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Home » Newsletter n. 161 - 20 marzo 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 161 – 20 marzo 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti vi inviarvi la Newsletter n. 161.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Nuove regole per salvare i matrimoni di PD e PDL


Nicola Pasini
Problemi difficili, soluzioni incerte…..


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa/ L’Europa e la crisi


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa/ L'indignazione nazional-popolare


Simone Comi
Israele corre incontro ad un fallimento, quale sarà?


Angela Volpe
Milano 1906 – 2015 La storia come best practise


Laura Specchio e Luciana Matarese
Indietro tutta, 2009 avanti Cristo


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Nuove regole per salvare i matrimoni di PD e PDL

L’evoluzione del sistema politico italiano verso un sostanziale bipartitismo (PDL-PD) è un destino irreversibile? Qualche settimana fa, Angelo Panebianco, paventava il rischio che il processo di razionalizzazione dell’offerta politica in atto da oltre quindici anni – in sostanza, la storia della seconda Repubblica – venisse sopraffatto dal prevalere di spinte centrifughe in grado di rianimare una tendenza alla frammentazione.
Lo stallo organizzativo, motivazionale e vocazionale del PDL e del PD – che di lì a poco sarebbe stato traumatizzato dalla perdita del “segretario-fondatore”, giustificavano una simile preoccupazione.
Oggi, alla vigilia del congresso fondativo del Popolo della Libertà, questi timori sono ancora giustificati? In breve, cosa serve perché il sistema politico venga saldamente ancorato ad uno schema bipolare-bipartitico? E’ più una questione di cultura politica che deve essere aggiornata oppure sono le regole e le istituzioni che, cambiando, possono incidere sulla geografia politica?
Si tratta chiaramente di un falso dilemma, perché in realtà i due corni del problema – cultura politica e regole, o se si preferisce, sostanza e forma della Repubblica – per produrre  una trasformazione coerente e soddisfacente, devono affrontare mutamenti che vadano nella stessa direzione in un congruo lasso di tempo. Quindi tra i due corni – cultura e regole – si dovrebbe instaurare una feconda reciproca determinazione, in modo che quando uno dei due rallenta è il secondo che compie dei progressi e viceversa.
Prendiamo ad esempio il Matterellum che introdusse un sistema elettorale prevalentemente maggioritario: se da una parte ebbe l’indubbio merito di razionalizzare, a partire dal 1994, la competizione politica favorendo la creazione di due schieramenti; dall’altra parte, per la sopravvivenza di una quota proporzionale e per una persistente immaturità di cultura politica si dimostrò uno strumento insufficiente ad arginare l’iper-frammentazione dell’offerta partitica.
Prendiamo invece l’esempio della decisione di Veltroni di rompere il deleterio schema delle coalizioni elettorali “costi quel che costi pur di vincere” e quindi “ quel correre da soli” del PD da lui guidato alle politiche del 2008. Ebbene, questa decisione ha rappresentato una rottura nella cultura politica degli ultimi quindici anni talmente potente da aver terremotato la geografia partitica a regole invariate (e in presenza di una legge elettorale – il Calderolum – proporzionale con un incentivo maggioritario) e da aver innescato un’accelerazione della fusione di FI e AN nel Popolo della Libertà che si compirà formalmente proprio il 27 marzo prossimo. Certo, si noterà il paradosso apparente che di questa rottura si sia maggiormente avvantaggiato il centrodestra, ma da un punto di vista sistemico è l’intero quadro politico ad essersi rafforzato.
Oggi, le sorti di questo terzo stadio della Repubblica (da una democrazia plurale ma bloccata, ad un bipolarismo coalizioanale ma confuso, ad un nuovo ordine bipolar-bipartitico) sembrano indissolubilmente legate al destino del fattore leadership: quanto più i protagonisti di questa nuova stagione – PDL e PD- saranno in grado di assicurare l’esercizio di una leadership forte, tanto più governabilità, alternanza e efficienza verranno garantiti al sistema nel suo complesso.
Tuttavia, leadership forte fa necessariamente il paio con contendibilità della stessa: una leadership è tanto più forte quanto più essa si afferma in un regime di piena contendibilità.
Da questo punto di vista, sia il PD che il PDL sembrano gravemente deficitari: il Partito Democratico perché ha architettato un processo di rinnovamento dei propri vertici attraverso un meccanismo omeopatico di pseudo-primarie e il PDL perché ha deciso di rinviare la questione dinnanzi all’incontestabile, coagulante potere carismatico di Berlusconi. Un doppio aggiramento che, se non verrà debitamente corretto, potrà produrre pericolose distorsioni quando non marce indietro.
Non è tutto, perché, ci ricorda Sergio Romano che “le fusioni non bastano” a mantenere l’Italia nel solco del bipolarismo a tendenza bipartitica. Occorre anche una spinta che venga dal di fuori, da quel “fuori” che è rappresentato dalla regole che presiedono al gioco della politica ovvero occorre introdurre  un quadro istituzionale che tenda alla creazione di due leader contrapposti. E occorre che questi leader abbiano i poteri necessari per mantenere uniti i loro rispettivi partiti. Fino a quando non avremo riformato quelle parti della Costituzione che concernono il premier, il governo e il Parlamento, le unificazioni rischiano di essere fragili e provvisorie.”


