Gianfranco Aurisicchio
Fiat-Chrysler-Opel, Matrimonio a tre
Il caso Chrysler, con la decisione dell’Amministrazione Obama di concedere ai sindacati una partecipazione nel capitale sociale, è un segno dei nuovi tempi scaturiti da questa crisi economica: forse l’alba di un nuovo capitalismo, un’evoluzione per certi aspetti delle corporazioni medievali o un nuovo modello di socialismo reale, in cui i lavoratori entrano nel capitale dell’azienda per cui lavorano. Qualcosa a cui già il nostro Adriano Olivetti aveva pensato.
Il piano dell’Amministrazione Obama è dunque iniziato con la più piccola delle tre sorelle di Detroit, Chrysler appunto, che con Fiat inizierà un nuovo “lease on life” come l’ha definito lo stesso Obama, con un nuovo assetto societario: i lavoratori, rappresentati dal sindacato UAW, avranno il 55% del capitale ed un posto nel consiglio di amministrazione, Fiat deterrà il 20% del capitale, con un’opzione per salire al 35%, e tre seggi nel board, il governo americano parteciperà alla nuova società con l’8% del capitale e quattro seggi, mentre il governo canadese deterrà il 2% del capitale. Fiat si è impegnata a condividere la propria tecnologia sui motori a combustibile a cella e ad iniettare nella nuova società capitali freschi, avendo come controparte l’accesso alla rete di dealers americani.
La posta in gioco nel caso Chrysler per Obama era di un certo peso: oltre 50.000 impiegati negli USA e in Canada, che la Casa Bianca vuole tutelare evitando una lunga bancarotta in piena crisi economica che distruggerebbe la società, ed un sogno ambizioso: quello di innescare una rivoluzione verde nel settore automotive inducendo le aziende, con la scusa della ristrutturazione economica, a riconvertire la produzione verso modelli più efficienti e tecnologie verdi.
Il piano Chrysler dell’amministrazione americana non è piaciuto naturalmente ai puristi e ai teorici del libero mercato, coloro per i quali lo stato deve tenersi alla larga dall’economia, poiché di fatto con questo piano sono stati favoriti i creditori junior, come i lavoratori, a spese dei creditori seniors garantiti, sovvertendo la prassi e le norme di legge. E quegli hedge-funds che si sono opposti all’operazione sono stati bollati da Obama, e dall’opinione pubblica, come speculatori senz’anima.
E proprio a causa dell’opposizione di alcuni creditori Chrysler ha dovuto iniziare le procedure per la bancarotta, in realtà un’amministrazione controllata nell’ambito della fattispecie del Capitolo 11 della legge americana sui fallimenti societari, così da potersi ristrutturare senza dover liquidare gli assets per far fronte ai creditori. In questo contesto è stato possibile per Chrysler partecipare alla fusione con Fiat attraverso il meccanismo d’asta dei principali assets in cui Fiat è appunto il nuovo acquirente.
Dopo aver accompagnato Chrysler nella bancarotta soft da ristrutturazione e rilancio, Obama ed il suo team di advisors economici sperano adesso nel suo effetto leva per indurre cambiamenti pesanti anche in General Motors, una società ben più grande e complessa di Chrysler. Il messaggio implicito per GM è infatti quello che non ci sarà certamente un libretto di assegni pronto per far fronte agli ingenti debiti, piuttosto l’unica soluzione è la ristrutturazione pesante, possibilmente un nuovo modello di business, per mezzo o no della bancarotta “chirurgica”, controllata e pilotata. E la minaccia della bancarotta è soprattutto importante per gli obbligazionisti di GM, affinché rinegozino il debito con la casa automobilistica e le permettano di uscire dalla crisi. GM d’altro canto spera che il suo piano di ristrutturazione sia approvato dalla Casa Bianca così com’è, possibilmente senza ulteriori tagli: al momento prevede l’eliminazione di 47 mila posti di lavoro nel mondo, la chiusura di una dozzina di fabbriche negli USA, l’eliminazione di quattro brands, e la chiusura di 2600 concessionarie.
Con GM il gioco sarà più duro, poiché in questo caso non è solo questione di contabilità di bilancio (far quadrare i conti) ma è soprattutto una questione politica. Se con Chrysler il grosso del debito era detenuto “solo” da 46 grandi prestatori, con GM ci sono in ballo decine di migliaia di investitori, tra cui grossi fondi pensione, con un forte appoggio a Wall Street. Nel primo caso il Tesoro americano ha offerto 2 miliardi di dollari agli obbligazionisti, con GM offrirà solo azioni: 225 per ogni 1000 dollari di debito detenuto. Comunque Obama sembra avere ancora il coltello dalla parte del manico: l’alternativa per gli obbligazionisti è di accodarsi alla lunga lista di creditori che in caso di bancarotta di GM prenderanno davvero poco, visto il valore del titolo azionario. Industrialmente per GM la faccenda è comunque ancora più complicata, visto che non esiste nessun partner straniero pronto ad investire e ad aiutare la società a seguire le direttive della Casa Bianca: di riconvertirsi cioè in produttore di auto “verdi” a bassa emissione e a tecnologia efficiente. E’ prevedibile tuttavia che questo obiettivo potrà ad un certo punto collidere con la profittabilità: non è chiaro infatti se auto più piccole e a bassa emissione potranno essere competitive, o almeno per quanto tempo, con quelle prodotte da parte di Toyota e Honda o con la prossima ondata di auto in sviluppo in Cina.
