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Home » Newsletter n. 170 - 29 maggio 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 170 – 29 maggio 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni



Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 170.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Nicola Pasini
Il punto/ Della funzione educativa della politica: i vizi dei peggiori


Alessandro Fanfoni
Occasione mancata


Davide Biassoni
La scorciatoia del populismo


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – Elezioni europee: chi propone cosa?


Gianfranco Aurisicchio, Francesco Arnesano
Rinnovabili e di successo


Simone Comi
Le Nazioni Unite di fronte alla minaccia nucleare nordcoreana, la solita situazione d’impasse?


Valentina Pasquali
La rivoluzione silenziosa di Obama


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Nicola Pasini
Il punto/ Della funzione educativa della politica: i vizi dei peggiori

Che ne sarà dell’Europa dopo il 6-7 giugno? Quale coordinamento tra i paesi membri dell’Europa per esistere come ‘attore’ rispettabile nello scacchiere internazionale? Quale rapporto con gli USA e la Russia? Un tempo l’Europa aveva almeno la presunzione di essere arbitro tra i grandi del mondo, ma oggi dobbiamo prendere atto che siamo nella situazione in cui ogni paese urla al “si salvi chi può” nell’assistere, passivamente, alla vera partita del G2 (Cina e USA)? Certo, prevedere il futuro sarà impossibile, tuttavia come italiani vorremmo che Berlusconi e Franceschini ci dicessero innanzitutto quale Europa desiderano per il domani delle giovani generazioni e quale deve essere, se ve n’è uno, il ruolo dell’Italia. Ci piacerebbe parlassero di come fronteggiare la dipendenza energetica, di come imporre il Made in Italy fuori dei confini domestici, di come attrarre turisti dal resto d’Europa e da tutto il mondo …In buona sostanza, ci sarà mai un ruolo originale dell’Italia nell’Europa? E, ancora, come debellare, nel nostro piccolo contesto europeo, il virus portato dalla crisi economico-finanziaria su scala globale? Come cercare di imprimere il cambiamento? Come fare tesoro degli errori del passato per indicare nuove certezze, sia pur minime?
Queste sono solo alcune delle domande alle quali i partiti e i propri leader dovrebbero rispondere in questa campagna elettorale, tuttora inesistente. Certo, è più semplice dedicarsi al “Noemi scandal”, ma potrà mai crescere un paese se nessuno dei rappresentanti politici, di maggioranza e di opposizione, fa sapere quali idee ha su queste poche, ma importanti questioni?

direzione@formazionepolitica.org

 


Alessandro Fanfoni
Occasione mancata

“Berlusconi ovvero le pene d’amore di un Don Giovanni incatenato...” No, troppo melò.

“Quante volte signor Presidente? Con quante donne? Dove e quando? Era a capo del governo o dell’opposizione? Lo faceva con rispetto o con disprezzo? E non ne risentiva la qualità del suo lavoro, del suo impegno per il paese?” No, troppo da tribunale della coscienza, alla Bergman.

Forse allora, “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. No, troppo banale.

No, no. Non va bene cominciare così, perché ciascuno di questi inizi presuppone l’ammissione di un peccato. Mentre la linea difensiva del premier è opposta: non c’è peccato, sono innocente, è tutta una macchinazione.

Quindi, implicitamente, lo stesso Berlusconi accetta il piano del giudizio morale in base al quale i suoi avversari pretendono giudicarlo, da Franceschini alla Repubblica. Sarebbe troppo anche per lui rovesciare il tavolo e replicare con uno slancio craxianamente eroico quanto patetico, disperato e solitario, al fine di riconoscere la propria colpa come una non-colpa.
Se le cose stanno così, ci siamo proprio infilati in un bel ginepraio che oltretutto ci porta lontano dai problemi reali del paese. Certo non per la sinistra, che vede nella degenerazione morale del paese la causa di tutti i suoi mali e in Berlusconi il degenerato stregone di questa depravazione dei costumi e dei valori, attraverso le sue televisioni, i suoi conflitti d’interesse, i suoi soldi, i suoi voti, la sua leadership…. Un’incarnazione del male.
Allora che fare di questo milanese esuberante e generoso, ammaliante e istrionico, questo milanese con un cuore napoletano che siede a Palazzo Chigi e che da quindici anni è l’epicentro della vita politica?