Nicola Pasini
Problemi difficili, soluzioni incerte…..

Da alcuni mesi la politica sanitaria per la tutela della salute dei membri di una comunità politica è sotto pressione. Non solo in Italia, per la verità. Basti pensare al tentativo dell’amministrazione Obama, per una riforma sanitaria estesa a tutti i cittadini statunitensi, ovvero ai sistemi di welfare europei che hanno sempre meno risorse per garantire i diritti sociali in modo universalistico ai loro cittadini. Per di più, in periodi di vacche magre, come quello attuale, il razionamento e la scelta delle priorità su chi e che cosa curare sono all’ordine del giorno. Tuttavia, in Italia, da alcuni mesi, dal caso Englaro alle cure mediche per i clandestini presenti sul territorio italiano pongono riflessioni in ordine alla definizione del diritto alla salute. Non entriamo in questa sede nel merito delle dichiarazioni del papa sull’Aids e i metodi più efficaci per debellarla….
Nell’assetto della futura “Italia federale”, per quanto riguarda le regioni, le funzioni fondamentali concernenti sanità, assistenza, istruzione e tutti gli altri livelli essenziali delle prestazioni (Lep) sui diritti civili e sociali, saranno calcolati attraverso una perequazione al 100% sui costi standard e non più sulla base della spesa storica. Nella sanità si terrà conto in ogni caso dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) che devono essere garantiti, nonché dei dettami dell'art.32 della Costituzione.
Ora, l’esame alla Camera del Ddl sulla Sicurezza, già approvato al Senato (al di là dei tatticismi di alcuni politici del centrodestra in vista del nascente Pdl), volto a sopprimere il comma 5 (“l’accesso alle strutture sanitarie, sia ospedaliere, sia territoriali, da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”) dell’articolo 35 del Decreto Legislativo 286 del 1998, Testo Unico sull’immigrazione, che sancisce il divieto di “segnalazione alle autorità”, apre la delicata questione relativa alla segnalazione dei clandestini che si presentano al pronto soccorso. La norma in discussione stabilisce, infatti, che il medico possa segnalare alle autorità chi non e' in regola, prevedendo tuttavia che non ci sia alcun obbligo. Rimandando la decisione alla libertà di coscienza di ogni singolo medico, la discrezionalità o meno dell’assistenza sanitaria comporta una maggior incertezza e potrebbe compromettere la fiducia e il rapporto di ‘confidenzialità’ tra istituzione sanitaria, medico curante, paziente, con conseguenze negative dal punto di vista della salute intesa come interesse della collettività, oltre che come diritto individuale (art.32 Cost.).
A tal proposito, il dibattito parlamentare in ordine al pacchetto sicurezza (Ddl 733), in generale pone, anche per le politiche sanitarie, una questione di fondo, vale a dire che il tema cittadinanza sanitaria per gli immigrati non è solo un problema giuridico.
