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Home » Newsletter n. 158 - 27 febbraio 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 158 – 27 febbraio 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 158.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Valentina Pasquali
La filosofia economica di Obama


Gianfranco Aurisicchio
Nazionalizzazione delle banche: socialismo o realismo?


Simone Comi
Israele al bivio: unità nazionale o perdita di credibilità internazionale


Davide Biassoni
Testamento biologico. E lo scontro continua


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 26 febbraio 2009


Laura Specchio e Luciana Matarese
Silvio e Nicolàs: questo amore è una camera a gaaaaaaaas


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Valentina Pasquali
La filosofia economica di Obama

Washington D.C. – Con la pubblicazione di un documento di 146 pagine preparato per il Congresso, il Presidente Barack Obama ha presentato giovedì alla Casa Bianca la propria proposta di bilancio per l’anno fiscale 2010, assieme alle linee guida che il Presidente intende seguire durante il primo mandato della propria amministrazione al fine di ristabilire la salute fiscale degli Stati Uniti. Intitolato “A New Era of Responsibility” (una nuova era di responsabilità), e redatto dall’Office of Management and Budget (l’ufficio della Casa Bianca diretto da Peter R. Orzag e responsabile per il bilancio), il documento spiega le ragioni di un deficit in crescita esponenziale e richiama il popolo americano al sacrificio dopo anni di pratiche “irresponsabili,” una critica diretta al proprio predecessore George W. Bush, per altro mai citato per nome. Nonostante illustri la volontà da parte della nuova amministrazione di ridurre il debito pubblico, a 533 miliardi di dollari entro il 2013, la proposta di Obama rinnova anche la promessa di investimenti massicci in settori quali l’educazione e l’energia, che dovranno mantenere gli Stati Uniti competitivi a livello globale.
“Ci sono momenti in cui ci si può permettere di ridecorare casa,” ha detto Obama nella conferenza stampa di presentazione del bilancio giovedì, “e altri in cui bisogna ricostruire le fondamenta.” Con un debito pubblico che dovrebbe toccare 1,75 trilioni di dollari alla fine del 2009, ovvero il 12,3% del Prodotto Interno Lordo (PIL) – un livello non visto dai primi anni quaranta, quando la spesa pubblica americana esplodeva per via della Seconda Guerra Mondiale – gli Stati Uniti si trovano oggi obbligati a dover rivedere le fondamenta della propria economia. E infatti la proposta di Obama, del valore complessivo di circa 3,5 miliardi di dollari, riconsidera alcuni dei principi fondanti la filosofia economica a stelle e strisce, rilanciando l’idea keynesiana di un governo attivo negli affari economici della nazione, di un più alto carico fiscale per le famiglie benestanti, e di tagli mirati alla spesa.
In conferenza stampa, Obama ha esemplificato alcuni di questi tagli: ad esempio quelli che dovranno essere effettuati dal Ministero dell’Agricoltura (20 milioni di dollari risparmiati grazie ad una riforma della burocrazia interna), dal Ministero degli Interni (200 milioni di dollari risparmiati solo grazie ad un maggiore controllo sugli sprechi) e dal Ministero dell’Educazione (decine di milioni di dollari risparmiati tagliando programmi che si sono rivelati chiaramente inefficienti). Inoltre, assieme alla crescita del carico fiscale per gli americani più abbienti, la nuova amministrazione intende incassare denaro con un programma di cap-and-trade, vedendo crediti per l’emissione di carbonio alle grandi industrie, programma volto naturalmente a ridurre tali emissioni e a rallentare il riscaldamento globale. Sono stati anche proposti tagli ai sussidi governativi erogati agli agricoltori che guadagnino oltre 500.000 dollari l’anno, e una riduzione della spesa militare, in particolare dal 2011 in poi, termine entro il quale Obama ha intenzione di ritirare tutte le truppe americane dall’Iraq. Infine, l’amministrazione vuole procedere con una riforma del codice fiscale che riduca le possibilità di finanza creativa e evasione.
Oltre a contribuire a una riduzione del deficit americano, queste proposte dovrebbero facilitare investimenti in altri settori considerati fondamentali. In particolare Obama proverà a portare avanti una riforma complessiva del sistema sanitario americano volta a garantire una copertura assicurativa anche a quelle decine di milioni di americani che oggi ne sono privi. Mercoledì, il presidente aveva annunciato in proposito la creazione di un “fondo risparmio” su 10 anni per un totale di 634 miliardi, da devolversi progressivamente alla riforma della sanità. Infine, Obama ha deciso di mettere da parte altri 250 miliardi di dollari per il piano di salvataggio delle banche, da aggiungersi alle somme già approvate.
I repubblicani si sono detti preoccupati di questo eccezionale piano di spesa pubblica. Eric Cantor, Deputato dalla Virginia e capo della delegazione repubblicana alla Camera, ha dichiarato che i democratici non dovrebbero perdere tempo a “spendere soldi immaginari,” e non dovrebbero pianificare di alzare le tasse in un momento di tale difficoltà economica. Il bilancio proposto da Obama per il 2010 deve essere approvato dal Congresso, il quale, al momento, non ha ancora votato in merito al bilancio per l’anno in corso. L’anno fiscale americano comincia in settembre.

