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Home » Newsletter n. 166 - 24 aprile 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 166 – 24 aprile 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,

siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 166.

Cogliamo inoltre l'occasione per informarvi che venerdì 1° maggio CFP NEWS non uscirà.
Torneremo ogni venerdì nelle vostre caselle di posta elettronica a partire dall'8 maggio con la Newsletter n. 167.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Post-25 aprile


Davide Biassoni
Sistema elettorale: una legge fondamentale


Simone Comi
La Conferenza di Ginevra non ferma il dialogo tra Washington e Teheran


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa / L’asse Francia-Germania ha concepito una visione comune per il futuro prossimo dell’integrazione europea?


Valentina Pasquali
L’eredità di Bush


Gianfranco Aurisicchio
La riforma del sistema sanitario americano: le ragioni della politica


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – diario di bordo 24 aprile 2009


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Alessandro Fanfoni
Post-25 aprile

Da tempo occasione di riflessioni e bilanci, il 25 aprile 2009 si candida a divenire  il primo post-25 aprile. Una data che ovviamente ha attraversato tutti i tempi della nostra Repubblica - quelli del sacrificio e della ricostruzione, quelli della rinascita economica e civile ma anche della rivalità senza frontiere tra democristiani e comunisti, la drammatica stagione del terrorismo, la nebulosa degli anni ’80, così come il collasso dei primi ’90 e la lenta, aggrovigliata, per molti versi infinita, transizione verso una modernità sempre a venire. Un 25 aprile, quello di domani, che potrebbe sancire la fine di un’era geologico-antropologica della nostra Repubblica perché registra e racconta - come un telescopio la luce di stelle lontane e spente da tempo - la fine della supremazia culturale della sinistra che, più di ogni altra corrente ideologica, ad eccezione di quella cattolica, ha dominato l’orizzonte della vita politica e sociale permeando di sé l’edificio delle regole e delle istituzioni democratiche.
Ovviamente, non che questa primazia finisce domani, ma domani si celebra una nuova sorta di 25 aprile, un 25 aprile non più unilaterale, anche se non ancora (e forse non lo sarà mai) bi-partisan; un 25 aprile post-ideologico, un post-25 aprile. Una celebrazione della liberazione dalla guerra e dall’oppressione nazi-fascista che, pur lasciando intatti i suoi caratteri fondanti, l’immutabile imprinting genetico di valori e aspirazioni che sono divenuti un tutt’uno con il paradigma della scelta democratica compiuta sulla macerie della guerra, si apre all’innesto di quel blocco popolar-conservatore che dinnanzi all’orgoglio della sinistra aveva sempre fatto un passo indietro o a lato.
Quali effetti potrebbe produrre, allora, la decisione di Berlusconi di celebrare il 25 aprile? O meglio di cosa è sintomo questa decisione, quali le sue condizioni di possibilità? Si potrebbe affermare che essa è resa possibile da una crisi di scenario nel senso di un paradigma in trasformazione, di un mutamento delle categorie del politico come esito di un doppio movimento di ritirata da una parte e di avanzamento dall’altra che crea un nuovo spazio. La stessa ambizione di Berlusconi di divenire il baricentro dell’arco costituzionale, la vocazione del neonato PdL a rappresentare metà degli italiani, la probabile larga affermazione elettorale del centrodestra nel voto di giugno, sono avvertite come spinte di un cambiamento che finirà inevitabilmente col riguardare la Costituzione. Da qui forse allora il monito espresso dal Presidente della Repubblica a Torino. Dinnanzi all’ineluttabilità di un cambiamento della suprema cornice delle regole del gioco, Giorgio Napolitano ha fissato i termini della sfida democratica nelle società complesse dove l’esigenza  del governare con efficienza e tempi rapidi non deve essere contrapposta all’esigenza della rappresentanza, del rispetto della pluralità di interessi sociali, economici, politici, culturali, della salvaguardia e del buon funzionamento della bilancia tra poteri dello stato. Ecco dunque la vera sfida democratica oggi: governare la complessità senza cadere vittime della tendenza caotica e paralizzante della frammentazione, ma senza nemmeno ridurre la complessità fino a sfinirla, semplificarla fino a parodiarne i tratti in un simulacro, falso e strumentale.
Il primo 25 aprile di Berlusconi, lungi dal segnare una riconciliazione o una pacificazione nazionale (perché, come è stato giustamente scritto, il paese non è in guerra con se stesso e quindi non ha bisogno di essere pacificato), lasciando, come ha scritto Walter Barberis, alla memoria gli steccati delle sue tracce individuali e particolari che il tempo non può modificare, e alla storia i suoi percorsi d’incessante indagine e riscrittura, apre ad una nuova stagione nella quale il presente non è più forzatamente ipotecato dal passato ma naturalmente ingaggiato dal futuro.


