anche degli interventi militari in Iraq e Afghanistan che continuano a protrarsi, il fatto che deputati e senatori perseverino in una politica di lotte partigiane, che difficilmente può giovare al paese, potrebbe sorprendere.
In realtà, questo comportamento risulta molto più comprensibile se si prendono in considerazione due aspetti della politica americana che, al momento, riguardano poco il presidente ma molto il Congresso.
Innanzitutto, mentre Barack Obama è fresco alla Casa Bianca, e circondato da uno staff completamente nuovo, alla Camera e al Senato continuano a assieparsi gli stessi deputati e senatori che ne facevano parte nella scorse legislature. Questo significa che permangono tutte le frustrazioni, antipatie personali e passate scorribande partigiane che dividevano i parlamentari americani fino al novembre 2008. Inoltre, va ricordato che il gruppo dei democratici al Congresso, a lungo castigato dall’Amministrazione Bush, ha atteso il nuovo presidente a lungo, nella speranza di poter infine infliggere la propria vendetta e di poter perorare le proprie cause in tutta libertà.
In secondo luogo, e per quanto riguarda l’atteggiamento battagliero già adottato dai repubblicani a neanche un mese dall’insediamento di Obama, va detto che per tanti deputati e alcuni senatori le prossime competizioni elettorali non si terranno fra quattro anni, come nel caso dell’amministrazione, bensì nelle elezioni mid-term del 2010. Quindi, ogni qualvolta un senatore o un deputato propone un provvedimento, o vota a favore o contro un disegno di legge, lo fa tenedo in mente le opinioni dei propri elettori in Kansas o California e il proprio futuro elettorale.
In quest’ottica non è difficile comprendere l’atteggiamento dei repubblicani in merito al pacchetto di stimolo economico, per quanto possa finire con l’essere irresponsabile. La prima amministrazione democratica in otto anni sta cercando di far passare il più ambizioso intervento governativo nell’economia nazionale dai tempi della seconda guerra mondiale, abbracciando una filosofia keynesiana che di certo non appartiene alla tradizione repubblicana e solitamente non piace alla base del partito dell’elefante. Fra l’altro, è davvero difficile a dirsi in questo momento se i 789 miliardi di dollari che verranno riversati nell’economia americana otterranno effetti realmente positivi o se invece si tratterà solo di una inutile goccia nel mare.
In sostanza, i repubblicani vedono davvero pochi incentivi politici a votare per il disegno di legge, visto che potrebbe non funzionare e visto che in ogni caso sarà poco gradito a quegli elettori che dovranno votare per loro fra due anni. Al contrario, questa potrebbe essere per il Partito Repubblicano un’ottima occasione per serrare i ranghi e ritrovare una retorica comune dopo la debacle elettorale, sperando che i democratici oggi in controllo di Camera, Senato e Casa Bianca si complichino la vita da soli, spingendo ulteriormente la spesa pubblica, e quindi il debito.
Tutto secondo copione quindi. Se non che il Presidente Obama non ci sta. Bisogna applaudire il suo tentativo di cercare la mediazione tra republicani e democratici, nella speranza che il senso di responsabilità verso un paese alla deriva convinca tutti a collaborare. E bisogna stare a vedere se Obama continuerà a perseguire questa strada in maniera ostinata, perchè si tratta di un sentiero non percorso da molti anni e che quindi richiede pazienza. Allo stesso tempo non lo si può considerare unico responsabile del successo o del fallimento di una politica di bipartisanship. Obama sta cercando di fare la propria parte. Sia democratici che repubblicani devono però fare la loro.

