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Home » Newsletter n. 167 - 8 maggio 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 167 – 8 maggio 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 167.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Distruzione creatrice


Davide Biassoni
PdL vs. PD/ Egemonia politica e culturale


Gianfranco Aurisicchio
Fiat-Chrysler-Opel, Matrimonio a tre


Valentina Pasquali
Uno Stress Test poco stressante


Simone Comi
Pakistan: una polveriera pronta ad esplodere ed incendiare la regione asiatica


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa/ Elezioni europee… Ma di cosa stiamo parlando?


Valerio Pulga
Internet, copyright & new hardware/ Oggi illusioni, domani realtà?


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 8 maggio 2009


Raffaele Mauro
Manifattura e medie imprese: la spina dorsale dell’economia italiana


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Alessandro Fanfoni
Distruzione creatrice

In un importante articolo pubblicato dal Financial Times, l’economista Nouriel Roubini - tra i pochissimi ad aver previsto la catastrofe finanziaria che ha portato all’attuale recessione – dinnanzi all’imperativo dell’amministrazione americana di impedire qualsiasi fallimento di altre banche onde evitare shock di sistema, pone l’intempestiva questione sul senso di salvare banche di fatto insolventi. Partendo dall’assunto schumpeteriano che il capitalismo si fonda su una distruzione creatrice ovvero su un processo continuo di catastrofe e rinascita quale motore della storia del capitale che si fonda sull’innovazione e implica quindi una rapida obsolescenza di sistema, si chiede che senso abbia “tenere a galla banche insolventi” ovvero istituzioni finanziarie che hanno dimostrato di non essere all’altezza del mutamento di paradigma in atto.

Il concetto di “distruzione creatrice” esercita da decenni un fascino indiscutibile per la sua capacità di cogliere l’essenza stessa del capitalismo, ma anche del logos occidentale, in una sorta di lotta - alternanza e coesistenza - tra un principio vitale e un principio di distruzione - eros e thanatos – in una sorta di potente ossimoro collocato al cuore stesso dello sviluppo materiale e ideologico dell’Occidente.

Tuttavia, proprio quando l’istinto del pensiero prenderebbe a seguire questi sentieri, ci accorgiamo di non poter trascurare la tempesta che ha investito il nostro paese in questi giorni travolgendo i confini tra pubblico e privato, tra gossip e politica, tra deontologia di stato e morale diffusa: l’affaire Berlusconi-Lario.

Ebbene, pur desiderando qui non indugiare nei dettagli della vicenda – evil is in the details – ci accorgiamo, quasi per un capriccio di contiguità o di giustapposizione dei pensieri, che l’idea stessa di “distruzione creatrice” si addice a Berlusconi; a quel Berlusconi che, sin dal suo esordio in politica, sembra nutrirsi e fortificarsi dei suoi propri scacchi: le disavventure giudiziarie trasformate in persecuzioni politiche, le sconfitte elettorali in epiche traversate del deserto, le vicissitudini familiari in ordalia popolare per riconfermare un consenso da primato. Come una fenice, ogni volta Berlusconi pare risorgere catarticamente dalla propria distruzione. E dinnanzi a questo spettacolo che simula in maniera stupefacente l’eterno ritorno, l’opposizione sembra irreparabilmente confinata all’afasia oppure ostinatamente imprigionata da una balbuzie  che le impedisce di cogliere l’essenziale: ovvero ciò che conta è fare il movimento.



Davide Biassoni
PdL vs. PD/ Egemonia politica e culturale

Per le imminenti elezioni europee di giugno, i dati sembrano confermare una tendenza consolidata: il Popolo della Libertà veleggia al 40 per cento e più delle intenzioni di voto, mentre il Partito Democratico resta inchiodato attorno al 26 per cento. Accorpando il consenso della Lega Nord che supera di poco il 10 per cento, il centrodestra esprimerebbe quindi la maggioranza assoluta del voto degli italiani (anche senza l’UdC). A ben vedere, tale esito non rappresenta un inedito assoluto, tutt’altro: anche nel 1996 e, un decennio dopo, nel 2006 l’area di centrodestra (comprendente stavolta Casini) raccolse più voti del centrosinistra, ma si ritrovò minoranza in termini di seggi, nel primo caso, per la corsa solitaria del Carroccio (oggi risalito alle performances elettorali del 1996) e, nel secondo caso, per i meccanismi di funzionamento distinti fra Camera e Senato del vigente sistema elettorale. Egemonia era, egemonia è rimasta. E stavolta promette di consolidarsi a lungo termine. Proprio questo dominio del PdL – più di 10 punti sul principale antagonista – fa temere il profilarsi di una sconfitta culturale per la sinistra e per il PD: il centrodestra berlusconiano sembra essere riuscito ad imporre la propria Weltanschauung al Belpaese. Così, grazie ad una sapiente ed efficace strategia mediatica e comunicativa, il Cavaliere ha veicolato e imposto la sua immagine di “uomo del fare”, di Presidente del Consiglio che esalta la concretezza, la produttività, il cambiamento e si tiene in costante sintonia diretta con il “suo popolo”. Ancora, sotto la forte spinta leghista, è stata posta in primo piano l’emergenza criminalità, legata eo ipso all’immigrazione extra-europea, politicizzando così il tema della sicurezza interna dei cittadini. Il centrodestra si è eretto a difensore di tutti gli italiani spaventati e minacciati delle ondate dei clandestini, proponendosi quindi come il campione dell’ordine e del rispetto della legge, a fronte di una sinistra dipinta come multiculturale e quindi pericolosa ed inaffidabile nella difesa delle fasce sociali più deboli. Queste ultime sono anche quelle più direttamente colpite dalla globalizzazione economica: non sorprende quindi che fra gli operai il 20 per cento in più si riconosca nel PdL rispetto al PD. Anche dal punto di vista dei valori tradizionali e cattolici, è stato il centrodestra a rappresentarsi come l’argine contro le presunte derive relativiste e libertarie che minaccerebbero l’omogeneità, l’aggregazione, nonché l’identità sociale della nazione. A questo si aggiunga l’impulso – un mix di politica d’immagine e di azione concreta – dato al federalismo fiscale, alla lotta contro gli sprechi e le inefficienze burocratiche, alle volontà di riforma del sistema scolastico, alla contrazione della pressione fiscale, alla ripulitura delle strade di Napoli e, ora, alla ricostruzione in Abruzzo. Il risultato è che il messaggio dell’attuale maggioranza è diventato il messaggio vincente nell’Italia all’inizio del nuovo secolo. Il PD, dal canto suo, sta arrancando, come dimostra la perdita di almeno 7 punti percentuali rispetto a solo un anno addietro. I problemi però stagnano a monte. Innanzi tutto, il leader del “Lingotto”, Walter Veltroni, si è dimesso, trascinando con sé le ambizioni di partito a vocazione maggioritaria. Sul piatto, allora, ritorna prepotentemente il tema delle alleanze elettorali: il partito resta “strabico”, tirato per la giacca verso il centro o verso sinistra, a seconda dell’orientamento politico dei proponenti (e permane l’incognita del rapporto con Di Pietro). A dispetto delle idee, la pratica sancisce che il nodo rimane un rebus irrisolto. Inoltre, il progetto risulta pesantemente penalizzato dal suo “peccato originale”: la mancata definizione di un’identità precisa, quel core di valori condivisi e difesi, dal quale discenderebbero molte soluzioni ai propri mali. Ancora si discute se il partito rappresenti la Sinistra (riformista) oppure il Centro, e lo staccato interno fra laici e cattolici non è certo completamente sanato (vedasi fecondazione assistita, coppie di fatto, testamento biologico). In tema di riforme elettorali ed istituzionali, i distinguo non mancano: dal doppio turno di collegio (ormai accantonato), al ritorno al Mattarellum; dal sistema tedesco al Vassallum spagnoleggiante, con i “sì” al referendum del 21 giugno sempre più incerti. Infine, sul federalismo si è optato per l’astensione. Di fronte a questa indecisione endemica, l’immagine dirompente di un Berlusconi unificatore e trascinatore del proprio schieramento (diviso, ma riunito dal carisma del leader) risalta ancora di più. Del resto, per vincere la battaglia culturale nella società bisogna prima elaborarla e risolverla all’interno delle proprie mura.

