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Home » Newsletter n. 165 - 17 aprile 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 165 – 17 aprile 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 165.

Buona lettura!
La Redazione



Sommario:

Nicola Pasini
Il punto/ (Ri)costruire un paese


Alessandro Fanfoni
Referendum/ I timori e tremori della coppia Berlusconi-Bossi


Davide Biassoni
Referendum elettorale e riforme istituzionali: una corsa ad ostacoli


Luigi Calce Struzzo
Dopo il terremoto. Piccole proposte di buon senso cercasi


Angela Volpe
Parole per L’Esposizione Universale del 2015


Simone Comi
La moderna pirateria, fenomeno in crescita con radici profonde


Gianfranco Aurisicchio
Verso una nuova sanità (americana)


Valentina Pasquali
Il ritorno del Boston Tea Party


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Nicola Pasini
Il punto/ (Ri)costruire un paese

Strano paese il nostro. Pasticcione, avverso alle regole, anarchico e allo stesso tempo disciplinato nel conformismo. In grado, comunque, di galleggiare. Un paese difficile, con aspettative e speranze disomogenee. Al Nord si punta a non perdere il passo con le regioni più dinamiche su scala europea, sia pur con difficoltà. Dimostrando eccellenze. Basti pensare alla vitalità del settore del design che Milano ospiterà la prossima settimana, in quanto capitale mondiale del mobile. Al Sud si è ancora alle prese con problemi tragici, sempre più strutturali, che mettono in discussione che ci sia mai stato lo Stato di diritto.
E, tuttavia, un paese che quando alle corde reagisce, mostra una parte di coesione (spesso latente), di solidarietà di cittadinanza, a prescindere dalle fratture socio politiche che vengono in parte esasperate dalle diverse appartenenze partitiche. un paese che dimostra di essere vitale proprio sotto le macerie. E che però non è in grado di progettare il suo futuro, con una classe dirigente ormai sempre più ‘accartocciata’ sulla propria quotidianità particulare. A volte senza prospettiva, senza voglia di scommettere sulle sfide del cambiamento. In questi giorni di terremoto, quindi, emerge anche questa Italia, reattiva alle emergenze, ma con gravi ritardi culturali e professionali, ben visibili dalla mancata prevenzione nei confronti di potenziali sismi.
Nel frattempo, mentre si procede all’inventario degli immobili distrutti e pericolanti dell’aquilano, il ceto politico è alle prese con una spada di Damocle (il referendum elettorale) in grado di condizionare la competizione elettorale, dalla quale può in parte emergere un sistema partitico diverso da quello conosciuto finora. E’ in gioco la frammentazione o il pluralismo o l’omogeneità sociale e politica dell’Italia. Un tema che apparentemente non c’entra nulla con le questioni di cui sopra, tuttavia riguarda il tipo di rappresentanza politica che gli italiani vogliono darsi. La faccenda è complicata, non va sopravalutata ma neanche presa sottogamba. Di fronte al referendum elettorale, i partiti sono stati colti di sorpresa, ora stanno rapidamente reagendo con propri calcoli di convenienza, incentrati su strategie di breve e medio periodo, cercando di capire se l’orientamento dell’elettorato è più per la difesa dell’identità partitica o per la competizione. Finora, sembrano prevalere logiche di mera sopravvivenza.
Una cosa è certa, nelle ultime settimane l’Italia (geografica, sociale, politica) si è svegliata consapevole che gli eventi naturali e politici hanno prodotto un’accelerazione. Ora deve decidere come reagire a tali shock. Serve voltare pagina per guardare al futuro. Che il terremoto in Abruzzo sia stato, accidentalmente, l’inizio di un nuovo tipo di smottamento?

direzione@formazionepolitica.org



Alessandro Fanfoni
Referendum/ I timori e tremori della coppia Berlusconi-Bossi

Persino un infaticabile collezionista di successi e di primati può stancarsi di vincere? Ve lo immaginate un Berlusconi che si ferma davanti alla porta vuota e decide di spedire il pallone sugli spalti? Difficile da credere, eppure qualcosa del genere è successo nel braccio di ferro che ha opposto in questi giorni Berlusconi e Bossi, il neonato Pdl e la Lega, intorno alla data del referendum elettorale.

Il premier che, non più tardi di due settimane fa, lanciava dal congresso fondativo del Popolo della Libertà la massima aspirazione della conquista del 51%, con il mancato accorpamento della consultazione referendaria al voto europeo e amministrativo – il cosiddetto election day del 7 giugno, ha perso un’occasione forse irripetibile per realizzare l’agognata maggioranza assoluta.