Quante volte si è pensato e tentato di espungerlo senza successo. Altrettante volte si è cercato di limitarlo separando chirurgicamente il Berlusconi buono dal Berlusconi cattivo (basta dire Bicamerale). Niente da fare, però, Berlusconi si può prendere o rifiutare tutto intero: il presidente del Consiglio e il tycoon televisivo, l’inguaribile cabarettista e il formidabile acchiappavoti, il leader eccentrico e vanitoso e l’infaticabile premier delle emergenze – da Napoli all’Aquila, l’impresario di veline e il buon padre difeso dai figli, l’uomo più processato d’Italia e al tempo stesso ogni volta rigenerato dalla cieca fiducia dei suoi elettori, l’anomalia par exellence del sistema politico ma al tempo stesso lo stabilizzatore di una dinamica bipolare a tendenza bipartitica che ha semplificato, razionalizzato e nel complesso, aiutato l’Italia a maturare.
Cosa resta ora che la quasi totalità della campagna elettorale è andata sprecata inseguendo les liasons dangereuses del premier? La necessità di uno scatto di autostima da parte della nostra classe politica e dei media in generale, è destinata a restare inappagata. Non ci resterà che prendere atto a urne chiuse a chi avrà giovato di più anziché parlare del paese e dell’Europa, occuparsi delle frequentazioni del premier.
Tuttavia, la vera chance che è stata mancata, la vera domanda che, in queste settimane, la politica avrebbe potuto porre  proficuamente a se stessa e al paese, avrebbe dovuto essere – anche per la prossimità della scadenza elettorale con il 2 giugno, festa della Repubblica: a che punto è la nostra democrazia? Qual è lo stato di salute del complesso organismo istituzionale e politico che la governa? Non è forse pienamente maturo il momento di compiere un salto verso un altro stadio evolutivo?

Auguri di un buon 2 giugno di riforme e chiarificazioni!