Davide Biassoni
Sistema elettorale: una legge fondamentale

Le forme della rappresentanza partitica in Parlamento influiscono sulla composizione politica dei governi e, di lì (in misura significativa), sulle perfomances dell’esecutivo. Tuttavia, alla radice sta il voto dei cittadini e, in particolare, le modalità attraverso le quali i suffragi sono tradotti in seggi. All’origine, quindi, vi è il sistema elettorale, ossia quella legge in grado di condizionare tutti gli elementi sopra descritti e, in quanto tale, perno cruciale di ogni regime democratico. Inoltre, si comprende meglio come i partiti siano sempre così vigili nella definizione del sistema di voto, soprattutto riguardo ai meccanismi che vanno ad influenzare il numero di rappresentanti che ciascuna lista, dato il consenso ottenuto, riuscirà ad eleggere. La decisione bipartisan fra maggioranza e opposizione è ricaduta sul 21 giugno per la celebrazione del referendum abrogativo su alcune parti strategiche della legge Calderoli, in concomitanza con i ballottaggi delle elezioni amministrative. Opportuno ragionare allora sui due esiti principali che ne potranno scaturire: da un lato, la vittoria dei “sì” ai tre quesiti, dall’altro il permanere dello status quo che, presumibilmente, sarà legato al mancato raggiungimento del quorum. Nel primo caso, la conseguenza essenziale sarà quella di generare un sistema dagli effetti fortemente maggioritari, poiché la lista con un solo voto in più rispetto alla seconda classificata esprimerà il 55% dei seggi alla Camera (mentre al Senato permarrebbe il rebus dei premi regionali, attribuiti sempre al partito arrivato primo in ciascuna Regione). Tutto questo con quali conseguenze sulle dinamiche e tattiche della competizione partitica? Il rischio più evidente è la creazione di due grandi listoni contrapposti, facenti perno sui due partiti maggiori, ossia PdL e PD. E’ plausibile infatti che UdC, Lega Nord, IdV e Sinistra Arcobaleno superino la soglia di sbarramento del 4%, ancorché risultando ininfluenti nel determinare la maggioranza parlamentare a sostegno dell’esecutivo. Si potrebbe verificare, perciò, un regresso al Mattarellum dove due grandi cartelli elettorali erano in competizione nell’uninominale: la logica che spingeva i partiti ad unirsi per la vittoria nei collegi dove si votava, allora, con il maggioritario potrebbe essere la stessa per la conquista, un domani, del premio di maggioranza. E senza una modifica dei regolamenti parlamentari – con l’introduzione del divieto di formare gruppi che non corrispondano alle sigle presentatesi al giudizio degli elettori – nulla esclude (anzi!) che i partiti tornino poi a dividersi in Aula, riappropriandosi delle proprie identità nascoste sotto l’ombrello di sigle unitarie. Da ciò, in assenza di una normativa partitica “anti-trust”, il ritorno della frammentazione (pulviscolare) appare tutt’altro che trascurabile, poiché crescerebbe il valore additivo dei voti raccolti anche dalle formazioni più piccole. Se, invece, il referendum fallisse, permarrebbe la situazione attuale, ossia una legge apertamente contestata persino dagli stessi relatori. Entrambi gli esiti, dunque, non sembrano ottimali e, a questi, si aggiunga che una volta celebrata la consultazione, qualunque ne sia lo sbocco, diventerà assai arduo procedere alla modifica/sostituzione del sistema elettorale, poiché il pronunciamento della volontà popolare sarà brandito utilmente da chi non vuol modificare il quadro. Si noti ancora che questo referendum ha luogo in un contesto molto diverso da quello nel quale fu concepito: le elezioni del 2008 hanno sancito una notevole riduzione della polverizzazione partitica, specialmente grazie alla coraggiosa iniziativa di Veltroni, prima, e di Berlusconi, poi, di correre con un solo alleato a testa. Rimane da osservare che, a dispetto di ciò, l’iniziativa politica va opportunamente e favorevolmente “costretta” e incanalata verso una semplificazione sul versante dell’offerta, comprimendo il proliferare delle sigle partitiche e scoraggiando la ricerca dell’estremo particolarismo. A regole immutate, le nostalgie “passatiste” sono sempre percorribili: la convergenza unitaria DS-DL e la leadership carismatica di Berlusconi con la fusione FI-AN sono esempi della forza della progettualità politica. Ma se il sistema elettorale non favorisce, di per sé, l’aggregazione, non è inverosimile pensare ad un’involuzione del sistema partitico, anche tenendo conto che l’elettorato potrebbe disperdersi nuovamente qualora i due partiti maggiori deludessero le aspettative. Affinché l’alternanza al potere e la governabilità siano favorite è, quindi, indispensabile metter mano (e bene) alla legge elettorale. Il referendum, in questo senso, non sembra in grado di chiudere una questione irrisolta che dura ormai da un quindicennio: il prevalere dei “sì” avrebbe più il sapore di un verdetto punitivo contro la classe politica, incapace di modificare adeguatamente il sistema elettorale in vigore nelle ultime due elezioni generali. Eppure, la pietra angolare di un proficuo processo riformatore sta proprio lì.

biassoni_davide@yahoo.it



Simone Comi
La Conferenza di Ginevra non ferma il dialogo tra Washington e Teheran

