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Home » Newsletter n. 160 - 13 marzo 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 160 – 13 marzo 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni



Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 160.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Sassi nello stagno


Roberta Sala
Obama e le staminali/ Via libera a che cosa?


Simone Comi
Nuovo membro, nuovo Segretario, nuova Nato?


Davide Biassoni
Europa dell’Est: incognita “profondo rosso”


Luciano Balbo
Il trionfo del Tremonti pensiero


Gianfranco Aurisicchio
La nuova primavera della Regulation


Valentina Pasquali
Avidità individuale e malcostume sociale


Luca Rossetti
Casa e territorio: oltre le barricate dei luoghi comuni con la testa alle soluzioni!


Valerio Pulga
Cercasi disperatamente squadra italiana in Champions…


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – diario di bordo 13 marzo 2009


Laura Specchio e Luciana Matarese
Poveri poveri!


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Sassi nello stagno

Solo sassi nello stagno, magari lanciati con una certa abilità e una certa fortuna, ma non chiamatela agenda. Ora, che si dica che le proposte economiche della nuova segreteria democratica stiano dettando l’agenda del governo, appare un po’ eccessivo. Forse procurano qualche imbarazzo al governo, ma un’agenda…

Un’agenda esige programmazione, articolazione, insomma una certa organicità: se il piano del Partito democratico contro la recessione si basa sull’assegno di disoccupazione a chi perde il posto quest’anno finanziato con il recupero dell’evasione fiscale, sul contributo per le forze dell’ordine da ricavare dal risparmio dell’accorpamento del referendum con l’election day, sul prelievo fiscale una tantum dai redditi più elevati da devolvere agli organismi di volontariato che assistono i più poveri della società, beh, a noi sembrano sassi nello stagno della più grande recessione dal dopoguerra. Fori praticati nel muro per respirare un poco di più, ma non certo aria fresca nelle stanze democratiche. Né una sfida per la casta come pretende Geremicca né tantomeno le prove di un riformismo responsabile come sogna Massimo Giannini, ma gli italiani giudicheranno….

Forse solo si può ammettere – richiamando la triste dialettica demagogia-ideologia descritta da Massimo Cacciari che, in qualche modo, la nuova segreteria del Partito democratico sta cercando di misurarsi con Berlusconi sul suo stesso terreno. In ogni caso, la chiameremmo con Stefano Folli, “una determinazione da ultima spiaggia” dettata esclusivamente dalla necessità di ricoprirsi a sinistra, di salvare il salvabile, non certo una nuova epopea del riformismo che, per essere tale, esigerebbe una nuova sensibilità tale da mettere il Pd nelle condizioni di porre i problemi (dare i nomi alle cose!), riconoscere i limiti oggettivi della situazione, e avere il coraggio di decidere le priorità. Questo sarebbe riformismo.
Ma tant’è, primum vivere, e allora ben si comprendono i sassi nello stagno, la tattica oggi per poter avere una strategia domani, perché nel voto del 6 giugno prossimo è in gioco la sopravvivenza stessa del progetto democratico e del bipolarismo all’italiana.
Perché se è vero che, mentre le numerose opposizioni prendono le reciproche distanze per contendersi gli stessi elettori nell’agone elettorale, dall’altra parte sta per un nascere una forza politica, un solo partito, il PdL, stimato nell’ordine del 40%. Pertanto, perché di bipolarismo si possa continuare a parlare, si avrà sempre bisogno di un PD anche solo minimante equiparabile.



Roberta Sala
Obama e le staminali/ Via libera a che cosa?

