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Home » Newsletter n. 164 - 10 aprile 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 164 – 10 aprile 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carrismi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 164.

Il Centro di Formazione Politica si unisce al cordoglio nazionale per la tragedia del terremoto che ha colpito l'Abruzzo. In particolare, il CFP esprime la sua vicinanza a tutti gli allievi abruzzesi, e alle loro famiglie, della V edizione 2009 e di tutte le passate edizioni.

La Redazione


Sommario:

Luigi Calce Struzzo
Chi ascolta le scienze delle costruzioni?


Luca Rossetti
Il terremoto saprà suscitare una rivoluzione culturale?


Laura Specchio e Luciana Matarese
Terrae motus factus est: l’eterno ritorno


Gianfranco Aurisicchio
Prima che la terra tremi


Luciano Fasano
Una formula per il futuro del PD: oltre l’unità delle tradizioni riformiste per tornare allo studio della società italiana


Simone Comi
La sfida della Corea del Nord e l’impasse delle Nazioni Unite


Valentina Pasquali
Obama delude i democratici e Gates delude i repubblicani


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa/ L’impronta europea sul G20


Davide Biassoni
Europa dell’Est: rischio “profondo rosso” (parte II)


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 10 aprile 2009


Raffaele Mauro
Network Power: alle radici della globalizzazione


Giovanni A. Cerutti
Neverending Bob


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Luigi Calce Struzzo
Chi ascolta le scienze delle costruzioni?

In queste tragiche ore agli sfollati e alle vittime del terremoto dell’Abruzzo dobbiamo dare, innanzitutto, solidarietà e aiuto di primo soccorso. Tuttavia, non possiamo prescindere da considerazioni sulla situazione attuale delle costruzioni in Italia. Innanzitutto l’aspetto normativo. In Italia esiste un quadro normativo “d’incertezza” dove, pur essendo stata applicata su tutto il territorio nazionale una nuova “zonizzazione sismica”, i tecnici si trovano in bilico tra “vecchie” e “nuove” normative, nel cosiddetto regime transitorio. Nell’attesa delle nuove Norme Tecniche per le Costruzioni. Il quadro d’incertezza normativo porta grande caos nel mondo della progettazione, spinge i tecnici a dare soluzioni diverse allo stesso problema. Siamo nella situazione in cui le strutture di un generico edificio possono essere firmate tanto da un ingegnere civile (edile, trasporti, strutturista) o ambientale quanto da un architetto e non, come dovrebbe essere, da un tecnico specifico come l’ingegnere civile strutturista. Le “vecchie” normative forniscono “sufficienti” standard di sicurezza sismica. Ciò nondimeno, oggi - grazie alla sperimentazione eseguita e all’esperienza accumulata (dovuta alla raccolta di dati di sismi già avvenuti) - si sono elaborate nuove norme, specialmente per le costruzioni in zona sismica, come l’ordinanza 3431 del 3 maggio 2005. Ma le nuove norme che forniscono standard elevati di sicurezza sismica si trovano oggi in un limbo normativo. Spetta quindi alla discrezione del progettista usare una o l’altra normativa per la progettazione.
Inoltre… nella pratica professionale la “linea guida” è data dalla voglia generalizzata di risparmiare. I committenti, sia essi privati o pubblici, non guardano alla struttura come risorsa fondamentale in una costruzione, ma solo come un costo da sostenere e, se possibile, da tagliare.
I progettisti, per ignoranza strutturale, principalmente dovuta al mancato aggiornamento sulle tecniche innovative di progettazione e per cercare di ricevere incarichi da committenti che puntano sempre al taglio dei costi in termini di parcella (a proposito, vogliamo parlare delle liberalizzazioni delle parcelle professionali…?) e di costo della struttura, si trovano spessissimo a progettare strutture con bassi livelli di sicurezza o a rinunciare alla progettazione, avvantaggiando professionisti più spregiudicati.
Infine, negli ultimi giorni si sta demonizzando il calcestruzzo e si ipotizzano scenari di costruzioni antisismiche in legno. Ad oggi la tecnica e l’esperienza dovuta a sismi avvenuti in strutture esistenti e la ricerca sperimentale (come le prove in laboratori di ricerca) hanno portato a conoscere in modo superbo il comportamento in zona sismica di strutture in calcestruzzo, in acciaio e in muratura.
L’esperienza che si ha nelle costruzioni di legno in zona sismica è, ad oggi, a livello embrionale, in quanto è necessario maggiore ricerca sperimentale per arrivare a conoscere in modo reale il comportamento di tale materiale sotto sisma (es. formazione di cerniere plastiche, capacità deformativa, tecnica di realizzazione ecc… ).
Se oggi le strutture realizzate in calcestruzzo crollano la colpa non è della tecnica di realizzazione, ma della mancanza di adeguata armatura costituita da barre e staffe di acciaio.
La situazione di basso livello di sicurezza delle strutture dipende, quindi, dalle seguenti concause: ignoranza professionale, normativa incerta, committenti che puntano solo al risparmio. Affinché le nostre case, pubbliche e private, non si sbriciolino, è opportuno che tutti facciano la propria parte. Nel bene dell’Italia. Prima che il Bel Paese scompaia.


Luca Rossetti
Il terremoto saprà suscitare una rivoluzione culturale?

“Benché gl’italiani, come ho detto, sieno incirca a livello delle altre nazioni nella conoscenza generale della realtà delle cose relativamente ai fondamenti dei principii morali, per quanto almen basta a influire e dar norma alla condotta pubblica e privata di ciascheduno; tuttavia è ben certo e da tutti gli stranieri, non meno che da noi, conosciuto e consentito che l’Italia in fatto di scienza filosofica e di cognizione matura e profonda dell’uomo e del mondo è incomparabilmente inferiore alla Francia, all’Inghilterra, alla Germania, considerando queste e quella generalmente. Ma contuttociò è anche certissimo, benché parrà un paradosso, che se le dette nazioni son più filosofe degl’italiani nell’intelletto, gl’italiani nella pratica sono mille volte più filosofi del maggior filosofo che si trovi in qualunque delle dette nazioni”.
(Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, 1824)

Menefreghismo, superficialità, scarsa lungimiranza, fatalismo, scaramanzia: queste alcune delle cifre caratteriali più deteriori che animano la subcultura profonda del nostro Paese.
E’ forse per questo che non poche scelte di fondo su determinati temi hanno visto andare a braccetto, in questi ultimi decenni, la cosiddetta società civile con quella politica.
Certo i distinguo vanno fatti, i pesi e le responsabilità sono diversi, ma comunque, a conti fatti, lo spirito prevalente nel Paese è stato spesso, nel bene e nel male, l’arte di arrangiarsi all’insegna del “chiudere un occhio” e del “chi te lo fa fare se tutti gli altri non lo fanno”.
Se c’è un segnale positivo di questi primi giorni che hanno fatto seguito alla tragedia abruzzese è il farsi strada di una stagione bipartisan improntata all’interesse nazionale. Ma sarebbe interessante capire, se non si tratterà di una parentesi destinata a chiudersi presto, quali saranno i valori e i progetti che la nutriranno.
E ancor più importante comprendere se nelle dinamiche più profonde della società italiana e nel modo di percepire la realtà di noi tutti e dei nostri concittadini (quelli di oggi e quelli nuovi che, arrivando da tutto il mondo, nel futuro saranno sempre più numerosi) saprà crescere una società davvero più civile, non tanto nell’indignazione e nelle grida manzoniane contro la casta e la politica, quanto nei comportamenti e negli atteggiamenti quotidiani che giorno dopo giorno costruiscono il senso dell’essere una comunità nazione (forse anche un pò più europei!).
Venuto meno, o comunque sempre più residuale, l’appeal delle sub culture politiche tradizionali il punto cruciale è se ad esse saprà sostituirsi una crescita del senso civico ancorato alle cose da fare, da fare al meglio nell’interesse di tutti.
Per questo da parte del centro sinistra servirebbe più una propensione a mettersi in discussione che a pontificare con spocchia ad un paese che non capisce: l’umiltà di far crescere, giorno per giorno, convinzioni e convenienze che si facciano maggioranza.
Chissà se si farà strada nella politica quanto nella società italiana, anche sulla scia di eventi traumatici come questi, una cultura diffusa dell’interesse nazionale che sappia misurarsi e dare peso a valori come la responsabilità nei confronti delle future generazioni, la necessità di uno sviluppo durevole facendo di necessità virtù buone pratiche come la manutenzione, la prevenzione, la ristrutturazione, la riqualificazione, il ripensamento delle città negli spazi pubblici quanto nei luoghi privati della vita di tutti i giorni.
Il “pessimismo della ragione” è prevalente ma ci resta almeno “l’ottimismo della volontà”.