Per l’immigrato la difficoltà di accesso alle strutture sanitarie del paese ospitante è, prima ancora che un problema di carattere etico-giuridico circa la legittimità del diritto alla salute e all’assistenza sanitaria, un problema di carattere culturale e psicologico che rischia di aumentare il disagio esistenziale (fragilità, insicurezza, precarietà) dovuto allo sradicamento dai propri valori, tradizioni e comunità di riferimento. Come trattare allora, dal punto di vista della pretesa a trattamenti sanitari, individui e gruppi sociali non appartenenti alla comunità politica? Lo status di “cittadino”, contrapposto a quello di “straniero” influenza fortemente la piena tutela giuridica di un diritto. Non entriamo qui nel merito di quale sia la nozione di persona cui facciamo riferimento: se quella di cittadino membro di una collettività, per cui l’individuo potrà godere di certi benefici e sostenere alcuni costi, oppure quella di individuo che esige il riconoscimento della propria sfera privata autonoma rispetto alla sfera cui il potere politico è indirizzato a interferire. E’ opportuno riconoscere che, anche nelle democrazie occidentali, l’appartenenza dell’individuo a un determinato ordinamento politico lo legittima a una maggiore protezione giuridica (diritti di cittadinanza in senso lato) di colui che non gode di tale status.
Al di là dei buoni propositi e affermazioni di principio (dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della Rivoluzione Francese del 1789, alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale dell’Onu, alla Conferenza dell’Oms tenutasi ad Alma Ata nel 1978 e, infine, alla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia approvata nel 1979 sempre dall’Onu, nonché ad altre carte e documenti internazionali), parlare di diritti umani intesi come diritti morali universali – che prescindono dunque da razza, sesso, religione, nazionalità e posizione sociale – pur esprimendo un ideale di cittadinanza universale in grado di riconoscere i diritti degli individui in quanto tali, comporta che i singoli stati non siano solo d’accordo in termini di dichiarazioni e raccomandazioni “prescrittive”, ma che da principi morali universali discendano politiche pubbliche antidiscriminatorie.
Certo è che il dibattito di queste ultime settimane ripropone il problema di come si deve comportare lo Stato di fronte a un immigrato extracomunitario presente sul territorio italiano in quanto clandestino. Per ora non ci resta che concordare con Zincone [1991: 435] laddove, con riferimento ad un’affermazione di Brubaker - «L’uguaglianza inerente all’idea di cittadinanza è un’eguaglianza limitata. È necessariamente ristretta ai cittadini. La piena uguaglianza tra cittadini e non cittadini renderebbe la cittadinanza priva di significato» [Brubaker 1989: 17] - sostiene che «l’accoglienza assoluta e indiscriminata non è un prezzo necessario da pagare per soddisfare criteri di uguaglianza».