Infatti, il referendum – nato per smantellare la logica delle coalizioni e ridurre la convenienza elettorale della frammentazione partitica – sarebbe, o sarebbe stato (visto che la data più probabile, il 21 giugno, giorno degli eventuali ballottaggi amministrativi, rende praticamente impossibile il raggiungimento del quorum), attraverso l’attribuzione del premio di maggioranza alla singola lista, lo strumento perfetto per assicurare un dominio parlamentare pressoché irricatabile per la formazione di gran lunga oggi più forte ovvero il PdL.

Il fatto è che questo referendum, pur mettendo in palio – attraverso una forzatura formale – l’approdo dell’ “infinita transizione italiana” ad un  bipartismo praticamente compiuto, al contempo rappresenta una trappola perfetta per il premier e per la maggioranza, insinuandosi nella frattura della rivalità tra Pdl e Lega, tra Berlusconi e Bossi per la conquista dell’egemonia sull’elettorato del Nord (come perfettamente analizzato da Angelo Panebianco).

La contesa per rappresentare la parte più dinamica dell’economia e della società italiana, quella “classe media indipendente settentrionale” (Panebianco), rimane del tutto aperta, semplicemente Berlusconi e Bossi hanno deciso di non rischiare in questo momento il tutto per tutto.

Con l’election day, infatti, si sarebbe aperto uno scenario di estrema incertezza per le sorti dell’esecutivo. Con ogni probabilità sarebbero maturate le condizioni per uno scioglimento anticipato delle Camere con nuove elezioni in autunno, nel pieno della crisi economica, nel mezzo della ricostruzione dell’Abruzzo, nella ripetizione consecutiva di una legislatura chiusa anticipatamente (dopo quella che ha consegnato il governo dell’Unione agli archivi della Repubblica), nel contesto di una battaglia elettorale da giocare “in casa” contro la Lega, più che contro le opposizioni; pertanto, non è difficile immaginare perché sia Bossi che Berlusconi abbiano preferito fare un passo indietro.

Resta da capire se questi timori e tremori della coppia di lombardi che da oltre tre lustri domina la scena politica nazionale sia da interpretare come la prova di un estremo senso di responsabilità o un avanzato segno di debolezza; un compromesso inevitabile tra i due alleati-rivali forgiato nella consapevolezza di non poter portare fino alle estreme conseguenze la loro rivalità, pena la rottura della loro alleanza e quindi dei reciproci vantaggi dello stare insieme, oppure l’allungarsi dell’ombra di un declino che interroga entrambi.


PS

Poco prima che vada in stampa questo pezzo, giunge la notizia che l’ufficio di presidenza del PdL ha dato mandato a Silvio Berlusconi di verificare se il voto del referendum sulla legge elettorale possa tenersi il 21 giugno o se sia il caso di rinviarlo di un anno. Come per dire: non c’è fretta, l’intesa-contesa continua.



Davide Biassoni
Referendum elettorale e riforme istituzionali: una corsa ad ostacoli