valentina.pasquali@gmail.com


Gianfranco Aurisicchio
Nazionalizzazione delle banche: socialismo o realismo?

A seguito della crisi del sistema finanziario pressoché mondiale, con l’eccezione di qualche area, vedi ad esempio l’Italia per alcuni aspetti, si impongono scelte drastiche di salvataggio del sistema bancario.  Salvataggio che in realtà è già cominciato, ma la partecipazione dello stato nell’operazione di salvataggio non è vista di buon occhio dalle banche perché le penalizza nella gestione e nella distribuzione dei dividendi.

Se infatti osserviamo il nascere e lo sviluppo della crisi, notiamo che essa è data, e drammaticamente resa visibile, soprattutto dalla perdita di ricchezza delle famiglie a seguito della caduta vertiginosa dei prezzi delle attività finanziarie, come se le economie mondiali fossero state rase al suolo da un bombardamento.  In pochi mesi si è bruciata ricchezza per un valore di circa 40 mila miliardi di dollari, mentre in poco più di un anno il valore delle azioni sui listini americani  si è dimezzato.
L’origine della crisi, a seguito dei defaults dei borrowers, è tutta nata oltreoceano: negli USA le banche avevano concesso allegramente, su “suggerimento” dell’amministrazione Bush, mutui per l’acquisto delle case che i prenditori non potevano ripagare, illudendosi di aver diversificato il rischio; la regolamentazione era carente e non tutelava in effetti come avrebbe dovuto, mentre il Congresso aveva consentito che Fannie Mae e Freddie Mac, istituzioni che sarebbero dovute essere dei fondi di garanzia, si trasformassero invece in speculatori aggressivi trasferendo il rischio su contribuenti ignari.
Ma si tratta anche di una crisi di gestione aziendale.  Dietro ai titoli spazzatura si celano dirigenti bancari che avevano tagliato ogni contatto con la realtà, assumendo rischi spropositati e focalizzandosi solo sull’incasso di utili e gratifiche stellari.
Oggi il valore dei mutui americani è pressoché nullo, mentre il costo delle abitazioni è sceso solo del 20-30%. Il valore delle azioni delle banche americane è sceso ma non si è azzerato, e le banche non sono fallite, almeno non ancora.
E’ quindi alla fine un problema di fiducia, da cui si deve ripartire, perché il vortice rischia di accelerare se un’ulteriore diminuzione della ricchezza delle famiglie deprime ancor più i consumi, vanificando quindi lo sforzo dell’amministrazione Obama.
Per far fronte all’emergenza e al panico che inizia a dilagare negli ambienti finanziari, con l’indotta spirale perversa delle self-realising expectations, l’Europa ha già imboccato la strada della nazionalizzazione delle banche, mentre gli USA stanno ancora tentennando, anche se ci sono rumors di una imminente nazionalizzazione, probabilmente parziale, di Citigroup.
In Germania per esempio il Governo federale sta negoziando ad oltranza con l’azionista di riferimento J.C. Flowers per l’ingresso dello Stato nella banca di prestiti ipotecari Hypo Real Estate, che ha già ricevuto aiuti pubblici per 102 miliardi di euro ed è sull’orlo del fallimento.
La Gran Bretagna, da dove è partita la prima iniziativa di salvataggio, si è spinta anche oltre, dopo la nazionalizzazione della Royal Bank of Scotland, di cui ora lo Stato controlla il 70% del capitale.  In particolare il Governo Brown ha affrettato il merger tra  Lloyds TSB e HBOS nella speranza che i Lloyds iniettassero della liquidità nella travagliata HBOS e ne risollevassero le sorti.  Gli ambienti liberisti della City temono che questa sia la porta per una nazionalizzazione totale del nuovo gruppo, visto che lo Stato è già proprietario del 43%.  L’idea sottostante è comunque che il Governo si assuma il rischio di perdite sui titoli tossici detenuti dal gruppo in cambio di un pagamento.
I mercati non sono tuttavia favorevoli alla nazionalizzazione, perché nazionalizzare una banca significa azzerare (o almeno diluire) il capitale degli azionisti.  E infatti la fiducia torna a vacillare a Londra: le azioni delle banche seminazionalizzate crollano anche se il governo ha già bruciato milioni di sterline. Il rischio è di far salire il debito pubblico ai livelli del dopoguerra senza però riuscire a stabilizzare i mercati. I costi, comunque, saranno elevati: secondo il Fondo Monetario Internazionale, che ha analizzato 127 crisi bancarie avvenute in 27 paesi, il salvataggio degli istituti di credito costerà in media tra il 13 e il 14% del PIL dei paesi interessati.
Dunque la crisi è sia globale che di sistema: globale perché se le condizioni imposte dai vari governi accorsi nei salvataggi non piacciono agli azionisti, gli azionisti stessi svendono le loro partecipazioni per acquistarne altre altrove, dove alle banche sono imposti meno oneri. Di sistema perché l’equilibrio tra la funzione sociale delle banche e quella finanziaria si è alterato negli ultimi quindici anni con l’anteporsi degli interessi degli azionisti e dei managers a quelli dei risparmiatori.  Per cui la manovra di salvataggio tramite nazionalizzazione può non funzionare. Meglio sarebbe allora un sistema di garanzie, come suggerito da Giavazzi e altri economisti.  Eppure la soluzione, come suggerisce Gordon Brown, può essere solo strutturale e globale: ricostruzione dell'intero sistema bancario, attraverso le nazionalizzazioni, da parte di una governance mondiale.  Socialismo globale o realismo britannico? Staremo a vedere.