- Brubaker R. (1989), Immigration and the politcs of citizenship in Europe and North America, Lanham, University press of America.
- Zincone G. (1991), Un freno all'accesso, un'accelerata alla cittadinanza, Poleis-Bocconi (a cura di), Immigrazione e diritti di cittadinanza, Editalia, Roma

direzione@formazionepolitica.org


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa/ L’Europa e la crisi

Tutto e tutti si stanno misurando in questi ultimi mesi con la crisi: i mercati finanziari, le economie nazionali, le capacità politiche degli attori del mercato globale, in una ricerca spasmodica di soluzioni. Quale risposta, se c’è stata, è venuta dall’Europa?
La risposta europea è, ad oggi,consistita essenzialmente in un piano di rilancio dell’economia per un ammontare di circa 200 miliardi di euro pari all’1,5% del Pil comunitario. Le misure sono essenzialmente misure nazionali di stimolo fiscale da attuare nei prossimi due anni (i Paesi europei dovranno mettere in campo 170 miliardi di euro), e solo residualmente comunitarie (e della Banca europea per gli investimenti, per i restanti 30 miliardi).
Prima considerazione: una risposta comune europea c’è stata. È stata tempestiva e lineare, tenendosi lontana da isterici zig zag. Eppure la coerenza dell’UE nel sostenere la bontà della propria manovra e nell’attenderne i primi risultati per poterne valutare le capacità, è stata spesso criticata da politici e commentatori autorevoli, inneggianti ad un allentamento dei vincoli comunitari e ad una maggiore flessibilità per rispondere alla gravità della crisi. Individuare una rotta e mantenerla con coerenza (e, certo, senza ottusità), come l’UE, tutto sommato, sembra aver fatto sinora, è un fattore fondamentale per l’efficacia di una manovra economica: in particolare in periodi di crisi in cui la confusione sale e le “Pizie”, con le loro spesso criptiche profezie, si moltiplicano esasperando la già minata fiducia dei mercati ed accentuando il senso di impotenza e confusione. Se non è la coerenza in sé a render buona una manovra, essa è pur sempre requisito necessario per l’efficacia della stessa.
Del piano europeo, si vogliono mettere in evidenza i principi-guida, in modo da aprire spunti alla riflessione sulla politica adottata da Bruxelles.
Il Piano:
1)     non prevede un modo unico di adoperare le risorse a disposizione, ma prospetta un ventaglio di strumenti possibili, la cui scelta è stata rimessa ai singoli Governi sulla base delle specifiche esigenze nazionali;
2)     ha previsto una combinazione di risorse nazionali ed europee e il coordinamento da parte degli Stati membri dei pacchetti di stimolo fiscale alle loro economie, in modo da rendere queste manovre nazionali più efficaci agendo come un pacchetto unico;
3)     stabilisce poi che il suddetto stimolo di bilancio sia tempestivo, mirato, temporaneo;
4)     mira ad impedire che i piani nazionali, pur nel contesto di emergenza, vadano a creare distorsioni della concorrenza, principio cardine dell’integrazione comunitaria, ribadito con forza quando venti di protezionismo si sono sollevati all’interno della casa europea (a proposito del settore automobilistico nelle schermaglie tra Francia e Repubblica Ceca, ma anche nel contesto internazionale, in risposta più o meno diretta alle discutibili soluzioni dell’Amministrazione Obama relative al cosiddetto “buy American”);
5)     prevede che per l’attuazione delle misure del Patto di Stabilità possano essere usati tutti i margini di flessibilità (per esempio con riferimento allo sforamento della soglia del 3% del rapporto deficit/Pil), senza peraltro arrivare a concedere una sospensione dello stesso (appunto, il suddetto sforamento è consentito, ma temporaneamente ed entro limiti quantitativi minimi. Molte volte tanto Barroso quanto Almunia hanno affermato che la priorità, una volta che si inizierà a intravedere la fine di questa crisi, diventerà il rientro nei limiti fissati dal Patto).
Da più parti si è detto che l’Europa deve fare di più. Di certo, la UE potrebbe, tra le altre cose, iniziare dall’accelerare la presa di decisione relativa alle modalità di utilizzo di 5 miliardi di euro già stanziati, su cui, invece, causa divergenze di opinioni e visioni, ad oggi non è stato ancora trovato un accordo. Ma nel chiedere di più si stia attenti. Premesso che se ci fosse la possibilità di uno sforzo ulteriore, coerente con quello già messo in campo, esso sarebbe auspicabile, non bisogna dimenticare che l’UE manca di una sua propria politica economica (si deve parlare di politiche economiche nazionali, non di politica economica europea unica), avendo solo una politica monetaria.
Suscitano, peraltro, perplessità le posizioni di chi chiama in causa responsabilità europee quando “butta male” e invoca ulteriori interventi, senza al contempo preoccuparsi, come sarebbe coerente con le premesse, anche nel sostenere politicamente un ampliamento dei poteri di governo dell’economia dell’Unione. L’Unione interviene sulla base dei poteri che le sono stati dati. Non ne sta esercitando di meno! Delle due l’una: o ci si rende conto che serve uno strumentario europeo capace di esprimere una capacità di governo sovranazionale dell’economia, proporzionato a problematiche e dimensioni delle economie della Globalizzazione, oppure ci si deve cimentare nell’indicare soluzioni nazionali… Ma che ciò avvenga in maniera coerente con l’aut aut prospettato. Insomma, come si dice: onori ed oneri!

