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Home » Newsletter n. 157 - 20 febbraio 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 157 – 20 febbraio 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 157.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Nicola Pasini
Il punto/ Tempi bui per il Pd


Alessandro Fanfoni
La regola della sinistra. E ora?


Davide Biassoni
Partito Democratico, ultima chiamata


Laura Specchio e Luciana Matarese
Il sogno infranto del Pd: the show must go on


Simone Comi
Il nuovo approccio internazionale dell’amministrazione Obama


Valentina Pasquali
I soldi non bastano, bisogna anche saperli spendere


Luca Rossetti
Il Protocollo di Kyoto e le scelte delle aziende e delle famiglie italiane


Angela Volpe
Milano – Shanghai, la comparazione fuorviante


Enrico Bellini
Avvicinarsi alla politica. Avvicinarsi alle responsabilità


Valerio Pulga
Il giovane appassionato di politica come “Highlander”: ne rimarrà soltanto uno!


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Nicola Pasini
Il punto/ Tempi bui per il Pd

A vent'anni dalla caduta del muro (e' opportuno ricordarlo: 1989-2009), siamo giunti finalmente alla 5a fase, quella dopo PCI-PDS-DS-PD? E' una domanda pertinente? Beh, dopo il collasso del sistema politico dei primi anni Novanta, spazzato via il PSI, implosa la DC, dopo aver visto, nel 1994, lottare - legittimamente - per la leadership due dirigenti quali D'Alema e Veltroni, perchè sorprenderci delle innumerevoli sconfitte del PD, se nel 2009, dopo aver perso culturalmente e politicamente, si ripresenta ancora con le stesse elite e oligarchie, espressione della parte della società italiana che ha mancato l'appuntamento con la modernità (ex o post comunisti e cattolici di sinistra)?
La domanda più angosciante però è se questo (giovane?) PD possa essere riformato oppure no. Lo diciamo nella consapevolezza che, dopo l'auspicata fuoriuscita di una classe dirigente ormai fuori dal tempo, all'orizzonte non si intravede una nuova leadership in grado di dare linfa a questo partito. Tempi bui per il PD, ma che sia la volta buona per uscire dal tunnel e vedere la luce?



Alessandro Fanfoni
La regola della sinistra. E ora?

La regola della sinistra

Sono 15 anni che sono in politica e mi sono confrontato con sette leader diversi, che sono andati a casa. Arriverà l'ottavo e credo non vorrà tradire la regola della sinistra.
Nella girandola impazzita di commenti sulla crisi del Partito democratico, è forse quello del grande avversario, Silvio Berlusconi, che riesce meglio di tutti a esprimere con sintesi caustica ed efficace l’instabilità cronica del centrosinistra italiano, la strutturale vocazione all’autodistruzione, resa ottimamente dall’immagine drammatica della sequenza di leader che si sono avvicendati in questi anni quando dall’altra parte c'è sempre stato solo lui, il Cavaliere.

Qualcosa che non tornava

E in effetti a pensarci bene c’era qualcosa di stonato nell’immagine della conferenza di commiato di Walter Veltroni. Qualcosa che non tornava. Non si trattava dell’eloquio, in classico e impeccabile stile veltroniano. Non si trattava nemmeno dei contenuti, del fatto che i primi venti minuti del discorso siano stati impiegati per fare della sociologia descrittiva anziché analizzare i propri errori, per accusare Berlusconi di aver stravolto le menti degli italiani anziché riconoscere i limiti di un intero gruppo dirigente consacrato al particolare e al tanto peggio tanto meglio, per indicare a chi verrà dopo l’immane compito di rieducare una paese che sta sbagliando anziché ammettere che forse è vero il contrario, che è il Partito democratico ad avere sbagliato.

Quello che non tornava nell’immagine posata e garbata, al limite dell’autocompiacimento, era il fatto che a fianco di Veltroni avrebbe dovuto trovarsi almeno una mezza dozzina di dirigenti per dimettersi insieme a lui, riconoscendo colpe e responsabilità innegabilmente comuni.

L’eterno ritornello

I dilemmi nei quali è solito cacciarsi il centrosinistra non sono sempre di immediata decifrazione. La posta in gioco a volte non è dichiarata ed occorre districare la matassa dei più tortuosi tatticismi per capire cosa accade. Di questa natura è proprio la scelta imposta dalle dimissioni di Veltroni: congresso subito o reggenza temporanea? Ma questi non è altro che una variante di un dilemma più generale – che attiene alla cultura e all’antropologia politica della sinistra - dell'eterno ritornello, dell'indecidibile mulinello che produce l'effetto ottico di un movimento in realtà falso, di un salto che in realtà è solo sul posto e quindi non porta lontano (per questo sono occorsi dieci anni per far nascere il PD - per poi farlo nascere nelle peggiori circostanze immaginabili - e per questo in sedici mesi di reggenza veltroniana, la barca democratica non ha nemmeno rotto gli ormeggi): rompere o conservare? Innovare superando o innovare conservando (come ripete da anni Nicola Pasini)?

