Roberta Sala
Obama e le staminali/ Via libera a che cosa?
“Obama: via libera alla ricerca sulle cellule staminali”. Così titolano vari articoli pubblicati negli ultimi giorni, apparsi in riferimento alla decisione del presidente degli Stati Uniti di cancellare i divieti imposti dall’amministrazione Bush alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, le cellule “bambine” totipotenti in grado di svilupparsi molto rapidamente e di dare origine a moltissimi tipi di cellule dell’organismo. L’interesse nei confronti delle cellule staminali esplose vari anni fa, quando alcuni ricercatori inglesi, decisi a sfruttare l’enorme potenzialità di proliferazione e di differenziamento di queste cellule, ottennero l’autorizzazione del governo inglese a prelevarle dagli embrioni umani sovrannumerari, esito dei cicli di fecondazione artificiale, conservati in frigorifero e non destinati all’impianto (Rapporto Donaldson - Department of Health, 16 Agosto 2000: Stem Cell Research: Medical Progress with Responsibility). La capacità di proliferare e di differenziarsi di queste cellule ha suscitato sempre maggiore interesse anche presso l’opinione pubblica per il loro potenziale terapeutico: potendo dare luogo a tessuti di diverso tipo le cellule staminali embrionali permettono di ottenere tessuti sani con cui sostituire tessuti ammalati, aprendo speranze di guarigione di gravi malattie degenerative come la malattia di Parkinson o la Corea di Huntington. Il fatto che questi embrioni in sovrannumero fossero destinati a essere distrutti, dato l’imminente scadere del periodo della loro conservazione e dato il loro ‘stato di abbandono’, rendeva agli occhi degli scienziati inglesi del tutto lecito il loro utilizzo come fonti di cellule staminali. La promessa terapeutica rappresentata dalle cellule staminali embrionali è stata cioè una ragione sufficiente per superare le residue perplessità etiche che gravavano sull’ipotesi di utilizzo di questi embrioni.
Già allora, ma costantemente negli anni a seguire, la polemica sull’impiego delle cellule staminali assunse toni molto polemici; da un lato si schierarono i difensori della vita embrionale e fetale, assolutamente contrari all’utilizzo degli embrioni, un crimine non giustificabile neppure in prospettiva di importanti esiti terapeutici; dall’altro lato si schierarono coloro che, proprio in ragione di tali obiettivi, erano disposti al’impiego di embrioni, pur con il limite di ridurlo a quelli sovrannumerari, embrioni ‘orfani’ che nessuna coppia avrebbe più reclamato, e dunque destinati ad essere distrutti. Altri ancora non trovarono alcuna ragione che impedisse l’utilizzo in generale degli embrioni, non essendo in generale gli embrioni paragonabili a esseri umani adulti. Dopo la pubblicazione del Rapporto Donaldson, l’allora Ministro della Sanità Umberto Veronesi istituì un’apposita commissione, la Commissione italiana incaricata di studiare l’utilizzo di cellule staminali per finalità terapeutiche, nota come Commissione Dulbecco, con il compito di rispondere ad alcune fondamentali domande quali quella relativa all’effettivo potenziale terapeutico delle cellule staminali, o quella relativa alla miglior fonte di tali cellule e così via. Il 28 dicembre 2000 venne resa pubblica la Relazione finale di questo gruppo di lavoro, che comprendeva una parte tecnico-scientifica e una breve nota sugli interrogativi etici. Anche in questo caso si registrarono due posizioni opposte in riferimento all’uso degli embrioni soprannumerari: una contraria e una favorevole. Secondo la posizione contraria, ogni embrione umano ha il diritto di essere tutelato, indipendentemente dal suo destino; si tratta di un essere umano con potenzialità di sviluppo e non soltanto di un essere umano potenziale. Il sacrificio degli embrioni soprannumerari non è dunque accettabile, neppure nell’ipotesi che da esso possa derivare un sicuro vantaggio per i malati. Per quanto nobile sia l’obiettivo terapeutico e nonostante tali embrioni non abbiano una realistica prospettiva di diventare esseri umani adulti, il dovere di rispettare la vita umana sin dal concepimento rimane per questa posizione un imperativo morale che non prevede eccezioni. La posizione favorevole all’impiego degli embrioni sovrannumerari sostiene che la scelta di destinare parte di questi embrioni a ricerche dalle quali si possono derivare benefici per l’umanità non “comporta una concezione strumentale dell’embrione, né costituisce un atto di mancanza di rispetto nei confronti della vita umana, in specie se si considera che l’alternativa è di lasciare che questi embrioni, per i quali non è più possibile la destinazione per la quale sono stati formati, periscano”. Il ricorso agli embrioni sovrannumerari è, secondo questa posizione, giustificabile in base ad un calcolo dei benefici sperati pur a fronte delle sicure perdite: il vantaggio terapeutico che si spera di ottenere è così importante – e sollecita il senso di responsabilità dei ricercatori nei confronti delle persone che soffrono e che soffriranno anche in futuro – da compensare la perdita di embrioni, tanto più se si tratta di embrioni non destinati né destinabili all’impianto. È questo in sostanza il dibattito sulla spinosa questione delle cellule staminali. Al fondo si staglia, com’è evidente, il problema dell’embrione nonché quello del suo utilizzo. Si tratta di un caso di conflitto morale ‘profondo’, in cui sono in gioco valori molto contrastanti. Da un lato c’è la voce di chi si schiera a difesa del diritto alla vita dell’embrione, di tutti gli embrioni, in vivo o in vitro; dall’altro si alza la voce di chi considera prioritario il dovere di studiare ogni alternativa per la cura delle malattie. La decisione che si profila potrebbe essere considerata tragica, nel senso che a confrontarsi, o a scontrarsi, sono due concezioni della vita embrionale, quella che la dichiara meritevole della stessa tutela di cui gode la vita umana adulta, e quella che la subordina a fini più desiderabili della vita embrionale stessa, quale la cura di gravi malattie degenerative per le quali non è ancora disponibile una cura.
