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Home » Newsletter n. 171 - 5 giugno 2009
CFP NEWS
La newsletter settimanale
del Centro di Formazione Politica
Anno 5 Numero 171 – 5 giugno 2009
www.formazionepolitica.org

a cura di Alessandro Fanfoni

Carissimi lettori,
siamo lieti di inviarvi la Newsletter n. 171.

Buona lettura!
La Redazione


Sommario:

Alessandro Fanfoni
Il punto/ MO: La scommessa di Obama


Valentina Pasquali
Nessuna scarpa contro Obama


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – 6-7 giugno: perché andare a votare


Davide Biassoni
Voto europeo e scenari futuri


Enrico Bellini
A chi giova il gioco corretto?


Gianfranco Aurisicchio
La risposta europea alla crisi


Simone Comi
La Turchia membro dell’Unione Europea, prima che sia troppo tardi


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo del 5 giugno 2009


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Alessandro Fanfoni
Il punto/ MO: La scommessa di Obama

Dopo il discorso di Ankara del 7 aprile scorso - “Gli Usa non sono e non saranno mai in guerra con l’Islam” -, il discorso di ieri al Cairo di Barack Obama - “Sono giunto sin qui per cercare un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani” - rappresenta senz’altro il punto più alto, dal punto di vista simbolico, dello sforzo diplomatico dispiegato dalla giovane amministrazione Obama per rovesciare i termini di un rapporto tra Occidente e Islam che, dopo l’11 settembre, sono stati avvelenati da incomprensioni e diffidenze reciproche, marmorizzati da opposti stereotipi, quando non insanguinati da conflitti armati.

La storia cominciata l’11 settembre del 2001, agli albori della presidenza Bush, nel nome di Osama bin Laden, sembra, otto anni dopo, volersi chiudere e ricominciare sotto la presidenza di Barack Obama, seguendo quasi per capriccio l’acrobatico crinale definito dal differenziale s/b (Osama/Obama) che ridistribuisce secondo una nuova configurazione terrore e diplomazia, assalto unilaterale fanatico-sanguinario e risposta razionale-responsabile, scontro di civiltà e incontro tra civiltà.
Sia chiaro: tutti i nodi restano – non sarà un discorso a cambiare il Medio Oriente - così come le contraddizioni – ad esempio, Obama ha parlato di democrazia dalla capitale di una repubblica dominata sin dal 1981 dal presidente Mubarak, mentre ieri il presidente americano si è recato in visita dall’alleato di sempre, ovvero la monarchia assoluta dell’Arabia Saudita.

Tuttavia, non è al passato che bisogna guardare – come ha esortato lo stesso Obama – ma è il futuro che ci interroga. Ai discorsi dovranno necessariamente seguire fatti concreti. E il futuro del Medio Oriente impone due passaggi obbligati: una soluzione equa e condivisa per la questione israelo-palestinese (che, fortunatamente, per l’amministrazione Obama significa “due popoli, due stati”) e la normalizzazione del dossier nucleare iraniano (al Cairo, Obama ha riconosciuto legittima l’aspirazione di Teheran al nucleare civile, ma bisogna avere garanzie, non si può scherzare con il fuoco…).
In ultimo, un’impressione su tutto: da una parte, gli Usa e Obama nella rappresentanza massima degli interessi e dei valori dell’Occidente; e dall’altra parte? Quanti sono gli interlocutori a cui si è rivolto Obama? Quanti attori, quanti interessi, quante differenze quando si parla di mondo musulmano? Anche, o soprattutto, dopo il discorso di Obama, permane la sensazione di una relazione tra uno a molti, di una relazione che ha la possibilità di una sintesi – per quanto accidentata e centrifuga – a una moltitudine incomponibile. Non è un caso che qualche settimana fa, il re Abdallah di Giordania parlava sul Times di Londra, in riferimento alla pace tra israeliani e palestinesi, di una “57-state solution”, come a dire è un’intera regione, è una vera e propria costellazione di identità che costituisce l’Islam e che quindi dovrà custodire la pace con l’Occidente. Obama ha posato indiscutibilmente la prima pietra, chi vorrà proseguire?