rossetti70@gmail.com


Laura Specchio e Luciana Matarese
Terrae motus factus est: l’eterno ritorno

Milano: Tragedia quasi annunciata il terremoto in Abruzzo. Quasi, perché i segnali c’erano stati veramente. Qualcuno aveva pure allertato le autorità competenti, con la conseguenza di essere perseguito. Del resto è impossibile stabilire quando esattamente un fenomeno naturale così devastante si scatenerà in tutta la sua irruenza. Forse qualcosa si poteva fare, forse… In questi casi un eccesso di zelo avrebbe potuto salvare tante vite. Tuttavia, si ritorna sempre al solito problema centrale: quello della prevenzione. Prevenire significa, innanzitutto, “costruire in sicurezza” e non tirare su, a scopo speculativo, interi quartieri con materiali inadeguati per riempire le tasche di qualcuno. Le immagini televisive sono eloquenti: edifici nuovissimi devastati, muri sbriciolati come fossero di creta. Perché non dobbiamo chiedere conto delle responsabilità? Chi costruisce in zone sismiche con questi criteri andrebbe ora perseguito duramente! In questa direzione si contrasterebbero pure i grandi interessi mafiosi sottostanti e ben noti a tutti! Mi sorge pure un altro dubbio: te lo immagini il “piano casa” realizzato in queste zone?
Napoli: Tremo (per restare in tema) al solo pensiero. E certo che L’Aquila e le zone squassate dal terremoto si candidano a diventare la tabula rasa sulla quale incidere le novità del grande piano che farà più bello il Belpaese (!) al getto di vigorose cascate di cemento. E chissà che il piano casa non rappresenti la soluzione alla ricostruzione in Irpinia, dove, a ventinove anni dal sisma del 1980 c’è ancora chi vive nelle baracche e sul Corso principale di Avellino si affacciano molti edifici “sgarrupati”. Il richiamo all’Irpinia, che sotto le macerie contò oltre duemilaeottocento morti, per noi è immediato, insieme alla speranza che le cose, stavolta, vadano diversamente. Il 24 novembre del 1980 “Il Mattino” di Napoli titolò “Fate presto”. Ebbene, c’è da augurarsi che, questa volta, facciano più presto. Prevenzione, dici. In Irpinia non tutti gli edifici ricostruiti sono perfettamente a norma. Mi pare che anche questa della necessità di prevenzione finisca con il diventare un esercizio di stile.
Milano: Bisognerebbe ricordare che la prevenzione vale non solo nelle zone sismiche, ma pure in quelle vulcaniche, quelle suscettibili di inondazioni e via dicendo. Zone nelle quali la speculazione edilizia dilaga a macchia d’olio. Nessun controllo, nessuna norma di sicurezza sembra poter fermare questo “strano” fenomeno, nessuna buona pratica preventiva sembra essere messo in atto e immagino che grandi piani di emergenza, relativi a procedure di sicurezza ed evacuazione siano sconosciuti alle popolazioni di queste aree.
Napoli: Assolutamente. Qualche anno fa, in Campania ci si provò, ad applicare un piano di evacuazione delle popolazioni che vivono all’ombra del Vesuvio. Sembrava che “lo sterminator Vesevo” dovesse risvegliarsi da un giorno all’altro, e allora giù con annunci, spot, previsioni e rassicurazioni. La gente metteva in salvo ori e averi mobili, già rassegnata a lasciare gli immobili. Alla fine, il tutto si concluse con una gita fuori porta, tutti in pullman e zaino con frittata di pasta per pranzo. Tempo un mese e di prevenzione, di rischio Vesuvio non si è più parlato. Fino alla prossima calamità, che, com’è noto, è sempre imprevedibile.
Milano: Pur conoscendo i rischi e le criticità di intere aree del Paese, si riesce sempre a rimanere attoniti quando poi si verifica la calamità. Di fronte a tanto, mi viene spontaneo chiedere: ma il “famoso” ponte sullo stretto con quali criteri verrà costruito? E ancora, perchè investire in un’opera così dispendiosa quando, invece, sarebbe prioritario mettere in sicurezza le zone più a rischio? Troppo razionale o non sufficientemente “speculativo”?  Vogliamo pure parlare della solidarietà che si continua a declamare a parole? La solidarietà si fa con i fatti!
Napoli: E’ il motivo per cui non andrebbe fatta cadere nel vuoto la proposta di Tito Boeri e del gruppo de “La voce” che hanno chiesto al Governo di raggruppare le tre scadenze elettorali di giugno stanziando subito per le aree disastrate i risparmi derivanti dall’accorpamento in un unico election day. E’ un modo per dare alla speranza e alla solidarietà il respiro lungo di cui ha bisogno, quel respiro in tanti casi rimasto strozzato sotto le macerie.



MilanoNapoli e ritorno

Dialoghi politicamente scorretti liberamente ispirati alla realtà

milano_napoli@libero.it

 

