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Home » Newsletter n. 169 - 22 maggio 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 169 – 22 maggio 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni


Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 169.

Cogliamo l'occasione per segnalarvi la giornata di studio organizzata nell'ambito del prossimo modulo formativo del Centro di Formazione Politica - in collaborazione con il Centro Studi Politeia - che ha per titolo "Bioetica e società pluralistica". L'incontro si terrà domani, sabato 23 maggio 2009, a Milano. CONSULTA IL PROGRAMMA COMPLETO

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ Ritorno al futuro


Laura Zanfrini
Quel cortocircuito tra immigrazione e lavoro


Davide Biassoni
Fini: slanci laici nel PdL


Gianfranco Aurisicchio, Francesco Arnesano
Perché il nucleare non risolve i problemi energetici italiani (e non conterà neanche molto)


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa / Una campagna elettorale per le Europee che europea non è


Simone Comi
Quali prospettive dopo il vertice di Washington e il missile di Teheran?


Valentina Pasquali
Guantanamo/ Obama alza la voce


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 22 maggio 2009


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ Ritorno al futuro

Ma ditemi chi di voi farebbe mai arbitrare da Mourinho una partita Milan-Inter?
Sta forse racchiusa in questa domanda del fondamento, lo sfondamento rappresentato da buona parte della storia della Seconda Repubblica? Sta forse in questa domanda, solo all’apparenza retorica, la chiave per comprendere l’anomalia berlusconiana ovvero il fatto - che fa ancora scandalo - che dal 1994 la vita politica del Paese ruota attorno alla straordinaria leadership di un uomo che ancora una buona parte degli italiani, e dei partiti oppositori, considerano indegno di guidare l’Italia.
Bisogna intendersi: non che Berlusconi in sé come anomalia sia uno scandalo assoluto, in un paese che è il primo produttore al mondo di anomalie. Basti ricordare che Berlusconi sorge da un’altra anomalia ovvero dalle macerie dell’intera classe dirigente della Prima Repubblica – annientate dalla magistratura ma ancor di più da un foga autidistruttiva e da un conatus dissipativo delle stesse forze politiche,  vittime di una sindrome da fine ciclo storico e politico. L’anomalia di Mani Pulite a sua volta ha rappresentato però solo una reazione ad un’altra anomalia, quella della “democrazia bloccata”, della soffocante spartizione del potere sulla base dell’impossibilità di un’alternanza. E il catalogo potrebbe continuare senza fine, quindi meglio tornare a questa democrazia dei giorni nostri “incantata” da quindici anni dal “problema Berlusconi”: dal suo straordinario ascendente sugli italiani e dal suo eterno corpo a corpo con la magistratura. Torniamo infatti alla metafora calcistica utilizzata da Berlusconi nel suo intervento a braccio di ieri durante l’Assemblea annuale di Confindustria per spiegare le radici ideologiche e politiche di quello che egli considera un accanimento o una persecuzione giudiziaria nei suoi confronti: i giudici che mi giudicano – questo è l’assunto di Berlusconi sin dall’inizio – non sono imparziali, sono politicamente interessati. E quindi la domanda: l’arbitro è davvero imparziale? L’abbiamo definita la domanda del fondamento, perché nella sua veridicità o menzogna potrebbe trovarsi la chiave, per lo meno storica, per capire quello che è successo e continua a succedere. Il problema è lo stesso dal 1994: la non piena legittimità di Berlusconi di fare politica e di governare.  Prima indegno perché non un politico di professione, poi indegno perché un corruttore, da sempre indegno perché tycoon televisivo, perché troppo ricco perché irriso dal “salotto buono”, indegno perché bugiardo e perché racconta barzellette e fa le corna, indegno perché non sa stare al suo posto e corteggia le minorenni, indegno perché “malato che dovrebbe curarsi”: viviamo in un paese la cui storia politica degli ultimi quindici anni ruota indiscutibilmente intorno alle sorti di un uomo che, secondo molti, non dovrebbe tout court occupare il posto che occupa.
Ora si dirà: Berlusconi era ed è il problema, per questo le cose cambieranno solo quando sarà uscito di scena. Ma siamo sicuri che sia Berlusconi la vera malattia che affligge l’Italia e non rappresenti  piuttosto solo il sintomo, una febbre altissima, di un paese spietatamente accartocciato su se stesso, indifferente al proprio futuro, adoratore del proprio passato, un paese che resta tendenzialmente ideologico, profondamente illiberale e quindi attraversato da bande, corporazioni, spioni, privilegi di ogni sorta e colore politico? Ma se Berlusconi è il sintomo, la sinistra non si illuda di essere la cura. Semmai, col tempo, è diventata anch’essa, a pieno titolo, parte della malattia: per gli errori commessi certo, ma ancor di più per i passi che non ha compiuto in un percorso di rinnovamento radicale che ancora attende d’essere intrapreso.


Laura Zanfrini
Quel cortocircuito tra immigrazione e lavoro

Sono bastati i primi venti della recessione per rimettere in discussione quel assioma dato troppo frettolosamente per scontato secondo il quale “gli immigrati vengono a fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare”. La straordinaria capacità di assorbimento della manodopera d’importazione che il mercato del lavoro italiano ha manifestato in questi anni, in grado di sbaragliare qualunque tentativo di contingentamento da parte del governo (nonostante il numero decisamente significativo di quote programmate che ha fatto dell’Italia uno tra i primi importatori ufficiali di manodopera dall’estero), aveva fatto cadere lungamente in sordina la questione delle conseguenze di un afflusso ininterrotto di manodopera particolarmente duttile e a buon mercato.