biassoni_davide@yahoo.it




Gianfranco Aurisicchio
Fiat-Chrysler-Opel, Matrimonio a tre

Il caso Chrysler, con la decisione dell’Amministrazione Obama di concedere ai sindacati una partecipazione nel capitale sociale, è un segno dei nuovi tempi scaturiti da questa crisi economica: forse l’alba di un nuovo capitalismo, un’evoluzione per certi aspetti delle corporazioni medievali o un nuovo modello di socialismo reale, in cui i lavoratori entrano nel capitale dell’azienda per cui lavorano. Qualcosa a cui già il nostro Adriano Olivetti aveva pensato.
Il piano dell’Amministrazione Obama è dunque iniziato con la più piccola delle tre sorelle di Detroit, Chrysler appunto, che con Fiat inizierà un nuovo “lease on life” come l’ha definito lo stesso Obama, con un nuovo assetto societario: i lavoratori, rappresentati dal sindacato UAW, avranno il 55% del capitale ed un posto nel consiglio di amministrazione, Fiat deterrà il 20% del capitale, con un’opzione per salire al 35%, e tre seggi nel board, il governo americano parteciperà alla nuova società con l’8% del capitale e quattro seggi, mentre il governo canadese deterrà il 2% del capitale.  Fiat si è impegnata a condividere la propria tecnologia sui motori a combustibile a cella e ad iniettare nella nuova società capitali freschi, avendo come controparte l’accesso alla rete di dealers americani.
La posta in gioco nel caso Chrysler per Obama era di un certo peso: oltre 50.000 impiegati negli USA e in Canada, che la Casa Bianca vuole tutelare evitando una lunga bancarotta in piena crisi economica che distruggerebbe la società, ed un sogno ambizioso: quello di innescare una rivoluzione verde nel settore automotive inducendo le aziende, con la scusa della ristrutturazione economica, a riconvertire la produzione verso modelli più efficienti e tecnologie verdi.
Il piano Chrysler dell’amministrazione americana non è piaciuto naturalmente ai puristi e ai teorici del libero mercato, coloro per i quali lo stato deve tenersi alla larga dall’economia, poiché di fatto con questo piano sono stati favoriti i creditori junior, come i lavoratori, a spese dei creditori seniors garantiti, sovvertendo la prassi e le norme di legge.  E quegli hedge-funds che si sono opposti all’operazione sono stati bollati da Obama, e dall’opinione pubblica, come speculatori senz’anima.
E proprio a causa dell’opposizione di alcuni creditori Chrysler ha dovuto iniziare le procedure per la bancarotta, in realtà un’amministrazione controllata nell’ambito della fattispecie del Capitolo 11 della legge americana sui fallimenti societari, così da potersi ristrutturare senza dover liquidare gli assets per far fronte ai creditori.  In questo contesto è stato possibile per Chrysler partecipare alla fusione con Fiat attraverso il meccanismo d’asta dei principali assets in cui Fiat è appunto il nuovo acquirente.
Dopo aver accompagnato Chrysler nella bancarotta soft da ristrutturazione e rilancio, Obama ed il suo team di advisors economici sperano adesso nel suo effetto leva per indurre cambiamenti pesanti anche in General Motors, una società ben più grande e complessa di Chrysler.  Il messaggio implicito per GM è infatti quello che non ci sarà certamente un libretto di assegni pronto per far fronte agli ingenti debiti, piuttosto l’unica soluzione è la ristrutturazione pesante, possibilmente un nuovo modello di business, per mezzo o no della bancarotta “chirurgica”, controllata e pilotata. E la minaccia della bancarotta è soprattutto importante per gli obbligazionisti di GM, affinché rinegozino il debito con la casa automobilistica e le permettano di uscire dalla crisi.  GM d’altro canto spera che il suo piano di ristrutturazione sia approvato dalla Casa Bianca così com’è, possibilmente senza ulteriori tagli: al momento prevede l’eliminazione di 47 mila posti di lavoro nel mondo, la chiusura di una dozzina di fabbriche negli USA, l’eliminazione di quattro brands, e la chiusura di 2600 concessionarie.
Con GM il gioco sarà più duro, poiché in questo caso non è solo questione di contabilità di bilancio (far quadrare i conti) ma è soprattutto una questione politica. Se con Chrysler il grosso del debito era detenuto “solo” da 46 grandi prestatori, con GM ci sono in ballo decine di migliaia di investitori, tra cui grossi fondi pensione, con un forte appoggio a Wall Street.  Nel primo caso il Tesoro americano ha offerto 2 miliardi di dollari agli obbligazionisti, con GM offrirà solo azioni: 225 per ogni 1000 dollari di debito detenuto. Comunque Obama sembra avere ancora il coltello dalla parte del manico: l’alternativa per gli obbligazionisti è di accodarsi alla lunga lista di creditori che in caso di bancarotta di GM prenderanno davvero poco, visto il valore del titolo azionario.  Industrialmente per GM la faccenda è comunque ancora più complicata, visto che non esiste nessun partner straniero pronto ad investire e ad aiutare la società a seguire le direttive della Casa Bianca: di riconvertirsi cioè in produttore di auto “verdi” a bassa emissione e a tecnologia efficiente.  E’ prevedibile tuttavia che questo obiettivo potrà ad un certo punto collidere con la profittabilità: non è chiaro infatti se auto più piccole e a bassa emissione potranno essere competitive, o almeno per quanto tempo, con quelle prodotte da parte di Toyota e Honda o con la prossima ondata di auto in sviluppo in Cina.