Le parole pronunciate dal leader iraniano Mahmud Ahmadinejad alla Conferenza di Ginevra promossa dalle Nazioni Unite hanno destato dure critiche e lo sdegno della totalità dei leader occidentali. L’uscita dei rappresentati dell’Unione Europea dall’aula ha inoltre evidenziato chiaramente la volontà di non dar credito alcuno al leader iraniano. Il discorso di Ahmadinejad avrebbe potuto in realtà portare ad un innalzamento della tensione non solo repentino ma al contempo preoccupante. Almeno due variabili connesse alla questione Iran sono mutate in maniera profonda nel corso degli ultimi mesi e forse proprio il compensarsi di questo cambiamento ha portato ad una situazione di dura condanna che non è però sfociata in qualcosa di più serio.
Le elezioni presidenziali statunitensi e quelle israeliane per il rinnovo della Knesset hanno consegnato alla comunità internazionale una Casa Bianca pronta a dialogare con i così detti stati canaglia mantenendo un atteggiamento di attento pragmatismo. D’altra parte l’insediamento di Benjamin Netanyhau, e ancor più quello di Avigdor Lieberman al Ministero degli Esteri israeliano, ha ulteriormente irrigidito una posizione diplomatica già lontana da volontà di collaborazione o anche solo di riavvicinamento. Rispetto al passato Washington ha saputo mantenere un atteggiamento di ferma condanna davanti alle parole del leader iraniano restando però in attesa di passi concreti verso uno storico quanto inevitabile riavvicinamento. Il Governo di Gerusalemme, incassando attestati d’amicizia da tutta la comunità internazionale, ha continuato invece e continuerà a lavorare nel prossimo futuro affinché venga fermato, diplomaticamente o militarmente, il programma nucleare iraniano.
Il differente approccio sulla questione da parte di Washington e Gerusalemme rischia però in primo luogo di provocare forti frizioni nei rapporti diplomatici tra i due paesi con un conseguente aumento dell’instabilità nell’area. Non sarebbe inoltre da considerarsi improbabile che una situazione come quella attuale spinga l’esecutivo israeliano a decidere di intervenire unilateralmente, e militarmente, per porre fine ad una minaccia che Gerusalemme considera reale mentre a Washington è vista come ancora lontana e controllabile attraverso la diplomazia. Molto dipenderà dal risultato delle elezioni iraniane del prossimo giugno e la deadline ultima prima di un intervento militare potrebbe verosimilmente essere tra sei mesi, come dichiarato da alcuni analisti israeliani. Restano forti dubbi rispetto alla possibilità di un attacco diretto all’Iran deciso dal governo di Gerusalemme senza l’appoggio della Casa Bianca, tuttavia la situazione che sembra profilarsi ha in sé alcune incognite la cui mancata soluzione potrebbe essere il casus belli per un futuro conflitto. Israele rischia infatti di ritrovarsi in una situazione di impossibilità di manovra diplomatica sia per quanto riguarda la questione palestinese, con la soluzione “due popoli due stati” sgradita all’attuale esecutivo israeliano ma data come unica possibile dalla Casa Bianca, sia sul versante iraniano. Dall’andamento dei colloqui fra i rappresentanti dei governi di Washington e Teheran dipenderà probabilmente la possibilità che la stabilità sostituisca l’incertezza nella regione mediorientale. Non sarebbe comunque da escludersi a priori che il fallimento dei negoziati e le posizioni intransigenti da parte di Gerusalemme e Teheran portino un nuovo conflitto e un futuro dell’area non molto diverso dal passato e dal presente.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com

 


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa / L’asse Francia-Germania ha concepito una visione comune per il futuro prossimo dell’integrazione europea?

In un’intervista pubblicata su “Le Figaro” l’8 aprile scorso, il sottosegretario di Stato francese agli affari europei, Bruno Le Maire, ha rilasciato dichiarazioni che, se confermate (e sinora non sono state smentite da nessuno!), segnerebbero l’inizio di una fase tanto nuova da potersi considerare quasi “rivoluzionaria” del rapporto tra Francia e Germania prima e del processo di integrazione europea poi.
