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Home » Newsletter n. 159 - 6 marzo 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 159 – 6 marzo 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni



Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 159.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Davide Biassoni
Il punto/ Carisma: fattore propulsivo o rischiosa deriva della politica?


Alessandro Fanfoni
L'era glaciale


Gianfranco Aurisicchio
In vista del G20 di Londra: “stress test” di coesione per l’Europa


Walter Joffrain
Centrali nucleari “nipoti”


Enrico Bellini
Combattere le lobby con altre lobby


Valentina Pasquali
Una nuova era per la sanità americana


Simone Comi
Quale futuro per Israele?


Laura Specchio e Luciana Matarese
Donne di tutt’Italia, svegliatevi!


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Davide Biassoni
Il punto/ Carisma: fattore propulsivo o rischiosa deriva della politica?

Alla fine di marzo vedrà la luce, ufficialmente, il Popolo della Libertà. Non più come mero cartello elettorale tra Forza Italia ed Alleanza Nazionale, bensì come partito unitario del centrodestra italiano. E, sebbene il processo formativo sia ancora in fieri, tutto lascia presagire la nascita di una formazione a connotazione carismatico-plebiscitaria. La potenza attrattiva del berlusconismo appare sostanzialmente irresistibile anche per gli esponenti e i “colonnelli” di AN, il cui destino ineludibile sembra ormai l’assorbimento nelle schiere del Cavaliere. Così, una reale corsa alla leadership non è nemmeno mai iniziata dacché quest’ultima non può che spettare a Silvio Berlusconi. Tertium non datur, ma nemmeno secundum. Lo stesso Presidente della Camera sa che non potrà concretamente contendere al Premier la guida del partito, tanto che circola la voce di un suo incarico in Europa, quasi a fini compensativi. Sta per nascere così una Forza Italia allargata e, del resto, la spinta alla fusione fu data dallo stesso Berlusconi nel proclama del “predellino” a Milano. Così l’identità del PdL coinciderà nettamente con quella del suo condottiero, il cui carisma è stato cementato da successi indiscutibili che, recentemente, sono diventanti quasi avvilenti per gli avversari. Un’organizzazione carismatica s’impernia su una centralizzazione gravitazionale del potere nelle mani del suo ideatore che detta scelte, strategie e sceglie coloro che le eseguiranno; ovvio perciò che, esclusa la battaglia per il primo posto, la competizione interna si rivolga solo alle seconde posizioni, con l’obiettivo di avvicinarsi quanto più possibile al Capo, poiché il potere personale nel partito è direttamente proporzionale alla vicinanza ed assonanza con il vertice. Il tallone d’Achille sta nella successione: esaurita la figura generativa carismatica, potrebbe prodursi uno smottamento, una balcanizzazione dei gruppi interni che si renderanno visibili nella competizione per l’avvicendamento ai piani alti. Nel centrosinistra, la situazione appare diametralmente opposta. Tanto in Italia, quanto in Europa, le formazioni riformiste e progressiste soffrono di una controproducente fazionalizzazione e/o di un appannamento della classe dirigente. Lo stesso Zapatero ha ottenuto risultati altalenanti nelle recenti elezioni regionali: bene nei Paesi Baschi, male in Galizia dove il PSOE ha subito uno scarto di oltre 17 punti percentuali dai Popolari. Anche in Austria hanno avuto luogo elezioni locali: se nel salisburghese, la SPÖ rimane il partito più votato (seppure in calo rispetto alla tornata precedente), in Carinzia ha prevalso in modo inequivocabile l’onda lunga del ricordo di Haider (scomparso lo scorso autunno) con il BZÖ in grado di raccogliere ben il 45% dei voti. E quello di Jörg appare senza dubbio un fulgido esempio di forte personalità politica, dall’ascendenza anche postuma. Nel resto del Vecchio Continente, il quadro per le forze progressiste non è migliore: in Francia, il PS è lontano dall’Eliseo dai tempi di Mitterand e manca di una guida condivisa, tanto che il partito è uscito lacerato dalla recente lotta all’ultimo voto per la conquista della segreteria fra Ségolène Royal e Martine Aubry; peraltro Sarkozy, benché goda di un consenso altalenante, non pare possa temere, per il momento, l’opposizione dei socialisti. In Germania, Steinmeier – candidato Cancelliere della SPD – rischia di essere scavalcato al secondo posto dai Liberali di Westerwelle e tallonato a sinistra dal Die Linke di Bisky-Lafontaine. E nel Regno Unito, il Labour al governo è indietro di ben 12 lunghezze rispetto ai Tories, con i sondaggi che indicano nella scelta di un nuovo leader, al posto di Brown, l’unica strada per limitare i danni. In una fase storica in cui la politica si fa sempre più personalizzata, con leaders che cercano di stabilire un rapporto emotivo e diretto con le masse, i riformisti languono spiazzati e senza assi nella manica. Il rischio è che la crisi economica fomenti il successo di formule politiche populiste e radicali.