Il moltiplicarsi delle situazioni di chiusura aziendale e di ricorso alla cassa integrazione guadagni hanno reso più ardua la richiesta di legittimare nuovi ingressi dall’estero per fare fronte alle richieste dei datori di lavoro, rendendo così per la prima volta palese la miopia di un modello di gestione dei flussi che, trincerandosi dietro atteggiamento di “apertura” nei confronti degli stranieri, ha reso questi ultimi gli involontari artefici di un processo di spiazzamento che ha fatto le sue vittime nei giovani drop out della scuola, nei lavoratori maturi espulsi, nelle donne madri alla ricerca di una difficile conciliazione tra lavoro retribuito e responsabilità di cura, nelle persone le cui esistenze sono segnate da problemi di alcolismo o depressione.. e si potrebbe continuare per tracciare l’elenco dei tanti lavoratori percepiti – ma non soltanto percepiti – come meno produttivi e meno duttili alle esigenze del nuovo capitalismo flessibile di quanto non siano gli immigrati attuali o potenziali. Con buona pace dei tanti intellettuali buonisti i cui figli – guarda caso – frequentano le scuole private e assai raramente si troveranno a competere con gli immigrati per accedere ai “lavori da immigrati”.
Ci voleva la recessione per rimettere in discussione il teorema che ci ha accompagnati in questi anni: l’esistenza di un diritto all’ingresso – e di un diritto alla regolarizzazione per chi è già in Italia – ogniqualvolta vi sia un datore di lavoro (o sedicente tale) interessato all’assunzione; quasi che ciò appunto bastasse a dimostrare l’esistenza di un fabbisogno non altrimenti soddisfabile; e quasi che ciò appunto bastasse per dimostrare che “non vi sono italiani disponibili per quel tipo di impiego”.
Insieme a un più rigoroso e attento esame dei percorsi lavorativi degli immigrati è pertanto quanto mai indispensabile riporre al centro dell'attenzione la questione dei diritti e delle tutele dei lavoratori. Sono proprio la discriminazione e la negazione del principio dei pari diritti e delle pari opportunità a rendere gli immigrati involontari "concorrenti sleali" dei lavoratori italiani più vulnerabili, quando non addirittura generatori di effetti di dumping sociale. E ogniqualvolta non vi sono italiani disponibili per un certo lavoro occorrerebbe chiedersi perché.



Davide Biassoni
Fini: slanci laici nel PdL

Nell’Italia del 2009, le priorità più avvertite dall’opinione pubblica sono la lotta alla crescente disoccupazione e alla criminalità comune. L’attuale maggioranza di governo poggia su di consenso solido, a conferma della capacità di presentarsi come la parte politica in grado di elaborare le risposte reputate più convincenti. Quanto poi queste ultime siano anche efficaci è materia che si potrà verificare solo nei tempi a venire. Lo sguardo al futuro sembra rivolgerlo lo stesso Gianfranco Fini. L’attuale Presidente della Camera, già da un decennio, ha sostanzialmente trasformato il percorso, nonché l’orizzonte, della sua carriera politica. I suoi smarcamenti rispetto al sentimento dominante nella maggioranza, e nel PdL stesso, sulle questioni sensibili e sui cosiddetti “nuovi diritti” sono innumerevoli, a partire dai “sì” al referendum (fallito nel 2005) sulla fecondazione assistita, alle più recenti (seppur timide) aperture verso le coppie di fatto e, infine, all’invito rivolto alla Camera nel non approvare leggi oberate da dogmi religiosi (in primis, il testamento biologico). Fini sembra voler tracciare in Italia il solco di una nuova destra – se questa etichetta sarà ancora utilizzabile – per distanziare il PdL da tentazioni neoconfessionali ed avvicinarlo, invece, verso quel popolarismo liberaldemocratico europeo che ha raccolto le sfide della modernità e ha rifiutato l’arrocco nel conservatorismo difensivo. Berlusconi ha dato vita ad un partito carismatico che dispone di un bacino elettorale paragonabile, per consistenza, a quello della DC della Prima Repubblica. Eppure, il potere centripeto del leader rappresenta la luce e l’ombra di un’organizzazione che, inevitabilmente, si troverà di fronte al delicatissimo passaggio della successione stessa al vertice. La popolarità di cui gode il Presidente del Consiglio è tuttora talmente schiacciante da non lasciare alternative, da mettere a tacere qualunque distinguo interno. Berlusconi è verbo e azione, l’uomo che unisce e il condottiero verso il successo elettorale. Ma una forza che vuole ergersi a partito di tutti gli italiani non può non tener conto dell’evoluzione delle domande sociali, delle nuove possibilità offerte dal progresso scientifico e tecnologico, dell’interclassismo del suo elettorato, della varietà di culture e sensibilità che, seppur più lentamente rispetto all’Europa, anche il nostro paese sta sperimentando. Esattamente grazie all’azione di Fini, il PdL potrebbe allargare il proprio consenso alle urne, andando a toccare temi (bioetica, coppie di fatto, eutanasia) tradizionalmente appannaggio delle forze progressiste. Il “tandem” Berlusconi-Fini gioverebbe così al PdL: il secondo può riuscire nel tentativo di strappare voti al centrosinistra, con il Cavaliere nel ruolo di accentratore e trascinatore del suo elettorato più fedele. Il PD è allora chiamato a uno sforzo di comprensione poiché le proprie divisioni endogene sono state spesso paralizzanti e penalizzanti, come dimostrato ad esempio dagli attriti con la componente Teodem. Anche il centrodestra, nel suo complesso, ha dovuto gestire prese di posizione divergenti: basti pensare alle politiche anti-immigrazione e alle ronde cittadine. Eppure, riesce a mantenere e convogliare un’immagine compatta; anzi: nel centrodestra il pluralismo sta diventando un valore aggiunto, nel centrosinistra resta una zavorra limitante. Certo, la via del centralismo democratico per rendere monolitico un partito, in una società in continua ridefinizione, non appare una soluzione praticabile. Tuttavia, come in un’architettura fatta di pesi e contrappesi, il grado di pluralismo interno deve essere proporzionale alla capacità unificante della leadership, soprattutto in termini di sintesi e azione concreta. Tutto questo affinché i Democratici trovino il loro spazio nella competizione politica e partitica, per non farsi risucchiare dall’idrovora pidiellina.