Fonti:
Francesco Giavazzi, Come salvarci dall’abisso, editoriale del Corsera del 23/2/2009
The Economist, Inside The Banks, 29/1/2009
The Economist, Banks Under Stress, online edition, 23/2/2009
The Economist, The Spectre of Nationalisation, 22/1/2009
Enjeux, Managers dans la tourmente, febbraio 2009
Enjeux, Ce qui marche malgré la crise, gennaio 2009
L’expansion, Après le crac, febbraio 2009
Trends, L’etat qui gagne, febbraio 2009
Beda Romano, Berlino stringe su Hypo, Il Sole 24 Ore del 22/2/2009
The New York Times, As Doubts Grow, U.S. Will Judge Banks’ Stability, 23/2/2009

a_gianfranco@yahoo.com


Simone Comi
Israele al bivio: unità nazionale o perdita di credibilità internazionale

Ha destato qualche perplessità in Israele e una certa preoccupazione nell’Unione Europea e negli Stati Uniti la scelta del Presidente Shimon Peres di affidare a Benjamin Netanyahu, leader del Likud, la responsabilità di formare e guidare il prossimo governo israeliano. Giunto secondo alle spalle di Kadima, formazione guidata da Tzipi Livni, il Likud era accreditato come possibile appartenente ad una coalizione governativa di unità nazionale guidata però dalla Livni. La scelta di Peres sembra essere dovuta alle maggiori possibilità per il leader del Likud di riuscire a formare una coalizione in grado di governare anche senza l’appoggio delle formazioni di centro. Netanyahu è stato indicato infatti dalle formazioni di estrema destra l’unico candidato in grado di divenire premier e di formare quindi un governo avente la maggioranza dei voti favorevoli alla Knesset.
Inizialmente il leader del Likud sembrava aver disatteso quanto pronosticato dai media ma la richiesta avanzata alla Livni e all’ex Ministro della Difesa Ehud Barak di formare una coalizione di unità nazionale sembra non aver portato ai risultati sperati. La leader di Kadima ha rifiutato la proposta di Netanyahu spiegando che sarebbe pronta a formare un governo di unità nazionale nel caso in cui fosse lei a guidarlo mentre Barak ha dichiarato di voler rimanere all’opposizione, pur rischiando di scomparire dalla scena politica visti i pessimi risultati raccolti alle ultime elezioni. Netanyahu si troverebbe ora a dover quindi rivolgere l’attenzione verso il partito ultra-conservatore Israel Beitenu, grande sorpresa delle ultime elezioni, e l’ultra-ortodosso Shas.
La formazione di un esecutivo a forte matrice conservatrice ed ultra-ortodossa potrebbe portare però ad innumerevoli occasioni di scontro con l’Autorità Palestinese e i paesi arabi della regione, senza contare dissidi con gli Stati Uniti e l’Unione Europea in caso di rottura diplomatica delle trattative riguardanti la Striscia di Gaza. Per il momento l’unica soluzione accettabile che sembra prospettarsi dovrebbe contemplare il governo con rotazione dei leader del Likud e di Kadima come già successo negli anni ottanta con le presidenze Peres-Shamir. Non è da escludersi la possibilità che questa soluzione sia però destinata a fallire dati i contrasti sul programma che potrebbero portare ad una paralisi governativa. Il futuro di Israele appare quanto mai incerto e non sembrano esserci facili soluzioni per una situazione potenzialmente esplosiva. Il riavvicinamento di Washington a Teheran sembra essere un chiaro segnale del timore che serpeggia in tutte le capitali occidentali rispetto alla possibilità di poter dialogare ancora con Gerusalemme così come è stato negli ultimi anni. Sarà quindi compito di Netanyahu riuscire a convincere Tzipi Livni a cercare insieme un equilibrio governativo, così da poter guidare il paese mantenendo al contempo la credibilità internazionale che andrebbe probabilmente scemando con Israel Beitenu e lo Shas al governo.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com


Davide Biassoni
Testamento biologico. E lo scontro continua