valentina.pasquali@gmail.com


Luciano Fasano
Caso Englaro. Una sconfitta per tutti, ma soprattutto per il PD

Lunedì sera, alle 20.10, è morta Eluana Englaro. E la sua morte ha tolto per il momento il Parlamento italiano dall'imbarazzo, rispetto all'approvazione di una legge composta da un solo articolo fatta passare a colpi di maggioranza.
Ciò malgrado, la bagarre non è mancata. E non solo nell'uso di toni e parole, che certamente non sono stati di stampo anglosassone. Ma nella ridda di posizioni politiche, oltre che di argomenti, che hanno attraversato trasversalmente centrosinistra e centrodestra. Fornendo così all'opinione pubblica una prova di palese impotenza. Il tema del passaggio dalla vita alla morte, in presenza di una straordinaria dilatazione delle capacità di intervento dell'uomo attraverso le metodologie di rianimazione, è estremamente complesso e denso di implicazioni religiose, filosofiche, scientifiche e giuridiche. E la discussione parlamentare sul Ddl proposto dal Governo non gli può far certo onore. Il punto è però un altro: nessuno ha realmente la voglia di discuterne. Il centrodestra ha deciso di rispolverare un dibattito sulla cultura della vita che in molte altre occasioni non ha fornito contributi risolutivi su questioni eticamente sensibili. Accompagnandola con una punta di demagogia, che di fronte a scelte difficili non gusta mai, specie se si vuole raccogliere del facile consenso. Il centrosinistra, invece, sceglie di combattere la battaglia in difesa della Costituzione, per nascondere dietro una coltre di fumo l'incapacità di trovare una soluzione di merito, diviso com'è fra cattolici e laici. Poco male per il PdL che comunque si ritrova unito in una battaglia ideologica. Una grave sconfitta per il PD, che fra le sue ragioni costitutive aveva il superamento della divisione fra laici e cattolici per la costruzione di una nuova modernità.

luciano.fasano@unimi.it

 