Tutto come previsto. Berlusconi e Bossi hanno raggiunto l’accordo. La maggioranza di centrodestra è stata scossa da crescenti fibrillazioni, provenienti da una montante insofferenza del Carroccio nella sua avversione intransigente contro il referendum elettorale Guzzetta-Segni. Il Ministro della Difesa, La Russa, si era spinto fino ad avanzare l’idea di un “big election-day” il 6-7 giugno riunendo amministrative, europee e referendum, con la previsione dei ballottaggi per i Sindaci nei Comuni qualora nessun candidato avesse ottenuto almeno il 40% dei suffragi nella prima tornata. Il secondo turno delle amministrative del 21 giugno si sarebbe quindi ridotto a un runoff per quelle situazioni marginali rimaste in bilico. A prevalere, invece, è stata la volontà leghista di scongiurare l’accorpamento ad inizio giugno ed ora due sole strade sono percorribili: il voto “solitario” il 14 giugno (ultima data disponibile in base alla legge attuale secondo la quale il referendum deve essere celebrato tra il 15 aprile e il 15 giugno), oppure il mini-accorpamento con il secondo turno delle amministrative la settimana seguente (con legge ad-hoc). Proprio quest’ultima sembra essere la data prescelta, come annunciato dal Cavaliere in conferenza stampa. Dal canto suo, il Presidente della Camera ha espresso senza mezzi termini l’amarezza per il mancato accorpamento: l’ennesimo smarcamento di Fini con pronta replica di Berlusconi che ha rivelato apertamente la diffida del Carroccio, pronto a togliere la fiducia all’esecutivo. La Lega, da un lato, nega perentoriamente di aver mai paventato una crisi di governo e, dall’altro, appare comprensibilmente sollevata per lo scampato pericolo: con un nuovo meccanismo di attribuzione dei seggi che determinerebbe un bipartitismo di fatto, a livello nazionale i Lumbard diventerebbero superflui. Ma anche il Presidente del Consiglio ha giocato bene le sue carte: in primis, ha esaudito le richieste del suo principale alleato. In secondo luogo, la Lega si è decisamente esposta in questa battaglia e ha manifestato un alto grado di nervosismo, legato allo spauracchio del raggiungimento del quorum (con i “sì” probabili vincitori). Le accuse di spreco del denaro pubblico mosse sia dal Comitato promotore, sia dal PD, potranno così esser riversate sulla compagine di Bossi, che apparirebbe come la forza politica che, per egoismo di sopravvivenza politica, ha sacrificato centinaia di milioni di risorse le quali, ben più utilmente, potevano essere destinate alla ricostruzione delle zone colpite dal sisma in Abruzzo. Le conseguenze potrebbero quindi anche piegarsi a favore del Premier e comprensibilmente il Cavaliere schiverà le accuse di debolezza nei confronti dei leghisti appellandosi alla necessaria stabilità governativa a un solo anno dalle precedenti elezioni; di lì, il PdL cercherà di incassare il possibile malumore nei confronti della Lega per prevalere nella battaglia che ha per oggetto l’egemonia nel Settentrione. Berlusconi non ha però voluto giocare una carta forse troppo azzardata: referendum il 6-7 giugno, vittoria dei “sì”, caduta del governo, voto in autunno e trionfo, nuovo esecutivo monocolore e maggioranza favorevole per la sua elezione a Presidente della Repubblica nel 2013. Con il referendum indetto il 21 giugno, tutti i sondaggi (allo stato attuale) sanciscono la quasi-impossibilità del raggiungimento del quorum e ciò certificherebbe l’ennesimo fallimento di questo strumento, ormai troppe volte ignorato dall’elettorato negli ultimi anni. Tuttavia, una riflessione va condotta anche sull’incapacità della politica italiana di produrre un concreto processo riformatore. All’indomani della caduta di Prodi nel gennaio 2008, l’allora opposizione preferì andare alle urne con la legge vigente e, a dispetto di tutti i malfunzionamenti del sistema elettorale, il risultato fu una riduzione della frammentazione partitica. Ma non si può attribuire alla Legge Calderoli meriti che non possiede: quell’esito si ebbe come principale conseguenza della decisione di PD e PdL di correre con un solo alleato ciascuno (i due partiti maggiori calamitarono quasi tre quarti del voto complessivo) e, in secondo luogo, alla concomitante débâcle della sinistra radicale e al risultato risicato del centro cattolico, quest’ultimo non in grado di costituire un terzo polo con un ruolo strategico fra i due principali contendenti. Da allora, il tema della necessaria riforma del sistema di voto (e non solo: regolamenti parlamentari, poteri del Premier, sfiducia costruttiva) è tornato in soffitta. Colpisce, e scoraggia, l’inerzia di una classe politica che ha atteso senza muover ciglio il celebrarsi di un referendum che, a dir il vero, non produrrebbe la migliore delle leggi possibili (due listoni unici, uniti sotto le elezioni ma divisi in Parlamento), ma certo eviterebbe il formarsi di macro-coalizioni scollate, capaci di vincere ma non di governare, come accadde nel 2006 (ed eliminerebbe, inoltre, il fenomeno delle candidature multiple). La compressione della frammentazione era (ed è) l’occasione per elaborare un assetto istituzionale in grado di stabilizzare l’eterna transizione italiana ed evitare ritorni al passato, del resto sempre possibili senza un cambiamento opportuno e condiviso delle “regole del gioco” (importando, allo scopo, il sistema elettorale francese o spagnolo). Pare l’ennesima occasione perduta.