Le Maire ha annunciato in questo articolo l’inizio di un “coordinamento delle politiche economiche” dei due Paesi, decisa all’ultimo Consiglio dei Ministri franco-tedesco; coordinamento in base alla quale “se noi prendiamo una decisione di politica economica importante in Francia, noi ne informeremo la Germania e la studieremo insieme”. Idem per la Germania. E questa cooperazione dovrà “servire da impulso alla costituzione di una politica economica e di una politica industriale europee entro i prossimi dieci anni”. L’accordo franco-tedesco, specifica dunque Le Maire, dev’essere fatto “a servizio dei ventisette Stati membri dell’Unione europea”.
Questa coordinazione, chiarisce il sottosegretario, inizia a partire dalla politica industriale. “Nella competizione con i Paesi emergenti, i tempi in cui la concorrenza era da sola l’alfa e l’omega di qualsiasi politica europea è passata. Occorre ora anche una vera politica industriale, che incoraggi il raggruppamento attorno a grandi gruppi industriali europei. È tutta la posta in gioco di domani. Gli industriali francesi, ma anche tedeschi e italiani suonano il campanello d’allarme. Ed hanno ragione. L’industria europea di domani si costruisce adesso. In caso contrario, temo che possa indebolirsi per sempre”.
Dinanzi a tale audacia - inaudita se si pensa alla mediocrità dell’ambizione dei politici europei cui siamo abituati negli ultimi anni - l’intervistatore, Pierre Rousselin, ha chiesto come si potesse immaginare il seguito della costruzione europea mentre siamo in piena crisi istituzionale. E la risposta è stata ancora più “forte”: per assicurare il futuro dell’Unione europea “bisogna dar prova di buona volontà e di immaginazione. Ci troviamo ad affrontare una tale sconvolgimento nel mondo che la domanda è molto semplice: vogliamo che il mondo si riduca ad un faccia a faccia tra gli Stati Uniti e la Cina? Vogliamo che, tra questi due giganti, ci sia un continente prospero, aperto, ma senza identità, senza potenza politica, incapace di difendere i suoi valori e i suoi interessi nel mondo? Oppure vogliamo al contrario un’Europa politica che sia all’altezza degli Stati Uniti e della Cina, che affermi i suoi valori e la sua visione? Un’Europa all’avanguardia per il mondo di domani? Nei due casi non costruiamo lo stesso pianeta”. Per fare ciò “l’Europa deve affermarsi economicamente, militarmente e culturalmente. Dal punto di vista economico, non possiamo avere una moneta comune senza una politica economica europea. La prima tappa è quella di avere una vera politica industriale”.
Al tentativo (iniziale) dell’intervistatore di cogliere eventuali contraddizioni e limiti in questo annuncio, chiedendo se i tedeschi fossero ancora contrari ad una governabilità economica europea, Le Maire ha risposto: “Evitiamo i litigi di parole. Quello che conta è la realtà. E la realtà è il coordinamento delle nostre politiche economiche”.
Sono parole queste impegnative per l’autorevole politico che le ha pronunciate. Impegnative per il loro chiaro ed esplicit(at)o significato. Sono parole che parlano in maniera chiara e relativamente circostanziata di una visione “da qui a dieci anni” del futuro dell’integrazione europea. Non sappiamo ancora - non lo possiamo sapere - quale futuro verrà dato a queste parole: se al “concepimento” di questa nuova “realtà” seguirà davvero  la “nascita” di una nuova fase dell’integrazione europea.
Quest’iniziativa potrà confermare in alcuni la sensazione di un’accentuazione dell’intergovernatività dell’integrazione europea, potrà provocare in altri fastidio per la sua “unilateralità”, in altri suscitare dubbi sul reale orizzonte europeo della stessa, in altri ancora riacutizzare dubbi sulla prospettiva di un’Europa “a più velocità”. Qualunque sia la “prima” sensazione percepita, mi sembra si possa dire che questa decisione apre uno squarcio nel grigiore degli ultimi anni del processo di integrazione europea. Siamo in presenza di un tentativo - condivisibile o meno - di cogliere le sfide di un mondo globalizzato e post-nazionale, che gli ordinamenti, le istituzioni e la politica europei non si sono ancora decisi ad affrontare con uno strumentario politico, economico e culturale adeguato.