E ora?
Congresso o reggenza temporanea? Se alla fine prevarrà quest’ultima, significa che sarà prevalsa la falsa credenza che questa sia la soluzione più prudente e più assennata, mentre il congresso la via più rischiosa. Sarà proprio così? Sarebbe davvero così assennato portare alle urne un partito acefalo, con un segretario temporaneo e con un’identità democratica, se possibile, ancora più indeterminata e confusa di quella di cui si è fatta esperienza fino ad oggi? Non si tratterebbe invece solo dell’ennesimo rinvio del rinvio, della transizione nella transizione, l’esasperata prassi dietro la quale nascondere il terrore del vuoto di carisma, di leadership, di idee e di contenuti? “Rinviamo le decisioni cruciali e la sorte ci aiuterà.”
Dall’altra parte, un congresso anticipato – se fosse un vero congresso, il cui esito non dovrebbe essere scritto prima del suo inizio - non sarebbe la panacea di tutti i mali che affliggono l’universo democratico, ma avrebbe senz’altro il merito di portare in campo aperto opzioni strategiche concorrenti, senza paura del dibattito aperto, anche se aspro, e senza paura di contarsi - correndo anche il rischio di rompersi! - mettendo al bando una volta per tutte il falso unanimismo che arma solo gli untori della delegittimazione, “di quel remare contro” che Veltroni però non ha voluto nemmeno denunciare.


Davide Biassoni
Partito Democratico, ultima chiamata

Da Occhetto fino a Veltroni. Passando per Prodi, D’Alema, Amato, Rutelli. Questi i leaders in quindici anni di storia politica italiana del centrosinistra. Nel centrodestra, un solo uomo al comando per tutti e tre i lustri: Silvio Berlusconi. Il Cavaliere ha vinto 3 tornate elettorali (1994, 2001, 2008) ed è stato battuto due volte, in entrambi i casi da Romano Prodi (1996, 2006). Ma nel 1996, la Lega Nord – con percentuali di voto attorno a quelle del 2008 – corse in solitudine, mentre l’Ulivo sottoscrisse il patto di desistenza con il PRC di Bertinotti; nel 2006, rientrati tutti gli alleati nei due campi contrapposti, la differenza in termini di voti alla Camera fra le due “maxi” coalizioni fu, invece, di poco superiore a ventimila voti in favore dell’Unione, ma al Senato la CdL prevalse con uno scarto di circa 150 mila schede. Al di là degli effetti distorsivi dei sistemi elettorali (dal Mattarellum alla Calderoli), il centrosinistra non è riuscito a conquistare la maggioranza assoluta del voto degli italiani, o comunque a superare i consensi del centrodestra alleato con il Carroccio. Questi sono i fatti e i responsi delle urne. Veltroni, dopo la débâcle di Soru in Sardegna, ha deciso di rassegnare le dimissioni. Il suo progetto non è andato in porto e il PD non assomiglia affatto a quel partito che il Segretario aveva nei progetti. E’ comprensibile che l’ex Sindaco della Capitale abbia deciso di abdicare, causa anche una logorante litigiosità interna. Il partito è attualmente senza guida, in attesa dell’Assemblea Costituente di sabato che, secondo fonti ufficiose, dovrebbe eleggere il Vice, Dario Franceschini, come Segretario pro-tempore. Si opterebbe perciò per una soluzione “ponte” in vista del Congresso di ottobre. Tuttavia, non si considera forse a sufficienza che fra tre mesi e mezzo vi saranno le elezioni europee: a quale gruppo aderiranno i Democratici nel Parlamento di Strasburgo? E ancora: perché gli elettori dovrebbero votare un partito che non aveva ancora definito un’identità precisa e certo non potrà farlo in una fase di transizione che si trascinerebbe fino al prossimo autunno? Del resto, nessuno dei candidati in pectore alla Segreteria vuole farsi carico del prevedibile rovescio elettorale di giugno. Eppure, senza un sussulto, più che un rovescio potrebbe scatenarsi un diluvio senza ritorno. Se il PD va in cocci, soprattutto i centristi e l’opposizione radicalmente anti-berlusconiana se ne avvantaggeranno. Nel frattempo, in Aula si affronteranno temi molto importanti: la crisi economica galoppante (anche il Premier ora ha calmierato il suo ottimismo), il nuovo assetto istituzionale (la Lega è molto vigile sull’iter dell’agognata riforma federale), la questioni bioetiche (testamento biologico e caso Marino). Lecito chiedersi quale contributo potrà dare il PD, con quale voce e autorità potrà candidarsi ad interlocutore della maggioranza di centrodestra. Insieme alle europee, ci saranno anche importanti elezioni amministrative, in primis per il Sindaco di Firenze e Bologna: qui le lotte “intestine” fra i Democratici potrebbero giocare a favore del centrodestra, desideroso di affermarsi in roccaforti progressiste. Sembra allora che non vi sia più tempo da perdere. E’ necessario adottare soluzioni convincenti, inclusive, dinamiche. Superare con slancio i timori e le resistenze che non vi siano i tempi tecnici per un Congresso. Si deve conferire al partito un’immagine vitale, attiva e giovanile, non incagliata su tatticismi, arrocchi e lentezza burocratica. Il PD deve essere aperto ad iniziative provenienti dal basso, anche da outsiders, in grado di delineare una linea politica precisa con un candidato Segretario che se ne faccia promotore. Indispensabile è un confronto vero tra progetti alternativi dal quale emerga la proposta più convincente che, una volta approvata, dovrà diventare il solco entro il quale si muova tutto il partito a sostegno del nuovo leader. Una forza politica che vuole governare deve saper scaldare gli animi, far sognare, risvegliare speranze e prospettive. Deve essere un catalizzatore di energie, un serbatoio di entusiasmo. Nell’Europa Occidentale, la sinistra (come noi l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso) si sta estinguendo: i partiti massimalisti sono pressoché marginali (tranne il Die Linke), mentre quelli socialdemocratici attraversano una crisi profonda; di questi ultimi, solo il PS di Zapatero gode di un robusto consenso, mentre in Germania e in Inghilterra i sondaggi confermano la crescita dei liberali, tanto che la SPD e il Labour temono di essere scavalcati come principale alternativa ai democristiani e ai conservatori. Senza un colpo d’ala, il PD rischia seriamente di sbriciolarsi. L’Italia non può fare a meno di un’opposizione riformista, credibilmente in grado di contrapporsi al potere berlusconiano.