biassoni_davide@yahoo.it


Alessandro Fanfoni
L'era glaciale

L’avevano chiamata la “grande crisi del 2008”, quando ancora si sperava che si trattasse dello scoppio dell’ennesima bolla, quella dei mutui subprime, destinata, come tutte le bolle, a rientrare, a correggere valori e listini, persino a provocare qualche illustre fallimento, ma poi a lasciare il campo agli attori e ai settori sani.
Poi la crisi economica, espandendo i propri confini, contagiando tutti i settori economici, passando di paese in paese, ha rivelato il suo vero volto: la prima grande recessione globale, ovvero la prima grande battuta d’arresto della moderna globalizzazione fondata su “una mobilità di merci, servizi, persone, capitali senza precedenti” e su una iperfinanziarizzazione di ogni aspetto della vita economica.
Tanto che oggi si dice che sia in atto una deglobalizzazione, repentina e violentissima, ovvero che dopo oltre tre lustri di espansione dell’interdipendeza mondiale, oggi la recessione abbia innescato la marcia indietro, l’involuzione delle forze che l’avevano resa possibile. Un big crunch dopo un big bang.
E se, mentre il mercato svelava i propri peccati, si era creduto ancora che lo stato potesse essere il salvatore del mercato, oggi - dopo che è stato riversata nell’economia un’immane fiume di risorse pubbliche, dopo i ripetuti tagli del costo del denaro e dinnanzi ai continui crolli borsistici e alle condizioni terminali di ex-colossi come Citigroup o General Motors - si è sempre più persuasi che solo il mercato può salvare o dannare il mercato. Che stato e mercato sono due entità assolutamente separate per cui il primo non può sostituirsi all’altro. Tanto più che il fallimento del mercato è da imputarsi anche al fallimento dello stato, che è venuto meno al suo ruolo essenziale, che non è di player, bensì di regolatore.
In pochi mesi, a cavallo del 2008 e 2009, si è capito che non si trattava solo di qualche mela marcia ma che l’intero universo creditizio aveva scommesso e prosperato su valori virtuali. Il congelamento dei flussi di capitali – per sopravvenuto prosciugamento degli stessi o  per messa in stand by, in assenza di prospettive certe, di quelli ancora esistenti – ha prodotto il congelamento dell’economia: crollo dei prestiti, dei consumi, della produzione, dell'occupazione, delle borse...
Oggi l’economia si è fermata e il mondo sembra colpito da una grande era glaciale.



Gianfranco Aurisicchio
In vista del G20 di Londra: “stress test” di coesione per l’Europa