mariodiciommo@yahoo.it

 


Valentina Pasquali
L’eredità di Bush

Washington D.C. – Ereditare un mondo alla rovescia e provare a raddrizzarlo nel corso di qualche anno non è compito facile nemmeno per Barack Obama. Non contento dei ‘successi’ ottenuti durante la propria presidenza, George W. Bush, infatti, ha passato a Obama un lascito gravoso, che sta complicando il lavoro del nuovo presidente anche oggi che l’ex comandante in capo è tornato a vivere in Texas. Tra la crisi economica (della quale Bush non è certo l’unico responsabile) e il difficile impegno militare in Iraq e Afghanistan, l’attenzione del Presidente Obama è stata fin qui dedicata interamente a mettere un freno alle sregolatezze degli ultimi otto anni nella speranza di riuscire lentamente a rimettere le cose a posto. Questa volontà di riforma, che possa portare a una piena ripresa dell’economia americana e alla guarigione della malmessa reputazione internazionale degli Stati Uniti, già di per sè obbiettivo assai ambizioso, è resa ancor più problematica dal complesso rapporto tra passato, presente e futuro.
La domanda che Obama si pone da quando ha messo piede alla Casa Bianca è la seguente: quanto è consigliabile guardare avanti, senza lasciarsi intrappolare dalle diatribe passate, e quanto invece è necessario voltarsi indietro e saldare i conti per gli errori commessi fin qui?
L’ultimo, e scottante, capitolo di questo dilemma presidenziale ha a che vedere naturalmente con la vicenda degli interrogatori brutali, e conseguenti abusi, autorizzati ai massimi livelli dell’Amministrazione Bush nel caso di quei prigionieri collegati a al-Qaeda e sospettati di essere in possesso di informazioni chiave sull’organizzazione terroristica e su possibili nuovi attentati contro gli Stati Uniti da far seguire alla strage dell’11 settembre 2001.
Nelle ultime due settimane, una serie di documenti top secret pubblicati dalla Casa Bianca prima e dal Senato poi hanno scatenato un dibattito politico talmente acceso che, avesse potuto, Obama avrebbe probabilmente cercato di evitare. È stato proprio il presidente, però, a dare il via alle danze, rendendo pubblici la settimana scorsa quattro rapporti preparati dal Dipartimento della Giustizia durante la presidenza Bush in cui si delineavano i dettagli dei metodi ‘duri’ da impiegare negli interrogatori dei detenuti affiliati a al-Qaeda.
Hanno fatto seguito questa settimana altri due rapporti, il primo redatto dalla Commissione per i Servizi di Intelligence del Senato e il secondo dalla Commissione per le Forze Armate, sempre del Senato, in cui sono stati presentati elementi ulteriori dei programmi perseguiti simultaneamente dalla CIA e dal Pentagono, che hanno messo in pratica svariate tecniche, come ad esempio il famigerato waterboarding, che il nuovo Ministro della Giustizia ha ufficialmente classificato come forme di tortura all’inizio dell’anno.
Il polverone sollevato a Washington da questa serie di rivelazioni, (pare, ad esempio, che Condoleeza Rice, allora National Security Advisor, sia stata la prima a autorizzare l’uso degli interrogatori ‘duri’ addirittura nel 2002, mentre Colin Powell, allora Ministro della Difesa, veniva tenuto all’oscuro di questi sviluppi per paura che si sarebbe opposto), ha colto la Casa Bianca parzialmente impreparata. Infatti, l’intento originario del Presidente Obama nel rilasciare i rapporti del Dipartimento della Giustizia era stato semplicemente quello di dare un taglio netto con il passato, per guardare avanti. Obama aveva lasciato intuire di non avere intenzione di andare oltre alla pubblicazione del materiale, e che avrebbe cercato di proteggere da eventuali conseguenze legali quegli ufficiali della CIA che si sarebbero macchiati di tali pratiche dopo che erano già state approvate dai più alti livelli dell’Amministrazione Bush.
Invece, il presidente si trova oggi al centro del fuoco incrociato della destra e della sinistra americana, in una controversia che sembra destinata a protrarsi ancora a lungo. A destra, gli ex-rappresentanti dell’Amministrazione Bush, su tutti l’ex Vice-Presidente Dick Cheney, difendono il proprio operato, sostenendo che i metodi usati durante gli interrogatori sono stati fondamentali a ottenere informazioni cruciali per lo smantellamento del network di al-Qaeda e nel garantire la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Dall’altro, i democratici al Congresso chiedono a gran voce una commissione di inchiesta, modellata su quella che fu creata per indagare gli eventi dell’11 settembre. Tale indagine porterebbe necessariamente alla prosecuzione di coloro che hanno compiuto atti illegali, sia gli ufficiali della CIA e delle forze armate che avrebbero condotto gli interrogatori, sia i  dirigenti dell’Amministrazione Bush che ne avrebbero approvato i metodi cruenti. Si tratta, dunque, di infilarsi in un nido di vespe.
Colta di sorpresa dalla intensità del dibattito causato dalla propria scelta di trasparenza, l’Amministrazione Obama è parsa un po’ tentennante e sembra aver cambiato più volte idea sul da farsi. Inizialmente, l’amministrazione si era detta dubbiosa sull’idea di punire i responsabili di queste tecniche di interrogatorio, in particolare nel caso dei rappresentati della CIA che avrebbero agito sulla base di ordini arrivati dall’alto. La possibilità di azioni legali, anche se in parte esclusa da Obama, era comunque stata lasciata aperta, ma sarebbe dipesa esclusivamente dalla valutazione del nuovo Ministro della Giustiza Eric Holder.
Successivamente, per assecondare un desiderio di pacificazione nazionale intriseco alla retorica conciliatoria di Obama, l’amministrazione ha spiegato la decisione di pubblicare i rapporti del Dipartimento della Giustiza solo come un’espressione della propria volontà di chiarezza, e come la promessa che tali errori non si sarebbero più ripetuti. Non ci sarebbero però state conseguenze legali per nessuno. Questa la posizione tenuta da Rahm Emanuel, il Chief of Staff di Obama, in una intervista televisiva trasmessa domenica scorsa dallo show di ABC “This Week”. "Non è questo il momento di usare la nostra energia e il nostro tempo per guardare indietro nel tempo e fomentare un certo senso di rabbia e un desiderio di vendetta,” ha detto Emanuel.
Poi, però, con la pubblicazione questa settimana di ulteriori dettagli macabri sull’operato dell’Amministrazione Bush nei confronti dei propri detenuti, il Presidente Obama ha dovuto fare di nuovo marcia indietro, dichiarando che, seppur non sia il compito dell’amministrazione di stabilire una commissione di indagine, il governo rimane pronto a cooperare con il Congresso e a rispettarne le decisioni.
Tra tanta confusione, l’unica cosa certa è che il Presidente Obama non è riuscito nell’intento di promuovere la pacificazione nazionale e, al contrario, pare proprio che lo scandalo degli interrogatori in stile Bush si protrarrà ancora a lungo. Al di là della indiscutibile esigenza di fare giustizia, rimane il fatto che l’imbarazzante eredità di Bush è destinata a rimanere una presenza ingombrante e contenziosa nella politica americana, continuando così a dominare il dibattito pubblico e a rallentare la corsa degli Stati Uniti verso il futuro.

valentina.pasquali@gmail.com

 


Gianfranco Aurisicchio
La riforma del sistema sanitario americano: le ragioni della politica

