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Home » Newsletter n. 162 - 27 marzo 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 162 – 27 marzo 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 162.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Davide Biassoni
Destra, au revoir?


Luciano Fasano
La sfida del PdL (e del PD)


Simone Comi
Russia a un passo dal collasso?


Gianfranco Aurisicchio
Cash for Trash


Valentina Pasquali
Gli economisti hanno poca fiducia nel piano Geithner


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa/ Consiglio europeo di primavera: stato dell’arte della risposta UE alla crisi


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo del 27 marzo 2009


Luciana Matarese
Una cartolina dalla Campania


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Davide Biassoni
Destra, au revoir?

Quello di AN pare davvero un doppio scioglimento: il primo rivolto verso l’esterno, ossia l’approdo ormai imminente nel Popolo della Libertà; il secondo, invece, si era già consumato all’interno, un endogeno “sciogliete le righe” dentro Alleanza Nazionale. Del resto, da qualche tempo, nella compagine di Fini, la compattezza del gruppo dirigente si era visibilmente indebolita causa, da un lato, la partita solitaria e personale giocata dal Presidente della Camera (Quirinale nel 2013?), smarcatosi dal pensiero unico berlusconiano sia istituzionalmente – tutela delle prerogative del Parlamento, difesa dell’autonomia del Colle – sia politicamente – laicità dello Stato, società multietnica e multireligiosa – e, dall’altro, la crescente freddezza dei “colonnelli”, attratti dalla forza carismatica del Capo del governo. La misura di questo sfilacciamento interno è stata rimarcata dallo stesso Fini nel suo discorso di commiato: replicando al Ministro della Difesa, l’ex delfino di Almirante ha chiaramente puntualizzato come l’adesione al PdL non abbia l’obiettivo di costituirne la corrente di destra, né vi è l’intento di assumere il controllo del partito per ricollocarlo più lontano dal centro, una volta tramontata l’era berlusconiana. Il wishful thinking di La Russa si potrebbe ricondurre alla consapevolezza che gli esponenti di AN provengono da un raggruppamento con un’organizzazione, una storia e un’esperienza ben più radicata rispetto a Forza Italia. Chinare il capo ora di fronte a un Cavaliere non-sfidabile per nessuno (neppure per ipotesi), per poi riemergere quando si aprirà la lotta per la successione: insomma, attendere a fari spenti l’occasione per conquistare la leadership nel medio termine. Nel frattempo, era prevedibile che questo congresso si tramutasse in un pervicace tentativo di esorcizzare la grande paura, quel timore di annullarsi dentro la creatura azzurra che per acclamazione incoronerà Berlusconi suo condottiero. Interessante sarà notare se eventuali scismi valoriali ed ideologici all’interno del nuovo contenitore saranno smussati riportando ogni dissidio alla capacità di appianamento del leader: l’amalgama difficile del PD docet. Non solo: importanti conseguenze a livello sistemico-partitico potranno prodursi poiché sta per nascere un partito conservatore con una forza elettorale attorno al 40% dei consensi, un ammontare che rimanda ai tempi della DC nella Prima Repubblica. Si viene così a costituire un perno fondamentale del bipolarismo italiano in fieri: l’altra colonna dell’architettura sistemica, il PD, è chiamato ad avanzare un’alternativa credibile. Un aspetto non secondario sarà comunque da monitorare con attenzione: la scomparsa di AN lascia scoperta l’ala destra dello spazio politico. Per il momento le forze più radicali ivi collocate (come ad esempio, Storace e Santanché) hanno avuto poche chances di attrarre una fetta significativa dell’elettorato, ma non è improbabile che la destra “dura e pura”, che rifiuta l’abbraccio berlusconiano, possa compattarsi attorno ad un nuovo partito estremista che faccia leva su alcuni temi quali autoritarismo e xenofobia, law&order e lotta al crimine, tradizionalismo etico e religioso. Da mettere in conto, certo, la tenace concorrenza soprattutto del Carroccio, ma non si può escludere che una parte del voto di protesta e l’annacquamento centripeto dei partiti mainstream possano favorire un fronte di Nuova Destra “senza se e senza ma”: abbandonando le nostalgie vetero-fasciste e spingendo sul rifiuto del cesarismo del Premier, una nuova siffatta formazione potrebbe coagulare diversi consensi, anche sfruttando eventuali errori del governo nel gestire la montante crisi economica e, di lì, la crescita della disoccupazione.

biassoni_davide@yahoo.it


Luciano Fasano
La sfida del PdL (e del PD)

Negli interminabili anni della lunga e incompiuta transizione politica italiana, le elezioni del 2008 hanno rappresentato senza dubbio un punto di svolta. Per la prima volta dalla fine della cosiddetta Prima repubblica il numero di partiti presenti in Parlamento – sia al Senato che alla Camera – si è ridotto a cinque (escludendo dal computo il gruppo misto). Una semplificazione del quadro politico che finora non aveva mai avuto modo di verificarsi, malgrado due riforme, quattro referendum già tenuti (due dei quali falliti) e uno ancora da tenere, intervenuti con il preciso proposito di cambiare la legge elettorale. C’è voluta infatti la nascita del Partito Democratico di Walter Veltroni per produrre un primo significativo effetto riduttivo della frammentazione partitica del nostro sistema politico. Questo fine settimana, con il Congresso costitutivo del Popolo delle Libertà, nuovo soggetto politico che nasce dalla fusione di Alleanza Nazionale e Forza Italia, si compirà un ulteriore passo in avanti sulla strada della riduzione del numero di partiti del nostro sistema politico.