biassoni_davide@yahoo.it


Luigi Calce Struzzo
Dopo il terremoto. Piccole proposte di buon senso cercasi

Ad oggi, dell’emergenza terremoto sembra passata la parte iniziale, la più terribile, il soccorso immediato delle vittime. Ora la magistratura ha iniziato il suo corso per valutare eventuali responsabilità nei crolli avvenuti e il governo si sta adoperando per definire in maniera chiara le strategie d’intervento per i prossimi mesi. Dopo i primi giorni di disagio, di paura, di questo triste evento deve rimanere qualcosa in noi, un’esperienza, un segno o simbolo di cambiamento che ci deve traghettare verso una nuova realtà per non ripetere gli errori che hanno causato un così tragico bilancio di vittime. Si deve ripartire dalla responsabilità del singolo, a qualsiasi livello.
Nel caso del sisma in Abruzzo:
- l’impresario che costruisce un’immobile, deve realizzarlo a un giusto costo, deve rispettare il lavoro della manovalanza mediante un corrispettivo adeguato alla prestazione, in sintonia con il prezzo medio di mercato, deve rispettare la normativa, per poter offrire al proprio cliente un prodotto chiaro e costruito a “regola d’arte”;
- i legislatori devono fare leggi chiare, semplici e ben definite, al fine di non creare caos e situazioni incerte. Insomma, nessuna strozzatura burocratica che nessun impresario, progettista riuscirà mai a soddisfare appieno, vista la complessità della materia;
- i professionisti (progettisti o collaudatori) devono curare la loro preparazione (con aggiornamento continuo), la loro ricerca individuale, la conoscenza della materia e lavorare in modo chiaro e semplice. Il professionista deve prestare attenzione al ruolo, alle proprie responsabilità e svolgere l’incarico assegnato dalla committenza in modo completo e profondo, senza omettere alcuna prestazione da offrire al cliente;
- i committenti, non devono sempre utilizzare la bilancia del minor costo, ma devono valutare in modo oggettivo capacità, storia, formazione di chi diventerà un suo possibile progettista o impresa.
E’ utile segnalare, per chi vuole approfondire l’argomento, la normativa tecnica nelle costruzioni il link
http://www.edilportale.com/news/norme_tecniche_per_le_costruzioni. Inoltre, mi pare opportuno proporre ai nostri dirigenti politici nazionali di organizzare un Forum via rete per raccogliere idee sulla ricostruzione urbanistica dell’Abruzzo in cui tecnici ed operatori possano argomentare la loro visione urbanistica per la migliore ricostruzione possibile. E’ questa una via per raccogliere idee in maniera orizzontale da qualsiasi professionista che sappia proporre idee e progetti fattibili.



Angela Volpe
Parole per L’Esposizione Universale del 2015

A un anno dall’assegnazione dell’Expo 2015 a Milano ancora non si sono trovate le parole giuste. Spiego questa mia idea.
Il primo di aprile del 2008, il giorno dopo la vittoria di Milano su Smirne la locuzione maggiormente ricorrente sulla carta stampata è stata: “gioco di squadra”, usata per 25 volte. L’assegnazione quale esito del “gioco di squadra”, vittoria possibile grazie al “gioco di squadra”. Tutti i principali attori dell’evento hanno dichiarato, affermato e scritto che l’elemento vincente, coagulante si è concretizzato nell’impegno di tutte le parti (Comune di Milano, Regione Lombardia, Governo Italiano, Bureau International des Expositions, Associazioni di Categorie, Autonomie Locali) diretto affinché la città meneghina risultasse quale luogo di svolgimento della Fiera Universale.
Fin qui la posta in gioco era stata “strappare una possibile visibilità economico – politica per Milano e per l’Italia. Le regole del gioco e gli obiettivi, in questa fase, sono state dettate dal Bie, come pure i confini temporali entro cui raggiungerli.
Continuando a percorrere l’idea iniziale del significato preciso delle parole, dal 2 aprile 2008 ad oggi tra le esortazioni più frequenti si trovano espressioni come: “non bisogna perdere tempo”, “siamo in ritardo, ma ce la possiamo fare”, “la volontà c’è, ma mancano le risorse”.
Intanto si sono dovuti rivedere gli obiettivi, si sono dovute rinegoziare le poste in gioco. Passato il momento di gloria condivisa a costo zero (si fa per dire), da quando sul tavolo c’è il forziere del bottino e del potere da spartire, tutti cercano di essere i protagonisti dell’ammutinamento del capitano della nave.
Il gioco diventa surreale, per quanto si cerchi di fare, sembra sempre esserci una poltrona in meno rispetto al numero dei giocatori. Ricorda quasi quel gioco di gruppo, dettato dalla calura estiva, che si usa fare in colonia o negli oratori, che consiste nell’intrattenere quei ragazzi indisciplinati disponendo in cerchio delle sedie, sempre in numero inferiore rispetto ai partecipanti, facendo ruotare tutti intorno e ad un certo punto si intima di sedersi. Nel nostro caso paga pegno, non chi rimane fuori, o senza sedia, ma l’Italia intera.
Nella storia delle Esposizioni Universali dal 1851 al 2008 esistono esempi di eventi sia virtuosi che fallimentari, in cui l’occasione del rilancio economico del Paese è stata sprecata, ossia il progetto di base ha rivelato il proprio difetto di miopia, le strutture costruite hanno finito per essere un problema di “smaltimento” piuttosto che di “impiego alternativo” e così via.
Il denominatore comune dei casi fallimentari è sempre stato, nelle diverse epoche, un difetto di governance, inteso come mancanza di condivisione, di partecipazione e di corresponsabilità. Per citare un esempio recente, uno dei motivi sottostanti al fallimento di Saragozza 2008 è lo scarso coinvolgimento delle altre regioni spagnole, da parte dell’Aragona, regione ha ospitato l’evento.
Si potrebbe proporre un esercizio di semplificazione (parola da cui bisognerebbe rifuggire in presenza di situazioni complesse), ma è un gioco:
a)     eliminiamo le parole difficili, dallo scenario Expo 2015, quali Soge, Ricapitalizzazione, Doppio Incarico, Compensi per l’A.D., Opere connesse, essenziali e necessarie;
b)     inseriamone altre, quali: Responsabilità Personale, Controlli per chi impiega il Denaro Pubblico, Incapaci e Buontemponi a casa, Indignazione Collettiva.