“Obama: via libera alla ricerca sulle cellule staminali”. Così titolano vari articoli pubblicati negli ultimi giorni, apparsi in riferimento alla decisione del presidente degli Stati Uniti di cancellare i divieti imposti dall’amministrazione Bush alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, le cellule “bambine” totipotenti in grado di svilupparsi molto rapidamente e di dare origine a moltissimi tipi di cellule dell’organismo. L’interesse nei confronti delle cellule staminali esplose vari anni fa, quando alcuni ricercatori inglesi, decisi a sfruttare l’enorme potenzialità di proliferazione e di differenziamento di queste cellule, ottennero l’autorizzazione del governo inglese a prelevarle dagli embrioni umani sovrannumerari, esito dei cicli di fecondazione artificiale, conservati in frigorifero e non destinati all’impianto (Rapporto Donaldson - Department of Health, 16 Agosto 2000: Stem Cell Research: Medical Progress with Responsibility). La capacità di proliferare e di differenziarsi di queste cellule ha suscitato sempre maggiore interesse anche presso l’opinione pubblica per il loro potenziale terapeutico: potendo dare luogo a tessuti di diverso tipo le cellule staminali embrionali permettono di ottenere tessuti sani con cui sostituire tessuti ammalati, aprendo speranze di guarigione di gravi malattie degenerative come la malattia di Parkinson o la Corea di Huntington. Il fatto che questi embrioni in sovrannumero fossero destinati a essere distrutti, dato l’imminente scadere del periodo della loro conservazione e dato il loro ‘stato di abbandono’, rendeva agli occhi degli scienziati inglesi del tutto lecito il loro utilizzo come fonti di cellule staminali. La promessa terapeutica rappresentata dalle cellule staminali embrionali è stata cioè una ragione sufficiente per superare le residue perplessità etiche che gravavano sull’ipotesi di utilizzo di questi embrioni.
Già allora, ma costantemente negli anni a seguire, la polemica sull’impiego delle cellule staminali assunse toni molto polemici; da un lato si schierarono i difensori della vita embrionale e fetale, assolutamente contrari all’utilizzo degli embrioni, un crimine non giustificabile neppure in prospettiva di importanti esiti terapeutici; dall’altro lato si schierarono coloro che, proprio in ragione di tali obiettivi, erano disposti al’impiego di embrioni, pur con il limite di ridurlo a quelli sovrannumerari, embrioni ‘orfani’ che nessuna coppia avrebbe più reclamato, e dunque destinati ad essere distrutti. Altri ancora non trovarono alcuna ragione che impedisse l’utilizzo in generale degli embrioni, non essendo in generale gli embrioni paragonabili a esseri umani adulti. Dopo la pubblicazione del Rapporto Donaldson, l’allora Ministro della Sanità Umberto Veronesi istituì un’apposita commissione, la Commissione italiana incaricata di studiare l’utilizzo di cellule staminali per finalità terapeutiche, nota come Commissione Dulbecco, con il compito di rispondere ad alcune fondamentali domande quali quella relativa all’effettivo potenziale terapeutico delle cellule staminali, o quella relativa alla miglior fonte di tali cellule e così via. Il 28 dicembre 2000 venne resa pubblica la Relazione finale di questo gruppo di lavoro, che comprendeva una parte tecnico-scientifica e una breve nota sugli interrogativi etici. Anche in questo caso si registrarono due posizioni opposte in riferimento all’uso degli embrioni soprannumerari: una contraria e una favorevole. Secondo la posizione contraria, ogni embrione umano ha il diritto di essere tutelato, indipendentemente dal suo destino; si tratta di un essere umano con potenzialità di sviluppo e non soltanto di un essere umano potenziale. Il sacrificio degli embrioni soprannumerari non è dunque accettabile, neppure nell’ipotesi che da esso possa derivare un sicuro vantaggio per i malati. Per quanto nobile sia l’obiettivo terapeutico e nonostante tali embrioni non abbiano una realistica prospettiva di diventare esseri umani adulti, il dovere di rispettare la vita umana sin dal concepimento rimane per questa posizione un imperativo morale che non prevede eccezioni. La posizione favorevole all’impiego degli embrioni sovrannumerari sostiene che la scelta di destinare parte di questi embrioni a ricerche dalle quali si possono derivare benefici per l’umanità non “comporta una concezione strumentale dell’embrione, né costituisce un atto di mancanza di rispetto nei confronti della vita umana, in specie se si considera che l’alternativa è di lasciare che questi embrioni, per i quali non è più possibile la destinazione per la quale sono stati formati, periscano”. Il ricorso agli embrioni sovrannumerari è, secondo questa posizione, giustificabile in base ad un calcolo dei benefici sperati pur a fronte delle sicure perdite: il vantaggio terapeutico che si spera di ottenere è così importante – e sollecita il senso di responsabilità dei ricercatori nei confronti delle persone che soffrono e che soffriranno anche in futuro – da compensare la perdita di embrioni, tanto più se si tratta di embrioni non destinati né destinabili all’impianto. È questo in sostanza il dibattito sulla spinosa questione delle cellule staminali. Al fondo si staglia, com’è evidente, il problema dell’embrione nonché quello del suo utilizzo. Si tratta di un caso di conflitto morale ‘profondo’, in cui sono in gioco valori molto contrastanti. Da un lato c’è la voce di chi si schiera a difesa del diritto alla vita dell’embrione, di tutti gli embrioni, in vivo o in vitro; dall’altro si alza la voce di chi considera prioritario il dovere di studiare ogni alternativa per la cura delle malattie. La decisione che si profila potrebbe essere considerata tragica, nel senso che a confrontarsi, o a scontrarsi, sono due concezioni della vita embrionale, quella che la dichiara meritevole della stessa tutela di cui gode la vita umana adulta, e quella che la subordina a fini più desiderabili della vita embrionale stessa, quale la cura di gravi malattie degenerative per le quali non è ancora disponibile una cura.
Con la decisione di Obama torna la polemica, tornano i toni accesi, tornano le affermazioni ideologiche, tornano parole in libertà. Cerchiamo ora di farne un breve resoconto.
La prima affermazione ideologica è quella dello stesso Obama, quando ha detto che “la scienza riprende il suo primato sull’ideologia”. Tale affermazione ne implica un’altra, non priva di qualche ambiguità. Che significa, infatti, che la scienza riprende la sua priorità sull’ideologia? Significa certamente, nella prospettiva abbracciata da Obama, che la scienza deve essere libera da moralismi che ne restringano la portata di azione e, ancora prima, che ne compromettano la libertà. Sono del tutto simpatetica con l’idea che la scienza non debba essere in alcun modo asservita ad alcuno scopo di tipo morale che le sia estraneo (abbiamo ben in mente che significa moralizzare la medicina, ovvero fare della medicina uno strumento di moralizzazione della società: si pensi agli episodi dell’istituzionalizzazione psichiatrica dei dissidenti politici, ovvero ai tentativi operati dai nazisti di intervenire ‘attraverso la scienza’ sullo statuto morale degli individui di cui si pretendeva di ridisegnare l’assetto genetico); non ritengo tuttavia che sia ancora pensabile, se in modo del tutto ingenuo, una scienza neutrale, come se la scienza fosse un soggetto indipendente, un’entità a se stante. Peraltro, affermare la neutralità della scienza significherebbe interpretarla come certa: la scienza identifica scopi e apparecchia i mezzi per il loro perseguimento. Fare questa affermazione significa sottrarre la scienza alle valutazioni critiche intorno ai suoi stessi obiettivi, significa cioè assumere un atteggiamento ideologico e moralistico. Questa accezione della scienza neutra, per cui è la scienza a dover fissare i suoi scopi e non già altri soggetti decisionali, comporti una forma di paternalismo che possiamo chiamare scientifico.
Affermazioni ideologiche, non prive di toni fortemente retorici, non sono certo mancate da parte della Chiesa cattolica, sia statunitense sia italiana, che hanno disapprovato la decisione di Obama molto severamente. Il presidente della Conferenza dei vescovi americani, Justin Rigali, ha parlato di “vittoria della politica sulla scienza e l’etica”. Sembra di capire che con Obama la politica, e i suoi fini pragmatici, abbiano schiacciato le ragioni dell’etica invocate a diritto al fine di delimitare l’azione degli scienziati. Una nota dell’Osservatore Romano, a firma di Adriano Pessina, parla invece della perdita del “significato ontologico” dell’embrione umano; è sul rispetto della dignità personale estesa a tutte le fasi dell’esistenza che si basa “una reale democrazia”. Ora, a me non è chiaro che significato assuma, in questo contesto, il termine “democrazia”. Una democrazia è reale quando sono protetti gli embrioni? Che c’entra la democrazia con il riconoscimento dello statuto ontologico dell’embrione? Mi pare che non vi sia nesso tra embrioni e democrazia: a meno che qui non si sottintenda – con una retorica ben nota – il paragone tra le società liberali e democratiche che riconoscono la libertà qualificata di aborto e le forme più abiette di totalitarismo. Ma questa è, appunto, retorica, in una delle sue forme più bieche. E per finire, in un suo intervento riportato dall’ANSA Monsignor Sgreccia parla di “decisione dettata dalla logica dell’utilitarismo”, grave “anche razionalmente” in quanto si tratta della distruzione di vite umane per fini di sperimentazione. Curioso come da parte cattolica si continui a considerare l’utilitarismo politico come una potenza diabolica, dimenticando come le scelte in politica, specie quelle prese in un regime di “reale democrazia”, non possano non tenere conto della forza dei numeri, delle conseguenze che le decisioni comportano come anche delle conseguenze che derivano dal non decidere, o dall’impedire ogni decisione. Non intendo dire con questo che ogni azione sia lecita per il fatto di produrre conseguenze desiderabili, né tanto meno che decisioni etiche in ambito scientifico debbano rispettare la regola della maggioranza; ma certamente ritengo che, nella valutazione di un’azione o decisione, le conseguenze abbiano rilevanza, persino e forse soprattutto quelle in ordine alla possibilità di raggiungere grazie alla ricerca futuri scenari terapeutici. Senza dimenticare che la ricerca non promette la disponibilità immediata di cure e senza dimenticare che non tutti gli scienziati sono d’accordo nel ritenere tale ricerca così promettente, ricca di potenzialità terapeutiche.
Non c’è dubbio – come dicevo - che il caso delle cellule staminali embrionali si configuri come un vero e proprio conflitto morale; ogni volta in cui si presenta la possibilità di un utilizzo dell’embrione, anche quando l’alternativa è una conservazione indefinita, si manifestano forti contrasti di opinione esacerbati dal linguaggio della persuasione più che gestiti nell’intento di trovare forme di accordo pratico. Ci sono questioni per le quali tuttavia una decisione va presa e va presa alla luce dell’ideale della ragione pubblica. È alla luce di questo ideale che riconosciamo alla politica l’obiettivo non già di difendere verità morali, ma soltanto di giustificare pubblicamente decisioni che valgano per tutti e che rispondano ad un interesse pubblico fondamentale. Per arrivarci, occorre in primo luogo usare un linguaggio che cerchi il reale confronto e sia depurato dalla retorica e dai suoi corto circuiti.

sala.roberta@hsr.it


Simone Comi
Nuovo membro, nuovo Segretario, nuova Nato?