Davide Biassoni
La scorciatoia del populismo

Si avvicinano le elezioni europee, ma di Europa si è parlato poco o punto. E così la consultazione si è capovolta nell’ennesimo (non certo auspicabile) sondaggio nazionale pro/contro Silvio Berlusconi. Il Premier attraversa una fase critica e delicata, come dimostrano gli attacchi provenienti anche dalla stampa estera sulle sue vicende più personali ed private, oltre al redivivo scontro con i Magistrati per il caso Mills. Si direbbe un “ritorno al futuro”, un passato che non-passa e che rischia di sfociare in un consistente disinteresse verso la politica. Per uscire dall’angolo, il Cavaliere ha fatto ricorso alla strategia a lui più congeniale: il richiamo diretto al “suo popolo”, agli italiani che lo seguono e sostengono senza esitazioni. E lo si è visto – oltre alle piccate repliche a mezzo stampa – nell’invettiva lanciata contro il Parlamento bollato come “pletorio” e che il Presidente del Consiglio vorrebbe dimagrire nella composizione numerica tramite un ddl d’iniziativa popolare, sostenuto da milioni di elettori. Obiettivo non certo inedito: da un lato, Berlusconi aveva già proposto, tempo addietro, di concentrare le votazioni in testa ai capigruppo, denunciando lo smarrimento di molti votanti in Aula, chiamati a “schiacciare un bottone” pur non essendo spesso a conoscenza del merito, né del contenuto, di ciò che è discusso e votato. Dall’altro, la riduzione di Deputati e Senatori ad un ammontare più congruo era un principio già compreso nella bozza Violante dell’autunno 2007. Le riforme istituzionali necessarie per l’ammodernamento del paese sono tuttora in stallo, dopo che il referendum del 2006 respinse le modifiche alla Costituzione approvate dall’allora Casa delle Libertà. Il principio in base al quale le regole del gioco vadano modificate in modo bipartisan resta ancora una chimera in un’Italia dove si riaffaccia il bipolarismo muscolare del “muro-contro-muro”, meccanismo paralizzante e del tutto inefficace ai fini delle esigenze della macchina istituzionale (e dei cittadini). Ciò che continua a mancare è quel minimo comun denominatore di valori condivisi che permetta ai contendenti di considerarsi rivali, e non nemici, e che funga da pietra angolare per intavolare un progetto concreto di riforma. Le linee guida sono note: riduzione del numero di parlamentari; superamento del bicameralismo paritario e ridondante, con trasformazione della Camera Alta in un Senato federale e delle autonomie locali; rafforzamento delle prerogative del Governo per l’implementazione del proprio programma; stabilità dell’esecutivo mediante la sfiducia costruttiva; compressione della frammentazione partitica per mezzo di una legge elettorale adeguata. Appellandosi ad un ddl d’iniziativa popolare in tema di riforme istituzionali, il Premier sembra aver ridato sfogo alle sue note insofferenze verso gli “impedimenti” partitici e parlamentari, ed ha trasmesso l’impressione di voler utilizzare il consenso tuttora molto alto di cui gode per piegare le istituzioni ai suoi disegni. E’ parso quasi un appello “anti-establishment” (prontamente rispedito al mittente dal Presidente della Camera), mobilitando l’elettorato contro la vituperata “Casta”. Più che il contenuto, è stato privilegiato il metodo: del resto, la volontà riformista la si vede in Aula, non nei proclami. Stante il quadro delineato, è assai improbabile uno scenario futuro di maggiore concordia sulle riforme: Berlusconi rimane al centro della scena politica, concentrando critiche e strali, in grado di influenzare le tattiche degli alleati quanto degli avversari. Si conferma così il perno di un bipolarismo anomalo, ossia di un’architettura politica che non funziona in maniera fisiologica poiché i contendenti stentano a riconoscersi reciproca legittimità. Tale impedimento, oltre a ritardare sine die il processo riformatore, rischia di ingenerare una deleteria personalizzazione della politica: il populismo che chiama a raccolta “le masse”, da usare come “ariete” verso un sistema sordo ed attorcigliato su stesso, instaurando una sinergia leader-popolo che scavalchi il filtro delle istituzioni.

biassoni_davide@yahoo.it


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – Elezioni europee: chi propone cosa?

Vista la mancanza quasi assoluta di informazione a riguardo, proviamo noi ad aprire una finestra comparativa sui manifesti elettorali predisposti dai quattro principali partiti per le Europee della prossima settimana: Partito Popolare Europeo (PPE), Socialisti Europei (PSE), Liberali (ELDR, acronimo inglese che sta per Partito dei Liberali Democratici e Riformatori Europei) e Verdi. In particolare si mettono in luce le posizioni sui temi che hanno oggi maggior rilievo nella politica europea [1].

·         Contrasto della crisi economica e finanziaria

a.      Il PPE promette la creazione di nuovi posti di lavoro e la promozione di un’economia verde, riaffermando il suo credo in un’economia sociale di mercato ed auspicando un più forte controllo ed una maggiore regolamentazione del sistema finanziario globale, senza che ciò significhi un ritorno al “socialismo”.
b.      Il PSE attribuisce le responsabilità della crisi finanziaria al centro-destra, che ha governato la maggioranza dei Paesi europei e le istituzioni europee negli ultimi anni. I Socialisti affermano che la crisi non era affatto “inevitabile”, ma è stata una conseguenza diretta di una politica animata da una fede cieca nel mercato.
c.      L’ELDR si dice d’accordo con una riforma del sistema finanziario, purchè ciò non significhi l’approdo a politiche di nazionalizzazione, sovra-regolamentazione e protezionismo. Auspica piuttosto una politica che favorisca la competizione trans-frontaliera, la libera circolazione di merci e servizi, la condivisione di conoscenze in funzione di un aumento della competitività in Europa.
d.      I Verdi vedono nella crisi un’opportunità per trasformare il sistema economico e sociale europeo e renderlo stabile, più autonomo e sostenibile per le nuove generazioni. L’Unione Europea dovrebbe – secondo i Verdi – difendere i sistemi sociali e le condizioni di lavoro dalle pressioni di una competizione senza vincoli.