Valentina Pasquali
Nessuna scarpa contro Obama

Mai secondo nome fu più importante nella storia delle relazioni internazionali. Barack Hussein Obama arriva in Egitto da presidente degli Stati Uniti e, unico uomo politico al mondo, si può permettere di tessere un intero discorso sui rapporti tra Occidente e Islam con il filo della propria esperienza di privato cittadino, lui figlio americano e cristiano nato da padre africano e musulmano. Grazie alla credibilità acquistata in gran parte con la propria storia personale, e a una visione delle relazioni interrazziali, interreligiose e internazionali senza uguali nel mondo politico di oggi, a Obama è data la rara opportunità di ricucire i rapporti moribondi tra gli Stati Uniti e il mondo arabo.
Obama si è presentato alla platea della prestigiosa Università del Cairo salutando con un deferente, e molto applaudito, assalaamu alaykum, facendo riferimento ai contributi arabi allo sviluppo della civiltà globale, e citando i principi di pace che fondano l’Islam. Già di per se, la curiosità linguistica e culturale del presidente americano segnala un passo avanti rispetto all’atteggiamento del predecessore George W. Bush, famoso per l’inglese un po’ zoppicante, figuriamoci l’arabo.
Ma Obama è andato oltre le formule di rito, arrivando a spiegare la diffidenza del mondo arabo verso l’occidente in una prospettiva singolare per un presidente americano. Obama ha parlato dello sfruttamento dei paesi a maggioranza musulmana imposto dal colonialismo, della sofferenza causata dai tanti conflitti internazionali portati avanti da Stati Uniti e Unione Sovietica durante la Guerra Fredda in difesa dei propri interessi senza alcun riguardo per le popolazioni locali, e dell’impatto di una globalizzazione economica diretta da altri luoghi del pianeta e vissuta talvolta come una minaccia alla sopravvivenza delle tradizioni indigene, incluse quelle musulmane.
A quanto pare, Obama ha passato mesi a lavorare alla stesura del discorso fatto giovedì al Cairo, aiutato a Washington da una squadra di esperti di Islam, Cristianità, del mondo arabo, e da una serie di americani di religione musulmana che sono oggi rappresentanti prominenti dell’economia a stelle e strisce. Al di là del lavoro di cesello servito a raffinare la retorica, il discorso di Obama ha offerto anche una panoramica di proposte politiche, per quanto vaghe, che verranno tentate dalla sua amministrazione per risolvere le sfide più difficili del giorno d’oggi.
“L’America non è – e mai sarà – in guerra con l’Islam. Continueremo, però, a combattere senza tregua quegli estremisti violenti che minacciano gravemente la nostra sicurezza,” ha dichiarato Obama al Cairo. Spiegando che gli Stati Uniti non hanno intenzione di mantenere truppe o basi militari permanenti né in Afghanistan né in Iraq, Obama ha comunque reiterato la volontà degli americani di continuare a combattere fino a che la minaccia terroristica non sarà estinta. Ammettendo comunque la necessità di accompagnare gli sforzi militari con fondi per lo sviluppo, Obama ha promesso investimenti rispettivamente per 1,5 e 2,8 miliardi di dollari da utilizzare nei prossimi anni in collaborazione con i governi pakistani e afgani per costruire scuole, ospedali, e strade, e offrire quei servizi di cui la popolazione ha bisogno per poter prosperare.
Per quanto riguarda l’Iraq, Obama ha reiterato la volontà di rimuovere le truppe da combattimento americane a partire da luglio, per cominciare lentamente a “lasciare l’Iraq agli Iracheni,” mantenendo solo delle forze di supporto che aiutino “l’Iraq a costruire un futuro migliore.”
Obama ha poi sorpreso parlando in termini nuovi del conflitto tra Israeliani e Palestinesi. Pur ricordando al mondo che le relazioni tra Stati Uniti e Israele sono e sempre rimarranno indistruttibili, Obama ha riaffermato il diritto dei Palestinesi a una propria patria. In un’apertura inaspettata, Obama ha persino ammesso che Hamas gode di una certa legittimità politica (Hamas fa parte della lista di organizzazioni terroristiche internazionali del Dipartimento di Stato americano). Inoltre, il presidente ha causato scompiglio tra le fila israeliane, dichiarando che gli Stati Uniti non accettano la pratica di Gerusalemme di creare e a allargare gli insediamenti. “Ä– tempo di finirla con questi insediamenti,” ha detto Obama, aggiungendo  che è venuta l’ora di risolvere la crisi umanitaria a Gaza, divenuta ormai un impedimento a una qualsivoglia risoluzione del conflitto. Ai Palestinesi, comunque, il presidente ha intimato di abbandonare la violenza.
Una nuova apertura è arrivata anche per l’Iran, quando Obama ha ammesso che, dovesse finalmente adottare un atteggiamento più conciliante, Tehran potrebbe avere diritto a sviluppare energia atomica per uso pacifico e civile, come per altro previsto dal Non-Proliferation Treaty (NPT). “Invece che rimanere intrappolati nel nostro difficile passato, ho detto chiaramente ai leader e al popolo iraniani che il mio paese è pronto a andare avanti,” ha sottolineato Obama. Per il momento, la reazione di Tehran non è stata tra le più entusiaste. Il Leader Supremo Ali Khamenei ha dichiarato che il discorso di Obama non basterà certo a risolvere i problemi esistenti e che l’Iran, come per altro il resto del Medio Oriente, attende atti, non parole.
Obama ha concluso il proprio discorso all’Università del Cairo parlando di libertà di religione, di diritti delle donne e di sviluppo economico, e insistendo che sono questi tre aspetti strettamente collegati l’uno agli altri. Difendendo la libertà di ogni individuo di praticare liberamente la propria fede religiosa e di indossare i relativi simboli (e qui il riferimento era in particolare all’hijiab, il velo che le donne musulmane usano per coprirsi il capo),  Obama ha detto: “Rifiuto la convinzione di parte dell’Occidente che una donna che sceglie di coprirsi i capelli sia in qualche modo una donna meno eguale. Sono però convinto che una donna a cui viene negato il diritto all’istruzione sia una donna a cui viene negata l’eguaglianza.” Istruzione, ha continuato il presidente americano, significa benessere economico. “Non è un caso che quei paesi in cui le donne sono più istruite, siano anche quelli più ricchi,” ha sostenuto.
Obama ha anche parlato di democrazia, un tema su cui è stato criticato negli Stati Uniti. Il presidente ha preso le distanze in maniera netta dal predecessore Bush: “Lasciatemelo dire chiaramente: nessun sistema di governo può o deve essere imposto su un popolo da una nazione straniera.” Nonostante Obama abbia comunque sottolineato il valore di un governo democratico che sappia rappresentare il volere del popolo, alcuni in America temono che la difesa dei diritti umani e della democrazia vengano messi da parte a causa di considerazioni di natura strategica. Ä– stata così criticata la scelta dell’Egitto per il discorso al mondo islamico, proprio perché l’Egitto è ormai considerato alla stregua di un governo semi-totalitario, in cui libertà di espressione, stampa e associazione politica stanno scomparendo a gran velocità. E, anche tra i sostenitori della politica di Obama per il dialogo con l’Iran, alcuni sono preoccupati che il presidente americano possa decidere di dimenticarsi degli abusi dei diritti umani compiuti dal regime islamico, sulle donne, sulle minoranze, sui giornalisti, per perseguire obbiettivi quali l’interruzione del programma nucleare di Tehran.
Che i problemi che si presentano al Presidente Obama per quanto riguarda i rapporti degli Stati Uniti con il mondo arabo siano di difficile risoluzione non ci sono dubbi. Vanno, però, sottolineati i successi già ottenuti. Come ci ricorda il magazine online Salon.com, George W. Bush salutò il Medio Oriente l’anno passato con una conferenza stampa in Iraq durante la quale gli fu lanciata contro una scarpa. Barack Hussein Obama inaugura il proprio mandato presidenziale con un discorso durante il quale uno studente egiziano gli ha gridato dagli spalti, in inglese: “Barack Obama, we love you!”