biassoni_davide@yahoo.it


Gianfranco Aurisicchio, Francesco Arnesano
Perché il nucleare non risolve i problemi energetici italiani (e non conterà neanche molto)

Con il via libera del Senato il 12 maggio scorso al DDL 1195 “Sviluppo ed energia”, licenziato in sordina come tutti gli atti d’importanza nazionale da questo governo che rifiuta ogni confronto con gli elettori, si è riaperta in Italia la stagione del nucleare, a 22 anni da un referendum nazionale che invece lo aveva bloccato.  Il provvedimento conferisce al governo la delega per adottare entro sei mesi i decreti per la localizzazione degli impianti e per il ripristino del ciclo produttivo dell’energia atomica, secondo procedure velocizzate per la costruzione di centrali da parte di consorzi, la cosiddetta “autorizzazione unica” che sostituisce sostanzialmente ogni tipo di licenza e nulla-osta.
L’Italia si staglia così in controtendenza, involutivamente, rispetto al resto del mondo che invece si sta aprendo alle energie rinnovabili, tra cui l’eolico ed il fotovoltaico di ultima generazione, il cosiddetto solare termodinamico, ideato dal premio Nobel Rubbia. La rivoluzione energetica in realtà è già in atto, persino in paesi come la Cina che punta anche sul nucleare, e in Europa i mercati energetici del solare e del vento crescono a tassi del 20% all’anno, secondo fonti dell’Unione Europea. Nel solo 2007, l’industria dell’energia rinnovabile ha raggiunto un fatturato di 30 miliardi di euro, impiegando oltre 350 mila lavoratori in Europa, dove sono stati installati 8550 MW di turbine eoliche che forniscono energia a 5 milioni di famiglie europee.  E’ interessante notare che queste nuove turbine costituiscono il 40% di tutti i nuovi impianti di energia installati, una crescita notevole che segna il declino degli investimenti nei settori energetici tradizionali.  In particolare nel nucleare, è da anni che nel mondo non si investe più nella pianificazione di nuovi impianti, a parte il caso dell’Iran…. e dell’Italia adesso.
Nel parlare di politiche energetiche, per non fare della pura ideologia, bisogna tenere ben presente il contesto macroambientale e macroeconomico in cui ci troviamo, che anche per l’Italia impone delle scelte di policy precise e immediate: il cambiamento climatico, con la conseguente necessità di ridurre i gas serra; le dinamiche di crescita della domanda energetica, non solo nazionale; i contesti geopolitici che possono precludere l’accesso o il rifornimento di fonti energetiche; ed infine la competitività economica e tecnologica della nazione rispetto ad uno scenario internazionale che si muove verso sistemi energetici a basso impatto ambientale, efficienti, affidabili e poco costosi.
Dato questo quadro, L’Europa, che per l’Italia dovrebbe essere il benchmark cui orientarsi nelle politiche energetiche, sta agendo su quattro fronti principali: incremento dell’efficienza delle tecnologie tradizionali di produzione energetica; investimento su energie rinnovabili per raggiungerne velocemente la maturità tecnologica e industriale; ricerca e sviluppo di tecnologie innovative, come il solare termodinamico e l’idrogeno, che raggiungerebbero la maturità entro 10-20 anni (quindi in un arco temporale molto più corto del nucleare che richiederebbe invece uno sviluppo di circa 30 anni). Infine l’Europa sta investendo sull’incremento dell’efficienza energetica negli utilizzi finali dell’energia (efficienza elettrica di elettrodomestici, illuminazione a basso consumo, isolamento termico degli edifici, etc.).
In altre parole l’Europa non sta investendo sul nucleare.  Da un’analisi macroeconomica su scala mondiale su dati dell’Earth Policy Institute, vediamo che in realtà quasi nessuno stato sta costruendo o investendo in nuovi reattori nucleari: su 439 reattori che ci sono oggi nel mondo, 119 sono stati chiusi, ad un’età media di 22 anni, e considerando anche una vita media più lunga, un altro centinaio di impianti sarà chiuso entro il 2015, per finire intorno al 2025 quando verrà chiuso il resto degli impianti, ormai divenuti obsoleti. Ebbene, ad oggi solo 36 impianti nucleari sono in costruzione nel mondo, di cui 31 in Asia e nell’Europa Orientale, che avendo generalmente economie stataliste può permettersi gli alti investimenti iniziali.
In questo contesto di riferimento, il nucleare, prima ancora di essere una questione di principio, è in realtà una scelta ideologica che risponde a logiche “politiche”, non economiche. In termini puramente economici, il nucleare non è neanche conveniente, anzi è antieconomico, e non sorprende che nessun gruppo privato oggi ci stia investendo: secondo uno studio di Lovins e Sheikh, “The Nuclear Illusion”, il costo dell’energia elettrica derivata da un nuovo impianto nucleare è di 14 centesimi di dollaro per KWh, mentre il costo dell’elettricità derivata da un parco eolico è di 7 centesimi di dollaro per KWh, cioè il doppio. Tale cifra comprende i costi del combustibile (l’uranio cioè), del capitale, di manutenzione e operations, e di trasmissione e distribuzione. Non include invece i costi addizionali, che per il nucleare sono la gestione delle scorie radioattive, l’assicurazione degli impianti contro incidenti, e soprattutto lo smantellamento degli impianti a fine ciclo produttivo, che sono invece stimati intorno ai 400 milioni di euro per impianto (nostre stime su dati IAEA). Inoltre il costo del combustibile, l’uranio, non è di basso impatto, visto che oggi viaggia ad oltre 100 euro al Kg.
Non analizziamo in questo contesto i rischi di incidenti agli impianti, perché i reattori di terza generazione sono ritenuti sufficientemente sicuri, e per non fare della facile demagogia. Piuttosto andrebbero calcolati i costi per la comunità di fuoriuscite o perdite e di inquinamento radioattivo delle falde a causa dello stoccaggio delle scorie. Per il nucleare rimane infatti da risolvere il problema della gestione delle scorie, che per l’Italia non è di facile soluzione data la geografia del paese e la “non-gestione” finora, eufemismo per dire abbandono, delle scorie prodotte dai passati impianti.
Il nucleare non risolve di certo il problema dell’indipendenza energetica dell’Italia: si sostituisce una fonte di approvvigionamento (il metano diciamo) con un’altra (ovvero l’uranio, che non cresce certo nel nostro orto), un’area geopolitica di rifornimento con un’altra, e si accresce la dipendenza dalla “materia prima” perché l’uranio deve essere anche prima “lavorato” per poterlo immettere nel processo di fissione nucleare.  In concreto nessun reattore nucleare è costruito in paesi che hanno mercati dell’energia competitivi. La ragione è semplice: il nucleare non può competere con altre fonti di energia. E spiega anche perché la costruzione di nuovi impianti è concentrata in paesi come Russia e Cina dove la produzione di energia è controllata dallo stato ed esiste una larga base di contribuenti su cui scaricarne il finanziamento con tasse, visto che nessun gruppo privato ha convenienza ad investirvi.  Appunto il caso dell’Italia, dove il governo vuole centralizzare e controllare la produzione di energia nucleare, così da gestire i propri equilibri di potere, e scaricare il costo sui contribuenti a discapito di altri progetti veramente utili alla crescita del paese.  Oltretutto l’intervento dello stato nella costruzione o finanziamento delle centrali contrasta pure con la liberalizzazione del mercato elettrico (attuata dal decreto Bersani), che presuppone che il decisore politico assuma un ruolo di arbitro e non di player.
Anche considerando il nostro sistema energetico nazionale, emerge che il nucleare, se introdotto, avrà una rilevanza addirittura marginale come fonte energetica. Nel 2007 l’energia primaria utilizzata per produrre elettricità è stata di 59,2 MTEP (Milioni di Tonnellate Equivalenti di Petrolio), cui si aggiunge l’elettricità importata per 10,2 MTEP, a fronte di una domanda totale di energia primaria di 194,5 MTEP: facendo due conti, osserviamo che solo il 36 % dell’energia utilizzata in Italia nel 2007 viene trasformata in energia elettrica. Tale quota è prodotta per il 41% da metano, per il 17% da carbone, per il 10 % da derivati del petrolio, cioè olio combustibile – per cui il nucleare non risolve nemmeno il problema dell’inquinamento da idrocarburi – e per il 17% da fonti rinnovabili, prevalentemente idroelettrico (nostre analisi su dati del Bilancio Energetico Nazionale 2007). Dalle dichiarazioni del ministro Scajola, che prevede che a regime, cioè intorno al 2030, il nucleare possa coprire il 25% dei consumi elettrici, si può stimare che il contributo della fonte nucleare sul totale delle fonti di energia primaria utilizzate sarà di circa il 9%: vale quindi davvero la pena investire nel nucleare per solo il 9%? A quali logiche risponde l’impegno del governo nel nucleare?

