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Home » Newsletter n. 163 - 3 aprile 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 163 – 3 aprile 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 163.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Ritorno paradossale ad una democrazia “bloccata”?


Luciano Fasano
Fatto il PdL, che ne è del PD?


Davide Biassoni
Laicità e referendum: la prudenza del Cavaliere


Roberta Sala
Consulta e legge 40/ Una crepa nel muro dell’irrazionalità?


Gianfranco Aurisicchio
1,2, 3… 20 ovvero 250 + 500 + 1100 (miliardi di dollari)


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa/ L’Europa al G 20


Simone Comi
Il riavvicinamento tra NATO ed Iran, la fine del gruppo “5+1”?


Laura Specchio e Luciana Matarese
Disoccupazione addio, siamo tutti imprenditori


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Ritorno paradossale ad una democrazia “bloccata”?

Si potrebbe cominciare da un punto qualunque, meglio dall’inizio si dirà (il collasso della Prima Repubblica, il 1994,….), ma si può anche tranquillamente cominciare da oggi, dal ritratto futuristico e surreale di un Berlusconi sorridente abbracciato a Barack Obama e Dmitri Medvedev al G20 di Londra, ritratto che va ad aggiungersi ad una lunga galleria che scopre il premier Berlusconi di volta in volta “abbracciato” ai potenti della terra degli ultimi quindici anni, da Bill Clinton a George Bush, da Jacques Chirac a Tony Blair, a Vladimir Putin. Certo, lo stile è un’altra cosa, ma viviamo, che ci piaccia o no, in tempi in cui la politica è desacralizzata.
Cosa è accaduto allora perché l’outsider per eccellenza, il campione dell’antipolitica, lo sfidante del sistema si sia fatto sistema, divenendo stabilmente il protagonista di una rivoluzione strutturale (il radicamento del bipolarismo) e valoriale in Italia tanto da farne il più longevo leader sulla scena internazionale?
L’ultimo anno di vita politica in Italia – vittoria del centrodestra nel voto del 2008, dimissioni di Veltroni da primo segretario del Partito Democratico, nascita del Popolo della Libertà – sembra aver distribuito i ruoli con sufficiente chiarezza: centrodestra al governo, centrosinistra all’opposizione.
Quel che qui si vorrebbe capire però è questo: può dirsi iniziato un lungo ciclo caratterizzato da una supremazia del centrodestra in politica, in quanto esso è divenuto il detentore di un’egemonia culturale e nella società, o siamo solo dinnanzi ad un accidente della storia, a un capriccio che, a furia di ripetersi, assume le sembianze di una regola senza esserlo in realtà?
In breve, con la nascita del Popolo della Libertà è cominciata la grande traversata del deserto per il popolo democratico? Con la nascita delle due grandi aggregazioni partitiche, si è verificata parallelamente negli ultimi anni anche un’inversione delle polarità progresso-conservazione, innovazione-inerzia?
In altre parole, se la nascita del PdL rappresenta senza alcun dubbio una risposta alla nascita del PD (avvenuta due anni prima), essa tuttavia avviene in condizioni di una tale asimmetria sistemica che sembrerebbe attribuire al PdL tutto il premio della trasformazione epocale della nostra repubblica  da sfrenata frammentazione dell’offerta politica a stabile ordine bipolare a tendenza bipartitica. Ma se così fosse, non si ritornerebbe, paradossalmente e per altre vie, a una democrazia “bloccata”? Per cui, la maggioranza degli italiani, a volte “turandosi il naso”, finirebbe col preferire il centrodestra all’indeterminazione e all’astrattezza del centrosinistra?



Luciano Fasano
Fatto il PdL, che ne è del PD?

