Laura Specchio e Luciana Matarese
Il sogno infranto del Pd: the show must go on
Milano: “Devo dire di non avercela fatta a fare il partito che sognavo io e che sognavano tre milioni di elettori. Sento di non aver corrisposto alla spinta d’innovazione che c’era”, così dice Veltroni. Ecco riemergere ciclicamente il verbo “sognare”. Sognare di questi tempi è un vero lusso che pochi si possono concedere. Forse è proprio questo uno degli errori: “Sognare, immaginare...”.
Napoli: “Credo che la politica, che è tarata sul futuro, abbia bisogno di parole come “sogno” e “speranza”, oggi più che mai. L’analisi della realtà è fondamentale, certo, ma non è la sociologia che si può dare risposta alle domande del presente e del futuro. Ad organizzare le risposte deve essere la politica. Proprio questo è il problema. A parole come sogno e immaginazione, dovrebbero corrispondere, negli interventi dei politici, e prima nella programmazione, indicazioni concrete su come tradurle in realtà o almeno approssimarne - in senso matematico, non alla carlona - la realizzazione. Sogno e speranza devono essere veicolate da un programma serio, condiviso e tagliato sulle esigenze reali di un Paese. Alimentare la speranza, si dice. Ma senza pane, la speranza smagrisce e, anche se proverbialmente è l’ultima a farlo, alla fine pure lei muore. Se al sogno strombazzato ai quattro venti non dai occasioni per realizzarlo perde forza, diventa refrain rachitico: si è visto nel caso di Veltroni e del “suo” Pd. Anche le parole diventano stanche”.
Milano: “Questa società non vuole sogni, ma proposte tangibili. Vuole progetti veri, una classe dirigente responsabile, capace, unita e non succube dei propri personalismi o del mantenimento di nomine o incarichi a vita. Walter dice ancora che Berlusconi “ha stravolto i valori e costruito un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio”. Il punto è che questo partito non è stato finora in grado di trasmettere valori, di prendere posizioni chiare su moltissime questioni (vogliamo citare laicità, giustizia, conflitto di interessi, ricambio classe dirigente, leadership, ecc. ecc.?). In queste condizioni quale alternativa possiamo offrire a questo sistema di disvalori? Prosegue: “Noi in questi anni abbiamo cambiato sei o sette leader”. Personalmente non me ne sono accorta, visto che il primo “cast” è sempre il medesimo! Ci si scambia solo le poltrone”.
Napoli: “Da noi la pratica ha un nome preciso: “gioco delle tre carte”. Alla fine, chi vince è sempre il banco, che decide, con un abile incrocio di mani, su chi puntare. E sono sempre le solite due figure, alle quali, per non confondersi e rischiare che esca la carta su cui ha puntato l’ignaro passante (in questo caso l’elettore), sono state fatte le orecchie ai lembi. Insomma sono carte ben consumate. Prendi Bassolino, un anno fa sommerso sotto i cumuli di spazzatura, ripudiato da Veltroni, che non lo volle sul palco al suo comizio per le Politiche - ma non da D’Alema, che non l’ha mai attaccato - e oggi ancora al suo posto, sopravvissuto a se stesso e con la valigia, dicono, già pronta per Bruxelles. Lungi da me invocare il ritorno della ghigliottina, ma che senso ha proclamare il nuovo, sbarrare la strada solo ad alcuni vecchi e lasciare che altri, processati alla sbarra mediatica insieme al partito, restino al loro posto? Il ricambio, se tale deve essere, non può fermarsi al lancio in campo di alcuni giovani, pure bravi che siano: queste candidature avrebbero avuto più senso nel quadro di un rinnovamento complessivo e meno programmato, sin dall’inizio, su base di quote correntizie, stile manuale Cencelli. Quanti errori, maledizione!”
Milano: “E’ pur vero che siamo di fronte ad un partito ancora in costruzione, che nel breve periodo non possono risolversi processi politici e culturali che richiedono anni, che Veltroni in campagna elettorale ha dato moltissimo, che le responsabilità non possono essere accollate al segretario. Ma è anche vero che la realtà non ha tempi di attesa. Anzi: i problemi si moltiplicano, si fanno sempre più gravi. Facile quindi dare la responsabilità unicamente a Walter. Dietro di lui c’è un’intera classe dirigente che ha pensato solo a tenere le posizioni e questo atteggiamento ha prevalso sulla volontà di coloro che si aspettavano qualcosa di diverso, di innovativo, di sostanza. Certo: di tanto in tanto sono saltate fuori alcune deboli proposte (molto di facciata) in un universo di improvvisazione totale! Sì, improvvisazione! Nessuna strategia, nessuna volontà di andare oltre la contingenza, perdendo ogni credibilità”.
Napoli: “Nessuna strategia, solo tattiche di breve momento. Temo che anche le dimissioni di Veltroni non escano da questa logica. Ancora una tattica per stanare i nemici interni. E il partito è sempre più partito, nel senso di andato, in una deriva inarrestabile. Neanche la scelta di una sorta di interregno di qui al congresso d’autunno mi convince. Niente su Franceschini, ma credo sarebbe stato meglio anticipare il congresso e uscirne con una linea precisa, se c’è. Così ci si logora ancora di più e la gente capisce ancor meno”.
Milano: “Non è così un caso che l’elettorato, quello di centrosinistra, sia completamente sfiduciato. Non si accontenta più dei sogni o dei buoni propositi o, peggio ancora, di slogan ormai usurati ed anche un po’ stucchevoli. Non è più il tempo delle chimere. E come pensi possa essere possibile, in questa situazione, combattere i “disvalori”? Con altri “disvalori”? Eppure l’Italia è piena di eccellenze, di persone e personalità che potrebbero contribuire in maniera decisiva a cambiare questo sistema fallimentare di fare politica. Non contano nulla, sia chiaro. Lasciamole/i dove sono. Del resto gli strateghi reggenti hanno due rari doni: il cervello avvitato al contrario e l’intuito della cimice. Una miscela esplosiva e soprattutto contagiosa”.
Napoli: “L’eccellenza italiana, dici. Veltroni e il Pd l’hanno trascurata, ma qualcuno se ne è ricordato. Bonolis ne ha fatto il “leitmotiv” del Festival di Sanremo. Ancora, in poco più di quarantotto ore, due serate due di canzonette, ha preso una posizione netta sull’omosessualità e ha messo a posto l’Osservatore Romano sulla difesa dei valori e il rispetto dell’altrui opinione. Che ne dici di candidarlo alla segreteria per il dopo Uoltér? Al posto del dj mettiamo il direttore artistico: the show must go on”.
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