Soprattutto in questo doveroso momento di austerità (chissà che torni di moda la parola, non per evocare la severa Lady di Ferro, ma come sinonimo di serietà e rispetto della Res Publica) gli italiani tutti, ormai dovrebbero pretendere di scegliere i propri governanti, nelle due direzioni, in entrata e in uscita, a mezzo della cabina elettorale, e premiare nella tornata successiva chi fra questi abbia agito con maggiore trasparenza e rettitudine. Quale parola usereste per definire quest’ultimo concetto: utopia o democrazia?

sisa08@hotmail.it


Simone Comi
La moderna pirateria, fenomeno in crescita con radici profonde

Fenomeno che interessa vaste porzioni di mare che vanno dalle coste della Somalia alla Nigeria, dallo Stretto di Malacca alla Thailandia passando per lo Sri Lanka e i porti del Sudamerica fino al Canale di Panama e quello di Suez, la pirateria marittima ha assunto negli ultimi mesi dimensioni e numeri preoccupanti, tanto da essere equiparata al terrorismo internazionale. I dati dell’International Maritime Bureau (IMB), indicano che il fenomeno è andato crescendo quasi esponenzialmente nel corso degli ultimi anni e nell’ultimo decennio si sarebbero triplicati gli attacchi ad imbarcazioni e navi-cargo. Alcune stime indicano che il giro d’affari legato agli episodi di pirateria avrebbe raggiunto i 10 miliardi di dollari annui, portando come conseguenza la crescita dei prezzi dei premi assicurativi per gli armatori e la possibilità concreta che l’intero mercato commerciale marittimo possa collassare. I moderni pirati non hanno un comando centrale e non sono organizzati in una struttura definita. Unico punto in comune tra le differenti organizzazioni è il modus operandi. Gli assalti avvengono infatti quando le navi sono costrette a rallentare ed ogni imbarcazione che viaggi ad una velocità ridotta e distante al massimo 25 miglia dalla costa diventa quindi un potenziale bersaglio. La Somalia detiene il primato per numero di imbarcazioni assaltate nelle proprie acque territoriali e la regione del Puntland, che gode di una posizione strategica sulle rotte commerciali, è ricca di bande armate dedite al saccheggio di navi commerciali e che all’occasione non disdegnano le imbarcazioni delle Nazioni Unite cariche di aiuti umanitari.
Le zone del Golfo di Aden, del Mar Rosso, dell’Oceano Indiano e del Mare Arabico sono costantemente pattugliate dalla Combined Task Force 151, forza navale a guida statunitense a cui partecipano 14 paesi europei, asiatici, africani e dell’Oceania. La strategia per fronteggiare gli attacchi prevede lo sviluppo della cooperazione multilaterale, la stretta collaborazione con le società di navigazione ed il supporto politico-economico alla Somalia per garantire la sicurezza interna del paese e smantellare le organizzazioni criminali che traggono la propria ricchezza dalla pirateria.
La marina statunitense ha attrezzato una nave per la detenzione dei pirati catturati, la “Lewis and Clark”, in attesa che questi vengano poi trasferiti per essere processati in paesi con cui Washington ha sottoscritto accordi in merito alla deportazione di cittadini sospettati di pirateria. Sia gli Stati Uniti che la Gran Bretagna hanno infatti già sottoscritto accordi per l’istituzione dei processi e la detenzione dei pirati catturati e il sottosegretario statunitense per la sicurezza internazionale Stephen Mull ha auspicato che venga costituita al più presto una Corte Internazionale che giudichi gli autori degli atti di pirateria. I paesi che sono base di partenza e rifugio dei pirati, come la Somalia, sembrano essere decisi a combattere il fenomeno almeno quanto le potenze che hanno schierato le loro flotte per dare la caccia alle organizzazioni criminali che assaltano il naviglio commerciale e non. La pirateria ha radici profonde nell’instabilità politica e nella povertà che colpiscono la maggior parte dei paesi africani. Proprio questa situazione diventa il primo, insidioso, nemico da combattere se si vorrà arrivare in tempi brevi alla risoluzione di una questione che costa ingenti cifre, e vite umane, anche ai paesi più sviluppati.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com