Due questioni rilevanti e complesse, rimaste invece inevase ed eluse: testamento biologico e referendum elettorale. Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ideatore ed acclamato leader (all’unanimità) del Popolo della Libertà, non ha raccolto, nel discorso domenicale di chiusura, le tematiche spinose che Gianfranco Fini aveva lasciato sul tavolo durante il suo intervento di sabato al Congresso fondatore del PdL. Esito abbastanza prevedibile, poiché il Cavaliere ha preferito insistere sull’aspetto celebrativo ed entusiastico del percorso di convergenza fra Forza Italia ed Alleanza Nazionale, ed anche sui meriti e obiettivi del governo in carica (oltre che sui demeriti e ritardi storici degli avversari a sinistra). Il Presidente della Camera ha finito, quindi, con il rappresentare l’unica voce almeno parzialmente fuori dal coro “azzurro”: da un lato il richiamo alla legge in discussione a Palazzo Madama sul testamento biologico che rischia, secondo Fini, di configurarsi come un provvedimento da “stato etico” (reazione tiepida, se non fredda, della platea astante); dall’altro, la decisione ancor più insidiosa (dal punto di visto dell’equilibrio politico) sulla data del referendum elettorale che, per evitare lo spreco di risorse pubbliche, si potrebbe celebrare in concomitanza alle elezioni europee ed amministrative del 6-7 giugno prossimo. Se il Premier non ha dipanato i nodi, sul testamento biologico hanno replicato sia Alemanno, sia Formigoni, manifestando piena sintonia con i principi del ddl in discussione al Senato, e sulla stessa linea la CEI che ha negato come la DAT imponga principi morali o comportamentali al singolo individuo, con ciò quindi rigettando l’accostamento a qualsivoglia stato etico. Ad ogni modo, il nucleo del dilemma rimane la concezione del diritto alla vita come diritto indisponibile (Vaticano) o disponibile (libertari). Riguardo, invece, il referendum Guzzetta-Segni, il nervo scoperto è quello “padano”: la Lega Nord, infatti, teme fortemente che l’accorpamento delle votazioni suggerito da Fini favorisca il raggiungimento del quorum e, di lì, il prevalere dei “sì” all’abrogazione di alcune parti strategiche della legge Calderoli. L’effetto sarebbe quello di creare eo ipso un sistema proporzionale senza più coalizioni pre-elettorali: grazie al premio di maggioranza, la lista più votata si assicurerebbe la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (in Italia, l’unico partito in grado di controllare la maggioranza assoluta dei seggi fu la DC nel 1948), mentre per tutte le restanti forze politiche vigerebbe una soglia d’esclusione pari al 4%. Tradotto in pratica, il Carroccio vedrebbe drasticamente contratta la sua influenza nel determinare, a livello nazionale, gli equilibri di governo: stanti i rapporti di forza attuali, secondo i recenti sondaggi, il PdL è avanti di almeno una decina di lunghezze rispetto al suo principale antagonista, il PD, ragion per cui, se si votasse domani, potrebbe formare un governo monocolore. Per la Lega si profilerebbe perciò l’irrilevanza politica nelle istituzioni centrali e il suo elettorato - affine al partito di Berlusconi - potrebbe essere tentato dal voto strategico a favore del Cavaliere. Il Premier, però, conosce bene la spregiudicatezza politica della Lega Nord (anche se sono passati 15 anni dallo sgambetto del 1994, pur in circostanze assai differenti) che potrebbe minacciare persino la sfiducia all’attuale esecutivo in caso di pericolo di estinzione. Per questo, il leader del PdL ha già preventivamente annunciato che sarà il partito stesso a decidere sulla data, rassicurando l’alleato Umberto e concedendo alla Lega numerosi candidati alla presidenza delle province. Tuttavia, la tentazione per il Cavaliere deve esser assai seducente: dopo aver assorbito AN, quale migliore occasione per fagocitare anche i Lumbard i quali possono certo agitare lo spetto della crisi di governo, ma così facendo perderebbero per strada il tanto agognato federalismo fiscale. Ma c’è da credere che alla fine prevarranno gli interessi di coalizione: il referendum sarà confinato in una calda domenica di fine giugno, con la speranza che molti italiani preferiscano recarsi al mare piuttosto che alle urne.