Chiuso il vertice straordinario della UE lo scorso 1 marzo a Bruxelles, vertice tanto informale e breve quanto importante per gli accordi raggiunti in seno ai 27 paesi membri, già si guarda al G20 come terreno di confronto tra un’Europa in affanno e ancora poco unita e gli altri attori, come Stati Uniti e paesi asiatici, per un comune rimedio alla crisi.
Più che un piano organico e un accordo formale, la UE ha raggiunto il 1 marzo una serie di steps comuni nella gestione della crisi: ampia discrezionalità su come neutralizzare gli assets tossici (la Francia per esempio non creerà una bad bank); nessun piano complessivo per aiutare i paesi dell’Est-Europa, ma aiuti ad hoc a seconda dei casi; politica comune europea per gli aiuti al settore automobilistico; riaffermazione dei criteri e dei parametri di gestione dell’Euro; riproposta del mercato interno contro il protezionismo come risposta alla crisi.  Annunciati senza un particolare vincolo di forma, né tantomeno di obbligo per i 27, tali passi possono sembrare più che altro un gentlemen agreement con miopia di ambizione.  In realtà sono il risultato, importante e direi unico per l’Europa, di una ritrovata voglia di unità e pragmatismo allo stesso tempo, dopo i vari unilateralismi di Francia, Inghilterra e Germania.
Adesso i leaders europei e delle principali economie guardano al prossimo G20 del 2 aprile a Londra con la speranza di raggiungere un accordo più formale e vincolante per un piano d’azione efficace contro le nebbie della crisi finanziaria e di salvataggio dell’economia globale.  La sfida è vincere la tentazione crescente del protezionismo domestico e di una clusterizzazione tra paesi virtuosi (con in Europa Francia e Germania) e paesi di “Serie B”.  E soprattutto Francia e Germania si faranno portabandiera di una superiorità morale che prevede maggiore regolamentazione dei mercati, supervisione dei paradisi fiscali e controlli più stretti degli hedge funds, in antitesi al capitalismo liberista e poco regolamentato del modello USA e del suo alleato ideologico, il Regno Unito.  E proprio il premier inglese Brown si è ora piegato alle pressioni dei partners europei per un maggior controllo dell’industria degli hedge funds, ora così poco regolata ma così remunerativa nel panorama dei financial services inglesi.  Non stupisce infatti che proprio il Regno Unito sarà secondo il Fondo Monetario Internazionale il più colpito dalla recessione globale.  Dal canto suo Brown si farà portavoce al G20 di una proposta per una dotazione di 500 milioni di dollari al FMI e per una sua riforma, sostenuta anche in passato, a favore di un ruolo maggiore del Fondo nella regolamentazione e supervisione del sistema finanziario globale.
Per gli Stati Uniti invece il G20 sarà l’occasione per l’accreditamento internazionale di Barack Obama, nei suoi primi 100 giorni di mandato alla Casa Bianca, come leader economico innovatore e per tranquillizzare gli amici europei che temono un rinato protezionismo americano. Forse è anche per questo che Obama porterà in dote la proposta di un vulnerability fund a favore delle economie più deboli (come l’Africa ad esempio).  Il presidente americano chiederà infatti che ogni paese sviluppato versi lo 0,7% del proprio stimulus package ad un vulnerability fund per quei paesi in via di sviluppo che non possono permettersi deficit e salvataggi vari.  Gli stessi Stati Uniti doneranno 6 miliardi di dollari del proprio stimulus package, e con questa mossa (tutto sommato modesta, visto che si tratta di appena il 4% di quanto è stato dato ad AIG) mirano a sollecitare la ripresa globale, aiutare i paesi poveri e a riaffermare la loro influenza nella politica estera.  Il G20 dovrà invece aspettare che Obama presenti al Congresso il suo master plan di bilancio per riportare sotto controllo il deficit esplosivo ereditato da Bush, che per quest’anno è previsto intorno ai 1,2 trilioni di dollari, ovvero il 9% dell’economia americana.  Anche l’Asia farà la sua parte in questo G20: i ministri delle finanze dei vari paesi asiatici si stanno già consultando per presentare insieme una proposta per un currency fund di emergenza di entità tra gli 80 e i 120 miliardi di dollari. Giappone, Cina e Corea del Sud contribuirebbero per l’80%.
E proprio il protezionismo sembra essere la patata bollente a Londra il prossimo 2 aprile, nonostante Obama gli abbia girato al largo nel suo stimulus package da 530 trilioni di dollari.  Mentre infatti nel mondo si temono le pressioni crescenti delle lobbies americane al riguardo, in Europa si è visto che il tema è di attualità più di quanto si temesse: non tanto per i vari scioperi, un po’ dappertutto in Eurolandia, contro lavoratori di altri paesi (pur europei), quanto piuttosto per le mosse di qualche leader, leggi Sarkozy, che tenta di riportare in patria posti di lavoro dai suoi vicini europei, dove in anni di boom (e di cost cutting) le industrie francesi avevano delocalizzato la produzione.
Ma il G20 sarà paradossalmente lo stress test per una appena ritrovata unità dell’Europa, test con una valenza sia interna per i paesi membri, che esterna verso gli USA e il resto del mondo per la leadership nell’affrontare la crisi globale.  Solo ora infatti i governi della UE stanno cominciando ad agire insieme e coordinatamente dopo mesi di rivalità intense, analisi discordanti e politiche in conflitto.  “L’Europa è stata presa di sorpresa dalla velocità del collasso e si sono stati fatti molti errori” afferma Peter Ludlow, presidente dello European Strategy Forum. “La Germania si è mostrata molto esitante nella spesa pubblica, ma il vero danno è stato causato dall’unilateralismo inglese e dalla gestione disastrosa dell’ultimo semestre 2008 da parte di Sarkozy e del presidente della Commissione Europea Barroso”. Sarkozy infatti ha ridicolizzato e messo da parte la Merkel e si è accordato invece con Brown, che ha risposto alla crisi avventatamente comprando tutte (o quasi) le istituzioni in crisi e, peggio, con una politica di rubamazzetto svalutando la Sterlina contro l’Euro del 15%. Soltanto ora sta emergendo un nuovo quadro, nota Ludlow. I tedeschi hanno capito che uno stimolo fiscale è necessario ed è rinato il vecchio asse franco-tedesco allo scorso summit di Berlino, dove si è raggiunto un accordo su una regolamentazione più severa dei mercati finanziari. Tuttavia rimangono le tensioni con la City londinese e la posizione dell’Europa nel G20 sarà comunque una posizione “continentale”.  La lezione è che Francia e Regno Unito non hanno quel potere oggi, per cui devono coinvolgere la Germania.  Ma la stessa Unione Europea, oggi, non può fare affidamento al solo dialogo atlantico, ma deve parlare direttamente con Cina e Giappone. Non sono solo quelli di Bruxelles a spingere la UE ad agire all’unisono.
Se dunque una maggiore regolamentazione sembra essere la soluzione invocata e sulla quale si lavorerà al G20, sarà comunque difficile cercare di raggiungere una soluzione per un sistema finanziario internazionale del quale non si sa in realtà fin dove è possibile spingersi con la regolamentazione.  E non si tratta tanto di teorie economiche opposte o di scuole di pensiero diverse, come se la scelta fosse tra Keynes e Friedman, tra approccio interventista o monetarista.  Un sistema che funziona è in realtà fondato su una certa concertazione e molta competizione.  Nuove regole o restrizioni possono funzionare in un’area ma non andar bene per un’altra, o potrebbero addirittura non essere attuabili.  Paradossale è che comunque adesso si invocano quelle misure di controllo dei capitali che, quando furono prima proposte dall’economista Paul Krugman per fronteggiare la crisi finanziaria asiatica del 1998, erano state bollate come eterodosse e irresponsabili. Ora sono invece diventate così ortodosse da essere state adottate dal FMI come standard.  E in tale scenario si dovrà anche tenere conto di implementare soluzioni che vengano incontro e non siano in contrasto con le necessità ambientali di un pianeta sempre più deteriorato e minacciato.

