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Home » Newsletter n. 168 - 15 maggio 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 168 – 15 maggio 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 168.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Davide Biassoni
Immigrazione: serve un nuovo progetto sociale


Stefano Florio
A.A.A. cercasi classe politica “nordista” all’altezza


Simone Comi
La visita di Benedetto XVI e il difficile processo di pace israelo-palestinese


Valentina Pasquali
Cambiamento sì ma con moderazione


Gianfranco Aurisicchio
Molto social, poco money


Angela Volpe
L’Expo e le donne?


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Davide Biassoni
Immigrazione: serve un nuovo progetto sociale

Con l’approvazione del ddl sulla sicurezza, la Lega Nord incamera un nuovo successo: dopo il federalismo fiscale, la compagine di Bossi ricalca nuovamente tutta la sua impronta sull’esecutivo di centrodestra. La maggioranza si è dovuta ricompattare sotto il mantello del voto di fiducia per smussare le divergenze interne, mentre la CEI e il Capo dello Stato hanno manifestato la loro preoccupazione verso una deriva che giudicano pericolosamente xenofoba. Nella politica italiana, l’immigrazione è un tema ormai costantemente sulla breccia da più d’un decennio causa il flusso migratorio che ha investito il nostro paese, meno addestrato a fronteggiare un fenomeno che altri stati europei – Francia, Germania, Regno Unito – avevano già avuto modo di saggiare precedentemente. La chiave di volta è stata la saldatura (tuttora solida) fra immigrazione, da un lato, e criminalità, dall’altro, con un nesso causale ben definito: l’aumento dell’immigrazione determina una crescita della criminalità. Ma tale logica implica che riducendo la prima si combatte la seconda, e questo semplice meccanismo si è dimostrato elettoralmente molto proficuo specialmente per il Carroccio che si prepara a un successo annunciato alle prossime elezioni (europee ed amministrative). Da una parte, questo preoccupa il PdL che teme un’emorragia di voti verso i Lumbard, dall’altro il PD è turbato da divergenze interne, come dimostrano le dichiarazioni “impopolari” di Fassino (e con lui Parisi e Rutelli) sul non ritenere scandaloso il respingimento dei barconi nelle acque internazionali. Come può uscire il maggior partito d’opposizione da una situazione di impasse che pone imbarazzi e difficoltà? Inseguire il Carroccio può portare a qualche voto in più sulla destra, ma c’è il rischio di lasciare scoperto il fianco a sinistra dove stanno i sostenitori di una società (già) multiculturale. Il PD ha il compito di promuovere (seppur tra fatiche ed incognite) una diversa visione sociale nel rapporto con “l’altro”: spezzare l’asse immigrazione-criminalità, avanzando una prospettiva che promuova, su un versante, il rispetto assoluto dei principi della Costituzione e delle leggi del nostro paese e, dall’altro, rifiuti di associare il concetto di diversità (linguistica, culturale, religiosa) a quello di minaccia e, di lì, a quello di discriminazione. La destra più radicale ha saputo far leva sul senso di inquietudine e angoscia di una società, quella italiana, già molto variegata e conflittuale al proprio interno, e perciò timorosa di non riuscire a trovare una risposta efficace al fenomeno migratorio. La paura della globalizzazione ha creato una domanda di protezione e sicurezza, raccolta da quelle forze politiche che si sono poste come baluardo difensivo, di respingimento, di chiusura. Ciò che nel caso italiano favorisce questo ripiegamento, questa politica conservatrice e di containment, è anche la mancanza di un forte sentimento di identità nazionale, di un insieme di valori condivisi a livello tanto partitico quanto sociale, che favorirebbe una risposta compatta agli interlocutori esterni. Il senso di smarrimento, la mancanza di punti di riferimento saldi, asseconda infatti il proliferare di visioni e sentimenti “cospirazionisti” verso forze endogene che minaccerebbero l’integrità e la sopravvivenza del tessuto sociale. E certo, la tragedia dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti e il terrorismo internazionale hanno nettamente acuito lo sbigottimento in Occidente. Il PD deve affrontare un crinale scomodo e, profittando di essere all’opposizione, deve riuscire a trasmettere alla società italiana una posizione che si imperni su due capisaldi: da un lato, il fenomeno migratorio va regolato e razionalizzato, ma non può essere realisticamente e completamente arrestato sic et simpliciter; dall’altro, in cima alle preoccupazioni del partito deve stare la tutela delle fasce sociali più deboli, le quali paventano un’ulteriore marginalizzazione con l’incremento della concorrenza nel mercato del lavoro. Per questa strada, le forze progressiste potrebbero così porre un argine alla perdita di consenso nei ceti meno abbienti che, anche a livello europeo, si rifugiano sotto lo scudo protettivo e paternalistico della destra.