mariodiciommo@yahoo.it


Valentina Pasquali
Osservatorio Usa/ L'indignazione nazional-popolare

Washington D.C. – L’indignazione pubblica seguita alla rivelazione che il colosso assicurativo A.I.G. avrebbe pagato 165 milioni di dollari in bonus ai propri dipendenti, pur portando alla luce un grave vizio del sistema economico americano, ovvero le modalità di retribuzione dei manager della grande industria e dell’alta finanza, potrebbe finire per nuocere alla credibilità del Presidente Barack Obama e del Ministro del Tesoro Tim Geithner, credibilità di cui i due hanno un disperato bisogno se sperano di portare avanti con successo il programma di riforma dell’economia promesso in campagna elettorale.
A.I.G. ha elargito il 15 marzo scorso compensi extra per un totale di 165 milioni di dollari a 418 dipendenti che lavorano nell’ufficio dei prodotti finanziari, ovvero quella parte di A.I.G. che, funzionando un po’ come un hedge fund, ha grandemente contribuito a esporre il gruppo assicurativo al rischio di fallimento grazie a una serie di operazioni a dir poco avventurose condotte sui mercati internazionali. L’ammontare complessivo dei bonus comprende 33,6 milioni di dollari andati a 52 dipendenti che hanno già lasciato l’azienda, il che rende un po’ incredibile la spiegazione offerta al Congresso da Edward Libby, CEO di A.I.G. Secondo Libby, i bonus dovevano servire a convincere i finanzieri migliori a restare con l’azienda anche in tempi difficili.
La vicenda dei bonus di A.I.G. si aggiunge al dibattito già in corso sui guadagni esorbitanti accumulati in questi anni dai manager dell’alta finanza di Wall Street, che si sono arricchiti mentre le proprie aziende andavano lentamente alla deriva, e con esse i risparmi di tanti piccoli e medi investitori. Naturalmente, il caso di A.I.G. ha suscitato clamore particolare perchè la società d’assicurazioni, che era fino all’anno scorso la più importante al mondo, ha ricevuto fin qui circa 200 miliardi di dollari in fondi pubblici, parte del programma del governo volto a frenare la crisi economica.
L’idea che i soldi dei contribuenti americani siano finiti quasi direttamente nelle tasche già gonfie degli operatori finanziari di A.I.G. non è piaciuta a nessuno, non al popolo, non al Congresso, e non all’Amministrazione Obama che, evidentemente, non si era accorda di questa clausola contrattuale fra A.I.G. e i propri dipendenti quando ha concordato la seconda tranche di aiuti all’azienda (la prima iniezione di fondi governativi era avvenuta l’autunno scorso quando ancora era in carica George W. Bush).
Lo scandalo dei 165 milioni di dollari continua a rimanere sulle prime pagine dei giornali statunitensi perchè, nonostante l’intervento del Presidente Obama e del Congresso, pare che sarà difficile riavere indietro quei soldi. Gli Stati Uniti sono un paese fondato sul primato della legge, in cui i contratti devono essere rispettati a meno di circostanze eccezionali, che a quanto pare non sussistono nemmeno in questo caso: va notato che l’accordo per questi bonus fu firmato a inizio 2008, prima che avvenisse il vero e proprio crollo di A.I.G. Rimane solo la speranza che i finanzieri, trasformatisi in buoni samaritani, decidano di restituire il denaro di propria spontanea volontà, come suggerito giovedì da Tom Friedman, editorialista del New York Times.
Seppur marginali rispetto alla gravità della crisi economica, questi 165 milioni di dollari stanno suscitando un’indignazione sintomatica della frustrazione sentita dal popolo americano rispetto a una recessione che i più non si aspettavano e che ha colpito il paese con una rapidità inattesa. La rabbia provata nei confronti dei destinatari dei 165 milioni di dollari, per quanto giustificata (dopo tutto se non fosse stato per l’intervento del governo e per i soldi dei contribuenti A.I.G. non esisterebbe più e di certo non starebbe distribuendo bonus a destra e a manca) è anche segno, in parte preoccupante, del desiderio diffuso di identificare rapidamente dei colpevoli chicchessia su cui riversare ogni responsabilità.
La conseguenza più grave che potrebbe avere questa vicenda non è tanto che il governo non riesca più a recuperare i 165 milioni di dollari. Piuttosto che la gente rimanga così delusa dal ‘Sistema’, di cui per altro nessuno si era minimamente preoccupato fino a che l’economia tirava e il valore dei propri investimenti si moltiplicava in borsa, da perdere fiducia anche nella nuova amministrazione, togliendo a Obama la leggitimità di cui ha disperatamente bisogno in un momento in cui deve cercare di convincere il Congresso a passare una serie di misure economiche già di per se poco popolari (ad esempio l’acquisto con fondi governativi dei titoli di scambio più complessi e rischiosi e che nessun privato vuole più).  Se però gli americani vogliono davvero delle riforme serie, compresi cambiamenti alla struttura di retribuzione dei manager di Wall Street, e non semplicemente l’approvazione di qualche legge meramente populista, dovranno mostrare ancora un po’ di pazienza.

valentina.pasquali@gmail.com


 


Simone Comi
Israele corre incontro ad un fallimento, quale sarà?