Partito Democratico e Popolo delle Libertà, pur nelle rispettive differenze, possono davvero produrre, in prospettiva, un bipartitismo compiuto, ovvero una più efficace democrazia competitiva e dell’alternanza? L’evoluzione di questi due soggetti non può certamente darsi ancora per scontata. Da un lato, il Partito Democratico, ormai lontane le primarie del 14 ottobre, sta attraversando una fase particolarmente critica, sia per quel che concerne gli equilibri interni al gruppo dirigente, sia per quel che riguarda la tenuta del suo elettorato. Senza dimenticare che dal punto di vista organizzativo la struttura del nuovo partito non sembra ancora sufficientemente consolidato. Così come rispetto alla cultura politica, la definizione di un comune orizzonte di riferimento, in grado di agevolare il superamento delle appartenenze pregresse, appare ancora tutta da costruire. Dall’altro, la nascita del PdL, se serve a Berlusconi per ribadire la propria leadership all’interno di una coalizione che, in quasi quindici anni di presenza sulla scena politica, lo ha messo in discussione solo all’indomani della sconfitta elettorale del 2006 e per un tempo piuttosto breve, non sembra aver ancora trovato le forme e i modi che dovranno garantire nella prospettiva futura una coesistenza virtuosa e non conflittuale delle sue due componenti costituenti. Al momento, l’unica cosa certa è che lo Statuto del nuovo partito prevede per il Presidente (nomen omen, Berlusconi), che potrà essere eletto dal Congresso “anche per alzata di mano”, pieni poteri: nominerà tre coordinatori e ventotto componenti dell’Ufficio di Presidenza, avrà l’ultima parola su tutte le candidature (e a tutti i livelli), potrà commissariare gli organi dirigenti nazionali quando e come vorrà farlo. E il ricorso a consultazioni primarie per la scelta del leader, delle quali si era parlato all’epoca della consultazione promossa fra gli elettori di centrodestra per la scelta del nome del futuro soggetto politico (2 dicembre 2007 … chi se lo ricorda?), è stato una volta per tutte definitivamente derubricato.

Possiamo quindi osservare che sebbene entrambi i partiti abbiano, in diversi momenti dei rispettivi percorsi costituenti, oltre che secondo modalità diverse, previsto forme di consultazione degli elettori, il PD per accrescere le condizioni di legittimazione della propria leadership politica, il PdL per creare un quadro di condivisione intorno al nuovo soggetto politico (a partire dal nome), il ricorso ai gazebo non possa di per sé considerarsi sufficiente a delineare una nuova forma partito dotata della stabilità sufficiente a permetterne il consolidamento nel corso del tempo. Perché se è vero che il trasferimento di un qualche potere decisionale dagli iscritti agli elettori, come sta già a dimostrare l’esperienza del Partito Democratico, implica una diminuzione di fatto del potere di controllo esercitato dalla struttura organizzativa interna (e quindi dei quadri di partito propriamente intesi) rispetto a scelte decisive quali candidature e organismi, è altrettanto vero che la verticalizzazione dei processi politici che ne consegue, in particolare rispetto alla legittimazione della leadership, restringe drasticamente le condizioni del pluralismo organizzato interno. Qualcuno potrebbe considerare questo effetto salutare, perché di fatto favorirebbe una più decisa emancipazione della leadership politica dal giogo delle correnti. Ma le cose non stanno necessariamente in questo modo. In primo luogo, perché l’assenza di un pluralismo interno, specie in partiti dalle grandi dimensioni e di tipo pigliatutto, non favorisce la selezione di una leadership politica fondata su un chiaro orientamento di tipo politico-programmatico. In secondo luogo, ed in parte anche come conseguenza di quanto appena detto, perché una guida politica legittimata esclusivamente sulla base di un indistinto consenso popolare e di base (sia di elettori, sia di iscritti) non è di per sé più democratica, ma viceversa è assai più esposta alle pressioni incondizionate dei cosiddetti maggiorenti di partito. Non è certamente un caso, infatti, che ampi settori dei gruppi dirigenti sia del PD che del PdL manifestino una forte insofferenza verso ciò che con preoccupazione avvertono come il rischio di una deriva plebiscitaria dei rispettivi partiti. Lo si è visto in maniera conclamata nella vicenda di Veltroni, indebolito dalle crescenti pressioni di un gruppo dirigente che dal giorno dopo le elezioni della scorsa primavera ne ha messo in discussione la leadership, fino alle recenti dimissioni. Così come è assai probabile che qualcosa di simile possa in prospettiva accadere nel PdL, come lascia presagire quella insofferenza diffusa presente nella discussione congressuale di Alleanza Nazionale della scorsa settimana, che l’intervento conclusivo di Gianfranco Fini, ormai proiettato in un orizzonte politico tutto personale che tende ad esaltarne le caratteristiche istituzionali al di là del riconoscimento proveniente dai cosiddetti colonnelli di quel partito, non è riuscito più di tanto ad attenuare. E non si creda che la leadership incontrastata di Berlusconi possa bastare ad impedire l’esplosione di alcune contraddizioni che restano latenti, non tanto rispetto alla guida politica, ma proprio dal punto di vista delle differenze di cultura politica e organizzativa, oltre che di concezione di ciò che si intende per partito, a cui si richiamano le due anime costituenti del PdL, quella forzista e quella di AN.