a_gianfranco@yahoo.com


Walter Joffrain
Centrali nucleari “nipoti”

Nelle ultime settimane l’accordo con la Francia per la costruzione nel nostro Paese di quattro centrali nucleari   ha riaperto il dibattito sull’utilizzo dell’energia proveniente dalla fissione dell’atomo. L’accordo si presenta impegnativo perché prevede il rafforzamento della cooperazione fra Italia e Francia in materia di ricerca, trading energetico, smaltimento scorie  e, soprattutto, costruzione di centrali con tecnologia  EPR (reattori europei ad acqua pressurizzata), ovvero le cosiddette centrali di terza generazione.
Sappiamo che la costruzione di nuove centrali nucleari avrebbe senza dubbio il vantaggio di ridurre la dipendenza  da gas e petrolio e di assicurare un mix di fonti  all’Italia, diminuendo il costo dell’energia per i cittadini. La costruzione di centrali nucleari potrebbe poi contribuire a risolvere la paradossale situazione che vede il nostro Paese acquistare il 20% dell’elettricità utilizzata dagli italiani da Francia e Svizzera dove viene prodotta da impianti nucleari.
Se l’obiettivo ottimale per l’Italia potrebbe dunque essere quello di sostituire la quota di energia importata con una produzione interna, occorre però chiedersi se davvero  la costruzione di nuove centrali nucleari EPR possa essere la giusta soluzione.
Tre sono i livelli su cui soffermarsi per analizzare gli impatti attesi dal ripristino delle centrali nucleari nel nostro Paese: tecnologia, ambiente ed economics.
A livello tecnologico, le centrali di terza generazione  ad acqua pressurizzata, “nipoti” di quelle che a  Chernobyl generarono una delle più grandi catastrofi ambientali del XX secolo, possono contare su  quattro sistemi indipendenti di refrigerazione, un sarcofago metallico attorno al reattore  e una doppia parete esterna in grado di resistere anche all’impatto di un aereo. Questi sistemi di sicurezza sono senza dubbio in grado di  mitigare i rischi correlati all’utilizzo del nucleare, ma non li annullano completamente.
A livello  ambientale, le centrali “nipoti” continuano a presentare impatti considerevoli. Infatti, occorre sempre prevedere i costi per l’estrazione  e l’arricchimento dell’uranio, la disponibilità d’acqua necessaria per la refrigerazione dei reattori e infine il difficile processo di stoccaggio delle scorie. A questi aspetti sarà poi necessario aggiungere il problema del posizionamento delle centrali  sul territorio nazionale: le centrali dovranno infatti essere allocate in zone non sismiche, vicino ad importanti sorgenti idriche, ma al tempo stesso poco abitate.
A livello economico, gli investimenti per la costruzione di centrali nucleari sono sostenuti, nei diversi Paesi, da interventi pubblici a cui si affiancano investimenti di privati. Nella situazione economica dei prossimi anni sarà estremamente  difficile individuare imprenditori disponibili ad investire in produzione di energia da centrali nucleari, poiché i ritorni attesi sono spalmati su tempi così lunghi da risultare talvolta insostenibili.
Inoltre, se anche si riuscissero a reperire i capitali pubblici e privati per le quattro centrali  italiane, occorre ricordare che servirebbero almeno settanta centrali nucleari EPR per soddisfare il fabbisogno energetico del nostro Paese. Pertanto, anche dopo l’accordo “nucleare” con la Francia, ci sarà comunque il problema dell’approvvigionamento energetico italiano e sarà lecito chiedersi quali investimenti rimarranno a disposizione per le energie rinnovabili (solare fotovoltaico, eolico…) di cui l’Italia risulta, per sua allocazione geografica, naturalmente ricca.
In conclusione si può osservare che se fu, forse, un errore affidare ad un referendum una scelta di grande complessità tecnica e strategica quale l’utilizzo dell’energia nucleare da parte del nostro Paese, occorre oggi evitare di assumere sul tema decisioni affrettate  anche alla luce del complesso scenario internazionale e delle possibili evoluzioni delle tecnologie e delle fonti energetiche nei prossimi decenni.