luciano.fasano@unimi.it


Davide Biassoni
Laicità e referendum: la prudenza del Cavaliere

Due questioni rilevanti e complesse, rimaste invece inevase ed eluse: testamento biologico e referendum elettorale. Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ideatore ed acclamato leader (all’unanimità) del Popolo della Libertà, non ha raccolto, nel discorso domenicale di chiusura, le tematiche spinose che Gianfranco Fini aveva lasciato sul tavolo durante il suo intervento di sabato al Congresso fondatore del PdL. Esito abbastanza prevedibile, poiché il Cavaliere ha preferito insistere sull’aspetto celebrativo ed entusiastico del percorso di convergenza fra Forza Italia ed Alleanza Nazionale, ed anche sui meriti e obiettivi del governo in carica (oltre che sui demeriti e ritardi storici degli avversari a sinistra). Il Presidente della Camera ha finito, quindi, con il rappresentare l’unica voce almeno parzialmente fuori dal coro “azzurro”: da un lato il richiamo alla legge in discussione a Palazzo Madama sul testamento biologico che rischia, secondo Fini, di configurarsi come un provvedimento da “stato etico” (reazione tiepida, se non fredda, della platea astante); dall’altro, la decisione ancor più insidiosa (dal punto di visto dell’equilibrio politico) sulla data del referendum elettorale che, per evitare lo spreco di risorse pubbliche, si potrebbe celebrare in concomitanza alle elezioni europee ed amministrative del 6-7 giugno prossimo. Se il Premier non ha dipanato i nodi, sul testamento biologico hanno replicato sia Alemanno, sia Formigoni, manifestando piena sintonia con i principi del ddl in discussione al Senato, e sulla stessa linea la CEI che ha negato come la DAT imponga principi morali o comportamentali al singolo individuo, con ciò quindi rigettando l’accostamento a qualsivoglia stato etico. Ad ogni modo, il nucleo del dilemma rimane la concezione del diritto alla vita come diritto indisponibile (Vaticano) o disponibile (libertari). Riguardo, invece, il referendum Guzzetta-Segni, il nervo scoperto è quello “padano”: la Lega Nord, infatti, teme fortemente che l’accorpamento delle votazioni suggerito da Fini favorisca il raggiungimento del quorum e, di lì, il prevalere dei “sì” all’abrogazione di alcune parti strategiche della legge Calderoli. L’effetto sarebbe quello di creare eo ipso un sistema proporzionale senza più coalizioni pre-elettorali: grazie al premio di maggioranza, la lista più votata si assicurerebbe la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (in Italia, l’unico partito in grado di controllare la maggioranza assoluta dei seggi fu la DC nel 1948), mentre per tutte le restanti forze politiche vigerebbe una soglia d’esclusione pari al 4%. Tradotto in pratica, il Carroccio vedrebbe drasticamente contratta la sua influenza nel determinare, a livello nazionale, gli equilibri di governo: stanti i rapporti di forza attuali, secondo i recenti sondaggi, il PdL è avanti di almeno una decina di lunghezze rispetto al suo principale antagonista, il PD, ragion per cui, se si votasse domani, potrebbe formare un governo monocolore. Per la Lega si profilerebbe perciò l’irrilevanza politica nelle istituzioni centrali e il suo elettorato - affine al partito di Berlusconi - potrebbe essere tentato dal voto strategico a favore del Cavaliere. Il Premier, però, conosce bene la spregiudicatezza politica della Lega Nord (anche se sono passati 15 anni dallo sgambetto del 1994, pur in circostanze assai differenti) che potrebbe minacciare persino la sfiducia all’attuale esecutivo in caso di pericolo di estinzione. Per questo, il leader del PdL ha già preventivamente annunciato che sarà il partito stesso a decidere sulla data, rassicurando l’alleato Umberto e concedendo alla Lega numerosi candidati alla presidenza delle province. Tuttavia, la tentazione per il Cavaliere deve esser assai seducente: dopo aver assorbito AN, quale migliore occasione per fagocitare anche i Lumbard i quali possono certo agitare lo spetto della crisi di governo, ma così facendo perderebbero per strada il tanto agognato federalismo fiscale. Ma c’è da credere che alla fine prevarranno gli interessi di coalizione: il referendum sarà confinato in una calda domenica di fine giugno, con la speranza che molti italiani preferiscano recarsi al mare piuttosto che alle urne.

biassoni_davide@yahoo.it


Roberta Sala
Consulta e legge 40/ Una crepa nel muro dell’irrazionalità?