Il ritorno della Francia nella Nato è ormai vicino: il 3 aprile, alle celebrazioni del sessantesimo anniversario dalla fondazione dell’Alleanza, Parigi tornerà a far parte del comando integrato dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico. La conferma è stata data dal Presidente Nicolas Sarkozy, secondo cui il paese deve adeguarsi alle sfide di un mondo che è in costante cambiamento. Il premier francese ha indicato nel terrorismo e nella proliferazione degli armamenti le minacce che incombono sul futuro dell’umanità: la cooperazione tra le nazioni sembra invece essere l’unica soluzione per allontanare la possibilità di una disfatta. Il processo di riavvicinamento della Francia alla Nato, iniziato nel 1995, è giunto quindi alle sue battute finali ma il ritorno di Parigi nel comando integrato dell’Alleanza Atlantica potrebbe creare qualche attrito. Sarkozy ha infatti sottolineato che la deterrenza nucleare francese rimarrà indipendente e che la Francia dovrà co-dirigere le iniziative in campo internazionale piuttosto che subire le decisioni degli alleati. L’eccessivo attivismo francese e la ricerca di maggior peso politico all’interno della Nato potrebbero portare ad incomprensioni e screzi diplomatici. Rimangono quindi da verificare quali saranno i rapporti tra Parigi e Berlino all’interno dell’Alleanza e quale approccio riserverà Washington ad un’organizzazione spesso snobbata dalla precedente amministrazione Repubblicana.
L’elezione del Segretario Generale potrebbe essere un primo motivo di screzi tra gli alleati. Gli attuali candidati non hanno infatti raccolto il favore unanime dei governi dell’Alleanza, potrebbe quindi aprirsi nei prossimi mesi una diatriba rispetto al nome di colui che dovrà guidare la Nato verso il futuro. Al momento sembra essere il danese Anders Fogh Rasmussen il candidato favorito alla successione di Jaap De Hoop Scheffer ma la Turchia potrebbe porre il veto all’elezione data la posizione tenuta da Copenhagen sulla questione delle vignette “anti-Islam” ed il rifiuto alla richiesta da parte di Ankara di chiudere un canale televisivo satellitare considerato collegato ai terroristi curdi del PKK. La regola del consenso per la nomina del Segretario Generale rende difficile poter fare previsioni in merito e non è da escludersi l’ipotesi di nuove candidature di rilievo capaci di compattare le preferenze dei membri dell’Organizzazione.
Un nuovo membro ed un nuovo Segretario. Un’Alleanza che dovrà fare i conti con la probabile ridefinizione degli equilibri politici interni, eventualità che potrebbe avere pesanti ricadute sulla credibilità stessa della Nato in campo internazionale. Difficile quindi dire ora quale sarà il futuro dell’Organizzazione poiché dal risultato delle sfide che attendono il prossimo Segretario, rilanciare il ruolo dell’Alleanza Atlantica e divenire un interlocutore autorevole in campo internazionale, potrebbe dipendere la rinascita ovvero la definitiva sconfitta della comunità politico-militare più longeva ed importante del mondo occidentale.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com


Davide Biassoni
Europa dell’Est: incognita “profondo rosso”

La crisi economica continua ad acuirsi in maniera drammatica e la preoccupazione degli esperti e dell’opinione pubblica è spesso (e comprensibilmente) rivolta alla contrazione del PIL americano e delle economie maggiormente sviluppate, con le borse da Tokio a Wall Street che bruciano ingenti quantità di risparmi. Vero, purtroppo. Ma non è solo questo il bruttissimo volto di un terremoto che sta sconvolgendo le fondamenta del sistema capitalistico. Difatti, l’Unione Europea dovrebbe prestare una particolare vigilanza al suo versante orientale, poiché le finanze dei paesi dell’ex Patto di Varsavia potrebbero andare incontro al crack economico. Dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda, gli stati ex satelliti dell’URSS hanno beneficiato dell’apertura al liberalismo e all’economia di mercato, attirando ingenti flussi di capitali stranieri attratti da economie che promettevano bassi costi di manodopera e alti tassi di crescita. A livello di risorse e investimenti, l’indebitamento di questi paesi verso quelli dell’Europa occidentale – Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Svezia – è davvero cospicuo se si pensa che, ad esempio, l’Austria, tramite i suoi istituti di credito, ha prestato una somma intorno ai 210 miliari di euro (circa il 70 per cento del proprio PIL) a clienti dell’Est europeo, mentre per gli altri stati del Vecchio continente l’esposizione non va oltre il 35 per cento del PIL. Se i capitali esteri ora iniziassero a fuggire e, inoltre, si generasse una spirale di recessione, svalutazione della moneta ed aumento del debito, il rischio di insolvenza dei debiti sarebbe elevato. Lo spettro è allora quello della bancarotta. E questo mancato rientro dei capitali prestati, ovviamente, pone a rischio il sistema economico dello stesso Occidente: in Austria si teme che un tasso di fallimento pari al 10% nella riscossione del credito potrebbe condurre al collasso del sistema finanziario, cosicché Vienna ha rilanciato stanziando 100 miliardi di euro per tamponare la falla. Nel frattempo l’Ungheria, uno dei paesi più in rosso, ha già avviato contatti con il Fondo Monetario Internazionale onde ottenere un prestito di “salvataggio”. Ma altri stati come Romania, Ucraina, Polonia, Croazia, e i paesi baltici, non dormono certo sonni tranquilli. Ciò che aggrava il quadro è la recessione nei paesi occidentali: il calo della domanda non favorisce le esportazioni dai paesi dell’Est, i quali hanno un PIL che dipende in misura maggioritaria da questa voce. A Bruxelles, il Consiglio Europeo, tenutosi il 1° marzo scorso, non ha stilato un macropiano di aiuti economico-finanziari per l’intera regione: si è ribadito, altresì, che nessun paese sarà lasciato solo ma ciascun caso sarà preso in esame considerandone le specificità. Accantonando ogni tentazione protezionistica, è stato anche bocciato il Programma europeo di stabilizzazione e integrazione di matrice ungherese, dal quale i paesi dell’ex blocco comunista avrebbero potuto attingere finanziamenti a breve termine, soprattutto per fornire nuovo ossigeno (liquidità) alle imprese in affanno. L’iniziativa, supportata dal Premier magiaro Ferenc Gyurcsány, mirava a scongiurare il calare di «una nuova cortina di ferro» dal Baltico ai Balcani, ma la Polonia stessa ha fatto mancare il suo appoggio evidenziando le diversità che sussistono fra i paesi dell’area (a dire, non tutti si trovano in acque così agitate). Dal punto di vista politico, vi sono infine due punti da rilevare; innanzi tutto, le conseguenze a livello governativo nei paesi scossi dalla crisi: a Riga il Premier in carica si è dimesso a febbraio e una particolare attenzione è rivolta anche all’Ucraina per la sua sotterranea instabilità. In secondo luogo, si potrà valutare la capacità decisionale e la compattezza dell’UE, soprattutto se a prevalere saranno le gelosie e le prerogative nazionali, oppure una visione strategica globale. Anche perché un cedimento del fianco orientale potrebbe far deragliare l’intervo convoglio europeo.