Enrico Bellini
Combattere le lobby con altre lobby

Pochi giorni fa, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha messo in atto quella che potremmo definire una preventive strategy. Dopo aver gettato sul tavolo il suo piano economico da 1.170 miliardi di dollari è passato subito all’attacco, piuttosto che aspettare una sicura e implacabile guerra di logoramento dei suoi avversari. Quest’ultimi non possono che essere numerosi, agguerriti e organizzati, se la sua candidatura, il suo piano e la sua presidenza tutta, sono votate al cambiamento. Ma se qualcuno immagina che, come vuole la logica italiana, Obama abbia sferrato un attacco principalmente agli oppositori politici, e segnatamente partitici, si sbaglia. L’obiettivo della sua dichiarazione di guerra sono le lobby, ovvero i gruppi di pressione che difendono interessi particolari, che finora hanno dominato a Washington. Partire da questa definizione essenziale, quasi scarna, ci può servire per capire al meglio il fenomeno lobbistico americano, la concezione della pressure politics che vi sta alla base e, infine, cercare di intuire quali potrebbero essere le intenzioni del neo-presidente.
Sgombriamo subito il campo da una tentazione: catalogare tutte le lobby e i lobbisti come pura incarnazione del male. Così come è assolutamente vero che esistono professionisti che si sono resi colpevoli di reati o che hanno attuato pratiche illegali, allo stesso modo non è possibile generalizzare su un fenomeno complesso, ma anche molto normato e sottoposto a rigide e (generalmente) rispettate regolamentazioni. Nessuno di noi, se non al bar tra un quotidiano sportivo e un caffé, sarebbe pronto ad affermare che tutti gli avvocati sono disonesti visto che alcuni di essi non rispettano la legge e l’etica professionale. Ugualmente, di fronte ad alcuni lobbisti americani che rischiano utilizzando la corruzione, la stragrande maggioranza di essi lavora rispettando leggi ben precise e restrittive, che arrivano a vietare la corrisposizione di regali o agevolazioni non solo ai decisori pubblici, ma anche ai relativi staff (Honest Leadership and Open Government Act, 2007). Accanto ad una precisazione sugli “strumenti” della pressione (ovvero i lobbisti) è necessario anche interrogarsi su chi attua negli Stati Uniti un’azione di pressione politica, direttamente o attraverso dei professionisti esterni. La risposta in questo caso è semplice: tutti. Bisogna senza timori superare lo stereotipo del lobbista meschino che difende solo gli interessi di ricche e potenti corporation che inquinano con il petrolio, fanno ammalare con il fumo o uccidono vendendo e diffondendo armi. Fortissime lobby, che finanziano e influenzano ampiamente tutti i decisori pubblici americani (con mezzi non soltanto economici, ma anche di carattere elettorale, come il voto), sono anche quelle della sanità (intesa sia come assicurazioni che come dipendenti), ma anche quella degli insegnanti, dei pensionati, accanto a tutti i settori industriali, che si raggruppano in associazioni di categoria o agiscono individualmente (come capita con le grandi company). In maniera più specifica, infatti, i lobbisti sono tutti coloro che portano avanti in modo professionale un’attività di pressione, solitamente rivestendo il ruolo di funzionari a tempo pieno, figurando all’interno degli organigrammi di organizzazioni, o come liberi professionisti, che vengono contattati per lavorare al servizio di singole società, ma anche (e solitamente questa figura viene sottovalutata nella realtà italiana) dei cittadini e delle loro associazioni. Da questo punto di vista va allora diviso nettamente in due il mondo della rappresentanza di interessi particolari: da un lato coloro che si mobilitano per difendere interessi economici (oggettivamente più forti in termini di risorse economiche), dall’altro quelli che si mobilitano per tutelare interessi “senza fini di lucro” (più forti in termini di risorse “umane”).
È dunque intorno a questo concetto che ruota la pressure politics americana, ovvero intorno al tentativo di far coincidere il “proprio” interesse particolare (sia esso una normativa preferibile nel proprio ambito industriale, delle sovvenzioni al settore proprio settore produttivo, ma anche l’attuazione e la tutela di diritti in ambito ambientale o civile) con l’interesse generale perseguito dalla società sotto la guida della politica. Sin dalle lezioni dei “padri fondatori” come James Madison (1751-1836), gli Usa hanno scelto una strada opposta rispetto a quella perseguita dalle democrazie di tradizione rivoluzionaria-giacobina (come la Francia e l’Italia). Negli Usa, per prevenire il rischio che un interesse particolare riesca a dominare sugli altri assoggettando completamente l’interesse generale, si è favorito il più possibile la diffusione di questi interessi particolari e tentando di normarne l’attività di pressione. Un processo che dunque richiede la più completa trasparenza per funzionare, pena la sua solidificazione attorno a “potentati”.
Solo avendo ben in mente tutto ciò è possibile capire quanto realmente detto da Obama nel suo intervento e quale sia il significato della sua imperiosa affermazione: “loro sono pronti a combattere. Il mio messaggio per loro: lo sono anche io!”. La sua mossa non è una negazione della pressure politics in toto e nemmeno una retorica denuncia delle malefatte dei “brutti, sporchi e cattivi” lobbisiti, con annessa promessa del loro totale debellamento. Il presidente si scaglia contro quei gruppi consolidati di interessi economici che vorranno ostacolare i suoi progetti e le sue promesse, chiamando a raccolta proprio altri portatori di interessi particolari: coloro che NON sono “special interests and lobbyists who are invested in the old way of doing business” (e quindi chiama a sè quei settori, come l’industria “verde”, che finora sono stati avversati perché “avversari” delle lobby prima dominanti) e gli stessi cittadini, che autonomamente compongono l’altra “metà del cielo” delle lobby, ovvero quelle non a fine di lucro, o che semplicemente si mobilitano per tutelare i propri diritti, il proprio voto, e il cui agire dal basso viene battezzato grass roots lobbying (ovvero, un lobbying che agisce come le radici dell’erba, che cresce bottom up).
In altre parole, il sogno americano continua anche in questo caso: non rinunciando alle lobby, manifestazione della libertà di espressione, ma rinnovandole. Obama intende approfittare della crisi e del forte consenso popolare per sfondare i sancta sanctorum, senza rinunciare al pluralismo.
Anche questo è Change, yes we can.