Nel frattempo sembra che Fiat abbia preso gusto all’internazionalizzazione e allo shopping around: sostanzialmente concluso il deal con Chrysler grazie all’appoggio del governo americano – Marchionne diventerà infatti anche l’amministratore delegato di Chrysler – e dopo aver avviato negoziati formali con Opel in Germania, adesso Fiat punta anche a Saab, altro auto-maker (svedese) della costellazione GM.  E sembra che proprio GM sia il target non tanto occulto delle mire espansionistiche di Marchionne, visto il suo interesse anche per le operazioni di GM in America Latina, in piena coerenza con la propria strategia di rilancio della Fiat come soggetto economico globale dopo il periodo nero dovuto al crollo della sua reputazione e credibilità.
Anche per Opel Fiat sembra essere riuscita ad ottenere l’aiuto del governo tedesco, che la sosterrebbe nel prenderne il controllo. In questo caso Fiat investirebbe tra i 5 ed i 7 miliardi di euro. Tuttavia esistono ancora dei contrasti, sia con il governo della cancelliera Merkel, la quale in vista delle elezioni legislative di settembre chiede una serie di garanzie, tra cui il mantenimento dei posti di lavoro e la riduzione dell'intervento dello stato nell'azienda, sia con i sindacati tedeschi, che temono riduzioni drastiche di personale a seguito di tagli alla produzione e la chiusura di alcuni dei quattro stabilimenti della Opel in Germania. Ed esiste anche un problema culturale, in quanto lo stile gestionale italiano di Fiat potrebbe entrare in conflitto con la cultura d’impresa tedesca.
C’è da chiedersi a questo punto, come in effetti ci si è chiesti alla Commissione Europea, dove Fiat vada a prendere tutti i soldi per queste grandi compere.  Il recente successo della nostra casa automobilistica è dovuto in gran parte, oltre certamente alla leadership e visione strategica di Marchionne, al mercato domestico ed europeo che fino a un paio di anni fa ha sostenuto la ripresa finanziaria della società e soprattutto grazie ai soliti aiuti di stato, che sotto forma di incentivi alla rottamazione, hanno abbondantemente incoraggiato il Buy Fiat e quindi la crescita della società.  In caso di finanziamento delle operazioni di merger o acquisition con debito, non mi sembra questa una mossa particolarmente strategica o lungimirante, poiché anche sei i tassi d’interesse sono bassi, una società sovraindebitata può avere forti constraints in operazioni di restructuring industriale e riposizionamente di mercato, come il caso americano sembra suggerire e come potrebbe essere anche la realtà europea se la Commissione dovesse forzare in tal senso a seguito della pressione ambientalista, col rischio di un fallimento su tutta la strategia competitiva. In effetti i vari accordi di investimento e acquisizione rispecchiano proprio la necessità delle case automobilistiche di finanziare investimenti nelle nuove tecnologie.
Che gli automakers debbano consolidarsi per sfruttare appieno le economie di scala del business, è ormai una verità accertata, considerati i relativamente bassi margini di guadagno in termini percentuali sulla vendita di un’automobile, troppo bassi per garantire crescenti investimenti. Che è necessario unire le forze per sostenere la ricerca e lo sviluppo nel produrre auto ad alta tecnologia e meno inquinanti e riuscire a tagliare i costi generando un profitto che sostenga gli investimenti, è cosa pur sempre condivisa.  Che quindi ci siano al mondo troppi automakers per la domanda di un mercato ormai saturo, questo è pur vero e pacifico.  E se anche dovesse aprirsi e svilupparsi a breve il mercato africano, può comunque essere servito da un numero minore delle attuali case automobilistiche. Che questa crisi favorirà, come già sta avvenendo, la concentrazione e i mergers & acquisitions nel settore – vedi il recente accordo tra Porsche e Volkswagen – è cosa sotto gli occhi di tutti, ma che debba essere Fiat il protagonista di questa ondata sembra un passo più lungo della gamba: riuscirà Fiat a sostenere in realtà l’ambizione di Marchionne di creare e dirigere un grande gruppo mondiale nell’automotive?