http://gianfrancoaurisicchio.blogsome.com



Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa / Una campagna elettorale per le Europee che europea non è

Lunedì, ora di pranzo. Televisione accesa e il telegiornale di sottofondo a snocciolare più o meno sempre i soliti fatti (pochi) e fatterelli (tantissimi) dell’attualità italiana. Quando, inaspettatamente, il mezzobusto annuncia una notizia da Bruxelles… Spiazzato dalla sorpresa di sentire finalmente una notizia “europea” in un telegiornale italiano, alzo un po’ il volume. Ma l’illusione dura poco: era solo la notizia di un incendio che aveva interessato alcuni locali della sede della Commissione Europea a Bruxelles… C’è voluto un incendio perchè arrivasse nelle nostre case una notizia dall’Europa!
Pensare che siamo piena campagna elettorale per le Europee! Campagna sino ad oggi del tutto ripiegata sulle questioni di politica nazionale. Le elezioni europee sono - anzi, avrebbero dovuto essere - un’occasione in cui mostrare alla gente cosa l’Europa fa, perché essa è importante per la vita di ognuno. Questa sfida non è stata colta. Anzi è stata contrastata in maniera compatta dalla maggior parte di coloro cui spettava questo compito: politici e media su tutti.
Perché? Di certo non perché l’Europa non ci sia né perché in Europa non succeda mai nulla di interessante. Da un lato i nostri politici stanno, volutamente, riducendo le prossima tornata elettorale a test politico nazionale, preoccupati, tutti, di non uscire dal proprio “orticello”; e i media - sento dire - pare non ne parlino perché dell’Europa “non interessa a nessuno”.
Il leit motiv di oggi è, dunque, questo: dell’Europa non si parla perché non interessa a nessuno. Sicuramente sarà così per la maggioranza dell’opinione pubblica rispetto alla maggior parte delle questioni europee. Ma è sempre così? Siamo sicuri, per esempio, che alla gente non avrebbe interessato sapere come di recente sia stata adottata a livello europeo una legislazione volta a garantire ai consumatori tariffe di telefonia mobile meno care, un costo più basso dell’energia, una migliore etichettatura dei beni di consumo? Perché sono mancati - soprattutto in un periodo già così pieno di notizie cupe – articoli che parlassero (magari anche criticandolo) il bilancio presentato dalla Commissione Europea sull’allargamento ad Est, considerato estramamente positivo in termini di crescita dei posti di lavoro, miglioramento del funzionamento del mercato del lavoro, crescita dell’economia, miglioramento della concorrenza, etc. etc. etc. ? Silenzio…
Del resto chiedo: “come può interessare a qualcuno una cosa di cui non si sa quasi nulla perché chi dovrebbe parlarne non lo fa?”. Ci sono dei dati che vorrei richiamare all’attenzione. Per le prossime elezioni europee si prevede un astensionismo oltre il 60% (si vedrà se questo dato sarà confermato dalle urne); altri prevedono che solo il 28% di coloro che hanno diritto al voto si recherà alle urne. In genere si leggono questi dati e si dice: “ecco, lo vedi, l’Europa non interessa a nessuno”. Ma invito a leggere prima un altro dato: secondo alcuni sondaggi di qualche settimana fa il 62 % degli Europei non è consapevole del fatto che le prossime elezioni sono elezioni europee. Questo è il dato, quello più importante perché presupposto del primo.
Non si sa che ci saranno le elezioni europee perché non se ne parla adeguatamente. E se non ne senti parlare, le istituzioni inevitabilmente le percepisci come estranee, ti chiedi “che ci stanno a fare” e - comprensibilmente – non capendone significato e utilità, si diffonde un atteggiamento di scetticismo (visto anche quanto ci costano). O davvero crediamo che lo scetticismo verso le istituzioni europee sia inevitabile, che dipenda dal fatto che a Bruxelles si faccia solo grigia e inutile burocrazia o dal fatto che i consulenti in comunicazione scelti dalle istituzioni europee siano tutti delle schiappe?
Eppure non tutti i dati e i numeri registrano “sfavore” verso l’Europa. Un dato di assoluto rilievo politico è che la crisi di questi mesi ha diffuso la consapevolezza che la capacità di agire degli Stati europei è efficace solo nel concerto europeo; che solo l’Unione Europea nel suo insieme ha strumenti d’azione capaci di incidere sulle questioni politico-economiche a livello tanto europeo quanto mondiale; che solo attraverso l’Unione Europea gli Stati membri hanno la possibilità di dire la loro nel mondo globalizzato di oggi. E quanti euroscettici si sono convertiti a questa consapevolezza di recente! Estremamente significativi alcuni articoli comparsi a marzo tanto sull’Economist (“Extremist nightmares. The European Union is one reason not to fear the spectre of the 1930s”) ed uno sul Financial Times (“Euroscepticism is yesterday’s creed”). Articoli questi che riflettono molto più che cambiamenti di umore personali. Tanti sono, infatti, i Paesi che si stanno ricredendo sulla scelta di non aderire all’Euro: si pensi al dibattito apertosi con toni sorprendenti nel fiero Regno della Regina Elisabetta o a quello in Svezia e Danimarca; si pensi a quanti stanno bussando insistentemente alle porte dell’Euro (molti Paesi dell’Est Europa), a quanti stanno cercando di aderire all’Unione Europea (si pensi ai Paesi dei Balcani, ma anche al complesso caso della Turchia). Altro dato interessante è che addirittura nell’Europa dell’Est, una delle zone più in difficoltà in questo momento, la cirisi economica e sociale non sta facendo guadagnare consenso agli Euroscettici…