ebellini83@gmail.com


Valentina Pasquali
Una nuova era per la sanità americana

Washington D.C. – Per un paese che si considera il più avanzato al mondo, il sistema sanitario americano è un imbarazzo sempre più difficile da nascondere. Fondata quasi esclusivamente su assicurazioni mediche private, spesso finanziate a metà dal datore di lavoro e dall’impiegato, la sanità americana è stata pensata al fine di mantenere basso il carico fiscale, ma, di conseguenza, finisce per scaricare tutto il peso economico dei servizi sanitari sull’individuo. Questo sistema privatistico, e fra i più costosi al mondo (si calcola che i costi della sanità a stelle e strisce abbiano toccato i 2,5 trilioni di dollari all’anno, nonostante prestazioni sempre deludenti rispetto a quelle di altri paesi occidentali quanto, ad esempio, a mortalità infantile e prevenzione e cura del diabete), può gettare qualunque cittadino americano nella più totale disperazione in qualsiasi momento, e in particolare in un periodo di crisi economica come quello attuale.
È questo il caso,
raccontato giovedì dal Wall Street Journal, di Chris and Vickie Cox, una coppia originaria del Kansas. I Cox hanno tre figli, di sette, dodici e quindici anni, tutti colpiti da una grave malattia autoimmunitaria che li costringe a sottoporsi costantemente a cure molto costose. Se non fosse per la fragile salute dei figli, Chris e Vickie Cox non sarebbero affatto una famiglia povera. Chris guadagna un buono stipendio e ottimi bonus come rappresentate di prodotti farmaceutici, una professione intrapresa al momento in cui scoprì della difficile condizione dei figli e perchè l’azienda offriva una copertura sanitaria molto competitiva. Ma, a fronte di costi che si aggirano sui 40.000 dollari l’anno, l’assicurazione dei Cox, seppur migliore di altre alternative, rimborsa solo parte delle spese mediche della famiglia.
Fino a che l’economica americana scintillava, il mercato immobiliare era in crescita costante, e tutti avevano denaro da spendere, i Cox sono stati in grado di supplire alle mancanze del libero mercato e all’inesistente rete di protezione statale con la generosità spontanea di parenti e amici, e della comunità di fedeli appartenenti alla parrocchia che essi frequentavano. Costoro contribuivano ogni anno i fondi necessari a coprire  quei costi che l’assicurazione non voleva o poteva rimborsare. Poi, improvvisamente, negli ultimi mesi le donazioni sono cominciate a calare vertiginosamente e rappresentano oggi solo briciole rispetto ai conti complessivi dei Cox, che stanno valutando l’ipotesi di lasciare la casa in affitto per trasferirsi nella propria roulotte nel tentativo di risparmiare qualche soldo da versare poi agli ospedali che sono costretti a visitare così di sovente.
Dopo oltre quindici anni dal fallimentare tentativo di riformare la sanità americana portato avanti dall’allora First Lady Hillary Clinton, i Cox potrebbero aver finalmente ritrovato un rappresentante che si interessa di casi come il loro e dei paradossi del sistema sanitario a stelle e strisce. Il neo-insediato Presidente Barack Obama, infatti, ha deciso di raccogliere i pezzi di quella sfida ormai lontana e si è messo prontamente al lavoro per ridisegnare un ambizioso piano di riforma che possa rendere le strutture e i servizi sanitari più accessibili al popolo americano.
Nel quadro delle linee guida del budget per l’anno 2010 presentate la settimana scorsa, il Presidente Obama ha annunciato la creazione di un “fondo risparmio” che dovrebbe raccogliere 634 miliardi di dollari in 10 anni, grazie in particolare all’aumento del carico fiscale per le famiglie americane più ricche, da devolversi progressivamente alla riforma della sanità. Inoltre, dall’inizio del proprio mandato poco più di un mese fa, Obama ha già anche convertito in legge due proposte del Congresso volte l’una a garantire un’assicurazione sanitaria pubblica per circa 11 milioni di bambini figli della working class, e l’altra a offrire copertura pubblica temporanea a sette milioni di americani che hanno perso il proprio lavoro, e quindi l’accesso alle assicurazioni private, a causa della crisi in corso.
Facendo seguito a queste prime iniziative, il presidente ha dichiarato quella in corso la settimana della sanità, inaugurata con l’annuncio della selezione di Kathleen Sebelius (Governatrice del Kansas) come Ministro, nomina arrivata dopo che Tom Daschle, la prima scelta di Obama, era stato costretto a ritirare la propria candidatura per via di problemi con il fisco (Sebelius dovrà essere confermata dal Congresso).
Per lanciare il vero e proprio lavoro di programmazione e riforma, infine, il presidente ha ospitato giovedì alla Casa Bianca il primo forum presidenziale sul servizio sanitario, aperto alla più ampia partecipazione possibile; dagli esperti del settore, ai deputati e ai senatori, ai rappresentanti delle assicurazioni private, e perfino a una gruppo di cittadini americani estratti a sorte. Obama ha così voluto radunare tutte le varie voci del dibattito sulla riforma sanitaria per discutere delle strade che sono più facilmente percorribili. È questo il tentativo di non ripetere gli errori commessi da Hillary Clinton nel 1993, quando fu accusata di non voler trattare con le società di assicurazione, e di aprire il dialogo a tutte le parti coinvolte.
Nel discorso di apertura dei lavori, Obama ha definito la crescita incontrollata dei costi delle assicurazioni sanitarie private “una delle più grandi minaccie non solo per la salute delle famiglie e  per la prosperità delle attività commerciali americane, ma anche per le fondamenta dell’economia.” Negli ultimi otto anni, ha raccontato il presidente, il costo delle assicurazioni è aumentato quattro volte tanto i salari e, di conseguenza, nello stesso periodo di tempo, nove milioni di nuovi americani si sono aggiunti alle file dei non-assicurati, un numero che ha toccato quota 46 milioni. Nel bel mezzo di una crisi economica di proporzioni storiche, che sta mettendo alla prova tutti i principi fondanti l’economia del paese, anche la sanità americana è destinata a subire un certo scossone visto che, come ha detto il Presidente Obama giovedì, “la riforma del servizio sanitario non è più solamente solo un imperativo morale, ma è diventato anche un imperativo fiscale."