http://gianfrancoaurisicchio.blogsome.com



Valentina Pasquali
Uno Stress Test poco stressante

Washington D.C. – Il Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke e il Ministro del Tesoro Timothy Geithner hanno reso pubblico giovedì l’esito del cosidetto ‘stress test’, condotto per volontà del Presidente Barack Obama sulle 19 più importanti istituzioni finanziarie degli Stati Uniti (che assieme gestiscono i due terzi dei risparmi del paese). L’annuncio dei risultati è stato accolto con moderata soddisfazione, dopo che molti economisti, investitori e analisti avevano temuto il peggio.
La dettagliata revisione dei conti degli istituti di credito in questione è stata effettuata al fine di determinare lo stato di salute del sistema finanziario americano e potrebbe comunque portare a ulteriori iniezioni di liquidità da parte del governo nelle banche in maggior difficoltà.
Nonostante alcuni istituti di credito siano ancora ritenuti a rischio, la maggior parte delle banche esaminate paiono in grado di sopravvivere alla recessione senza interventi governativi aggiuntivi e, al massimo, saranno obbligate a cercare nuovi capitali sui mercati finanziari. Questa è una soluzione preferibile sia per l’Amministrazione Obama, che nonostante le molte critiche ricevute si sta dimostrando determinata a non nazionalizzare le banche, sia dagli istituti di credito, preoccupati che ulteriori fondi pubblici significhino anche limitazioni eccessive del proprio operato.
Alla conclusione dello ‘stress test,’ il Ministero del Tesoro e la Federal Reserve hanno raggruppato le 19 banche sotto esame in tre categorie. J.P. Morgan Chase, Goldman Sachs e American Express sono tra le fortunate a cui il governo ha dato il proprio ok. Queste banche sono considerate in salute e, di conseguenza, potranno continuare a funzionare regolarmente.
Bank of America, Citigroup, Wells Fargo sono state incluse in una seconda categoria di istituti di credito, e dovranno invece operarsi per rafforzare le proprie riserve di capitali. Questo, però, non significa che sarà il governo a intervenire direttamente. Bensì, verrà concessa alle banche in questione la possibilità di trovare il capitale necessario sui mercati finanziari, sia piazzando le proprie azioni con piccoli e grandi investitori privati, sia vendendo parte delle proprie operazioni commerciali.
Alcuni di questi istituti di credito stanno anche valutando la possibilità di trasformare il capitale raccolto con la vendita di azioni privilegiate, (che sostanzialmente funzionano come un prestito), tra le quali quelle in mano al governo americano, in azioni ordinarie. Questo perchè i titolari delle azioni privilegiate, che non hanno diritto di voto, hanno però la precedenza nella ripartizione degli utili e nel rimborso del capitale. Le azioni ordinarie dovrebbero garantire le banche più  a lungo in caso di perdite improvvise. La trasformazione di azioni privilegiate in titoli ordinari rappresenterebbe al contempo un rischio maggiore per i contribuenti americani che ne hanno originariamente finanziato l’acquisto. Il valore degli investimenti fatti dal governo finirebbe infatti per intero in balia della borsa.
Nel caso in cui queste misure non dovessero rivelarsi sufficienti, allora il governo sarà obbligato a intervenire. “Il nostro governo, attraverso il Ministero del Tesoro, è pronto a mettere a disposizione  qualunque ammontare di capitale sia necessario a garantire che il nostro sistema bancario sia in grado di affrontare questa difficile crisi economica,” ha dichiarato Bernanke alla pubblicazione dei risultati dello ‘stress test’.
Infine, vi sono quegli istituti finanziari che più probabilmente dovranno accettare fondi pubblici aggiuntivi, perchè troppo indeboliti per trovare finanziatori privati.  GMAC (il braccio finanziario di General Motors) è tra i candidati.
In tutto, fra investimenti privati e possibili interventi governativi, lo ‘stress test’ ha stabilito che, delle 19 banche sotto inchiesta, 10 dovranno trovare capitale aggiuntivo per un totale di 74,6 miliardi di dollari, assai meno del previsto.
È probabile che gli istituti di credito che hanno dimostrato di godere di buona saluta cerchino di convincere l’Amministrazione Obama a lasciargli ripagare gli aiuti governativi ricevuti durante il corso degli ultimi mesi. Il Tesoro ha già reso noto che consentirà alle banche di liberarsi dei fondi pubblici solo nel caso siano in grado di provare che non hanno più bisogno di appoggiarsi a alcun programma finanziato dai soldi dei contribuenti americani.
Va detto che una delle premesse dello ‘stress test’ era che le banche in analisi avrebbero dovuto affrontare, nei prossimi mesi, una situazione economica difficile ma non impossibile. Se la crisi dovesse peggiorare ulteriormente, anche l’esito di questo studio dovrà forse essere rivalutato. Il Ministro del Tesoro Geithner, in una conferenza stampa giovedì sera, si è detto soddisfatto dell’esperimento portato a termine, ma ha aggiunto: “C’è ancora molto lavoro da fare per mettere a posto il sistema."

valentina.pasquali@gmail.com



Simone Comi
Pakistan: una polveriera pronta ad esplodere ed incendiare la regione asiatica