Questi sono i veri problemi con i quali PD e PdL dovranno confrontarsi nel futuro. Dalle soluzioni che questi due partiti sapranno trovare ai problemi appena illustrati, dipenderà la loro capacità di favorire, in prospettiva, l’evoluzione del sistema politico italiano verso un bipartitismo compiuto, ovvero una più efficace forma di democrazia competitiva e dell’alternanza. Da questo dipenderà la fine della lunga transizione italiana.

luciano.fasano@unimi.it




Simone Comi
Russia a un passo dal collasso?

La crisi economica che ha colpito negli ultimi mesi la Federazione Russa sembra essere particolarmente grave. La produttività delle aziende russe, secondo i dati presentati dall’Istituto russo di Statistica, sarebbe infatti diminuita negli ultimi sei mesi del 2008 praticamente in tutti i comparti fondamentali. Gli stessi dati indicano inoltre un crollo dell’output delle aziende metallurgiche, di quelle chimiche e del petrolchimico e dell’industria pesante, tutti settori che hanno sostenuto l’economia russa negli ultimi anni. A fronte di previsioni che volevano la capacità produttiva delle aziende russe in calo tra il 10% ed il 12% la realtà è andata invece delineandosi in tutta la sua gravità già dai primi mesi del nuovo anno. Nel primo bimestre del 2009 la produttività è stata infatti inferiore del 15% rispetto allo stesso periodo del 2007. La profonda crisi delle industrie si è accompagnata ad una già instabile situazione del comparto finanziario. In un solo giorno, nel mese di agosto 2008, l’indice RTS della Borsa di Mosca, che tratta titoli in dollari, ha perso il 65% del suo valore mentre nei mesi di settembre ed ottobre l’indice MICEX, che tratta titoli in rubli, è calato rispettivamente del 24% e del 29%. In soli undici mesi il calo complessivo degli indici è stato stimato intorno al 71% rispetto all’inizio dell’anno. Nel tentativo di stabilizzare l’economia ed azzerare il disavanzo accumulato negli ultimi mesi il Governo ha dato mandato alla Banca Centrale di utilizzare le riserve monetarie, scelta che potrebbe però aggravare la situazione dato il calo dei prezzi del petrolio e a conseguenti minore entrate.
La crisi economica ha avuto immediate ricadute sulle decisioni riguardanti il comparto militare. La Duma, camera bassa del Parlamento russo, ha deciso infatti di ridurre gli stanziamenti per l’ammodernamento delle tecnologie in dotazione alle Forze Armate e potrebbe bloccare i progetti già varati per il prossimo triennio nel caso in cui non ci fosse un miglioramento della situazione. Il bilancio per il settore della Difesa è stato quindi pesantemente ridimensionato, passando in poche settimane da circa 72 miliardi a 41 miliardi di dollari. L’incapacità di sostenere lo sviluppo tecnologico del comparto militare potrebbe sminuire fortemente il ruolo di interlocutore di primo piano che Mosca vorrebbe ricoprire sugli scenari internazionali e nelle trattative su questioni come il nucleare iraniano. Non sarebbe quindi da escludersi la possibilità che la leadership russa decida di lanciare duri moniti alla comunità internazionale e ai paesi facenti parte dell’Alleanza Atlantica come già avvenuto nelle ultime settimane. Un proverbio dice: “ Ne uccide più la lingua che la spada”. Per quanto le minacce del Cremlino non siano da sottovalutare difficilmente verranno prese in considerazione se, come alcune analisi sostengono, alle Forze Armate russe mancherebbero anche i fondi per la manutenzione degli apparati tecnologici già in dotazione.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com