Raggiunto un accordo con il leader ultraconsevatore Avigdor Lieberman, il nuovo premier israeliano Benjamin Netanyahu ha confermato le notizie che preannunciavano l’assegnazione ad Israel Beitenu dei Ministeri degli Esteri, della Sicurezza Interna, delle Infrastrutture, del Turismo e dell’Integrazione. Rimane ancora da verificare l’eventuale presenza nella futura compagine governativa dello Shas e dello United Torah Judaism, partiti fortemente legati a gruppi religiosi ultraortodossi sefarditi ed ashkenaziti che potrebbero costituire con Israel Beitenu un fronte compatto nel rifiuto ai negoziati con l’Autorità Nazionale Palestinese. Le posizioni oltranziste di parte della coalizione governativa potrebbero essere smorzate dall’entrata nel Governo del Partito Laburista, a cui Nethanyahu ha offerto cinque ministeri tra cui quello della Difesa. La formazione guidata da Ehud Barak avrebbe quindi il compito di bilanciare il peso dei gruppi ultraconservatori e se anche i Laburisti sembrano essere divisi al loro interno rispetto a tale possibilità, molti analisti ritengono che Barak deciderà di cedere alle richieste di Netanyahu pur di assicurare un futuro al suo Partito. L’entrata dei Laburisti nella coalizione dovrebbe portare ad un rinvio della presentazione del prossimo Governo e sembra farsi sempre più probabile la possibilità che il Presidente Peres conceda a Netanyahu una proroga di due settimane.
Le notizie provenienti da Gerusalemme sono state accolte con una certa preoccupazione. Il rifiuto di Netanyahu di impegnarsi a raggiungere una soluzione del conflitto con Ramallah, che abbia come base condivisa la costituzione dello Stato di Palestina, potrebbe costituire il punto di rottura delle relazioni tra Gerusalemme, Washington e Bruxelles. Gli Stati Uniti, ma ancor di più i rappresentanti dell’Unione Europea, hanno infatti chiarito che le relazioni con Israele dipenderanno dalla volontà dell’esecutivo di giungere ad un compromesso con il Governo palestinese. Per Javier Solana, rappresentante della politica estera e di sicurezza della UE, la collaborazione con Gerusalemme avrà seguito infatti solo se proseguiranno i negoziati ed il dialogo sulla soluzione che prevede due Stati.
Il Likud avrà quindi la responsabilità di guidare una compagine governativa che rischia di avere vita breve. Netanyahu si troverà probabilmente nel volgere di pochi mesi a dover fare i conti con le istanze ultranazionaliste di parte della coalizione di Governo, con ricadute negative sulle relazioni con gli alleati storici, come Stati Uniti ed UE, e innalzamento della tensione in una regione contraddistinta da instabilità endogena. Il futuro premier israeliano si è limitato finora a dichiarare di volere una “pace economica”, così da permettere il miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi. Le premesse per un fallimento ci sono tutte: resta da capire se questo sarà il risultato dei negoziati di pace o del tentativo di Netanyahu di governare una coalizione che sembra non volersi arrendere al corso naturale della Storia.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com