Gianfranco Aurisicchio
Prima che la terra tremi

Il terremoto che ha colpito l’Abruzzo, uno dei più devastanti degli ultimi trent’anni, col suo triste carico di oltre 280 vite umane portate via, è in qualche modo una tipica storia italiana.
Ha visto il coinvolgimento generoso e coeso di professionisti della protezione civile e di volontari che si sono mobilizzati per uno sforzo collettivo di aiuto efficiente e tempestivo, e molta dignità e solidarietà tra le vittime e chi si è prodigato in loro aiuto.  E assistiamo all’esprimersi di una nuova coesione, un rinnovato senso del “lavorare insieme”, testimoniati anche dal viaggio in Abruzzo del Presidente della Repubblica Napolitano, una coesione nata dalla tragedia e che si spera non definita dall’urgenza del momento ma che si possa aprire ai problemi cronici e drammaticamente reali del paese.
Ma dietro a questo ritroviamo la solita storia familiare: governi con scarsa attenzione al problema della prevenzione e ancor meno finanze da allocare, leggi tutto sommato buone ma non implementate, ed il fatto immutabile e sufficientemente noto che una moltitudine di linee di faglia e di vulcani fanno dell’Italia un posto abbastanza rischioso per viverci.  E ben sappiamo che l’Italia centrale, insieme alla California e al Giappone, è uno dei luoghi geologicamente più a rischio dell’intero pianeta.  Dopo tutto il terremoto dell’Umbria, a qualche centinaio di chilometri di distanza, è storia recente, che come al solito, a noi italiani non insegna niente.
Sembriamo, e in realtà lo siamo, il paese dei paradossi: abbiamo a Pavia uno dei migliori centri di rilevazione sismografica, internazionalmente accreditato e punto di riferimento degli studi in materia, ed una Protezione Civile tra le più efficienti e rapide al mondo, ma non abbiamo la cultura della prevenzione costante e dell’urgenza di cambiare uno stato di cose ormai insostenibile.  Accumuliamo decenni d’incuria e superficialità, permettendo che vengano costruite abitazioni senza autorizzazione o ampliate illegalmente, salvo poi pretendere la solita tassa di vassallaggio del condono edilizio.  E paradossalmente, ancora, si è pure contenti di sottostare a tale tassa e il solito governo di Berlusconi vi ricorre (nel 1994 e nel 2001) per intascarne assieme anche il proprio tributo di popolarità.
Alla stessa coesione e sentimento di patria (parola questa poco usata da noi) che si manifestano nei momenti drammatici della storia del nostro paese, fa poi da controcanto il solito individualismo sfrenato, il solito essere gli uni contro gli altri pensando che il proprio giardinetto è ampliabile solo a spese dell’altro, senza voler capire che di giardino c’è uno solo, di tutti collettivamente, e che lo abbiamo pure rovinato.  Quanto durerà questa coesione? Perché non riusciamo a svilupparla anche su altri temi che ci riguardano?
Il terremoto dell’Abruzzo non è poi stato così violento, da un punto prettamente geologico: come sostiene Rui Pinho, capo della fondazione Global Earthquake Model dell’OCSE e membro dello stesso centro di Pavia di cui sopra, un terremoto della stessa magnitudine in California non avrebbe causato morti né danni strutturali seri. Nel 1989 il terremoto di magnitudo 7,1 (quindi maggiore di quello di questi giorni in Abruzzo) che colpi la California centrale, tra cui la città di San Francisco, causò danni strutturali all’Opera House, un edificio di oltre un secolo, ma fece solo oscillare la Transamerica Pyramid, di 260 metri per 48 piani.  Negli Stati Uniti, la US Geological Survey monitora la reazione di edifici e strutture ai terremoti e le osservazioni sulle strutture danneggiate o crollate hanno spesso portato a rivedere e migliorare le norme di costruzione, che sono riportate in uno standard edilizio applicato uniformante nei vari stati americani, il cosiddetto Uniform Building Code.  In California poi, per le abitazioni costruite prima del 1960, e quindi non secondo le norme antisismiche più recenti, è obbligatorio per il venditore consegnare al compratore una pubblicazione della California Seismic Safety Commission sulla sicurezza sismica della propria abitazione e lo deve informare sui punti deboli della costruzione da un punto di vista sismico e se la costruzione si trova in un’area di faglia o di pericolo.
In Giappone tutti gli edifici recenti sono stati costruiti per resistere a forti terremoti (con magnitudo superiore a 7), a ricordo del disastroso terremoto della regione di Kanto che causò nel 1923 la morte di oltre 100mila persone. Gli edifici sono costruiti con anime di acciaio, che essendo elastico è in grado di assorbire le onde d’urto e le forti vibrazioni. Il problema rimane per gli edifici vecchi, costruiti prima del 1981.  E comunque le autorità prevedono ogni anno esercitazioni, obbligatorie fin dalle scuole elementari.
In Italia invece in materia di normativa edilizia antisismica non c’è un quadro uniforme e ogni Regione si regola da sé, un po’ perché una legge quadro è stata sempre rimandata e prorogata, un po’ perché la gestione del territorio è materia concorrente in Italia.  Le regioni del Nord-Est sono particolarmente all’avanguardia, e il Friuli-Venezia Giulia è stata la prima regione in Italia a sviluppare una Carta del rischio sismico. Tutte le province hanno norme edilizie antisismiche.  Nel resto d’Italia si è preferito un approccio ibrido, con controlli continui delle strutture, come in Sicilia, o destinando fondi agli enti locali, come nel Nord-Ovest.
Già, il problema della prevenzione. Bastano poche migliaia di euro per armare una qualsiasi abitazione di una rete di cavi d’acciaio che in caso di terremoto si comporta come gabbia e tiene insieme le varie parti della costruzione. Se tali protezioni vengono inserite per esempio in occasione del cambio del pavimento, i costi sono addirittura inferiori.
Invece la gente d’Abruzzo ora sembra subire pure la beffa dopo il danno. Dobbiamo infatti registrare le uscite poco felici del nostro Presidente del Consiglio che come al solito dice che tutto va bene, e questa volta invita pure gli sfollati e i sopravissuti ad andare al mare (tanto agli alberghi della costa non vengono dati neanche i fondi per mantenerli) o di prendere la tragedia come un tranquillo weekend in campeggio. Umorismo nero o idiozia cronica?

gianfranco.aurisicchio@fulbrightmail.org

 


Luciano Fasano
Una formula per il futuro del PD: oltre l’unità delle tradizioni riformiste per tornare allo studio della società italiana

Nello scorso numero di CFP NEWS abbiamo sottoposto alla vostra attenzione un quesito importante: se è vero che parte fondamentale della funzione storica del PD, nel corso del lungo e travagliato processo costituente che ne ha permesso la nascita, avesse a che vedere con la necessità di superare le divisioni fra le due principali tradizioni riformiste della Prima Repubblica, quella cattolica e quella social-comunista, e se è vero che nel progetto culturale a fondamento della nascita del Popolo delle Libertà vi è il superamento di quelle tradizioni, che tipo di sviluppi possiamo aspettarci per il centrosinistra italiano? Il richiamo ai valori dell’antifascismo (siamo a poco meno di due settimane dalla celebrazione del 64° anniversario della Liberazione), le forze dell’arco costituzionale, le grandi tradizioni democratiche e riformiste che hanno attraversato la storia della cosiddetta Prima Repubblica, sono tutti elementi che si ritrovano nella narrazione ideologico-culturale del Partito Democratico (ricordiamo il giuramento di Fransceschini sulla copia della Costituzione del padre il giorno dopo essere stato eletto Segretario), ma che fanno a pugni con l’idea della società italiana su cui il centrodestra in questi anni ha costruito i suoi successi elettorali, e che i leader del PdL oggi propongono come orizzonte a partire dal quale costruire il futuro del nostro paese. Chiedersi se abbiano ragioni gli uni o gli altri non ha molto senso. Forse è vero che il nostro paese è ormai entrato in una nuova fase storica, che ben poco ha a che vedere con i capisaldi sui quali nella seconda metà del secolo scorso si è consolidata la democrazia italiana e il suo sistema dei partiti. La cultura politica dell’elettore mediano, nell’Italia di oggi, si riconosce maggiormente nel linguaggio (gaffe comprese!) di Berlusconi. O meglio, che poi è anche quel che più conta, non si ritrova più nelle tradizioni dalle quali il progetto del PD ha preso le mosse, ovvero – secondo un’interpretazione relativamente più ottimistica – in quelle tradizioni vi si riconosce ormai una parte minoritaria della nostra popolazione. Del resto, se fosse altrimenti alla guida del paese vi sarebbero proprio quegli eredi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano che tanto faticano ad andare al governo. Lo abbiamo detto la scorsa settimana, e lo ripetiamo oggi: non si tratta di un problema da poco, ma di ciò che potremmo a ragione considerare “il” problema per eccellenza con il quale ci si deve confrontare. Già lo spaccato dell’Assemblea costituente del PD, ripreso poco più di un anno fa da un’indagine condotta dal Dipartimento di Studi Sociali e Politici dell’Università di Milano, metteva chiaramente in luce l’esistenza di una sostanziale continuità con i tratti distintivi più importanti della cultura politica della sinistra italiana, per come in oltre cinquant’anni di storia si sono ritrovati nell’evoluzione senza soluzione di continuità del Pci-PdS-DS (con buona pace dei post-democristiani e dell’attuale segretario del partito, che proprio da quest’ultima esperienza proviene). Tratti distintivi che oggi costituiscono per certi versi una forma di inerzia culturale, a fronte della quale ciò che emerge sono soltanto le profonde divisioni che un gruppo dirigente ancora troppo rivolto al passato alimenta a scopi di rendita, al fine di preservare quel poco che resta del proprio tradizionale elettorato di riferimento.
La chiave del futuro del PD sta dunque tutta qui: ripensare le proprie radici identitarie, al di là del nobile compromesso fra le due principali sub-culture politiche ed organizzazioni di massa che hanno dato i natali alla nostra Repubblica; impegnarsi in una rinnovata analisi della società italiana, che abbia la capacità di superare gli stereotipi sui quali ancora oggi il centrosinistra fonda molte delle proprie analisi, oltre che delle proprie soluzioni di governo; costruire un nuovo linguaggio, fatto di nuove parole d’ordine, per arrivare al cuore del paese. Non si tratta di un’impresa facile, anche perché la nascita di un nuovo partito, così come di una nuova identità politico-culturale, richiede tempo, non si può improvvisare dall’oggi al domani! Così come nessuno deve credere che il rinnovamento (quello vero!) possa passare attraverso una qualche sbiadita imitazione degli avversari. Qui si tratta di ricominciare da capo, a partire dalla consapevolezza che la riunificazione delle tradizioni storiche del riformismo italiano non rappresenta più un traguardo di per sé sufficiente a far lievitare una nuova grande forza politica di massa. La sinistra italiana così come tutto il centrosinistra italiano sono arrivati ad un bivio. La crisi di iniziativa politica che li contraddistingue, e che i leader del centrodestra non mancano occasione di rimarcare, è anzitutto una crisi di idee, e di cultura. E forse per la prima volta dal crollo del muro di Berlino siamo di fronte ad un passaggio d’epoca. Illudersi che il portato della crisi economico-finanziaria globale che attanaglia il mondo occidentale possa essere un rimedio sufficiente per superare questa fase è del tutto irresponsabile. Non basta sostenere che la lunga stagione del mercato e della libera circolazione dei capitali sia ormai conclusa. Occorre tornare alla società, all’analisi ed alla comprensione delle sue più profonde dinamiche di cambiamento (anche al di là dell’esiguo e talvolta apparente contributo delle indagini demoscopiche, che troppo spesso costituiscono poco più che una pretestuosa motivazione per assecondare le spinte più superficiali ed immediate!) e ritrovare le ragioni di proposta di governo che sappia garantirsi significativi elementi di distinzione rispetto a quella messa in pratica dal centrodestra. Il tutto fuor di retorica, ovvero senza cedere alla tentazione di una risposta incardinata sui soli miti fondativi della Repubblica nata dall’antifascismo e dalla resistenza, ma  secondo i canoni di una “moral politics” (come la definirebbe Lakoff) in grado di fornire alla società italiana nuove e più efficaci ragioni per credere in un futuro diverso da quello che quotidianamente le viene prospettato da Berlusconi e dal “partito degli italiani”.