“Colui che agisce secondo l’etica dei principi si sente «responsabile» soltanto del fatto che la fiamma del puro principio […] non si spenga. Ravvivarla continuamente è lo scopo delle sue azioni completamente irrazionali dal punto di vista del possibile risultato” (Weber). Per fortuna ci sono i giudici. Verrebbe da dire: sfortunato quel paese che ha bisogno di giudici per ricordarsi che significhi giustizia. In effetti, che cosa sia giustizia è difficile dire. Giustizia è rispetto delle leggi, giustizia è giustezza delle leggi, la loro equidistanza, la loro equanimità. Un giudice che rimprovera al legislatore d’aver posto una legge ingiusta si richiama a leggi ancora più antiche, a criteri ancor più fondamentali cui la legge dello Stato si deve ispirare; si richiama, brevemente, alla giustizia. Quella che viene prima della legge, quella che è riconosciuta come suo fondamento, quella che insomma fissa i confini della sua stessa accettabilità. Giustizia morale e giustizia legale. Alla prima mi richiamo per discutere della seconda. Una legge ingiusta, in queste ultime ore, è oggetto di discussione pubblica, la legge 40 del 2004, Norme in materia di procreazione medicalmente assistita. Una legge il cui parto, val proprio la pena di dirlo, è stato accompagnato da asprezza e clamore, esito di un dibattito pubblico scotomizzato, esasperato da opposte fazioni, dei guelfi e dei ghibellini qualcuno le ha chiamate, un dibattito che è stato scontro, certamente inquinato dall’esecrabile invito a disertare le urne per il referendum che ne voleva abrogare alcune parti, invito esecrabile poiché modo per esprimere disprezzo per la ragione pubblica e le sue istanze, poiché ha reso palpabile la chiusura nei confronti del dibattito e delle sue regole, e ha ratificato la diffidenza nei confronti della democrazia e dei suoi principi. Una legge odiata dalle donne e anche dagli uomini, non lo si dimentichi; odiata dalle donne perché, come nei regimi dispotici, la legge viene scritta sul loro corpo, in dispregio del loro corpo, nell’intento di farne oggetto, superficie, anatomia, corpo materia, corpo senza spessore, corpo terreno di pulsioni, corpo infame perché infami i suoi desideri, desideri incorporati, non desideri dell’anima soltanto, desiderio del figlio proprio partorito, non del figlio immaginato e sublimato; corpo, quello delle donne, che per la legge 40 non è davvero persona, né esperienza, né libertà. Una legge, la legge 40, che anche gli uomini, intendo gli umani di genere maschile, odiano: la odiano quando a loro capiti di condividere con le donne il desiderio di procreare – la generazione non è un problema femminile –; la odiano qualora, meno immediatamente, non vivano la vita dalla visuale limitata del loro corpo maschile, sterile o fecondo, e affrontano la questione della salute delle donne, la salute del loro corpo, sterile o fecondo, come un interesse di tutti e di ciascuno. Ora, finalmente, la Corte Costituzionale, i giudici della Corte, hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale di alcuni degli articoli della legge 40: illegittimi, cioè contrari alla giustizia che precede le leggi, quella che la Costituzione preserva, per cui possiamo, non contraddittoriamente, dichiararle ingiuste. Non è costituzionale gran parte dell’articolo 14 della legge 40 (commi 2 e 3): in particolare, è contrario ai principi della Costituzione limitare a tre il numero degli embrioni ottenuti dalla fecondazione degli ovuli in vitro; è contrario ai principi della Costituzione fissare l’obbligo del loro contemporaneo trasferimento in utero, e vietare il rinvio di tale trasferimento, se non a causa di malattia grave e documentata. Inammissibili infine sono il comma 3 dell’articolo 6 e i commi 1 e 4 dell’articolo 14, che affermano rispettivamente l’irrevocabilità del consenso al trasferimento in utero una volta ottenuto l’embrione, il divieto di crioconservare embrioni, di sopprimerli o ridurli di numero nel caso di gemellarità: decisione, questa, che si pone come alternativa per quanto drammatica nei prevedibili casi in cui ai test diagnostici si riscontrino anomalie negli embrioni o incompatibilità con una sopravvivenza neonatale senza rischi eccessivi, fatta salva – ironia della legge e suo indicibile cinismo - la libertà della donna di interrompere la gravidanza ai sensi della legge 194/78. “Io dico allora apertamente – vale qui più che mai l’adagio weberiano - che in primo luogo vorrei interrogarmi sulla sostanza interiore che sta dietro questa etica dei principi” (Weber).
Che qualcosa si stia sgretolando nel panorama sempre più nitido delle leggi moralistiche, ispirate alle etiche dei principi o delle convinzioni, sulle questioni della via e della morte, della loro trasmissione e accettazione? Nel panorama delle leggi ingiuste perché parziali, perché tese a difendere una delle morali in campo, contro qualsiasi principio di laicità dello Stato? Leggi di uno Stato laico sono le leggi che non entrano nel merito di questioni controverse, quelle dietro le quali si cela e si svela un insanabile conflitto morale. Pericolosa la legge che sana il dibattito perché lo elimina, prendendo una posizione; avviato su una pericolosa china è lo Stato che aggira la controversia e la mette, semplicemente, a tacere. Ascoltando un’unica parola. Pretendendo, assolutisticamente, che sia anche l’ultima parola. E povera la società che, smarrito il senso civico e offuscati i valori della democrazia, anche quello, se vogliamo, della disputa infinita, pensa di arricchirsi non già perseguendo un’opera di costruzione di valori comuni, bensì grazie alle certezze inseguite a ogni costo, preferendo alla strada della democrazia, lunga e impervia e senza esiti certi, le scorciatoie offerte dall’imposizione di una verità indiscutibile attraverso la legge. Forse, proprio per questo, semplicemente per questo, una legge ingiusta.


Gianfranco Aurisicchio
1,2, 3… 20 ovvero 250 + 500 + 1100 (miliardi di dollari)