biassoni_davide@yahoo.it

 


Stefano Florio
A.A.A. cercasi classe politica “nordista” all’altezza

E’ di questi giorni la cronaca di tante notizie tutte caratterizzate da un denominatore comune: informano di decisioni e progetti che penalizzano obiettivi e prospettive di crescita per il Nord.
A memoria mai nessun governo è stato così poco “nordista” almeno negli ultimi 15 anni e ciò nonostante quello straordinario imbonitore del nostro Presidente del Consiglio continua ad accrescere il proprio personale consenso erigendosi anche come paladino degli interessi del Nord…..la cosa non solo per meriti suoi ma anche per demeriti dell’opposizione ovviamente.
La schizofrenica vicenda dell’Expo 2015, le sorti di Alitalia e dell’aereoporto di Malpensa, la cronica mancanza di infrastrutture viarie ecc. ecc. testimoniano di una acclarata verità: il baricentro dell’azione di governo privilegia interessi che non sono espressione delle istanze provenienti dal Nord Italia al di là di quel che dica la Lega che sarebbe meglio si preoccupasse piuttosto degli sproloqui dei propri eletti (vd. le dichiarazioni dell’On. Salvini sull’ipotesi di destinare alcuni vagoni e convogli dei mezzi pubblici milanesi solo ad autoctoni – come andarli a definire lo sa solo lui...).
Ultima notizia in ordine di tempo la decisione di Alitalia di fare dell’aereoporto di Fiumicino il proprio scalo di riferimento portandolo a diventare hub nazionale con tutte le conseguenze in termini di investimenti pubblici che ricadranno sul territorio di Roma e dintorni.
Mentre Alemanno festeggia, a Milano quel genio di Salvini propone un giorno di serrata generale per protesta oppure si discute sul livello di scomodità e accessibilità del quartiere di Quarto Oggiaro come possibile sede della Società di Gestione dell’Expo 2015 (a proposito: semplicemente geniale affermare, come pare abbia fatto il neo Ad di tale Società Lucio Stanca, che i premi di risultato li si debba prendere a prescindere anche quando gli obiettivi non si raggiungano se per colpe non proprie…)
Una scelta quella presa dal Cda di Alitalia che completa il capolavoro del nostro Premier che prima ha regalato ad amici e conoscenti la parte buona della vecchia Alitalia accollando invece debiti e passività sulle spalle della collettività (evidentemente entusiasta della cosa visto il consenso crescente di cui gode Berlusconi……) ed ora quelli che grazie a lui sono stati messi lì a finire il lavoro concorrono a far sì che ulteriori “colate di soldi” affluiscano a Roma lungo il Tevere (come nella tradizione di questo nostro amato Paese come testimonia anche questa notizia dell’ultima ora: “F1: presentato il circuito di Roma. Il tracciato, di 4. 700 metri, sorgerà all'Eur……e dell’autodromo di Monza cosa ne facciamo? lo releghiamo a categorie inferiori?). C’è anche già un blog dedicato:
http://www.f1rome.com/
La Moratti dice di non sentirsi tradita perché i primi dati su Malpensa registrano segnali positivi (ha affermato infatti: “Noi come azionisti Sea procediamo con le scelte di investimento e i risultati di crescita dei passeggeri su Malpensa, più 7,9% rispetto all'aprile scorso, ci danno ragione…” dimostrando per l’ennesima volta l’incapacità della classe dirigente collocata a nord del Po di fare una seria ed efficace azione di lobbyng, attività questa legittimissima in qualsiasi moderna democrazia (che poi da noi si chiama clientelismo questa è un’altra faccenda).
E’ giunto finalmente il momento di abbandonare alcuni stereotipi che hanno caratterizzato da sempre la classe politica del Nord. Per anni infatti Milano (ma analogo ragionamento vale per ampie zone del Nord) è apparsa una città che si è lasciata vivere, quasi “non governata”, attendendo “tempi migliori”, nella convinzione che potesse (e tuttora possa) fare da sola rimboccandosi, come sempre, le maniche senza chiedere niente a nessuno. In questa chiave anche il tradizionale detto meneghino “ghe pensi mi” (“ci penso io”) è paradigmatico di questo atteggiamento ma è anche e soprattutto sinonimo oggi sempre più di miopia culturale perché, in un mondo che corre a folle velocità, non decidere equivale a perdere in competitività e non fare sistema è scelta fallimentare. Appare infatti ineludibile interrompere e riformulare su nuovi parametri – di metodo e di merito – il perverso rapporto di scambio che finora ha governato la relazione con la capitale: la malsana idea secondo cui là ci si occupa di politica mentre qui del sistema economico-produttivo, come se la prima fosse sganciata dal secondo e che quest’ultimo possa benissimo fare a meno della politica. Idea questa miope e di basso respiro oltre che, come è chiaro anche ad un osservatore disattento, oramai insostenibile e assai costosa. E a comprendere tale necessità (ed agire di conseguenza) deve essere innanzitutto la classe politica locale prima ancora che quella nazionale.
Nei mesi scorsi ho sostenuto spesso la tesi che Malpensa dovesse sganciarsi da Alitalia e slegare le proprie sorti da quelle dell’ex compagnia di bandiera e quindi quanto deciso tutto sommato rientra in questa prospettiva – sia ben chiaro personale – di ragionamento.
Ma, siccome comunque la decisione di Alitalia ha immediate e dure conseguenze per Malpensa in termini di ricadute dirette ed indirette, quand’è che anche i politici “nordisti” capiranno che Roma non va “conquistata” (come i simpatici personaggi del fumetto di Asterix creato dal genio di René Goscinny e Albert Uderzo) ma va assecondata e, perché no, piegata anche ai proprio interessi di parte.
Ciò detto ecco un primo banco di prova a cui la classe politica “nordista” è chiamata a dare prova di serietà, compattezza e lungimiranza: riuscirà a imporre la rottura del ricchissimo/disfunzionale/assurdo monopolio di Alitalia sulla tratta Milano-Roma? E poi la completa liberalizzazione delle rotte da e per Malpensa? Due risultati questi che davvero farebbero gli interessi non solo del Nord ma dell’Italia come sistema paese.