Stiamo per vivere elezioni trasnazionali di grandissimo rilievo politico, le più grandi della storia dell’umanità. Ma non lo sappiamo. E sulle questioni sin qui sollevate sembra esserci un pensiero unico, trasversale: quello per cui dell’Europa è inutile parlare perché tanto non interessa a nessuno. Pensiero che contribuisce a far sì che l’Europa non ci sia per i suoi cittadini. Pensiero che rende “complici” di chi ci sta propinando una campagna elettorale per le Europee che europea non è.

mariodiciommo@yahoo.it


Simone Comi
Quali prospettive dopo il vertice di Washington e il missile di Teheran?

La visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti ha lasciato strascichi polemici per le dichiarazioni in cui è stata definita inaccettabile una soluzione diplomatica che preveda la creazione di uno Stato Palestinese sovrano. Le parole del Primo Ministro israeliano devono però essere lette alla luce di quanto è andato delineandosi nei rapporti tra Gerusalemme e Washington in questi mesi. In quest’ottica le dichiarazioni di Netanyahu rappresentano un segnale lanciato alla leadership statunitense sulla strada che conduce ai negoziati di pace, affinché questa si impegni a sostenere le istanze di un Governo appena insediatosi ma che sembra già essere politicamente isolato. Le scorse elezioni hanno consegnato ad Israele un esecutivo che deve, e dovrà, far fronte a pressioni importanti. In primo luogo si troverà infatti a dover arginare le iniziative di un’opposizione parlamentare forte almeno quanto la maggioranza, che cercherà in ogni modo di andare ad elezioni anticipate. In seconda battuta Netanyahu dovrà sostenere il peso di un dialogo, fattosi sempre più serrato, con quella parte della comunità internazionale che sembra voler approfittare di una serie di congiunture politiche favorevoli per far progredire i negoziati di pace.
La somma delle due situazioni porterà probabilmente il Premier israeliano ad irrigidire le posizioni in politica estera riguardanti la questione palestinese ed il programma nucleare iraniano così da poter mantenere l’immagine di leader forte ed il consenso interno. Allo stesso tempo Netanyahu è però consapevole di non poter far naufragare i negoziati di pace in corso, e dovrà quindi cedere punti negoziali per non rischiare tensioni nei rapporti con la Casa Bianca.
In questa situazione si inserisce una leadership iraniana che, a fronte della riapertura dei colloqui con Washington, è consapevole di essere diplomaticamente abbastanza libera da poter lanciare messaggi di sfida a Gerusalemme senza incorrere in pesanti ritorsioni. La campagna elettorale per le prossime elezioni in Iran sembra aver assunto nelle ultime settimane una certa opacità e, sebbene sia difficile pensare ad una sconfitta dell’attuale leader Mahmud Ahmadinejad, non si dovrebbe escludere a priori la possibilità di veder uscire vincitore un candidato riformista. Nelle ultime dichiarazioni l’attuale Presidente della Repubblica Islamica ha concentrato i suoi sforzi nel rafforzare l’immagine di leader intransigente con dichiarazioni dure nei confronti di Israele, sottolineando che entro pochi anni il paese sarà una potenza nucleare capace di guidare la regione. Il test missilistico effettuato nei giorni scorsi è giunto a supporto delle parole di Ahmadinejad, pur non costituendo un reale avanzamento della capacità iraniana di nuocere ad Israele. Dietro le minacce di circostanza si cela probabilmente la volontà della leadership di Teheran di acquisire quanto più credito possibile agli occhi dell’opinione pubblica in vista di possibili concessioni diplomatiche nei prossimi negoziati. A Teheran sanno bene che per affrontare i colloqui con Washington in una condizione di parità negoziale, e mettere in difficoltà i rappresentanti del Dipartimento di Stato, dovranno far leva sulla necessità di sicurezza del Governo di Gerusalemme. Al momento questa situazione di fluidità mette in una posizione scomoda soprattutto la Casa Bianca, impegnata a mantenere aperti entrambi i canali di dialogo e a dover mediare su posizioni che sembrano estreme. Non è da escludersi la possibilità che Barack Obama si trovi prima o poi costretto a dover privilegiare il dialogo con uno dei due interlocutori. Potrebbe essere questa decisione a rappresentare la discriminante fondamentale tra il vecchio ed il nuovo corso della politica estera statunitense.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com