 In 29 punti i vari leaders delle 20 principali economie del pianeta, il G-20 appunto, per seguire la grafia anglosassone, convenuti al centro congressi ExCel ai Docklands di Londra il 2 aprile, hanno condensato il risultato del Summit: ovvero una giornata e mezza di incontri, scontri, tensioni, visioni diverse e obiettivi comuni mal raggiunti.  Le conclusioni espresse nel communique finale potrebbero sembrare piuttosto positive, meglio certo delle aspettative, ora al ribasso, ora demonizzanti della vigilia, tanto che i mercati azionari di mezzo mondo hanno registrato un’euforia come non si vedeva da tempo, facendo salire in maniera sostanziale gli indici.
E tale euforia sembra essere giustificata dall’ampio pacchetto di misure che sono state decise in seno al G-20 per combattere la recessione globale, a cominciare dall’aumento da 250 miliardi di dollari dell’offerta internazionale di moneta: un’iniezione di liquidità nel sistema che riprende su scala mondiale l’idea del ministro del tesoro americano Geithner che per far ripartire l’economia serva più denaro in circolazione, nonostante i bassi tassi di interesse che già di per sè dovrebbero incoraggiarne la mobilità (e la BCE ha fatto un regalo al G-20 abbassando di un altro quarto di punto il tasso di sconto). 100 miliardi di questo pacchetto andranno direttamente ai mercati emergenti e ai paesi in via di sviluppo.
Ma, si sa, i mercati sono sempre miopi e questa volta si sono lasciati abbagliare dalla selva di cifre disseminate nei vari documenti finali che mascherano in realtà un mancato accordo più ampio sui temi caldi in agenda: la regolamentazione dei mercati off-shore, i cosiddetti paradisi fiscali, verso cui non si è andati più in là di una formale dichiarazione di intenti, e il mancato accordo su uno stimulus fiscale ampio.
In effetti i sorrisi finali di rito nelle foto e i grandiosi annunci non svelano la lite tra Francia e Cina a proposito dei tax havens, con Sarkozy che ha minacciato di abbandonare il summit se non fosse stato raggiunto un accordo sulla blacklist che doveva includere anche Hong Kong e Macao.  Ha dovuto mediare addirittura Obama con un compromesso per cui i vari paesi del G-20 “prendono nota” di una lista, compilata dall’OCSE, dei centri off-shore che “in naming and shaming” non si conformano agli standards esistenti di tutela e trasparenza del risparmio, ma non la sottoscrivono.  Il solito compromesso di pura cortesia e facciata… che forse spiega perché la Borsa di Hong Kong ha registrato ben prima della chiusura del Summit il più grande rialzo giornaliero in quattro anni.
E l’altra grande delusione del Summit, che minacciava di far svaporare i sorrisi dalle foto – di quasi tutti i leaders, eccetto forse quello del nostro primo ministro, che anche al G-20 ha avuto occasione di fare il buffone cafone, facendosi richiamare nientemeno che dalla regina Elisabetta, lamentatasi pubblicamente delle sue urla – è stato il mancato accordo su un addizionale, ampio stimulus fiscale (ovvero di public spending), che era invece nei piani di Obama e Brown.
Il risultato ottenuto in tal senso è stato uno stanziamento di “solo” 1100 miliardi di dollari per aiutare la ripresa globale, fondi che rappresentano in realtà impegni finanziari e garanzie già emessi che però non sono stati ancora allocati.
Secondo Gordon Brown, che ha ospitato il Summit a Londra, il fatto più positivo raggiunto è comunque aver segnato l’emergere di un “nuovo ordine mondiale” – e la retorica del new deal è stata molto forte a Londra – riferendosi al rafforzamento dei poteri di vigilanza e controllo di alcune organizzazioni internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale.  L’Annex dedicato ai nuovi poteri del FMI, pubblicato insieme al communique finale del Summit, indica infatti che all’istituzione internazionale è stata concessa una dotazione da 500 miliardi di dollari, la metà dei quali provenienti da finanziamenti bilaterali degli attuali membri del FMI ed il resto dagli altri paesi del G-20, finanziamenti che saranno strutturati in New Arrangements to Borrow, cioè strumenti di prestito più flessibili a disposizione di economie povere, che avranno ora quindi un accesso più agevolato a tali finanziamenti.  E’ stato per cui concesso al FMI di creare l’equivalente di 250 miliardi di dollari in propria moneta, che sono gli Special Drawing Rights, comprendenti anche euro, yen, dollari e sterline, che quindi incrementeranno le riserve internazionali di ogni paese. La maggior parte di tale denaro andrà (come al solito) alle economie avanzate, ma la cosa positiva è appunto che ora i paesi più poveri con problemi di bilancio avranno accesso ai fondi senza i soliti vincoli del FMI.
Per concludere in bellezza e dare l’impressione di aver salvato il mondo, Brown ha insistito sul fatto che l’insieme delle misure prese accorceranno la recessione, ma de facto le dichiarazioni rilasciate non parlano di misure per la regolamentazione finanziaria, di stimoli fiscali, di azioni di politica monetaria o di sforzi per risanare i bilanci delle banche…  Servirà un altro G-something ?

gianfranco.aurisicchio@fulbrightmail.org

 

 