Ps.

Mi corre l’obbligo formulare un nuovo invito, per la seconda volta dopo quello di sette giorni fa, al Ministro Brunetta: mi permetto di ricordare che i consulenti non sono mostri da sbattere in prima pagina e il settore appunto della consulenza aziendale – quella che lui definisce sul Corriere del 14 maggio “un vero schifo” – rappresenta un ambito professionale importante, un driver di eccellenza di questo Paese… non commetta l’errore di fare di tutta l’erba un fascio mortificando i tantissimi professionisti in gamba che vi lavorano e i tanti giovani che ambiscono e ambirebbero ad intraprendere questo percorso professionale.

s.florio@libero.it


Simone Comi
La visita di Benedetto XVI e il difficile processo di pace israelo-palestinese

Terza visita di un capo della Chiesa cattolica in Medio Oriente, il viaggio di Benedetto XVI in Giordania, Palestina ed Israele è stato accompagnato dalla speranza che possa presto giungere ad una soluzione soddisfacente e duratura il processo di pace definito “israelo-palestinese” ma che vede coinvolti in realtà tutti gli Stati della regione. Nella prima visita in Giordania, Benedetto XVI è stato accolto con cordialità dal Re Abdallah II e dall’establishment del paese. Dure critiche sono invece giunte da importanti esponenti politici e religiosi della comunità musulmana di Giordania, irritati da una dichiarazione in cui l’Islam veniva definito una religione diffusa grazie alla forza della spada. Sebbene il Principe Ghazi bin Mohammed, consigliere del re per gli affari religiosi, abbia ringraziato pubblicamente Benedetto XVI per il rammarico espresso a seguito dell’episodio, come spesso accade la visita del Papa è stata segnata da una duplice accoglienza. In quanto Capo di Stato Benedetto XVI è stato ricevuto in amicizia da tutti i leader della regione. Da Abdallah II ad Abu Mazen per finire con Benjamin Netanyahu non si sono avuti che pubblici attestati di stima per le parole pronunciate nel corso dei vari incontri. Differente sembra essere invece stata l’accoglienza da parte di alcuni leader religiosi tra cui i muftì giordani e diversi rabbini ebrei, che sembrano aver superato solo in parte gli screzi avuti in passato con il Vaticano a causa di prese di posizione poco chiare o dichiarazioni considerate irrispettose. Le parole di Benedetto XVI pronunciate nel corso degli incontri con le autorità religiose delle diverse confessioni e la scelta di pregare insieme ad un imam della Galilea e ad un rabbino israeliano in un gesto di comunione e pace sembrano aver però definitivamente chiuso ogni contenzioso aperto con le comunità non cristiane della regione.
Sotto il profilo puramente politico la visita di Benedetto XVI potrebbe essere considerata un momento importante nel consolidamento dell’azione intrapresa dalla comunità internazionale, sotto l’egida di Washington, per la risoluzione della questione israelo-palestinese. L’auspicio del Papa rispetto all’abbattimento del muro che divide Israele e Cisgiordania e la creazione di uno stato palestinese indipendente è stata infatti accolto con favore da Abu Mazen. Allo stesso modo è stata gradita la condanna pronunciata dal Papa nei confronti di ogni forma di antisemitismo e l’invito del premier israeliano affinché Benedetto XVI si schieri apertamente contro il governo fondamentalista di Teheran sembra poter essere un primo segnale di riavvicinamento tra il Vaticano ed Israele. I colloqui tra Netanyahu ed il Papa potrebbero favorire il raggiungimento di una posizione condivisa sull’Accordo economico e finanziario tra i due paesi, portando miglioramenti della situazione riguardante i visti per i religiosi in viaggio verso la Terrasanta e la proprietà di alcuni siti nella zona. Il nuovo Governo israeliano sembra inoltre considerare sempre più fattibile la possibilità di veder sorgere uno Stato palestinese indipendente. Non si dovrebbe quindi escludere la possibilità che Benedetto XVI, forse meno carismatico del suo predecessore, si riveli invece un fine diplomatico oltre che un capo spirituale. Capace di dialogare pragmaticamente con gli uomini di Stato, il Papa potrebbe favorire il riavvicinamento tra i rappresentanti delle diverse confessioni: opera di mediazione in grado di garantire il dialogo inter-religioso e che potrebbe favorire al contempo l’abbassamento di tensioni politico-sociali a sfondo religioso storicamente molto forti nella zona.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com