Simone Comi
La sfida della Corea del Nord e l’impasse delle Nazioni Unite

Il lancio del razzo a lunga gittata effettuato nei giorni scorsi dalla Corea del Nord è stata la prima sfida di Pyongyang alla nuova amministrazione statunitense guidata da Barack Obama e solo l’ultima delle mosse strategiche della leadership nordcoreana in grado di creare imbarazzo all’interno del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Considerato dagli analisti militari un test di lancio per missili balistici a lungo raggio capaci di colpire potenzialmente anche il territorio statunitense, la dimostrazione effettuata sarebbe da leggersi come prova tangibile della volontà di Pyongyang di dotarsi di un arsenale di armi nucleari. La questione, apertasi nei giorni immediatamente successivi ai vertici del G20 e della NATO in cui si è molto parlato del possibile riavvicinamento tra Washington, Mosca e Pechino, sta inoltre evidenziando quali e quante siano le divergenze tra le maggiori potenze interessate. Alle dichiarazioni preoccupate del premier giapponese Taro Aso ha fatto eco la richiesta di intervento delle Nazioni Unite da parte del Governo nipponico appoggiata da Stati Uniti e dai membri dell’UE. Diverso atteggiamento hanno invece mostrato Russia e Cina, impegnate a stemperare i toni e ad allentare la tensione andata aumentando esponenzialmente nelle ore successive al lancio. Ad una prima richiesta di sanzioni avanzata dalla Casa Bianca sia Pechino che Mosca hanno posto il loro veto e l’incapacità di trovare una posizione comune nel giudicare quanto avvenuto sembra essere ulteriore prova della volontà cinese e russa di continuare a costituire un fronte opposto ed unitario rispetto a quello USA-UE.
Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud vorrebbero che il test effettuato da Pongyang fosse considerato un’aperta violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza mentre Pechino e Mosca non sono sicuri che il lancio costituisca una vera violazione. L’intenzione di agire di comune accordo profilatasi nelle dichiarazioni a margine del vertice del G20 di Londra è quindi sfumata senza lasciar tracce e il Dipartimento di Stato statunitense ha minimizzato quanto accaduto.
Fonti diplomatiche hanno lasciato intendere che la situazione d’impasse potrebbe protrarsi a lungo data la spaccatura profonda all’interno del Consiglio di Sicurezza e Pyongyang ha già fatto sapere che risponderà con misure forti ad ogni eventuale sanzione, segnale di una certa sicurezza rispetto all’incapacità dell’ONU  di giungere ad una decisione condivisa sulla vicenda. Non è da escludersi la possibilità che il Governo nordcoreano utilizzi nei prossimi mesi una strategia di allentamento della tensione basata sulla possibilità di bloccare ulteriori test o lo sviluppo del programma per ricevere risorse energetiche ed alimentari dalla Cina. Sebbene quanto successo non dovrebbe destare reali preoccupazioni rispetto alla possibilità di eventuali attacchi contro Seoul o Tokyo la questione potrebbe invece alimentare attriti diplomatici tra gli attori coinvolti e segnare un primo motivo di screzi tra le leadership di Stati Uniti, Cina e Russia.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com