I recenti colloqui tra il premier afghano Hamid Karzai ed il presidente pakistano Asif Ali Zardari potrebbero portare significativi miglioramenti nelle relazioni tra i due paesi, i cui Governi sono tra i maggiormente coinvolti nella lotta al terrorismo internazionale. Al termine degli incontri ufficiali anche il Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton ha definito di fondamentale importanza la ritrovata intesa tra i due leader rispetto alla collaborazione nella lotta alle cellule di combattenti di Al Qaeda che creano instabilità ed esercitano il controllo sulle regioni di confine tra i due paesi.
Al momento la situazione in Pakistan sembra però tutt’altro che tranquillizzante. Al suo arrivo a Washington, Asif Zardari ha definito impossibile l’eventualità che cellule terroristiche legate ai talebani riescano ad attaccare e prendere il controllo dei siti in cui è dislocato l’arsenale nucleare pakistano. Le parole di Zardari nascondono probabilmente la volontà di rassicurare un partner fondamentale rispetto alla capacità del Governo di Islamabad di mantenere il controllo di una situazione che sembra farsi ogni giorno sempre più preoccupante. Molti analisti ritengono infatti il paese una polveriera pronta ad esplodere ed alcuni eventi indicano che anche gli alti ufficiali del CENTCOM (Central Command) statunitense ritengono la situazione più pericolosa di quanto non venga invece presentata dagli organi di stampa internazionali.Nel corso dell’ultima settimana il CENTCOM avrebbe infatti vietato la visita in Pakistan di Patrick Cronin, Direttore dell’Istituto Nazionale di Studi Strategici alla National Defense University. Atteso nel paese per una serie di incontri con i rappresentanti delle Forze Armate e dei Servizi di Intelligence, Cronin avrebbe inoltre dovuto compiere una missione esplorativa in modo da poter valutare l’attuale situazione politica interna. Motivazione addotta dal CENTCOM per la mancata visita: mancherebbero le condizioni minime di sicurezza per garantire l’incolumità di Cronin durante gli incontri. Secondo gli alti ufficiali statunitensi sarebbe quindi più sicuro visitare Baghdad che il Pakistan.
Non sarebbe da escludersi l’ipotesi che la Casa Bianca ed il Dipartimento di Stato decidano di assicurare comunque ulteriore appoggi economici e militari alla leadership pakistana affinché questa riesca a riportare stabilità in quelle regioni che sembrano essere sotto il completo controllo delle cellule legate ad Al Qaeda. Potrebbe quindi essere messo in discussione entro breve il recente accordo con le fazioni talebane moderate, voluto da Zardari per tentare di fermare l’avanzata dei gruppi fondamentalisti che nelle ultime settimane dalla regione dello Swat sarebbero giunti a controllare anche il Buner ed il distretto di Shangla. Anche la situazione afghana non sembra essersi stabilizzata negli ultimi mesi e Barack Obama ha dichiarato di voler richiedere al Pentagono un ulteriore aumento degli effettivi schierati in modo da poter contrastare eventuali offensive talebane. La situazione appare quindi preoccupante poiché segnata da un’instabilità che sembra lentamente propagarsi anche fuori dai confini del paese guidato da Karzai e al momento è difficile poter fare previsioni su quale potrebbe essere il futuro della regione. Le prossime elezioni afghane potrebbero aprire nuovi scenari così come l’instabilità pakistana potrebbe costringere gli Stati Uniti ad intervenire in maniera più decisa per contrastare i talebani anche nelle regioni pakistane più lontane dai confini con l’Afghanistan.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com



Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa/ Elezioni europee… Ma di cosa stiamo parlando?

Con l’avvicinarsi delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, si dovrebbe aprire un dibattito politico di respiro europeo in ogni Paese membro, un dibattito su tematiche e questioni politiche europee: sulla visione politica dell’Europa per i prossimi anni di legislatura. Cosa accade invece?
Guardiamo al caso specifico dell’Italia. In questo inizio di campagna elettorale non si parla di temi politici di rilievo europeo. Non si parla, per esempio, del bilancio dopo i primi 5 anni di allargamento. Né si parla dei nuovi equilibri istituzionali che dovrebbero essere determinati dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, e, in particolare, dell’accresciuto rilievo del Parlamento europeo: ci si limita a metter su il disco del “deficit democratico”, cronico almeno quanto l’atteggiamento semplicistico con cui spesso si affronta una questione centrale come questa. Non ci si confronta sul ruolo giocato dall’Europa nel G20 di Londra sulla base dei risultati conseguiti in quella sede. Tanti altri potrebbero essere gli esempi… Ma soprattutto non si dà adeguato spazio al tema – centrale e decisivo – dell’impronta da dare all’integrazione europea oggi: ancora “intergovernativa” o soggetto politico dotato di una propria autonomia?
Lasciano attoniti cartelloni pubblicitari come quello del PD in cui si legge “L’Europa si occupa dei posti di lavoro. Berlusconi no” – dov’è il contenuto politico di questo slogan? Dice qualcosa di a) significativo b) nuovo c) – soprattutto - europeo? Per non parlare di articoli come quello di qualche settimana fa di Beppe Severgnini, il quale – “italians” più che mai – scriveva “Votare l’Europa e sentirsi fessi”. E ancora: “Forse rassegnato, certo allibito, vagamente nauseato. Fesso, no. Non voterò alle Europee il 7 giugno. […] Dico, avete visto chi vogliono candidare? Vecchi delusi, giovani amiche, soliti trombati, parenti invadenti, ex potenti indigenti, funzionari sconosciuti”. Domanda: un intervento del genere favorisce un miglioramento della situazione politica o del dibattito? È in qualche modo costruttivo? O, è, forse, una forma di protesta qualunquista nei toni, che va piuttosto ad alimentare un atteggiamento fin troppo diffuso di superficiale disimpegno rispetto alle tematiche politiche europee?
Ad un certo punto Severgnini scrive: “Diciamolo: in fondo la scelta di Berlusconi di candidarsi ovunque — pur sapendo che all'Europarlamento non metterà mai piede — è sfacciatamente sincera. Vuol dire: «Queste elezioni non contano un fico secco, »”. Ora: siamo davvero sicuri che l’Autore non sia incorso in un errore di valutazione? Se Berlusconi ritenesse che queste elezioni non contassero un “fico secco”, davvero ci metterebbe il suo faccione? Allora riteneva lo stesso per le amministrative in Italia (si pensi a quelle in Abruzzo prima e Sardegna poi): dove sarebbe la differenza? A conferma di ciò – e contro un’interpretazione schiacciata sul rilievo politico meramente nazionale di questa campagna - Berlusconi punta alla Presidenza del Parlamento europeo, e si sta impegnando in prima persona per la candidatura di Mario Mauro in un “tour elettorale” ai massimi livelli istituzionali in giro per l’Europa (si pensi al suo recente viaggio a Varsavia).
Insomma, questi i toni del dibattito politico italiano sull’Europa. Il bello è che non solo li si alimenta, ma poi ci si lamenta pure della disaffezione dei cittadini rispetto all’Europa!?! Questa situazione è, nella sua mediocrità, rassicurante per i tanti lettori intorpiditi e i tanti studiosi che si crogiolano nel ripetere tesi studiate anni addietro e che vengono sistematicamente tirate fuori e ripresentate ad ogni occasione come il vestito della festa. Eppure l’Europa di oggi non affronta gli stessi problemi di quella di ieri: l’Europa della crisi finanziaria ed economica dovrebbe dare spunti diversi!
Si dice spesso che “l’Europa non attira”. E vorrei ben vedere! Cosa passa dell’Europa? In genere funeree previsioni (che – si badi bene - quando smentite dai fatti successivi non vengono mai rettificate dagli stessi “profeti di sventura”) o lagnose ripetizioni di cose dette e ridette. Perché allora il cittadino dovrebbe scomodarsi e partecipare ad una “cosa” così “triste”? I toni adoperati sono molto importanti per la costruzione della lontananza dei cittadini nazionali da una possibile coscienza civica europea.
Chiudo, allora, richiamando la “visione” europea di “Schuman” (il prossimo 9 maggio ricorre il 59° anniversario). Uno stralcio che è una boccata d’aria: di idee fertili, capaci ancora oggi di alimentare una riflessione ed un dibattito davvero politici: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un'Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. […] L'Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. […] Se potrà contare su un rafforzamento dei mezzi, l'Europa sarà in grado di proseguire nella realizzazione di uno dei suoi compiti essenziali: lo sviluppo del continente africano. Sarà così effettuata, rapidamente e con mezzi semplici, la fusione di interessi necessari all'instaurazione di una comunità economica e si introdurrà il fermento di una comunità più profonda tra paesi lungamente contrapposti da sanguinose scissioni. Questa proposta, mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità, le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, costituirà il primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace”.
Nei prossimi numeri di questa rubrica proveremo a mettere in luce i temi politici di maggior rilievo nell’Unione europea oggi: un tentativo, nel nostro piccolo, di dar voce all’impegno reale ed agli obiettivi politici dell’Europa che c’è.