Davide Biassoni
Sull’evoluzione del centrodestra dopo il caso Englaro

Dopo il virulento scontro politico-istituzionale, esploso attorno alla drammatica vicenda di Eluana Englaro, sembra farsi avanti un opportuno senso di compostezza e razionalità, dopo giorni sconquassati da polemiche al calor bianco e da un clima di scontro ideologico che ha raggiunto picchi inconcepibili ed inediti. Era necessario ricomporsi attorno ad un minimo comun denominatore di rispetto fra istituzioni, partiti e leaders politici, sebbene la collisione abbia lasciato ferite e strappi che non sarà semplice risanare. La vexata quaestio dell’indefinibile soglia al di là della quale la vita diventerebbe non-vita (sebbene non sia ancora morte) ha posto in rilievo, in modo indelebile, l’importanza fondamentale delle questioni etiche e valoriali nel contesto politico-sociale e nella strutturazione stessa del sistema partitico. Peraltro, va rigettata la semplificazione mistificatoria e avvilente di chi vuole dividere il campo fra i promotori della vita versus quelli della morte. Invero, alle fondamenta dovrebbe esserci il rispetto reciproco fra opinioni distinte, ché la mutua denigrazione conduce ad uno scontro “militarizzato” dove l’esito sarebbe quello della sopraffazione di un orientamento sull’altro. La contrapposizione è accettabile fintantoché la contesa avviene tra avversari, non tra nemici disposti ad alzare senza limite il livello dello scontro per soverchiare la controparte. Una frattura, un cleavage, comunque c’è, anzi era già emerso più volte su altri temi sensibili, posti in risalto dalla nuova modernità: diritti civili per le nuove forme di convivenza (Pacs, Dico); procreazione assistita e Legge 40 (con annesso fallimento dei 4 quesiti referendari); introduzione della pillola Ru486 e polemiche sull’eventuale revisione della normativa sull’aborto; confini della ricerca scientifica, soprattutto riguardo alla clonazione e all’uso delle cellule staminali embrionali; infine, i dilemmi derivanti dal progresso scientifico, implicanti i limiti della cosiddetta “vita artificiale”, dell’accanimento terapeutico, fino all’eutanasia. Dunque, gli schieramenti (anche trasversali) si sono coagulati su due fronti: coloro che danno la precedenza all’autonomia e alla libertà dell’individuo nello scegliere ciò che sia meglio per se stessi nelle diverse circostanze dell’esistenza (una posizione pro-choice); dall’altro, coloro che (altrettanto legittimamente) ritengono che la libertà dell’individuo debba trovare un limes invalicabile nel valore universale della sacralità della vita, dei principi morali e degli insegnamenti ispirati al cattolicesimo. Questa emergente frattura socio-politica – che sussume il “vecchio” steccato laici-cattolici – ha prodotto evidenti incongruenze ed attriti (talvolta paralizzanti) soprattutto nel centrosinistra, in particolare nel Partito Democratico, nel quale tale cleavage si ripresenta in nuce, ancorché il progetto del PD sia proprio quello di proporsi come esempio di possibile conciliazione. Se tale processo di ricomposizione non si può dire ancora compiuto, nel centrodestra il quadro appare più lineare e compatto. Eppure un’eccezione, e non di poco conto, sembra profilarsi nella figura del Presidente della Camera, Gianfranco Fini. Nella vicenda Englaro, la destra si è graniticamente allineata sulle posizioni di Silvio Berlusconi, le quali coincidevano de facto con quelle della Santa Sede; ed anche su altre tematiche, che hanno avuto un impatto ovviamente meno traumatico, il centrodestra si è ritrovato in sostanziale sintonia con le posizioni del Vaticano rispetto ai ripetuti “no” ad unioni diverse dalla famiglia tradizionale, all’elaborazione di una legge sulla fecondazione assistita assai restrittiva (rispetto ad altri paesi europei), al dibattito sulle misure in favore della maternità onde scongiurare il ricorso all’aborto. Il leader di AN si è, invece, smarcato assumendo posizioni più laico-progressiste: dalla richiesta preventiva di un passo indietro della politica per rispettare il dolore e la volontà del padre di Eluana, alla difesa del Presidente della Repubblica nel rifiuto del Colle di controfirmare il decreto del Governo (e il duro alterco con Maurizio Gasparri, capogruppo del Popolo della Libertà a Palazzo Madama); e, in passato, con dichiarazioni possibiliste sulle unioni civili, ai “sì” al referendum sulla Legge 140, al voto amministrativo per gli immigrati regolari (e sul tema dell’immigrazione è la Lega Nord ad essere in netto dissidio con la Chiesa Cattolica). Ciò detto, FI ed AN stanno ormai procedendo inesorabilmente verso il reciproco scioglimento nel PdL e crescono le domande sull’identità del nuovo soggetto politico. Fini dichiarò mesi addietro la sua contrarietà al cesarismo, ovverosia a una formazione plasmata ad immagine e somiglianza del leader. E’ quindi lecito attendersi un’opposizione ad un possibile neo-bonapartismo del Cavaliere, forse desideroso di istituzionalizzare il suo potere carismatico che lo lega direttamente all’elettorato, sostenuto da un apparato monolitico e fedele. “Un uomo, un partito” non è cosa che Fini potrà accettare a cuor leggero: resta da vedere se questi riuscirà a contrapporre l’idea di una destra più liberale, repubblicana e laica, conservatrice ma non paternalista e plebiscitaria.

biassoni_davide@yahoo.it

 


Laura Specchio e Luciana Matarese
Scuorno

Milano: Il caso Englaro segna un momento estremamente drammatico nella vita e nella storia di questo Paese. La drammaticità, purtroppo, non risiede semplicemente nella tragedia, nel triste epilogo di una vicenda umana senza fine, ma nella spregiudicatezza, nel tentativo di strumentalizzare la vicenda, nei connotati eversivi dell’azione politica del governo Berlusconi supportato da pesantissime ingerenze delle massime autorità ecclesiastiche.La messa in discussione dello Stato di diritto sembra diventata la caratteristica principale della linea e delle posizioni di questo governo, dove le garanzie costituzionali vengono messe al bando; la Costituzione diventa un prodotto “filo sovietico” da sdoganare e, di conseguenza, la storia e la memoria divengono merce avariata di cui è bene disfarsi per lasciare posto non al vuoto di regole, ma a un qualche cosa che ricorda vagamente uno “staterello”assoluto.

Napoli
: Ti sembrerà strano, mi conosci come una persona loquace e sai che non mi sottraggo al confronto, ma stavolta cedo il passo. In un Paese in cui le parole vanno perdendo di significato tanto sono abusate, al punto da diventare logore come stracci, in cui tutti sembrano conoscere il prezzo di ogni cosa ma il valore di niente, vorrei rivendicare un diritto, tutto personale, ma che in casi come questi si farebbe bene a praticare in tanti: il diritto al silenzio. La libertà di scegliere di stare zitti, di fronte al dolore di uomini come noi, dinanzi al mistero della vita e della sua fine.