·         Cambiamento climatico e politiche dell’energia
a.      Il PPE propone un’Europa all’avanguardia nel ricorso a tecnologie a basso uso di carbone e senza carbone. È favorevole all’immediata introduzione di misure di risparmio energetico ed alla diversificazione delle fonti di energia nell’Unione (compreso lo sviluppo del nucleare in alcuni Paesi).
b.      Il PSE auspica: che la UE assuma un ruolo mondiale di guida in questo settore politico, anche supportando i Paesi in via di sviluppo a contrastare gli effetti del cambiamento climatico; che venga sviluppata a livello europeo una politica comune dell’energia ed una regolamentazione sulle questioni attinenti al clima che contribuisca – soprattutto lì dove manca una regolamentazione – ad un’armonizzazione funzionale alla riduzione complessiva delle emissioni.
c.      I Liberali ritengono che bisogna favorire gli investimenti in questo settore, riducendo i vincoli amministrativi e aumentando gli incentivi per favorire un’economia a basso uso di carbonio. L’industria dell’energia europea dovrebbe garantire trasparenza e l’interesse dei consumatori, investendo in soluzioni tecnologiche innovative.
d.      I Verdi sono per una rivoluzione delle risorse, proponendo un drastico taglio delle emissioni e la creazione di 5 milioni di posti di lavoro nell’economia “verde”. Essi sono contrari a qualsiasi sviluppo dell’energia nucleare e auspicano la fine della dipendenza dell’UE dal petrolio.

·         Europa nel mondo
Tutti e quattro i partiti ritengono che debba aumentare l’influenza dell’Europa nel mondo e credono che il Trattato di Lisbona sia una via necessaria a tal fine. Detto ciò:
a.      Il PPE vuole intensificare la lotta al terrorismo globale e consolidare nei prossimi 5 anni l’area di pace europea fino all’Est Europa ed al Caucaso. Sostiene la necessità di accelerare l’adeguamento dell’Europa alle complesse sfide militari del mondo di oggi. Propone un aggiornamento della Strategia Europea di Sicurezza del 2003. Inoltre è favorevole a ricerche europee su armi e tecnologie militari che gli Stati membri dovrebbero condurre sotto l’ombrello dell’Agenzia europea di difesa e con uno stretto coordinamento tra UE e NATO.
b.      I Socialisti sono a favore di una riforma della governance globale, che riguardi ONU, WTO, Banca Mondiale, Fondo Monetario, in modo da riconoscer più rilievo a Paesi in via di sviluppo e ai Paesi poveri. Propongono che l’Unione lavori per il disarmo nucleare inetrnazionale, e rafforzi dialogo e alleanze attraverso l’ONU creando un’“Alleanza delle Civilità”. Sono a favore di una cooperazione “decentralizzata” nella politica europea di sviluppo e nella di costituzione di “corpi europei di volontari per gli aiuti umanitari” (“European Voluntary Humanitarian Aid Corps”).
c.      I Liberali ritengono che l’Europa debba contribuire in maniera effettiva alla sicurezza globale con un ruolo importante, in alcuni casi anche attraverso le strutture della NATO e auspica nuovi sforzi per per rafforzare ed estendere la Politica europea di sicurezza e difesa.
d.      I Verdi pensano ad un Unione europea che sia da esempio nel suo impegno a mettere in campo sulla scena globale un nuovo stile di politica estera. Essi sono a favore del rafforzamento di corpi multilaterali e del diritto internazionale.