valentina.pasquali@gmail.com


Mario Di Ciommo
Novelle dall’Europa – 6-7 giugno: perché andare a votare

Elezioni europee. Ci siamo. È il momento di scegliere. Scegliere, innanzitutto, se andare a votare o meno. Dopo una campagna elettorale come quella che ci lasciamo alle spalle (l’ultimo intervento del Presidente Napolitano sulla mancanza di Europa in essa sembra darci ragione), va diffondendosi, carica di dubbi e scetticismo, la seguente domanda: perché andare a votare?
Tre sono i “buoni” motivi che si propongono.

Perché l’Unione Europea è- già così come è - decisiva per le nostre vicende nazionali: non c’è praticamente politica oggi a livello nazionale che manchi (almeno!) di un collegamento con il livello europeo. Se ciò che è deciso a livello europeo ha a che fare con la nostra vita tanto quanto ciò che è deciso a livello nazionale, partecipare alla vita democratica europea è importante quanto partecipare a quella nazionale.

Perché oggi abbiamo sempre più bisogno dell’Europa: per fronteggiare sfide – la crisi economica mondiale, per esempio – che lo strumentario degli Stati nazionali non è capace di affrontare, essendo, rispetto ad esse, sottodimensionato. Guardiamo a chi, sinora fuori dall’Europa, sta facendo di tutto per entrarvi al più presto (esemplare il caso dell’Islanda, devastata dalla crisi, dove la prima proposta del nuovo governo socialdemocratico ha avuto ad oggetto l’ingresso del Paese nell’Unione Europea). Anzi, c’è bisogno di più Europa: un’Europa che abbia mezzi che oggi ancora non ha. In materia di politica economica o in materia di immigrazione, innanzitutto. In entrambi i casi un’adeguamento delle “capacità” dell’Unione consentirebbe risposte più efficaci alle crisi economiche, sociali ed umanitarie che stiamo vivendo. Idem per le politiche dell’energia o per la lotta al terrorismo, etc..

Perché il prossimo Parlamento, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, vedrà aumentare il suo peso istituzionale all’interno dell’Unione europea: ciò significherà un aumento – sia pur in misura ancora non soddisfacente - del tasso di democraticità dell’ordinamento europeo. Il Parlamento, del resto, avrà un ruolo importante nella scelta – rimessa al Consiglio europeo - del prossimo Presidente della Commissione. In definitiva, il nostro voto vale, oggi, in Europa come non mai.

Un invito allora. Andiamo a votare. In maniera il più consapevole possibile: scegliamo i candidati tenendo conto, innanzitutto, di qual è la loro idea d’Europa –più Europa, meno Europa; un’Europa protagonista sul palcoscenico globale o un’Europa condizionata di volta in volta dalle convenienze dei singoli Stati nazionali; un’Europa in cui viene dato un rilievo nuovo all’aspetto sociale della cittadinanza o un’Europa incentrata sul libero del mercato.
Alziamo lo sguardo ed allarghiamolo allo spazio politico europeo. Scopriremo che l’Europa ci riguarda. E che ci chiama in causa in prima persona attraverso l’esercizio del diritto di voto di cui siamo titolari, chiedendoci di partecipare alla costruzione di un destino comune.

mariodiciommo@yahoo.it

 