Angela Volpe
Milano 1906 – 2015 La storia come best practise

Non passa giorno senza sentir parlare delle difficoltà di definizione del modello di governance per l’esposizione del 2015. La sensazione epidermica è che i personalismi della cattiva politica siano la principale portata di un banchetto che diventa sempre più svilente e demotivante anche per il più accanito sostenitore dell’evento. Ma è proprio nei momenti di crisi, attraverso il metodo della comparazione diacronica che diventa utile riferirsi alla storia, per vedere come oltre un secolo fa, la città di Milano e un’Italia appena nata si siano comportate di fronte all’organizzazione dell’Esposizione Internazionale del Sempione.
Nel 1901 la Lega Navale Italiana propone di ospitare a Milano un’Esposizione Internazionale dedicata ai mezzi di trasporto. La società milanese accoglie con entusiasmo l’idea (amministratori locali, uomini di cultura, imprenditori) ed anche l’accademia del politecnico esprime grande partecipazione.
La mostra che avrebbe dovuto aver luogo nel 1904, è pensata inizialmente per affrontare i problemi di trasporto fluviali e marittimi, ma l’esiguo lasso di tempo e l’imminente inaugurazione del traforo del Sempione, prevista per il  1905, suggeriscono il tema della mostra, vale a dire: “Il trasporto di uomini e mezzi”. Questa idea a molti appare limitativa e nel mese di giugno del 1901 “cittadini eminenti nell’arte industria e commercio” costituiscono il Comitato generale per l’organizzazione dell’Esposizione Internazionale dei Trasporti e delle Belle Arti
[i].
Dall’Expo dell’inizio secolo emerge un modello di governance partecipato, nonostante ci si trovi di fronte ad un’Italia unificata da pochi anni e con frammentazioni plausibili al suo interno. La carta vincente è rappresentata dal coinvolgimento delle eccellenze dell’epoca, in tutti i campi, dall’architettura, all’ingegneria, alle belle arti e dal tipo di relazioni interne ed internazionali che la classe politica riesce ad intessere.
L’esposizione del 1906, non solo ha sfruttato le eccellenze presenti, ma ne ha creato di nuove, e dai concorsi indetti in quegli anni in molte discipline, sono emersi personaggi che hanno affermato il loro nome nel panorama  internazionale proprio in seguito all’esperienza Expo.
Un altro esempio virtuoso estrapolabile dall’esposizione dell’inizio del secolo scorso è dato dal modello di organizzazione del lavoro.
Le migliaia di minatori, carpentieri, giunti da tutta Italia nei cantieri di Briga e Iselle, presso Domodossola, vi trovano un cantiere tecnologicamente all’avanguardia, case anche per le loro famiglie, mense, docce, ospedali, scuole elementari, casse di risparmio. Si raggiungono quindi due importanti obiettivi: la sconfitta delle epidemie dei minatori che rappresentavano uno dei problemi sociali dell’epoca e il contenimento del numero delle vittime sul lavoro. Per festeggiare questa nuova opera di scambio con l’Europa fin dal 1901 il Comune di Milano, insieme alla Camera di Commercio, organizza una grande esposizione dedicata ai trasporti e alle arti, che diventa polo di attrazione per tutti i paesi del mondo e per nuove mostre di scienze applicate e sociali: dall’Igiene, all’Agricoltura, dalla Previdenza, alle Arti applicate, dalla Pace tra le Nazioni al Lavoro degli emigranti italiani[ii].
Il modello organizzativo appena descritto è stato pensato per la realizzazione del tunnel ferroviario lungo diversi chilometri, che attraversa le Alpi, tra l’Italia e la Svizzera; il traforo del Sempione, un’opera grandiosa di alta ingegneria civile.
Una relazione della medicina del lavoro svizzera del 1911 segnala il cantiere del Sempione come un esempio positivo in cui si sono contati solo “sessantasette” decessi dovuti ad incidenti lavorativi.
Per cogliere la positività dell’ultimo dato sarebbe necessario contestualizzarlo all’epoca storica di riferimento, di grande fermento tecnologico e scientifico, ma priva di quell’attenzione sociale e politica rivolta alla sicurezza dei luoghi di lavoro, che sembra apparentemente caratterizzare il nostro tempo.
Una riflessione su quest’ultimo punto si rende necessaria se si pensa, da un lato e con un certo ottimismo alla realizzazione delle opere infrastrutturali in programma per l’Expo 2015, dall’altro e con un concreto realismo alla crisi economico-finanziaria che sta caratterizzando la scena mondiale negli ultimi mesi. In presenza di un tasso di disoccupazione crescente, di difficoltà finanziarie delle imprese a causa dei cordoni stretti della borsa del credito bancario, dei tempi di realizzazione delle opere, necessariamente ridotti dal tempo impiegato o perso (dipende dal punto di osservazione) dal gioco degli attori in campo, c’è da scommettere che il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro, sino a qualche tempo fa dominante l’agenda politica e mediatica italiana, rischia di essere surclassato da quella che da “laboratorio di opportunità” potrebbe verosimilmente diventare “l’Emergenza Expo”; intesa quale condizione necessaria affinché la classe politica si attivi concretamente, con una certa approssimazione e con un pizzico di sale demagogico, tanto per riprendere il nostro banchetto iniziale. Nella memoria degli italiani è ancora fresco il dolce ricordo del superamento de “l’emergenza rifiuti a Napoli”.