Il nostro piccolo spazio per questa settimana è finito. Si evitano valutazioni sui programmi, che rimettiamo alla riflessione ed alla ricerca del lettore, alla sua sensibilità e coscienza critica. Sperando che egli non sia rimasto troppo “turbato” da questa paginetta, che forse gli ha mostrato come il suo voto sarà su questioni per nulla trattate nella campagna elettorale di questi giorni; e auspicando che si accorga – o almeno inizi a farlo – che, al di là di quell’Europa-che–non-c’è nella politica e nei media nazionali, l’Europa - pur con grossi limiti, difficoltà, inadeguatezze - c’è!

mariodiciommo@yahoo.it


[1] Cliccando sui links predisposti si potrà accedere direttamente ai programmi che si vanno ora a richiamare.


Gianfranco Aurisicchio, Francesco Arnesano
Rinnovabili e di successo

In vista dell’implementazione del protocollo di Kyoto, l’Unione Europea si è impegnata in una sfida senza precedenti, il “Pacchetto Clima-Energia”, adottato dal Parlamento Europeo in prima lettura nel dicembre 2008, che prevede il raggiungimento entro il 2020, su valori del 1990, di aumentare l’efficienza energetica per il 20%, la riduzione dei gas serra per un altro 20% e l’offerta di energie rinnovabili per il 20% sul totale delle fonti, la cosiddetta tripletta 20-20-20. Un impegno particolarmente ambizioso che prevede anche un target minimo del 10% di energie rinnovabili nei trasporti (biofuel e altri).   Si è in realtà osservato che il settore delle fonti energetiche rinnovabili, che in Europa ha raggiunto tassi di crescita consistenti, non comporta solo esternalità positive per l’ambiente, ma ha anche ricadute positive in termini socio-economici: solo per i paesi di Germania, Austria, Spagna, Francia, Olanda, Polonia e Slovenia, il settore delle energie rinnovabili impiega oltre 400 mila lavoratori e rappresenta un giro d’affari di 45 miliardi di euro. Mica male per quelle che erano considerate le cenerentole dell’energia, se si considera che fonti di energia tradizionali o anche il nucleare, impiegano di gran lunga meno persone e creano un giro d’affari grandemente inferiore.  Mediamente, si tratterrà comunque di un incremento percentuale molto consistente, visto che nel 2006 le energie rinnovabili costituivano solo il 9,2% del totale delle fonti di energia primaria, con enormi variazioni da uno stato all’altro, per esempio dallo 0% di Malta fino al 39,8% della Svezia.  In concreto, portare globalmente la quota di energia rinnovabile al 20% sul totale delle fonti, comporterà aumentare dal 15% al 35% la quota di rinnovabili nella produzione elettrica, dal 10% al 25% nel riscaldamento, e aumentare la percentuale di carburanti alternativi dal 1% al 10%, spiega Christine Lins, segretario generale del European Renewable Energy Council.
Gli impegni presi però dall’Europa possono essere più gravosi da mantenere dato il quadro economico deterioratosi nel frattempo, come è emerso al G8 sull’energia svoltosi a Roma il 24 e 25 maggio scorso, incontro che preclude alla Conferenza di Copenhagen di dicembre sui cambiamenti climatici.  La crisi ha infatti causato una contrazione degli investimenti delle società energetiche nei settori chiave per raggiungere gli obiettivi di Kyoto, come lo sviluppo di tecnologie di risparmio energetico, la realizzazione di impianti per fonti rinnovabili e la realizzazione di infrastrutture energetiche, investimenti questi che sono alla base del raggiungimento dei traguardi del 20-20-20. Il timore è che tali riduzioni d’investimento potrebbero richiedere un intervento pubblico di compensazione, che allo stato attuale, almeno per l’Italia, sembra difficile da allocare stante la posizione antiambientalista e favorevole al nucleare del governo italiano di centro-destra. Riducendo gli investimenti nelle risorse energetiche, sia fossili che rinnovabili, si rischia però, all’uscita dalla crisi, di avere un sistema energetico sottodimensionato, che potrebbe non essere in grado di rispondere in maniera immediata all’aumento della domanda energetica da parte del mercato.  