biassoni_davide@yahoo.it


Laura Specchio e Luciana Matarese
Il sogno infranto del Pd: the show must go on

Milano: “Devo dire di non avercela fatta a fare il partito che sognavo io e che sognavano tre milioni di elettori. Sento di non aver corrisposto alla spinta d’innovazione che c’era”, così dice Veltroni. Ecco riemergere ciclicamente il verbo “sognare”. Sognare di questi tempi è un vero lusso che pochi si possono concedere. Forse è proprio questo uno degli errori: “Sognare, immaginare...”.
Napoli: “Credo che la politica, che è tarata sul futuro, abbia bisogno di parole come “sogno” e “speranza”, oggi più che mai. L’analisi della realtà è fondamentale, certo, ma non è la sociologia che si può dare risposta alle domande del presente e del futuro. Ad organizzare le risposte deve essere la politica. Proprio questo è il problema. A parole come sogno e immaginazione, dovrebbero corrispondere, negli interventi dei politici, e prima nella programmazione, indicazioni concrete su come tradurle in realtà o almeno approssimarne - in senso matematico, non alla carlona - la realizzazione. Sogno e speranza devono essere veicolate da un programma serio, condiviso e tagliato sulle esigenze reali di un Paese. Alimentare la speranza, si dice. Ma senza pane, la speranza smagrisce e, anche se proverbialmente è l’ultima a farlo, alla fine pure lei muore. Se al sogno strombazzato ai quattro venti non dai occasioni per realizzarlo perde forza, diventa refrain rachitico: si è visto nel caso di Veltroni e del “suo” Pd. Anche le parole diventano stanche”.
Milano: “Questa società non vuole sogni, ma proposte tangibili. Vuole progetti veri, una classe dirigente responsabile, capace, unita e non succube dei propri personalismi o del mantenimento di nomine o incarichi a vita. Walter dice ancora che Berlusconi “ha stravolto i valori e costruito un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio”. Il punto è che questo partito non è stato finora in grado di trasmettere valori, di prendere posizioni chiare su moltissime questioni (vogliamo citare laicità, giustizia, conflitto di interessi, ricambio classe dirigente, leadership, ecc. ecc.?). In queste condizioni quale alternativa possiamo offrire a questo sistema di disvalori? Prosegue: “Noi in questi anni abbiamo cambiato sei o sette leader”. Personalmente non me ne sono accorta, visto che il primo “cast” è sempre il medesimo! Ci si scambia solo le poltrone”.
Napoli: “Da noi la pratica ha un nome preciso: “gioco delle tre carte”. Alla fine, chi vince è sempre il banco, che decide, con un abile incrocio di mani, su chi puntare. E sono sempre le solite due figure, alle quali, per non confondersi e rischiare che esca la carta su cui ha puntato l’ignaro passante (in questo caso l’elettore), sono state fatte le orecchie ai lembi. Insomma sono carte ben consumate. Prendi Bassolino, un anno fa sommerso sotto i cumuli di spazzatura, ripudiato da Veltroni, che non lo volle sul palco al suo comizio per le Politiche - ma non da D’Alema, che non l’ha mai attaccato - e oggi ancora al suo posto, sopravvissuto a se stesso e con la valigia, dicono, già pronta per Bruxelles. Lungi da me invocare il ritorno della ghigliottina, ma che senso ha proclamare il nuovo, sbarrare la strada solo ad alcuni vecchi e lasciare che altri, processati alla sbarra mediatica insieme al partito, restino al loro posto? Il ricambio, se tale deve essere, non può fermarsi al lancio in campo di alcuni giovani, pure bravi che siano: queste candidature avrebbero avuto più senso nel quadro di un rinnovamento complessivo e meno programmato, sin dall’inizio, su base di quote correntizie, stile manuale Cencelli. Quanti errori, maledizione!”
Milano: “E’ pur vero che siamo di fronte ad un partito ancora in costruzione, che nel breve periodo non possono risolversi processi politici e culturali che richiedono anni, che Veltroni in campagna elettorale ha dato moltissimo, che le responsabilità non possono essere accollate al segretario. Ma è anche vero che la realtà non ha tempi di attesa. Anzi: i problemi si moltiplicano, si fanno sempre più gravi. Facile quindi dare la responsabilità unicamente a Walter. Dietro di lui c’è un’intera classe dirigente che ha pensato solo a tenere le posizioni e questo atteggiamento ha prevalso sulla volontà di coloro che si aspettavano qualcosa di diverso, di innovativo, di sostanza. Certo: di tanto in tanto sono saltate fuori alcune deboli proposte (molto di facciata) in un universo di improvvisazione totale! Sì, improvvisazione! Nessuna strategia, nessuna volontà di andare oltre la contingenza, perdendo ogni credibilità”.
Napoli: “Nessuna strategia, solo tattiche di breve momento. Temo che anche le dimissioni di Veltroni non escano da questa logica. Ancora una tattica per stanare i nemici interni. E il partito è sempre più partito, nel senso di andato, in una deriva inarrestabile. Neanche la scelta di una sorta di interregno di qui al congresso d’autunno mi convince. Niente su Franceschini, ma credo sarebbe stato meglio anticipare il congresso e uscirne con una linea precisa, se c’è. Così ci si logora ancora di più e la gente capisce ancor meno”.
Milano: “Non è così un caso che l’elettorato, quello di centrosinistra, sia completamente sfiduciato. Non si accontenta più dei sogni o dei buoni propositi o, peggio ancora, di slogan ormai usurati ed anche un po’ stucchevoli. Non è più il tempo delle chimere. E come pensi possa essere possibile, in questa situazione, combattere i “disvalori”? Con altri “disvalori”? Eppure l’Italia è piena di eccellenze, di persone e personalità che potrebbero contribuire in maniera decisiva a cambiare questo sistema fallimentare di fare politica. Non contano nulla, sia chiaro. Lasciamole/i dove sono. Del resto gli strateghi reggenti hanno due rari doni: il  cervello avvitato al contrario e l’intuito della cimice. Una miscela esplosiva e soprattutto contagiosa”.
Napoli: “L’eccellenza italiana, dici. Veltroni e il Pd l’hanno trascurata, ma qualcuno se ne è ricordato. Bonolis ne ha fatto il “leitmotiv” del Festival di Sanremo. Ancora, in poco più di quarantotto ore, due serate due di canzonette, ha preso una posizione netta sull’omosessualità e ha messo a posto l’Osservatore Romano sulla difesa dei valori e il rispetto dell’altrui opinione. Che ne dici di candidarlo alla segreteria per il dopo Uoltér? Al posto del dj mettiamo il direttore artistico: the show must go on”.