biassoni_davide@yahoo.it


Luciano Balbo
Il trionfo del Tremonti pensiero

Il Ministro Tremonti sta occupando con le sue riflessioni sulla crisi mondiale l’attenzione di tutti i media italiani. Il Ministro, tra l’altro, sta giocando una sua partita personale differenziandosi moltissimo dalla posizione del Primo Ministro, che continua a vendere ottimismo e a sottostimare i problemi. Tremonti ha sempre più assunto una posizione critica sulla globalizzazione e sugli eccessi del mercato unitamente alla rivendicazione di un ritorno ad un maggior ruolo degli stati. In questa posizione c’è ovviamente del vero. Tuttavia, il primo dubbio è se essa non sia del tutto opportunistica. Infatti, nessuno ricorda che quando egli era Ministro delle Finanze del precedente governo di centro-destra aveva assunto la posizione che grazie allo sviluppo dell’economia mondiale e alla sua crescita si potessero ridurre le tasse. Anzi, la sua posizione era che bisognasse togliere ogni laccio e vincolo per favorire la crescita. In quelle posizioni non vi era alcuna traccia di una preoccupazione per l’andamento della globalizzazione e i rischi del mercato.
E’, quindi, assai fondato il dubbio che le attuali posizioni siano solo una virata opportunistica per cogliere i consensi e soddisfare gli umori del momento. Tale dubbio è ancora più forte, poiché all’analisi mancano per ora proposte chiare su come intervenire in futuro contro i rischi enunciati.
Inoltre, il trionfo mediatico del pensiero tremontiano è anche enfatizzato dalla debolezza delle riflessioni dei suoi avversari. Essi si mantengono solo su un terreno rivendicativo, ma senza affrontare questi stessi temi in modo più globale. Ciò permette addirittura di far credere alla gente che i fautori del mercato acritico siano stati proprio alcuni esponenti (ad esempio Bersani) del centro-sinistra e del precedente governo. Purtroppo quando manca una bussola e buone idee di fondo si appare ondivaghi e poco convincenti. Il centro sinistra eccelle in questa posizione.

luciano.balbo@oltreventure.com

 


Gianfranco Aurisicchio
La nuova primavera della Regulation

La crisi finanziaria del 2008, crisi poi divenuta “reale” e globale, può essere vista come la demarcazione tra due ere (a cui corrispondono due visioni): l’era della deregulation e quella imminente della regulation.  Per la generazione passata, il dogma del libero mercato, spesso inteso come totale laissez-faire, esercitava un fascino sia sugli accademici che sui governi, che lo consideravano il miglior modo per promuovere crescita continua e stabilità. In questi tempi invece in cui i mercati sembrano impazziti, si comincia a pensare che lasciar andare le cose al loro corso non è forse la migliore strategia per affrontare problemi globali e interdipendenti e si invoca da più parti una maggiore regolamentazione.
In realtà la chiamata ad una maggiore regolamentazione non vale soltanto per i financial services e da più parti si invoca un maggior interventismo da parte di autorità sovranazionali: il giorno del collasso di Lehman Brothers, il CEO di Kingfisher, leader della distribuzione inglese, auspicava un maggior intervento dell’Unione Europea nel disciplinare l’emissione di gas serra, mentre il presidente della Nestlé lamentava le politiche miopi e nazionalistiche dei governi che non miravano a soluzioni globali.  Anche i consumatori sono sempre più consapevoli che un’economia globale interconnessa comporta problemi globali interconnessi e si aspettano di conseguenza che governi e imprese si adoperino per alleviare tali problemi. Stiamo assistendo in pratica ad una espansione del “contratto sociale” tra imprese, stato e società.
E in tale panorama non si è fatta aspettare in genere la risposta dei legislatori che, armati di collera populista, stanno usando questa crisi per applicare una serie di norme a lungo cercate a banche e altre istituzioni finanziarie.  Negli Stati Uniti tuttavia i vari policy makers, soprattutto Democratici ma anche qualche Repubblicano, sostengono che non avranno intenti punitivi. Per esempio la senatrice repubblicana Carolyn Maloney afferma: “Avremmo potuto prevenire questa crisi con la regolamentazione e la supervisione.  Ci sono aree enormi dei nostri mercati finanziari che non sono regolamentate, e sono queste aree che stanno trascinando a terra la nostra economia”.  E’ ironico notare ora, per inciso, che una certa supervisione ci doveva comunque essere, se è vero che la SEC americana, l’equivalente della nostra Consob, aveva ricevuto varie “soffiate” sulla frode allora in corso agli hedge funds di Madoff, frode da 50 miliardi di dollari: tali “soffiate” furono semplicemente ignorate.  Addirittura ispezioni della Security Exchange Commission nella società di Madoff non scoprirono nulla.  Ora invece il nuovo presidente della SEC, Mary Shapiro, ha annunciato varie misure per rafforzare e rendere efficaci i controlli.  Staremo a vedere.
Non meraviglia quindi che in tale contesto, anche da parte italiana, per bocca del nostro Tremonti, si auspicano o si facciano passi per un nuovo “global legal standard”, in cui siano fissate, e monitorate, regole chiare di operatività e di solvency dei vari operatori economici, come da dossier che sarà presentato al G8 della Maddalena.  In realtà già Gordon Brown ha in cantiere un progetto simile – vedi mio articolo sulla newsletter 159 – che presenterà al prossimo G20 di Londra: l’intervento di Brown è volto a dotare il Fondo Monetario Internazionale di maggiori poteri di regolamentazione e monitoraggio dei mercati finanziari.
Il punto non è comunque che cosa fanno o cosa faranno i vari governi e organizzazioni sovranazionali, ma quale sarà il quadro di riferimento post-crisi.  Certamente una caratteristica del dopo-crisi sarà un ruolo maggiore dello stato. Negli anni Trenta, durante la Grande Depressione, l’amministrazione Roosevelt ha permanentemente ridefinito il ruolo del governo nel sistema finanziario statunitense.  Oggi tutti i segni indicano una “ristrutturazione” della regolamentazione ugualmente significativa.
Per alcuni questo sarà positivo, in base al fatto che la modernizzazione del sistema di regolamentazione era qualcosa di chiaramente urgente.  Per altri tali cambiamenti saranno una interferenza politica non richiesta.  In ogni caso, la realtà è che globalmente i vari governi interverranno pesantemente in quei settori, come il debt insurance, che prima erano poco regolamentati.  Domanderanno inoltre nuovi livelli di trasparenza e informazione per quei veicoli di investimento come gli hedge funds, e interverranno in decisioni che una volta erano il solo dominio dei consigli di amministrazione.
Mentre sicuramente l’industria dei financial services sarà direttamente trasformata da questa nuova ondata di regolamentazione, l’impatto del maggior ruolo dello stato sarà invece più diffuso: esiste cioè il rischio di una nuova era di protezionismo finanziario.  In questo scenario, stante questo rischio, un buon risultato della crisi potrà dunque essere una maggiore coordinazione e trasparenza finanziaria globali, mentre un risultato negativo potrebbero essere politiche protezionistiche che rendano difficile per le imprese muovere i capitali verso i luoghi più produttivi e che soffochino la crescita economica, particolarmente nei paesi in via di sviluppo.
Deve quindi essere chiaro a tutti, per evitare fughe solitarie in un interventismo dirigista, che la regolamentazione ha per oggetto problemi e temi che la società o le imprese non possono risolvere da soli, così come essa imposta trade-off o alternative tra obiettivi differenti e interessi di vari gruppi.  E quindi solo la concertazione tra tutti gli attori economici e sociali può produrre risultati con un pay-off positivo per tutti, trasformando quindi un gioco a somma zero in uno a somma positiva.