Nel frattempo sembra che Fiat abbia preso gusto all’internazionalizzazione e allo shopping around: sostanzialmente concluso il deal con Chrysler grazie all’appoggio del governo americano – Marchionne diventerà infatti anche l’amministratore delegato di Chrysler – e dopo aver avviato negoziati formali con Opel in Germania, adesso Fiat punta anche a Saab, altro auto-maker (svedese) della costellazione GM. E sembra che proprio GM sia il target non tanto occulto delle mire espansionistiche di Marchionne, visto il suo interesse anche per le operazioni di GM in America Latina, in piena coerenza con la propria strategia di rilancio della Fiat come soggetto economico globale dopo il periodo nero dovuto al crollo della sua reputazione e credibilità.
Anche per Opel Fiat sembra essere riuscita ad ottenere l’aiuto del governo tedesco, che la sosterrebbe nel prenderne il controllo. In questo caso Fiat investirebbe tra i 5 ed i 7 miliardi di euro. Tuttavia esistono ancora dei contrasti, sia con il governo della cancelliera Merkel, la quale in vista delle elezioni legislative di settembre chiede una serie di garanzie, tra cui il mantenimento dei posti di lavoro e la riduzione dell'intervento dello stato nell'azienda, sia con i sindacati tedeschi, che temono riduzioni drastiche di personale a seguito di tagli alla produzione e la chiusura di alcuni dei quattro stabilimenti della Opel in Germania. Ed esiste anche un problema culturale, in quanto lo stile gestionale italiano di Fiat potrebbe entrare in conflitto con la cultura d’impresa tedesca.
C’è da chiedersi a questo punto, come in effetti ci si è chiesti alla Commissione Europea, dove Fiat vada a prendere tutti i soldi per queste grandi compere. Il recente successo della nostra casa automobilistica è dovuto in gran parte, oltre certamente alla leadership e visione strategica di Marchionne, al mercato domestico ed europeo che fino a un paio di anni fa ha sostenuto la ripresa finanziaria della società e soprattutto grazie ai soliti aiuti di stato, che sotto forma di incentivi alla rottamazione, hanno abbondantemente incoraggiato il Buy Fiat e quindi la crescita della società. In caso di finanziamento delle operazioni di merger o acquisition con debito, non mi sembra questa una mossa particolarmente strategica o lungimirante, poiché anche sei i tassi d’interesse sono bassi, una società sovraindebitata può avere forti constraints in operazioni di restructuring industriale e riposizionamente di mercato, come il caso americano sembra suggerire e come potrebbe essere anche la realtà europea se la Commissione dovesse forzare in tal senso a seguito della pressione ambientalista, col rischio di un fallimento su tutta la strategia competitiva. In effetti i vari accordi di investimento e acquisizione rispecchiano proprio la necessità delle case automobilistiche di finanziare investimenti nelle nuove tecnologie.
Che gli automakers debbano consolidarsi per sfruttare appieno le economie di scala del business, è ormai una verità accertata, considerati i relativamente bassi margini di guadagno in termini percentuali sulla vendita di un’automobile, troppo bassi per garantire crescenti investimenti. Che è necessario unire le forze per sostenere la ricerca e lo sviluppo nel produrre auto ad alta tecnologia e meno inquinanti e riuscire a tagliare i costi generando un profitto che sostenga gli investimenti, è cosa pur sempre condivisa. Che quindi ci siano al mondo troppi automakers per la domanda di un mercato ormai saturo, questo è pur vero e pacifico. E se anche dovesse aprirsi e svilupparsi a breve il mercato africano, può comunque essere servito da un numero minore delle attuali case automobilistiche. Che questa crisi favorirà, come già sta avvenendo, la concentrazione e i mergers & acquisitions nel settore – vedi il recente accordo tra Porsche e Volkswagen – è cosa sotto gli occhi di tutti, ma che debba essere Fiat il protagonista di questa ondata sembra un passo più lungo della gamba: riuscirà Fiat a sostenere in realtà l’ambizione di Marchionne di creare e dirigere un grande gruppo mondiale nell’automotive?
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