Valentina Pasquali
Guantanamo/ Obama alza la voce

Washington D.C. – Da settimane al centro di aspre polemiche sulla tortura, su Guantanamo e sulla pubblicazione di informazioni precedentemente ‘classificate’, il Presidente Obama ha deciso di prendere in mano la situazione giovedì, con un discorso di ampia portata sulla sicurezza nazionale in cui ha delineato con forza la propria visione  strategica per riportare trasparenza e legalità all’operato del governo americano senza compromettere la sicurezza del paese.
È iniziato tutto con la pubblicazione, mal vista a destra, di quattro rapporti che autorizzavano metodi duri per gli interrogatori dei prigionieri sospettati di terrorismo redatti dal Ministero della Giustizia durante l’Amministrazione Bush. Sono  seguite le scelte, molto criticate a sinistra, di riportare in vita i tribunali militari creati da Bush, seppure con modifiche importanti, per giudicare alcuni dei detenuti di Guantanamo, e di impedire la pubblicazione di fotografie che ritraggono soldati americani nell’atto di abusare di prigionieri in Iraq. Infine, anche la decisione presa da Obama, nei giorni subito successivi al proprio insediamento, di chiudere la prigione di Guantanamo è stata messa in dubbio dalla Camera prima e, poi, mercoledì, anche dal Senato, nonostante la forte maggioranza democratica che controlla il Congresso. Con un voto quasi unanime (90 contro 6) i senatori americani hanno seguito l’esempio già offerto dai colleghi deputati e hanno modificato il testo di legge che mette a disposizione dell’amministrazione i finanziamenti per coprire le spese militari in Iraq e Afghanistan fino al 30 settembre (l’inizio del nuovo anno fiscale). In sostanza sono stati eliminati gli 80 milioni di dollari richiesti dal presidente per procedere alla chiusura Gitmo, che dovrebbe avvenire entro il gennaio 2010. La decisione del Congresso è stata motivata dal timore che una parte dei 240 prigionieri ancora a Guantanamo siano trasferiti in altre strutture di detenzione collocate sul suolo Americano, minacciando così la sicurezza del paese (viene da chiedersi dove altro andrebbero portati questi detenuti, visto che sono prigionieri degli Stati Uniti da oltre sette anni…)
Per rispondere alle critiche piovutegli addosso nelle ultime settimane, e per far sapere al Congresso di non aver gradito quest’ultimo voto su Guantanamo, il Presidente Obama ha scelto gli Archivi Nazionali, dove si trova la Costituzione degli Stati Uniti, per il proprio discorso ai cittadini americani. Obama ha voluto così rafforzare il proprio messaggio, ovvero che il principio della legalità è fondamento primo del paese e che solo con il rispetto della Costituzione e della legge gli Stati Uniti possono proteggersi davvero dai propri nemici.
Nel discorso di giovedì, Obama ha difeso la pubblicazione dei rapporti del Ministero della Difesa che autorizzavano l’uso di tecniche quali il waterboarding spiegando che errori di questo genere non verranno mai  più commessi visto che la propria Amministrazione ha dichiarato tali pratiche illegali in tutti i casi. Criticando l’uso che Goerge W. Bush ha fatto dei tribunali militari, Obama ne ha difeso l’utilità nel giudicare crimini di guerra e ha sottolineato che una serie di modifiche sostanziali al loro funzionamento è stata già messa in atto. Delle fotografie in cui i soldati statunitensi fanno violenza su prigionieri in Iraq, Obama ha detto che non aggiungono nulla a quanto già noto al pubblico americano a proposito di certi abusi dell’esercito americano. Di conseguenza, il presidente ha spiegato la propria decisione di bloccare la pubblicazione delle immagini come volta a evitare le reazioni che potrebbero intervenire in Medio Oriente, e che potrebbero mettere in pericolo le vite delle truppe americane sul campo.
Obama non ha perso occasione di lanciare critiche avvelenate all’Amministrazione Bush, accusandola di aver perseguito una strategia “ad hoc” e “azzardata” per combattere il terrorismo internazionale che non ha funzionato.
Obama non ha risparmiato nemmeno il Congresso, riferendosi al voto di mercoledì come a una scelta dettata esclusivamente da una paura irrazionale. Citando il Senatore Repubblicano Lindsay Graham, Obama ha detto: “Non c’è alcuna ragione logica di pensare che gli Stati Uniti non siano in grado di detenere sul proprio territorio nazionale chi si è macchiato di atti di terrorismo.” Infatti, ha proseguito Obama, svariati terroristi di alto livello stanno già scontando l’ergastolo nelle prigioni di massima sicurezza americane, da cui nessun prigioniero è mai riuscito a fuggire.
Secondo il piano dell’amministrazione, dei rimanenti 240 detenuti di Guantanamo, alcuni saranno rilasciati come ordinato dai verdetti giudiziari, altri saranno mandati in paesi terzi che si sono offerti di prenderli in custodia, e altri ancora dovranno senza dubbio essere ammessi sul territorio americano.
Obama ha concluso il proprio discorso ponendo l’enfasi sull’importanza di trovare un compromesso fra sicurezza nazionale e diritto; questi due principi, ha spiegato il presidente, non sono affatto  contraddittori. Coloro che sostengono l’uno a dispetto dell’altro, anche se sinceri, si sbagliano. Gli Stati Uniti non sono fatti per applicare una visione assolutista, qualsiasi esse sia, ma, al contrario, sono un paese costruito sulla mediazione tra le parti.
Nonostante un momento che sembra essere di reale difficoltà, e nonostante le critiche che gli sono arrivate da parte repubblicana e da parte democratica, Obama è apparso fermo e deciso. Con il discorso agli Archivi Nazionali, il presidente ha dimostrato prontezza nel rispondere alla crisi, un po’ come aveva fatto un anno fa con il famoso discorso sulle relazioni razziali alla Constitution Hall di Filadelfia.
Proprio come allora, anche oggi Obama si difende ricordando agli americani l’importanza della Costituzione come documento fondante gli Stati Uniti. Rimane però la paura che, per quanto irrazionale, nel caso del terrorismo è forte. Un rapporto del Ministero della Difesa, che dovrebbe essere reso pubblico nelle prossime settimane, ma di cui il New York Times ha già pubblicato alcune anticipazioni, sostiene che, dei 534 prigionieri rilasciati da Guantanamo fino a oggi, uno su sette sarebbe rientrato nelle file delle organizzazioni terroristiche affiliate a Al-Qaeda.
La decisione di chiudere Gitmo è stata tra le prime prese dall’Amministrazione Obama. Arrivare alla sua reale messa in atto non sarà cosa facile, anche se il presidente pare determinato a mantenere le promesse fatte.