MilanoNapoli e ritorno
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà

milano_napoli@libero.it


Simone Comi
Il nuovo approccio internazionale dell’amministrazione Obama

Il viaggio in Asia del Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton potrebbe essere un primo segnale da parte di Washington della volontà di instaurare rapporti distesi con gli alleati regionali ed inaugurare il nuovo corso della politica estera. Alla Conferenza sulla Sicurezza tenutasi a Monaco il vicepresidente Joe Biden era stato chiaro rispetto al nuovo atteggiamento nei rapporti diplomatici, basati su un maggior dialogo ma soprattutto su una maggiore attenzione alle istanze degli alleati. Dialogo e fermezza, in una parola pragmaticità. Queste le peculiarità che dovrebbero caratterizzare la diplomazia statunitense nei rapporti con gli attori internazionali ed i primi incontri della Clinton in Giappone, Indonesia e Corea del Sud sembrano confermare le intenzioni della Casa Bianca.
Giunta a Tokyo nella prima tappa del suo viaggio la Clinton ha definito l’alleanza con il Giappone una pietra angolare della politica estera statunitense e ha firmato un accordo che porterà alla ridislocazione di 8000 soldati di stanza ad Okinawa sull’Isola di Guam. La decisione dovrebbe consentire un allentamento delle tensioni createsi tra i due paesi a seguito delle accuse di violenza perpetrata ai danni di alcuni minorenni a carico di militari statunitensi. Hillary Clinton ha inoltre precisato che la possibilità di una normalizzazione dei rapporti con la Corea del Nord non sarebbe da escludersi a priori, a patto che questa decida di rinunciare allo sviluppo del programma nucleare. La tappa in Indonesia sarebbe da leggersi invece come dimostrazione della volontà dell’amministrazione Obama di affrontare temi scottanti come i rapporti diplomatici con gli Stati islamici. Il riconoscimento di Giakarta come possibile partner strategico potrebbe infatti facilitare l’azione diplomatica statunitense nella regione mediorientale e non è da escludersi la possibilità che proprio l’Indonesia costituisca il primo passo verso il miglioramento dei rapporti tra Washington e parte del mondo islamico.
Rimangono ancora da scoprire quali saranno i futuri rapporti tra Washington e Pechino. L’incontro con i vertici del Governo cinese servirà in primis per chiarire alcuni punti della collaborazione rispetto alla lotta ai cambiamenti climatici. Non è però da escludersi la possibilità che la Corea del Nord diventi uno dei temi caldi nel corso delle riunioni bilaterali. Pyonyang sarebbe pronta allo scontro diretto con Seul ed è lecito aspettarsi che Washington chieda la collaborazione cinese per fermare possibili azioni militari e l’inizio di un nuovo conflitto. La sensazione di cordialità che sembra accompagnare finora gli incontri di Hillary Clinton con i diversi capi di Stato asiatici lascia pensare che il nuovo corso della politica estera statunitense potrebbe portare alla Casa Bianca quei risultati cercati invano dalla precedente amministrazione Repubblicana.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com


