Gianfranco Aurisicchio
Molto social, poco money
Per la nostra generazione, abituata a cercare e leggere le notizie sul web, i giornali sembrano sempre più qualcosa di old-fashioned, e in America si moltiplicano le grida di allarme dei quotidiani che sembrano sull’orlo del fallimento finanziario per mancanza di lettori-acquirenti. E’ recente, e ancora suona sensazionale, la notizia che il prestigioso New York Times ha dovuto mettere sul mercato parte del nuovissimo, brand-new per dirla all’inglese, grattacielo appena costruito dal nostro Renzo Piano a mid-town Manhattan. In questo scenario può scardinare le nostre certezze di convinti surfisti e investitori nella rete la notizia che una delle più celebrate e grandi ventures del web perde denaro ad una velocità tale da far sembrare i tradizionali, vecchi giornali un investimento sicuro. Questa venture è – surprise, surprise – YouTube, che secondo uno studio di Credit Suisse solo quest’anno costerà a Google, che la comprò nel 2006, 470 milioni di dollari, ovvero di perdita. Al confronto, il Boston Globe, giornale in profonda crisi finanziaria, avrà per quest’anno una perdita stimata di “solo” 85 milioni di dollari: come dire che il Boston Globe è cinque volte più profittevole di YouTube.
Il motivo dietro questo risultato finanziario così poco lusinghiero è simile, e può sembrare strano, a quello dei quotidiani: la pubblicità non copre i costi di esercizio, che per YouTube sono stratosferici. Dall’altronde il modello di business per la rete e la carta stampata, per l’online e l’offline, è più o meno lo stesso: si fa soldi vendendo le copie (per i quotidiani, quota che comunque incide poco) e vendendo spazi pubblicitari. Per internet inoltre i ricavi si riducono alla sola vendita degli spazi pubblicitari. E i giornali che hanno un’edizione online fanno anche fatica a mantenere questo canale profittevole: ovvero la sola pubblicità non basta a garantire un ritorno economico. Ci è riuscito solo il Wall Street Journal, e similmente con modalità simili il Financial Times, che però fanno pagare l’accesso alla loro edizione online. E hanno cambiato il modello di business che invece si è finora imposto, il quale ha abituato noi frequentatori del web a dar per scontata la lettura gratis dei quotidiani online.
Nel caso di YouTube, la pur presente pubblicità non riesce minimamente a coprire i costi e sebbene Google non presenti per la sua società partecipata una suddivisione degli items di spesa nell’Income Statement, possiamo ben avanzare l’ipotesi che le voci di costo maggiori siano dovute all’uso della banda larga su internet e allo storage del content, cioè dei video caricati dagli utenti. Per mettere in rete un flusso di 75 miliardi di video caricati da 375 milioni di utenti intorno al mondo solo per quest’anno (dati di Credit Suisse), la società deve infatti pagare una connessione broad-band capace di inviare dati ad una velocità di 30 milioni di megabit al secondo, ovvero 6 milioni di volte più veloce di quella usata da noi a casa. E tutto questo (solo questo) costa intorno ai 360 milioni di dollari all’anno. E non è finita. C’è poi il costo degli stessi video: anche se i contents più popolari sono caricati gratuitamente dagli utenti, Credit Suisse stima che YouTube spenda circa 250 milioni di dollari all’anno in licenze per trasmettere video professionali. Fatti un po’ di conti, i costi di esercizio per YouTube superano i 700 milioni di dollari all’anno, contro circa 240 milioni di dollari in ricavi.
YouTube non è certamente il solo caso, anzi conferma la regola che i social sites sembrerebbero “unprofitable” per natura, verrebbe da dire, almeno fintanto che non venga sviluppato un nuovo business model. A parte forse Flickr, che è marginalmente profittevole anche se non ha aggiunto valore al portafoglio di Yahoo, che lo ha comprato nel 2005, tutti gli altri seguono in effetti la regola di YouTube. Lampante è il caso di Facebook, che in Italia ha avuto un successo ed una diffusione al di là delle aspettative, oppure il caso di Twitter, il caso dell’anno e l’evento media online fenomeno, tanto da marcare addirittura la campagna presidenziale di Obama, che ne faceva largo uso.
Il social network Facebook ha speso l’anno scorso un milione di dollari al mese per la bolletta della luce, 500 mila dollari al mese in banda larga, e fino a due milioni di dollari alla settimana in nuovi servers per supportare la fame insaziabile dei suoi utenti che vi caricano circa un miliardo di foto ogni mese. Ancora non si sa come genererà un profitto e come ripagherà il valore degli investimenti che valutavano la società in 15 miliardi di dollari. Il problema è fondamentalmente che la pubblicità non “paga” (su)i social networks ed user-generated sites (siti a contenuto generato dagli utenti), nel senso che gli inserzionisti, gli advertisers cioè, non pagano molto per supportare (e quindi apparire accanto) le foto o i video prodotti artigianalmente a casa dagli utenti. Per i giornali il discorso è ovviamente diverso, visto che esiste una correlazione positiva tra valore del content (ad esempio un buon reportage o una inchiesta giornalistica di spessore), la conseguente diffusione (cioè numero di copie vendute) e quanto quindi gli inserzionisti sono disposti a pagare per essere pubblicati accanto a quel content o nel giornale. Nel caso invece dei siti a contenuto generato dagli utenti, come appunto YouTube o Facebook, la relazione è inversa: i video più popolari (quelli che ottengono più clicks) sono quelli che costano di più al sito e sono quelli che generalmente non si sposano bene con la pubblicità, o che gli advertisers non vorrebbero associare ai propri prodotti perché hanno un contenuto “triviale”. Ed infatti YouTube riesce a vendere pubblicità per meno del dieci percento dei video trasmessi.
Coerente con questa analisi è l’esperienza di altri social networks che invece generano un profitto proprio perché producono o trasmettono un content non generato dagli utenti ma professionale, acquistato su licenza da major cinematografiche o case di produzione televisiva, come ad esempio Hulu, iTunes della Apple, o MLB.TV. Per esempio Hulu, il sito che trasmette solo shows TV e films, ha molto meno traffico di YouTube, e quindi spende molto meno in banda-larga, ma poiché i suoi inserzionisti sono disposti a pagare molto per comparire sul sito accanto ai film trasmessi, riesce a generare ricavi simili a quelli di YouTube senza avere gli alti costi di gestione di YouTube.
Ed in effetti sembra che YouTube stia seguendo proprio l’esempio di Hulu, stringendo accordi con le principale majors di Hollywood, nella speranza di attrarre un pubblico significativo e quindi inserzionisti disposti a pagare caro per piazzare i loro commercials insieme a video o films di qualità. Anche se tutto questo funzionerà, tuttavia YouTube sarà ancora penalizzato per molto tempo a causa degli alti costi infrastrutturali dovuti al fatto di ospitare la più grande raccolta di video amatoriali del mondo. Può darsi che in un futuro non troppo lontano quelli di Google, la parent company, riescano ad escogitare un modo per ridurre tali costi. Ma le prospettive di un mega flop finanziario non sono remote.
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