Valentina Pasquali
Cambiamento sì ma con moderazione

Washington D.C. –  A sorpresa, il Presidente Obama è tornato sui propri passi mercoledì bloccando la pubblicazione di una serie di fotografie che ritraggono soldati americani nell’atto di  fare violenza su prigionieri in Iraq. Su richiesta dell’ACLU (American Civil Liberties Union), che sta portando avanti una causa legale sin dal 2003, una corte federale aveva stabilito qualche settimana fa che il governo avrebbe dovuto rendere pubbliche queste immagini sulla base del Freedom of Information Act, una legge che consente ai privati cittadini di ottenere dal governo degli Stati Uniti informazioni altrimenti classificate, a meno che queste non mettano a repentaglio la sicurezza nazionale. Obama aveva inizialmente dato il proprio consenso al verdetto giudiziario e solo ieri, dopo aver ricevuto forti pressioni dal Pentagono, ha deciso di contestare l’ordine dei giudici, scatenando così le ire dei propri sostenitori e, in genereale, della società civile americana.
Da candidato alla Casa Bianca, Barack Obama aveva scelto l’anno passato di portare avanti una campagna elettorale centrata su parole d’ordine quali cambiamento e trasparenza. Allo stesso tempo, Obama ha sempre promesso moderazione, vantando spesso la capacità di trovare punti d’accordo anche con i propri avversari. Per Obama, è stata questa la strategia vincente per convincere gli americani a votarlo: da un lato i progressisti hanno riconosciuto in lui l’inizo di una nuova era democratica, dall’altra i moderati hanno scongiurato il pericolo di un nuovo presidente che fosse completamente in mano all’ala liberal del partito dell’asinello.
Oggi, da presidente degli Stati Uniti, Obama continua a cercare di trovare un giusto, e difficile, compromesso tra novità e moderazione. Il risultato di questo sforzo di mediazione è una politica che molti dei suoi sostenitori, ma a questo punto anche un numero crescente di esperti, considerano eccessivamente diluita perchè si possa sperare che ottenga gli effetti desiderati. D’altro canto, questa stessa strategia sta consentendo all’amministrazione in carica di lavorare a ritmi forzati, avendo già fatto approvare un numero notevole di misure legislative grazie a un generale sostegno del Congresso (e a una maggioranza democratica molto forte).
Non c’è, infatti, solo lo scandalo ‘tortura’ nell’occhio del ciclone. Critiche sempre più dure stanno arrivando al presidente in fatto di politica economica. In particolare, molti economisti rimangono dubbiosi dell’approccio scelto per la riforma del sistema bancario. Paul Krugman, premio Nobel per l’economia e professore a Princeton University, che è stato consulente di Obama durante la campagna elettorale, sostiene ormai da alcuni mesi che la gravità della crisi finanziaria richiederebbe un intervento assai più deciso di quello portato avanti dall’amministrazione. Secondo Krugman, continuando su questa strada Obama perderà l’occasione storica di riformare un settore cruciale e estremamente pericoloso dell’economia globale, ovvero il sistema bancario. Fra l’altro, in tanti oggi lamentano la vicinanza del presidente al mondo della finanza, soprattutto dopo la scelta di Obama di contornarsi di personalità quali Timothy Geithner, Ministro del Tesoro, e Lawrence Summers, Direttore del National Economic Council. Entrambi sono cresciuti professionalmente in circoli vicini a Wall Street, e sono stati personalmente coinvolti nell’ideazione di alcuni di quegli strumenti finanziari complessi che hanno causato il crollo dei mercati internazionali l’anno passato.