Mancano 100 fatidici e decisivi giorni alle elezioni europee e la missione del neosegretario Dario Franceschini è tentare di rimettere in marcia la nave democratica a rischio naufragio: sondaggi impietosi inchiodano, infatti, il PD attorno al 20 per cento o poco più.  E c’è il pericolo che una sconfitta travolgente a giugno sollevi uno “tsunami” in grado di spezzare definitivamente l’unità del partito (scissione al centro?). Per di più, nell’agenda politica attuale si presenta un tema come quello del testamento biologico che promette, ancora una volta, di provocare forti scossoni. Il cleavage etico-valoriale che aveva squarciato il panorama politico durante la vicenda Englaro si ripresenta con tutta la sua portata. A risentirne maggiormente sembra nuovamente il PD, diviso fra la sua corrente maggioritaria pro-choice (per il singolo individuo) e la parte, minoritaria ma non remissiva, che vorrebbe una legge tanto più vicina possibile alle sensibilità cattoliche per la difesa a oltranza della vita. Ed è così che Franceschini è catapultato nel bel mezzo del ciclone: l’impianto del ddl Calabrò, propugnato dal centrodestra, è ritenuto sostanzialmente inaccettabile, eppure non mancano i distinguo. Si consideri, infatti, la presa di posizione di Rutelli che, durante una conferenza stampa appositamente indetta, ha difeso il suo tentativo di trovare una mediazione fra le posizioni in campo, avanzando una “terza via” riguardo al nodo dell’alimentazione-idratazione artificiale. Se Paola Binetti dichiara aperto sostegno al testo del centrodestra e accusa gli emendamenti del PD di allentare gli argini contro una deriva eutanasica, la capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro, ha reagito fermamente accusando di radicalismo le posizioni della Senatrice cattolica. Ad increspare ulteriormente le acque, vi è la missiva di Camilleri-Flores d’Arcais-Rodotà-Veronesi, i quali accusano i Democratici di resa verso un ddl non solo incostituzionale, ma anche disumano, sottolineando come le modifiche avanzate dal PD non impediscano che sia inferta una grave ferita, oltre che alla laicità delle istituzioni, alla libertà del paziente di rifiutare cure alle quali non intenderebbe sottoporsi. A stretto giro di posta vi è poi la replica di Franceschini che avoca l’autonomia del partito nel non farsi dettare principi e posizioni dall’esterno. Se la galassia del centrosinistra appare allora scossa dalla rovente tematica del cosiddetto “fine-vita”, anche nel centrodestra si scorgono le prime crepe. Da un lato, Pisanu ha dichiarato che non parteciperà alla votazione perché contrario a qualunque soluzione legislativa, ed altri esponenti del PdL sollevano ulteriori perplessità; dall’altro, un gruppo di Senatori guidati da Cossiga e Mantovano chiede un ddl ancora più prescrittivo, temendo si aprano varchi all’eutanasia. Insomma, il puzzle sembra complicarsi di giorno in giorno. E non c’è da stupirsi visto che il provvedimento in discussione, in linea potenziale, può riguardare da vicino la vita di tutti i cittadini, politici e non. Più semplice è, infatti, compattare una maggioranza che regoli la fecondazione assistita o si opponga al riconoscimento delle coppie di fatto. Ma quando si tratta della vita e della morte (o di quel che vi sta in mezzo, nella zona grigia) c’è in gioco l’interesse di tutti. La maggioranza ha comunque larghi margini numerici per approvare il ddl. Sennonché, è amaro constatare l’evanescenza di un sussulto liberale nel dibattito-scontro che sta avendo luogo. Si parla di “derive eutanasiche”, “vita versus morte”, si brandiscono slogans ed etichette, si mobilitano i rispettivi “eserciti”, si cerca la vittoria sulla controparte. E in tutto questo un fantasma si aggira per l’Italia: lo spirito liberale. Dov’è finita la capacità di relazionarsi nel rispetto delle reciproche posizioni? Dov’è lo sforzo di comprendere le esigenze e le paure dell’essere umano che si trovi in condizioni disperate al crepuscolo della vita? Serve pacatezza, sobrietà, riflessione. Si dovrebbe ritornare a quanto dice la Costituzione sui diritti e sulle prerogative di ciascun individuo. La classe politica deve dare un segnale di maturità alla società civile dalla quale promana e alla quale deve sempre rendere conto delle proprie scelte. Al di là della libertà di coscienza dei singoli parlamentari, è necessario che i partiti – al loro interno – sviluppino una coscienza collettiva di profilo istituzionale.