Valentina Pasquali
Obama delude i democratici e Gates delude i repubblicani

Washington D.C. – Le scelte dell’Amministrazione Obama nel campo della difesa stanno causando sorpresa e scompiglio sia in casa repubblicana, come prevedibile, che, più sorprendentemente, in casa democratica.  L’annuncio, fatto lunedì dal Ministro della Difesa Robert Gates, di una proposta di riforma dei meccanismi di spesa militare è stata accolto dai conservatori americani tra molti dubbi. Al contempo, la scelta del Presidente Barack Obama di rimanere coinvolto, anche nel lungo periodo, sui fronti di guerra in Iraq e Afghanistan scontenta profondamente i liberal al Congresso, che ne hanno sostenuto la candidatura durante la campagna elettorale dell’anno scorso proprio perchè l’ex-Senatore dell’Illinois aveva criticato la guerra in Iraq sin dagli inizi e aveva promesso un rapido ritiro delle truppe statunitensi.
Lunedì Robert Gates ha presentato la propria proposta per il bilancio 2010 del Ministero della Difesa. Pur concedendo un’aumento della spesa militare del 4%, circa 20 miliardi di dollari, il piano di Gates rappresenta un taglio netto con il passato.  Gates, che è uno dei due soli repubblicani che fanno parte del governo Obama, vuole procedere a una redistribuzione dei fondi governativi erogati alla difesa, spostando grandi somme di denaro verso i programmi militari da lui considerati di maggior successo, ovvero quelli che si sono dimostrati efficienti nel combattere i conflitti non-convenzionali in cui gli Stati Uniti sono invischiati oggi in Iraq, Afghanistan e Pakistan. La proposta, impensabile durante l’era Bush-Cheney, è controversa perchè, al fine di finanziare alcuni di questi programmi, si dovrà necessariamente abbandonarne altri, anche solo gradualmente,  inclusa la produzione di alcuni dei pezzi più pregiati, e più costosi, degli ultramoderni armamenti americani. Ad esempio, Gates ha intenzione di interrompere definitivamente la costruzione di nuovi F-22 (ultima generazione di aeroplani a tecnologia stealth), al più tardi entro il 2011.
Naturalmente l’establishment militare americano non è rimasto per nulla soddisfatto della proposta di Gates. Va notato, fra l’altro, che il piano del Ministro della Difesa prevede anche un ridimensionamento dell’uso degli appalti. In sostanza, molti dei contratti con operatori privati accumulati negli anni di Bush, durante i quali il governo americano ha sostanzialmente subappaltato la sicurezza del paese all’industria privata arricchendo così società come Halliburton o Blackwater, non verranno più rinnovati. Il governo tornerà a essere direttamente responsabile per la gestione di questi contratti e dovrà assumere nuovi dipendenti pubblici per far fronte a tale carico di lavoro.
Ma non sono stati solo i privati a lamentarsi della proposta del Ministro Gates. Altrettanto delusi si sono detti alcuni deputati e senatori di fede repubblicana. In particolare, i più preoccupati sono i rappresentanti di quei distretti elettorali, soprattutto negli stati della Georgia e dell’Oklahoma, sede di impianti di produzione di quegli armamenti a cui verranno tagliati i fondi. Per questi distretti la proposta del Ministro significa la perdita di migliaia di posti di lavoro, cosa che potrebbe costare il seggio a deputati e senatori della zona.
Mentre i democratici hanno mostrato di apprezzare la proposta di Robert Gates, sono invece rimasti delusi dalla più recente iniziativa di Obama. Infatti, il Presidente ha intenzione di chiedere al Congresso l’approvazione di fondi extra per 75,5 miliardi di dollari al fine di finanziare le operazioni militari in Iraq e Afghanistan da qui a settembre, troppo costose per essere coperte dall’attuale bilancio del Ministero della Difesa. Negli anni del governo Bush era prassi che il bilancio regolare della difesa non comprendesse le spese per Iraq e Afghanistan, che l’Amministrazione si ostinava a finanziare con misure legislative separate. Obama ha promesso che, a partire dall’anno fiscale 2010 (con inizio il prossimo ottobre), tutte le spese militari dovranno rientrare nel bilancio generale. Nonostante questo, però, il Presidente ha bisogno di fondi supplementari per sostenere le spese militari di qui all’autunno. E per i democratici di sinistra questo potrebbe essere il segnale definitivo che Obama ha davvero intenzione di allargare il conflitto in Afghanistan e di mantenere una forza militare consistente anche in Iraq, nonostante le promesse di ritiro da lui più volte reiterate.
Secondo il Wall Street Journal, questa frattura con parte del proprio partito rappresenta una nuova sfida per Obama, ovvero la necessità di trovare un equilibrio tra le promesse di campagna elettorale e le responsabilità di un presidente verso la nazione.
Da senatore, nota il giornale economico di tendenze conservatrici, Obama aveva votato contro la guerra in Iraq e contro le misure passate nel corso degli anni per garantire fondi alle forze armate americane coinvolte nel conflitto. Durante la propria campagna elettorale del 2007-2008, Obama aveva più volte criticato la rivale democratica Hillary Clinton, poi scelta non a caso come Ministro degli Esteri, e il candidato repubblicano John McCain, per il loro sostegno alla guerra.
Da presidente, però, Obama è diventato improvvisamente responsabile per il benessere e la sicurezza delle truppe, e per i risultati ottenuti dagli Stati Uniti sui fronti di guerra. Scrive il Journal: “Da Comandante in Capo, Obama ha già visitato Baghdad, a sorpresa all’inizio della settimana, e ha offerto le proprie congratulazioni all’esercito per i grandi successi ottenuti, incluso l’abbattimento del regime di Saddam Hussein e la riduzione della violenza sul territorio”.
In sostanza, Obama si trova a dover provvedere affinché gli sforzi militari continuino ad essere finanziati sufficientemente, almeno fino a quando gli americani rimangono impegnati nella lotta al terrorismo e nella ricostruzione dell’Iraq. E, allo stesso tempo, il Presidente deve trovare il modo di riformare il settore militare americano al fine di indirizzarlo nella direzione promessa durante la campagna elettorale.
Per cercare di trovare questo difficile equilibrio, senza però finire con lo scontentare tutti, sia sostenitori che oppositori, Obama sta perseguendo nel campo della difesa una strategia interessante e, come già tentato in altri settori, di astuta moderazione. Prendendosi la responsabilità di deludere i liberal, lascia al repubblicano Gates quella di deludere i conservatori, cosìcche sia gli uni che gli altri non possano poi ribellarsi più di tanto, considerato che sono i compagni  di partito a imporre le scelte più difficili.

valentina.pasquali@gmail.com




Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa/ L’impronta europea sul G20

L’importanza dei risultati del G20 londinese del 2 aprile scorso si è potuta cogliere sin dalle prime dichiarazioni dei leader mondiali in chiusura del summit. Il padrone di casa, il Premier britannico Gordon Brown, ha parlato dell’emergere dal summit di un “nuovo ordine mondiale”. Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha definito l’incontro “un punto di svolta nella nostra azione mirante alla ripresa dell’economia globale”, nel corso del quale è stato adottato un “insieme di azioni senza precedenti, comprensive e coordinate”. Se non erano mancati i profeti del fallimento di questo summit (si pensi a Dahrendorf) e, ancor di più, i cantori della drammatica (presunta…) assenza dell’Europa (Timothy Garton Ash), ne sono mancati altrettanti che mettessero in luce la forte impronta europea sul successo di questo G 20. Eppure…
Innanzitutto, europea è stata l’iniziativa che ha portato al G20. In secondo luogo, tra gli altri, i risultati in termini di supervisione e regolamentazione finanziaria a livello internazionale non sarebbero stati tanto rilevanti se Francia e Germania, affiancate dall’Italia, non avessero puntato i piedi. Il rafforzamento della regolamentazione e della supervisione, come pure l’istituzione di un controllore sovranazionale, il nuovo Financial Stability Board, sono figli in buona parte della fermezza europea nel voler arrivare a risultati significativi. Nicholas Sarkozy ha parlato di un progresso “immenso” nella direzione di una regolamentazione finanziaria più stringente. La Cancelliera tedesca Merkel ha parlato di compromesso “quasi storico”.
Si potrebbe pensare che si tratti di un risultato di Francia e Germania, e non dell’Unione europea, che nemmeno era presente a Londra… In realtà a Londra erano presenti tanto Barroso quanto Topolanek, ciascuno con il proprio seggio e nelle loro qualità rispettivamente di Presidente della Commissione europea e di Presidente di turno dell’UE. Certo, non erano “giocatori” in campo, e questa, si è detto, è una carenza, grave, da colmare con urgenza.
Ma ciò che più importa è un dato politico nuovo: è stata proprio la volontà politica europea, come concordata nel Consiglio europeo di Primavera, ad essere stata , nella sostanza, portata avanti al G 20 da Francia e Germania; è stata quindi essa decisiva per la tessitura dell’accordo politico finale. E la genericità di quest’ultimo, inevitabile tra l’altro, vista la complessità dei problemi nonché la brevità del summit, non ne riduce la significatività. Per il vero, non si può non sottolineare come Sarkozy abbia portato acqua al suo mulino parlando di conseguimento di una “priorità della Francia e della Germania”, e non della UE. Resta però il fatto che la posizione franco-tedesca era quella concordata a livello UE. Del resto il riferimento all’UE è riecheggiato più volte ed in maniera significativa nella conferenza stampa del Premier Brown al termine dell’incontro.
A proposito del rapporto USA-Europa, esso, a Londra, si è manifestato inizialmente come rapporto di contrapposizione (v. precedente numero di questa rubrica), per trasformarsi poi in una convergenza. È stata, del resto, proprio la convergenza politica statunitense ed europea raggiunta sui vari temi che ha permesso di conseguire in tempi rapidissimi alcuni tra i risultati più significativi del summit, per esempio in materia di lotta ai paradisi fiscali. A riprova delle straordinarie potenzialità di un asse politico USA-Europa, con cui la stessa Cina, pur riuscendo alla fine dei conti a far valere le proprie ragioni, ha dovuto fare i conti.
Il senso della convergenza tra Europa e Stati Uniti emerge, in realtà, non solo dai risultati del G 20. In un’intervista del marzo scorso, il Presidente della Commissione europea Barroso già lo aveva sottolineato: “Non siamo in competizione con gli americani. Anzi. L’Amministrazione Obama si sta avvicinando alle nostre idee, investe di più nell’economia sociale di mercato, nelle infrastrutture, nel clima e nelle regole. Siamo quindi sulla strada di una crescente convergenza”. Si pensi poi al cambio di atteggiamento dell’Amministrazione Obama rispetto all’Iran, convergente con la linea europea, da sempre orientata alla valorizzazione di un approccio politico e diplomatico alla crisi, contrapposta all’approccio “muscolare” degli USA di Bush.
Si chiude questa pagina con una nota di preoccupazione. Se l’impronta europea sui risultati dell’ultimo G 20 è forte e chiara, non si può non notare come manchi a livello politico dei Capi di Stato e di Governo la volontà di tradurre in istituzioni e vincoli giuridici le straordinarie potenzialità politiche della UE, la volontà di immaginare insieme modalità e vie politiche nuove rispetto a quelle nazionali e intergovernative. Lo sforzo di immaginazione presuppone una presa di coscienza dei propri limiti ed uno sforzo di volontà. Superata questa crisi, si porranno di sicuro altre sfide, globali come globale è la dimensione delle problematiche politiche ed economiche odierne, rispetto alle quali il livello nazionale, da solo, non può nulla. La crisi finanziaria ed economica in atto ha rivelato e sta rivelando le potenzialità di un’azione europea unica. Perché non far tesoro di ciò e trarne le conseguenze con coraggio, lungimiranza e senso del bene comune? Chissà se questi decisivi temi saranno toccati nelle prossime elezioni europee. Dai primi segnali parrebbe di no…