Per questo motivo nell’ambito del G8 le imprese hanno chiesto ai ministri dell’energia riuniti a Roma di fornire un quadro normativo più chiaro, ponendo l’accento sull’urgenza di accordi tra paesi produttori e consumatori che garantiscano la continuità e la sicurezza dell’approvvigionamento.  Risulta interessante a tal fine la proposta di realizzare una partnership internazionale per la cooperazione nell’efficienza energetica.
Anche il G8 dell’energia di Roma comunque è stato l’ennesimo test di un interesse crescente da parte degli investitori verso il settore delle energie rinnovabili. Investitori che però domandano giustamente un preciso sostegno pubblico ed un chiaro quadro normativo. Le politiche ambientali possono allora rappresentare un nuovo modo di “fare politica industriale”, capace di promuovere competitività internazionale e crescita, attraverso un progresso tecnologico diffuso. Al di là delle specificità nazionali, politiche capaci di abbreviare i tempi di attesa fra il momento della progettazione e quello dell’entrata in funzione degli impianti e politiche atte a garantire un sostegno finanziario nel tempo appaiono come le più indicate a incentivare l’investimento finanziario privato verso il settore delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica. Secondo Merryl Lynch, tenendo conto del costo associato alle emissioni inquinanti, che per i generatori europei sta diventando un fattore importante, sia l’eolico che le biomasse sono già opzioni commercialmente appetibili anche prima di contabilizzare eventuali sussidi all’energia.  Emerge a tal fine che un sistema di produzione flessibile basato sulle energie rinnovabili risponde meglio alla domanda di energia ed evita l’enorme perdita di efficienza specifica degli impianti di energia di grande scala.  Gli impianti tradizionali di produzione di energia da fonti fossili o nucleari richiedono infatti una scala di produzione grande e non scalabile, con forti diseconomie di scala verso il basso, ed il funzionamento perpetuo, giorno e notte: l’eventuale interruzione è causa di gravi ritardi nella riaccensione e di perdita significativa di energia.
Gli obiettivi europei risulteranno perciò realizzabili solo a fronte di consistenti investimenti in ricerca e sviluppo. I paesi, come il nostro, in cui la sfida europea sembra essere sottovalutata rischiano la marginalità nei confronti della competitività internazionale e saranno costretti all’importazione delle tecnologie di risparmio energetico e fonti rinnovabili sviluppate da paesi leaders, come Regno Unito e Germania – quello cioè che sta già succedendo in ambito fotovoltaico dove la maggior parte dei pannelli proviene da Germania e Giappone.  Oltre alla ricerca, è fondamentale che gli stati forniscano indicazioni chiare sulle politiche energetiche rivolte all’incentivazione delle fonti rinnovabili e all’aumento dell’efficienza energetica, promuovendo per esempio un sistema di incentivi e disincentivi, in coerenza con un quadro normativo che rassicuri gli investitori privati che vogliono puntare in questo settore.
Le possibilità molto interessanti di un sistema energetico che combina tutti questi elementi sono realistici e pratici, ed implicano solo tecnologie esistenti e cost-efficient. La sfida non è un problema di tecnologia, ma piuttosto di implementare politiche energetiche che combinano queste tecnologie in un sistema efficiente, rinnovabile ed intelligente.