mariodiciommo@yahoo.it



 


Valerio Pulga
Internet, copyright & new hardware/ Oggi illusioni, domani realtà?

Il 21 dicembre 2012 sarà la fine del mondo … o almeno lo sarà secondo i sostenitori del movimento New Age. Che peccato! Ci hanno appena comunicato che nel 2012 avremo un disco in grado di  contenere 500 gigabyte (100 dvd) e…fine del mondo! O forse dovremmo immaginarci che la fine del mondo sarà quando si avvererà la sconvolgente notizia apparsa oggi sul Corriere della Sera: “La battaglia del copyright è a un punto di svolta”… grazie agli esperimenti e all’esperienza acquisita nel settore della musica, cioè la merce più contrabbandata nel mare virtuale!
Internet e la tecnologia di memorizzazione sono due universi ancora da perlustrare e da comprendere nella loro relazione di simbiosi – antitesi: un mondo virtuale per eliminare supporti reali, supporti reali per salvare oggetti virtuali. Ogni giorno o quasi appare un articolo che ci svela l’avvento di una nuova era. Basta pirateria informatica: eppure è dalla nascita di internet che si prospetta questo “miracolo”! Basta copyright ad oltranza al fine di disincentivare l’uso indiscriminato della condivisione di file (Emule - BitTorrent): eppure paghiamo ancora oggi 20 euro un cd degli anni 90! Questa volta però dicono che sarà diverso: dicono che noi utenti sentiamo la  necessità di eliminare quello spreco di carta che sono i libri e i giornali “reali”,  eliminare quei  fragili ed ingombranti cd e dvd e, soprattutto, liberarsi dal fastidio di doversi recare in un negozio! Non sono le aziende a voler tagliare i costi; siamo noi consumatori che sogniamo di trovarci seduti su un prato di montagna a leggere il nostro bel libro virtuale, che costerà come il libro reale, sul nostro pc portatile dal costo “reale” che “realmente” si scaricherà a 10 pagine dalla fine!
Insomma, ci dicono che siamo ansiosi di spendere 320 euro per pc + libro virtuale invece dei 20 del libro reale per leggere mentre siamo rilassati in montagna! Comunque, non ci dobbiamo preoccupare, perché una notizia positiva c’è: in cambio di tutto ciò, liberalizzeranno alcuni prodotti dal copyright! Ma per favore…. altro che gestione del copyright! Già oggi Microsoft negli aggiornamenti infila programmi che controllano tutto, anche quanti click fai col mouse! Il Mercato non sacrificherà mai degli introiti; saremo noi utenti a perdere sempre più la nostra privacy soffocati da programmi spia che controlleranno ogni nostra mossa sul web! Compreremo libri, giornali, film, musiche e giochi che nel 2012, anche se per pochi mesi, potremo registrare sul nostro bel disco da 500 gigabyte, il quale verrà letto grazie allo sviluppo della memoria olografica…Già, la memoria olografica; una tecnologia che doveva già esistere nel 2006, ma di cui oggi abbiamo solo una previsione di uscita! Per i Maya il 21 dicembre 2012 non sarà la fine del mondo, ma l’inizio di una nuova era: che sia l’era in cui si imparerà prima ad utilizzare appieno il “blu-ray” di turno invece di fantasticare su progetti più volte decaduti? L’era in cui il diritto d’autore non sarà la fonte di eterna ricchezza per pochi eletti, ma la base per una conoscenza condivisa?