E così si viene alla vicenda delle fotografie dei soldati americani e dei prigionieri iracheni. Dopo otto anni di segreti e trame nascoste, durante i quali l’amministrazione repubblicana, in particolare il duetto George W. Bush-Dick Cheney, ha preso tutte le decisioni più importanti dietro le quinte, gli americani vogliono oggi da Obama la trasparenza promessa in campagna elettorale.
E, fino a ieri, Obama si era mostrato incline a rispettare questo desiderio del popolo statunitense. Basti pensare ai quattro rapporti resi pubblici dal presidente qualche settimana fa. Redatti dal Ministero della Giustizia durante gli anni Bush, tali documenti descrivevano in dettaglio pratiche quali il waterboarding, oggi riconosciute come forme di tortura, e ne autorizzavano l’uso negli interrogatori condotti al di là dei confini americani.
Ieri, però, è arrivato il dietro-front. Grazie all’intervento dei generali dell’esercito incaricati di portare avanti gli interventi militari in Afghanistan e Iraq, e in particolare grazie alle pressioni del Generale Ray Odierno da Baghdad, il presidente ha cambiato idea e si è improvvisamente opposto all’ordine dei giudici. La pubblicazione delle immagini in questione, sostiene il Pentagono e l’establishment della difesa americana, metterebbe a rischio la vita dei soldati americani ancora in missione. Se rese pubbliche, le foto potrebbero creare scandalo in Medio Oriente, e, di conseguenza, intensificare i sentimenti anti-americani della gente locale.
Con questa mossa Obama si è forse conquistato la fiducia dei propri generali e l’apprezzamento di alcuni importanti deputati e senatori repubblicani; ad esempio Lindsey Graham, Senatore del South Carolina che fu sostenitore di John McCain durante la campagna elettorale del 2008 e considerato tra i repubblicani moderati al Congresso. Allo stesso tempo, però, in molti si chiedono come sia possibile pensare che, nel lungo periodo, la continuazione delle pratiche di segretezza seguite religiosamente dall’Amministrazione Bush possa aiutare a migliorare l’immagine degli americani all’estero e le loro missioni militari in giro per il mondo. Molto meglio sarebbe forse pubblicare le immagini e poi perseguire legalmente i responsabili degli abusi. Juan Cole, professore di Storia del Medio Oriente all’University of Michigan,
scrive sul suo interesantissimo blog: “Gli Stati Uniti hanno più speranze di lasciarsi alle spalle gli errori del passato confessando e cercando di trovare un modo per riconciliarsi con il mondo, invece che continuando a nascondere il passato anche oggi che tutti già sanno cosa è successo.”
Il caso delle fotografie finirà probabilmente di fronte alla Corte Suprema visto che il ricorso di Obama arriva dopo che due corti federali avevano già autorizzato la pubblicazione delle immagini.