Negli Stati Uniti ormai il dibattito sulla riforma del sistema sanitario è divenuto incandescente ed è ormai chiaro a tutti, politici, economisti, fino all’americano medio, the man in the street, che il sistema di finanziamento della sanità americana è disfunzionale così come è, con i suoi alti e crescenti costi, sempre meno coperti dalle assicurazioni private, e va perciò riformato.  Ma sul come riformarlo è ancora battaglia aperta.
In alcuni circoli politici americani la questione ha ancora una connotazione di principio, come se fosse una domanda amletica sul tipo di assicurazione: Gli americani dovrebbero poter scegliere tra un’opzione di assicurazione pubblica e una copertura privata?  All’interno del partito democratico e in strati più ampi della società invece il dibattito esplora altre possibilità di copertura della spesa sanitaria, e si avanza anche l’ipotesi se sia il caso di optare per un sistema sanitario all’europea, con copertura diretta (e quasi totale) della spesa medica da parte dello stato oppure per un sistema misto assicurazioni private/copertura parziale della spesa da parte dello stato o di un datore di lavoro.
Il partito repubblicano è al momento ancora impreparato sul tema, non avendo una linea di pensiero interna, né tanto meno un piano di azione in Congresso, diviso tra chi vorrebbe raggiungere un compromesso con i Democratici e chi vorrebbe arrivare allo scontro e al boicottaggio dell’iniziativa. Boicottaggio già avvenuto con il progetto di riforma sanitaria di Bill Clinton, quando alcune lobbies (case farmaceutiche e assicurazioni in primis) insieme con il partito repubblicano orchestrarono negli anni Novanta una campagna di comunicazione per far passare il progetto come contrario agli interessi e alle libertà civili (sic) degli americani. L’antislogan all’epoca era: “Vuoi permettere al governo d'interferire anche sulla tua salute e nella tua vita privata?”  In questi giorni invece una certa maggioranza repubblicana riconosce in qualche misura la necessità di un cambiamento delle regole del sistema sanitario e argomenta che un'eventuale riforma sanitaria si dovrebbe limitare solamente a rendere l’assicurazione sanitaria più accessibile e più sostenibile finanziariamente dall’assicurato.
Per consolidare il momentum che si sta creando attorno al dibattito sulla riforma sanitaria, che vede questa volta l’opinione pubblica (e di conseguenza la politica) favorevole e per rendere il progetto di riforma meno attaccabile in Congresso, Obama ha inserito il piano sulla sanità tra i cinque pilastri della nuova foundation dell’economia che intende portare a termine nei quattro anni del suo mandato, possibilmente anzi entro il 2010, insieme alla riforma dell’istruzione, e dell’energia (con la spinta verso le fonti rinnovabili) e che sarà discusso in Congresso insieme alla proposta di bilancio da 3,7 miliardi di dollari del 2010.
Non dovrebbe comunque essere difficile per Obama far approvare il suo progetto di riforma, poiché con una solida maggioranza in entrambi i due rami del Congresso, i Democratici potrebbero anche tentare di usare la propria forza politica per velocizzare il passaggio della legislazione con minime concessioni alla minoranza repubblicana.  In tal caso userebbero la procedura della “riconciliazione”, secondo cui Congresso e Senato raggiungono prima un accordo sul piano di bilancio complessivo e poi proseguono con le singole leggi di attuazione del bilancio, “riconciliando” lo schema di bilancio con i cambiamenti necessari delle singole politiche: fin quando 51 su 58 senatori democratici appoggiano queste leggi di attuazione, la Casa Bianca non ha bisogno di un singolo voto repubblicano.  Basterebbero infatti 51 voti invece dei 60 necessari al Senato per avere la maggioranza.  Con questo “fast-track” procedurale – e dal 1980 si è ricorsi alla “riconciliazione” 19 volte, pesantemente sotto Reagan e Bush jr – i Democratici possono superare ogni ostruzionismo repubblicano, particolarmente bellicoso in materia di aumento della spesa pubblica e di maggior ruolo del governo, temi questi caldi sul Campidoglio americano, ma così facendo i Democratici potrebbero alienarsi ogni altro tentativo di riforma bipartisan.  Per cui se da un lato questo stratagemma di procedura legislativa permette a Obama di adempiere rapidamente le promesse elettorali, potrebbe comportare d’altro canto alti rischi, in quanto altererebbe in maniera potenzialmente esplosiva la dinamica e la dialettica politica nel dibattito sulla sanità, innescando una reazione negativa e di forte retaliation tra quei senatori repubblicani che stanno lavorando con i Democratici sul progetto.
Tutto il partito democratico (o quasi) comunque supporta Obama nel progetto di riforma sanitaria, tant’è che i senatori del Massachusetts Baucus e Kennedy (Ted Kennedy, della nota famiglia) hanno scritto ufficialmente a Obama, impegnando quindi tutto il partito e di conseguenza il Congresso, e hanno affermato che la discussione sulla legge di riforma inizierà in giugno, per cui in autunno la riforma dovrebbe essere già legge.  Una tabella di marcia certamente ambiziosa che i Repubblicani cercheranno di fermare, anche se al momento non hanno una posizione politica o un chiaro progetto al riguardo.  E oltretutto i loro alleati tradizionali, tra cui le assicurazioni, le farmaceutiche, i medici e i chirurghi, siedono nel frattempo al tavolo della negoziazione  con i Democratici.
Baucus e Kennedy, i due presidenti della commissione che redigerà la legge di riforma sanitaria al Senato, hanno a tal proposito corteggiato assiduamente i vari gruppi d’interesse e i sindacati, le rappresentanze dei consumatori ed i fornitori dei servizi sanitari, come direttori di ospedali e medici, i quali a loro volta hanno ben cercato di sedere al tavolo della trattativa e di costruire così un’immagine di collaborazione e di costruttivismo.
La macchina organizzativa del consenso dietro il piano di Obama è enorme. Dal portavoce del Congresso al leader di maggioranza del Senato, ai presidenti di commissione, tutti hanno deciso di collaborare per evitare le divisioni e le guerre intestine di contrapposti interessi che portarono al fallimento del progetto di Bill Clinton degli anni Novanta.  Alla politica si è anche affiancato il marketing, tanto che Health Care for America Now, un’associazione che raggruppa organizzazioni liberali, sta spendendo qualcosa come 40 milioni di dollari in una campagna pubblicitaria a livello federale.
Dall’altra parte della barricata i Repubblicani stanno per lo più a guardare e solo tre gruppi d'iniziativa hanno cominciato ad abbozzare un dibattito pubblico sul costo ed il peso della riforma di Obama. Per il momento sembrano comunque ancora in affanno a rincorrere i temi della campagna democratica senza riuscire a veicolare idee originali o alternative al programma democratico.  Sembra chiaro comunque che una strategia politica di sola opposizione o di riciclo delle solite idee su conti di risparmio sanitario e tagli alle tasse non funzionerà questa volta.  Il divario con i Democratici in termini di campagne stampa e advertising era già molto elevato durante la campagna elettorale di Obama, che sul tema spese 113 milioni di dollari su 200 mila spot pubblicitari.
Tuttavia una legge sanitaria scritta solo o quasi dai Democratici è qualcosa di diverso da un accordo bipartisan.  Il timore degli ambienti conservatori è la creazione di un nuovo programma di assicurazione sanitaria pubblica, che competerebbe con le assicurazioni private,  e probabilmente imporrebbe ai datori di lavoro di fornire un’assicurazione medica obbligatoria ai propri dipendenti o di contribuire al suo costo.  Se quindi i Democratici dovessero “spingere” la legge sulla sanità al Senato usando le procedure di votazione della riconciliazione, la legge non avrebbe il supporto dei Repubblicani, e risentirebbe quindi del mancato appoggio di gruppi d'interesse chiave, che invece potrebbero rivelarsi utili nel sostenere il programma di riforma anche nel tempo.

