Roberta Sala
Consulta e legge 40/ Una crepa nel muro dell’irrazionalità?
“Colui che agisce secondo l’etica dei principi si sente «responsabile» soltanto del fatto che la fiamma del puro principio […] non si spenga. Ravvivarla continuamente è lo scopo delle sue azioni completamente irrazionali dal punto di vista del possibile risultato” (Weber). Per fortuna ci sono i giudici. Verrebbe da dire: sfortunato quel paese che ha bisogno di giudici per ricordarsi che significhi giustizia. In effetti, che cosa sia giustizia è difficile dire. Giustizia è rispetto delle leggi, giustizia è giustezza delle leggi, la loro equidistanza, la loro equanimità. Un giudice che rimprovera al legislatore d’aver posto una legge ingiusta si richiama a leggi ancora più antiche, a criteri ancor più fondamentali cui la legge dello Stato si deve ispirare; si richiama, brevemente, alla giustizia. Quella che viene prima della legge, quella che è riconosciuta come suo fondamento, quella che insomma fissa i confini della sua stessa accettabilità. Giustizia morale e giustizia legale. Alla prima mi richiamo per discutere della seconda. Una legge ingiusta, in queste ultime ore, è oggetto di discussione pubblica, la legge 40 del 2004, Norme in materia di procreazione medicalmente assistita. Una legge il cui parto, val proprio la pena di dirlo, è stato accompagnato da asprezza e clamore, esito di un dibattito pubblico scotomizzato, esasperato da opposte fazioni, dei guelfi e dei ghibellini qualcuno le ha chiamate, un dibattito che è stato scontro, certamente inquinato dall’esecrabile invito a disertare le urne per il referendum che ne voleva abrogare alcune parti, invito esecrabile poiché modo per esprimere disprezzo per la ragione pubblica e le sue istanze, poiché ha reso palpabile la chiusura nei confronti del dibattito e delle sue regole, e ha ratificato la diffidenza nei confronti della democrazia e dei suoi principi. Una legge odiata dalle donne e anche dagli uomini, non lo si dimentichi; odiata dalle donne perché, come nei regimi dispotici, la legge viene scritta sul loro corpo, in dispregio del loro corpo, nell’intento di farne oggetto, superficie, anatomia, corpo materia, corpo senza spessore, corpo terreno di pulsioni, corpo infame perché infami i suoi desideri, desideri incorporati, non desideri dell’anima soltanto, desiderio del figlio proprio partorito, non del figlio immaginato e sublimato; corpo, quello delle donne, che per la legge 40 non è davvero persona, né esperienza, né libertà. Una legge, la legge 40, che anche gli uomini, intendo gli umani di genere maschile, odiano: la odiano quando a loro capiti di condividere con le donne il desiderio di procreare – la generazione non è un problema femminile –; la odiano qualora, meno immediatamente, non vivano la vita dalla visuale limitata del loro corpo maschile, sterile o fecondo, e affrontano la questione della salute delle donne, la salute del loro corpo, sterile o fecondo, come un interesse di tutti e di ciascuno. Ora, finalmente, la Corte Costituzionale, i giudici della Corte, hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale di alcuni degli articoli della legge 40: illegittimi, cioè contrari alla giustizia che precede le leggi, quella che la Costituzione preserva, per cui possiamo, non contraddittoriamente, dichiararle ingiuste. Non è costituzionale gran parte dell’articolo 14 della legge 40 (commi 2 e 3): in particolare, è contrario ai principi della Costituzione limitare a tre il numero degli embrioni ottenuti dalla fecondazione degli ovuli in vitro; è contrario ai principi della Costituzione fissare l’obbligo del loro contemporaneo trasferimento in utero, e vietare il rinvio di tale trasferimento, se non a causa di malattia grave e documentata. Inammissibili infine sono il comma 3 dell’articolo 6 e i commi 1 e 4 dell’articolo 14, che affermano rispettivamente l’irrevocabilità del consenso al trasferimento in utero una volta ottenuto l’embrione, il divieto di crioconservare embrioni, di sopprimerli o ridurli di numero nel caso di gemellarità: decisione, questa, che si pone come alternativa per quanto drammatica nei prevedibili casi in cui ai test diagnostici si riscontrino anomalie negli embrioni o incompatibilità con una sopravvivenza neonatale senza rischi eccessivi, fatta salva – ironia della legge e suo indicibile cinismo - la libertà della donna di interrompere la gravidanza ai sensi della legge 194/78. “Io dico allora apertamente – vale qui più che mai l’adagio weberiano - che in primo luogo vorrei interrogarmi sulla sostanza interiore che sta dietro questa etica dei principi” (Weber).
Che qualcosa si stia sgretolando nel panorama sempre più nitido delle leggi moralistiche, ispirate alle etiche dei principi o delle convinzioni, sulle questioni della via e della morte, della loro trasmissione e accettazione? Nel panorama delle leggi ingiuste perché parziali, perché tese a difendere una delle morali in campo, contro qualsiasi principio di laicità dello Stato? Leggi di uno Stato laico sono le leggi che non entrano nel merito di questioni controverse, quelle dietro le quali si cela e si svela un insanabile conflitto morale. Pericolosa la legge che sana il dibattito perché lo elimina, prendendo una posizione; avviato su una pericolosa china è lo Stato che aggira la controversia e la mette, semplicemente, a tacere. Ascoltando un’unica parola. Pretendendo, assolutisticamente, che sia anche l’ultima parola. E povera la società che, smarrito il senso civico e offuscati i valori della democrazia, anche quello, se vogliamo, della disputa infinita, pensa di arricchirsi non già perseguendo un’opera di costruzione di valori comuni, bensì grazie alle certezze inseguite a ogni costo, preferendo alla strada della democrazia, lunga e impervia e senza esiti certi, le scorciatoie offerte dall’imposizione di una verità indiscutibile attraverso la legge. Forse, proprio per questo, semplicemente per questo, una legge ingiusta.