Valentina Pasquali
L’eredità di Bush
Washington D.C. – Ereditare un mondo alla rovescia e provare a raddrizzarlo nel corso di qualche anno non è compito facile nemmeno per Barack Obama. Non contento dei ‘successi’ ottenuti durante la propria presidenza, George W. Bush, infatti, ha passato a Obama un lascito gravoso, che sta complicando il lavoro del nuovo presidente anche oggi che l’ex comandante in capo è tornato a vivere in Texas. Tra la crisi economica (della quale Bush non è certo l’unico responsabile) e il difficile impegno militare in Iraq e Afghanistan, l’attenzione del Presidente Obama è stata fin qui dedicata interamente a mettere un freno alle sregolatezze degli ultimi otto anni nella speranza di riuscire lentamente a rimettere le cose a posto. Questa volontà di riforma, che possa portare a una piena ripresa dell’economia americana e alla guarigione della malmessa reputazione internazionale degli Stati Uniti, già di per sè obbiettivo assai ambizioso, è resa ancor più problematica dal complesso rapporto tra passato, presente e futuro.
La domanda che Obama si pone da quando ha messo piede alla Casa Bianca è la seguente: quanto è consigliabile guardare avanti, senza lasciarsi intrappolare dalle diatribe passate, e quanto invece è necessario voltarsi indietro e saldare i conti per gli errori commessi fin qui?
L’ultimo, e scottante, capitolo di questo dilemma presidenziale ha a che vedere naturalmente con la vicenda degli interrogatori brutali, e conseguenti abusi, autorizzati ai massimi livelli dell’Amministrazione Bush nel caso di quei prigionieri collegati a al-Qaeda e sospettati di essere in possesso di informazioni chiave sull’organizzazione terroristica e su possibili nuovi attentati contro gli Stati Uniti da far seguire alla strage dell’11 settembre 2001.
Nelle ultime due settimane, una serie di documenti top secret pubblicati dalla Casa Bianca prima e dal Senato poi hanno scatenato un dibattito politico talmente acceso che, avesse potuto, Obama avrebbe probabilmente cercato di evitare. È stato proprio il presidente, però, a dare il via alle danze, rendendo pubblici la settimana scorsa quattro rapporti preparati dal Dipartimento della Giustizia durante la presidenza Bush in cui si delineavano i dettagli dei metodi ‘duri’ da impiegare negli interrogatori dei detenuti affiliati a al-Qaeda.
Hanno fatto seguito questa settimana altri due rapporti, il primo redatto dalla Commissione per i Servizi di Intelligence del Senato e il secondo dalla Commissione per le Forze Armate, sempre del Senato, in cui sono stati presentati elementi ulteriori dei programmi perseguiti simultaneamente dalla CIA e dal Pentagono, che hanno messo in pratica svariate tecniche, come ad esempio il famigerato waterboarding, che il nuovo Ministro della Giustizia ha ufficialmente classificato come forme di tortura all’inizio dell’anno.
Il polverone sollevato a Washington da questa serie di rivelazioni, (pare, ad esempio, che Condoleeza Rice, allora National Security Advisor, sia stata la prima a autorizzare l’uso degli interrogatori ‘duri’ addirittura nel 2002, mentre Colin Powell, allora Ministro della Difesa, veniva tenuto all’oscuro di questi sviluppi per paura che si sarebbe opposto), ha colto la Casa Bianca parzialmente impreparata. Infatti, l’intento originario del Presidente Obama nel rilasciare i rapporti del Dipartimento della Giustizia era stato semplicemente quello di dare un taglio netto con il passato, per guardare avanti. Obama aveva lasciato intuire di non avere intenzione di andare oltre alla pubblicazione del materiale, e che avrebbe cercato di proteggere da eventuali conseguenze legali quegli ufficiali della CIA che si sarebbero macchiati di tali pratiche dopo che erano già state approvate dai più alti livelli dell’Amministrazione Bush.
Invece, il presidente si trova oggi al centro del fuoco incrociato della destra e della sinistra americana, in una controversia che sembra destinata a protrarsi ancora a lungo. A destra, gli ex-rappresentanti dell’Amministrazione Bush, su tutti l’ex Vice-Presidente Dick Cheney, difendono il proprio operato, sostenendo che i metodi usati durante gli interrogatori sono stati fondamentali a ottenere informazioni cruciali per lo smantellamento del network di al-Qaeda e nel garantire la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Dall’altro, i democratici al Congresso chiedono a gran voce una commissione di inchiesta, modellata su quella che fu creata per indagare gli eventi dell’11 settembre. Tale indagine porterebbe necessariamente alla prosecuzione di coloro che hanno compiuto atti illegali, sia gli ufficiali della CIA e delle forze armate che avrebbero condotto gli interrogatori, sia i dirigenti dell’Amministrazione Bush che ne avrebbero approvato i metodi cruenti. Si tratta, dunque, di infilarsi in un nido di vespe.
Colta di sorpresa dalla intensità del dibattito causato dalla propria scelta di trasparenza, l’Amministrazione Obama è parsa un po’ tentennante e sembra aver cambiato più volte idea sul da farsi. Inizialmente, l’amministrazione si era detta dubbiosa sull’idea di punire i responsabili di queste tecniche di interrogatorio, in particolare nel caso dei rappresentati della CIA che avrebbero agito sulla base di ordini arrivati dall’alto. La possibilità di azioni legali, anche se in parte esclusa da Obama, era comunque stata lasciata aperta, ma sarebbe dipesa esclusivamente dalla valutazione del nuovo Ministro della Giustiza Eric Holder.
Successivamente, per assecondare un desiderio di pacificazione nazionale intriseco alla retorica conciliatoria di Obama, l’amministrazione ha spiegato la decisione di pubblicare i rapporti del Dipartimento della Giustiza solo come un’espressione della propria volontà di chiarezza, e come la promessa che tali errori non si sarebbero più ripetuti. Non ci sarebbero però state conseguenze legali per nessuno. Questa la posizione tenuta da Rahm Emanuel, il Chief of Staff di Obama, in una intervista televisiva trasmessa domenica scorsa dallo show di ABC “This Week”. "Non è questo il momento di usare la nostra energia e il nostro tempo per guardare indietro nel tempo e fomentare un certo senso di rabbia e un desiderio di vendetta,” ha detto Emanuel.
Poi, però, con la pubblicazione questa settimana di ulteriori dettagli macabri sull’operato dell’Amministrazione Bush nei confronti dei propri detenuti, il Presidente Obama ha dovuto fare di nuovo marcia indietro, dichiarando che, seppur non sia il compito dell’amministrazione di stabilire una commissione di indagine, il governo rimane pronto a cooperare con il Congresso e a rispettarne le decisioni.
Tra tanta confusione, l’unica cosa certa è che il Presidente Obama non è riuscito nell’intento di promuovere la pacificazione nazionale e, al contrario, pare proprio che lo scandalo degli interrogatori in stile Bush si protrarrà ancora a lungo. Al di là della indiscutibile esigenza di fare giustizia, rimane il fatto che l’imbarazzante eredità di Bush è destinata a rimanere una presenza ingombrante e contenziosa nella politica americana, continuando così a dominare il dibattito pubblico e a rallentare la corsa degli Stati Uniti verso il futuro.
valentina.pasquali@gmail.com