valentina.pasquali@gmail.com


Simone Comi
Quale futuro per Israele?

Le dichiarazioni del Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton a margine della Conferenza dei paesi donatori per la ricostruzione della Striscia di Gaza ed il supporto alla popolazione palestinese hanno destato più di una preoccupazione a Gerusalemme. La decisione della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato di inviare funzionari statunitensi a Damasco per intavolare trattative in grado di favorire un riavvicinamento tra i due paesi e la promozione del programma di pace che prevede la creazione di uno Stato Palestinese indipendente sono stati letti infatti dall’establishment israeliano come un chiaro segnale di cambiamento della politica estera statunitense per la regione mediorientale. Benjamin Netanyhau si è limitato a dichiarare che per il popolo palestinese sarebbe giunto finalmente il tempo in cui poter decidere in maniera autonoma del proprio destino ma è lecito pensare che il leader israeliano si senta ora costretto tra due fronti opposti ed ugualmente importanti per mantenere gli equilibri politici interni e quelli regionali.
La posizione di Gerusalemme in campo internazionale sembra essere al momento particolarmente difficile e secondo molti analisti potrebbe peggiorare nel caso in cui l’esecutivo guidato dal Likud cadesse ostaggio delle istanze dello Shas e di Israel Beitenu, i partiti ultraconservatori della probabile coalizione di governo. L’eventualità di un irrigidimento delle posizioni negoziali da parte di Israele potrebbe inoltre portare forti tensioni nelle relazioni con Washington, che ha definito ineludibile la questione della creazione del futuro Stato Palestinese. Il riavvicinamento statunitense alla Siria e la possibile riapertura dei rapporti diplomatici Washington-Teheran sembrano essere al momento fonte di nervosismo anche per l’opinione pubblica israeliana e non è da escludere la possibilità che vengano attivati canali diplomatici paralleli a quelli ufficiali per fare pressioni in grado di influenzare le future scelte dell’amministrazione Obama per la regione mediorientale.
Ulteriore fonte di preoccupazioni per il prossimo governo israeliano potrebbero essere i rapporti con le Nazioni Unite dopo la decisione della Conferenza Onu sul razzismo di inserire nella bozza del testo finale accuse durissime nei confronti di Gerusalemme. Secondo quanto anticipato la politica israeliana verso i territori palestinesi costituirebbe una violazione dei diritti umani, un crimine contro l’umanità ed una forma contemporanea di apartheid. I lavori della Conferenza potrebbero essere pesantemente influenzati dalla maggiore libertà di attacco dei paesi arabi dovuta all’assenza di rappresentanti statunitensi ed israeliani. L’attuale situazione vede quindi Israele in difficoltà nei rapporti con i diversi attori internazionali, incapace di arginare le critiche al proprio operato e di proporsi come interlocutore di primo piano nei negoziati in cui si definiranno probabilmente i futuri equilibri regionali.