Gianfranco Aurisicchio
Cash for Trash

La strada per l’inferno americana, the road to hell, come è stata battezzata dal primo ministro della Repubblica Ceca Mirek Topolanek, nonché presidente di turno dell’Unione Europea, sta cominciando a dare i primi frutti: così almeno sembra dalla risposta euforica dei mercati e soprattutto da alcuni indici congiunturali che hanno invertito il segno. Topolanek, insieme ai suoi colleghi europei, sembra preoccupato dalla politica di deficit spending del Ministro del Tesoro statunitense, Tim Geithner, il quale aveva richiesto, e chiederà ancora al G20 di Londra insieme al presidente USA Obama, politiche più aggressive e continuative per combattere il downturn globale.  Gli europei sembrano temere in particolare da parte americana il ripetersi di errori di politica economica degli anni Trenta, come stimoli (ovvero spesa pubblica) di ampia gamma e generici, con effetti disastrosi sui bilanci pubblici, tendenze protezionistiche, e soprattutto campagne di Buy American che penalizzerebbero le esportazioni europee.
Di diverso avviso invece i mercati finanziari, come dicevo, che lunedì e martedì hanno registrato guadagni sostanziali di alcuni punti percentuali, come non si vedeva da anni.  Ma i segnali più significativi arrivano dal mercato immobiliare, dove le vendite di nuove abitazioni hanno invertito la tendenza, registrando un +4,7% su base mensile a febbraio contrariamente alle aspettative negative degli analisti finanziari, e dagli ordinativi di beni durevoli, che per lo stesso mese hanno registrato una crescita del 3,4%.  Da notare che si tratta di due indici chiave che precedono il trend della crescita economica misurato congiunturalmente dal PIL.
Si può quindi dire che il piano americano è duplice: da una parte il salvataggio del sistema finanziario, ripulendo gli assets tossici e riportando così in positivo i bilanci delle istituzioni creditizie, al fine di restituirle credibilità, spronarle a ritornare a prestare denaro e allentando quindi la stretta creditizia, vero cappio ad ogni crescita economica. E dall’altra parte l’immissione di liquidità nel sistema con i vari stimuli di spesa pubblica.  In ogni caso si tratta di iniettare nel sistema dosi massicce di denaro: pubblico per il momento e (si spera) privato in seguito, per far ripartire l’economia.  La sensazione negli USA è proprio che servano quantità enormi di denaro per “oliare” di nuovo il sistema andato in corto circuito a seguito della crisi dei subprimes e del corollario di scandali finanziari e malpractices.  Denaro che per il sistema finanziario serve sia per “neutralizzare” gli assets tossici (ovvero per comprarli togliendoli dal mercato e tutelare i risparmiatori che vi avevano investito) e denaro per salvare istituzioni finanziarie rovinate da tali assets, per restituire loro la funzione di prestatori di denaro e far ripartire così l’economia.
Per la prima parte del piano lo stratega è il ministro del tesoro americano Tim Geithner, mentre per la seconda parte il propugnatore è il presidente Obama, che si sta giocando al Congresso i suoi 100 giorni di favore generale.  In realtà dietro le scene della politica economica del governo americano e l’apparente divisione dei ruoli, vediamo agire sia Obama come direttore di scena che Geithner come ideatore del programma di rimozione degli assets tossici delle banche e rivitalizzazione del sistema finanziario.  Geithner può cosi ora incassare il plauso dei mercati e del pubblico e dormire sonni più tranquilli, dopo gli attacchi delle settimane scorse contro il suo programma, che quando fu annunciato sembrava troppo vago e generico per centrare gli obiettivi.  Con un background di funzionario statale in varie amministrazioni presidenziali (da Reagan a Clinton) e ultimamente presidente della Federal Reserve Bank di New York prima di essere nominato da Obama ministro del Tesoro americano, Timothy Geithner, 47 anni, sta giocando un ruolo fondamentale in questa amministrazione per arginare i fallimenti e stabilizzare il sistema bancario.  Considerato un falco ed un monetarista, ha difatti privilegiato un approccio orientato al mercato e di cooperazione tra pubblico e privato. Sotto attacco dai Repubblicani fin dall’inizio per una questione fiscale quando era ancora al Fondo Monetario (una presunta erronea dichiarazione delle tasse), e più recentemente per non esser intervenuto prontamente nell’affaire AIG e non aver denunciato subito il caso dei bonus pagati con i fondi pubblici del salvataggio, ha saputo ora riscattarsi svelando un piano articolato e generoso: fino a 2000 miliardi per comprare mutui subprime ad alto rischio e titoli immobiliari correlati e cosi alleggerire i bilanci delle istituzioni finanziarie che rischiavano la bancarotta.
Adesso molti investitori istituzionali, come per esempio BlackRock e Pimco, sono pronti a rientrare nel mercato comprando attività bancarie, rimettendo così in moto il sistema.  Bill Gross, il presidente di Pimco, ha sostenuto infatti che parteciperà al piano perché quella di Geithner è la prima politica economica win/win.
Nei dettagli, il piano di Geithner prevede meccanismi per assegnare un prezzo a tali assets tossici e comprarne una parte, rimuovendoli dai bilanci delle banche.  La speranza è che questo riduca l’incertezza riguardo alla posizione finanziaria reale delle banche, e permetta loro così di raccogliere più capitale dal settore privato. Dall’altro lato l’eliminazione e/o il nuovo pricing di tali assets dovrebbe alleggerire anche l’incertezza sulla solvibilità delle istituzioni finanziarie che ha finora scoraggiato il prestito.  Sottostante a tale azione è ovviamente quella parallela di intervento sul capitale delle banche attraverso il loro acquisto o partecipazione.  Il settore privato avrà comunque “skin in the game”, per usare una espressione di Wall Street, in quanto per ogni dollaro di capitale privato raccolto, il governo americano parteciperà con un dollaro di capitale (equity) ed un dollaro di Treasury loans.  Anche la Fed e la FDIC (l’istituzione di garanzia dei depositi bancari) parteciperanno al gioco.
Adesso la partita finale sembra doversela giocare Barack Obama nell’ottenere il consenso necessario per la sua politica di stimoli economici.  Deve convincere gli americani che le sue ricette di budget e di politica economica sono esattamente quello che serve per rimettere in binario l’economia, nonostante il criticismo al Congresso sia di Repubblicani che Democratici.  Ovvero che la sua politica di bilancio (leggi keynesianamente deficit spending) è inseparabile dalla ripresa economica. Ed aggiunge che è alla base di una prosperità duratura e sicura. Nel frattempo, per guadagnarsi il sostegno del pubblico e rinsaldare la sua posizione, fa l’arrabbiato con i managers di AIG che si sono presi il bonus con i soldi dei contribuenti americani.  In Europa al G20 vorrà invece tirare tutti dentro nel gioco del milionario: chi più ha più spenda.