Valentina Pasquali
I soldi non bastano, bisogna anche saperli spendere

Washington D.C. – L’Amministrazione Obama si è mostrata fin qui molto efficiente nel condurre le attività legislative del governo. A solo un mese dall’ingresso della nuova amministrazione alla Casa Bianca, si conta già una lunga serie di provvedimenti voluti dal presidente e approvati dal congresso. In particolare vale la pena sottolineare gli sforzi fatti per dare forma in tempi rapidi a alcune importanti manovre fiscali volte a mettere un freno al precipitare della crisi economica e, nel lungo periodo, a creare le basi per una ripresa vera e propria.
Martedì il Presidente Obama ha firmato il disegno di legge per il pacchetto di stimolo economico da 787 miliardi di dollari. Mercoledì, Obama ha presentato un piano da 275 miliardi di dollari che dovrebbe tamponare la crisi del mercato immobiliare e delle insolvenze sui mutui casa.
Soprendentemente, manca a questo punto un tassello fondamentale, ovvero le risorse umane in grado di spendere tutti questi fondi improvvisamente messi a disposizione dal governo. Dopo quella che molti hanno definito la transizione più efficiente della storia, durante la quale il neo-eletto Obama e l’ex Presidente George W. Bush hanno collaborato come mai in passato per garantire che alla dipartenza della vecchia amministrazione quella nuova fosse pronta a prendere il comando, la squadra di Obama si è arenata con l’inizio dell’anno, nel momento in cui ha cominciato a presentare le proprie nomine ministeriali.
In particolare, sono state le passate difficoltà con il fisco a interrompere forzatamente la corsa di alcuni tra i candidati ecellenti. È stato questo il caso di Tom Daschle, che sarebbe dovuto diventare ministro della sanità (si parla oggi della Governatrice del Kansas Kathleen Sebelius come possibile sostituta), e di Nancy Killefer, selezionata come responsabile del controllo del budget della Casa Bianca. Persino il Ministro del Tesoro Timothy Geithner, poi confermato, ha dovuto spiegare le ragioni di mancati versamenti alle casse dello stato. Una vicenda a parte sta complicando il destino del Ministero del Commercio. La prima scelta, quella del Governatore del New Mexico Bill Richardson, si è ritirata per via di un’inchiesta giudiziaria. La seconda, quella del Senatore repubblicano Judd Gregg, è durata appena una manciata di giorni, fino al momento in cui Gregg si è accorto di non condividere quasi nulla della politica economica della nuova amministrazione e dunque ha deciso di abbandonare le proprie aspirazioni ministeriali.
Il susseguirsi di questi errori imbarazzanti, ha convinto la squadra di Obama a irrigidire ulteriormente i criteri con cui vengono selezionati i membri del governo e lo staff presidenziale e a condurre indagini più dettagliate, e quindi più lunghe, sui vari candidati. Allo stesso tempo anche il Congresso si è fatto un po’ più cauto. Le interrogazioni parlamentari che precedono la conferma delle nomine presidenziali sono diventate più animate e le domande poste ai candidati più taglienti.
Il risultato è che, ad oggi, il gabinetto di Obama è tutt’altro che completo. Tre ministeri non hanno ancora il proprio ministro; il Ministero del Lavoro, del Commercio e della Sanità, tutti fondamentali nella gestione dell’aumento della spesa pubblica. Al Ministero del Tesoro, dell’Energia e dell’Educazione, i neo-Ministri Tim Geithner, Steven Chu e Arne Duncan sono le uniche nomine politiche già attive. Nel frattempo, in particolare all’Energia e all’Educazione, lo staff si trova con un budget quasi raddoppiato per via del pacchetto di stimolo economico. Infine, solo due vice-ministri su quindici sono stati confermati, mentre la maggiorparte delle migliaia di posizioni di secondo piano che la nuova amministrazione deve colmare con i propri uomini rimangono vacanti.
Tutto questo significa che manca la manodopera che deve implementare nella pratica le leggi volute da Obama e passate dal Congresso e che deve spendere quei fondi governativi devoluti per un immediato intervento sull’economia. I ministeri rimangono nelle mani del personale amministrativo e burocratico che, in attesa dei nuovi superiori, continuano a portare avanti le direttive dell’ex Presidente George W. Bush.
La Casa Bianca assicura di stare prestando il massimo dell’attenzione a questa questione e si dichiara intenzionata a evitare a tutti i costi che le mancate nomine politiche non rallentino l’esecuzione del mandato legislativo, con particolare riguardo all’erogazione della spesa pubblica. Considerato, però, che uno dei cardini del programma di stimolo economico è la rapidità della sua effettuazione (l’economia continua a peggiorare e, al di là di qualsiasi discorso di lungo periodo, c’è bisogno immediato di una grossa iniezione di liquidità) la lentezza con cui la nuova amministrazione sta prendendo forma rimane preoccupante.

valentina.pasquali@gmail.com

 


Luca Rossetti
Il Protocollo di Kyoto e le scelte delle aziende e delle famiglie italiane

16 febbraio 2009: quarto anniversario dell’entrata in vigore del protocollo di Kyoto. Un’occasione simbolica per fare il punto sul livello di attenzione nazionale intorno alla sfida dei cambiamenti climatici.Cosa hanno fatto, sino ad oggi, famiglie ed imprese? Se c’è chi, come canta Caparezza, pensa ancora che “il Protocollo di Kyoto sia un film erotico giapponese” si registrano comunque alcuni, seppur timidi, segnali incoraggianti.
A livello del decisore pubblico la cassetta degli attrezzi delle politiche ambientali rende utilizzabili due strumenti:

  • l’approccio command and control (imposizione per legge di limiti di emissioni, regolamentazioni, divieti e sanzioni);  
  • quello economico-fiscali (tasse e sussidi);

A questi strumenti va aggiunta la possibilità, per le imprese, di impegnarsi in accordi negoziali e volontari per, ad esempio, diffondere buone pratiche o attenersi a standard e certificazioni ambientali.
Come altrove in Italia si è fatto strado l’utilizzo di un mix, piuttosto disorganico e pasticciato, di politiche pubbliche e scelte. Relativamente al nostro Paese colpisce il dato di Eurostat secondo il quale sul fronte delle tasse verdi l’Italia in Europa segna un livello record (40,8 miliardi di euro nel 2006 pari al 2,77% del PIL). Va notato che comunque alle entrate registrate non corrisponde un livello apprezzabile di uscite in termini di effettivo sostegno a processi di consumo e produzione più sostenibili. 

Inoltre i dati forniti da Kyoto club registrano, per il quarto anno consecutivo, una riduzione relativa del trend di crescita delle emissioni italiane. Nel 2008 sarebbero salite del 6% rispetto al 1990, mentre nel 2004 la distanza era arrivata all’11%. Questo dato è il frutto di una serie di fattori congiunturali: aumento del prezzo dell’energia, inverni più miti, recessione oltre ad essere il portato dei provvedimenti a favore dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili.
Detto questo il quadro d’insieme presenta una serie di elementi positivi che risultano molto più il frutto della congiuntura economica negativa che di una scelta consapevole che dovrebbe fare dello sforzo contro i  cambiamenti climatici un’opportunità di ripresa per tutto il Paese.
Da parte delle famiglie le cifre di un’indagine ISTAT  segnalano tra 2000 e 2006  un -1% di emissione di gas serra, - 34 % di monossido di carbonio, + 3,8% nell’acquisto di auto verdi (a metano e gpl), + 47% nell’acquisto di frigoriferi ad alta efficienza energetica (classi A+ e A++) e un 28,4% di quota di mercato delle caldaie a condensazione (nel 2003 era pari solo al 4%).
Invece sul fronte delle aziende il rapporto CDP6 Italy (Carbon Disclosure Project) indica il settore dell’industria impegnato nell’innovazione tecnologica orientata alla sostenibilità in crescita, seppur ancora minoritario. L’analisi svolta si basa su un questionario inoltrato alle 40 società con la maggior capitalizzazione in borsa: solo 18 hanno risposto e di queste solo la metà pubblica le cifre relative alle proprie emissioni (inoltre solo nel 72% per cento dei casi questi dati sono certificati da un ente indipendente).
Il quadro complessivo segnala che siamo ancora troppo fermi, ben lungi dall’avere imboccato con decisione la strada di una nuova economia verde: famiglie e aziende dovrebbero e potrebbero fare di più.


Angela Volpe
Milano – Shanghai, la comparazione fuorviante

Mancano 434 giorni al 1 maggio 2010, giorno dell’inaugurazione dell’Expo di Shanghai. Nella città asiatica è tutto in moto, costante e uniforme dall’anno 2000. Il tema scelto per l’esposizione “Una città migliore – Una vita migliore” corrisponde al desiderio di fondo di chi, pensando a questo slogan, immagina la “Città” quale luogo di diretta emanazione della creatività umana ed in perfetta armonia con la natura.
Lo stesso progetto del sito dell’Expo di Shanghai rispecchia l’idea armonica di convivenza tra uomo e natura, la perfetta simbiosi è simboleggiata dai percorsi distesi nel verde lungo le due sponde del fiume Huangpu nella regione ricompresa tra i due ponti Nanpu e Lupu, che si estende per oltre 5 km quadrati.