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa/ L’Europa al G 20

Negli ultimi giorni il crescere di ansie e timori è stato accompagnato da dichiarazioni pessimistiche sui risultati del prossimo G 20. E da considerazioni “tragiche” sul contributo dell’Europa ad esso. Dalle pagine di Repubblica sono risuonate particolarmente cupe (proprio perché autorevoli) le parole di Timothy Garton Ash, che ha parlato dell’“Europa che non c’è”. L’illustre Autore rileva un’obiettiva carenza: al G 20 l’Europa non ha un proprio seggio, e la somma dei 5 Stati europei che vi partecipano è “minore della somma delle sue parti”. Di certo, se ci fosse una voce unica europea la capacità “contrattuale” degli Stati europei ai tavoli internazionali sarebbe di gran lunga maggiore. Se non ci si può aspettare che questa idea sia condivisa dalla Gran Bretagna, preoccupa, invece, la percezione di un’attenzione della Germania (almeno rispetto al suo recentissimo passato super-europeista) più ai propri interessi strettamente nazionali che a quelli europei (ma la crisi sta danneggiando e minacciando in maniera particolarmente dura la sua economia; e poi ci sono le elezioni politiche a fine anno). Se tutto ciò è condivisibile, sembra francamente eccessivo parlare – come Timothy Garton Ash ha fatto - dell’Europa come “qualcosa che non esiste”…
L’Unione europea, che è stata tra i primissimi a discutere e approvare soluzioni per fronteggiare la crisi, sta mantenendo un atteggiamento coerente e di buon senso rispetto al piano sinora varato, nonostante le fortissime pressioni che stanno provenendo da Oltreoceano (e la forza politica di una posizione si vede anche da questa capacità di resistenza). E in cosa consiste questa coerenza? Nel ribadire da mesi che:
a)
dopo aver messo in campo uno sforzo di più di 400 miliardi di euro, la priorità, al momento, è quella di implementare del tutto e rapidamente l’accordo, per poi procedere, sulla base dei primi significativi risultati del piano, a valutare se e come incrementare lo sforzo messo in campo (opzione quindi non esclusa); e si tenga presente di come i dati sul campo varino continuamente e in maniera imprevedibile;
b) il caso europeo è molto diverso da quello americano - come Barroso & Co. hanno ripetuto più volte -, ragion per cui è sbagliato comparare la dimensione della spesa e dei tagli alle tasse di USA e UE, dovendosi piuttosto valutare l’efficacia degli interventi messi in campo, perché ciò che importa è il risultato degli stimoli, non quanto sono “grandi”;
c)
questo risultato (si badi bene…) va valutato non solo nel breve periodo, ma anche nel medio-lungo periodo: bisogna evitare una spesa eccessiva che, per rispondere all’urgenza del momento, porti ad un ulteriore peggioramento della già difficile situazione dei debiti pubblici, che si tradurrebbe, in un vicino futuro, in un bubbone incontrollabile… Del resto, se siamo al punto drammatico in cui siamo, lo dobbiamo, almeno in buona parte proprio alla politica del debito, e alla cosidetta “cultura dell’indebitamento”…

La UE ha concordato un “agreed language” all’ultimo Consiglio di primavera da adottare al G 20. Un linguaggio comune che pone come prioritarie questioni quali, tra le altre cose, la promozione di una crescita “verde” dell’economia (posizione su cui gli USA, dopo gli anni del cowboy-petroliere “George Walker”, va ormai convergendo) e la regolamentazione dei mercati finanziari. A questa regolamentazione (si pensi, tra le altre, alle questioni della supervisione e della lotta ai paradisi fiscali), sembra dar maggior peso la UE che non gli USA. Ma perché l’Europa sembra credere, diciamo semplificando, più nella regolamentazione che nell’immettere altro denaro in circolo? Solo perché obiettivamente non ne ha tanto da spendere, come molti - pur cogliendo un aspetto che non manca di rilievo - hanno insinuato? La ragione sembra da rinvenire tanto nella necessità di non rendere questi interventi insostenibili nel futuro, tanto nel fatto che solo una regolamentazione seria (e la nuova etica che dovrebbe animarla) può contribuire a ridare fiducia ai consumatori ed ai mercati, fiducia gravemente colpita da questa spaventosa crisi (del resto, è stato il mix di politiche del debito e mancanza di regolamentazione dei mercati a creare questo mostro…).
In seno al G 20 l’asse Obama-Brown, favorevole a dare più soldi al Fondo Monetario (punto su cui l’UE è in linea di principio d’accordo) e maggiori stimoli fiscali, si “contrappone” all’asse Sarkozy-Merkel, che, con grande fermezza, sostiene la lotta ai paradisi fiscali e una regolamentazione più rigida dei mercati finanziari. Quest’ultima posizione, dunque, riflette la posizione europea. Non si sa se sarà vincente, ma di certo la si può definire “europea”, visto che essa è sostenuta anche dall’Italia, (anche se Berlusconi è parso un po’ troppo preoccupato dal rinviare al prossimo G 8 a presidenza italiana il momento della riscrittura delle regole mondiali). Non si può quindi parlare di frattura in seno alla posizione dell’UE; anche perché la Gran Bretagna, coerentemente con la sua storia, smessi i toni europeistici della vigilia (si veda l’ultimo intervento di Brown al Parlamento europeo), continua nei fatti a tenersi fuori dall’Europa, facendo il gioco degli Stati Uniti. E - guarda un po’ – proprio gli Stati Uniti hanno invocato un superamento delle divisioni interne all’Europa (!), provando così, di fatto, a screditare (e quindi indebolire) la posizione dell’UE appositamente “minata”, come da consuetudine, dal fido Brown.
Ribadito che non è detto che la posizione europea si riveli poi quella vincente, la “novella” che si vuol proporre è quella per cui una posizione europea al G 20 è stata presentata e sostenuta: insomma, è “esistita”! Possibile che non si riesca a riconoscere a questa politica della UE, almeno in questa fase, una certa autorevolezza e maturità?