biassoni_davide@yahoo.it


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 26 febbraio 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP (http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?apriramo=003900050008&pagina=3304&pv= ), per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
Gli ultimi 15 giorni sono stati quanto mai decisivi per l’avvio operativo della Società di Gestione ed in particolare a sbloccare l’empasse, risolutiva è stata una cena a Villa San Martino a casa Berlusconi lunedì 16 febbraio. Nel corso della serata, alla presenza del sottosegretario Gianni Letta, dei ministri Umberto Bossi, Giulio Tremonti, Ignazio La Russa, il Premier ha comunicato al Sindaco Moratti le sue decisioni: sblocco dei finanziamenti ancora mancanti, nessun commissariamento da Roma, ma uscita di scena di Paolo Glisenti da AD della Società. Il prezzo pagato dunque dalla Moratti è stato il sacrificio del suo braccio destro dato per sicuro Amministratore Delegato fin dal giorno della vittoria e ora immolato sull’altare pena il fallimento dell’intera operazione. Al termine dell’incontro il Sindaco ha dichiarato “È stato dato mandato al presidente Berlusconi e a me, in stretta collaborazione con il presidente Formigoni e con le altre istituzioni come la Provincia, di verificare quelle che possono essere eventuali modifiche per garantire l'avvio più rapido della società che dovrà gestire l'Expo con un percorso più agevole per l'organizzazione dell'evento”. I primi nomi circolati al posto di Glisenti sono stati quelli di Bruno Ermolli, Presidente di Promos e da sempre vicino al sindaco e vicinissimo al Cavaliere e quello dell’ex ministro all’Innovazione Lucio Stanca. Già nelle ore successive l’incontro però è stato lo stesso Ermolli, che di recente ha rinunciato alla presidenza di Eni, a far sapere di non essere interessato all' eventuale incarico.
Prontamente invece mercoledì 18 Glisenti ha annunciato, ai suoi più stretti collaboratori cioè quelli con cui ha lavorato in questi oltre due anni e mezzo per mettere insieme prima la candidatura all'Expo e poi l’assetto di governance, l’intenzione di lasciare il CdA e il Comitato di pianificazione della Società. Dato per certo l’ingresso in CdA di Stanca (per di più in quota Comune) e la sua prossima nomina ad AD della Società.
Ma pare che Glisenti possa non essere l’unica vittima sacrificale: nel vertice di Arcore di lunedì 16, Berlusconi avrebbe ipotizzato una più sostanziale revisione complessiva del board di Expo 2015 Spa. Un primo possibile scenario è che, dei cinque consiglieri attuali, la riconferma sicura sia soltanto per Paolo Alli (Regione) e per Enrico Corali (Provincia). Possibile invece che l'ex rettore della Bocconi, Angelo Provasoli, passi dal Cda al Collegio Sindacale lasciando libero un posto per un rappresentante della Lega: quel Leonardo Carioni, presidente della Provincia di Como, che era stato estromesso