Gianfranco Aurisicchio, Francesco Arnesano
Perché il nucleare non risolve i problemi energetici italiani (e non conterà neanche molto)
Con il via libera del Senato il 12 maggio scorso al DDL 1195 “Sviluppo ed energia”, licenziato in sordina come tutti gli atti d’importanza nazionale da questo governo che rifiuta ogni confronto con gli elettori, si è riaperta in Italia la stagione del nucleare, a 22 anni da un referendum nazionale che invece lo aveva bloccato. Il provvedimento conferisce al governo la delega per adottare entro sei mesi i decreti per la localizzazione degli impianti e per il ripristino del ciclo produttivo dell’energia atomica, secondo procedure velocizzate per la costruzione di centrali da parte di consorzi, la cosiddetta “autorizzazione unica” che sostituisce sostanzialmente ogni tipo di licenza e nulla-osta.
L’Italia si staglia così in controtendenza, involutivamente, rispetto al resto del mondo che invece si sta aprendo alle energie rinnovabili, tra cui l’eolico ed il fotovoltaico di ultima generazione, il cosiddetto solare termodinamico, ideato dal premio Nobel Rubbia. La rivoluzione energetica in realtà è già in atto, persino in paesi come la Cina che punta anche sul nucleare, e in Europa i mercati energetici del solare e del vento crescono a tassi del 20% all’anno, secondo fonti dell’Unione Europea. Nel solo 2007, l’industria dell’energia rinnovabile ha raggiunto un fatturato di 30 miliardi di euro, impiegando oltre 350 mila lavoratori in Europa, dove sono stati installati 8550 MW di turbine eoliche che forniscono energia a 5 milioni di famiglie europee. E’ interessante notare che queste nuove turbine costituiscono il 40% di tutti i nuovi impianti di energia installati, una crescita notevole che segna il declino degli investimenti nei settori energetici tradizionali. In particolare nel nucleare, è da anni che nel mondo non si investe più nella pianificazione di nuovi impianti, a parte il caso dell’Iran…. e dell’Italia adesso.
Nel parlare di politiche energetiche, per non fare della pura ideologia, bisogna tenere ben presente il contesto macroambientale e macroeconomico in cui ci troviamo, che anche per l’Italia impone delle scelte di policy precise e immediate: il cambiamento climatico, con la conseguente necessità di ridurre i gas serra; le dinamiche di crescita della domanda energetica, non solo nazionale; i contesti geopolitici che possono precludere l’accesso o il rifornimento di fonti energetiche; ed infine la competitività economica e tecnologica della nazione rispetto ad uno scenario internazionale che si muove verso sistemi energetici a basso impatto ambientale, efficienti, affidabili e poco costosi.
Dato questo quadro, L’Europa, che per l’Italia dovrebbe essere il benchmark cui orientarsi nelle politiche energetiche, sta agendo su quattro fronti principali: incremento dell’efficienza delle tecnologie tradizionali di produzione energetica; investimento su energie rinnovabili per raggiungerne velocemente la maturità tecnologica e industriale; ricerca e sviluppo di tecnologie innovative, come il solare termodinamico e l’idrogeno, che raggiungerebbero la maturità entro 10-20 anni (quindi in un arco temporale molto più corto del nucleare che richiederebbe invece uno sviluppo di circa 30 anni). Infine l’Europa sta investendo sull’incremento dell’efficienza energetica negli utilizzi finali dell’energia (efficienza elettrica di elettrodomestici, illuminazione a basso consumo, isolamento termico degli edifici, etc.).
In altre parole l’Europa non sta investendo sul nucleare. Da un’analisi macroeconomica su scala mondiale su dati dell’Earth Policy Institute, vediamo che in realtà quasi nessuno stato sta costruendo o investendo in nuovi reattori nucleari: su 439 reattori che ci sono oggi nel mondo, 119 sono stati chiusi, ad un’età media di 22 anni, e considerando anche una vita media più lunga, un altro centinaio di impianti sarà chiuso entro il 2015, per finire intorno al 2025 quando verrà chiuso il resto degli impianti, ormai divenuti obsoleti. Ebbene, ad oggi solo 36 impianti nucleari sono in costruzione nel mondo, di cui 31 in Asia e nell’Europa Orientale, che avendo generalmente economie stataliste può permettersi gli alti investimenti iniziali.