sisa08@hotmail.it



[i] Per approfondimenti si veda Ferdinando Zanzottera (2008), L’Esposizione Internazionale del Sempione, “imponente manifestazione di vitalità” in Expo per Expos, Comunicare la Modernità. Le Esposizioni Universali 1851-2010.

[ii] Dal sito della Provincia di Milano, articolo preparato in occasione del centenario della grande Esposizione del 1906. http://www.provincia.milano.it/export/sites/default/news/EXPO2015/mostra/descrizione_mostra.pdf



Laura Specchio e Luciana Matarese
Indietro tutta, 2009 avanti Cristo

Milano: Barack Obama sosterrà la dichiarazione dell'Onu che chiede la depenalizzazione mondiale dell’omosessualità. Per qualsiasi persona di buon senso sembra addirittura assurdo parlare di omosessualità come di un reato. Eppure in certi Paesi è ancora così, mentre in altri che si dichiarano “culturalmente avanzati” costituisce ancora una sorta di tabù culturale, come fosse un “male oscuro” difficile da accettare. Voglio essere provocatoria: “Condanniamo chi non accetta l’omosessualità!”. Ne sarei quasi felice! Alla faccia di tutti i “benpensanti” che si arrogano il diritto di condannare, giudicare, controllare, violare le scelte personali, imponendo proprie regole e interferire nelle vite degli altri! Dirò di più: li condannerei a finire in qualche girone dantesco (una sorta di nemesi….). Una curiosità: la Santa Sede ha deciso di non sottoscrivere il documento dell’ONU… Non c’era da aspettarsi altro, no?
Napoli: Mai avuto dubbi. Intanto, nel BelPaese (lo so che è rimasto solo il formaggio!) un luminare dei nostri giorni, al secolo Nicola Legrottaglie, bravo a giocare a pallone – ma deve confidare per forza le sue abitudini intra moenia? – dichiara baldanzoso: “Non faccio sesso da due anni e sono felice e sereno”, e aggiunge: “Lo dice la Bibbia: l’omosessualità è peccato”. Non bastavano preti, Vescovi e affini?
Milano: In arrivo un’altra curiosità dal Vaticano: il preservativo non serve! Insomma: moltiplicatevi e ammalatevi! Voglio essere precisa però: han detto che il preservativo non è sufficiente a combattere il rischio di infezione da HIV. Cosa vorrà dire? Non tireranno ancora fuori la solita storia dell’utilità dell’astinenza sessuale! Oltretutto non ci hanno mai chiarito, tecnicamente e nel dettaglio, quali cose si possono fare e quali no, oppure se non si può proprio fare niente e, in tal caso, ci si debba accontentare di lunghe passeggiate, interessanti conversazioni, un cinemino, teatro sì (quello che non sollecita troppo il cervello), dormire in due letti separati (un letto a castello fa pure risparmiare spazio, ma chi va sotto e chi va sopra?), una bella mangiata (strafogatevi pure fino ad ammazzarvi così poi vi viene pure sonno), lunghe conversazioni telefoniche (anche hard… tanto siete lontani), giardinaggio, taglio e cucito, fiori di bach, ascoltiamo musica insieme? Commentiamo l’ultimo libro letto? e per finire la romantica serata ci si può sempre guardare nelle palle degli occhi! Ecco: una vera palla!!!
Napoli: In compenso il Papa in Africa, con le sue uscite su Aids e no condoms, ha suscitato un entusiasmo di quelli…come definirlo? Da contagio.

Milanonapoli e ritorno
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà


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