gianfranco.aurisicchio@fulbrightmail.org



Valentina Pasquali
Gli economisti hanno poca fiducia nel piano Geithner

Washington D.C. – Il Ministro del Tesoro americano Timothy Geithner ha illustrato giovedì la più recente iniziativa parte del piano di intervento governativo sul disastrato sistema finanziario statunitense. L’Amministrazione del Presidente Barack Obama ha in programma di irrigidere i controlli sulle istituzioni finanziarie. Sostanzialmente, le regolamentazioni già applicate al comportamento delle banche dovranno, d’ora in poi, essere rispettate anche dagli altri operatori finanziari, dai gruppi assicurativi come A.I.G. dai fondi di investimento privati e, in qualche misura, anche dai fantomatici hedge fund.
L’annuncio di Geithner arriva a una settimana di distanza dall’ufficializzazione di un altro elemento cardine del piano di riforma finanziaria. Ovvero la creazione di una partnership pubblico-privato, costituita in gran parte grazie a generosi sussidi governativi. I fondi allocati dal governo devono diventare un incentivo per gli investitori a acquistare dalle banche gli assetti considerati più ‘tossici.’ Secondo il calcolo del Presidente Obama e del Ministro Geithner, gli istituti di credito hanno bisogno di liberarsi di questi titoli che ne appesantiscono i bilanci per riacquistare la liquidità necessaria a far ripartire l’economia.
La reazione di Wall Street alla presentazione del piano di investimento pubblico-privato è stata decisamente positiva, la prima volta che a una mossa di Geithner è seguito un rialzo del Dow Jones. Invece, molti tra i più importanti economisti americani hanno espresso forti dubbi che il piano Geithner possa davvero avere sucesso. Anche gli ottimisti lo considerano poco più che una toppa, e molto costosa, alla crisi del sistema finanziario, e non certo un’azione risolutiva.
Secondo Paul Krugman, di recente vincitore del premio Nobel per l’economia e sostenitore convinto della campagna elettorale di Barack Obama l’anno passato, il piano Geithner può funzionare solamente se, come molti sperano, la crisi in corso si rivelasse semplicemente il frutto del panico seguito allo scoppio della bolla immobiliare. Secondo questa teoria, i cosidetti ‘assetti tossici’, in gran parte collegati al mercato dei mutui casa, non sono in realtà poi così tossici, ma solo fortemente sottovalutati dopo essere stati a lungo sopravvalutati. Di conseguenza, se solo il governo riesce a far ripartire il circolo finanziario liberando le banche da questi titoli deprezzati, l’economia poi riprenderà appieno e anche gli assetti che ora nessuno vuole torneranno a essere scambiati e a produrre profitti. Krugman però non è convinto che sia davvero questo il caso. Piuttosto, l’economista premio Nobel sostiene che le banche americane sono davvero in difficoltà, a livello strutturale. Hanno rischiato troppo scommettendo sulla base di aspettative esagerate sul valore del mercato immobiliare, e hanno perso la scommessa. Krugman scrive sul New York Times: “Ci siamo lasciati andare a grandi eccessi durante gli anni della bolla, e non penso che possiamo riparare il danno con il potere del pensiero positivo e un po’ di ingeneria finanziaria”.
“Il Piano Geithner rappresenta un passo avanti nell’ammettere quello che dovrebbe apparire ormai ovvio: ovvero che le banche sono insolventi,” scrive Dean Baker su Foreign Policy Magazine. Baker è co-direttore del Center for Economic and Policy Research di Washington. Purtroppo però, secondo Baker il programma ideato dal Ministero del Tesoro non è efficacie e non sarà in grado di acquistare una quantità sufficiente di ‘assetti tossici’ da garantire la futura solvibilità delle banche. Il governo finirà così per dover passare un ennesimo pacchetto di intervento economico, fino a quando le banche non verranno messe sotto il diretto controllo del Ministero del Tesoro.
Secondo Roger Craine, professore di economia presso l’Università della California a Berkeley, il Piano Geithner è eccesivamente simile all’idea già presentata dall’ex Ministro del Tesoro Henry Paulson in dicembre, e troppo generoso verso le banche e gli investitori privati, invece che verso i contribuenti americani che, in fin dei conti, hanno ora l’onere di tenere in piedi il sistema. “Dietro un’apparenza attraente, il Piano Geithner rimane un modo per convincere i contribuenti a offrire sussidi alle banche senza venire ricompensati nemmeno con una parte della proprietà di queste banche,” sostiene Craine.
Il tema della nazionalizzazione delle banche, così profondamente contrario ai principi economici di questo paese e spesso tacciato di socialismo (parola tabù da queste parti e dunque un’offesa mortale), è ormai diventato ricorrente nei dibattiti tra economisti. Anche per coloro che vogliono sperare nell’efficacia del Piano Geithner, la nazionalizzazione degli istituti di credito rimane una possibilità reale. Secondo Mark Thoma, professore di economia all’Università dell’Oregon, il governo deve già cominciare a prepararsi all’ipotesi di nazionalizzazione, in modo da intervenire prontamente nel caso che il Piano Geithner non funzioni. Thoma scrive: “Il prossimo passo dovrà essere la nazionalizzazione delle banche, nonostante il clima politico non sarà di certo favorevole a questa ipotesi. Il fatto è che continuare ad affidarsi a questo programma di intervento misto pubblico-privato anche qualora dovesse mostrarsi inefficiente e fino al suo fallimento completo, è esattamente quello di cui abbiamo bisogno per rendere la nazionalizzazione delle banche ancor più difficile.”
Gli ostacoli politici a una immediata nazionalizzazione degli istituti di credito sono probabilmente la ragione di questo programma intermedio formulato dall’Amministrazione Obama. Però, come ogni soluzione a metà, anche il Piano Geithner corre il rischio di fallire. Una iniziativa che potrebbe contribuire invece al suo successo è quella annunciata oggi di un irrigidimento dei controlli imposti su tutti gli operatori fianziari.
Come spiega Simon Johnson, professore di economia al Massachusetts Institute of Technology (M.I.T.), se l’economia continua a deteriorare, gli Stati Uniti devono trovare urgentemente una soluzione che permetta al governo di gestire l’eventualità che alcune delle più importanti banche del paese vadano in bancarotta. “Dobbiamo imparare dalle lezioni dolorose apprese nel caso di A.I.G. e creare leggi, implementare meccanismi, e assumere personale che possano aiutare a ripulire questo enorme disastro finanziario,” sostiene Johnson.
Naturalmente, la speranza di tutti è che il piano Geithner qualche effetto, seppur parziale, lo ottenga. E le nuove regolamentazioni che verranno introdotte per garantire un funzionamento più trasparente del sistema finanziario dovrebbero aiutare. Nell’opinione dei più importanti economisti americani, però, lo spettro tanto temuto della nazionalizzazione delle banche non è certo stato scacciato.