gianfranco.aurisicchio@fulbrightmail.org

 


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – diario di bordo 24 aprile 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP (http://www.formazionepolitica.org/vedit/pagina.asp?apriramo=003900050008&pagina=3304&pv=), per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
Innanzitutto il 9 aprile è venuto il tanto atteso – per lui soprattutto - giorno di Lucio Stanca. L'ex ministro è stato nominato Amministratore delegato e Vicepresidente di Expo 2015 Spa con il solo voto contrario della Provincia, al termine della riunione del CdA che si è tenuto il pomeriggio del 9 aprile alla Camera di Commercio di Milano. “Il Consiglio di amministrazione - ha detto Stanca - mi ha nominato Vicepresidente e Amministratore delegato. Abbiamo definito anche i poteri, credo ampi, ma allo stesso tempo rispettosi delle prerogative del Consiglio. E che sono di mia completa soddisfazione in quanto avevo chiesto di avere una elevata autonomia gestionale nel rispetto del ruolo imprescindibile del Consiglio”. Il Vicepresidente e Amministratore delegato di Expo 2015 percepirà per il suo incarico 300 mila euro a cui si aggiungeranno 150 mila euro legati al raggiungimento degli obiettivi……obiettivi “che devono ancora essere definiti” e “molto al di sotto - ha detto Stanca - rispetto a quello che poteva essere consentito. So che ci sono pareri diversi, però la libertà di pensiero è fondamentale in questo paese”. Quanto alle polemiche sul doppio incarico di Stanca, questi ha ripetuto con chiarezza che, in caso di incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di Amministratore delegato della società Expo 2015, rassegnerà le dimissioni dal parlamento. “Se c’è incompatibilità - ha precisato - e questo non lo definisco nè io nè voi, ma un organo apposito della Camera, un secondo dopo mi dimetto dalla carica di parlamentare. Se invece, non c’è incompatibilità, mi riservo in funzione dell’incarico che ho assunto e dell’attività che dovrò svolgere, di vedere se e quando dimettermi dal parlamento”.
Diana Bracco, che molti avrebbero voluto fuori dal Cda per conflitto di interessi visto il suo ruolo di Presidente degli industriali lombardi (in realtà in scadenza), si è detta soddisfatta: “Tutti abbiamo portato all’Expo le nostre migliori energie. Si tratta di un progetto complesso e il fatto che il nuovo Amministratore delegato l’onorevole Stanca rimanga parlamentare per me è un valore aggiunto per far capire ancora di più a Roma e all’Italia intera l’importanza di questo evento”. E ancora: “L’Expo deve dare una sterzata a tutto il Paese - ha aggiunto - e proprio per questo ritengo che sia molto positivo che ci sia Stanca nel ruolo di Vicepresidente ed Amministratore delegato”. Mentre la Moratti ha detto: “Con il Cda di oggi la società diventa chiaramente operativa. Le difficoltà di operatività che ci hanno portato a lavorare in questi mesi sugli accordi con le città e i Paesi, dedicandosi alle infrastrutture, sono anche importanti, ma adesso, con la società, potrà partire anche la parte che riguarda la realizzazione del sito”.
Delle stesse ore la proposta di lanciare una sorta di "referendum" popolare per dare voce ai milanesi sul dopo Expo; iniziativa che appare simbolica per sgombrare almeno in parte il campo dalle inevitabili polemiche sulle opere da realizzare ma che sicuramente non vincolerà le scelte operative, anche se appare significativa per riannodare il dialogo con la città sulle iniziative in campo.
“Se i milanesi vogliono proporre di costruire Disneyland a Milano, perché no?”…così si è espresso Lucio Stanca, AD e Vicepresidente della società di gestione dell’Expo, convinto che consultare i cittadini su ciò che resterà dopo il 2015 sia la strada migliore per ricostruire il consenso dopo un anno di polemiche. La società si è così messa al lavoro sul “referendum consultivo” che, presumibilmente via internet, chiederà ai milanesi di dire che cosa vorrebbero che restasse dopo i sei mesi di evento sul sito dell’Expo (tre le ipotesi in campo: la Città del gusto con l’Ortomercato, la Città dell’Innovazione con la connessa Agenzia recentemente assegnata a Milano e ancora in cerca di una sede e la cittadella della Giustizia con una quarta opzione lasciata alla volontà libera dei cittadini).
Qualche giorno dopo l’avvio della Società, c’è stato un forte battibecco post Cda fra Penati e la Moratti che, nato con la seguente affermazione del Presidente della Provincia (''A calcio la squadra in grande difficoltà butta la palla in tribuna. Per questo ritengo comprensibile la reazione del sindaco di Milano, Letizia Moratti che, di fronte all'evidenza di una Società di gestione bloccata a più di un anno dall'assegnazione di Milano dell'Expo 2015, non può  fare altro che buttare la palla fuori dal campo''), si è chiusa con la piccata risposta del Sindaco ("E lui dove stava? La verità e' che non c'e' nessun ritardo, non abbiamo perso tempo…… Abbiamo lavorato su tre direttrici, la prima e' quella delle infrastrutture per la regione e per la città che proprio grazie all'Expo hanno avuto un accelerazione. Abbiamo poi fatto accordi internazionali e accordi con le città. Non e' stato perso tempo, i cittadini potranno giudicare").