in extremis dal CdA, ma per cui Bossi non ha mai smesso di battersi. Altro possibile passo indietro potrebbe essere quello della Presidente, Diana Bracco: il passaggio di testimone potrebbe essere con uno dei suoi predecessori, Benito Benedini, che ha il gradimento di An e che comunque rappresenta anche il mondo industriale. Ma a difesa della Bracco è intervenuto tutto il mondo confindustriale mentre Penati ha rinnovato le proprie perplessità sull’affidamento di tale incarico alla Presidente di Assolombarda.
Altra importante novità emersa dall’incontro di Arcore è che alla Regione, oltre al coordinamento della parte infrastrutturale legato all’evento, è stato affidato anche quello delle opere legate direttamente al sito espositivo, cioè le opere essenziali mentre la Società dovrà invece occuparsi “solamente” dei padiglioni e della gestione dei sei mesi di evento: dai convegni agli approfondimenti tematici, alle iniziative collegate. E il Governo rientra poi prepotentemente al Tavolo Lombardia con i rappresentanti di ben 6 ministeri: Tesoro, Infrastrutture, Esteri, Cultura, Università e Ricerca, Sviluppo Economico. Formigoni ha ovviamente commentato in modo positivo la svolta emersa dall’incontro di Arcore: “Abbiamo fatto il tagliando al motore e visto la necessità di qualche correzione, nel giro di pochissimi giorni il motore sarà a punto”.
Il Presidente Formigoni ha poi organizzato il 23 febbraio un doppio appuntamento: a inizio mattina ha convocato un incontro tra i soci della societa' che sono stati chiamati - alla presenza della Moratti, del Sottosegretario alle Infrastrutture Roberto Castelli e del Presidente della Provincia Filippo Penati - a discutere tre punti all'ordine del giorno: la ricognizione delle opere essenziali, la verifica dei finanziamenti integrali delle opere nel riparto tra i soci e le linee dei tempi per la realizzazione del business plan.
A seguire terza riunione del Tavolo Lombardia, che ha visto coinvolti oltre ai vertici degli Enti locali e delle organizzazioni lombarde coinvolte, anche la partecipazione di numerosi esponenti del Governo; tra gli altri, i sottosegretari Luigi Casero (Ministero Economia), Stefania Craxi (Esteri), Roberto Castelli (Infrastrutture), Maria Vittoria Brambilla (Turismo), oltre ad alti esponenti della Presidenza del Consiglio e dell'Ice (Vattani) e, per il Ministero della Cultura, il ministro Sandro Bondi.

I principali risultati raggiunti sono stati:

- Conferma del finanziamento di tutte le opere infrastrutturali, che saranno concluse entro il settembre 2014.

- Conferma del passaggio di competenze dalla Società di gestione a quella del Tavolo Lombardia delle opere di accessibilità al sito.

- L'avanzamento dell'Accordo quadro di sviluppo territoriale, già deliberato dalla Giunta regionale lombarda nei mesi scorsi, con l'identificazione di una vasta serie di progetti e di azioni articolate in 9 ambiti principali.