Davide Biassoni
Voto europeo e scenari futuri

Manca ormai poco al responso delle urne che si chiuderanno domenica alle ore 22. Un primo elemento significativo sarà dato dal tasso di partecipazione al voto: da un lato l’election day italiano – che abbina elezioni europee e primo turno delle amministrative – dovrebbe incoraggiare un discreto afflusso di votanti, benché dall’altro la campagna elettorale sia stata monopolizzata da temi almeno originariamente estranei alla politica in senso stretto – come dimostra la vicenda di Casoria con tutto ciò che ne è seguito – e questo potrebbe anche favorire un’astensione come segnale di protesta e disaffezione. Provando a immaginare lo scenario futuro, per quanto concerne il voto europeo, alcuni aspetti sembrano profilarsi ormai con sufficiente chiarezza. Innanzi tutto, a Strasburgo l’area complessiva di centro-destra manterrà una salda maggioranza – e Barroso avrà ottime chances di essere confermato alla guida dalla Commissione – in particolare grazie al Partito Popolare Europeo che, forte soprattutto del consenso raccolto da Berlusconi-Merkel-Sarkozy (ma anche Rojoy pare in grado di staccare Zapatero), si confermerà primo gruppo nell’emiciclo; in seconda posizione, si assesterà il Partito del Socialismo Europeo e, secondo recenti prese di posizione, il PD avrebbe sciolto il nodo della sua collocazione, con l’approdo in un nuovo gruppo creato con il PSE stesso e denominato “Alleanza dei Democratici e Socialisti”. Terza forza resteranno, invece, i Liberal-democratici, pur esprimendo meno di 100 seggi. Il quadro complessivo ipotizzato da alcuni sondaggi sembra indicare una tendenza più decisa verso la frammentazione: i tre gruppi più forti sopra menzionati vedrebbero ridurre il numero di seggi da essi controllati, mentre crescerebbero i Verdi – anche nel Regno Unito si vota con un sistema proporzionale – e dovrebbe vedere la luce un nuovo gruppo conservatore, staccato dal PPE ed imperniato sui Tories. Oltremanica, infatti, sono in previsione risultati a tinte forti: il crollo del Labour è dato ormai per scontato dai più, dopo lo scandalo dei rimborsi gonfiati e le dimissioni del quarto Ministro in pochi giorni; a trarne vantaggio sarà il Partito Conservatore, in testa alle preferenze degli elettori, e si attendono le performances di due outsiders, oltre ai già citati Greens: da un lato lo United Kingdom Independence Party strenuo difensore della sterlina britannica e, dall’altro, il British National Party ossia il partito nazionalista britannico espressione della destra radicale. A proposito di ali estreme, anche in altri paesi si teme l’affermazione delle forze populiste e xenofobe sospinte del dissenso e dalla disaffezione verso l’Europa (in particolare negli stati dell’Est, colpiti pesantemente dalla crisi economica), ma anche dalla paura verso l’immigrazione: così, nei Paesi Bassi l’osservato speciale è il Partito per la Libertà di Geert Wilders, il cui cavallo di battaglia è la lotta all’Islam militante e alla paventata islamizzazione della cultura e società europea. In Italia, sono invece tre gli aspetti che meritano maggiore attenzione: se è certa la vittoria di Berlusconi, ciò che interessa maggiormente è l’entità di questa supremazia e se questa autorizzerà a parlare di incontrastata predominanza del PdL. Sarà quindi cruciale, in caso negativo, osservare le mosse politiche del Cavaliere e gli eventuali contraccolpi nel suo partito davanti a un successo non conforme alle ambizioni (in primis, rappresentare la delegazione più cospicua nel PPE). Secondo punto, pare ovvio, lo score del PD: sotto il 25% il progetto democratico rischierebbe l’implosione, mentre il risultato sarà tanto più accettabile (in attesa di tempi migliori) quanto più si avvicinerà al 30%. Terzo aspetto, i voti raccolti dai piccoli partiti: Lega Nord, Italia dei Valori, UDC. Ed è probabile che a cantare vittoria più sonoramente saranno proprio Bossi e Di Pietro, qualora realizzassero un ammontare di voti in doppia cifra o quasi.

biassoni_davide@yahoo.it


Enrico Bellini
A chi giova il gioco corretto?

Noemi, veline, divorzio, Veronica la prode e Veronica l'ingrata, Silvio il Drago o "Silvio, a prescindere da Berlusconi", voli di Stato, Mills, paparazzi imbavagliati. Pensiamo davvero che solo in Italia tutti questi temi sarebbero stati al centro di una campagna elettorale, delle Europee per giunta? Davvero ci stupiamo che La Repubblica, secondo quotidiano del Paese e dichiaratamente di centrosinistra, abbia sfruttato l'occasione di fare, in un colpo solo, il suo "mestiere" (ovvero stare sulla notizia e essere watch-dog) e cogliere in fallo il Governo? Ma questa è l'opinione pubblica, bellezza. Nel Regno Unito ministri e sottosegretari, speaker e deputati, hanno dovuto dimettersi per questioni di rimborsi gonfiati. Gli inglesi e noi tutti abbiamo visto la luna, non il dito. Ovvero: un atteggiamento moralmente "border line", ha acceso, interessato e scandalizzato i lettori/elettori. Poco importa quale quotidiano abbia sollevato il polverone, poco importa se certi comportamenti (che siano farsi rimborsare dallo Stato film porno o fare il tombeur de femme con un harem di maggiorenni, o presunte tali) giustificati/invidiati fino al giorno prima, diventino d'improvviso pietre dello scandalo. Di fronte a ciò, a questa opinione pubblica, che cosa può fare un partito debole come è ora il PD con un leader debole (ahimè, di autorità) come Franceschini? Pensiamo davvero che possa dettare l'agenda e imporre la discussione sui temi europei che da tempo vengono snobbati? Anche (e soprattutto) in politica le risorse sono scarse e per giocare con l'elettorato la carta delle policy ce ne vuole una più di altre: la credibilità. Ma come può, un partito che è riuscito a perdere il Governo dopo neanche due anni di vita, che ha accantonato il suo leader carismatico e "primario" (Veltroni, ve lo ricordate?) dopo neanche due anni di guida, che a rigor di rumour rischia lo scioglimento a breve dopo neanche due anni di vita, pretendere di giocare tutto sull'affidabilità delle sue promesse? E allora forse l'unica cosa da fare è tentare di serrare i ranghi ora. Corteggiare e tentare di farsi votare da chi mai non passerà al PDL, ma che forse passerà all'IDV o al mare sabato e domenica. E per farlo, ora e non domani o nei prossimi cinque anni, bisogna giocare di colpi bassi (come anche Berlusconi&Lega hanno sempre fatto). Perchè poi si può, alla fine, anche appellarsi giustamente ai checks and balances e al rischio della tirannia della maggioranza, come ha fatto ieri Franceschini. Ma sapendo che nella cultura e nell'elettorato italiano, l'idea di bilanciamento del potere e dei poteri e poco o punto esistita, al contario della corsa al carro (o al piatto) del più forte. E allora non è peccato e anzi è virtù (politica) cercare di frenarlo anche solo staccandogli una ruota o azzoppando il suo cavallo.