mariodiciommo@yahoo.it


Davide Biassoni
Europa dell’Est: rischio “profondo rosso” (parte II)

Islanda, Lettonia, Ungheria, Repubblica Ceca: sono ben quattro i governi caduti nel primo trimestre del 2009 e, con la crisi finanziaria ed economica scoppiata negli Stati Uniti e giunta con le sue pesantissime conseguenze nel Vecchio Continente, l’elenco potrebbe diventare più cospicuo nei prossimi mesi. Specialmente negli stati dell’Est Europeo, passati nell’ultimo ventennio dall’economia pianificata del socialismo reale all’economia liberale di mercato, l’insufficienza di liquidità e l’indebitamento nei confronti dei paesi occidentali stanno creando un effetto-domino di instabilità politica. Lo spettro della bancarotta colpisce indifferentemente esecutivi di ogni colore politico, inasprendo il malcontento dell’opinione pubblica di fronte ad un profondissimo scompenso del sistema capitalistico, almeno nella sua versione più “spregiudicata”. A Budapest, il leader dei socialisti Ferenc Gyurcsáni – vincitore di stretta misura alle elezioni del 2006 – si è dimesso dal ruolo di Primo Ministro, constatando la caduta inarrestabile di popolarità nei sondaggi condotti negli ultimi due anni. Al suo posto, il ruolo di Premier sarà affidato probabilmente all’attuale Ministro dell’Economia, il liberale Gordon Bjani, che dovrebbe assemblare attorno alla sua candidatura una coalizione “lib-lab” in grado di sostenere il nuovo esecutivo con il compito principale di varare urgenti riforme che contrastino il calo delle esportazioni, la contrazione della domanda interna e il rischio di aumento dei licenziamenti da parte delle imprese. A Praga, invece, sono i conservatori di Terek Topolánek ad aver subito uno smacco proprio nel semestre ceco di Presidenza dell’Unione Europea: il leader del Partito Democratico Civico, nonché Primo Ministro, è stato sfiduciato in Parlamento da una mozione presentata dai socialdemocratici e approvata sul filo di lana (101 voti su 200); elezioni anticipate si terranno tuttavia solo in autunno, mentre l’esecutivo di transizione sarà affidato a un tecnico, il presidente dell’Istituto nazionale di statistica Jan Fischer, con il compito di assicurare stabilità in Europa fino al semestre di Presidenza svedese e di favorire l’iter di ratifica del Trattato di Lisbona da parte del Senato. Nella Repubblica Ceca, l’esecutivo ha perseguito politiche fortemente liberiste ma inefficaci, mentre nel paese la disoccupazione è salita al 7,7% (con il rischio del 10% all’inizio del 2010) e, certo, al governo di centrodestra non hanno giovato le virulente contestazioni popolari contro il progetto d’installazione di una base radar statunitense in Boemia (con veemente disapprovazione russa). L’indebitamento finanziario rischia di colpire altri stati “in bilico” come Ucraina, Estonia, Lettonia e Bulgaria, mentre in una situazione relativamente meno preoccupante vi sono Polonia, Slovacchia, Slovenia e Croazia. Le complicazioni maggiormente insidiose, che rischiano di affossare le repubbliche dell’ex blocco comunista, riguardano la mancanza di liquidità delle imprese, la contrazione degli investimenti, la crescita del debito pubblico, dell’inflazione e della disoccupazione. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) è già intervenuto ripetutamente per spegnere “incendi” sul nascere, ridando ossigeno ad economie giovani (Ungheria, Lettonia e, a breve, Romania) che, dopo la crescita iniziale dalla fine della Guerra Fredda, ora sono in affanno e chiedono fondi di sostegno. Il puzzle ad oriente è ulteriormente acuito dal fatto che tali paesi non costituiscono un blocco omogeneo e compatto, tutt’altro: la Polonia, ad esempio, rifiuta qualsiasi policy che assimili indifferentemente l’intera regione. A ciò si aggiunga il nodo delle numerose minoranze etniche – anche di nazioni confinanti, ma non solo - che diversi stati (Ungheria, Romania, Slovacchia, e altri) ospitano dentro i propri confini: la coesione interna risulta indebolita, con il grave pericolo di reazioni estremiste (si vedano i crescenti episodi d’intolleranza contro i Rom). Una spia di questa disomogeneità endogena è data della Moldavia, ai confini dell’UE: la vittoria del partito comunista ha scatenato una violenta rivolta di circa ventimila manifestanti contro la Presidenza e il Parlamento, con accuse di brogli elettorali, ai quali si aggiungono le proteste contro le presunte ingerenze della vicina Romania (con diversi moldavi che cercano un passaporto romeno per diventare cittadini di Schengen). Il FMI sta allora pensando ad una strategia risolutiva in due passaggi: gli stati dell’area centro-orientale dovrebbero cominciare il percorso verso l’abbandono delle proprie monete nazionali per adottare de facto la moneta unica europea (come “semi-membri”); al contempo, i paesi occidentali sono invitati a predisporre in tempi rapidi un piano d’aiuti economici per impedire un crollo a catena: in questa direzione va la decisione di aumentare il Fondo europeo per i paesi in difficoltà con la bilancia dei pagamenti da 25 a 50 miliardi di euro.