valentina.pasquali@gmail.com

 


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa/ Consiglio europeo di primavera: stato dell’arte della risposta UE alla crisi

Il 19 ed il 20 marzo si è tenuto il Consiglio europeo di primavera. Un rapido esame dei risultati più importanti in esso conseguiti permette di tracciare i connotati essenziali dell’azione politica messa sinora in campo dall’Unione Europea per fronteggiare la crisi mondiale in corso; e, se in ogni crisi ci sono opportunità, quest’esame consente una prima riflessione sulla capacità politica dell’UE di cogliere le opportunità politiche che le si stanno presentando.
I punti più interessanti delle conclusioni sembrano essere i seguenti. Innanzitutto è stato ribadito che l’applicazione del piano europeo di rilancio economico del dicembre scorso procede in modo soddisfacente e che occorre perseverare in questa direzione. Inoltre, premesso che ci vuole del tempo perché le misure prese producano tutti i loro effetti, l’azione di rilancio, date le sue proporzioni, può considerarsi capace di un impatto significativo sull’economia. Il prossimo Consiglio europeo di giugno valuterà l’ulteriore evoluzione della situazione.
In secondo luogo, si è trovato un accordo sulla ripartizione dei 5 miliardi di euro stanziati quale contributo supplementare al piano di rilancio dell’economia europea (e destinati in gran parte alle interconnessioni di reti per l’energia).
In terzo luogo è stato raggiunto un accordo per l’aumento da 25 a 50 miliardi di euro del “fondo di emergenza” a sostegno degli Stati membri che non fanno parte dell’Eurozona, la cui bilancia dei pagamenti presenti gravi squilibri (di questo fondo 6,5 miliardi di euro sono stati già assegnati all’Ungheria, 3,1 alla Lettonia, 5 alla Romania). Quest’ultima decisione è stata presa in nome del principio della solidarietà europea, per fronteggiare le eventuali situazioni di particolare difficoltà che dovessero presentarsi per alcuni Paesi del Centro e dell’Est Europa.
Ma questa decisione risponde altresì alle critiche di “immobilismo” mosse all’UE rispetto alla situazione di crisi di questi ultimi Paesi. Si ricordino in particolare le parole di chi (in particolare l’ormai ex Premier ungherese Gyurcsany) aveva parlato di nuova “cortina” di ferro tra l’Europa e il suo “Est”, o quelle dei tanti giornalisti europei che hanno parlato della crisi quale carnefice della solidarietà europea, o, ancora, le critiche di chi addirittura profetizzava prossimi conflitti dovuti al degenerare di questo stato di cose… Si propongono due considerazioni:

1.      stupisce oggi il silenzio di questi sovracitati (sovraeccitati) commentatori dopo il Consiglio europeo di primavera! I loro toni sono sembrati eccessivi; e la sensazione è accentuata dal silenzio diffuso degli ultimi giorni!
2.      La mancanza di cifre precise sugli aiuti da destinare a favore dell’uno o dell’altro Stato membro è coerente con quanto l’Unione ha sempre affermato, e cioè la sua volontà di adottare un approccio caso per caso, calibrato sulle differenziate situazioni di crisi e sulle peculiari necessità di ciascun Paese.
3.      A quest’ultimo proposito, come non sottolineare come in moltissimi casi la stampa abbia parlato di un rifiuto dell’UE di varare aiuti per l’Est, dicendo così una cosa tanto imprecisa da essere errata (e si tenga conto delle ripercussioni gravissime che ha avuto sui mercati borsistici internazionali, alimentando paure, angosce, isterismi)?! L’UE non si è mai rifiutata di fornire aiuti ai Paesi membri del Centro-Est: si è detta contraria, direi “metodologicamente”, ad un piano globale, che, in quanto tale, non terrebbe conto delle specificità dell’impatto della crisi su ciascuno Stato membro. E ciò in un’ottica di efficienza degli interventi eventualmente da predisporre e tenuto conto della necessità anche di valutare gli effetti dei primi aiuti già forniti (come si diceva prima)!

Da ultimo, con riferimento all’azione dell’UE sulla scena internazionale è stato deciso di contribuire con un importo di 75 miliardi di euro all’aumento delle risorse da destinare al Fondo Monetario Internazionale per fronteggiare la crisi. L’ammontare delle quote che ciascuno Stato membro verserà sarà deciso da ogni singolo Governo nazionale sulla base della disponibilità che ciascuno di essi manifesterà.
È stato poi concordato un “agreed language” europeo che gli Stati membri partecipanti al G 20 dovranno adottare nel prossimo G 20 del 2 aprile a Londra. L’esame del contenuto di questa posizione e del linguaggio comune chiama inevitabilmente ad un confronto della posizione europea con quella americana. Data la sua significatività politica essa sarà oggetto della rubrica della prossima settimana.