http://gianfrancoaurisicchio.blogsome.com



Simone Comi
Le Nazioni Unite di fronte alla minaccia nucleare nordcoreana, la solita situazione d’impasse?

I test nucleari e missilistici voluti dal Governo di Pyongyang hanno messo in luce quella che sembra essere la sempre più preoccupante inservibilità di un’istituzione internazionale, le Nazioni Unite, considerata da molti Governi nulla più che un complesso di uffici in una montagna di vetro, da cui puntualmente viene partorito un topolino. La riunione del Consiglio di Sicurezza tenutasi lunedi a seguito del test nucleare nordcoreano ha portato dichiarazioni di condanna e la forte opposizione da parte di tutti i membri del Consiglio, che si sono impegnati affinché vengano poste sanzioni severe e si proceda al più presto a presentare una nuova risoluzione internazionale. Dall’approvazione della 1718 nell’ottobre del 2006 a seguito dei test nucleari, che avrebbe dovuto colpire economicamente la Corea del Nord, il Governo di Pyongyang ha innalzato e allentato a fasi alterne la tensione nell’area. Dichiarazioni ostili verso i paesi vicini e invisi al regime nordcoreano hanno mantenuto la preoccupazione a livelli piuttosto elevati e la decisione di utilizzare con la leadership iraniana l’esempio di Pyongyang, nel tentativo di facilitare il blocco del programma nucleare, sembra aver scatenato le peggiori fantasie nucleari dell’establishment nordcoreano. Testare nello stesso giorno la propria capacità nucleare e la precisione di missili balistici sembra voler essere un segnale di forza importante, anche se probabilmente dovuto ad una certa disperazione. La decisione del Governo di Pyongyang si inserisce infatti in una strategia volta ad ottenere gli aiuti economici indispensabili alla sopravvivenza della leadership in carica, utilizzando la sola minaccia nucleare per estorcere denaro e risorse energetiche ai differenti attori internazionali. Date le condizioni attuali la questione sembra però essere difficilmente risolvibile attraverso i metodi diplomatici classici. Il regime utilizza infatti gli aiuti per restare al potere bloccando al contempo il processo negoziale ogni qualvolta lo stanziamento di fondi venga legato a precise richieste di garanzia sullo smantellamento del programma nucleare. Le periodiche concessioni delle potenze asiatiche e occidentali al Governo di Pyongyang non servono quindi a fermare lo sviluppo del programma nordcoreano, ma a rallentare un processo di nuclearizzazione che è cresciuto costantemente negli ultimi anni.
Con i nuovi test la Corea del Nord è entrata prepotentemente nell’agenda delle priorità della comunità internazionale e dell’amministrazione Obama. Per gli Stati Uniti, così come per gli altri attori impegnati, l’obiettivo a medio termine dovrebbe essere il vigilare attentamente sulle dinamiche interne al paese. La successione a Kim Jong-Il, che pare farsi sempre più prossima, potrebbe aprire una stagione di instabilità politica difficile da controllare sia per i gruppi in lotta per la leadership che per eventuali attori esterni. Washington e Seoul potrebbero intervenire quindi congiuntamente per favorire l’ascesa di una nuova classe dirigente, maggiormente disposta a collaborare con trasparenza e a favorire almeno un accenno di democratizzazione. Nel breve periodo va però disinnescato il circolo vizioso che permette al regime nordcoreano di mantenersi al potere. Legare la concessione di contributi alla concreta opera di smantellamento dei piani nucleari sembra essere l’unica soluzione in grado di riportare stabilità nella regione. Pyongyang sa bene che non ha la forza politica, né quella militare, per poter alzare ulteriormente il grado di tensione nell’area senza dover affrontare le conseguenze di una scelta che apparirebbe dettata più dalla follia che da un razionale calcolo politico o diplomatico. Ancora una volta, di fronte ad una questione così rilevante per tutta la comunità internazionale, una domanda sorge spontanea: sarà capace la montagna di vetro a New York di partorire qualcosa di più di un semplice topolino?

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com

 