mariodiciommo@yahoo.it


Simone Comi
Il riavvicinamento tra NATO ed Iran, la fine del gruppo “5+1”?

La possibile riapertura di rapporti ufficiali tra la Nato e l’Iran dopo 30 anni di gelo diplomatico potrebbe presto portare ad un riavvicinamento tra l’Alleanza Atlantica ed il paese degli ayatollah, anche se il primo incontro è stato definito da entrambe le parti come un semplice contatto esplorativo. Il meeting è avvenuto a seguito delle dichiarazioni del Segretario della Nato Jaap de Hoop Scheffer, in cui è stata sottolineata l’importanza di una possibile partecipazione di Teheran ai programmi di cooperazione per la risoluzione della questione afghana. L’afflusso dei profughi e le reti di narcotrafficanti di eroina sono al momento i maggiori problemi che il “paese dei papaveri” esporta verso l’Iran. La leadership iraniana avrebbe quindi tutto l’interesse a collaborare con le potenze occidentali nel tentativo di stabilizzare le aree di conflitto ancora controllate dalle milizie talebane. L’Alleanza Atlantica potrebbe inoltre essere utilizzata dalla Casa Bianca come testa di ponte per riallacciare ufficiosamente le relazioni diplomatiche con Teheran ed aprire tavoli di trattative ufficiosi, scavalcando de facto il ruolo negoziale del gruppo dei “5+1” sulla questione dello sviluppo del programma nucleare. Dati i continui fallimenti delle trattative multilaterali gestite da molteplici attori con interessi talvolta confliggenti, basti pensare alla Russia il cui voto era ed è tutt’ora vincolato dagli accordi economici stretti con Teheran, gli Stati Uniti potrebbero decidere di riavvicinarsi all’Iran per gestire unilateralmente la questione dello smantellamento del programma nucleare e ancor più un’ eventuale partecipazione iraniana alla risoluzione del conflitto afghano.
Rimane comunque da valutare quale sarà l’evoluzione della situazione politica iraniana. Le elezioni presidenziali del prossimo giugno potrebbero infatti riservare novità importanti. Pur non dovendosi escludere a priori una vittoria del fronte moderato guidato dall’ex Primo Ministro della Repubblica Islamica Mirhossein Mousavi, appoggiato in realtà anche da alcuni conservatori, sembra difficile pensare che l’ayatollah Ali Khamenei decida di appoggiare le forze politiche riformatrici. Negli ultimi mesi l’attuale leadership di stampo conservatore sembra inoltre aver modificato l’approccio alle questioni più importanti di politica estera, dimostrando una volontà di dialogo per certi versi inaspettata. Il probabile riavvicinamento agli Stati Uniti, seguito da un parziale allentamento della tensione diplomatica con Gerusalemme, potrebbe quindi consentire a Mahmud Ahmadinejad di riconfermarsi al potere. Il timore maggiore riguarda tuttavia un possibile ritorno della leadership iraniana a dichiarazioni capaci di innalzare nuovamente la tensione diplomatica nella regione. Se la nuova amministrazione statunitense sembra infatti pronta a riallacciare proficue relazioni con Teheran il neonato governo israeliano sembra già soffrire di rigurgiti ultraconservatrici che giungono da alcuni dei suoi esponenti di spicco. Il revanscismo d’Israele potrebbe quindi provocare un ritorno all’instabilità di una regione che sembra ora avviarsi verso la risoluzione di alcune questioni-chiave. Non bisogna inoltre dimenticare che potrebbe tornare d’attualità la possibilità di un conflitto tra Gerusalemme e Teheran: l’irrisolta questione dello sviluppo del programma nucleare iraniano potrebbe infatti costituire un casus belli perfetto per il Governo d’Israele.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com