valentina.pasquali@gmail.com


Gianfranco Aurisicchio
Molto social, poco money

Per la nostra generazione, abituata a cercare e leggere le notizie sul web, i giornali sembrano sempre più qualcosa di old-fashioned, e in America si moltiplicano le grida di allarme dei quotidiani che sembrano sull’orlo del fallimento finanziario per mancanza di lettori-acquirenti. E’ recente, e ancora suona sensazionale, la notizia che il prestigioso New York Times ha dovuto mettere sul mercato parte del nuovissimo, brand-new per dirla all’inglese, grattacielo appena costruito dal nostro Renzo Piano a mid-town Manhattan.  In questo scenario può scardinare le nostre certezze di convinti surfisti e investitori nella rete la notizia che una delle più celebrate e grandi ventures del web perde denaro ad una velocità tale da far sembrare i tradizionali, vecchi giornali un investimento sicuro.  Questa venture è – surprise, surprise – YouTube, che secondo uno studio di Credit Suisse solo quest’anno costerà a Google, che la comprò nel 2006, 470 milioni di dollari, ovvero di perdita.  Al confronto, il Boston Globe, giornale in profonda crisi finanziaria, avrà per quest’anno una perdita stimata di “solo” 85 milioni di dollari: come dire che il Boston Globe è cinque volte più profittevole di YouTube.
Il motivo dietro questo risultato finanziario così poco lusinghiero è simile, e può sembrare strano, a quello dei quotidiani: la pubblicità non copre i costi di esercizio, che per YouTube sono stratosferici. Dall’altronde il modello di business per la rete e la carta stampata, per l’online e l’offline, è più o meno lo stesso: si fa soldi vendendo le copie (per i quotidiani, quota che comunque incide poco) e vendendo spazi pubblicitari. Per internet inoltre i ricavi si riducono alla sola vendita degli spazi pubblicitari. E i giornali che hanno un’edizione online fanno anche fatica a mantenere questo canale profittevole: ovvero la sola pubblicità non basta a garantire un ritorno economico. Ci è riuscito solo il Wall Street Journal, e similmente con modalità simili il Financial Times, che però fanno pagare l’accesso alla loro edizione online. E hanno cambiato il modello di business che invece si è finora imposto, il quale ha abituato noi frequentatori del web a dar per scontata la lettura gratis dei quotidiani online.
Nel caso di YouTube, la pur presente pubblicità non riesce minimamente a coprire i costi e sebbene Google non presenti per la sua società partecipata una suddivisione degli items di spesa nell’Income Statement, possiamo ben avanzare l’ipotesi che le voci di costo maggiori siano dovute all’uso della banda larga su internet e allo storage del content, cioè dei video caricati dagli utenti. Per mettere in rete un flusso di 75 miliardi di video caricati da 375 milioni di utenti intorno al mondo solo per quest’anno (dati di Credit Suisse), la società deve infatti pagare una connessione broad-band capace di inviare dati ad una velocità di 30 milioni di megabit al secondo, ovvero 6 milioni di volte più veloce di quella usata da noi a casa. E tutto questo (solo questo) costa intorno ai 360 milioni di dollari all’anno. E non è finita. C’è poi il costo degli stessi video: anche se i contents più popolari sono caricati gratuitamente dagli utenti, Credit Suisse stima che YouTube spenda circa 250 milioni di dollari all’anno in licenze per trasmettere video professionali.  Fatti un po’ di conti, i costi di esercizio per YouTube superano i 700 milioni di dollari all’anno, contro circa 240 milioni di dollari in ricavi.