valentina.pasquali@gmail.com



Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo 22 maggio 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
La settimana dall’11 al 16 maggio è stata tutta incentrata sul tema di dove collocare gli uffici della neonata Società di Gestione e sulle modalità di corresponsione del premio di risultato per il neo AD Stanca. Il CdA infatti si è riunito lunedì 11 con all’ordine del giorno decisioni sull’affitto della nuova sede (2.000 metri quadrati a Palazzo Reale), la presentazione della struttura organizzativa, dei collaboratori diretti dell’AD e del piano economico-finanziario fino al 31 dicembre 2009. Ma subito è scoppiato l’ennesimo caso: il rappresentante del Tesoro, Leonardo Carioni, e quello della Provincia di Milano, Enrico Corali, hanno abbandonato la seduta come segno della propria indisponibilità ad approvare una spesa annua di 1.150 milioni di euro per la nuova sede soprattutto a fronte della proposta di Penati che ha messo a disposizione in comodato gratuito, con una votazione unanime del consiglio provinciale, villa Schleiber nel quartiere di Quarto Oggiaro.
Immediata la reazione stizzita di Stanca a questo nuovo blocco dei lavori minacciando le proprie dimissioni. ''Non è che io non voglia una sede in periferia, ho chiesto Palazzo Reale per consentire al personale di poter cominciare a lavorare immediatamente'' e ha aggiunto ''proprio per la nutrita serie di relazioni internazionali che si dovranno sviluppare con delegazioni straniere di alto livello, è evidente a tutti come sia indispensabile disporre di una residenza che non solo sia consona e di elevato prestigio, un vero e proprio biglietto da visita di Expo 2015, ma soprattutto che essa non sia defilata rispetto al baricentro urbano, in cui gravitano anche le altre istituzioni con cui Expo 2015 SpA si interfaccia quotidianamente, a partire dalla Regione, dalla Provincia e dal Comune''.
Con la fuoriuscita però di Carioni e Corali, i restanti tre membri del Cda hanno temporaneamente sospeso i lavori in attesa di decidere se affrontare gli altri due punti all'ordine del giorno: le politiche retributive della squadra manageriale e il piano economico finanziario per il 2009. Alla ripresa dei lavori sono stati nominati e ufficializzati i primi nomi del board operativo approvato (per chi volesse approfondire rimando all’articolo del Sole 24 ore a firma di Alfieri del 12 maggio presente in rassegna stampa).
Mentre per quanto concerne il premio di risultato (150.000 euro) per Stanca in caso di raggiungimento degli obiettivi assegnatigli, sarà il CdA a valutare eventualmente la sua corresponsione o meno anche in caso di un loro mancato raggiungimento per responsabilità non direttamente a lui imputabili (come chiesto da Stanca).
Dopo una 48 ore di fibrillazioni e contatti telefonici bollenti, ecco che la nuova riunione di CdA del 14 ha sbloccato la situazione: è stato deciso che la Società di gestione  avrà sede in circa 1.000 metri quadrati a Palazzo Reale ma, oltre a questa sede di rappresentanza, ne servirà un’altra – da individuare nei prossimi mesi - per gli uffici operativi di circa 5mila metri quadrati. Questa soluzione “di compromesso” (l’ennesima) si motiva in ragione della disponibilità del Comune di Milano a modificare il proprio regolamento comunale che, dal 1998, gli impone di non dare gratuitamente a terzi beni del proprio patrimonio immobiliare. Staremo a vedere come si evolverà la questione.
Durante una trasferta in Canada il Presidente Formigoni ha deciso di lanciare lo scorso 15 maggio la proposta di organizzare gli Stati Generali dell’Expo da convocare entro l’estate invitando tutte le associazioni che operano sul territorio milanese e lombardo a ricreare il coinvolgimento e la partecipazione che aveva caratterizzato i mesi di candidatura e ridare lo slancio necessario per fare partire la macchina organizzativa. Ha infatti dichiarato: “Vogliamo che la gente si riappropri di questo straordinario evento perché solo così potremo vincere la sfida”.Ci sono state delle difficoltà - ha proseguito il presidente della Lombardia - e io sono convinto che in questo modo potremo superarle meglio. Dobbiamo volare alti, guardare al di là dei singoli problemi. La politica ha il compito di far sognare e di interpretare i sogni e le aspirazioni della gente. L’Expo, insomma, non può essere una cosa delle istituzioni che litigano tra loro”. Sottoporrà questa proposta al prossimo Tavolo Lombardia già fissato per il 25 maggio.
Il 18 maggio si è tenuto poi un incontro nel quartier generale della Lega a Milano, tra il ministro Tremonti, il leader della Lega Bossi, il viceministro alle Infrastrutture Castelli, il ministro Calderoli e la Moratti con al centro la realizzazione dell'Expo 2015 e le risorse per le infrastrutture. Da quanto si è appreso durante l'incontro, durato circa tre ore, si è preso atto che una parte delle risorse inizialmente destinate alla realizzazione dell'esposizione verranno distolte per finanziare la ricostruzione in Abruzzo. In particolare, come ventilato nei giorni scorsi, a saltare sarà la linea 6 della metropolitana milanese e la variante alla strada provinciale Varesina. Durante l'incontro poi sarebbero stati affrontati anche alcuni nodi relativi ai finanziamenti per le infrastrutture spettanti agli enti pubblici. In base al dossier di candidatura infatti oltre agli 1,4 miliardi di finanziamenti statali, dovrebbero arrivare circa 900 milioni dai privati e, altrettanti, dagli enti pubblici. Tuttavia questi ultimi non hanno ancora messo a bilancio preventivo queste risorse, passaggio fondamentale per la Società che deve indire i bandi di gara. In assenza di garanzie sui fondi degli enti pubblici c'è il rischio che l'avvio delle opere subisca una nuova battuta d'arresto. Per questo la Lega attraverso Leonardo Carioni, il viceministro delle Infrastrutture e il ministro Tremonti si sono impegnati a studiare una soluzione per evitare una nuova impasse coinvolgendo lo stesso premier Silvio Berlusconi.
Sempre il 18 Lucio Stanca si é recato alla sede Onu di New York per presentare l’Expo del 2015 e, durante l’incontro, ha proposto Milano quale sede nel 2015 della Conferenza internazionale di valutazione sugli obiettivi della Campagna del Millennio stilati dall’Onu, tra cui il dimezzamento della povertà.
Infine nuovamente lunedì scorso il Ministro Frattini ha comunicato che, in occasione del G8 che si terrà all’Aquila, é prevista una presentazione di Expo 2015 a tutti i leader presenti e che Expo 201 sarà presente a tutti i vertici del G8.
Segnalo infine che è stato pubblicato in data 11 maggio in Gazzetta Ufficiale un decreto del Governo datato 7 aprile che recepisce le modifiche al Dpcm del 22 ottobre 2008 (quello che disegna la governance dell’Expo 2015) che in questi mesi sono emerse.