Shanghai è la più occidentale delle città cinesi, definita la Parigi d’Oriente e soggetta a mille influenze e contraddizioni. E’ stata terra di conquista della potenze coloniali occidentali, delle triadi cinesi, delle forze nazionaliste del Kuomingtan e infine dei comunisti. Sotto il controllo comunista ha mantenuto un governo autonomo ed è stata una delle due città cinesi, l’altra è Pechino, a non essere inglobata nella neonata repubblica popolare cinese, dopo la seconda guerra mondiale. I suoi diversi nomi sono affascinanti tanto quanto la sua antica storia.
Nel XII secolo ha poco più di 100.000 abitanti, nel 1949, al momento della liberazione dai giapponesi ad opera del partito comunista ne conta oltre 5 milioni. Alla fine del 2006 si oltrepassano 13 milioni di residenti permanenti, la popolazione residente di lungo periodo raggiunge i 18 milioni compreso i quasi 5 milioni di immigrati. Da diversi anni questa megalopoli investe in trasporti urbani, nel 1991 il Nanpu Bridge è il primo ponte costruito sul fiume Huangpu, lungo 8346 metri e alto 46, così da consentire il transito anche alle navi di grossa stazza.
Nel 1993 un’altra infrastruttura è data dal ponte Yangpu Bridge lungo 7658 metri.
Dieci anni dopo viene inaugurato il ponte-arco più grande del mondo che misura quasi 9 Km, il suo arco principale che copre 750 metri è più ampio dello stesso fiume ed è caratterizzato da uno scorrimento a sei corsie.
Alla maestosità dei ponti, dal 2003 al 2005, si aggiunge quella dei numerosissimi tunnel, alcuni a due piani, a quattro e sei corsie.
Nel 2006, la città conta cinque linee metropolitane, per il 2010 ne sono previste 11 che copriranno 400 Km di superficie e saranno in grado di trasportare 5 milioni di persone al giorno.
Presenta una linea ad alta velocità di scorrimento, collegante l’aeroporto internazionale di Pudong con il centro città, misura 30 km percorsi in sette minuti, alla velocità di 430 chilometri orari.
La città ha investito moltissimo anche in politiche contro l’inquinamento e per la tutela dell’ambiente, nel 2006 a questo fine sono stati stanziati 31,085 miliardi di yuan, oltre il 3% del PIL della città, in progetti di protezione ambientale.
Anche le politiche pubbliche sociali (assistenza sanitaria, cultura, arte, cinema, istruzione) sono state oggetto di implementazione negli ultimi anni.
La serie di dati appena propinata è per dare un’idea al lettore dell’enorme sforzo che la città di Shanghai sta facendo, e di quanto il tema dell’esposizione “una città migliore – una vita migliore” sia da tempo il motivo di fondo ed ispiratore delle politiche pubbliche dei diversi livelli di governo.
A partire da queste grandezze si intuisce quanto non abbia senso il paragone tra i numeri di Shanghai 2010 e quelli di Milano 2015, per fare un esempio i 70 milioni di visitatori attesi nella prima città per il prossimo anno contro i 30 milioni attesi a Milano nel 2015.
In questa sede, non si vogliono paragonare le infrastrutture faraoniche realizzate sino ad oggi nella città cinese con quelle auspicate e ben più modeste per la città meneghina, e neppure le abbondanti risorse economiche asiatiche con quelle molto più esigue italiche.
La nostra attenzione mira piuttosto a sottolineare la centralità che i due governi nazionali (italocinese) hanno dato all’evento e le conseguenti rispettive azioni, rapportate al lasso di tempo che intercorre tra assegnazione e realizzazione dell’evento.
Shanghai 2010
2000 inizia a pensare all’evento
2002 primi lavori
2004 nasce Shanghai World Expo Organising
2005-2009 lavori incessanti per infrastrutture e sito espositivo

Milano 2015
2006 inizia a pensare all’evento
2008 marzo - assegnazione evento
2008 dicembre – società di gestione evento
2009 febbraio ricapitalizzazione società di gestione

Si può affermare che siamo in ritardo, ma possiamo recuperare, è oramai giunto il momento che i diversi livelli di governo di casa nostra prendano coscienza, accantonino le lotte intestine e partigiane e più che mai sfruttino le opportunità racchiuse nell’esposizione del 2015, senza farsi immobilizzare dalla crisi economico-finanziaria contingente, anzi affrontandola con responsabilità, fruendo degli effetti positivi derivanti dalla “gestione” dell’evento e non subendone passivamente solo il suo peso.

sisa08@hotmail.it


Enrico Bellini
Avvicinarsi alla politica. Avvicinarsi alle responsabilità

Puntualmente, quando nell’aria il sentore di un momento di crisi della politica si fa più insistente, compare l’ennesimo articolo che s’interroga sul distacco tra i giovani e la politica, partendo dall’ennesima ricerca (Centro Studi Minori&Media) che lo certifica.
Questa volta, è il
Corriere della Sera del 15 febbraio (alle porte del “caos” che sta scuotendo il PD) ad affrontare il tema. Qui si mette in luce, da un lato, come i giovani siano sempre più lontani e disillusi dal mondo dei “politicanti”, dall’altro come, però, quando per coinvolgerli vengono utilizzati linguaggi e strumenti per loro più “comprensibili” e interessanti, il successo è garantito (ovvero, il caso “MTV – Tocca a noi”). Ma se all’articolo di Andrea Laffranchi va dato il merito di portare all’ordine del giorno un tema spesso dimenticato, dall’altro la fotografia che ci consegna è inutile se non analizzata più in profondità e portata all’estreme conseguenze. Già, perché non ritengo una grande novità che gli under 30 non si fidino dei politici, ma che, se sono coinvolti e stimolati, possano anche dimostrarsi portatori di interessi che vanno oltre l’egoismo e il benessere personale. Ciò che deve, invece, far riflettere è che quando qualcuno che “parla la loro lingua” (MTV) dà loro la possibilità di esprimersi e scegliere una priorità per una legge da far approvare (tra Scuola&Università, Lavoro, Ambiente, Accesso alla Politica), solo il 15% identifica come primariamente necessario facilitare il loro accesso alla politica. È proprio qui che, secondo me, si palesa il cortocircuito.
I giovani si interessano, si attivano, si appassionano. Si mobilitano e pretendono policies. Ma ben si guardano dal voler esercitare attivamente un controllo sulla macchina che deve lavorare per dare risposte, la politics, appunto, più volgarmente chiamata “potere”. Giù la maschera allora! Di fronte a politici che riscuotono una fiducia infinitesimale, di fronte a élite organizzate che giorno sì e giorno pure vengono tacciate di essere “casta”, ci si aspetterebbe un urlo forte e chiaro: “Fatevi da parte che ci proviamo noi!”. Invece, no. L’attenzione è puntata soprattutto sull’istruzione, il mondo più vicino e in cui sono protagonisti, è vero, ma anche un mondo in cui principalmente “assorbono”, non in cui si mettono necessariamente alla prova, caricandosi di responsabilità e scelte da prendere.
Ecco allora che, provocatoriamente, se potessi parlare al popolo di MTV e de “i politici sono tutti uguali” (così da fare eco ad un altro “popolo”, quello delle Primarie, largamente citato dalle nostre parti politiche…), gli rivolgerei un invito: basta frasi fatte! Basta piangersi addosso e accusare qualunquisticamente i “grandi”, finendo poi per chiedere sempre a loro di decidere! Pretendiamo da loro, ma soprattutto da noi, di poter contare di più sì, ma sapendo che ciò significa una e una cosa soltanto: responsabilità.
Il CFP, con i suoi studenti e i suoi alumni, è composto da giovani ben pronti e desiderosi di mettersi alla prova, accogliere pesi sulle proprie spalle. La speranza è che possano crescere, fare proseliti, diventare una vera avanguardia. Che non si riconosce né in quelli pronti ad accusare senza agire, né in quelli che accettano di farsi cooptare diventando grandi per finta. Senza decidere. Senza incidere.