Milano
: In questa situazione non può esistere libertà. L’individuo è sottoposto alle decisioni di qualche pseudo autorità che si autolegittima a decidere per noi. Sì, perché chi è legittimato a decidere per noi stessi? Una sorta di comunità che in base a una “delega” arrivata da non so dove e neanche da chi si pone al di sopra delle nostre scelte personali? Mi piacerebbe sapere da dove arriva questa delega a decidere. Inoltre, siccome si parla sempre di prove (non è provato che Eluana non soffrisse - la scienza non è degna di spiegare questo quesito, in questo caso; non si crede alle parole di Beppino Englaro circa le volontà espresse dalla figlia - nessuno l’ha sentito - e le mille altre accuse e volgarità di cui è stata sommersa la sua famiglia) allora, se di prove di tratta, vorremmo, di converso, avere le prove che chi accusa di omicidio e altre scelleratezze abbia dalla sua le prove della propria legittimità di quel che afferma e di decisione. Da chi le ha ricevute? Quando sarebbe accaduto? E con quali modalità? E come mai chi si rimette alla volontà divina poi vuole ricorrere agli artifici della scienza per tenere in “vita” persone che altrimenti l’avrebbero già persa?

Napoli
: Io non ho risposte, ma so che non le ha neanche chi ci impone le sue, a suon di litigi, accuse, tentennamenti, scontri creati ad arte e ritrattazioni del giorno dopo. Solo, vorrei che prevalessero il diritto e la tutela della libertà di scelta di ciascuno, che è la straordinaria lezione di vita che ci ha lasciato Eluana con la sua morte, attraverso la testimonianza del padre. E mi vergogno per la barbarie del Paese in cui mi è dato vivere. Anzi, per ribadire le mie origini, quello che provo, più precisamente, è “scuorno” che è una vergogna al quadrato, una vergogna di cui ci si deve vergognare, una vergogna che esce dal confine privato e si estende al pubblico, per riverberare di lì nella coscienza individuale, in un rimando ininterrotto.

Milano
: E intanto in tv la questione assume sempre più le tinte di un fatto di cronaca, hai notato? Qualcuno tenta di avvolgere la questione nella nuvola del fatto di cronaca nera. Di nuovo vengono fatti passare messaggi fuorvianti. Si gioca sull’emotività, tralasciando la sostanza del problema. Così fa pure “comodo” continuare su questa strada, sia per completare disegni ben lontani dal realizzare una democrazia matura sia per insabbiare il più possibile gli enormi problemi di cui siamo investiti: crisi economica, disoccupazione crescente … Siamo alle solite.

Napoli
: Pigliatevi scuorno!