huntervl@hotmail.it



Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 8 maggio 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP, per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane. Il 23 aprile il neo AD Stanca è volato a Parigi dove è stato convocato dal Bie in ordine allo stato di avanzamento dei lavori.
"Sono molto soddisfatto - ha detto Stanca in conferenza stampa - degli incontri avuti a Parigi; l'obiettivo fondamentale nei prossimi mesi sarà quello di raggiungere entro il 1° maggio 2010 la registrazione al Bie così da poter iniziare a colloquiare con i vari Paesi interessati a partecipare all'esposizione" spiegando che entro maggio formerà la struttura che opererà all’interno della Società di Gestione. Ha aggiunto che "la prima priorità e' di formare una squadra di grosso valore professionale e molti di loro verranno dal mercato. Saranno tutti italiani", perchè "l'Expo e' un fatto mondiale e dobbiamo saper agire a livello mondiale”.
Infine ha concluso dicendo “possiamo lanciare la consultazione con i cittadini nella prima quindicina di maggio, attraverso gazebo e un sito internet e a maggio faremo molte cose, tra cui anche il prossimo Cda di Expo 2015 Spa”.
Da quanto si è appreso l’intenzione di Stanca è di presentare al prossimo Cda della Società previsto per l’11 maggio la struttura della società e larga parte del team operativo che verrà coinvolto (si parla di 5/6 manager di direzione che come detto da Stanca “……riporteranno direttamente a me……”).
Tagliente il giudizio espresso da Filippo Penati lo scorso 4 maggio “Dopo aver perso un anno, hanno nominato Lucio Stanca come amministratore delegato. In un mese non ha neppure riunito un Cda, anche se si è guadagnato i suoi bei 40 mila euro da ad, oltre a quelli che prende come parlamentare. Così, siamo capaci tutti...”.
Il 27 aprile si è svolta presso la sede della Provincia di Milano la premiazione del bando "Expo dei Territori: verso il 2015" nel corso della quale sono stati premiati i migliori 42 progetti presentati da 170 organizzazioni e dai loro partner (524 in tutto) su temi quali l’agroalimentare, l’energia l’ambiente, l’accoglienza e il turismo. Il bando, finalizzato a favorire, accompagnare e dare supporto alle progettualità più significative della Provincia in vista di Expo 2015, è stato un grande successo in termini di partecipazione. I progetti vincitori del Bando entrano ora a far parte del "Parco Progetti Expo dei Territori" e potranno godere di una visibilità a livello nazionale ed internazionale e di un accompagnamento nella ricerca di partner e/o finanziamenti. I 5 migliori progetti per ogni asse tematico saranno presentati alla Società di gestione di Expo 2015 per rendere possibile un efficace coordinamento con gli altri interventi legati all'organizzazione dell'Esposizione universale.
L’elenco dei progetti è consultabile al sito: http://www.milanomet.it/it/ultime/27-aprile-2009.html
Il 28 aprile è stato ufficialmente presentato al Sindaco Moratti un documento di proposta sottoscritto da oltre 250 fra architetti, liberi professionisti, imprenditori, storici, rappresentanti della società civile nato nelle scorse settimane durante una serie di incontri organizzati dall' Ordine degli Architetti di Milano su alcune esperienze di Esposizione degli ultimi anni dal titolo “Milano 2015. Verso l?expo e oltre” (vedere
www.ordinearchitetti.mi.it).
Il documento punta ad ottenere un sostanziale riorientamento e revisione del programma della manifestazione da concordare con il Bie; alla luce infatti di precedenti edizioni ed in considerazione anche della crisi economica, la proposta lanciata è quello di realizzare un “Expo diffusa”, cioè a dire ridurre la realizzazione di nuovi padiglioni a Rho-Pero (che a conclusione della manifestazione verrebbero demoliti o potrebbero diventare zone abbandonate e dimesse) puntando piuttosto ad una messa a sistema e ottimizzazione dei tantissimi spazi espositivi e aggregativi che Milano già offre (ad es. il Portello, l' hangar di viale Sarca, il velodromo Vigorelli, la Triennale, il Castello Sforzesco, il Museo della Scienza e della Tecnologia oltre agli spazi espositivi del Fuori Salone).
Il documento e la relativa raccolta di adesioni è visionabile all’indirizzo http://www.emiliobattisti.com/studio/eventi/expo/petiz/petizione.asp
Fra i firmatari il consigliere regionale del PD Riccardo Sarfatti che ha pubblicamente invitato il Sindaco a convocare al più presto una Conferenza territoriale che, sfruttando l’occasione di Expo 2015, riavvi anche un ampio e partecipato dibattito pubblico sul futuro della città.
Da fonti di stampa si è appreso che il Comune e la Società di gestione hanno praticamente già deciso il trasloco dell’Ortomercato nella zona di Rho Pero a conclusione dell’Expo; addio dunque al referendum annunciato giorni fa, o meglio ai milanesi non si sa bene cosa si andrà a chiedere (Stanca ha dichiarato semplicemente che sarà “una prima presa di contatto fra l’Expo e la cittadinanza”….buffo che il nuovo AD dica una cosa del genere…quasi a confermare indirettamente che da settembre 2006 - momento di annuncio della candidatura - non si sia mai coinvolta la cittadinanza milanese). Quasi certo che non si chieda più – ma ancora non si sa ancora con certezza - di scegliere l’eredità del 2015 tra tre possibili destinazioni (ovvero la nuova Città del gusto, il trasloco del tribunale e del carcere di San Vittore, l’apertura dell’Agenzia dell’Innovazione) dal momento che appunto si è già tenuto il primo incontro fra Comune, Società di gestione, Consulta degli Architetti e rappresentanti delle realtà commerciali che operano all’Ortomercato di Via Lombroso appunto sul trasferimento di questo all’area del sito espositivo.
Altri eventi:
-          Il 27 aprile il Presidente della Provincia di Cremona Giuseppe Torchio ha presentato il “Patto per lo Sviluppo”, che ha permesso di individuare specifici progetti riguardanti il territorio cremonese da inserire nell’Accordo quadro di sviluppo territoriale di iniziativa regionale.
-          Il 28 aprile è stato siglato un Protocollo di collaborazione per la promozione e lo sviluppo turistico fra Milano e Como sottoscritto dal Sindaco Letizia Moratti il Presidente della Provincia di Como Carioni. Alla base del protocollo d'intesa l’intenzione di creare dei pacchetti turistici congiunti perchè chi verrà a Milano per l'Expo sia incentivato a visitare anche il territorio comasco e le potenzialità che questo offre.
-          Il 28 aprile si è tenuto a Varese presso l'Aula magna dell'Università dell'Insubria una seduta del Tavolo territoriale dedicato all'Esposizione Universale del 2015 e promosso dagli assessori regionali Massimo Buscemi e Luca Daniel Ferrazzi. Nel corso dell’incontro sono stati illustrati i 70 progetti per Varese legati all'Expo.
-          Il 29 aprile è stato firmato a Parma un Protocollo - sottoscritto dal Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali Maurizio Sacconi, dal Sindaco di Milano Letizia Moratti e da quello di Parma Pietro Vignali – sul tema della sicurezza alimentare. Il documento fa seguito all’accordo siglato nel dicembre 2007 dagli stessi due sindaci a sostegno della candidatura milanese per Expo 2015.
-          Il 4 maggio si è tenuto presso l’archivio di Stato di Milano il convegno dal titolo Metropoli Doc Expo 2015: Le donne nutrono il pianeta”, promosso dall’Associazione Fiorella Ghilardotti con il patrocinio della Provincia di Milano, in cui esperte, operatori e operatrici della filiera agroalimentare, rappresentanti nazionali hanno discusso sul ruolo della donna in questa filiera, sul ruolo strategico della creatività femminile nell’attuale crisi economica ed alimentare con l’intento di mettere a fuoco progetti e iniziative in vista di Expo 2015. Presentati anche i risultati di un sondaggio realizzato da SWG sul rapporto fra l’universo femminile ed Expo 2015.
-          Il prossimo 13 maggio si terrà a Milano un incontro presso la basilica di Santa Maria delle Grazie nell’ambito del ciclo “I giorni di Milano” organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera, Editore La Terza e Comune di Milano dedicato all’Esposizione del 1906 tenutasi a Milano (per chi volesse saperne di più http://www.laterza.it/pod-milano.asp)