Laura Specchio e Luciana Matarese
Disoccupazione addio, siamo tutti imprenditori

Milano: Grenoble sembra una di quelle tranquille cittadine francesi d’oltralpe dove apparentemente non succede mai nulla di particolarmente significativo. Eppure è una vivace cittadina universitaria, dove ha pure sede un importante centro di ricerca di studi atomici, una cittadina internazionale dove il confronto culturale è vivace e quotidiano, nonostante il percepibile campanilismo francese. Proprio a Grenoble vengono sequestrati i quattro manager della Caterpillar, proprio qui i lavoratori hanno voluto manifestare in maniera decisa e determinata contro la ristrutturazione aziendale che prevede il licenziamento di 733 persone. La reazione dei lavoratori è stata immediata e Sarkozy ha risposto con un tempestivo: “Salverò lo stabilimento”. Staremo a vedere quanto farà sul serio, ma è certo che ai lavoratori non basteranno contentini. La prospettiva della disoccupazione in tempi di crisi è un’ipotesi inaccettabile.
Napoli: Eppure mi sa che sarà inevitabile, l’ipotesi diventerà realtà. D’altra parte, non vedi che sta già succedendo? Qui, a Napoli e dintorni, sta diventando complicato anche trovare posto in un ristorante a servire ai tavoli o a fare da commessa. E quando ci si riesce bisogna sbattersi per ore sapendo che comunque non ce la si farà a garantirsi autonomia e dignità per trenta giorni.
Milano: Qua in Italia viene oscurato o mistificato tutto! Disoccupati, cassintegrati, lavoratori in nero, precari di ogni genere sembrano “categorie” di cui ci si riempie la bocca negli dibattiti-show televisivi, funzionali spesso a inutili prassi demagogiche, spesso oggetto di inchieste fini a loro stesse.
Napoli: Però, da qualche giorno, abbiamo la consolazione che Berlusconi, finalmente, si è accorto che la crisi c’è e la disoccupazione pure. Dopo qualche avviso e una valanga di avvisaglie, il nostro magnifico premier e progressivo, che distribuiva rassicurazioni e pacche sulle spalle come caramelle, si è reso conto che non poteva più fare finta di niente. Fronte corrugata, sorriso prosciugato ci ha comunicato la sua preoccupazione per i venti milioni di posti di lavoro che, secondo le previsioni, andranno persi entro l’anno prossimo. Mi ha dato l’impressione che, avvicinandosi il G20, che avrebbe inevitabilmente fatto cadere le maschere, il nostro sia stato come costretto a fare “outing”. Rivelando la miopia, la svogliatezza, la sostanziale incapacità della politica, non solo del centrodestra.
Milano: Quanti ultracinquantenni che perdono il lavoro (magari con famiglia a carico) credono che la politica possa dare loro delle risposte concrete? Quanti disoccupati a casa da qualche anno vengono rappresentati in maniera adeguata e fattiva? Quali prospettive si offrono loro? Sì, facciamo una bella inchiesta, continuiamo a parlarne con quell’irritante pietismo con cui si guarda il cagnolino abbandonato sull’autostrada e per il quale non si può far nulla, al più si può raccogliere e portare, nel migliore dei casi, al primo canile. Quando si comincerà a parlare dei problemi reali con le persone reali, spogliandosi di quella patina salottiera e ipocrita non più credibile? Quando si passerà dal palcoscenico autoreferenziale a un’azione politica vera? Riusciremo a vederlo? Oppure dobbiamo aspettare che si verifichino azioni estreme come a Grenoble o peggio?
Napoli: Credo che in Italia azioni forti non ne vedremo, non per il momento almeno. Anche perché ci è stato detto che saremo tutti salvati dal “patto globale”. Che è poi l’ultimo coniglio che il Presidente del Consiglio ha tirato fuori dal cilindro. “Un patto globale che possa sostituire al pessimismo l’ottimismo, alla sfiducia la fiducia e trasformare la paura in speranza”. Suona come l’ennesimo spot, una specie di formula magica, una sorta di mantra da ripetersi nei momenti più down. Ma poi perché essere pessimisti? Possiamo fare gli imprenditori, e ci aiutano pure. Lo ha detto sempre lui, Berlusconi: “Non lasceremo solo nessuno ed oltre ad una cassa integrazione allargata ai precari abbiamo previsto aiuti per chi vuole diventare imprenditore e fondare un’impresa. Se io stessi in cassa integrazione non starei in casa a guardare la televisione e girarmi i pollici”. Domanda: ma se siamo tutti fuori casa a fare gli imprenditori e non guardiamo la tivvù, non è che in cassa integrazione rischia di finirci lui?

Milanonapoli e ritorno
Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà

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