a_gianfranco@yahoo.com


Valentina Pasquali
Avidità individuale e malcostume sociale

Washington D.C. – Giovedì mattina il finanziere Bernard L. Madoff si è presentato al tribunale federale di New York per la prima udienza del processo istruito contro di lui. Madoff, ex-chairman del Nasdaq trasformatosi in super-manager di ricchi portfoli d’investimento privati, è accusato di truffe di vario genere, di riciclaggio,  e di aver falsificato la documentazione sullo stato delle proprie attività finanziarie presentata, come prescritto dalla legge, alla U.S. Securities and Exchange Commission, l’agenzia del governo americano incaricata della supervisione dei mercati di scambio negli Stati Uniti. Madoff avrebbe fatto sparire, nelle proprie tasche e in avventate operazioni finanziarie, tra i 10 e i 17 miliardi di dollari. Gli inquirenti, che stanno cercando di capire dove è finito questo denaro, sono riusciti a rintracciare fin qui solo un miliardo dei dollari scomparsi.
Diventato il simbolo dell’avidità di Wall Street, che avrebbe contribuito a creare, o perlomeno a peggiorare, la crisi economica globale, Madoff ha deciso, a sopresa, di dichiararsi colpevole di tutti gli undici capi d’imputazione portati contro di lui e potrebbe essere condannato fino a 150 anni di prigione, ovvero alla detenzione a vita. Madoff, che era rimasto fin qui agli arresti domiciliari, è stato incarcerato immediatamente dopo l’udienza. La sentenza è prevista per il 16 giugno.
Se la gravità dei reati commessi da Madoff è indiscutibile, è anche vero che questo ex-fenomeno della finanza statunitense oggi in rovina non è l’unico cittadino a stelle e strisce che si è fatto prendere la mano, facendosi prestare più di quanto non fosse in grado di gestire e finendo così per precipitare nel baratro. Tutt’altro, la cosidetta avidità che ha corroso Wall Street – e viene da chiedersi piuttosto come potrebbe esistere Wall Street senza avidità – è semplicemente l’affermazione più evidente ed estrema, e particolarmente rivoltante, di un attegiamento largamente diffuso tra tutta la popolazione statunitense.
Che gli americani avessero una passione per le carte di credito e i pagamenti rateizzati si sapeva. E che avessero una certa resistenza al risparmio pure era un fatto conosciuto. L’entità del indebitamento cronico del cittadino americano medio, per altro incoraggiata dall’industria del credito facile, lascia però senza parole. E non si tratta semplicemente di questioni quali quella dei mutui subprime, che, in fin dei conti, venivano contratti per acquistare casa. Ma piuttosto di una tendenza generale a vivere al di sopra delle proprie possibilità, fondata su una dipendenza da carta di credito sconsiderata.
Secondo quanto riportato dal New Yorker, nel 2006 circolavano negli Stati Uniti 1 miliardo e cinquecento milioni di carte a credito. (Va notato che il sistema creditizio americano è assai più sviluppato del corrispettivo italiano. Le carte di credito sono vere e proprie carte di credito, con interessi da capogiro sulle somme che il consumatore deve restituire, ma con massima libertà dell’utente nel decidere quando ripagarle).
Naturalmente, durante il boom economico, gli americani sono stati ben contenti di approfittare di questo miliardo e mezzo di carte di credito. Tra il 2000 e il 2006, l’indebitamento dei cittadini statunitensi è cresciuto di circa il 30%. E tra il 2003 e il 2008, gli introiti di società quali American Express e Capital One sono aumentati del 45%.
Ma il desiderio dell’industria della carta di credito di continuare ad arrichirsi, e quello simultaneo del cittadino americano di continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità, non poteva fermarsi qui. Le società che gestiscono le carte di credito, e che nel 2007 hanno spedito per posta 5,2 miliardi di offerte speciali per convincere gli americani a richiedere ulteriore credito, hanno così pensato a sempre nuove modalità attraverso le quali convincere la gente a indebitarsi di più. Lo scopo era fare sì che gli utenti finissero per pagare alle varie Diners Club e Mastercard cifre astronomiche sotto forma di interessi attivi sui prestiti ricevuti. Ad esempio, con il passare degli anni, queste società hanno progressivamente abbassato, fino al 2%, il pagamento mensile minimo richiesto al cliente sul debito complessivo contratto. Questo, naturalmente, ha incoraggiato gli utenti a indebitarsi sempre di più, fino a raggiungere livelli insostenibili.
Così, paradossalmente, mentre Visa, Discover e compagnia bella si arrichivano, simultaneamente minavano le fondamenta di questo sistema tanto fruttuoso, spingendo i propri clienti sull’orlo della bancarotta. Secondo quanto calcolato da Fitch Ratings, una società internazionale di consulenza, i prestiti che i gestori di carte di credito danno automaticamente per persi, i cosidetti chargeoffs, sono cresciuti nel dicembre 2008 al 7,5% del totale, un salto del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
La condizione dell’americano medio, per cui i debiti contratti attraverso l’uso delle carte di credito si aggiungono a quelli fatti con le banche e altre istituzioni finanziarie per acquistare casa, macchina, ufficio e via dicendo, è diventata talmente difficile che American Express ha recentemento offerto 300 dollari a quei clienti che volessero saldare il proprio debito e chiudere il proprio conto. Inoltre, per evitare di continuare a esporsi alle insolvenze in crescita, le società gestrici delle carte di credito stanno alzando i tassi di interesse, sperando di convincere la gente a spendere di meno, e offrono disponiblità di credito a un numero sempre minore di consumatori.
Non ci sono dubbi che, nel lungo periodo, questa crisi potrebbe portare a un riconsolidamento dell’economia americana su basi più solide. I cittadini statunitensi impareranno forse a mettere qualche soldo da parte e ci penseranno due volte a contrarre debiti al fine di concedersi uno stile di vita al di sopra delle proprie possibilità.
Nel breve periodo, però, questa contrazione del sistema delle carte di credito non può che contribuire ulteriormente alla già grave mancanza di liquidità sui mercati. Come scrive James Surowiecki sul New Yorker: “È un po’ come il caso del tossicodipendente il cui spacciatore smette di vendergli roba. Ne lungo periodo è un bene che smetta di farsi, ma nell’immediato le crisi di astinenza sono molto dolorose.”
In questo senso, è quanto mai opportuno che l’Amministrazione Obama, nonostante le dure critiche provenienti dai repubblicani, continui a prendersi la responsabilità di utilizzare la spesa pubblica come motore dell’economia, quando nessun’altro si può più permettere di spendere un centesimo.

valentina.pasquali@gmail.com


Luca Rossetti
Casa e territorio: oltre le barricate dei luoghi comuni con la testa alle soluzioni!

La discussione intorno ai provvedimenti preannunciati dal governo e da alcune regioni è calda. Il cosiddetto piano casa prima ancora di essere presentato ha immediatamente sollevato le barricate ideologiche da una parte e dall’altra segnando la discesa in campo dei soliti clichè del dibattito pubblico senza la dovuta attenzione al merito dei problemi.
Se dall’area ambientalista e dal centrosinistra si sono levate voci contro la cementificazione, la speculazione edilizia,  un “nuovo sacco ai danni del paese”, il “favore all’Italia dell’illegalità e dei condoni”, per converso, dal governo è tutta una profusione di argomentazione “contro lacci e lacciuoli”, per “chiudere una stagione di politiche vincolistiche che impediscono lo sviluppo” e, infine, contro “la sinistra che sa dire solo no”.
Nel concreto pare che a tutti gli edifici costruiti prima del 1989 sarà concesso un bonus di edificabilità del 20% in termini di volumetrie (ossia circa tre volte meno guardando ai metri quadrati). In caso di demolizione e ricostruzione il premio volumetrico sarà del 35%  (qualora vengano aumentare l’efficienza energetica e la sostenibilità del nuovo edificio) e, infine, per abbattere e ricostruire non servirà più la licenza edilizia ma basterà la DIA (Dichiarazione d’Inizio Attività). Questi sono i principali contenuti del provvedimento della Regione del Veneto.
Al di là delle formulazioni compiute del provvedimento governativo è importante esplicitare alcune coordinate necessarie a valutare in maniera ponderata questa politica pubblica che incide nel fuoco vivo degli interessi e dell’agire quotidiano dei cittadini.
Beninteso le cose vanno definite con estrema chiarezza ma è necessario comunque formulare obiezioni e proposte che sappiano guardare a 360° ai problemi e, soprattutto, alle soluzioni.
Occorrerebbe valutare le politiche pubbliche del settore nell’ottica dei rischi e delle opportunità che esse rappresentano per il pubblico interesse e per i legittimi interessi privati rispetto ai quali è necessario definire alcuni paletti.
Gli sforzi dovrebbero essere finalizzati a tre obiettivi centrali: fare crescere le imprese più innovative, migliorare la qualità della vita e riqualificare gli spazi pubblici (le parti più degradate del nostro territorio, a partire dalle aree metropolitane).