YouTube non è certamente il solo caso, anzi conferma la regola che i social sites sembrerebbero “unprofitable” per natura, verrebbe da dire, almeno fintanto che non venga sviluppato un nuovo business model.  A parte forse Flickr, che è marginalmente profittevole anche se non ha aggiunto valore al portafoglio di Yahoo, che lo ha comprato nel 2005, tutti gli altri seguono in effetti la regola di YouTube. Lampante è il caso di Facebook, che in Italia ha avuto un successo ed una diffusione al di là delle aspettative, oppure il caso di Twitter, il caso dell’anno e l’evento media online fenomeno, tanto da marcare addirittura la campagna presidenziale di Obama, che ne faceva largo uso.
Il social network Facebook ha speso l’anno scorso un milione di dollari al mese per la bolletta della luce, 500 mila dollari al mese in banda larga, e fino a due milioni di dollari alla settimana in nuovi servers per supportare la fame insaziabile dei suoi utenti che vi caricano circa un miliardo di foto ogni mese. Ancora non si sa come genererà un profitto e come ripagherà il valore degli investimenti che valutavano la società in 15 miliardi di dollari. Il problema è fondamentalmente che la pubblicità non “paga” (su)i social networks ed user-generated sites (siti a contenuto generato dagli utenti), nel senso che gli inserzionisti, gli advertisers cioè, non pagano molto per supportare (e quindi apparire accanto) le foto o i video prodotti artigianalmente a casa dagli utenti.  Per i giornali il discorso è ovviamente diverso, visto che esiste una correlazione positiva tra valore del content (ad esempio un buon reportage o una inchiesta giornalistica di spessore), la conseguente diffusione (cioè numero di copie vendute) e quanto quindi gli inserzionisti sono disposti a pagare per essere pubblicati accanto a quel content o nel giornale. Nel caso invece dei siti a contenuto generato dagli utenti, come appunto YouTube o Facebook, la relazione è inversa: i video più popolari (quelli che ottengono più clicks) sono quelli che costano di più al sito e sono quelli che generalmente non si sposano bene con la pubblicità, o che gli advertisers non vorrebbero associare ai propri prodotti perché hanno un contenuto “triviale”.  Ed infatti YouTube riesce a vendere pubblicità per meno del dieci percento dei video trasmessi.
Coerente con questa analisi è l’esperienza di altri social networks che invece generano un profitto proprio perché producono o trasmettono un content non generato dagli utenti ma professionale, acquistato su licenza da major cinematografiche o case di produzione televisiva, come ad esempio Hulu, iTunes della Apple, o MLB.TV. Per esempio Hulu, il sito che trasmette solo shows TV e films, ha molto meno traffico di YouTube, e quindi spende molto meno in banda-larga, ma poiché i suoi inserzionisti sono disposti a pagare molto per comparire sul sito accanto ai film trasmessi, riesce a generare ricavi simili a quelli di YouTube senza avere gli alti costi di gestione di YouTube.
Ed in effetti sembra che YouTube stia seguendo proprio l’esempio di Hulu, stringendo accordi con le principale majors di Hollywood, nella speranza di attrarre un pubblico significativo e quindi inserzionisti disposti a pagare caro per piazzare i loro commercials insieme a video o films di qualità. Anche se tutto questo funzionerà, tuttavia YouTube sarà ancora penalizzato per molto tempo a causa degli alti costi infrastrutturali dovuti al fatto di ospitare la più grande raccolta di video amatoriali del mondo. Può darsi che in un futuro non troppo lontano quelli di Google, la parent company, riescano ad escogitare un modo per ridurre tali costi. Ma le prospettive di un mega flop finanziario non sono remote.

