Luciano Fasano
La sfida del PdL (e del PD)
Negli interminabili anni della lunga e incompiuta transizione politica italiana, le elezioni del 2008 hanno rappresentato senza dubbio un punto di svolta. Per la prima volta dalla fine della cosiddetta Prima repubblica il numero di partiti presenti in Parlamento – sia al Senato che alla Camera – si è ridotto a cinque (escludendo dal computo il gruppo misto). Una semplificazione del quadro politico che finora non aveva mai avuto modo di verificarsi, malgrado due riforme, quattro referendum già tenuti (due dei quali falliti) e uno ancora da tenere, intervenuti con il preciso proposito di cambiare la legge elettorale. C’è voluta infatti la nascita del Partito Democratico di Walter Veltroni per produrre un primo significativo effetto riduttivo della frammentazione partitica del nostro sistema politico. Questo fine settimana, con il Congresso costitutivo del Popolo delle Libertà, nuovo soggetto politico che nasce dalla fusione di Alleanza Nazionale e Forza Italia, si compirà un ulteriore passo in avanti sulla strada della riduzione del numero di partiti del nostro sistema politico.
Partito Democratico e Popolo delle Libertà, pur nelle rispettive differenze, possono davvero produrre, in prospettiva, un bipartitismo compiuto, ovvero una più efficace democrazia competitiva e dell’alternanza? L’evoluzione di questi due soggetti non può certamente darsi ancora per scontata. Da un lato, il Partito Democratico, ormai lontane le primarie del 14 ottobre, sta attraversando una fase particolarmente critica, sia per quel che concerne gli equilibri interni al gruppo dirigente, sia per quel che riguarda la tenuta del suo elettorato. Senza dimenticare che dal punto di vista organizzativo la struttura del nuovo partito non sembra ancora sufficientemente consolidato. Così come rispetto alla cultura politica, la definizione di un comune orizzonte di riferimento, in grado di agevolare il superamento delle appartenenze pregresse, appare ancora tutta da costruire. Dall’altro, la nascita del PdL, se serve a Berlusconi per ribadire la propria leadership all’interno di una coalizione che, in quasi quindici anni di presenza sulla scena politica, lo ha messo in discussione solo all’indomani della sconfitta elettorale del 2006 e per un tempo piuttosto breve, non sembra aver ancora trovato le forme e i modi che dovranno garantire nella prospettiva futura una coesistenza virtuosa e non conflittuale delle sue due componenti costituenti. Al momento, l’unica cosa certa è che lo Statuto del nuovo partito prevede per il Presidente (nomen omen, Berlusconi), che potrà essere eletto dal Congresso “anche per alzata di mano”, pieni poteri: nominerà tre coordinatori e ventotto componenti dell’Ufficio di Presidenza, avrà l’ultima parola su tutte le candidature (e a tutti i livelli), potrà commissariare gli organi dirigenti nazionali quando e come vorrà farlo. E il ricorso a consultazioni primarie per la scelta del leader, delle quali si era parlato all’epoca della consultazione promossa fra gli elettori di centrodestra per la scelta del nome del futuro soggetto politico (2 dicembre 2007 … chi se lo ricorda?), è stato una volta per tutte definitivamente derubricato.
Possiamo quindi osservare che sebbene entrambi i partiti abbiano, in diversi momenti dei rispettivi percorsi costituenti, oltre che secondo modalità diverse, previsto forme di consultazione degli elettori, il PD per accrescere le condizioni di legittimazione della propria leadership politica, il PdL per creare un quadro di condivisione intorno al nuovo soggetto politico (a partire dal nome), il ricorso ai gazebo non possa di per sé considerarsi sufficiente a delineare una nuova forma partito dotata della stabilità sufficiente a permetterne il consolidamento nel corso del tempo. Perché se è vero che il trasferimento di un qualche potere decisionale dagli iscritti agli elettori, come sta già a dimostrare l’esperienza del Partito Democratico, implica una diminuzione di fatto del potere di controllo esercitato dalla struttura organizzativa interna (e quindi dei quadri di partito propriamente intesi) rispetto a scelte decisive quali candidature e organismi, è altrettanto vero che la verticalizzazione dei processi politici che ne consegue, in particolare rispetto alla legittimazione della leadership, restringe drasticamente le condizioni del pluralismo organizzato interno. Qualcuno potrebbe considerare questo effetto salutare, perché di fatto favorirebbe una più decisa emancipazione della leadership politica dal giogo delle correnti. Ma le cose non stanno necessariamente in questo modo. In primo luogo, perché l’assenza di un pluralismo interno, specie in partiti dalle grandi dimensioni e di tipo pigliatutto, non favorisce la selezione di una leadership politica fondata su un chiaro orientamento di tipo politico-programmatico. In secondo luogo, ed in parte anche come conseguenza di quanto appena detto, perché una guida politica legittimata esclusivamente sulla base di un indistinto consenso popolare e di base (sia di elettori, sia di iscritti) non è di per sé più democratica, ma viceversa è assai più esposta alle pressioni incondizionate dei cosiddetti maggiorenti di partito. Non è certamente un caso, infatti, che ampi settori dei gruppi dirigenti sia del PD che del PdL manifestino una forte insofferenza verso ciò che con preoccupazione avvertono come il rischio di una deriva plebiscitaria dei rispettivi partiti. Lo si è visto in maniera conclamata nella vicenda di Veltroni, indebolito dalle crescenti pressioni di un gruppo dirigente che dal giorno dopo le elezioni della scorsa primavera ne ha messo in discussione la leadership, fino alle recenti dimissioni. Così come è assai probabile che qualcosa di simile possa in prospettiva accadere nel PdL, come lascia presagire quella insofferenza diffusa presente nella discussione congressuale di Alleanza Nazionale della scorsa settimana, che l’intervento conclusivo di Gianfranco Fini, ormai proiettato in un orizzonte politico tutto personale che tende ad esaltarne le caratteristiche istituzionali al di là del riconoscimento proveniente dai cosiddetti colonnelli di quel partito, non è riuscito più di tanto ad attenuare. E non si creda che la leadership incontrastata di Berlusconi possa bastare ad impedire l’esplosione di alcune contraddizioni che restano latenti, non tanto rispetto alla guida politica, ma proprio dal punto di vista delle differenze di cultura politica e organizzativa, oltre che di concezione di ciò che si intende per partito, a cui si richiamano le due anime costituenti del PdL, quella forzista e quella di AN.
Questi sono i veri problemi con i quali PD e PdL dovranno confrontarsi nel futuro. Dalle soluzioni che questi due partiti sapranno trovare ai problemi appena illustrati, dipenderà la loro capacità di favorire, in prospettiva, l’evoluzione del sistema politico italiano verso un bipartitismo compiuto, ovvero una più efficace forma di democrazia competitiva e dell’alternanza. Da questo dipenderà la fine della lunga transizione italiana.
luciano.fasano@unimi.it