Altri eventi:

-          dal 23 maggio al 14 giugno si terrà presso la Triennale di Milano la mostra “Expo dopo Expo” che, nata al termine del ciclo di incontri promossi dall’Ordine degli Architetti della Provincia di Milano e incentrato sulle scelte urbanistiche e territoriali di alcune città che sono state sede di Expo negli anni passati, presenterà le opere di cinque fotografi che hanno immortalato le eredità urbane e ambientali di cinque Expo in Europa (Lisbona, Hannover, Siviglia, Saragozza e Suisse).
-          l’8 maggio si é svolto il Tavolo Territoriale di Confronto su Expo 2015 nel quale Regione Lombardia e Provincia, Comune e Camera di Commercio di Mantova si sono confrontati sulle opportunità connesse ad Expo 2015 e sul coinvolgimento del territorio mantovano.
-          il 28 maggio si terrà il 2° Forum di Architettura dal titolo “DO YOU EXPO?” organizzato dal Sole 24 ore di Milano presso la propria sede nel corso del quale importanti relatori discuteranno delle opere e delle strategie per l’area metropolitana milanese del 2015 attraverso la presentazione delle principali esperienze dei più interessanti cantieri d’Europa con amministratori locali, professionisti della progettazione, realestater ecc.
-          il 12 maggio in occasione del vertice bilaterale Italia-Egitto, presieduto dal Presidente Berlusconi e dal Presidente Mubarak svoltosi a Sharm El Sheik, é stato firmato il “Memorandum of Understanding” con il quale l’Egitto esprime l’intenzione di collaborare ad Expo 2015. Una decisione questa che segue direttamente l’incontro che la Moratti ha avuto lo scorso 21 aprile con il Ministro Egiziano per il Commercio e l’Industria, Rachid Mohamed Rachid.
-          Sempre il 12 maggio è stato sottoscritto un protocollo d’intesa fra la Moratti e il Sindaco di Ragusa Nello Di Pasquale con l’obiettivo di valorizzare la città in un’ottica internazionale e nello stesso tempo di farne un punto di forza nella realizzazione di Expo.
-          Il 13 maggio la Moratti è intervenuta al Circolo della Stampa di Milano per  presentare Expo 2015 ai consoli commerciali di 55 Paesi intervenuti al “Second Working group for Commercial Consuls in Milan" al fine di consolidare, rafforzare o aprire nuove relazioni culturali, scientifiche ed economiche bilaterali.
-          Il 15 maggio la Moratti ha ricevuto a Palazzo Marino la moglie dell'ex Premier britannico Charie Blair, fondatrice della Cherie Blair Foundation for Women e Presidente del Loomba Trust, che entrerà a far parte del comitato d'onore "Donne per Expo". L'adesione della signora Blair ad Expo 2015 nasce anche dalla sua particolare attenzione a questi argomenti, avendo lei stessa fondato nel 2007 la Cherie Blair Foundation for Women, il cui scopo principale è promuovere il ruolo e la partecipazione femminile nell’economia globale rafforzando il contributo e la crescita delle piccole e medie imprese gestite dalle donne nei Paesi in Via di Sviluppo.

Alla prossima.

s.florio@libero.it



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Diagnosi di un sistema avvitato

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Gli americani abbandonano l'ambiente

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Verso Expo 2015 – Diario di bordo 23 luglio 2010

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