La questione delle esigenze abitative è molto delicata perché mette in gioco reali necessità sociali ed economiche del Paese. Le opportunità di agire per dare risposte concrete su diversi fronti:

  • dalla mancanza, da decenni, di una politica di edilizia sociale degna di questo nome (per i giovani ma non solo) non più affrontata per creare nuove periferie ma semmai per rivitalizzare i quartieri esistenti secondo i dettami dello sviluppo sostenibile, della qualità architettonica e, anche, del recupero della funzione residenziale dei centri storici;  
  • alla necessità della riconversione ecologica della stragrande parte del patrimonio edilizio (sia di quello pubblico che di quello privato);  
  • alla congiuntura economica che richiede investimenti per ridare fiato e riconvertire alla sostenibilità ambientale attività economiche strettamente legate al tessuto di piccole e medie imprese artigiane del Paese;
  • alle esigenze di non pochi cittadini proprietari di abitazioni che con i valori attuali del mercato immobiliare vivono in case troppo piccole rispetto alle loro esigenze e per i quali una modesto aumento di cubature e metrature costituirebbe un’occasione per vivere meglio (altro che speculazione!). Su questo tema il centrosinistra corre il rischio di parlare un linguaggio distante mille miglia dal ceto medio (a questo proposito si ricordi la discussione del 2006 sulla tassa di successione o quella sulla revisione delle aliquote fiscali).

Invece i rischi sono rappresentati da:

  • il reale pericolo di dare un’ulteriore spinta a tendenze speculative distruttive del patrimonio ambientale e storico del paese aggravando sempre più il quadro di una deregulation delle politiche territoriali passate dagli eccessi della programmazione e dei rigidi vincoli (che tengono tutto fermo e ingessato) agli interventi messi in atto con una logica distruttrice e predatoria;
  • gli aspetti relativi alla sicurezza e alla staticità degli edifici che richiederebbero controlli e verifiche sia sulla situazione attuali che, ancor più, a fronte di un possibile aumento di volumetrie. Aspetti che meritano controlli efficaci in tempi certi, ossia  ben altro che semplici autocertificazioni e dichiarazioni  auto asseverate;
  • interventi messi in atto, sempre sulla scia delle deregulation all’insegna del “liberi tutti”, in totale economia prescindendo del tutto da parametri di qualità come la certificazione energetica, l’eco compatibilità, le barriere architettoniche e tecnologiche.

Come risulta chiaro si tratta di un catalogo di questioni che richiederebbe un approccio non ideologico e preventivo al tema evitando di rimasticare triti e ritriti luoghi comuni del dibattito politico prescindendo da necessità e soluzioni reali: pubbliche e private.

luca.rossetti@tele2.it


Valerio Pulga
Cercasi disperatamente squadra italiana in Champions…

Ottavi di finale di Champions League: Inghilterra – Italia 3-0. Che questo sarebbe stato lo scenario che ci saremmo trovati di fronte era stato anticipato da Leila Abboud e David Berretta nell’articolo “Why Can’t Italy beat England?” pubblicato su “The Wall Street Journal”.
Il pezzo oltre a sottolineare il trend negativo del calcio italiano in Europa sul piano sportivo (dalle 8 finali di Champions di cui 2 vinte degli anni ’90 alle 3 finali di cui 2 vinte dal 2000 ad oggi) rimarca quelle che sono le pecche strutturali del nostro calcio: da una più generica mancata modernizzazione in tutti gli ambiti della società italiana (compreso dunque il calcio), al problema del tifo violento, all’inadeguatezza degli stadi, alla disillusione post scandali 2006 sino alla gestione economica del brand calcio e in particolare dei diritti tv. Nell’articolo le tematiche sono solo accennate ma sono convincenti e veritiere per sostenere che il sistema calcio Inglese è effettivamente superiore attualmente a quello italiano: stadi di proprietà, altamente tecnologici e multifunzionali in cui il problema tifo violento è stato debellato con un serio e severo impegno a partire dal governo Thatcher che impose anche l’esclusione delle proprie squadre dalle competizioni europee, merchandising e diritti tv gestiti con una logica imprenditoriale proiettata non solo ad un guadagno immediato, ma verso la creazione di un futuro rigoglioso! E il futuro rigoglioso è oggi realtà: 4 squadre inglesi nei quarti di finale 2009, 2 squadre nella finale 2008 (3 nelle semifinali)!
Dunque la prima analisi e critica deve essere rivolta al CONI, alla Lega Calcio, alla FIGC… insomma ad una struttura che fa acqua, una struttura tipicamente italiana che protegge e fa perdurare i centri di potere, le figure che sono al potere!
Nell’articolo si accennava solo ad una influenza morale (disillusione, disamore) che gli scandali del 2006 hanno avuto; in realtà gli scandali “manovrati” del 2006 hanno abbattuto il livello e la qualità tecnica del calcio italiano! Se tutto quanto detto nell’articolo è vero e sacrosanto, alla fine i risultati negativi delle squadre italiane sono dovuti a prestazioni vergognose sui campi di gioco!
C’è una “squadretta” di Milano che orgogliosa dei suoi finti scudetti, sosteneva di non vincere a causa di “grandi cupole” del male! Codesta squadretta è dal 1971 che non vede una finale di Coppa Campioni (per giunta persa con l’Ajax), mentre le due squadre che vincevano “irregolarmente” in Italia, dal 1990 hanno giocato le finali del 1990-1993-1994-1995-1996-1997-1998-2003-2005-2007 ( di cui 4 vittorie Milan e 1 vittoria Juventus). “Calciopoli” ha abbassato i valori del campionato italiano perché ha eliminato la “concorrenza”: non è l’Inter ad aver aggiunto un valore tecnico di 30 punti ( prima arrivava a 15 punti dalla vetta ora ne dà 15 alla seconda), ma sono stati tolti 30 punti alle altre! Dopo sei giornate di campionato, non c’era più una squadra imbattuta! E’ imbarazzante vedere il gioco espresso dalle squadre italiane: bisognerebbe chiedersi che vantaggio o per che pro si esaltano prestazioni indecorose sul piano tattico, tecnico e spettacolare come quella della Juventus contro il Chelsea a Torino! Ormai in Italia sono davvero pochi i giocatori che danno del tu al pallone e il gioco espresso è solo forza fisica e niente talento! Per non parlare di dov’è finita la così detta superiorità tattica dei nostri allenatori! In Europa così non si vince e il Milan finché non ha superato la terza età docet!