 


Gianfranco Aurisicchio
Verso una nuova sanità (americana)

In occasione di uno speech sullo stato dell’economia dato alla Georgetown University di Washington il 14 aprile scorso, Barack Obama non ha perso occasione per ripresentare la sua visione e la sua agenda politica sulla riforma del sistema sanitario americano.   Presentandola come il quarto pilastro della “New Foundation” dell’economia su cui la sua amministrazione sta lavorando, la riforma proporrà un sistema sanitario non strangolato da costi esorbitanti e da premi assicurativi stellari che pesano drammaticamente sulle famiglie.
Nei brevi remarks dati al corpo docente e agli studenti in tale occasione, Obama non ha in realtà delineato come sarà il nuovo sistema sanitario, ma ha parlato di uno sforzo di razionalizzazione dei costi e di risparmio nel sistema sanitario, fino ad addentrarsi in particolari tutto sommato marginali per raggiungere tali risparmi, come l’archiviazione elettronica dei dati e gli investimenti nella prevenzione.   Ha sottolineato che vuole una riforma senza aumentare il deficit di bilancio, facendovi fronte con risparmi specifici e razionalizzazioni di spesa nel bilancio federale.  Ha citato a tal proposito la disciplina fiscale e la razionalizzazione del programma Medicare. Ha usato ovviamente tutta la retorica di cui è capace per preparare il terreno al duro scontro che di qui a poco lo vedrà impegnato con le varie lobby e il Congresso quando vi presenterà la riforma.
All’origine della necessità di una riforma del sistema sanitario americano ci sono (e viene il sospetto che siano la vera causa) i crescenti costi del sistema, oltre che le considerazioni etiche e la constatazione drammatica che una fetta consistente della popolazione (45 milioni di persone, ovvero circa il 18%) non ha una copertura sanitaria e non può permettersi di ammalarsi.
Secondo il McKinsey Global Institute, gli Stati Uniti spendono 650 miliardi di dollari in più di quanto ci si aspetta data la loro ricchezza e i livelli di spesa di paesi simili dell’OCSE e tale maggiore spesa non indica un maggior valore aggiunto. Anzi, se guardiamo i tassi di mortalità infantile e di speranza di vita media, gli Stati Uniti sono indietro rispetto ad altri paesi. Ma non si tratta di una maggiore incidenza di patologie, perché gli Stati Uniti hanno tassi di malattia inferiori a quelli degli altri paesi.  In realtà la principale ragione dei crescenti costi del sistema sanitario americano è il sempre maggiore ricorso alle cure ambulatoriali (comparativamente ai ricoveri ospedalieri), che ha provocato a sua volta una crescente domanda d’investimento in questo settore e quindi maggiori costi, in una spirale perversa per cui a domanda crescente corrisponde offerta crescente di servizi e procedure mediche innovative che quindi richiamano una domanda crescente per tale tipo di prestazioni che naturalmente inducono maggiori costi.
Altra voce oltre alle prestazioni ambulatoriali che ha fatto schizzare la spesa sanitaria americana sono i medicinali da prescrizione, che negli USA costano mediamente il 50% in più che in altri paesi OCSE per la stessa specialità o principio attivo. Tale discrepanza è in parte spiegata dal fatto che i medicinali appaiono sul mercato americano in media uno o due anni prima che nel resto del mondo e quindi il loro prezzo, oltre al marketing, deve sostenere i costi della Ricerca e Sviluppo. E gli USA usano anche un più costoso mix di medicinali: il prezzo di una pillola media americana è più alto del 118% di quello del proprio equivalente di un altro paese OCSE.
Quindi quello che emerge è un ciclo perverso e costante di inflazione da costi lungo tutta l’intera catena del valore della sanità: dai produttori di prodotti e servizi sanitari ai produttori di apparecchiature, ai medici, agli ospedali, alle assicurazioni che rimborsano i costi, ai datori di lavoro fino ai pazienti che pagano i premi delle assicurazioni.  Ad ogni step, ogni anello della catena assorbe parte dell’aumento di costo e tenta di passarne uno anche maggiore al prossimo anello della catena.