In questo contesto di riferimento, il nucleare, prima ancora di essere una questione di principio, è in realtà una scelta ideologica che risponde a logiche “politiche”, non economiche. In termini puramente economici, il nucleare non è neanche conveniente, anzi è antieconomico, e non sorprende che nessun gruppo privato oggi ci stia investendo: secondo uno studio di Lovins e Sheikh, “The Nuclear Illusion”, il costo dell’energia elettrica derivata da un nuovo impianto nucleare è di 14 centesimi di dollaro per KWh, mentre il costo dell’elettricità derivata da un parco eolico è di 7 centesimi di dollaro per KWh, cioè il doppio. Tale cifra comprende i costi del combustibile (l’uranio cioè), del capitale, di manutenzione e operations, e di trasmissione e distribuzione. Non include invece i costi addizionali, che per il nucleare sono la gestione delle scorie radioattive, l’assicurazione degli impianti contro incidenti, e soprattutto lo smantellamento degli impianti a fine ciclo produttivo, che sono invece stimati intorno ai 400 milioni di euro per impianto (nostre stime su dati IAEA). Inoltre il costo del combustibile, l’uranio, non è di basso impatto, visto che oggi viaggia ad oltre 100 euro al Kg.
Non analizziamo in questo contesto i rischi di incidenti agli impianti, perché i reattori di terza generazione sono ritenuti sufficientemente sicuri, e per non fare della facile demagogia. Piuttosto andrebbero calcolati i costi per la comunità di fuoriuscite o perdite e di inquinamento radioattivo delle falde a causa dello stoccaggio delle scorie. Per il nucleare rimane infatti da risolvere il problema della gestione delle scorie, che per l’Italia non è di facile soluzione data la geografia del paese e la “non-gestione” finora, eufemismo per dire abbandono, delle scorie prodotte dai passati impianti.
Il nucleare non risolve di certo il problema dell’indipendenza energetica dell’Italia: si sostituisce una fonte di approvvigionamento (il metano diciamo) con un’altra (ovvero l’uranio, che non cresce certo nel nostro orto), un’area geopolitica di rifornimento con un’altra, e si accresce la dipendenza dalla “materia prima” perché l’uranio deve essere anche prima “lavorato” per poterlo immettere nel processo di fissione nucleare. In concreto nessun reattore nucleare è costruito in paesi che hanno mercati dell’energia competitivi. La ragione è semplice: il nucleare non può competere con altre fonti di energia. E spiega anche perché la costruzione di nuovi impianti è concentrata in paesi come Russia e Cina dove la produzione di energia è controllata dallo stato ed esiste una larga base di contribuenti su cui scaricarne il finanziamento con tasse, visto che nessun gruppo privato ha convenienza ad investirvi. Appunto il caso dell’Italia, dove il governo vuole centralizzare e controllare la produzione di energia nucleare, così da gestire i propri equilibri di potere, e scaricare il costo sui contribuenti a discapito di altri progetti veramente utili alla crescita del paese. Oltretutto l’intervento dello stato nella costruzione o finanziamento delle centrali contrasta pure con la liberalizzazione del mercato elettrico (attuata dal decreto Bersani), che presuppone che il decisore politico assuma un ruolo di arbitro e non di player.
Anche considerando il nostro sistema energetico nazionale, emerge che il nucleare, se introdotto, avrà una rilevanza addirittura marginale come fonte energetica. Nel 2007 l’energia primaria utilizzata per produrre elettricità è stata di 59,2 MTEP (Milioni di Tonnellate Equivalenti di Petrolio), cui si aggiunge l’elettricità importata per 10,2 MTEP, a fronte di una domanda totale di energia primaria di 194,5 MTEP: facendo due conti, osserviamo che solo il 36 % dell’energia utilizzata in Italia nel 2007 viene trasformata in energia elettrica. Tale quota è prodotta per il 41% da metano, per il 17% da carbone, per il 10 % da derivati del petrolio, cioè olio combustibile – per cui il nucleare non risolve nemmeno il problema dell’inquinamento da idrocarburi – e per il 17% da fonti rinnovabili, prevalentemente idroelettrico (nostre analisi su dati del Bilancio Energetico Nazionale 2007). Dalle dichiarazioni del ministro Scajola, che prevede che a regime, cioè intorno al 2030, il nucleare possa coprire il 25% dei consumi elettrici, si può stimare che il contributo della fonte nucleare sul totale delle fonti di energia primaria utilizzate sarà di circa il 9%: vale quindi davvero la pena investire nel nucleare per solo il 9%? A quali logiche risponde l’impegno del governo nel nucleare?
http://gianfrancoaurisicchio.blogsome.com