Recentemente si sta parlando di possibili modifiche del regolamento a favore dello spettacolo e di una maggiore “regolarità” in questo calcio talmente veloce e difficile da arbitrare. Più arbitri, più cartellini, più sensori, porte più grandi: forse in altri campionati potrebbero anche essere innovazioni interessanti, ma in Italia le riforme prioritarie sono altre!
Campionato a 16 squadre e al diavolo gli interessi di chi il calcio lo vede solo come business; basta al calendario spezzatino per accontentare le tv; basta alle finte soluzioni del problema tifo violento! Si ripuliscano le dirigenze delle squadre e del governo del calcio e soprattutto si insegni nuovamente agli italiani che cosa vuol dire giocare a calcio, a quale differenza esista tra un 4-4-2 e un 4-3-3, quali movimenti in campo i giocatori dovrebbero eseguire e che cosa voglia dire gioco di prima con movimento senza palla! Allora il risultato conterà meno perché si tornerà a valutare la qualità e non la quantità! Poi magari potremmo acconsentire di utilizzare porte più grandi, così magari Ibrahimovic imparerà a segnare anche in Europa!

huntervl@hotmail.it


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – diario di bordo 13 marzo 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP (http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?apriramo=003900050008&pagina=3304&pv= ), per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
La cronaca di queste ultime settimane inizia con una cattiva notizia e un ennesimo rinvio: da un lato e improvvisamente è slittata la riunione del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica di venerdì 27 febbraio che avrebbe dovuto mobilitare 16,6 miliardi di euro di investimenti per infrastrutture fra cui quelle legate ad Expo 2015; così si è espresso a caldo Tremonti “la riunione del Cipe è stata rimandata d'intesa con la conferenza Stato Regioni Province Comuni per una riflessione congiunta a ridosso della situazione economica nazionale e internazionale che si è determinata", precisando inoltre che “di comune intesa si è concordato di avviare delle procedure di consultazione di lavoro in sede Cipe a Palazzo Chigi in modo da organizzare una discussione più organica nei prossimi giorni”.
E in secondo luogo ancora non è stata presa alcune decisione ufficiale né in ordine alla ricapitalizzazione della Società né alla sostituzione di Paolo Glisenti in seno al Consiglio di Amministrazione.
La Repubblica del 3 marzo (presente in rassegna stampa) ha poi lanciato un allarme: siccome nel corso delle ultime settimane – come da noi ricordato nell’ultimo aggiornamento – Berlusconi ha deciso di trasferire le competenze sulle opere di accessibilità al sito, cioè quelle cosiddette essenziali, dalla Società di gestione a quella del Tavolo Lombardia questo potrebbe comportare la probabile riscrittura del decreto legge del 22 ottobre che ha sancito l’attuale assetto di governance dell’intera operazione. La Moratti l’indomani ha confermato questa necessità di intervento “tecnico” sul testo che per di più dovrà essere anche inviato al vaglio del Bie. Ulteriori ritardi che si accumulano e il tempo scorre inevitabile ………a quasi un anno dall’assegnazione, ancora non si è nelle condizioni di avviare la Società di Gestione.
Il 6 marzo per fortuna però il Governo attraverso la tanto attesa riunione del Cipe, presieduta dal premier, ha attivato le risorse finanziarie – pari a complessivi 17,8 miliardi di eurodestinate alla realizzazione di un pacchetto di grandi opere pubbliche e, dentro il calderone, è finito anche l’Expo. Come recita infatti il comunicato finale di Palazzo Chigi (……I 16,6 miliardi di euro sono suddivisi tra sei aree programmatiche: [fra questi] Gli interventi nei sistemi metropolitani di Palermo, di Catania, del Sistema Regionale Campano, di Bari, di Cagliari, di Roma e di Milano con particolare attenzione alle opere connesse all’EXPO 2015, per un importo globale di 1.500 milioni di euro……). Per chi fosse interessato ad approfondire: la delibera del Cipe è consultabile all’indirizzo http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/cipe060309/esito.pdf e l’annessa tabella delle opere pubbliche su http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/cipe060309/tabella_infrastrutture.pdf.
La Moratti si è dichiarata soddisfatta mentre l’opposizione sia in Parlamento che a Palazzo Marino ha bollato la decisione come l’ennesima dimostrazione della penalizzazione del Nord da parte del Governo.

Infine una carrellata dei tanti accordi e protocolli siglati in queste settimane in vista dell’evento:

  • Il 2 marzo il Sindaco Moratti ha incontrato Muhammad Yunus, vincitore del Premio Nobel per la Pace 2006 e fondatore della Grameen Bank, ideatore e realizzatore del “microcredito” (un sistema di piccoli prestiti senza garanzie per imprenditori che non riescono ad accedere ai circuiti bancari tradizionali per ottenere denaro) e che sono parte integrante di Expo 2015 per rafforzarne ulteriormente l’utilizzo all’interno del progetto.  
  • Il 3 marzo 2009 le città di Reggio Calabria e Milano hanno firmato un protocollo per la promozione delle due realtà culturali ed economiche in vista dell'Expo 2015 che rappresenta anche il completamento dei protocolli già sottoscritti con Roma e con Napoli. Attraverso una serie di scambi culturali e di collaborazioni di tipo economico-produttive si punterà alla valorizzazione delle eccellenze dell’area reggina (i suoi prodotti tipici, l’agricoltura, l’industria dei profumi e le eccellenze dei settori ortofrutticolo, artigianato e turismo).
  • Sempre il 3 marzo Milano il sottosegretario al Turismo della presidenza del Consiglio Michela Brambilla ha siglato al Pirellone assieme al Presidente della Regione Formigoni e al Sindaco Moratti un Protocollo di intesa per valorizzare il turismo regionale in vista dell'Expo del 2015. Con questo protocollo si intende rafforzare i rapporti di collaborazione tra la Regione, il Comune ed il Governo al fine di promuovere in vista dell'Expo 2015 lo sviluppo delle capacità e delle potenzialità di immagine della Regione Lombardia, della città di Milano e del sistema Italia a partire dalla promozione del patrimonio culturale e della crescita delle attività turistiche.
  • Il 4 marzo è stato siglato un protocollo d'intesa tra Milano e Lodi per promuovere un'azione congiunta nei settori culturali, scientifici, turistici e ambientali (in particolare per l'incremento delle ricerche sulle biotecnologie, sullo sviluppo urbano sostenibile, una collaborazione nel settore turismo e delle politiche ambientali ed infine la valorizzazione delle attività del Parco Tecnologico Padano e dell'Ospedale veterinario per grandi animali)
  • Il 9 marzo la Giunta regionale della Lombardia ha approvato l'adesione all'Accordo di Programma, promosso dal Comune di Milano con Provincia di Milano e Comune di Rho, per la riqualificazione urbana e la riorganizzazione infrastrutturale dell'area di Cascina Merlata dove sorgerà il Villaggio Expo 2015, destinato ad alloggiare, nel periodo della manifestazione, circa 2.000 addetti all'organizzazione. Si tratta di un'area di 900.000 metri quadrati, nella zona nord-ovest di Milano al confine con il Comune di Pero, al cui interno il vasto progetto di riqualificazione, coerente e coordinato sia con le più generali strategie del Pgt (Piano governo del territorio) in fase di realizzazione da parte del Comune di Milano sia con gli interventi programmati per la realizzazione dell'Expo 2015, prevede funzioni commerciali e residenziali, compresa l'edilizia convenzionata destinata principalmente all'affitto. Previsti anche servizi di interesse pubblico, tra i quali, un parco urbano di circa 55.000 metri quadrati. Riqualificazione in vista anche per le infrastrutture di accesso all'area: in particolare sarà realizzato un collegamento tra l'area nord-ovest della città, l'autostrada A4 Milano-Torino, le aree del polo esterno della Fiera e quelle individuate da Expo 2015; un raccordo tra la tangenzialina Molino Dorino-Pero e la strada provinciale 46 Rho-Monza.
  • Sempre il 9 marzo è stato siglato un protocollo d’intesa tra Milano e Palermo per l’Esposizione Universale che prevede l’impegno di Palermo a collaborare all’organizzazione di attività relative all’Expo attraverso iniziative volte a mettere a disposizione di questo evento eccellenze culturali, artistiche, turistico-ricettive, espositive e comunicative. A questo scopo, infatti, verrà attivato un “tavolo di coordinamento” specifico, finalizzato alla progettazione congiunta di iniziative dedicate alla valorizzazione dei principali eventi culturali, artistici e scientifici offerti da Palermo (come ad es. le feste tradizionali di Santa Rosalia, l’Oratorio dei percorsi Serpottiani, l’Erbario del Mediterraneo ecc.) che potranno essere integrati nel circuito degli eventi di approfondimento dei temi scelti per Expo 2015, delle strutture ricettive e dell’offerta turistica di Palermo e del territorio circostante, del sistema universitario della città come luogo di potenziale sviluppo di iniziative e progetti.  