Un altro handicap del sistema sanitario americano è la sua struttura e regolamentazione multi-stato, e a doppio livello, federale e statale, che genera costi addizionali e inefficienze.
Inoltre i costi crescenti del sistema sanitario americano, che si riflettono in crescenti premi assicurativi, hanno un effetto perverso sui piani assicurativi delle famiglie americane e stanno allargando il gap tra differenti gruppi di individui sia in termini di copertura sanitaria pagata dai datori di lavoro che in termini di capacità dei singoli lavoratori di pagarsi assicurazioni e spese sanitarie impreviste.  Ovvero chi guadagna di più ha anche una maggiore copertura assicurativa pagata dal proprio datore, mentre i lavoratori a basso reddito hanno progressivamente una minore copertura assicurativa cofinanziata dal proprio datore.  Negli USA, come in molti altri paesi, una copertura sanitaria pagata, o più spesso co-finanziata, dal proprio datore di lavoro fa parte dei benefits e quindi della compensazione totale lorda ricevuta.  Si assiste in America a un trend che pesa particolarmente sui lavoratori a reddito medio, per cui i crescenti premi assicurativi causano una progressivamente minore copertura assicurativa pagata dal proprio datore. In altri termini, i datori di lavoro spendono sempre più in assicurazioni mediche per impiegato ma per sempre meno impiegati.  L’anno scorso per esempio circa il 90% delle famiglie con un reddito maggiore di 130mila dollari aveva una copertura sanitaria, mentre solo il 22% delle famiglie a basso reddito (minore cioè di 27mila dollari) ne aveva una.  Senza contare il fatto che circa 45 milioni di americani non ne hanno affatto una.
Certamente la riforma di un tale sistema è un compito imponente che metterà a dura prova la capacità di Obama di imporre la sua visione alle varie lobby del Congresso.  In questo Obama ha mostrato una certa elasticità e pragmatismo, perché se all’inizio il discorso era focalizzato principalmente sull’estensione della copertura sanitaria (per mezzo di assicurazioni finanziate dallo stato) a coloro che non ne avevano una, ora il discorso si sta spostando al livello di controllo della spesa, tema molto più digeribile e al quale i congressmen americani sono più sensibili. E in effetti ogni riforma deve anche affrontare il problema sottostante – la continua crescita annuale dei costi del sistema sanitario – altrimenti sarà inadeguata e fallirà.  E per tagliare gli alti e crescenti costi il settore privato e pubblico devono cooperare, a cominciare dal costo e dall’incidenza di stili di vita e comportamenti a rischio che causano malattie “costose”, come l’obesità ad esempio. Tali malattie infatti sono responsabili non solo della maggioranza delle morti negli USA, ma anche della quota di costi sanitari a maggiore crescita.
Secondariamente, si deve rendere il ricorso alle cure mediche più alla portata di tutti, migliorandone la qualità e minimizzando le distorsioni economiche che prevengono decisioni razionali, limitando per esempio il ricorso alle cure o ai farmaci più costosi a parità di beneficio ottenuto.  Ed infine, come si accennava prima, la riforma di Obama deve semplificare la complessità della macchina federale della sanità, che ora ha una struttura doppia centro-periferia e multi-stato, rimuovendo gli sprechi e le duplicazioni di funzioni che fanno aumentare i costi e introducendo invece tecnologie che migliorano i servizi e la produttività. Ma su questo Obama sembra aver già puntato, e potrebbe essere il cavallo di troia, insieme al tema del controllo dei costi, per far digerire la sua ricetta al Congresso.