Con la decisione di Obama torna la polemica, tornano i toni accesi, tornano le affermazioni ideologiche, tornano parole in libertà. Cerchiamo ora di farne un breve resoconto.
La prima affermazione ideologica è quella dello stesso Obama, quando ha detto che “la scienza riprende il suo primato sull’ideologia”. Tale affermazione ne implica un’altra, non priva di qualche ambiguità. Che significa, infatti, che la scienza riprende la sua priorità sull’ideologia? Significa certamente, nella prospettiva abbracciata da Obama, che la scienza deve essere libera da moralismi che ne restringano la portata di azione e, ancora prima, che ne compromettano la libertà. Sono del tutto simpatetica con l’idea che la scienza non debba essere in alcun modo asservita ad alcuno scopo di tipo morale che le sia estraneo (abbiamo ben in mente che significa moralizzare la medicina, ovvero fare della medicina uno strumento di moralizzazione della società: si pensi agli episodi dell’istituzionalizzazione psichiatrica dei dissidenti politici, ovvero ai tentativi operati dai nazisti di intervenire ‘attraverso la scienza’ sullo statuto morale degli individui di cui si pretendeva di ridisegnare l’assetto genetico); non ritengo tuttavia che sia ancora pensabile, se in modo del tutto ingenuo, una scienza neutrale, come se la scienza fosse un soggetto indipendente, un’entità a se stante. Peraltro, affermare la neutralità della scienza significherebbe interpretarla come certa: la scienza identifica scopi e apparecchia i mezzi per il loro perseguimento. Fare questa affermazione significa sottrarre la scienza alle valutazioni critiche intorno ai suoi stessi obiettivi, significa cioè assumere un atteggiamento ideologico e moralistico. Questa accezione della scienza neutra, per cui è la scienza a dover fissare i suoi scopi e non già altri soggetti decisionali, comporti una forma di paternalismo che possiamo chiamare scientifico.
Affermazioni ideologiche, non prive di toni fortemente retorici, non sono certo mancate da parte della Chiesa cattolica, sia statunitense sia italiana, che hanno disapprovato la decisione di Obama molto severamente. Il presidente della Conferenza dei vescovi americani, Justin Rigali, ha parlato di “vittoria della politica sulla scienza e l’etica”. Sembra di capire che con Obama la politica, e i suoi fini pragmatici, abbiano schiacciato le ragioni dell’etica invocate a diritto al fine di delimitare l’azione degli scienziati. Una nota dell’Osservatore Romano, a firma di Adriano Pessina, parla invece della perdita del “significato ontologico” dell’embrione umano; è sul rispetto della dignità personale estesa a tutte le fasi dell’esistenza che si basa “una reale democrazia”. Ora, a me non è chiaro che significato assuma, in questo contesto, il termine “democrazia”. Una democrazia è reale quando sono protetti gli embrioni? Che c’entra la democrazia con il riconoscimento dello statuto ontologico dell’embrione? Mi pare che non vi sia nesso tra embrioni e democrazia: a meno che qui non si sottintenda – con una retorica ben nota – il paragone tra le società liberali e democratiche che riconoscono la libertà qualificata di aborto e le forme più abiette di totalitarismo. Ma questa è, appunto, retorica, in una delle sue forme più bieche. E per finire, in un suo intervento riportato dall’ANSA Monsignor Sgreccia parla di “decisione dettata dalla logica dell’utilitarismo”, grave “anche razionalmente” in quanto si tratta della distruzione di vite umane per fini di sperimentazione. Curioso come da parte cattolica si continui a considerare l’utilitarismo politico come una potenza diabolica, dimenticando come le scelte in politica, specie quelle prese in un regime di “reale democrazia”, non possano non tenere conto della forza dei numeri, delle conseguenze che le decisioni comportano come anche delle conseguenze che derivano dal non decidere, o dall’impedire ogni decisione. Non intendo dire con questo che ogni azione sia lecita per il fatto di produrre conseguenze desiderabili, né tanto meno che decisioni etiche in ambito scientifico debbano rispettare la regola della maggioranza; ma certamente ritengo che, nella valutazione di un’azione o decisione, le conseguenze abbiano rilevanza, persino e forse soprattutto quelle in ordine alla possibilità di raggiungere grazie alla ricerca futuri scenari terapeutici. Senza dimenticare che la ricerca non promette la disponibilità immediata di cure e senza dimenticare che non tutti gli scienziati sono d’accordo nel ritenere tale ricerca così promettente, ricca di potenzialità terapeutiche.
Non c’è dubbio – come dicevo - che il caso delle cellule staminali embrionali si configuri come un vero e proprio conflitto morale; ogni volta in cui si presenta la possibilità di un utilizzo dell’embrione, anche quando l’alternativa è una conservazione indefinita, si manifestano forti contrasti di opinione esacerbati dal linguaggio della persuasione più che gestiti nell’intento di trovare forme di accordo pratico. Ci sono questioni per le quali tuttavia una decisione va presa e va presa alla luce dell’ideale della ragione pubblica. È alla luce di questo ideale che riconosciamo alla politica l’obiettivo non già di difendere verità morali, ma soltanto di giustificare pubblicamente decisioni che valgano per tutti e che rispondano ad un interesse pubblico fondamentale. Per arrivarci, occorre in primo luogo usare un linguaggio che cerchi il reale confronto e sia depurato dalla retorica e dai suoi corto circuiti.
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