http://gianfrancoaurisicchio.blogsome.com

 


Angela Volpe
L’Expo e le donne?

Le donne italiane se comparate alle altre donne europee si classificano agli ultimi posti su tutto: in materia di accesso alle carriere, al mercato del lavoro, alla parificazione dei salari. Per non parlare di temi di sostegno alle attività di cura (bambini e anziani), qui il “sesso debole” funge da ammortizzatore sociale non riconosciuto,si tratta di un tipo di welfare all’italiana. La maternità è vista come uno spauracchio dal datore di lavoro e stronca in partenza qualsiasi velleità carrieristica e molto spesso anche solo di assunzione. L’assistenza agli anziani è considerata come un opportuno premio per essere arrivate ancora in vita alla mezza età.
La nostra società è permeata di machismo, familismo, bigottismo a connotazione clericale. Perché meravigliarsi se anche nella gestione dell’Expo 2015, incentrata sul tema della nutrizione del Pianeta, le donne sono sempre fuori dal gioco delle parti? Perché stupirsi se non sono tra gli attori principali, se si esclude la figura del sindaco Letizia Moratti, opportunamente ridimensionata da logiche di schieramento e quella del Presidente di Assolombarda Diana Bracco, inizialmente probabile candidata come a.d. Soge, poi confermata come Presidente della stessa.
“Nutrire il pianeta, Energia per la vita”, questo è il noto tema della manifestazione, dovrebbe bastare la parola, per citare un vecchio slogan pubblicitario, per includere le donne a pieno titolo nella gestione dell’evento, non nelle retrovie a lavorare in religioso silenzio e con evidente discrezione, ma ai posti di comando, dove si decidono le sorti dell’Expo.
Invece no, il Tavolo Lombardia, che sin’ora ha rappresentato la principale sede decisionale e operativa, presieduto da Roberto Formigoni, è formato prevalentemente da uomini, indipendentemente dall’ordine del giorno. La società di gestione Soge, composta da spiccate personalità che vanta un amministratore delegato dello spessore dell’ex Ministro per l’Innovazione Luigi Stanca, è sempre più in panne, e ad esclusione della Presidente Diana Bracco presenta una composizione maschile. Una flebile speranza si potrebbe nutrire nella formazione della squadra che Stanca ha individuato come nucleo manageriale per l’Expo. Chissà quante donne si potranno contare.
Qui non si chiede di superare in un sol balzo il retaggio di un’educazione atavica e di un tessuto sociale avverso a considerare le donne in modo paritario. Sarebbe sufficiente selezionare per merito, senza alcuno sforzo la percentuale di donne nei ruoli decisionali aumenterebbe. L’alimentazione del pianeta che curiamo e nutriamo non solo con il cibo, ma anche con i messaggi culturali, i libri, le idee, la cooperazione e il pragmatismo completerebbero l’opera. Un dato a conforto di quanto detto racconta che in Lombardia le piccole aziende gestite da donne sono il 20%, coprono nuovi spazi di nicchia, dedicano maggiore spazio alla qualità degli alimenti, alla personalizzazione del rapporto col consumatore.
Il numero di network al femminile in questo settore è in costante crescita, alcuni esempi sono l’Associazione Donne in Campo nata in Lombardia nel 1999 per assumere un ruolo nazionale nel 2000; l’Associazione Le Donne del Vino nata nel 1988; Reti di Donne per la sicurezza alimentare e la salvaguardia della biodiversità nata nel 2007.
Durante il convegno che si è tenuto a Milano il 4 maggio u.s., organizzato dall’Associazione Fiorella Ghilardotti, www.associazionefiorella.eu la Preside della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano, Claudia Sorlini, informa che il km zero e la filiera corta non vengono pubblicizzati, ma sono praticati costantemente e a bassa voce. Le donne che gestiscono queste aziende (dall’allevamento zootecnico alla produzione di vini, cereali, salumi, all’allevamento di struzzi) sono molto sensibili alle innovazioni, hanno caratteri di versatilità e flessibilità.
Il Premio Nobel per la pace, Muhammad Yunus, fondatore della Banca etica Grameen Bank in Bangladesh, ha dichiarato che il 94% dei suoi utenti, oggi più di due milioni, sono donne, che hanno colto l’opportunità per mantenere la famiglia e fare impresa.
L’opportunità di realizzazione di un trade-union potrebbe essere offerta proprio dai risultati già ottenuti dalla ricerca scientifica pubblica italiana, esistono infatti circa 200 prodotti del settore agro alimentare pronti per essere implementati dalle piccole e medie aziende di quel comparto. Si tratta solo di trovare la sede adeguata per l’incontro tra le diverse forze in campo, che potrebbe essere rappresentata dal progetto di carattere scientifico tecnologico della “Città del gusto e della salute”.
Il tema “expo - donne – alimentazione” sembra essere un polinomio naturale ma poco praticato anche dalla stampa nazionale e locale che nell’ultimo anno, pur dedicando uno spazio rilevante all’Expo, ha sviluppato pochissimo questo importante rapporto.
Sembra di scarso appeal l’impegno femminile in tutta la filiera agro alimentare, la sensibilità delle donne su temi quali gli ogm, il biofuel, e la capacità di ascolto dei bisogni dei paesi non caratterizzati dall’opulente ricchezza occidentale.
A questo proposito si presenta palesemente in contraddizione quanto detto sin’ora con la proposta dello spostamento dell’ippodromo da Milano al Parco Agricolo Sud, sottraendo terreno fertile alla più importante attività economica di questi territori, utile per l’intera regione lombarda.
Un altro tipo di schizofrenia, affrontato dalla Direttrice del Centro Disturbi Alimentari Niguarda, Maria Gabriella Gentile, è dato dalla continua pressione da una parte verso il “consumismo alimentare” imposto non più dalle famiglie ma dalla pubblicità; dall’altro il fenomeno drammatico della necessità di un “corpo sempre più magro”, deciso dagli uomini fin dagli anni ’60, che esula dagli standard della buona salute per raggiungere vette patologiche con figure adatte a taglie inferiori alla 38.
Da queste riflessioni il quesito che ne deriva è: “Come nutrire il Pianeta? Che cosa e quale tipo di modello vogliamo far passare ai nostri figli?”; la scelta del modello deve poter passare dalle donne.

sisa08@hotmail.it

 




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