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Laura Specchio e Luciana Matarese
Donne di tutt’Italia, svegliatevi!

Milano: Si avvicina l’8 marzo e viene spontaneo fare brevi considerazioni sulle donne, chiedersi a che punto siamo, se siamo arrivate a un sistema di piena parità. Purtroppo, non occorre pensarci troppo ed appare evidente che siamo ancora ben lontane dall’aver raggiunto quella situazione tanto auspicata da un bel po’. Non è vittimismo o la solita retorica femminile: è, purtroppo, un dato di fatto. Basti pensare alla scarsa presenza delle donne negli organi apicali delle imprese, e pure in politica. A parte il gruppo delle solite note ed i grandi proclami, “quote rosa”, alternanza nei meccanismi di formazione delle liste, ecc. ecc., la presenza femminile è spesso relegata al ruolo di mera presenza, oppure di utile manovalanza durante campagne elettorali. Le più fortunate ricoprono incarichi di scarsa rilevanza, ma che possono fare molta “vetrina” (di qualche negozietto di periferia, quelli “tutto a 1 euro”) con scarse prospettive, ovviamente. Anche qui gioca l’antropologia: dalla pensionata volantinante, alla ex strega rivoluzionaria in carriera assetata di sangue (delle altre donne, non degli uomini), dall’intellettuale ben equilibrata, alla predicatrice mancata. Che vuoi siamo tante, ognuna fa la sua parte.
Napoli: Sempre da figurante di teatro di periferia, dici? L’argomento è scivoloso, rischia di far sbandare verso la retorica di genere. Di certo, ma sono considerazioni più proclamate che condivise, c’è che il contributo delle donne in tutti gli ambiti, e dunque anche in politica, è fondamentale e che per arrivare a darlo, quel contributo, al pari degli uomini, le donne devono sudare sette gonne e alla fine indossare i pantaloni. Poi c’è quella che i pantaloni preferisce sfilarli all’uomo sul quale ha puntato per fare carriera o quella che del lui capace di farla uscire dall’anonimato si innamora e riesce ad unire l’utile al dilettevole, ma queste sono altre storie. La parità, in politica come dovunque, continuerà ad esistere nei programmi da conventicole rosa o, al più, come sofisma da incartare insieme alla mimosa dell’8 marzo, fino a quando non si ragionerà sulle modalità attraverso le quali realizzarla. E non credo che l’offerta da supermarket dell’uno più uno in lista aiuti. O la riserva indiana delle quote rosa. Il problema, secondo me, è a monte ed è prima di tutto a carico delle donne, che, per stare alla politica, brandiscono la sottorappresentanza nei partiti e nelle istituzioni come l’arricciacapelli o l’ultimo tipo di lacca: per sembrare più interessanti. Agli occhi degli uomini.
Milano: Antropologia e altre amenità a parte, sono convinta che il criterio paritario possa essere il motore di un processo di rinnovamento della classe politica, in quanto elemento di discontinuità, facilitando lo smantellamento delle logiche di autoconservazione di un sistema autoreferenziale. Inoltre, potrebbe inserire risorse e competenze, sdoganando il Pd, ad esempio, dalla “carestia di personale politico nuovo”. Esiste la necessità di eliminare l’attaccamento a logiche e schemi di funzionamento inveterati e non più rispondenti alle aspettative degli elettori e degli iscritti al Pd? Ebbene ecco qui  le donne (non le raccomandate, parliamo delle donne impegnate veramente!).
Un ultimo slancio di creatività ed un avvertimento: “Tremate, tremate! Le Milanonapoli son tornate!”.
Napoli: Come si fa a non essere d’accordo con quello che dici? Il problema è che lo sappiamo io, te e qualcun'altra di buona volontà, abbastanza incosciente (parlo di me) da posporre il conto in banca e il matrimonio e i figli ai propri convincimenti ideali, alla volontà (ma forse è un’esigenza più profonda) di impegnarsi per cercare di capire un po’ di più la realtà in cui si vive e si muore. Alla maggior parte delle donne non interessa niente, preferiscono dormire o abbandonarsi alla corrente. Lo spazio è di chi se lo prende, in fondo, e non se ne può fare certo una colpa agli uomini se si accomodano sulle poltrone con tanta facilità. Uomo e donna: sono questi i poli dai quali ripartire. Ma devono essere gli uomini e le donne a farlo, insieme. E queste ultime la smettano di lamentarsi, che hanno stancato. Studino e si propongano se vogliono contare. E le strade da percorrere per realizzare la parità le aprano loro. Altrimenti, se ne restino a casa (dove pure c’è bisogno di donne, per carità) e infiorino i loro balconi. Una mimosa riusciranno sempre a guadagnarsela.

MilanoNapoli e ritorno
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà

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