mariodiciommo@yahoo.it



Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo del 27 marzo 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
L’appuntamento odierno cade a pochi giorni dal primo compleanno dell’Expo 2015, cioè sono passati 12 mesi dall’assegnazione a Milano dell’evento avvenuta a Parigi il 31 marzo dell’anno scorso.
Mesi questi trascorsi ingloriosamente, un anno durante il quale i cittadini – per la verità i più curiosi stante il carattere scarsamente nazionale dell’operazione finora condotta – hanno assistito impotenti quasi esclusivamente a risse, nomine e dimissioni, proclami sui giornali ed intestine lotte nei salotti e nelle sedi di partito anziché alla presentazione di master plan dei progetti, cantieri in avvio, iniziative culturali ecc.
Rimbalzata più volte sui giornali addirittura l’ipotesi di mollare il colpo e di rinunciare all’evento ufficialmente in ragione della crisi economica ma anche e soprattutto per le difficoltà legate al difficile compito di pervenire ad un condiviso assetto di governance.
Poco o nulla è successo di sostanziale se non una girandola di accordi e protocolli (spesso dal carattere più promozionale che operativo) stipulati da Comune Provincia e Regione quasi come a far finta che tutto stesse procedendo al meglio, in una sorta di vuoto pneumatico dove a contare sono state invece finora solo poltrone da occupare, promesse di stipendi da strappare e soldi da reclamare (senza volerli nessuno mettere sperando sempre lo facciano gli altri).
Uno spettacolo deprimente dove è davvero difficile salvare qualcuno in un costante gioco al massacro – e allo scaricabarile – dove si è ottenuto, nei fatti prima ancora che nelle parole, uno spirito e una pratica da vera Grosse Koalition di stampo teutonico, che ahinoi nella nostra Italietta si traduce essenzialmente con pratica sparititoria dei posti in logica di potere per il potere.
Dodici mesi dunque bruciati a litigare sull’asse Milano - Roma prima ancora che Sinistra-Destra e maggioranza-opposizione. Ciò detto, vediamo ora la consueta cronaca spicciola di queste ultime due settimane.
Innanzitutto il Presidente del Collegio Sindacale Dario Fruscio ha rassegnato le proprie dimissioni con lettera inviata al presidente del Cda, Diana Bracco. Dimissioni con effetto immediato e, secondo quanto si è appreso, la decisione nasce dai continui contrasti con alcuni membri del Cda nati praticamente appena insediatosi; la sua decisione vedremo si inserisce però anche in un più ampio e articolato balletto delle cariche dietro cui la Lega ha posto e ottenuto quel che voleva, cioè un posto – ormai quasi certo - in Cda.
Successivamente il sottosegretario alle infrastrutture Roberto Castelli, al termine di un'audizione alla commissione Lavori pubblici del Senato, ha promesso che i quasi due miliardi di finanziamenti che ancora mancano arriveranno; mercoledì 18 marzo ha infatti dichiarato “Questi soldi (nb: 1,8 miliardi) - ha spiegato Castelli - troveranno copertura man mano che i progetti saranno disponibili…..in ogni caso una parte consistente di queste risorse è stata già stanziata nelle delibera del Cipe del 6 marzo scorso, mentre il resto dei finanziamenti verrà erogato con la Finanziaria 2010”. E infine ha tenuto a precisare che “…..finora tutti i progetti arrivati al Cipe sono stati finanziati….e nel 2009 per l'Expo sono stati finanziati più di 4 miliardi di euro….”
Quindi venerdì 20 marzo le dimissioni di Paolo Glisenti, già annunciate dopo il summit a casa Berlusconi del 16 febbraio scorso, sono diventate ufficiali: infatti come appreso dai giornali l’ex braccio destro della Moratti ha rassegnato le proprie dimissioni con effetto immediato dal Cda di Expo Spa oltre che dal Comitato di pianificazione di Expo 2015 in cui ricopriva l'incarico di segretario esecutivo. A fine marzo tra l’altro abbandonerà – per approdare in altri lidi (si parla della A2A, la multiutiliy milanese) – anche le attività come consulente a Palazzo Marino. Così ha dichiarato, in una intervista ad Affaritaliani.it “Il motivo? Dare un ulteriore contributo a una macchina che fa fatica a partire”.
Il candidato quasi certo alla sua successione l’ex ministro Lucio Stanca si guarda bene per ora dal prendere posizione e dall’uscire pubblicamente allo scoperto come si può leggere sempre dal sito di Affaritaliani.it .
Infine si è finalmente riunito nuovamente il CdA della Società lo scorso 20 marzo. All'indomani infatti dell'uscita di scena di Paolo Glisenti, i soci della Soge pare abbiano finalmente (ma mai dire mai…) trovato la quadra sul definitivo assetto di governance. Il consigliere Angelo Provasoli, indicato dal Tesoro, ha rassegnato le proprie dimissioni per assumere la carica di Presidente del Collegio sindacale al posto del leghista Dario Fruscio, carica su cui dovrà esprimersi la prossima assemblea dei soci. Al posto dell'ex rettore dell'università Bocconi entrerà quasi certamente in Cda Leonardo Carioni, uomo fidato di Umberto Bossi mentre, come anticipato, invece pare certo ormai che Lucio Stanca vada ad occupare la poltrona lasciata libera dal braccio destro del sindaco. Inoltre il Consiglio di Amministrazione, oltre a chiudere il primo bilancio della società e a prendere atto delle dimissioni dei tre membri (Fruscio, Glisenti e Provasoli), ha anche fissato la data della prossima assemblea, fissata per il 9 di aprile, che delibererà la ricapitalizzazione da 10 milioni di euro della società e provvederà a reintegrare il Cda e a nominare Provasoli alla presidenza del Collegio sindacale. A questo punto si attende infine la firma del decreto del presidente del Consiglio con cui, oltre a formalizzare il passaggio delle realizzazione delle opere essenziali sotto la regia della Regione Lombardia, si provvederà a indicare il nome del nuovo consigliere che rappresenterà il Tesoro, socio della società con una quota del 40 per cento.