gianfranco.aurisicchio@fulbrightmail.org


Valentina Pasquali
Il ritorno del Boston Tea Party

Washington D.C. – Il 15 aprile è una data a cui gli americani guardano con malcelato disappunto. Si tratta, infatti, dell’ultimo giorno utile per pagare le tasse federali senza incorrere in una multa. Anche a causa della crisi del sistema finanziario internazionale e dei timori diffusi di una recessione inarrestabile, il 15 aprile è stato accolto quest’anno con particolare scontento popolare. I conservatori, soprattutto, sentendosi oberati da un ingiusto carico fiscale, si sono organizzati mercoledì per protestare in maniera assai teatrale contro le tasse riscosse da Washington. Eppure, a guardarci bene, l’opposizione alle politiche economiche dell’Amministrazione Obama sono sembrate del tutto fuori luogo, visto che, in realtà, diversi dati pubblicati di recente a proposito dell’onere sopportato dai contribuenti americani suggeriscono che costoro non se la passano affatto male.
Preoccupata che il piano di intervento economico portato avanti dal Presidente Barack Obama necessiterà, nel lungo periodo, di un aumento del carico fiscale, la destra americana ha deciso di inscenare manifestazioni spettacolari per tutto il paese, dalla Florida alle Hawaii. I manifestanti, alcuni dei quali vestititi addirittura come i coloni settecenteschi del New England, si sono ritrovati al fine di rimettere in scena il famoso Boston Tea Party, oltre duecento anni dopo gli avvenimenti originali.
Nel 1773, i cittadini inglesi residenti nella colonia di Boston (e futuri cittadini americani), gettarono a mare il carico di tre navi cariche di tè arrivate dall’Inghilterra, tè su cui la corona richiedeva il pagamento di un’imposta. Tutt’ora ricordato come un momento fondamentale nella nascita del movimento indipendentista americano, il Boston Tea Party rappresenta nella cultura statunitense la ribellione della frontiera contro l’eccessivo carico fiscale imposto ingiustamente dall’ormai remota capitale dell’impero.
Fuori metafora, il Boston Tea Party simbolizza, per i conservatori del 2009, la lotta dei cittadini repubblicani contro ogni forma di sopruso centralista e contro un governo federale percepito come sempre più invadente, e indifferente alla libertà individuale. Così, qualche decina di migliaia di sostenitori del principio dello ‘small government’ (secondo il sito web conservatore Pajamas Media, i manifestanti sono stati 184,064 in tutto il paese), si sono ritrovati da Lansing, in Michigan, a San Antonio, in Texas, per protestare contro l’Amministrazione Obama, gettando bustine di tè ovunque fosse possibile; in piazza, in mare, nel lago più vicino. Fox News, diventata sostanzialmente lo sponsor ufficiale dell’impresa, ha trasmesso in diretta l’evento, con il commento di Glenn Beck, un demagogo conservatore con un passato da attore comico e oggi grande successo televisivo. La manifestazione più problematica è stata quella di Washington, durante la quale i partecipanti hanno dovuto fare i conti con le misure di sicurezza attuate per proteggere la Casa Bianca, dove era stato organizzato il tea party locale. Al primo tentativo di gettare il tè su Lafayette Square, su cui si affaccia il lato nord della residenza presidenziale, sono intervenuti con prontezza i servizi segreti, e i manifestanti si sono così ritrovati con le mani in mano, o meglio, con il tè in mano.
La manifestazione nazionale anti-tasse, presentata dagli organizzatori come bipartisan ma ben presto rivelatasi semplicemente una protesta repubblicana anti-Obama, ha avuto luogo, e ha ricevuto grande copertura mediatica, nonostante le ripetute promesse del Presidente, reiterate anche nel discorso fatto proprio il 15 aprile. Obama continua a sostenere che l’amministrazione non ha alcuna intenzione di aumentare il carico fiscale alle famiglie che guadagnano meno di 250.000 dollari l’anno, e ha invece in programma di diminuirlo laddove possibile. Fra l’altro, nel pacchetto di stimolo economico da 787 miliardi di dollari voluto da Obama e poi passato dal Congresso, sono già inseriti una serie di tagli e nuove detrazioni fiscali che dovrebbero agevolare notevolmente le finanze del cittadino americano medio.
Non solo, questa rivolta in stile anti-imperialista del contribuente (conservatore) americano arriva un po’ a sorpresa anche per un’altra ragione. Secondo uno studio pubblicato dal Congressional Budget Office, un ufficio bipartisan del Congresso, il carico fiscale federale è praticamente ai minimi storici. Nel 2006, la middle-class americana ha versato alle casse federali appena  il 9% del proprio redditto (gli Americani pagano, oltre alle tasse federali, anche le tasse statali e locali, che non sono incluse in questo calcolo).
In difesa della propria iniziativa, Richard K. Armey, lobbista repubblicano del Texas e fra gli organizzatori delle manifestazioni in stile tea party, ha dichiarato in una intervista al Washington Post: “le tasse federali vanno bene al momento, però in pochi credono davvero che Obama si accontenterà di lasciare il carico fiscale così com’è.” Insomma, si trattava di una protesta preventiva.
Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha successivamente confermato in conferenza stampa che, no, il Presidente Obama non aumentarà le tasse agli americani che guadagnano meno di 250.000 dollari l’anno per tutta la durata del proprio primo mandato, anche se il debito pubblico è in forte aumento.
Per cercare di calmare ulteriormente i malumori conservatori, Obama ha anche promesso una riforma del codice fiscale, definito “mostruoso” dal Presidente stesso. Obama vorrebbe semplificare il sistema affinchè il pagamento delle imposte diventi automatico per un gran numero di americani: la riforma, in sostanza, risparmierebbe al 40% dei contribuenti l’annoso compito di presentare una dichiarazione dei redditi.

valentina.pasquali@gmail.com



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