Milanonapoli e ritorno
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà

milano_napoli@libero.it


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Aggiornamento del 13 febbraio 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 del sito del CFP per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
Ancora una volta saltata la nomina di Paolo Glisenti alla carica di Amministratore Delegato di Expo 2015 Spa. È stata una fumata nera infatti quella uscita dalla riunione di giovedì 29 gennaio del Consiglio di Amministrazione che, al primo punto all'ordine del giorno, aveva il recepimento del dossier di candidatura presentato al Bie. Le indicazioni emerse al termine della riunione, durata poco più di due ore, hanno messo in evidenza che la ricapitalizzazione della società è diventato un vero e proprio nodo da sciogliere per poter rendere operativa la Società di Gestione ed è stata nuovamente rinviata la questione della nomina di Glisenti. Quanto al ruolo del Ministero del Tesoro in tutta questa partita, la Presidente Bracco ha dichiarato a fine riunione: "E' il primo che si è reso conto della necessità di questa capitalizzazione e si sta muovendo in questa direzione". Nessuna indicazione, tuttavia, è emersa per la convocazione di una eventuale Assemblea dei soci che dovrebbe approvare l‘operazione di ricapitalizzazione. "L'assemblea - si è limitata a dire la Bracco - ci sarà quando i soci l'avranno decisa".
Quindi sono giunti due veri e propri fendenti contro l’Expo: da un lato la Corte dei Conti ha sollevato lo scorso 26 gennaio parecchi dubbi sui fondi stanziati dallo Stato per finanziare la kermesse di Expo 2015, facendo così crollare una delle poche certezze fin qui garantite dallo stesso Sindaco Moratti. Dall'altro, è partita da Roma una circolare firmata dal Ministro dell'Economia Giulio Tremonti ed indirizzata a tutti i sindaci, nella quale si ammoniscono questi ultimi dall'utilizzare i proventi delle vendite degli immobili per finanziare investimenti futuri. Per quanto concerne la prima questione, la magistratura contabile ha analizzato il piano di investimenti previsto dal Governo - 1,4 miliardi di euro - in vista dell'Expo 2015 (30 milioni nel 2009, 45 nel 2010, 59 nel 2011, 223 nel 2012, 564 nel 2013, 445 nel 2014 e 120 nel 2015) e si è detta preoccupata per un crescendo di spesa nel corso degli anni che, a suo dire, non risulta sufficientemente giustificato. Nella relazione quadrimestrale sulla legge di spesa, la Corte dei Conti ha infatti posto l'accento sull'incredibile disparità di risorse stanziate nel biennio 2013-2014 in rapporto al triennio 2009-2011; una disparità che non sarebbe stata sufficientemente motivata. Secondo il Comune di Milano, questa articolazione annuale del budget sarebbe stata pianificata in fase di candidatura dal Governo Prodi nel momento in cui Milano ha presentato il suo progetto al Bie e che la copertura sarebbe stata garantita da una lettera firmata dallo stesso ex Presidente del Consiglio.
Per quanto riguarda, invece, l'altra tegola abbattutasi sulla testa del Sindaco Moratti, gli effetti potrebbero rivelarsi ancora più disastrosi perché immediati. Le nuove regole relative al Patto di Stabilità tra Comuni e Stato, infatti, proibiscono ai sindaci di usufruire dei fondi acquisiti valorizzando il proprio patrimonio immobiliare. Per quanto riguarda il Comune di Milano si tratta di 125 milioni di euro, circa un quarto della spesa annuale del Comune stesso. Secondo la circolare del Ministero dell'Economia, tuttavia, esistono due strade: la prima consiste nel violare il Patto di Stabilità, incappando così in un'ammenda e in una decurtazione dei fondi per il prossimo anno; la seconda è quella di bloccare tutti gli investimenti. Il rischio, dunque è quello che i cantieri rimangano aperti per un periodo di tempo assolutamente imprevedibile e che non vengano portati a termine nemmeno per il termine ultimo del 2015.
Vicenda ricapitalizzazione della Società di Gestione: con una lettera indirizzata ai soci la Bracco ha chiesto il 3 febbraio la ricapitalizzazione della società per 10 milioni di euro. La questione era stato sollevata giorni fa dal Presidente del Collegio Sindacale Dario Fruscio, allorquando fece notare al board che il capitale societario rischiava di scendere sotto la soglia limite consentita dalla legge, ragion per cui si rendeva necessario dotare la società dei capitali sufficienti per poter farla operativamente partire. Con la lettera inviata la Bracco ha chiesto in primis al Tesoro, detentore del 40% del capitale, di mettere a disposizione 4 milioni di euro, quindi 2 ciascuno al Comune e alla Regione e i restanti egualmente divisi – 1 milione ciascuno - tra Camera di Commercio e Provincia. La ricapitalizzazione è condizione ormai dirimente e necessaria perchè si sblocchi l'impasse in cui è caduta la macchina dell'Expo: tecnicamente, dopo la verifica tra i soci della Bracco, dovrebbere venire convocato e riunirsi un Consiglio di Amministrazione per procedere alla convocazione dell'Assemblea chiamata a deliberare sulla ricapitalizzazione.
Ad oggi (ieri per chi legge) la situazione è questa: il 9 febbraio la Giunta della Provincia di Milano ha approvato lo stanziamento previsto di un milione di euro (oggi è prevista la discussione in Consiglio) così come la Camera di Commercio ha proceduto nella medesima direzione.
Per quanto concerne Regione Lombardia, la Giunta di mercoledì 11 ha stanziato i propri due milioni di euro mentre il Comune, che avrebbe dovuto approvare la delibera durante la giunta di venerdì scorso 6 febbraio mettendo a disposizione i propri 2 milioni di euro, non ha ancora assunto proprie determinazioni. Infatti il provvedimento è misteriosamente sparito dai tavoli della Giunta e, da più parti, la cosa è stata interpretata con la volontà della Moratti di attendere che sia soprattutto il Governo a mantenere gli accordi presi in fase di candidatura. La delibera di Giunta dovrebbe essere portata in votazione domani (oggi per chi legge) o al più tardi settimana prossima.
E il Governo appunto? Lo stanziamento di 4 milioni di euro è stato inserito nel decreto cosiddetto“Milleproroghe“ che è stato approvato proprio ieri mercoledì 11 in Senato e ora dovrà essere approvato anche alla Camera. Vedremo nelle prossime ore gli sviluppi della faccenda.
Questione ipotesi di commissariamento: già parecchi mesi fa era circolata l’ipotesi di affidare al Sottosegretario Guido Bertolaso il ruolo di commissario per l’Expo, decisione che comporterebbe l’esautoramento dell’assetto di governance ipotizzato dal duo Moratti-Glisenti. Infatti l‘8 febbraio il Sottosegretario alle Infrastrutture Roberto Castelli sulle colonne de "La Padania" ha dichiarato – salvo poi smentire già l’indomani – che ".....se le cose non dovessero cambiare, lo scenario che si prospetta non sarà certo dei migliori. Il rischio che salti tutto o che arrivi il commissario non sarebbe poi così improbabile....“. Anche il Presidente della Fondazione Fiera Luigi Roth ha chiesto che Glisenti faccia un passo indietro per salvaguardare l’evento e, notizia di oggi (ieri per chi legge), i consiglieri di Forza Italia in Consiglio Comunale hanno scritto una lettera a Berlusconi perchè affronti definitivamente la questione. Poco chiare le ragioni per cui da una parte la Moratti punti così fortissimamene sul suo uomo di fiducia al punto da concorrere allo stato attuale di empasse in cui ci si trova così come quelle legate all’ostracismo di parti rilevanti del Governo sul nome appunto di Glisenti.