biassoni_davide@yahoo.it


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 10 aprile 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP (http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?apriramo=003900050008&pagina=3304&pv=), per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
Innanzitutto il 16 marzo la Moratti ha ricevuto conferma dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Gianni Letta, dell’opportunità di istituire un Comitato di Sicurezza e Vigilanza al fine di garantire che Expo 2015 sia gestita con la massima trasparenza e la più assoluta legalità rispetto agli appalti legati alle opere necessarie alla sua realizzazione.
“Si tratta di un organismo – ha spiegato Letizia Moratti, illustrando la proposta fatta al Governo – che avrà il compito di monitore gli interventi e fornire informazioni preventive agli organi di gestione. Al Governo ho proposto una bozza di decreto che prevede una proposta di Comitato e l’articolazione dei suoi compiti. In particolare, saranno rappresentati: i ministeri dell’Economia, delle Infrastrutture, dell’Interno e del Welfare, il Presidente del Consiglio e il Prefetto di Milano che lo presiederà. Il Comitato potrà avvalersi della collaborazione dell’Osservatorio regionale sulle opere pubbliche e dei Prefetti delle Province interessate, oltre a un nucleo di Forze dell’Ordine ad hoc”.
In secondo luogo il 27 marzo si è tenuta una riunione informale di CdA – e priva quindi di alcuna valenza operativa – alla quale per la prima volta è comparso il nuovo rappresentante in pectore del Governo (al posto del prof. Provasoli) Leonardo Carioni……forse aveva fretta di occupare la poltrona…
Quindi il 31 marzo scorso il dott. Glisenti ha lasciato ogni incarico legato alla Moratti e al Comune di Milano e “per festeggiare l’avvenimento” ha rilasciato una intervista al Sole 24 ore (presente nella nostra rassegna stampa) nella quale definisce l’Expo un “condominio”, espressione dietro la quale emerge nuovamente come, nel disegno originario di management immaginato dal duo Moratti-Glisenti, non fosse prefigurata una gestione molto partecipata e allargata dell’evento quanto bensì una catena di comando molto corta. Interessante intervista nella quale l’ex collaboratore della Moratti ripercorre i lunghi mesi della candidatura e quelli, meno trionfalistici, del dopo assegnazione dell’evento.
Il 31 marzo il Segretario del Partito Democratico Dario Franceschini ha presentato una mozione alla Camera dei Deputati su Expo, chiedendo che sia messa all'ordine del giorno nel mese di aprile. "Dopo un anno abbiamo la sensazione che non si stia facendo niente, che si stanno accumulando ritardi e problemi non tutti trasparenti", ha spiegato il capogruppo democratico alla Camera Antonello Soro, tra i firmatari del documento. “Abbiamo già chiesto chiarimenti al governo, ma non abbiamo avuto nessuna risposta. Per questo pensiamo che sia bene suonare la sveglia. Siamo convinti che il governo Berlusconi parli molto e faccia poco”, ha aggiunto Soro.
E finalmente oggi (ieri per chi legge) dovrebbe essere il gran giorno di Lucio Stanca.
E' stata convocata appunto per oggi 9 aprile l'assemblea dei soci di Expo 2015 con all’ordine del giorno, a quanto si è appreso, la nomina del nuovo Cda con l'ingresso, salvo sorprese dell’ultimissima ora, di due nuovi consiglieri (Lucio Stanca e Leonardo Carioni) al posto dei dimissionari Paolo Glisenti e Angelo Provasoli. Al secondo punto c'è la nomina del presidente del collegio sindacale che sarà appunto Provasoli al posto del dimissionario Dario Fruscio mentre al terzo la delibera sulla ricapitalizzazione da dieci milioni di euro. Ultimo punto all'ordine del giorno la modifica dello statuto che introduce la figura del vicepresidente. Nel pomeriggio poi è prevista una nuova riunione del CdA in cui verranno distribuite le deleghe.
Sul nome di Stanca si è ufficialmente espressa infatti la Moratti a conclusione della procedura ad evidenza pubblica di selezione avviata dal Comune del proprio rappresentante in seno al CdA dopo le dimissioni di Glisenti: sarà quindi lui il membro del Comune in CdA e il candidato al ruolo di Amministratore Delegato. Fra l’altro a giorni dovrebbe essere licenziato un nuovo testo di decreto da parte del Governo nel quale, stante sempre alle voci circolate in queste ore, verrebbe introdotta la figura del Vice Presidente, incarico che dovrebbe anch’esso spettare a Stanca (la presidenza, al contrario, è rimasta ben salda nelle mani di Diana Bracco per la quale nei giorni scorsi qualcuno aveva ipotizzato la presidenza di Fiera Spa rimasta, invece, nelle mani di Michele Perini).
A poche ore dalla nomina di Stanca si sono aperti però problemi e polemiche sia in ordine al fatto che l’ex Ministro vorrebbe mantenere il posto di deputato accanto a quello di AD sia in ordine al suo compenso.
Il compenso per il ruolo di AD si aggirerebbe sui 280.000 euro annui a cui però si aggiungerebbero altri come parlamentare e, unendo benefits e altro, il totale arriverebbe sui 600/700 mila euro all’anno. Soprattutto il PD ma anche la Lega si sono apertamente espresse perché il rigore mostrato per Glisenti rimanga anche ora che il candidato è diventato un altro. Sulla materia sarà il Premier a dire comunque l’ultima parola con l’imminente già citato nuovo decreto del Governo che recepirà anche il ruolo di Vice Presidente.
La bozza che, parrebbe, circolasse nei giorni scorsi stabiliva come normativa di riferimento la finanziaria 2008, secondo cui "il trattamento economico onnicomprensivo di chiunque riceva emolumenti o retribuzioni nell'ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con pubbliche amministrazioni statali (...) non può superare quello del primo presidente della Corte di cassazione", pari a pari a 289 mila e 984 euro annui.
Questo vincolo è stato al centro di critiche soprattutto da parte del presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, che ha bocciato la norma come illegittima; così si è espresso infatti mercoledì 8 aprile: “Non approveremo nessun compenso che sia proposto da un atto illegittimo. Le cifre indicate (500mila euro più indennità variabili aggiuntive) sono inaccettabili, soprattutto in un momento di crisi come questo” aggiungendo poi - sulla questione del doppio incarico dello stesso amministratore delegato – “Di tutto abbiamo bisogno fuorché di un amministratore delegato che si occupi di Expo nel fine settimana. E se non è così è ancora più grave, perché significa che non svolge il suo mandato parlamentare”.
Vedremo cosa accadrà oggi e ve ne daremo conto nel prossimo aggiornamento.
Altri avvenimenti intercorsi:

-          Il 27 marzo si è avviata una breve missione di Regione Lombardia in Uganda e Kenia finalizzata, fra gli altri, anche all'avvio di progetti congiunti sul tema alimentazione e ambiente legati ad Expo 2015. Il Sottosegretario alla Presidenza della Regione Lombardia, Marcello Raimondi e il delegato del Presidente per i rapporti internazionali, Robi Ronza hanno partecipato ad incontri, organizzati a cura dell'ambasciata d'Italia, con il vicepresidente della Repubblica d’Uganda, Gilbert Bukenya, e con i viceministri Okello Oryem (Esteri) e Fred Omach (Finanze).

-          Il 6 aprile gli assessori regionali lombardi al Commercio, Fiere e Mercati, Franco Nicoli Cristiani e alla Casa e Opere pubbliche, Mario Scotti, hanno presieduto a Brescia la prima riunione del Tavolo territoriale di confronto dedicato al Documento di programmazione economico-finanziaria regionale in vista di Expo 2015, insieme al vicepresidente dell'amministrazione provinciale, Aristide Peli. All'incontro hanno partecipato rappresentanti degli enti locali, delle associazioni di categoria e delle imprese. Regione Lombardia, nell'ambito del tavolo istituzionale per il governo complessivo degli interventi regionali e sovraregionali per Expo 2015, che presiede, ha promosso a novembre 2008 un Accordo quadro di sviluppo territoriale tematico allo scopo di definire gli interventi legati all'evento espositivo e garantire un adeguamento inserimento dei diversi territori provinciali coinvolti nell'appuntamento.

Si è aperto a poche ore dalle sedute un altro focolaio di polemiche. Protagonisti Paolo Glisenti e la Regione Lombardia, responsabile della realizzazione di quasi tutte le infrastrutture. "Recentemente Formigoni ha affermato che nell'ultimo anno l'Expo è andato avanti nelle infrastrutture, mentre si è fermato sul resto - ha dichiarato in una intervista a L'Espresso Glisenti - In realtà di queste opere si parla senza risultati da 25 anni e l'Expo sarà determinante per averle". A stretto giro la replica del Pirellone. "Le principali infrastrutture che fanno parte del dossier Expo sono in realtà opere alle quali Regione Lombardia lavora da anni, ben prima quindi che l'Expo fosse assegnato a Milano. In altri termini sono opere che comunque saranno realizzate nei prossimi anni, comunque prima del settembre 2014, e che non hanno ricevuto alcuna spinta dall'aggiudicazione dell'Expo".