ebellini83@gmail.com



Gianfranco Aurisicchio
La risposta europea alla crisi

Siamo nel mezzo di una severa crisi economica i cui effetti e prospettive di uscita non sono ancora totalmente chiari.  I suoi impatti sociali e politici stanno cominciando a farsi sentire, riflettendo così il ritardo tra i cambiamenti nell’output e i cambiamenti nell’occupazione (e nelle preferenze politiche).
Nonostante questo ritardo, è iniziato un largo dibattito sul possibile modello economico vincente in Europa dopo la crisi.  Finora si sono sempre confrontati due modelli economici: il modello liberale anglosassone e l’economia di mercato “sociale” dell’Europa continentale., anche se si possono individuare differenze significative entro questi due modelli alternativi ed ognuno comprende, almeno parzialmente, molte caratteristiche peculiari dell’altro. Per esempio nell’Europa continentale, il modello economico francese accentrato intorno allo Stato (il cosiddetto dirigisme) non può essere pienamente paragonato con il sistema tedesco corporativista e include molti elementi del modello tipico anglosassone (se non altro per la partecipazione della Francia al Mercato Unico Europeo). Mentre i paesi nord-europei hanno provato a seguire un percorso alternativo che mette insieme uno stato sociale esteso con riforme di libero mercato.
L’Europa continentale ha optato per un’economia di mercato “sociale” basata su uno stato di “grandi dimensioni”. Da un lato, questo implica tasse più elevate, regolamentazione pesante dei mercati dei prodotti e del lavoro, ma dall’altro lato anche una rete di sicurezza sociale generosa.
Questo approccio continentale è sempre stato criticato dai liberali ortodossi, secondo cui un’enfasi minore sul libero mercato porterà, prima o poi, a minore produttività del sistema economico, minore competitività nei mercati internazionali e, ultimamente, minore crescita economica e occupazione.  L’intensità senza precedenti raggiunta dalla crisi sta mettendo in realtà alla prova questa visione e pone in discussione il successo di modelli di sviluppo economico di cui abbiamo avuto esperienza finora.
In un contesto progressivamente incerto che si è tradotto in un vero e proprio panico, alcuni economisti hanno sollevato dubbi sul liberalismo stesso e la sua sostenibilità futura (per esempio in termini ambientali).  La crisi rischia di ingolfare non solo l’economia internazionale ma anche l’approccio stesso liberalista, che sta mostrando inattesi lati negativi in un’economia veramente globalizzata ed il suo impatto sociale sta ponendo sotto stress i limiti e gli svantaggi del modello anglosassone mentre getta luce sui benefici del modello continentale.
Il settimanale inglese “Economist” ha alimentato il dibattito sul migliore sistema economico europeo con un inatteso, e parziale, mea culpa che ha toccato proprio i principi fondamentali su cui si è sempre basato fin dalla sua fondazione nel 1843: il capitalismo laissez-faire e il ruolo decrescente dello stato nell’economia, ammettendo che è emerso un nuovo ordine europeo, con la Francia statista in cima, la Germania corporativista nel mezzo e la povera vecchia Gran Bretagna in basso.
Tutte le principali economie europee hanno sperimentato una recessione severa nell’ultimo quadrimestre del 2008 che ha portato a una modesta crescita dello 0,9% del PIL medio della UE su base annua, accompagnata da un drammatico aumento nel tasso di disoccupazione, che per i tre paesi si prevede che aumenterà mediamente del 8,8% nel 2009 e del 10,2% nel 2010.
Nel Regno Unito, la riduzione del PIL sarà determinata in larga misura da una significante caduta nella domanda interna, -3,6%: sono chiari i limiti di una rete di sicurezza minima che porta ad una netta diminuzione dei consumi privati nei tempi di crisi (-3,4% nel 2009 e -1,5% nel 2010).
La situazione è invece abbastanza differente nell’Europa continentale. Qui esiste già uno stato sociale forte e stabilizzatori automatici, inclusi benefit contro la disoccupazione (come fondi di licenziamento, assegni di mobilità, contratti di solidarietà, etc.) stanno funzionando a pieno regime, anche se meccanismi, importi e tempi differiscono per ogni paese. Come risultato, in Francia non si attende un trend dei consumi privati negativo (+0,2% nel 2009 e +0,3% nel 2010). Questo implica una minore necessità di stimoli fiscali e di spesa pubblica (relativamente al Regno Unito) con una minore pressione quindi su conti pubblici.  Si stima che il deficit di bilancio della Francia aumenti del 6,5% nel 2009 e del 7% nel 2010, mentre in Germania raggiungerà il 4% ed il 6%, rispettivamente, nei prossimi due anni.
Perciò il modello continentale sembra prevalere durante una crisi poiché può fare affidamento su reti di sicurezza esistenti che rendono meno grave il peso della crisi stessa per i cittadini.
Da un punto di vista politico, si potrebbe facilmente argomentare che la gente percepirà chiaramente la potenziale superiorità (e i vantaggi) di questo modello e tenderà perciò a favorire e votare partiti che lo sostengono. Come risultato, una raccomandazione di politica economica per il Regno Unito sarebbe di non aumentare semplicemente la dimensione dello stato spendendo di più, ma di migliorare la qualità dell’intervento statale spendendo meglio attraverso investimenti costanti ed efficienti (come dimostra il sistema sanitario francese).
È sempre stato chiaro che il modello anglosassone vince nei periodi di crescita economica ma rende l’impatto sociale della crisi più duro. Inversamente, il modello continentale ostacola i potenziali di crescita ma rende i periodi di crisi meno duri e l’uscita dalla crisi più lieve.
È lo stato ovviamente che deve trarre la linea di demarcazione tra i due modelli e prendere di conseguenza le decisioni politiche ed economiche.  Ma l’Economist dimentica di considerare un altro strumento potente nelle mani degli stati: l’Unione Europea.
Secondo Mario Monti, questa crisi economica può essere un’occasione irrepetibile per l’Unione Europea, in quanto gli stati membri possono sintetizzare un punto di incontro tra i due differenti modelli attraverso un nuovo patto europeo, traendo vantaggio delle condizioni positive (in termini di negoziazione) create dalla crisi per spianare la strada ad un ulteriore passo verso il processo di integrazione europea.  Ma nonostante queste condizioni esterne positive, si potrebbe notare che è realisticamente difficile cercare un compromesso nell’Europa allargata di oggi per almeno due condizioni interne negative: il numero di stati membri ed il tipo di competenze da delegare a livello europeo.  Per giocare un ruolo rilevante nell’arena internazionale del dopo-crisi, la UE deve intraprendere passi decisivi non solo verso una più stretta coordinazione nel campo economico (inclusi finanza, politica fiscale, e stato sociale), ma anche verso una rappresentatività esterna più forte (che coinvolga la politica estera e di difesa, politiche ambientali ed energetiche, etc.).  Questo approccio toccherà tuttavia un nervo sensibile di molti stati europei perché impatterebbe sull’essenza stessa degli stati come entità indipendenti e spingerebbe verso un sistema quasi federale.  Un chiaro esempio di queste difficoltà è rappresentato dal Trattato di Lisbona. Il processo di negoziazione ha impiegato quasi 10 anni (compresa la sfortunata Costituzione Europea).
Alla fine, si dovrebbe trovare una soluzione di “second best” per superare i limiti di queste condizioni interne negative. Perciò si dovrebbe prendere in considerazione la praticabilità di un’altra strada: un’Europa a più velocità in grado di sfruttare meglio le opportunità della cooperazione allargata prevista dai Trattati.