Altre notizie infine:

  • il 4 febbraio è nato il Comitato promotore di “Alliance for Africa”: Letizia Moratti, insieme con il Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, il Presidente della Fondazione Milano per l’Expo 2015 Diana Bracco e l’ex Presidente della Repubblica del Ghana John Kufuor (al quale è stata affidata la presidenza del Comitato). hanno sottoscritto un accordo per la realizzare di progetti di sviluppo nel campo della formazione, in particolare nel settore agro-alimentare, della sanità e dei servizi pubblici.
  • Venerdì 6 febbraio la Moratti ha presentato la “Consulta architettonica dell’Expo 2015” composta dal prof. del Politecnico di Milano Stefano Boeri, il catalano Joan Busquets, lo svizzero Jacques Herzog (che in tandem con il collega Pierre De Meuron ha firmato lo stadio olimpico di Pechino), lo statunitense William McDonough e l’architetto e urbanista inglese Richard Burdett (uno degli advisor per le Olimpiadi di Londra).
  • Sono stati sottoscritti due Accordi bilaterali di collaborazione in vista dell’Expo con le Amministrazioni di Verona e Lecco, protocolli che s'inseriscono nel network di accordi con diverse amministrazioni comunali che ha preso avvio nello scorso luglio attraverso un protocollo con l’ANCI.
  • Il PD milanese organizza sabato 14 febbraio a Palazzo Marino “l’Expo Day”, una giornata per discutere di questo evento attraverso voci, storie ed esperienze diverse da parte di interlocutori privilegiati milanesi e non.

 
Alla prossima.

s.florio@libero.it





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Anno 3 Numero 108 – 14 dicembre 2007
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