Molto soddisfatto ovviamente Formigoni – che a colazione ha ricevuto il Ministro Tremonti non presente ai lavori della mattina – il quale ha commentato “Su tutte le 65 opere stiamo rispettando alla lettera il cronoprogramma, sia per le 13 essenziali che per le 17 cosiddette connesse e le 35 necessarie e contiamo di concluderle tutte entro settembre 2014. Il finanziamento c'è, come confermato dal sottosegretario Casero. Un immediato passaggio importante sarà il Cipe di venerdì prossimo che recepirà una informativa dettagliata”. Per questo la Moratti sta elaborando una nuova informativa generale sullo stato di avanzamento delle attività in vista della riunione del Cipe di domani (oggi per chi legge) 27 febbraio.
Per quanto concerne invece il capitolo della ricapitalizzazione della Società, anche il Comune – l’ultimo Ente territoriale a dover ottemperare ai propri obblighi - il 13 febbraio ha provveduto ad approvare il proprio stanziamento di 2 milioni di euro mentre quello del Governo, inserito nel decreto cosiddetto“Milleproroghe“, è stato approvato prima al Senato l’11 febbraio e poi il 19 febbraio anche alla Camera; è quindi in dirittura d’arrivo il versamento anche di questa quota nelle casse della Società.

Sono stati poi sottoscritti in queste settimane parecchi accordi; nello specifico:

-
Il Comune di Milano ha sottoscritto un protocollo d'intesa con il Comune di Napoli e Aiesec - la principale organizzazione internazionale non profit di studenti universitari – finalizzato all’attivazione di un tavolo di coordinamento per la progettazione congiunta di iniziative dedicate a valorizzare eventi culturali, artistici e scientifici offerti da Napoli e che potranno essere integrati nel circuito di Expo 2015. Pacchetti viaggio nella città partenopea durante i mesi dell’Esposizione milanese, ma anche l’impegno da parte di Milano a collaborare all’organizzazione del Forum universale delle culture che si svolgerà a Napoli nel 2013.
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Protocollo d’intesa tra Milano e il Circuito Città d’Arte della Pianura Padana - associazione formata attualmente da undici Comuni (Alessandria, Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Mantova, Parma, Pavia, Piacenza, Reggio Emilia, Verona) distribuiti su 4 regioni (Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto) – finalizzato alla realizzazione di iniziative e progetti mirati per promuovere il gusto italiano di vivere la bellezza e valorizzare uno stile di vita sostenibile.
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La Provincia di Salerno e la Provincia di Milano hanno siglato un protocollo di intesa per l’attivazione di un modello di rete territoriale a supporto del flusso dei visitatori attesi e dei rapporti internazionali che saranno sviluppati; un "tavolo di coordinamento" cioè, finalizzato alla progettazione congiunta di iniziative dedicate alla valorizzazione dei principali eventi artistici, culturali, agroalimentari e turistici offerti dalla Provincia di Salerno, che potranno essere integrati nel circuito degli eventi di approfondimento dei temi prescelti per l'Expo Milano 2015.
-
Protocollo di collaborazione fra le Giunte regionali della Lombardia e del Veneto per lo sviluppo di attività comuni in vista di Expo 2015 e la collaborazione istituzionale su una serie di altri temi rilevanti delle politiche regionali, nella prospettiva di una piena attuazione del federalismo.

Chiudiamo con l’ottimismo del Sindaco: ospite alla trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa” lo scorso 22 febbraio, il primo cittadino meneghino ha ricordato che “otto miliardi e mezzo sono già arrivati, ne mancano due e mezzo che arriveranno. La parte restante del denaro è di privati. Ci vuole ottimismo. Io sono fiduciosa, arriveranno” e ancora “L'Expo 2015? Si farà, il Presidente del Consiglio l'ha confermato, il ministro dell'Economia ha confermato l' impegno”.

Speriamo che tutto questo entusiasmo contagi anche gli altri giocatori di questa complicatissima partita...
Alla prossima.