http://gianfrancoaurisicchio.blogsome.com

 


Simone Comi
La Turchia membro dell’Unione Europea, prima che sia troppo tardi

A seguito delle elezioni politiche dello scorso 29 marzo, il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha deciso di operare un rimpasto nella formazione di Governo. Quello degli Esteri è stato uno dei Ministeri coinvolti nel programma di rinnovamento politico voluto dal premier e la nomina di Ahmet Davutoglu a capo del Dicastero potrebbe spingere il paese a svolgere un ruolo maggiormente attivo in quelle che sono le controversie più delicate della regione mediorientale.
La questione della guerriglia di matrice curda e la necessità di assicurare un maggior livello di sicurezza interna sembrano essere le motivazioni principali del cambiamento al Ministero degli Esteri. La scelta di Davutoglu sembra però poter essere un segnale della volontà di Ankara di sganciarsi, almeno politicamente, dalle questioni più strettamente collegate alla zona europea per dedicarsi con maggiore interesse al versante politico mediorientale. Accademico di professione rimasto nell’ombra come consigliere del premier, il nuovo Ministro degli Esteri ha delineato le linee teoriche di quella che potrebbe essere la nuova visione strategica turca per la politica estera già qualche mese fa. In un documento presentato all’inizio dello scorso anno Ahmet Davutoglu elencava cinque punti programmatici per la politica estera, chiara espressione di una visione più legata al concetto di influenza strategica e culturale regionali. Il perseguimento di questi obiettivi da parte turca potrebbe portare un cambiamento di atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea, situazione che dovrebbe essere quanto mai scongiurata da parte di Bruxelles, date le buone relazioni instauratesi negli ultimi anni anche grazie alla spinta di interessi di tipo economico. I recenti rapporti tra l’ UE e la Turchia sono sempre state contrassegnati dalla volontà di stringere, in un futuro prossimo, accordi politici tra cui un possibile ingresso del paese tra i membri dell’Unione. Il governo turco potrebbe però decidere, a fronte del raffreddamento di questa possibilità dovuto alle dichiarazioni del leader francese Nicholas Sarkozy e di quello tedesco Angela Merkel, di coltivare maggiormente le relazioni diplomatico-politiche con i Governi della zona. Ankara potrebbe quindi attivarsi per divenire uno degli attori rilevanti nelle questioni più delicate dell’area del Medi Oriente allargato e del Caucaso meridionale, regioni in cui la diplomazia turca sarebbe già all’opera con la volontà di accrescere la propria influenza. Sebbene sia difficile pensare ad un definitivo allontanamento della Turchia dall’Unione Europea non sarebbe da sottovalutare l’ipotesi che Ankara decida di tornare ad un tipo di politica estera da post-Guerra Fredda: pensata cioè per volgere a proprio vantaggio alcune dinamiche in corso nelle zone circostanti, così da poter accrescere il proprio ruolo all’interno della comunità internazionale.
La Turchia, paese da quasi 72 milioni di abitanti con un Pil pro capite superiore a quello di Romania e Bulgaria, potrebbe essere un partner politico-economico fondamentale per l’Unione Europea. Snodo geoeconomico di prima importanza perché attraversato dai traffici di merci e dalle pipelines che trasportano idrocarburi verso l’Europa, potrebbe diventare la testa di ponte ideale per l’espansione dell’influenza geopolitica dell’ Unione Europea verso la regione mediorientale ed il mondo musulmano. Una maggiore influenza turca sulle regioni di confine e la capacità della diplomazia di Ankara di inserirsi nelle questioni israelo-palestinese e della pacificazione della zona afghano-pakistana potrebbero consegnare all’Europa un vicino in costante crescita economica e che ha acquisito al contempo la capacità politica di influenzare profondamente le scelte delle leadership regionali. Lo scetticismo di Francia e Germania potrebbe quindi costare caro all’Unione Europea, sia dal punto di vista economico che da quello politico. E’ forse tempo che il Vecchio Continente, ancora malato di un certo eurocentrismo lascito di un passato glorioso, inizi a pensare in maniera inclusiva rispetto a possibili nuovi alleati. Legami politici lontani forse dalla tradizione storica, ma capaci di condurre l’Unione Europea verso un futuro in cui le questioni fondamentali saranno discusse da attori capaci di proiettare la propria influenza, e potenza, verso regioni considerate finora ai margini di quegli imperi che non esistono più.