Valentina Pasquali
La rivoluzione silenziosa di Obama

Washington D.C. – Con la nomina di Sonia Sotomayor alla Corte Suprema, il Presidente americano Barack Obama continua nell’opera silenziosa ma innarrestabile di sconvolgimento delle relazioni razziali negli Stati Uniti, e, in questo caso, anche di quelle tra i sessi, scegliendo la prima donna di origini ispaniche, e la terza donna in assoluto, per la più alta carica che un giudice americano possa rivestire. Obama torna così, ancora una volta, sul valore insostituibile dell’American dream, di cui Sotomayor è prodotto emblematico, proprio come il presidente.
Nata e cresciuta nelle case popolari del Bronx, orfana di padre a soli 9 anni, Sotomayor è arrivata per merito e determinazione alla laurea a Princeton e al diploma per l’avvocatura a Yale, nomi prestigiosi che l’hanno lanciata in una carriera variegata e di grande successo fino all’incarico alla Corte Federale di Appello del Secondo Distretto di New York e ora, se sarà capace di ottenere l’approvazione del Senato, alla Corte Suprema degli Stati Uniti.
Sotomayor, senz’altro più progressista che conservatrice, non è però per nulla una rivoluzionaria a livello di filosofia legale, ed è stata a lungo considerata un giudice di tendenze centriste. Tale combinazione tra una storia personale eccezionale e di grande valore simbolico e una carriera fatta di rigore e moderazione, fanno di Sotomayor l’incarnazione perfetta della politica di Obama, che, in ogni decisione, ricerca il cambiamento solo se può essere portato avanti a mezzo di una lenta progressione. Bisogna riconoscere al presidente il fatto che questa strategia gli ha fin qui consentito di far accettare agli americani novità politiche epocali, a partire dalla candidatura stessa di Obama alla presidenza degli Stati Uniti, come fossero cose quasi normali.
Così, mentre a livello simbolico Sotomayor rappresenta un punto di rottura con la struttura tradizionale della Corte Suprema, se si guarda più attentamente al complesso della sua carriera, alle decisioni prese nei tanti anni passati in tribunale, viene da pensare piuttosto che Sotomayor finirà per offrire una certa continuità con l’attività di David H. Souter, il giudice che ha appena annunciato le proprie dimissioni e che Sotomayor dovrebbe sostitutire.
Così come quella di Souter, la filosofia legale e costituzionale di Sotomayor si è contraddistinta negli anni per la competenza mostrata, per la conoscenza profonda della lettera della legge e del patrimonio di precendenti legali. Non certo per via di una visione unitaria e comprensiva del significato e del valore della Costituzione. E, come Souter, anche Sotomayor non viene descritta come una raffinata scrittice di sentenze dai toni lirici destinate a essere citate negli anni a venire, ma piuttosto come una seria e rigorosa conoscitrice dei testi e delle loro mille sfumature.
Durante la propria lunga carriera, il giudice di origine ispanica non si è mai trovata a dover decidere di aborto, o diritti dei gay, o di altre grandi tematiche del genere. In un suo profilo pubblicato da Business Week, viene sottolineata la reputazione centrista di Sotomayor nei casi di diritto del lavoro e commerciale. Mentre pare scontato che, su questioni sociali, Sotomayor si allineerà con i giudici più liberal della Corte Suprema, è probabile che, per il resto, Sotomayor non provocherà grandi scossoni.
Non è un caso che sia stato un presidente repubblicano, George H.W. Bush, a nominarla al primo incarico federale nel 1991, alla Corte Federale del Distretto Meridionale di New York (fu poi Bill Clinton a promuoverla all’incarico attuale).
L’ala conservatrice del movimento repubblicano si è comunque già mobilitata per convincere  i rappresentanti del partito al Senato, e in particolare alla Commissione Giustizia incaricata di decidere o meno se approvare la nomina di Sotomayor, ad opporsi. Al di là di questo, però, la caratteristica moderazione professionale dovrebbero consentire alla prima donna ispanica di superare l’ostacolo Congresso con una certa facilità, fatto, a ben pensarci, straordinario.
Dal canto suo la Casa Bianca non sta certo con le mani in mano e ha già lanciato una campagna massiccia di pubbliche relazioni in favore di Sotomayor. Appena un giorno dopo essere stata presentata alla nazione dal Presidente Obama, il giudice aveva già parlato, di persona e al telefono, con il capo del Partito Democratico al Senato, il Senatore Harry Reid (Nevada), con il capo dei repubblicani Senatore Mitch McConnell (Kentucky), con il Presidente della Commissione Giustizia Sen. Patrick Leahy (Vermont) e con il repubblicano di più alto rango in commissione, Sen. Jeff Session (Alabama).
In ogni caso, sostiene E.J. Dionne Jr. sul Washington Post, “sarebbe sciocco per i repubblicani respingere la candidatura di Sotomayor, che, per quanto li riguarda, è la scelta migliore che Obama potesse fare.”

valentina.pasquali@gmail.com



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Afghanistan, l’unica certezza resta il Grande Gioco

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