Segnalo poi l’ennesima polemica: una settimana fa con voto unanime di tutto il Consiglio comunale di Milano è stata approvata la delibera istitutiva di una Commissione comunale d'inchiesta antimafia in vista dell'Expo proposta dal centro sinistra.
Dell’11 marzo la notizia della netta contrarietà a tale decisione del Prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi – condivisa oggi (ieri per chi legge) anche dal Sindaco Moratti e da tutta la maggioranza – dal momento che, a suo dire, questa non avrebbe i poteri necessari per condurre un tale compito e, comunque, la competenza specifica in materia di sicurezza è dello Stato (in particolare della Commissione d'inchiesta parlamentare antimafia) e non dei Comuni. Tra l’altro, in una lettera che Lombardi ha mandato alla Moratti, secondo lui la Commissione sarebbe non solo illegittima ma anche incostituzionale.
Due considerazioni; la prima è domandarsi se, per caso, l’ufficio della segreteria comunale fosse tutto in vacanza nel momento in cui ha istruito quella pratica……mentre la seconda è più maliziosa. Siccome come dice uno che ne capisce “…..a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si piglia…..”, meno di un mese fa era circolata la notizia ripresa anche dal Corriere della Sera del 15 febbraio (vedi: http://archiviostorico.corriere.it/2009/febbraio/15/prefetto_lascia_Milano_per_staff_co_7_090215023.shtml) che Lombardi fosse in pole position per il posto di Segretario generale di Palazzo Chigi nell’ipotesi in cui l’attuale Segretario Mauro Masi fosse diventato (o diventasse) direttore generale della Rai….per caso c’è un nesso fra questa ipotesi e la vicenda della Commissione?
Alla prossima.

s.florio@libero.it


Laura Specchio e Luciana Matarese
Poveri poveri!

Milano: Un’imposta a favore dei più poveri: si tratta di una “una tantum” a carico dei redditi superiori ai 120 mila euro (compresi quelli dei parlamentari) ed è la nuova proposta di Franceschini.  Il centrodestra ovviamente dice no, ma non spiega perché sia realmente contrario. Infatti dall’alto del suo metro e dieci (con i tacchi) Brunetta dice: “Il Pd? Non conosco nessun Pd”; Lupi (il cognome la dice lunga…) rilancia: “Non è che i ricchi debbano piangere siccome piangono i poveri”, ispirandosi alla squallidissima telenovelas (ricordi?) “Anche i ricchi piangono”. Comunque, mi sembrano considerazioni ben argomentate! La traduzione è: “State male? Siete poveri? Affari vostri! Non c’è trippa per i gatti e, OKKIO, i redditi più alti non si toccano!!!”. Siamo di fronte al principio “equo” secondo cui chi sta male potenzialmente potrebbe concedersi il “lusso” di stare peggio, o meglio, si potrebbe pure arrangiare ed adattare al principio darwiniano di selezione della specie. La discriminante, ovviamente, sono i soldi.
Napoli: Ma sai che sentendo parlare di ricchi e poveri, subito dopo il trio canoro, m’è tornato alla mente Tremonti e la sua Robin Hood tax? “La nostra proposta è tassare un po’ di più i petrolieri - spiegava arrotando le “erre” - per dare un po’ di più a chi ha bisogno, ossia burro, pane e pasta. L’Italia può e deve farlo da sola, possiamo da soli e dobbiamo”. Sui tempi: «Dobbiamo vedere, ma la gente non può aspettare. La nostra impressione è che il bilancio sociale della proposta sia altamente positivo, è uno dei casi in cui la politica non fa solo la politica, ma si occupa anche della dimensione morale. A noi sembra che dato il drammatico bisogno degli strati più deboli questo tipo di prelievo alla Robin Hood abbia senso». Orbene, la proposta di Franceschini mi pare colga davvero lo spirito della lezione di Robin Hood, ma il Pdl, che sosteneva la proposta del Ministro dell’Economia, risponde picche. Lorsignori, forse, pensano che Tremonti stia meglio del segretario del Pd in calzamaglia verde e berretto impennato.
Milano: Intanto Rifondazione (parliamo dei cocci rimasti) descrive la proposta di Franceschini come “elemosina di Stato”. Che voglia riproporre l’ “esproprio proletario”? Non mi stupirei, di questi tempi non sapendo più cosa riesumare, ogni sparata viene rimessa in pista come nuova. E’ come se tentassimo di mettere un’Alfasud scassata sul circuito di Indianapolis. Certo è che questa una tantum non sarà la soluzione, ma con un po’ di buon senso non è difficile affermare che ogni contributo anche piccolo sia meglio di nulla, ogni proposta che va in questa direzione ha un senso positivo. Perché mai dire no? Perché dimenticarsi della povertà estrema come fosse qualcosa che non ci riguarda? Quali sono le proposte del governo? La social card? Gran proposta!!! Non demagogica, è ovvio. Ma ecco però che arriva il Senatur: “Chi ha di più è giusto che contribuisca”. Tombale!  O… Tombola?
Napoli: In effetti la tombola con Bossi c’entra assai, giacché l’uomo dà spesso i numeri. Anzi, stavolta, per pacatezza di toni e disponibilità al confronto, segna una eccezione degna di nota. Chissà forse vorrà ricambiare, in sedicesimi, il favore per l’astensione del Pd sul federalismo fiscale. Nel frattempo, la proposta di Franceschini ha incassato anche il commento positivo del segretario della Cgil, Guglielmo Epifani: “C’è bisogno di aumentare le risorse verso le fasce sociali più svantaggiate. Trovo giusta la proposta e condivido le modalità di intervento”. Ancora, il sondaggio aperto da Repubblica sul sito ha registrato oltre 30.000 voti a favore in poche ore. Insomma, l’idea piace. Peccato è difficile si realizzi. Il piano per affossarla, facendo passare per uccellaccio del malaugurio (ricordi “Marcegaglia corvo”?) chi dice che la crisi è destinata ad acuirsi, è scattato già in serata, con Berlusconi che invitava le banche a “continuare a dare una mano alle imprese. La crisi si può battere, il nostro compito è diffondere la fiducia. Con il pessimismo non si va da nessuna parte”. E c’è da ringraziarlo per non aver spalancato il sorriso su una delle sue barzellettine da avanspettacolo. Le imprese stiano tranquille, ci pensano il Governo e le banche. E i poveri? Poveri poveri!


MilanoNapoli e ritorno

Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà

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