simonecomi@hotmail.com
http://simonecomi.blogsome.com


Stefano Florio
Verso Expo 2015 – Diario di bordo del 5 giugno 2009

Consueto aggiornamento rispetto all’avvio del cantiere Expo 2015 rimandando alla rassegna stampa presente nella sezione dedicata all’Expo 2015 all’interno del sito del CFP, per una ricostruzione completa di quanto accaduto nel corso delle ultime due settimane.
Innanzitutto si è riunito il 25 maggio il Tavolo Lombardia per Expo 2015 che ha il compito di governo complessivo degli interventi regionali e sovraregionali legati alla manifestazione con, all’ordine del giorno, la verifica sulle opere di accessibilità al sito Expo (le 13 opere essenziali e le 17 connesse), l'aggiornamento sull'Accordo quadro di sviluppo territoriale (in particolare la verifica dell'avanzamento degli Accordi di programma di trasformazione urbanistica delle aree del sito Expo, di Cascina Merlata e sulle Vie d'acqua) e l’istituzione degli Stati Generali voluti da Formigoni per allargare l'evento alla partecipazione dei cittadini.
Il ministro Matteoli ha confermato, a conclusione della riunione, che sono stati reperiti tutti i 1.321 milioni di euro necessari per le opere connesse dopo i 391 milioni che erano stati stanziati per far partire le opere nel 2009. “Non abbiamo mai pensato nemmeno per un minuto - ha spiegato Matteoli - che l'Expo non dovesse ricevere tutte le risorse necessarie per farla partire”. È stata una riposta, la sua, alle voci sul possibile ridimensionamento dell'Expo, che si sono susseguite nell'ultimo periodo.
Sulle opere essenziali "che saranno naturalmente tutte realizzate", ha proseguito il Presidente Formigoni, è stato riformulato l'ordine di priorità: per reperire da subito i fondi necessari all'interno di quelli della Legge Obiettivo, il Tavolo Lombardia ha deciso di rinviare i lavori della linea 6 della metropolitana così da sbloccare 480 milioni per far partire prima i lavori delle linee 4 e 5 e quelli per la Rho - Gallarate.
Il Ministro Bondi ha parlato invece dei tre grandi progetti a cui lavora che potranno essere il fiore all'occhiello dell'Expo: il restauro di Villa Reale, la costruzione della Biblioteca europea e la grande Brera mentre il neoministro al Turismo Michela Brambilla ha annunciato che sarà visibile da luglio, in attesa della messa online dell’intero portale Italia, anche uno spazio dedicato all'Expo. Infine, da un lato, il Comune di Milano non ha ancora ottenuto il via libera dal Ministero del Tesoro per sforare il patto di stabilità 2009 e dare il via così alle opere previste e, dall’altro, sono stati approvati gli Stati Generali tanto voluti da Formigoni che si terranno nel mese di luglio.
Il PD lombardo ha prontamente evidenziato come “Va notato che alla riunione di oggi del Tavolo Lombardia su Expo2015 le cifre siano di nuovo state riformulate rispetto agli impegni presi. È necessario chiarire che i soldi previsti originariamente non erano 1321 milioni di euro come raccontato anche stamattina, bensì 1889 milioni. Conti alla mano si sono tagliati più di 500 milioni di euro”, ha affermato Maurizio Martina, Segretario lombardo del Partito Democratico, comentando l'esito del Tavolo Lombardia.
“I soldi dunque sono meno del previsto. E quelli che sono rimasti sono stati semplicemente spostati. Milano e la Lombardia non hanno certo bisogno di altri spot elettorali, né di altre promesse che poi rimangono sulla carta” ha così concluso.
Immediata risposta di Stanca: "E' ridicolo fare una questione su 500 milioni di euro quando si parla di 15 miliardi", ha spiegato Stanca. E a chi gli chiedeva se fosse uno spot elettorale dire che sia tutto a posto, l'AD di Expo 2015 ha risposto che "non sono serie le affermazioni che fanno queste persone. Non stiamo ingannando nessuno". Quanto alla sede della società Stanca ha spiegato inoltre che sulla concessione in comodato gratuito di una parte di Palazzo Reale, in attesa del pronunciamento del Consiglio comunale, per il momento gli uffici rimangono nell’attuale sede nella centralisssima via Ugo Foscolo. “Sto chiedendo ai soci -ha aggiunto- se ci sono altre sedi meno centrali possibilmente a titolo gratuito" dal momento che la sede di Quarto Oggiaro offerta dalla Provincia di Milano, ha a suo dire, problemi di collegamento e di sicurezza.
Il 26 maggio sempre Stanca ha presentato Exponiti, una campagna firmata dalla società Saatchi & Saatchi (Stanca ha precisato che la società in questione ha prestato “il proprio lavoro a titolo gratuito”, aggiungendo che “il costo della campagna è stato estremamente ridotto, nell’ordine di alcune decine di migliaia di euro”) per coinvolgere attivamente i cittadini milanesi attraverso un sondaggio online e una campagna multisoggetto che ruota attorno al sito web www.exponiti.com (online dal 25 maggio) e che dal 27 è on air per due settimane sui mezzi pubblici di Milano e sul circuito di cartoline Promocard. Il sito, con la domanda ‘tu come la vedi?’, invita infatti i cittadini a esprimere – rispondendo ad un sondaggio articolato in sette domande - il proprio parere sulle principali tematiche dell’Expo e sugli sviluppi che porterà.
Affidando direttamente questa campagna promozionale alla società Saatchi & Saatchi, Stanca ha perso una prima buona occasione per avviare una pratica gestionale ispirata a criteri di trasparenza delle procedure dal momento che le risorse sono pubbliche (anche se la Società è una S.p.a.)….speriamo cambi registro fin dalla prossima occasione.
Trasferta parigina infine il 2 giugno per i vertici di Expo 2015: la Moratti e Stanca sono volati a Parigi per l’Assemblea generale del Bureau International des Expositions per fare il punto davanti ai delegati dei 155 stati membri sullo stato di avanzamento dei lavori. E’ stato annunciato che il Comitato d'onore dell’evento avrà carattere bipartisan dal momento che vi siederanno Berlusconi, Prodi, D'Alema, Frattini, Al Gore e Jaques Attali cercando di recuperare quel gioco di squadra, che tanto piace anche al Presidente Napolitano, e che aveva favorito e determinato la vittoria della candidatura milanese. Ma già s'intravedono le prime crepe in questo quadro di armonia nazionale. Appena conclusa l'Assemblea generale del Bie, il sindaco Moratti ha infatti attaccato il presidente Provincia di Milano: "Penati mi accusa di non avere fatto il gioco di squadra? Il Comune per la candidatura ha fatto 55 missioni in 130 paesi, la Provincia solo 5 in 10. Penati non ha portato a casa nemmeno il voto, dato per sicuro, di Cuba". In conclusione, una stilettata crudele: "Se cambierà il presidente della Provincia - spiega la Moratti - non ci saranno più problemi per l'Expo". Pronta la replica dell'opposizione alla sortita del sindaco di Milano. "A Parigi non si fanno comizi - contrattacca D'Alema - Se questo è un comitato elettorale della destra credo che non sarò solo io ad avere problemi a restare ma anche qualche ospite straniero. Se si sgombra il campo dalle polemiche e se il comitato è bipartisan allora siamo disposti a lavorare tutti. La Moratti non si occupi di elezioni".