Laura Specchio e Luciana Matarese
Silvio e Nicolàs: questo amore è una camera a gaaaaaaaas

Napoli: Ehi, ci sei? Mi senti? Qui dicono che l’Italia è spaccata in due e m’è venuto il dubbio che il filo tra Nord e Sud sia già stato tagliato. Chissà che, tra qualche tempo, non dovremo affidare le nostre conversazioni al piccione viaggiatore, ma pure lì potrebbero esserci problemi, non so il luogo di nascita, la fascia di reddito del pennuto, cose così. Pensavamo di dover aspettare l’avvio del federalismo e invece, tac, nell’intento di dividere il Paese è riuscito l’annuncio del ritorno al nucleare.
Milano: “Nucleare? No Grazie!” Ricordi lo slogan di qualche anno fa? Eh sì, lo ammetto: è un po’ datato! Vinse pure il movimento antinucleare, ai tempi. Allora quel “movimento” credeva pure in una riforma radicale del modello di sviluppo, in un consumo più limitato e razionale delle risorse naturali, al risanamento ambientale, alla promozione di stili di vita più attenti alle compatibilità ecologiche. Certo ci si crede pure oggi e se ne parla anche troppo! Se ne parla e basta, come sempre. Tuttavia la situazione è solo andata peggiorando in tutte le direzioni! Ma, c’è un ma: sul tema dell’energia nucleare, oltre alle troppe parole, ora si fa anche troppa demagogia, al solito!
Napoli: Scusa, ma io sono una inguaribile romantica. Hai visto quanto erano belli Silvio e Nicolàs nella foto ricordo? L’uno perfettamente all’altezza dell’altro, tacchi e toupet compresi. Non come succede in altre occasioni con gli altri capi di Stato che per trovare il nostro tra gli immortalati, lo sguardo deve sempre abbassarsi un po’. Con queste premesse, neanche un capello fuori posto, la storia andrà a lieto fine. Come in un fotoromanzo. Anzi, “Fotoromanza”, ricordi la Nannini? “Questo amore è una camera a gaaaaaaaaaaaaaas, è un palazzo che brucia in cittàààààà, è una fiamma che esplode nel cielo...”. Al posto del palazzo mettiamo la centrale, ma il senso della storia regge uguale. Meraviglia.
Milano: Infatti siamo di fronte a una bel “fotoromanzo”: te le immagini delle centrali nucleari in Italia? Prima di tutto vorrei sapere con quali soldi:  ce ne vogliono assai, mi pare. Sarebbe anche interessante parlare delle misure di sicurezza: questo è un argomento molto complicato: chi e come costruirebbe le centrali? Qualche associazione a delinquere che vince la gara d’appalto? Chi si occuperebbe di svolgere controlli continui e capillari? Un ingegnere e un bidello? Chi interverrebbe in caso di incidente? I pompieri con un idrante? Avremmo delle strutture in grado di far fronte al pericolo della contaminazione? Magari qualche ospedale fatiscente? Le scorie radioattive? Dove le mettiamo? Facciamo un buco in mezzo alla campagna e lo chiudiamo tanto nessuno lo sa e lo vede? Oppure le mettiamo in mezzo alla “munnezza”?
Napoli: Questa mi pare una situazione, pardon soluzione, vagamente familiare! Intanto dalla Campania l’assessore regionale Cozzolino ha detto: “Sì al nucleare, ma non da noi”. La conclusione la tiro io: ovvio, noi ci pigliamo le scorie!!!
Milano: Io aspetto risposta alle poche innocenti domande che dovrebbero sorgere spontanee in un Paese che non è neppure in grado di fare la raccolta differenziata, smaltire rifiuti ordinari, e tenere un pezzo di marciapiede all’onor del mondo. Allora mi domando: “Centrali nucleari? In Italia NO GRAZIE!”. Perché non si parla invece delle energie rinnovabili? Lo so, lo so…sarebbe troppo per noi!
Napoli: Rinnovabili? Ma dai, è passato di moda. Nel 1987 l’Italia disse no al nucleare con un referendum, ma ormai che importanza vuoi che abbia? Il futuro, oggi, è il nucleare. Per renderlo più simpatico si accompagna l’annuncio con la foto da cerimonia, il suggello della splendida, progressiva, particolarissima amicizia tra Silvio e Nicolàs. Tre giorni di tempo e Formigoni e Galan hanno già lanciato il patto per il sì alle centrali. Da noi c’è spazio, hanno detto in coro! Altro che foto insieme, qui si va già a convivere. Se son rose fioriranno…all’ombra di una panoramica centrale nucleare!

MilanoNapoli e ritorno
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà

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Nell'ultimo numero:

La strana estate

Diagnosi di un sistema avvitato

Afghanistan, l’unica certezza resta il Grande Gioco

Gli americani abbandonano l'ambiente

La sinistra milanese rimandata a settembre

Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

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