Vediamo altri avvenimenti accaduti in questi ultimi 15 giorni:

-          Il 20 marzo è stato siglato fra i presidenti della Provincia di Milano e di Reggio Emilia, Filippo Penati e Sonia Masini, un Protocollo d’intesa per la definizione di attività a supporto di Expo 2015 che prevede l’attivazione di un “tavolo di coordinamento” per la progettazione di iniziative comuni dedicate alla valorizzazione dei principali eventi artistici e culturali, di promozione dell’identità e della tradizione, agroalimentari e turistici offerti dalla Provincia di Reggio Emilia che potranno essere integrati nel circuito degli eventi di approfondimento dei temi prescelti per Expo Milano 2015 o tra gli appuntamenti di promozione dell’evento.

-          Lunedì 23 marzo la Moratti ha partecipato al dibattito pubblico "Expo e dintorni: Milano e il Mondo" promosso dall’ISPI durante il quale è stata intervista da Boris Biancheri - Presidente dell'ISPI -, Lucio Caracciolo - Direttore di Limes - e Sergio Escobar - Direttore del Piccolo Teatro di Milano - su obiettivi e risultati attesi dell’Expo. Il Sindaco ha orgogliosamente snocciolato i risultati di quanto svolto finora: 485 progetti in istruttoria con 90 paesi, 20 città italiane tra cui Torino, Firenze, Trieste , Palermo e Roma che hanno già siglato accordi con Milano per Expo, diversi network con città europee e mondiali a cui aderisce Milano (sull’ambiente, sull’ integrazione, sull’e-procurement ecc.). Durante l’intervento ha anche annunciato l’intenzione di pubblicare quanto prima un bando pubblico – con scadenza presumibile entro il prossimo Cda del 9 aprile - per scegliere il proprio rappresentante nella società di gestione di Expo 2015 al posto del dimissionario Paolo Glisenti. Fra questi ovviamente verrà fatto recapitare anche il CV di Lucio Stanca…

-          Sempre il 23 sera la Moratti è intervenuta alla settimanale puntata de “L’infedele” su La7 condotto da Gad Lerner durante la quale, dopo aver rammentato che Expo è una vittoria per il Paese e non solo per Milano, ha dato “urbi et orbi” l’addio a Paolo Glisenti così dicendo “Expo non è un progetto mio o della città di Milano, ma del Paese. Nel momento in cui è stato chiesto di avere un manager con caratteristiche manageriali più spiccate di quelle di Paolo Glisenti, che ringrazio e che ha lavorato benissimo, non potevo che accettare questa proposta…..”

Una considerazione conclusiva: dall’analisi delle precedente edizioni delle Esposizioni – sia Universali come quelle di Shangai nel 2010 che di Milano nel 2015 e sia Internazionali come quelle di Saragozza nel 2008 – si evince che un anno sostanzialmente bruciato a discutere e a produrre poco non è configurabile come un ritardo incolmabile a patto però di darci dentro davvero e superare d’ora in poi logiche paralizzanti l’operatività. Un evento come l’Expo, anche nel caso (come per esempio di Siviglia nel 1992 e di Hannover nel 2000) di risultati modesti e/o comunque inferiori alle attese sia in termini di movimentazione finanziaria che di visitatori (ma magari erano scentrate le previsioni iniziali…..) sono in ogni caso straordinari volani di sviluppo economico; e a maggior ragione in situazioni di gravi difficoltà economico-finanziarie a livello globale, efficaci strumenti anticiclici, occasioni per attrarre investimenti altrimenti destinati ad altri scopi e indirizzati verso altri territori. Ovviamente questo non esclude né fa venire meno l’esigenza, anzi il dovere, di discutere, approfondire e controllare nel merito cosa, chi e come si intende intervenire e gestire il processo di avvicinamento al 2015…..e su questo come Osservatorio intendiamo continuare ad offrire il nostro costante occhio critico.
Chiudo con un auspicio: speriamo che tutti gli attori coinvolti abbiano un sussulto di dignità e si producano finalmente in uno scatto d’orgoglio.
Alla prossima.

s.florio@libero.it


Luciana Matarese
Una cartolina dalla Campania

Carissimi,
questa mia, nel giorno dell’inaugurazione del termovalorizzatore di Acerra, per dirvi che non è vero che qui, in Campania, l’emergenza rifiuti è passata. Non è vero che siamo tutti felici e contenti e anche se in tivvù vedrete facce sorridenti e grandi manate sulle spalle, sui giornali leggerete proclami e previsioni di svolte epocali, sappiate che non è finito un bel niente. L’ambiente della Campania è avvelenato e il forno che riduce in cenere vomiterà altre polveri killer. Non è come altrove, qui si brucerà munnezza comune, non rifiuti trattati. Non è come sembra, non è come vogliono che appaia. Tanti, non solo ad Acerra, hanno paura e vorrebbero che almeno i figli andassero via. Ma pochi ce la fanno a far seguire i fatti alle intenzioni. Per chi rimane, amen.

Saluti,
Luciana Matarese



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