alumni@formazionepolitica.org


Valerio Pulga
Il giovane appassionato di politica come “Highlander”: ne rimarrà soltanto uno!

Da una ricerca del Centro studi Minori&Media che ha coinvolto un campione di 1505 studenti fra i 14 e i 20 anni ( pubblicata su “Il Corriere della Sera”), risulta che soltanto 6 ragazzi su 100 si sentono attratti dalla politica.
Perché i giovani non trovano affascinante la politica? Forse perché ci sono più verità in una canzone o nelle parole dei comici (Grillo, Benigni…)? O forse perché  parlare di politica ai giovani ci deve pensare un canale televisivo musicale?

La società forma le menti dei nostri giovani e i politici con le loro scelte dovrebbero forgiare la società: un cane che si morde la coda!  E’ risultato che i nostri giovani siano per lo più ignoranti e, purtroppo per noi, non solo in merito alla politica ( per l’1,6% dei ragazzi intervistati, elezioni primarie sono elezioni in cui possono votare solo chi ha fatto le elementari!); a ciò possiamo aggiungere una dose di arroganza, egocentrismo, violenza, vanità e menefreghismo per educazione, regole e tutto ciò che non riguardi il proprio interesse. Dunque potremmo dire che i politici hanno fatto il loro dovere: hanno modellato la società a loro immagine e somiglianza! L’inno del V-Day  dice…Chi fa politica in fondo è perché ama il potere… e ad esso non sa più rinunciare. Viene in mente qualcuno che ama poter fare leggi ad personam se non addirittura essere al di sopra della legge?
Da bambini si inizia tutti dalla stessa linea di partenza con il sogno di poter arrivare ovunque grazie alle proprie forze…arrivare laddove i nostri meriti ci possono portare. Che le cose non stiano così però lo si capisce già alle prime partite di calcio con gli amichetti: genitori che urlano, insultano e a volte vengono alle mani perché non esiste un merito, esiste il “loro bambino”!
In Italia chi più urla ed è prepotente, più ottiene. E così si inizia ad interagire con i propri coetanei secondo questa regola di vita. Il passo successivo è quello di considerarsi infallibili: mai ammettere un proprio errore! Lo studiare sarebbe ammettere di non essere già perfetti! E poi, non basta andare a fare “Il Grande Fratello” per vivere bene? Nonostante ciò, alcuni bambini, divenuti ragazzi, continuano ad avere negli occhi la luce di chi insegue un sogno. Tra questi ci sarà chi intraprenderà gli studi per divenire un grande chirurgo, chi per divenire  un grande avvocato e chi per diventare un grande politico…No, nessuno oggi parte con questa ambizione, perché politici lo si diventa in seguito, come secondo lavoro! Abbiamo dunque giovani che studiano nella speranza di trovare un posto di lavoro sicuro indipendentemente dall’ambito, ma che hanno l’hobby della politica. In questa fase probabilmente sono ancora più di 6 su 100 a considerare affascinante la politica: è la politica stessa a scremarli fino a 6! Ci si guarda davanti e lo scenario è deprimente: non ci sono più politici con una “cultura da politico”; non abbiamo più politici con la passione nel cuore ma con l’ambizione del potere; non abbiamo più valori e ideologie per cui lottare, ma abbiamo il dio denaro da venerare! Un tempo la carriera politica iniziava da giovanissimi all’interno del partito: grandi ideali e una posizione ben precisa impressa nel cuore. Tanti anni di gavetta e poi forse…quando, però, gli ardori giovanili erano ormai sopiti. Oggi ci sono più possibilità? Così dicono ai giovani, ma i vecchi sono sempre lì forti di quell’esperienza e cultura politica creata durante gli anni della gavetta! Non c’è più la destra e la sinistra: infatti abbiamo un'unica “vergogna”al centro! La teoria politica ci insegna che quando le ideologie vengono a mancare, i partiti tendono al centro e la competizione elettorale diviene una rissa verbale tra i candidati e purtroppo c’è chi è maestro in questa disciplina!
I politici divengono figure scialbe e sbiadite di cui non si riesce più a distinguerne i tratti salienti: i giovani non riescono nemmeno più ad identificare le formazioni politiche! Il personaggio che più facilmente è stato identificato ed è stato riconosciuto come di sinistra è Bertinotti: sarà un caso?



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Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

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