Segnalo infine l’intervista al Corriere della Sera del 3 giugno nella quale Romano Prodi commenta l’andamento dell’affaire Expo che si può leggere su:
http://www.corriere.it/politica/09_giugno_03/prodi_expo_membro_comitato_francesco_alberti_3e1cd636-5009-11de-84e5-00144f02aabc.shtml

Altri eventi:
-          Il 23 maggio la Moratti ha firmato con il Sindaco di Riccione Daniele Imola un protocollo di collaborazione per Expo 2015 che prevede l'impegno della città a collaborare all’organizzazione di Expo anche attraverso opportune attività tese a mettere a disposizione dell’evento le proprie eccellenze turistico-ricettive.
-          Il 25 maggio Michele Santoro ha dedicato a Milano e ad Expo la puntata della trasmissione Annozero a cui hanno partecipato la Moratti, Lucio Stanca, Di Pietro e Pierluigi Bersani (per chi volesse è visionabile su: http://www.annozero.rai.it/R2_HPprogramma/0,,1067115,00.html) durante la quale si è dibattuto in ordine alle opportunità e ai rischi connessi all’evento, sulla copertura finanziaria e i problemi di governance ancora aperti, ecc. ecc.
-          Sempre il 25 maggio la Moratti ha annunciato che il Premio Nobel per la Medicina Luc Montagnier, scopritore nel 1983 del virus dell'Aids, collaborerà all'Expo dando visibilità ai progetti in campo di prevenzione e di ricerca e a quanto si è fatto e si sta facendo nella lotta all'Aids.
-          Ancora il 25 maggio hanno preso formalmente il via i lavori della Consulta architettonica di Expo, organismo questo che, costituito da architetti di fama internazionale (Stefano Boeri, Richard Burdett, Joan Busquets, Jacques Herzog e William McDonough), collaborerà con la Società di Gestione per l’elaborazione delle linee guida finalizzate alle realizzazione del Master Plan del sito espositivo
-          Il 27 maggio il ministero degli Affari Esteri e la Società di Gestione Expo 2015 hanno firmato un protocollo d’intesa in base al quale la Farnesina ha disposto l’assegnazione temporanea di un proprio funzionario diplomatico presso la società di gestione Expo 2015.
-          Il 3 giugno si è concluso il ciclo di incontri organizzato dall’Ordine degli Architetti della Provincia di Milano con un dibattito pubblico presso la Triennale di Milano.

Alla prossima.

s.florio@libero.it

 

 



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