Il 23 aprile infine il Comitato Esecutivo del Bie ha convocato la Moratti per una valutazione sullo stato di avanzamento delle attività….sa mai che questa volta ci partecipi finalmente non da sola ma con l’AD della Società di Gestione…
Alla prossima.

s.florio@libero.it


Raffaele Mauro
Network Power: alle radici della globalizzazione

Negli ultimi 20 anni la teoria sociale ha prodotto un intero genere letterario dedicato allo studio della “globalizzazione”. Nella maggior parte dei testi, dai saggi scientifici ai pamphlet pro o anti-global, ci si limita spesso ad una narrazione superficiale, focalizzata esclusivamente sulla descrizione della mondializzazione dei mercati e, più in generale, sulla compressione spazio-temporale della dinamica sociale ed economica. Sono pochi gli studi legati ad una base teorica approfondita, giusta o sbagliata che sia. Il libro “Network power. The social dynamics of globalization” di David Singh Grewal è uno di questi.
L’autore, che attualmente sta completando un dottorato in scienze politiche ad Harvard e che in passato ha conseguito il JD presso la Yale Law School, si imbarca in una complessa impresa teorica: spiegare la dinamica sociale della globalizzazione, utilizzando come strumento principale l’analisi della forma-network e delle strutture economiche e politiche ad essa associate. Si tratta di un lavoro ambizioso, che riesce a combinare in modo creativo strumenti tratti da diverse discipline: dalla teoria dei giochi alla linguistica, dalla sociologia alla filosofia politica.
Secondo Grewal, i principali fenomeni connessi alla globalizzazione sono basti sulla costruzione di “standard”, forme di coordinamento sociale che sono supportate da reti di attori: network legati ai media, al commercio internazionale, alla regolazione finanziaria, all’uso di metriche e linguaggi condivisi, alle procedure legali, etc. Tali standard aumentano la loro potenza in proporzione al numero di membri e alla capacità di essere attrattivi, ovvero di generare “network power”: superata una certa soglia, il costo legato all’esclusione dal network supera i benefici legati all’indipendenza. Per giocare un ruolo significativo nel contesto globale diviene quindi fondamentale adeguarsi a delle norme condivise: nella fase storica precedente alla crisi del 2009 sono state, ad esempio, la partecipazione al WTO, l’utilizzo della lingua inglese e la condivisione della “Davos culture”, la visione del mondo delle élite globali (in passato definita da Samuel Huntington e descritta da David Rothkopf in “Superclass”). Questo tipo di adesione volontaria è simultaneamente liberatoria e limitante: permette di accedere ad un insieme di opportunità, eliminando simultaneamente l’indipendenza in altri ambiti. In particolare, i network più grandi e di maggiore influenza attirano nuovi membri principalmente per le esternalità positive legate all’accesso alla rete, non per le caratteristiche intrinseche, che normalmente sono importanti per la loro ascesa. La strutturazione dell’economia globale si è quindi configurata come un “processo senza soggetto”, che ha reso di fatto necessaria l’adesione ai paradigmi commerciali, finanziari e culturali ad essa legati, evitando nella maggior parte dei casi un’imposizione diretta. Ciò non significa affatto che tali standard siano eterni, tutt’altro: ad esempio, nei primi decenni del ‘900 il gold standard, il riferimento imprescindibile per la finanza ed il commercio internazionale sotto l’Impero Britannico, venne abbandonato rapidamente, in concomitanza con la crisi del 1929-33 e del mutamento degli equilibri geopolitici.
Nel contesto dell’attuale crisi finanziaria globale, una teorizzazione di questo tipo risulta molto utile: il modello di sviluppo legato al paradigma neoliberale, che Grewal definisce non come una singola struttura ma come “un aggregato di standard”, ha smesso di funzionare. Le prossime onde di crescita economica saranno legate a nuove forme di coordinamento, nuove pratiche di regolazione finanziaria, standard tecnologici o paradigmi energetici; in ogni caso sarà necessario ricostruire un nuovo meccanismo di sviluppo. Per capire se si verificherà e, in caso affermativo, in che forma si realizzerà la costruzione di un nuovo equilibrio, sarà necessario studiare a fondo i processi che portano alla nascita, all’ascesa e all’evoluzione delle varie forme-network che costituiscono l’ossature dell’ordine mondiale. In particolare, difficilmente sarà pensabile un nuovo tragitto di crescita se dalla crisi economica del 2008-10 non emergerà una nuova struttura di regolazione congruente con l’attuale equazione globale del potere, capace quindi di generare una attrattiva di rete sufficiente a catalizzare l’adesione volontaria dei nuovi attori economici e tecnologici. Questo è un compito che necessita di una visione di lungo termine, che sia in grado di cogliere lo spirito del tempo e di indirizzare la dinamica sociale verso un equilibrio più elevato: in poche parole, un compito di tipo politico, nel senso più alto che possiamo dare a questo termine.

Network Power: alle radici della globalizzazione
David Singh Grewal, “Network Power: The Social Dynamics of Globalization”, Yale University Press, 2008.
http://davidsgrewal.googlepages.com/


Giovanni A. Cerutti
Neverending Bob

Hibbing è una città di circa ventimila abitanti del Minnesota, situata al confine con il Canada, lungo il Mesabi Iron Range, una vasta catena ricca di giacimenti ferrosi. Venne fondata nel 1893 da un emigrato tedesco, che aveva cambiato il suo nome in quello Hibbing, che apparteneva alla madre inglese. Per molto tempo è stata sostanzialmente una grande miniera a cielo aperto, una delle più grandi del mondo, intorno alla quale venne costruita la città. «An' pass the hours countin' strands/An' stains a green grew on my hands/As I waited till I heard the sound/A the iron ore cars rollin' down». Negli anni venti le compagnie minerarie ottennero di poter spostare la città due miglia più a sud, ma il sindaco socialista, una tradizione minoritaria negli Stati Uniti, ma molto radicata in quella parte di Minnesota, impose loro di finanziare in cambio imponenti strutture pubbliche tra cui il Rood Hospital e la Hibbing High School, una scuola secondaria dotata di una ricca biblioteca con le pareti affrescate con versi di Tennyson e di un auditorium di circa 1.800 posti decorato con lampadari importati dalla Cecoslovacchia. In quella scuola nel 1958 il figlio dei discendenti di due famiglie ebree fuggite dalla Russia nella seconda metà dell'ottocento per sfuggire ai pogrom, incominciò a frequentare le lezioni di inglese del professor Boniface J. Rolfzen, che era arrivato su quella cattedra grazie a una determinazione di ferro, che gli aveva permesso di riscattare le poverissime origini attraverso la cultura. E alla scuola di Rolfzen, una delle poche persone su questa terra con cui si sente veramente in debito, incontrò un mondo che non avrebbe più lasciato, diventandone nel giro di pochi anni uno dei protagonisti.
Mercoledì prossimo Robert Allen Zimmerman, nel frattempo diventato Bob Dylan, tornerà un'altra volta a Milano e per due ore - anzi da qualche tempo per un'ora e tre quarti - ci riaccompagnerà tramite la sua voce, i suoi versi e la sua musica attraverso uno tra gli affreschi più significativi della condizione umana contemporanea. Difficile dire se sarebbe stato in grado di percorrere la stessa strada senza la lungimirante decisione presa negli anni venti dal sindaco di Hibbing. Forse sì. Ma quello che è certo è che è grazie alle lezioni di Rolfzen alla Hibbing High School che da uno dei luoghi più periferici d'America ha preso inizio una delle avventure che più hanno segnato la nostra cultura. E chissà quanti talenti in tutti questi anni sono nati e morti nei nostri paesi senza riuscire ad avere l'opportunità di sbocciare a gloria di se stessi e a vantaggio di questa nostra povera desolata Italia.

La storia di Rolfzen - e della scuola di Hibbing - è stata raccontata da Alessandro Carrera, che lo ha incontrato per l'occasione, in un articolo su Europa del 25 aprile - ah, le coincidenze... - 2007. I versi di Bob Dylan citati sono stati pubblicati come note di copertina dell'album di Joan Baez Joan Baez in Concert, Part 2.



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Gli americani abbandonano l'ambiente

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Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

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