All’indomani poi dell’insediamento di Stanca, la Moratti ha convocato un Consiglio Comunale Straordinario su Expo – da tempo in verità reclamato a gran voce anche dall’opposizione a Palazzo Marino – durante il quale, nel corso di un appassionato discorso, ha ribadito al Consiglio comunale l'importanza dell'evento, affermando che in questa sfavorevole congiuntura il suo valore è aumentato rispetto a un anno fa confermando altresì integralmente i contenuti del dossier di candidatura. A dispetto appunto della congiuntura economica e nonostante la tragedia che ha colpito l’Abruzzo (anzi anche in questa ulteriore prospettiva di investimenti) così ha concluso: “Di fronte a questo scenario e a queste mutate esigenze abbiamo bisogno di nuove energie e di raccogliere forza ed entusiasmo per progetti concreti, che rimangono nel tempo e che rappresentino un valore per Milano, per l'Italia e per il mondo: per questo Expo oggi vale di più di quanto valeva allora”.
Il 20 aprile sempre il Consiglio Comunale ha discusso due ordini del giorni presentati dall’opposizione finalizzati alle dimissioni sia di Stanca da parlamentare sia della Bracco dalla Presidenza della Società di Gestione. E’ passata la prima con 31 voti a favore su 51 consiglieri (13 i franchi tiratori della maggioranza hanno votato con l’opposizione) mentre è stata respinta per un solo voto (24 contro 23) quella che chiedeva le dimissioni della Presidente. Al di là di questa votazione, Stanca comunque ha ribadito nuovamente (come già detto al momento della sua nomina) che non si dimetterà a meno che non sia la Giunta per le autorizzazioni del Parlamento a imporgli di faro: “Sarà la Giunta delle elezioni di Montecitorio a decidere se esiste incompatibilità. Se non ci sarà sono disponibile a dimettermi nel momento in cui mi accorgessi che davvero esiste un conflitto sui tempi, ma un AD si giudica dai risultati". Ad oggi non sono ancora noti gli obiettivi a cui sarebbe legato parte del suo compenso appunto connesso al raggiungimento di questi non ancora chiari risultati.
Martedì 21 aprile, mentre il Consiglio Comunale votata con 42 voti a favore l’istituzione di una Commissione di controllo su Expo che monitorerà gli impegni programmatici contenuti nel dossier di candidatura, lo stato di avanzamento delle infrastrutture e il progresso degli accordi con altre città italiane per la promozione del turismo, alla Camera dei Deputati si è tenuta la discussione di 3 mozioni (una a firma PD, una PDL e una UDC) di richiesta al Governo di informativa e di stato avanzamento sull’evento. Nonostante il Governo avesse dato il proprio assenso a gran parte della mozione del PD, alla fine è passata la mozione del PDL (a firma Cicchitto) che impegna l’esecutivo a reperire le risorse ancora mancanti (secondo il PD pari a 2,7 miliardi di euro) in base ad un ordine di priorità non ben definito.
Da segnalare poi due interviste: il 21 della Bracco che, pur non nascondendo un anno di difficoltà e di riunioni su riunioni, ha assicurato che finalmente si è voltato pagina dicendo che “i nodi tra gli azionisti della Società di gestione sono stati sciolti…… ed è ora di tornare allo spirito di Parigi quando il Paese si mostrò unito” chiudendo polemicamente sulle “troppe polemiche sollevate ad arte in questi mesi”.
Quindi quella a Stanca che il 22 ha dichiarato al Sole 24 ore – come da noi riportato in rassegna stampa – che intende innanzitutto avviare la Società e quindi riverificare le ipotesi su cui era stato costruito il dossier alla luce del quadro complessivo economico finanziario nazionale; l’obiettivo è arrivare in tempo per la registrazione ufficiale del progetto fissata per il 30 aprile 2010. Primo banco di prova l’audizione di oggi (ieri per chi legge) davanti al Comitato Esecutivo del Bie che ha convocato a Parigi la Moratti e il neo AD per una valutazione sullo stato di avanzamento delle attività.

Altri eventi:
-       Il 15 aprile è stato sottoscritto un accordo tra il Comune di Milano e i Sindaci dell'Associazione Borghi d'Italia che riunisce i paesini tipici dalla storia e tradizione secolare italiana (in tutto 198 Comuni iscritti tra Lombardia, Liguria, Piemonte, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia) per valorizzare le eccellenze culturali, artistiche del nostro paese e promuovere il turismo in vista di Expo 2015.
-          Il 29 aprile si inaugurerà una mostra – aperta fino al 6 maggio - presso la Fondazione Corrente di Milano che, attraverso anche un ciclo di incontri, fornirà l’occasione ad artisti, sociologi ed architetti di rispondere all’interrogativo “Expo e area metropolitana milanese: risorsa o motivo di ulteriore devastazione?".

Alla prossima.

s.florio@libero.it



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La strana estate

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