Alla prossima.

Ps.
La vicenda del doppio incarico di Stanca mi induce ad una riflessione: al Ministro Brunetta (di cui apprezzo molto buona parte del suo operato) mi permetto di suggerire sommessamente di evitare di usare espressioni quali “mi fa letteralmente schifo” oppure “mi fa venire l’orticaria” quando fa riferimento a ciò che ha definito sul Corriere della sera del 6 maggio “la mitologia del precariato”….o per lo meno di avere la sensibilità e l’intelligenza (che gli si riconosce) di usarle anche in riferimento ad altri accadimenti a partire, ad esempio, da quello appunto del doppio incarico di Stanca oppure a notizie come quelle su altri sprechi e privilegi nella PA….vedere l’articolo di Rizzo sullo stesso numero del Corriere.

s.florio@libero.it


Raffaele Mauro
Manifattura e medie imprese: la spina dorsale dell’economia italiana

La provincia italiana non è affatto provinciale*. Con questa affermazione si potrebbe riassumere l’anima del testo di Antonio Calabrò, un saggio che sottolinea l’importanza del diffuso tessuto industriale presente sul territorio italiano. In esso è presente uno sciame di aziende, in prevalenza medie imprese che operano nel settore manifatturiero, che ha letteralmente trainato il PIL e le esportazioni italiane nel corso di una fase storica caratterizzata dalla stagnazione. Infatti, negli ultimi anni l’economia del nostro paese ha affrontato una fase di difficoltà acuta, essendo in molti ambiti incapace di cogliere il treno della globalizzazione. Allo stesso tempo, uno zoccolo duro, una “minoranza virtuosa” di contesti innovativi, ha invece puntato al rialzo, impegnandosi nei mercati internazionali, innovando e posizionandosi in zone elevate della catena del valore.
L’autore descrive come nell’Italia del “profondo nord”, nei distretti, nelle province industrializzate, alcune aziende abbiano raggiunto vette elevate di eccellenza produttiva, diventando in alcuni casi leader nei rispettivi settori. Una spinta che si manifesta in modo spiccato nelle “quattro A” dell’eccellenza italina: alimentare ed enogastronomia, arredamento e casa, abbigliamento e moda, automazione-meccanica-plastica. I territori in cui queste imprese sono collocate hanno sviluppato, nel corso degli anni, una vera e propria cultura manifatturiera, un DNA caratterizzato dallo spirito di impresa e dalla capacità di innovare. Infatti, l’Italia ha successo quando è in grado di offrire, per utilizzare l’espressione di Carlo Cipolla, “cose nuove che piacciono al mondo”. Questa lezione secolare è stata incarnata da alcuni contesti produttivi: si pensi a Illy, Brembo, Loccioni, Luxottica, Ferrari e molte altre aziende che riescono a cavalcare e orientare i propri mercati.
Secondo Calabrò, con il dispiegarsi della crisi finanziaria globale del 2007-09, il sistema industriale italiano dovrà affrontare due sfide importanti. Innanzitutto, riallocare le proprie energie per cogliere le opportunità presenti in Asia: la Cina e le altre nazioni emergenti non possono più essere considerate unicamente come zone di outsourcing produttivo, sono anche, e lo saranno sempre più in futuro, un serbatoio di domanda legata all’emergere delle nuove classi medie.  In secondo luogo, sarà necessario abbracciare in pieno il nuovo paradigma delle tecnologie ecologiche, un’onda di sviluppo che potrebbe contribuire a creare nuove imprese, posti di lavoro e a rendere maggiormente sostenibile il meccanismo della crescita economica. La “svolta ecologica” potrà quindi essere declinata in modo originale nel contesto italiano, nelle sue fabbriche-laboratorio diffuse sul territorio, e potrà essere una chiave per riportare il paese in un percorso di sviluppo stabile, fondato su innovazione e creatività.

* Antonio Calabrò, Orgoglio Industriale – La scommessa italiana contro la crisi globale, Mondadori, Milano, 2009.



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